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Terra e casa


Indice Libri

 

TERRA E CASA

La società rurale di Calabria

Vocabolario etnofotografico

 Storia etnofotografica della civiltà contadina di Calabria. Foto di oggetti e utensili in uso alla società del passato, con i loro nomi in Dialetto di Calabria, Arbereshe, Grecanico, Occitano.


Autori Claudia Rende - Maria Zanoni

 

Edizione Arte26

 

Caratteristiche 168 pagg.    formato 17x24

 

Prezzo € 20,00   ordina libro
   
 

INDICE degli argomenti:

 

Civiltà contadina e culture minoritarie: valori e radici

La cultura popolare contadina

Terra amara da amare

Il paesaggio agrario della Calabria

La crisi agraria dopo l'unità d'Italia

Glia anni della fame

Un pezzo di terra

L'occupazione delle terre incolte

La riforma agraria e la depressione economica

Civiltà di pane

La casa, l'aia e la vigna

Donne protagoniste

Dal tramonto del mondo rurale alla speranza di una nuova rinascita

Conclusioni

 

VOCABOLARIO ETNOFOTOGRAFICO - Italiano - Dialetto - Arbereshe - Grecanico - Occitano

Gli oggetti della civiltà contadina

 

 

Premessa

Ancora un libro sulla civiltà contadina di Calabria?
Ebbene sì.
Una scelta di radici e di orizzonti.
Una scelta animata da forte sentimento delle cose, dei luoghi e delle parole.
La prospettiva che ci ha mosso è quella di “fermare” sulla carta oggetti e ambienti abbandonati o ancora in uso, parole dialettali, che raccontano la nostra storia, per strapparli all’oblio. La foto, infatti, ferma la gestualità contadina che costituisce un repertorio particolarmente significativo, dal punto di vista etno-antropologico.


L’immagine ha un suo spessore culturale e sociale. L’etnofotografia non è tecnica d’Arte, esercizio estetico o memoria privata, ma documento, strumento conoscitivo dell’ambito che rappresenta. La foto etnografica non è illustrazione: è anello di congiunzione tra l’osservazione e la descrizione. Sono state utilizzate anche foto d’epoca archivistiche e “vernacolari”, scattate non da professionisti, che possano rivelare il senso degli oggetti e degli ambienti. Questa forte volontà di rinascita culturale che ci anima, di un “nuovo rinascimento” della nostra terra, allontana sentimenti di malinconia e rimpianto del tempo antico che solitamente emanano le cose del passato.


E allontana anche il senso di abbandono, di solitudine, di desolazione che avvolge vecchi casolari, invasi dai rovi, attrezzi aggrediti dalla ruggine, utensili ammantati di polvere, mentre resistono all’invasione ed alla devastazione del tempo, della natura e degli uomini.
Le foto degli oggetti richiamano emozioni e ricordi specifici, spesso più significativi di quelli evocati dal semplice nome dialettale.
Significativi sia per l’anziano che quegli oggetti ha usato quotidianamente fino a qualche decennio fa, sia per il meno anziano per il quale quegli oggetti hanno avuto un ruolo nella sua infanzia, sia anche e soprattutto per i giovani che devono imparare a leggere cose e territori, devono essere stimolati alla conoscenza di valori e civiltà passate che siano modelli di comparazione con il presente.


Leggere “i resti” del passato, nel contesto territoriale, permette di non estranearsi dal presente, di riappropriarsi delle proprie radici, per aprirsi alle offerte della società interculturale.
Terra e casa: un binomio inscindibile per la civiltà rurale, in cui affondano le nostre radici. Un tema affascinante da “leggere”, un campo da guardare con occhi diversi, superando l’antica concezione che il termine “rurale” indichi un’area agricola, povera e arretrata dal punto di vista culturale.


Noi ci lasciamo affascinare da ruderi e pietre che parlano di antiche civiltà e della cultura popolare contadina per troppi anni rifiutata e negletta.
Proponiamo, pertanto, un vocabolario illustrato di attrezzi usati nei campi e di utensili usati abitualmente in casa dalla società agro-pastorale del passato, con didascalie in italiano, e vocaboli in dialetto e lingue minoritarie, preceduto da un’ampia analisi degli aspetti peculiari di quella “etnia”.


La cultura contadina è cultura dialettale. Le voci dialettali si connettono strettamente alla cultura primitiva della popolazione rurale.
E i dialetti di Calabria, nelle loro marcate differenziazioni a seconda delle aree geografiche, sono un prezioso bene culturale da conservare, per scongiurarne l’estinzione. Sono modelli definiti nel processo etno-antropologico dei territori.
La lingua si conserva parlandola, sotto la guida di cultori e appassionati e con l’ausilio di testi letterari tramandati e riscoperti (racconti, commedie, fiabe, canzoni, proverbi) e di poche e più importanti regole grammaticali.


È necessario principalmente conoscere il lessico della società contadina.
Certo non è facile farsi testimoni di una civiltà, di una cultura (che fino al secolo scorso era sostanzialmente orale), di una lingua che da decenni si sono avviate al lento declino. Non solo per la competenza che il lavoro di ricostruzione richiede, ma anche per la persistenza del sentimento delle cose, dei luoghi e delle parole, più che mai necessario in questo campo.
La bella esperienza del Festival del Dialetto e Lingue minoritarie di Calabria, da noi organizzato e che ha coinvolto tanti giovani, ci ha dato la certezza che la lingua “dei nonni” non è appannaggio solo di poche persone anziane e che gli oggetti tradizionali che fino a poco tempo fa venivano rifiutati, come simboli della faccia negativa della condizione socio economica dei tempi di miseria, sono patrimonio da rivalutare e da conoscere, per affrontare il futuro.


Il futuro si costruisce sul passato e si rende intellegibile solo attraverso la comprensione delle radici di cui è frutto.
Utensili e parole hanno scandito i tempi dell’evoluzione che gradualmente ha condotto un’antica civiltà fino ai nostri giorni.
Dopo aver dato alle stampe una ricerca sui “Palmenti”, arcaiche vasche per la vinificazione, scavate nella roccia, che affiorano numerosi sul territorio calabro e raccontano la storia della “terra del vino”, dopo la pubblicazione del lavoro sulla storia e la cultura dell’alimentazione in Calabria, e poi della ricerca etnofotografica sugli antichi mestieri, il lavoro si è concentrato sugli oggetti della civiltà contadina e sui loro nomi dialettali.


Il testo si propone come strumento didattico di consultazione, approfondimento e ricerca, con l’obiettivo di contribuire alla salvaguardia di un prezioso patrimonio, in via di estinzione.
L’intento non è stato certo quello di rilevare sul campo migliaia di oggetti e rispettivi nomi usati nelle cinque maggiori aree linguistiche della Calabria. Piuttosto si è badato, per impostazione didattica del lavoro, per una efficace comunicazione, soprattutto con le giovani generazioni, a privilegiare i lemmi dialettali più usati nell’area settentrionale, centrale e meridionale per definire gli oggetti.
Non un’infinità di oggetti nelle loro varianti, ma solo esemplari, selezionati per rappresentatività e non per completezza. Convinti che non sempre la quantità dei materiali presentati coincide con una più alta forza di rappresentazione.
La documentazione fotografica da noi prodotta, che illustra le ricerche antropologiche fatte sul campo da molti anni in varie zone della Calabria alla scoperta di tracce di cultura materiale e nello stesso tempo della nostra identità, non indulge ad alcun compiacimento estetico e a sentimenti nostalgico-mitici.


Gli oggetti materiali, usati in casa e nei campi dall’antica società contadina, rendono testimonianza autentica di secoli di vita rurale, raccontano la storia della civiltà passata.
I contesti naturali, le abitazioni con i loro arredamenti, i loro attrezzi o utensili sono stati ripresi dall’obbiettivo fotografico quasi sempre così come sono nella quotidianità; nulla è stato imbellito per tagliare i difetti. Le foto sono state da noi scattate in maniera estemporanea, spesso alzando in aria l’oggetto momentaneamente prelevato da una buia soffitta abbandonata o da una vecchia stalla da tempo in disuso.
Le immagini, con i nomi disposti in ordine alfabetico, sono contestualizzate spesso con foto d’epoca nell’ambiente d’uso, per conservare materiali e testimonianze della civiltà contadina tradizionale.


Contestualizzando il reperto, si fa storia, anche se parziale.
Ogni oggetto rimanda a coordinate immateriali ed umane, non solo temporali e spaziali, fatte di lingua, usi, costumi che riproducono costantemente il senso di appartenenza ai territori.
E questo libro si propone come stimolo al recupero dei caratteri simbolici e tradizionali della cultura popolare, come incitamento alla ricerca ed all’approfondimento da parte delle giovani generazioni. L’educazione permanente, attraverso la lettura dei musei, delle opere d’arte, delle tradizioni che il tempo va cancellando, permetterà alle nuove generazioni di riappropriarsi dei valori del passato, indispensabili a costruire il futuro.
Conoscere il passato, attraverso i suoi segni, i suoi riti, i suoi miti, i suoi simboli, significa attraversare processi di civiltà, riempire di contenuti lo spazio vuoto che la società contemporanea, in declino, va scavandosi attorno.


E questo lembo di terra, al centro del Mediterraneo, crocevia nella storia di tutti i tempi del passaggio di culture e religioni diverse, per proiettarsi in Europa, deve riappropriarsi delle sue eredità che sono greche, romane, bizantine, arabe, normanne, francesi, spagnole, i cui segni sono sopravvissuti alla violenza dei terremoti, alla inclemenza del tempo, alle distruzioni dell’uomo.
Le pagine iniziali del Testo riportano alcuni brevi saggi elaborati ed approfonditi durante l’attività di studio e di ricerca antropologica del Centro d’Arte e Cultura 26, in quest’ultimo ventennio, sulle tracce della civiltà contadina; le riteniamo necessarie, seppure improntate alla sintesi storica, per la completezza della trattazione e per una migliore comprensione delle illustrazioni, soprattutto da parte dei più giovani.
Tra questi segni del passato ci confrontiamo nel dialogo tra cultura, popoli e civiltà. Tra questi Beni Culturali, d’inestimabile valore, fonti culturali di primaria importanza, ricostruiamo la nostra identità, riscopriamo la memoria storica e ci educhiamo a rispettarla.


Oggi, dunque, si può essere attori di un nuovo processo di cambiamento, costruttori di nuova cultura, riscoprendo le radici della civiltà contadina, per conoscere e tutelare la qualità e tipicità delle produzioni locali, potenziare la vocazione agricola del territorio, adeguandola alle nuove tecniche colturali, per salvaguardare l’ambiente e rispettare le bellezze naturali.

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