Centro Cultura e Arte 26 - Ricerca antropologica etnofotografica e promozione beni culturali, arte, tradizioni di Calabria

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pubblicato il 3 Nov 2006

Alberto Bevilacqua tra memoria e quotidiano

Ascoltando “Lui che ti tradiva”. Una narrazione di grande rilievo estetico.

di Pierfranco Bruni
 

Ci sono sempre dettagli. Nella vita. In quella vita che si fa letteratura. In quella vita che racconta. In quella vita che si strazia tra le parole e la memoria. E la memoria è sempre un attraversare i confini e i deserti, i viaggi e le maree. L’ultimo romanzo di Alberto Bevilacqua è un attraversare i deserti e le maree. I nubifragi di una esistenza nel ritagliare pezzi di infanzia, di giovinezza, di umanità, di storia. La sua vita e quella di sua madre. La sua vita con il destino di una disperazione nel quotidiano vivere. La presenza – ombra del padre. Le città che diventano luoghi dell’anima e ingombro geografico. Questo nuovo romanzo di Alberto Bevilacqua è un “assoluto”. Titolo: “Lui che ti tradiva” (Mondadori, pagg. 238, € 17,00).

Le storie sono un continuum. Un raccordo tra gli spazi dell’esistere e il vivere. La madre continua ad essere vera nel racconto e nelle avventure mentre la confessione dello scrittore diventa una nenia, un canto, una melodia nel segno di una profonda grecità. C’è sempre il tempo che diventa un “gioco di incastri” nel vissuto di un labirinto. Non per caso questo romanzo giunge dopo i due testi di “Tu che mi ascolti” (nonostante “Il Gengis” che appartiene ad un’altra visione sempre determinante). Questa madre – sangue – terra – acqua – memoria è un filo che lega il tempo alla storia. Dicevo che si tratta veramente di una “narrazione massima” perché qui, tra queste pagine, c’è l’ontologia di uno scrittore e la metafisica di un uomo.

In un precedente romanzo Bevilacqua sottolineava: "Una storia finisce sempre con qualche rintocco, colpi di coda, dettagli. A volte sono il trapasso verso un'altra storia che va a cominciare. Un'anteprima, non una chiusura". Il romanzo dal quale è tratta questa citazione è: “Gli anni struggenti”. C'è sempre qualcosa che va oltre. E in quell'oltre ci sono i sentieri dei segreti, i sogni che bussano alla porta della memoria, i giochi infiniti dell'esistere nell'intreccio stesso dell'esistere. "Rintocco". "Dettagli". Il viaggio che compie Alberto Bevilacqua nel suo ultimo romanzo è un viaggio non solo nei frammenti di un tempo ritrovato. E' anche un viaggio nell'intreccio delle metafore.

Ogni romanzo in Bevilacqua ha una sua unitarietà, un suo corpus ma tutto il percorso è un unicum che va letto in una interpretazione globale. Lo scrittore è l'avventuriero che si lascia trascinare dalla parola immergendosi (lasciandosi immergere) nelle avventure ma anche in un io che attraversa le coscienze di tutti i personaggi. I grandi scrittori sono un lungo racconto. O un viaggio che ci introduce in altre attese. Appunto rintocchi e dettagli.

Il mistero, il sogno, il tempo. L'amore, il viaggio, il "sentimento del sorriso". Sono il tracciato di una identità letteraria (narrativa e poetica) che trova in Alberto Bevilacqua un punto di sicuro riferimento. La letteratura diventa esistenza perché dentro di essa ci sono i parametri del vivere, del morire, del ritrovarsi. Ci sono le àncore di una memoria che si raccoglie nel sublime, nel gioco come immenso, nel desiderio che si fa passione. E la memoria è tempo che intreccia i filamenti del quotidiano con le ragnatele, appunto, di un sogno - sognato che ci ritrova in quel che è il nostro viaggio.

Un libro particolare, intenso, che racconta una tensione vitale sulla corda dell'esistere e del morire. Una pagina in cui il tempo domina e le immagini vengono costantemente raccontate dal tempo e filtrate dai sogni che recitano una inquieta tragedia. La madre – figlio. O il figlio – madre. Una rivelazione che si intreccia alla figura emblematica del padre. Di questo padre fascista che vive nei ricordi e in futura un passato di glorie ma che vive il rapporto con la moglie –a amante sui filtri del sublime. Si ascolta in “Lui che ti tradiva”: “Non è più notte, non è ancora giorno. L’ora che tu hai definito così bene: ‘Amorosa di attese…Quando sembra che il mondo cammini sulle punte’”.

L'attraversamento onirico in Alberto Bevilacqua si intreccia tra le metafore e le ironie che rappresentano l'immaginario narrativo che si serve della dimensione della memoria. I luoghi oltre ad essere gli spazi di una geografia corale costituiscono quella geografia dei ricordi che fa della scrittura di Bevilacqua un percorso identitario di una letteratura che naviga tra le onde del mistero. Una letteratura nella quale lo scontro - incontro tra realtà e ragnatela della fantasia è sempre dettato da una meticolosa ricerca della parola ma anche da una penetrazione all'interno di quella dimensione che non ha nulla di enigmatico ma che assurge a codice del mistero.

Il mistero dunque come rivelazione. E il sentiero del mistero che si fa comunque orizzonte lo si ascolta nella sfogliatura delle sensazioni dei romanzi (e della poesia) di Bevilacqua. Percorsi nei quali il viaggio è sempre una metafora. Un lungo e indefinibile viaggio.

Non smetto di ritornare a quell’antico e straordinario testo che è “Lettera alla madre sulla felicità” che resta fulcro centrale che unisce ilprimo e ciò che ora stiamo leggendo – vivendo. Ci sono temi in Bevilacqua che focalizzano quel sentire il viaggio come identità. O meglio il viaggio come radicamento. In “Lettera alla madre sulla felicità”, appunto, si legge: "Ci sono due favole che gli uomini non cesseranno mai di ascoltare, perché sono le uniche vere: quella della nave sperduta che cerca nelle acque mediterranee un'isola amata e quella di un dio che si fa crocifiggere sul Golgota". Il mito e il sacro sono intrecciati. Ma entrambi appartengono all'isola del mistero – vita – tempo.

Lo scrittore, il personaggio, l’io narrante. Un unico intreccio in una pagina letteraria che entra nella vita, si impossessa del presente e della memoria e gioca con il tempo per andare sempre oltre. L’ironia, la tragedia, il tempo. Alberto Bevilacqua è sempre oltre la storia perché resta dentro la vita. Sempre.

Lo scrittore nel raccontare segue le vicende, si appassiona agli intrecci e soffre nel delineare il quadro. La storia con le sue verità o con il suo immaginario non è soltanto uno scenario fittizio. E’ invece lo scenario dentro il quale si compie il tutto.

La storia si traduce in memoria ed è decodificata grazie alla maestria della parola che racconta e raccontando definisce tempi e spazi, atmosfere e realtà, proiezioni e prospettive in un paesaggio letterario che Bevilacqua ha vissuto. Un paesaggio fatto di segni e di itinerari onirici. Uno scrittore, che si raccoglie nel poeta, che è un punto di riferimento nella nostra letteratura contemporanea.

In “Lui che ti tradiva” si raccoglie il senso e l’orizzonte di una vita. Di uno scrittore, bambino – adulto, che si cerca tra le parole della madre, nelle immagini del padre, tra i luoghi non luoghi dell’essere e del tempo traducendo il tutto in una letteratura che scorre insieme al sangue nelle vene di un misterioso appuntamento. Lo scrittore vive di appuntamenti. Bevilacqua è un punto di riferimento. È lo scrittore riferimento di un secolo passato e che continua a vivere tra gli spazi degli anni e dei linguaggi. La letteratura è viaggio come le esistenze.

Chiude così il romanzo di Bevilacqua: “Penso al viaggio che desiderava fare con me, finalmente in pace, nel posto più misterioso. Gli ho giurato che lo faremo./E forse quel viaggio ci porterà insieme tutti e tre./Per ascoltarci”. Porsi in ascolto. Nel tempo e con il tempo nella vita e oltre la vita. Un romanzo che resta.

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pubblicato il 21 Maggio 2006

“Nelle vene quell’acqua d’argento”

Le METAFORE ANTICHE di Franceschini

di Pierfranco Bruni

Metafore antiche come le stagioni che sono vita nel romanzo di Dario Franceschini dal titolo “Nelle vene quell’acqua d’argento”
“Aveva sempre confuso il silenzio con il freddo”. Una bella immagine che sa di metafora nella quale la vita entra nella letteratura e la letteratura recita la vita. Ma quell’Aveva misura il tempo sulla corda dei ricordi. E’ l’incipit del romanzo di Dario Franceschini. Il silenzio, comunque, sembra una assonanza, un lievito, una dimensione tra l’ironico e l’onirico. Un pavesiano sentimento del ricordo (fatto di memorie e di oblio che scavano nella coscienza e nel sogno) e una geografia dei luoghi e del sentire che sarebbe certamente piaciuta a Giovannino Guareschi. Ma forse anche una atmosfera che avrebbe amato Grazia Deledda.
Un andare lento in quella nostalgia che conosce non solo frammenti di abbandoni ma anche dolcezze in un intreccio di realtà e metafore in cui tempo ed esistenza sono tracciato letterario e vissuto di luoghi. I luoghi non sono ambienti o paesaggi fine a se stessi. Sono piuttosto un vivere il luogo e il paesaggio nella sfumature delle esistenze e del passaggio di un tempo che, come dirò più vanti, non è mai immobile.


Non mi ha sorpreso. Navigare tra i “fiumi” di un’acqua che ha filamenti d’argento, per usare una allegoria lirica, è sempre entrare nel di dentro di destini che, pur se non accomunano, lasciano chiaramente il segno. Mi riferisco sempre al romanzo di Dario Franceschini dal titolo straordinariamente emblematico “Nelle vene quell’acqua d’argento”, edito da Bompiani.
Franceschini, come si sa, è un politico, impegnato nel mondo della cultura e della cultura ne ha fatto un perno. Cultura politica, cultura letteraria attraversata dai segni intangibile della memoria. Infatti questo romanzo è un camminare sulle tracce di un passato che non si dimentica, che non va dimenticato e che resta con i personaggi che campeggiano su una scena fatta di storia, di spazi geografici e di paesaggi e soprattutto di tempo. Non si tratta di un tempo immobile.
Neppure del tempo della meraviglia. Ma il tempo della letteratura raccoglie, come in questo caso, l’essere, il presente e il ciò che è stato. Il quotidiano non si vive nella letteratura. E questo romanzo è proprio la dimostrazione di ciò. Penetrare la memoria che è nel tempo significa, tra l’altro, recuperare quel tempo che viaggia dentro di noi. Il viaggiare del tempo è un viaggiare nel tempo senza mai assentarsi dalle nostre consapevolezze. Il tempo come urto con la storia. Infatti nel romanzo di Franceschini non ci sono concessioni alla storia e il realismo si supera grazie alle immagini che vi campeggiano perché sono queste che danno il senso di una memoria mai scalfibile.


E poi i valori riempiono la parola che è fatta di anima. Tracce deamicisiane (come nelle pagine dedicate alla morte dello scolaro Bruno Baldini) sono una singolarità del sentimento che sfoglia le pagine della vita. Una dopo l’altra queste pagine sono il vero frontespizio del vissuto che si adagia nel quotidiano.
Diamo solo una sottolineatura immediata della trama senza andare oltre perché il romanzo bisogna leggerlo per la bellezza che emana. Dunque. Perché Pietro Bottardi (nome del personaggio che campeggia nel contesto di tutto il narrato) va alla ricerca del suo compagno di scuola? Per rispondere ad una domanda rimasta in sospeso o per cercare altre risposte? O forse per capire se stesso?
La giovinezza è stata attraversata da interrogativi, da anni che non hanno portato via il sapore dell’età e l’immaginario che si rispecchia nelle acque è un cerchio magico tra gli echi che giungono da lontano. Pietro segue le linee del fiume e sa che il fiume non è per niente uno specchio. Anzi. Non ci permette di essere quelli che siamo stati. Metaforicamente non si ha la possibilità di bagnarsi nelle stesse acque. Ma il ricordo vive nei giorni dell’attesa.


Il suo compagno, Massimo Civolani, ha scelto di vere nella “terra del fiume”. Terra e fiume. Un intreccio di viaggi o un intreccio nell’indefinibile viaggio nelle acque della rigenerazione. Il fiume è come la vita e la vita è nello scorrere di quei sentieri che sono esistenziali e spirituali. I rimpianti sono altrove perché nel mosaico del tempo la nostalgia è un “esistente” che ci accompagna senza trasgredire il presente ma affidandoci i passi del tempo. E qui si vive nel frammentare la vita recuperando la musica, l’arte e i linguaggi che permettono di non assentaci mai soprattutto da noi stessi. Pietro Bottardi non si assenta mai.
Ci sono foglietti ingialliti che vengono ritrovati per riportarci a un qualcosa che non c’è più. Sensazioni che sono esistenza o che fanno una esistenza: “…Come uno scrittore che non racconta le cose che ha visto ma che segna soltanto con la penna le storie già finite che vivono dentro di lui”. Così è annotato in questo foglietto giallo ritrovato in un cassetto. Franceschini, in fondo, è uno scrittore che segna le storie che, metaforicamente o meno, resistono al tempo. Siamo fatti di foglietti ingialliti. Ed è in questa letteratura che l’uomo non resta una desinenza ma una vita.


Il tempo sono i passi che ci vivono e che viviamo. I passi sono il colore che illumina sapendo che le radici sono dentro di noi perché nelle vene c’è quell’acqua d’argento che è, appunto, la metafora del ritrovarsi sempre. Un romanzo rivelazione? Ma io direi che si tratta di un bel romanzo che non è da collocarsi nello “stile” degli scrittori latino – americani ma va nel solco della tradizione italiana. Una tradizione ben consolidata.
Ecco perché ho citato Guareschi. In quella tradizione italiana in cui linguaggio, senso dei luoghi, personaggi costituiscono una vera identità non solo letteraria ma anche profondamente radicata in quei valori della cultura popolare. Una eredità italiana che si è ben testimoniata attraverso scrittori e romanzi. Le stagioni, i segni, il tempo tra le pieghe dei ricordi, le immagini lungo l’esistere della parola. Sempre di viaggio si tratta. Io dei romanzi tento di cogliere le sfumature, i dettagli, le pieghe. Un romanzo è sempre un viaggio e come tutti i viaggi è fatto di partenze. Ma chissà dove ci condurrà? Un romanzo di acque e di terre. Metafore antiche come le stagioni che sono vita. Così nel romanzo di Dario Franceschini.

 

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pubblicato il 1 Nov 2005

Il senso dei luoghi di Vito Teti

Il senso dei luoghi - Memoria e storia dei paesi abbandonati.
 

di Maria Zanoni


Vito Teti, docente di Etnologia all'Università della Calabria, dove dirige il Centro di antropologie e Letterature del Mediterraneo, nel volume "Il senso dei luoghi" – edito da Donzelli nel 2004, invita a guardare i luoghi abbandonati con occhi diversi, in una dimensione cognitiva ed affettiva nuova.

In 569 pagine, ricche di illustrazioni-documenti, scopriamo il senso della nostra identità.

"Proprio paesi abbandonati, paesi a rischio abbandono, centri senz'anima e senza piazze, senza posti di ritrovo, desolati, a volte mortificati, devastati, oggetto d'incuria e di speculazioni, proprio questi non-luoghi aspirano a diventare luoghi, ad essere riconosciuti come luoghi, ad affermarsi come nuovi luoghi" – dice l'Autore nell'Introduzione.

Vito Teti legge il territorio, per salvare le nostre "radici".

E lo legge attraverso documenti e monumenti che il territorio conserva, attraverso processi culturali il cui portato storico assume valenze etiche ed esistenziali.

Lontano da vagheggiamenti di un mitico passato e da nostalgie di ritorno alle origini, l'antropologo lascia spazio alle memorie dello scrittore.

I luoghi abbandonati, che l'occhio distratto non vede, perdono il loro senso di solitudine, di smarrimento e di silenzio per diventare punto di riferimento.

Le rovine, i muri diruti, le pietre raccontano storia; rinascono a nuova vita, e con i segni del tempo trasmettono sensazioni, emozioni, memorie, culture, identità.

Per far rivivere queste realtà, per renderle vitali e protagoniste, è necessario un robusto progetto didattico e scientifico che sfrutti varie sinergie che possano realizzare processi di promozione, oltre che di difesa.

Un progetto di ampio respiro che investa la Scuola, prioritariamente, gli Enti locali e faccia i conti con l'Europa.

È finito per sempre il tempo di piangersi addosso.
È il momento di operare per salvare l'immenso e prezioso patrimonio culturale, storico, naturale, artistico, enogastronomico che la Calabria possiede, per vincere la sfida e riscattare il volto pulito della regione.

Le linee di sviluppo nel campo delle politiche territoriali devono passare attraverso la valorizzazione dell'identità e della specificità di luoghi e culture, senza trascurare le individualità territoriali che derivano da valenze folklorico-antropologiche.

La visita guidata, scientificamente programmata dalla scuola, supportata dallo spessore culturale del racconto folklorico nel territorio è in grado di fornire ai luoghi una identità specifica, capace di suscitare interesse e coinvolgimento, ai fini della conoscenza, sicuramente più forte di altri modi di far turismo a volte frettolosi e superficiali.

Il paesaggio ha una dimensione simbolico-immaginaria in cui, più che in altre, è da ricercare l'identità dei luoghi.

La nostra terra ha molto da raccontare: ogni fase della sua storia mantiene un legame imprescindibile con i gusti, con i sapori, con i luoghi che hanno accompagnato gli eventi.

Far rivivere i luoghi, e quindi l'economia, significa riqualificare l'esperienza quotidiana dei territori, quella legata alle tradizioni, alle botteghe storiche, agli antichi mestieri, esaltando le caratteristiche di coinvolgimento e di ritualità che sono insite in queste produzioni.

Solo così ci riappropriamo del senso dei luoghi, per capirli, valorizzarli, amarli e comunicarli.

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pubblicato il 12 Mag 2005

Umberto Eco: Riflessioni illustrate sulla Bellezza

di Maria Zanoni

Nell’Aula Magna dell’Università della Calabria, gremitissima, il 6 maggio 2005 Umberto Eco ha tenuto una Lezione Magistrale sulla Bellezza. L’incontro, promosso dal Dipartimento di Filologia dell’Unical e dall’Istituto Italiano di Studi filosofici, è stato un bagno di folla per il grande pensatore, esteta del linguaggio, nato ad Alessandria nel 1932, che vanta più di 30 Lauree Honoris causa.

In un clima di cordialità, il corpo accademico e quello studentesco, gli intellettuali e la gente comune respirano emozioni.

Come nel suo libro «Storia della bellezza», (Bompiani 2004, pagg. 438, € 30,00), l’Autore de Il nome della rosa, fa un lucido e prezioso excursus, analizzando l'idea di bellezza in occidente dall'antichità classica ai nostri giorni, attraverso l’iconografia della storia dell’Arte e dell’Estetica.

Sullo schermo alle spalle del carismatico scrittore, scorrono più di cento immagini, testimonianze di come gli artisti sono anche strumento per ricostruire i modi in cui gli uomini della strada di tutti i tempi sentono il Bello.
Il celebre semiologo indaga le varie forme che la Bellezza sia fisica che divina (dei corpi umani e animali, della natura, degli astri e della luce) ha assunto nelle diverse epoche storiche.

Da «Storia della bellezza» proponiamo un brano che prende in esame il XX secolo.

”Immaginiamo uno storico dell'arte del futuro o un esploratore in arrivo dallo spazio che si pongano entrambi questa domanda: qual è l'idea di Bellezza che domina il XX secolo? In fondo noi non abbiamo fatto altro, in questa cavalcata nella storia della Bellezza, che porci domande analoghe circa la Grecia antica, il Rinascimento, il primo o il secondo Ottocento. È vero che si è fatto il possibile per individuare i contrasti che agitavano uno stesso periodo, in cui per esempio potevano coincidere. Il gusto neoclassico e l'estetica del Sublime, ma, in fondo, si aveva pur sempre la sensazione, guardando «da lontano», che ogni secolo presentasse delle caratteristiche unitarie, o al massimo una sola contraddizione fondamentale.

Può darsi che, guardando anche loro «da lontano», gli interpreti del futuro individuino qualcosa come veramente caratteristico del Novecento, e che diano per esempio ragione a Marinetti, dicendo che la Nike di Samotracia del secolo appena passato era una bella macchina da corsa, ignorando magari Picasso o Mondrian. Noi, da parte nostra, non possiamo guardare cosi da lontano; possiamo accontentarci di rilevare che la prima metà del Novecento, e al massimo gli anni Sessanta del secolo (dopo sarà più difficile), è teatro di una lotta drammatica tra la Bellezza della provocazione e la Bellezza del consumo.
La Bellezza della provocazione è quella proposta dai vari movimenti d'avanguardia e dallo sperimentalismo artistico: dal futurismo al cubismo, dall'espressionismo al surrealismo, da Picasso sino ai grandi maestri dell'arte informale e oltre.

L'arte delle avanguardie non pone il problema della Bellezza. Si sottintende certo che le nuove immagini siano artisticamente «belle», e debbano procurare lo stesso piacere procurato ai propri contemporanei da un quadro di Giotto o di Raffaello, ma questo proprio perché la provocazione avanguardistica viola tutti i canoni estetici sino a questo momento rispettati.

L'arte non si propone più di fornire un'immagine della Bellezza naturale, né vuole procurare il pacificato piacere della contemplazione di forme armoniche. Al contrario, essa vuole insegnare a interpretare il mondo con occhi diversi, a godere del ritorno a modelli arcaici o esotici: l'universo del sogno o delle fantasie dei malati di mente, le visioni suggerite dalla droga, la riscoperta della materia, la riproposta stralunata di oggetti d'uso in contesti improbabili (vedi nuovo oggetto, dada ecc), le pulsioni dell'inconscio.

Una sola corrente dell'arte contemporanea ha recuperato un'idea di armonia geometrica che può ricordarci l'epoca delle estetiche della proporzione, ed è l'arte astratta.
Ribellandosi sia alla sudditanza della natura sia a quella della vita quotidiana, essa ci ha proposto pure forme, dalle geometrie di Mondrian alle grandi tele monocrome di Klein, Rothko o Manzoni.
Ma è stata esperienza comune di chi visitava una mostra o un museo nei decenni passati ad ascoltare i visitatori che - di fronte a un quadro astratto - si domandavano «che cosa rappresenta» e protestavano con l'immancabile «ma è arte, questa?».

E quindi anche questo ritorno «neopitagorico» all'estetica delle proporzioni e del numero si attua contro la sensibilità corrente, contro l'idea che l'uomo comune ha della Bellezza. Infine ci sono molte correnti dell'arte contemporanea (happenings, eventi in cui l'artista incide o mutila il proprio
corpo, coinvolgimenti del pubblico in fenomeni luminosi o sonori) in cui pare che sotto il segno dell'arte si svolgano piuttosto cerimonie di sapore rituale, non dissimili dagli antichi riti misterici, che non hanno per fine la contemplazione di qualcosa di bello, bensì una esperienza quasi religiosa, anche se di una religiosità primitiva e carnale, da cui sono assenti gli dei.

E d'altra parte di carattere misterico sono le esperienze musicali che folle immense fanno in discoteca o nei concerti rock, dove, tra luci stroboscopiche e suoni ad altissimo volume, si pratica un modo di «stare insieme» (non di rado accompagnato dall'assunzione di sostanze eccitanti) che può apparire anche «bello» (nel senso tradizionale di un gioco circense) a chi lo contempla standone fuori, ma non viene vissuto come tale da chi vi è immerso. Chi la vive potrà anche parlare di una «bella esperienza», ma nel senso in cui si parla di una bella nuotata, di una bella corsa in motocicletta o di un amplesso soddisfacente.

Il nostro visitatore del futuro non potrà comunque evitare di fare un'altra curiosa scoperta. Coloro che visitano una mostra d'arte d'avanguardia, che comperano una scultura «incomprensibile» o che partecipano a uno happening, sono vestiti e pettinati secondo i canoni della moda, portano jeans o vestiti firmati, si truccano secondo il modello di Bellezza proposto dalle riviste patinate, dal cinema, dalla televisione, e cioè dai mass media.
Essi seguono gli ideali di Bellezza proposti dal mondo del consumo commerciale, quello contro cui si è battuta per cinquanta e più anni l'arte delle avanguardie.
Come interpretare questa contraddizione?
Senza cercare di spiegarla: essa è la contraddizione tipica del XX secolo; A questo punto il visitatore del futuro dovrà cercare di chiedersi quale è stato il modello di Bellezza proposto dai mass media, e scoprirà che il secolo è attraversato da una doppia cesura.

La prima è tra modello e modello nel corso dello stesso decennio. Tanto per fare qualche esempio, il cinema propone negli stessi anni il modello della donna fatale incarnato da Greta Garbo e da Rita Hayworth, e quello della «ragazza della porta accanto» impersonato da Claudette Colbert o da Doris Day. Consegna come eroe del West il massiccio e virilissimo John Wayne e il mansueto e vagamente femmineo Dustin Hoffman.
Sono contemporanei Gary Cooper e Fred Astaire, e l'esile Fred danza con il tarchiato Gene Kelly.
La moda offre abiti femminili sontuosi come quelli che vediamo sfilare in Roberta, e nel contempo i modelli androgini di Coco Chanel.

I mass media sono totalmente democratici, offrono il modello di Bellezza per chi è già fornito di grazia aristocratica dalla natura e per la proletaria dalle forme opulente; l'agile Delia Scala costituisce un esempio per chi non può adeguarsi alla «maggiorata fisica» Anita Ekberg; per chi non ha la Bellezza maschia e raffinata di Richard Gere, c'è il fascino esile di Al Pacino e la simpatia proletaria di Robert De Niro.
E infine, per chi non può arrivare a possedere la Bellezza di una Maserati, c'è la conveniente Bellezza della Mini Morris.

La seconda cesura spacca in due il secolo.
Tutto sommato gli ideali di Bellezza a cui si rifanno i mass media dei primi sessant'anni del Novecento si richiamano alle proposte delle arti «maggiori». Signore dello schermo come Francesca Bertini o Rina De Liguoro sono parenti prossime delle donne languenti di D'Annunzio, le figure femminili che appaiono nelle pubblicità degli anni Venti e Trenta richiamano la Bellezza filiforme del floreale, del Liberty e dell'Art Déco.
La pubblicità di vari prodotti risente dell'ispirazione futurista, cubista e poi surrealista. Ispirati dall'Art Nouveau sono i fumetti di Little Nemo, mentre l'urbanistica d'altri mondi che appare in Flash Gordon ricorda le utopie di architetti modernisti come Sant'Elia, e addirittura anticipa le forme dei missili a venire. I fumetti di Dick Tracy esprimono una lenta assuefazione alla stessa pittura d'avanguardia.

E in fondo, basta seguire Topolino e Minnie, dagli anni Trenta agli anni Cinquanta, per vedere come il disegno si adegui allo sviluppo della sensibilità estetica dominante. Ma quando da un lato la Pop Art s'impadronisce, a livello di arte sperimentale e di provocazione, delle immagini del mondo del commercio, dell'industria e dei mass media, e dall'altro lato i Beatles rivisitano con grande sapienza anche forme musicali che provengono dalla tradizione, lo spazio tra arte di provocazione e arte di consumo si assottiglia. Non solo, ma se sembra che esista ancora una distinzione qualitativa tra arte «colta» e arte «popolare», l'arte colta, in quel clima che è definito post-moderno, offre contemporaneamente nuove sperimentazioni al di là del figurativo e ritorni al figurativo, a rivisitazioni della tradizione.

Dal canto loro i mass media non presentano più alcun modello
unificato, alcun ideale unico di Bellezza. Possono recuperare, anche in una pubblicità destinata a durare una sola settimana, tutte le esperienze dell'avanguardia, e al tempo stesso offrire modelli anni Venti, anni Trenta, anni Quaranta, anni Cinquanta, persino nella riscoperta di forme desuete delle automobili di metà secolo.
I mass media ripropongono un'iconografia ottocentesca, il realismo fiabesco, l'opulenza giunonica di Mae West e la grazia ano-ressica delle ultime indossatrici, la Bellezza nera di Naomi Campbell e quella anglosassone di Kate Moss, la grazia del tip tap tradizionale di A Chorus Line e le architetture futuristiche e agghiaccianti di Blade Runner, la donna fatale di tante trasmissioni televisive o di tanta pubblicità e la ragazza acqua e sapone alla Julia Roberts o alla Cameron Diaz, Rambo e Platinette, George Clooney dai capelli corti e i neo-cyborg che metallizzano il volto e trasformano i capelli in una foresta di cuspidi colorate o si radono a zero.

Il nostro esploratore del futuro non potrà più individuare l'ideale estetico diffuso dai mass media del XX secolo e oltre.
Dovrà arrendersi di fronte all'orgia della tolleranza, al sincretismo totale, all'assoluto e inarrestabile politeismo della Bellezza.”

 

Nella foto: Maria Zanoni e lo scrittore Umberto Eco nell'Aula Magna dell'Unical

 

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pubblicato il 11 Maggio 2005

Addio al poeta MARIO LUZI

di Pierfranco Bruni

La poesia è fatta di tempo e di luoghi. Le metafore che circondano le parole nell’immenso destino del sogno sono, appunto, quei luoghi che recitano lo spazio. Mario Luzi (Firenze 1914 – 2005) è un poeta nel tempo dello spazio nel quale i luoghi dell’essere sono fatti di sguardi ancorati alla memoria. Un intreccio che è conoscenza e dimensione dell’essere. La poesia, dunque. Una didattica sulla poesia. Bisognerebbe riflettere. Dovremmo spingerci verso una metodologia della didattica della poesia. Ma in modo serio. Il poeta è nel tempo. Chi continua negli esercizi linguistici non conosce il tempo perché non conosce l'emozione, lo stupore, la meraviglia, il dolore, la gioia, la passione. Luzi ha sempre creduto all’insegnamento della parola poetica. Tanti i suoi libri da quel 1935 quando uscì La barca. Sino a L’adorazione dei Magi e dei pastori: un classico nella sua costante ricerca di infinito.

La parola come la vita in Luzi. La parola nella vita. E, chiaramente, viceversa. Spesso si dibatte sulla funzione della poesia. Un gioco infinito ma anche indefinibile. Ci cattura. Ci aggredisce. Ci abbandona. Vive dentro di noi. Vive fuori di noi. Ma non voglio parlare di questo. Il poeta è uno scrittore. Lo scrittore non sempre è un poeta. Il poeta è attraversato dalle alchimie. Lo scrittore forse del pensare, di quel pensare che può conoscere magia e mistero ma può anche non conoscere i sentieri dell'incantesimo. Voglio andare oltre. I luoghi dello scrittore. I luoghi del poeta. I vizi. Gli assurdi.

Il poeta e lo scrittore hanno una loro geografia. Metaforica e fisica. Le case e il sogno. O la fantasia e l'allegoria. Il tempo. Il tempo nella geografia dell'anima e nella geografia del vedere, del toccare. I luoghi dello scrittore (quelli fisici inizialmente) diventano ben presto i luoghi e gli spazi della letteratura. Il più delle volte la geografia dello scrittore si impossessa dello stesso linguaggio. Un linguaggio che è recita di tempo e di modelli esistenziali. Lo scrittore si forma con il linguaggio recuperando alla memoria i segni del quotidiano. Una volta recuperati questi gesti bisogna assorbirli e non renderli rappresentativi.

La rappresentazione uccide l'atto poetico, uccide la favola, la magia, il mistero. Perché rende l'effetto creativo stesso come elemento di un realismo immediato. Lo stesso luogo non può essere una dimensione che conduce alla descrizione. Deve servirsi della metafora perché è la metafora che si impossessa di tutto il vissuto.

Mario Luzi in Vero e verso Scritti sui poeti e sulla letteratura ha sottolineato: "Il mistero è invece l'habitat, possiamo dire, ordinario del poeta, per quanto realistica possa essere la sua tesi o ipotesi di lavoro. Ci sono poeti che si professano, appunto, realisti e fondano la propria poetica sul realismo - anch'esso richiederebbe una più precisa definizione - prendiamo Brecht, per esempio: neanche lui potrebbe negare che c'è un margine di mistero nella trasformazione che il suo realismo, la sua capacità di analisi realistica del mondo è poi costretta a subire nel processo creativo, nel tradursi in un testo poetico".

Ed è vero quello che dice Luzi. Anche in Brecht si può leggere la dimensione della memoria oltre il realismo. La poesia come messaggio universale ma è tale perché si assottiglia il rapporto con il reale e prende il sopravvento il misterioso. Il tempo in letteratura non conosce il presente ma lo attraverso e lo conosce successivamente ma nel momento in cui lo ha conosciuto è già passato. In questo passato si definisce la nostalgia che in letteratura la si legge anche come patos.

Lo scrittore deve fare i conti con questi attraversamenti. In fondo il suo mondo (che è fatto di sentieri di parole e di sentieri di anima) non è un giocare con il presente e i luoghi della sua esistenza diventano metafora letterariamente ma anche antropologicamente. I luoghi dell'essere sono i luoghi del tempo. Sono i luoghi che fanno della parola un immenso universale. Un indefinito. La Sicilia per Pirandello, la Calabria per Alvaro, il Piemonte per Pavese, la Sardegna per Deledda, la Liguria per Caproni, la Toscana per Pratolini, Napoli per Domenico Rea. Soltanto esempi. Ma ci sono precise indicazioni che creano una ragnatela di suggerimenti onirici. I luoghi di Luzi sono nel cerchio magico delle immagini – metafore.

Il luogo viene sempre ad essere vissuto come destino di appartenenza. In Luzi c’è un’appartenenza fatta di cose e di simboli. appartenere ad un luogo che è stato un a - priori. Ovvero un riferimento ancestrale. Perché sì. Questo luogo di solito è il luogo dell'infanzia che si traduce come il luogo delle origini e le origini sono un richiamo che ci porta al senso della nascita. Origini come radici. Un legame che unisce ancora di più un orizzonte non solo letterario ma umano.

In questo proscenio il tempo e lo spazio sono decifrazione, appunto, di un mistero. Ma sia il tempo che lo spazio definiscono il luogo o i luoghi, come già si diceva. Ancora Luzi: "Mistero, d'altronde, non deve essere pensato come impossibilità, o rinunzia a conoscere, ma come modo altro della conoscenza, come modo particolare di conoscenza; conoscenza per mistero è una elargizione della fede, un dono dell'iniziazione confortato dal pensiero teologico, ma lo è anche per altri campi tra cui, appunto, la poesia".

La poesia come motivazione. L'ancestrale desiderio di ritrovare il luogo è un costante bisogno di ritrovar - si. Ritrovarsi, dunque, è un indefinibile desiderio che cattura, tra l'altro, il bisogno di conoscenza. Riconoscer - si nei luoghi è riconoscere un tempo e uno spazio. Ritrovarsi, riconoscersi, ritornare. Appunto il viaggio che va verso il sentimento del nostos.

Lo scrittore ha come filo conduttore un legame, appunto, ancestrale, forse inconscio, ma che diventa simbolico. Il linguaggio si nutre di simboli. Altrimenti si perde, si dimentica. Ecco perché il luogo ha sempre un valore metafisico. Non potrebbe essere diversamente. E dentro il luogo ci sono i luoghi. Il paese, il quartiere, la via, la piazza, il bar, l'incontro. Tutto questo lo si potrebbe riassumere come la "circostanza" del paesamento.

Lo scrittore cerca di allontanarsi dallo spaesamento facendo ritorno al centro. Il centro del luogo o dei piccoli luoghi è il ritornare. Ma questo luogo che è la metafisica di una esistenza e la metafora della parola che richiama echi antichi non è altro che il destino che accomuna in una identità che ha sempre una sua visione omerica. Questo luogo non può che essere definito allegoricamente con il concetto che rimanda alla metafora, ormai antica ma sempre valida, di Itaca.

Lo scrittore che cerca il paesamento o che si cerca nello spaesamento è sempre uno scrittore della nostalgia. Un paese vuol dire non essere soli raccontava Pavese. "Pensa a Itaca, sempre,/il tuo destino ti ci porterà" recitava Kavafis. Bisogna sempre pensare a quest'Itaca. Quando la si è lasciata la si porta dentro. Quando si vive fisicamente Itaca continuerà ad essere la nostra meta. E', in fondo, il viaggio. Lo scrittore che dimentica è lo scrittore che si è lasciato intrappolare dall'assenza. Uno scrittore attraversato dall'assenza sa di essere aggredito dal vuoto.

L'assenza è assentarsi. Per lo scrittore è smarrirsi. La perdita del luogo letterariamente diventa una "vacanza" ma soprattutto la si legge come un lutto e quindi come l'intrappolamento dell'angoscia. E' da questa angoscia che lo scrittore deve cercare di uscir fuori. La fuga, in questo caso, è piuttosto una fuga dall'angoscia che mira a riconquistare un destino. Ma in Luzi non c’è deriva. C’è una ontologia dello spazio e del tempo.

La letteratura è la metafora del luogo perché in essa si recupera l'agonia dello smarrimento in una dimensione non del rifuggir - si nel luogo ma ritrovare il luogo e quindi lacerare così anche il sentimento della distanza. Ritornare è in fondo è "ricostruire un universo perduto" (come dice Luzi). Sostanzialmente l'idea omerica è un destino e resta tale in un tempo che non può essere reale e che in letteratura si traduce nell'orizzonte della memoria.

La letteratura è un orizzonte che va oltre la linea ma lo scrittore non è un confine. Il poeta è un vagare. La poesia non è un percorso. E' una geografia del tempo e dell'essere. Si è stati si dice in poesia. Non si è. Perché se si è, si è già stati. La poesia è una metafora che intaglia nell'essere attraverso anche la fisicità. Un giocare con l'anima, con le disarmonie - armonie del cuore, con le linee del corpo.

Insomma vivere la poesia non è in un vivere astratto. La realtà esiste ma la realtà conosce le maschere e le finzioni. Forse nel sogno. Forse oltre… Bisogna proprio riprendersi il perduto per essere nell'anima della poesia ricostruendosi nel tempo che fugge. E' il tempo che fugge una geografia indefinibile, come è indefinibile la nostalgia della parola che sfiora le labbra in una leggera carezza tra amanti nella tenerezza, nella passione, nel respiro di un silenzio. A volte la poesia è anche silenzio. Bisogna saperla ascoltare. Il silenzio della poesia di Luzi è incanto dello sguardo. Oltre ogni luogo reale ma nel luogo del sempre.

Il poeta è il silenzio. Ma il silenzio è un linguaggio nell'indefinibilità dell'essere e del tempo. I rimandi letterari sono necessari, ma perché cercarli? Verranno da soli. Oltre i luoghi. O nei luoghi. Oppure, chissà? Il viaggio di Mario Luzi è un incidere nel solco di una memoria che supera ogni steccato geografico perché è la geografia dell’essere che si fa misterioso cammino. Un io nel simbolico che chiosa la favola indefinibile dell’uomo che non può dimenticare.

Un viaggio che si fa oggi ancora di più indefinibile. Ed è quel viaggio nell’amore che va oltre i limiti. Così in una poesia del 2004 da Dottrina dell’estremo principiante: “L’amore aiuta a vivere, a durare,/l’amore annulla e dà principio. E quando/chi soffre o langue e spera, se anche spera, che un soccorso s’annunci di lontano,/è in lui, un soffio basta a suscitarlo./Questo ho imparato e dimenticato mille volte,/ora da te mi torna fatto chiaro,/ora prende vivezza e verità.//La mia pena è durare oltre quest’attimo”.
 

Nella foto: il poeta Mario Luzi, spentosi lunedì 9 maggio 2005

 

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pubblicato il 2 Maggio 2005

Luci a San Siro... di questa sera: Maria Zanoni rilegge Roberto Vecchioni  in concerto al Politeama di Catanzaro.

di Maria Zanoni

Una straordinaria performance teatrale, più che il solito concerto.
Un ritorno al "lirismo" che privilegia la parola, la "sua" musicalità, l'incanto che può esibire quando è nuda e cruda davanti a tutti.

L'Artista canta, sussurra, colloquia, accompagnato solo da due musicisti: uno al pianoforte, l'altro al contrabbasso.
Un “recital” che sta tra il cabaret espressionista, il recitar cantando e il canto-confessione (come dice Vecchioni stesso); e si presenta come un varietà da camera in cui le canzoni sono ovviamente protagoniste.
Le canzoni che confessano disagio, dolore e speranza attraverso la favola, il mito, le identificazioni storiche, gli amici, i grandi "vecchi", come afferma lo stesso cantante che spesso ama ricordare: “Più si va avanti negli anni e più si ringiovanisce nella coscienza e nel cuore. Puoi sfidare le cose. Non te ne frega più niente. Dici le cose che vuoi dire. Il senso delle cose, piccole o grandi che siano, si confonde e scompare, mentre il senso dell'amore rimane intatto ed eterno”.

E come non condividere?!?

Vecchioni dialoga magistralmente con il pubblico, tra letture di brani di favole e omaggi a Van Gogh, a Gauguin, a Pessoa, a Dante Alighieri, in mezzo ad una scenografia che non distrae, ma fa pensare: libri accanto al pianoforte; e ancora libri vicino ad una sedia.
E il “cantante-poeta-prof” racconta storie di vita, anche della sua vita; e, col tipico gusto dell'appassionato di crittografia, nelle pieghe occulte dei suoi versi racconta storia e letteratura.

Ho ri-scoperto Roberto Vecchioni in una calda serata d’agosto 2004 in Calabria.
Lì ho conosciuto il cantante, il poeta, l’uomo.

E non era quello incontrato negli anni sessanta.
Erano diverse le parole, le note, le sensazioni, le emozioni; diversi anche i sorrisi, gli incanti, i ricordi all’animo di chi (come me) andava al concerto più per una sfida, una curiosità, che per il piacere di godersi il cantante preferito e rivivere emozioni.

Parlavo spesso di Vecchioni con un’amica carissima e mi chiedevo: cosa potrà trovare nei testi e nella musica di un attempato cantautore una giovane “innamoratissima del mitico Roberto”?
E spesso riflettevo su quanto dice sul viaggio poetico e musicale di Roberto Vecchioni il mio amico Pierfranco Bruni nel suo libro “Fabrizio De Andrè – il cantico del sognatore mediterraneo”.

Bruni, saggista attento, indagando sulla poesia italiana, rileva che “la poesia, come forma tradizionale negli anni Sessanta si trovava a vivere un processo di dissolvimento non solo della parola, ma nei contenuti. E in aiuto alla poesia venne la canzone d’autore. Da una parte (per citare soltanto alcuni nomi) i Gino Paoli, i Luigi Tenco, i Bruno Lauzi e dall’altra Fabrizio De Andrè, Lucio Battisti, Francesco De Gregori, Franco Battiato, Riccardo Cocciante e poi Claudio Baglioni, Antonello Venditti, Roberto Vecchioni.

La novità esemplare fu che la maggior parte di questi cantautori proveniva da una scuola di pensiero che, nonostante sottolineasse l’impegno e il realismo, cantava l’amore, l’emozione degli incontri, il rimpianto del tempo che passa, la lontananza, la nostalgia, l’abbandono. [...] La parola così ritornava a vivere. Anzi ad essere presente nei codici del sentimento che si faceva vita. La presenza della poesia e dei poeti era un attraversamento non di mestiere ma di parametri emozionali, che davano senso all’incontro tra parola e musica.
[...] Si pensi al recupero della tradizione poetica di Roberto Vecchioni. [...] L’autore di El bandolero stanco conosce molto bene la letteratura e nei suoi testi ci sono segnali precisi che vanno da Pavese, a Pascoli, a Rimbaud, a Penna, ad Alda Merini, dalla letteratura greca a quella latina e così via. [...] un viaggio nel cerchio magico della parola-mistero”.

Il confronto di opinioni con i miei amici creò in me curiosità e nello stesso tempo un po’ di rimorso per aver “trascurato” uno dei grandi.

Le canzoni di Vecchioni erano passate sulla mia pelle di liceale senza lasciare segno evidente.
Erano quelli gli anni della contestazione giovanile che si consumava nelle grandi città, ma che nelle nostre realtà di provincia aveva scenari diversi.
Era il tempo in cui le canzoni davano emozioni e creavano legami; accompagnavano i primi amori, le delusioni, le lontananze, le nostalgie.
E così, le note delle canzoni di Mina, Celentano, Morandi, dei Beatles e poi ancora di Battisti e Baglioni scandivano il tempo della mia vita, accompagnando le mie solitudini e caricando i momenti di gioia.

Eravamo alla metà degli anni Settanta, quando da una radio locale conducevo un programma di musica e poesia, scegliendo dall’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters liriche significative e struggenti che affascinavano e trascinavano verso la poesia un pubblico sempre più distratto e intrappolato dal consumismo e dalle mode del momento.
Intanto Fabrizio De Andrè realizzava l’album “Non al denaro non all’amore né al cielo” in cui il cantautore ligure ha riletto l’opera dello scrittore americano.

Quanto tempo è passato da allora... Oggi, nella stagione dei bilanci, quel senso di curiosità-rimorso, mi ha portato a riscoprire Roberto Vecchioni e la sua poesia che valica i confini del tempo.
È così che ho iniziato un viaggio alla scoperta dei legami che uniscono le canzoni alla poesia, alla letteratura e alla storia, per dimostrare come ci si possa avvicinare alla storia e alla letteratura, non soltanto attraverso le pagine dei manuali, ma anche con le canzoni.

Non a caso Vecchioni afferma sull’enciclopedia Treccani: “La canzone d'autore, pur partendo da due modelli semantici preesistenti (il linguaggio poetico e la notazione musicale) non si presenta come somma aritmetica dell'uno e dell'altra.
Essa è già alla sua origine unità inscindibile di racconto elaborato su figure letterarie proprie e tessuto metrico che accompagna liberamente le parole.
Non si possono separare musica e testo e non si può prescindere dall'interpretazione che diventa terzo elemento semantico essenziale: siamo di fronte alla nascita di una forma d'arte e più particolarmente di un genere letterario nuovo”.

E ancora, non a caso, nell’anno scolastico 1999-2000 il prof Vecchioni ha promosso oltre 40 appuntamenti con le scuole superiori e le università italiane, incontrando oltre 50.000 studenti sul tema "Musica e poesia", illustrando l'evoluzione storica della canzone d'autore, impegnandosi a diversi livelli per il riconoscimento pieno della canzone come forma poetica a se stante, forma espressiva ricca e potente che muove sui tre canali semantici della scrittura poetica, del brano musicale e dell'interpretazione teatrale.
Oltremodo incuriosita da una affermazione del prof Vecchioni: "Quando a scuola tengo una lezione di storia" "non parlo mai di date, di fatti, ma di antropologia”, ho cominciato a leggere con attenzione i suoi libri.

Viaggi del tempo immobile (1996), è la storia di Teliqalipukt, il protagonista immortale con il compito di raccontare i propri vissuti con uomini storici illustri. È l’Artista che racconta ad un gruppo di bambini le paure, gli amori, i sentimenti, il lato più umano, insomma, di vari personaggi della Storia: Alessandro Magno e Fernand De Saussure, Saffo, Andromaca e Miguel de Cervantes, Napoleone e Rimbaud.

Le parole non le portano le cicogne (2000) tratta dell’incontro di una diciassettenne inquieta, Vera, con un vecchio linguista dolcissimo ed eccentrico, Otto November, che le svela quanta forza e vitalità custodisca ogni lingua, non con enfasi accademica, ma con il linguaggio semplice della vita.

Il libraio di Selinunte (2004) narra la storia di un uomo misterioso, un libraio che narra i suoi libri più che venderli e che riesce a stabilire un magico legame solo con Frullo, un ragazzo tredicenne che, nascosto dietro due pile di libri, lo ascolta leggere ogni sera i passi più belli dei grandi poeti e romanzieri di ogni tempo. E quelle parole, per Frullo come per ogni lettore, spalancano di colpo un universo di emozioni e di storie che hanno un'eco lunga, come una favola infinita.

La “nostalgia di vivere” è il motivo di fondo che anima i personaggi letterari e storici di cui è ricca la produzione artistica del cantautore brianzolo.
Fernando Pessoa, Saffo, Alda Merini, Thomas Mann, sono gli autori cantati da Vecchioni che esprimono questo sentimento di grande attaccamento alla vita, nei quali l’autore proietta sempre qualcosa di sé.

Nella canzone Lettere d’amore entriamo nell’animo del poeta portoghese Pessoa, che, alla fine dei suoi giorni, fortemente attaccato alla vita, comprende di aver cercato di capire il mondo scrivendo migliaia di pagine, ma di essersi dimenticato di scrivere lettere d’amore.

...e capì che “invece di continuare a tormentarsi
con un mondo assurdo
basterebbe toccare il corpo di una donna,
rispondere a uno sguardo...
E scrivere d'amore,
e scrivere d'amore”....


Nelle parole della Canzone per Alda Merini, traspare la volontà di affermare il proprio disperato desiderio di vivere:
basta anche un niente per essere felici,
basta vivere come le cose che dici,
e di vederti in tutti gli amori che hai
per non perderti, perderti, perderti mai.


Il brano La bellezza mi regala forti emozioni.
Nella canzone, ispirata al racconto La morte a Venezia di Thomas Mann, traspare il rimpianto per il tempo che passa. Ma la concezione che Vecchioni ha del tempo è particolare: è come se i suoi personaggi dilatassero il tempo della propria esistenza rimanendo ancorati a piccoli frammenti di vita.

Passa la bellezza
nei tuoi occhi neri,
scende sui tuoi fianchi
e sono sogni i tuoi pensieri...
Venezia "inverosimile
più di ogni altra città"
è un canto di sirene,
l'ultima opportunità
ho la morte e la vita tra le mani
coi miei trucchi da vecchio senza dignità:
se avessi vent'anni
ti verrei a cercare,
se ne avessi quaranta, ragazzo,
ti potrei comprare,
a cinquanta, come invece ne ho
ti sto solo a guardare ...


E le note di Marika, dall’ultimo album "Rotary club of Malindi":

“Canta Marika canta che da domani tornano le stelle,
canta noi siamo il sangue che scorre nella tua pelle,
canta non ti fermare, non ti voltare, gira tra la gente,
siamo nelle tue mani, un vento sale un vento scende
dietro è il domani, domani è il presente”


mi riportano alla mente la Marika, dagli occhi dolci, grandi, pungenti, dal sorriso antico, che sapeva amare, “trafitta dal vento della morte in un giorno d’estate” che anima le pagine de “L’ultima primavera” (1998) di Pierfranco Bruni.
“Dopo la morte di Marika... non ho mai visto / il cielo / urlare di sangue / come in questi giorni / mentre le mie parole (continua Bruni) inchiodano silenzi / mentre / le voci di sabbia / impallidiscono...”
E’ la stessa Marika dell’ultimo romanzo di Bruni Quando fioriscono i rovi. (2004):
“Marika, occhi di oceano che restano nel vento della memoria”...
“Sei dentro di me come un’aurora che entra nel giorno”...
“Lo so che ritrovarti è soltanto un arcobaleno di metafore
ma lasciami questa nostalgia che è graffiata nell’anima”...
Una metafora nella finzione e nella realtà, che continua a vivere nella coscienza dei nostri giorni.
Cesare Pavese ne Il mestiere di vivere ha scritto:
“Non si ricordano i giorni, si ricordano gli attimi”.
E sono proprio gli attimi che la musica spesso aiuta a fermare e a riscoprire.

 

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