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DENTRO LE VOCI

di Angelo Biscardi

Edizioni Centro Cultura e Arte 26 - 2017

 

 

PRESENTAZIONE di Arcangelo Badolati

  

Un sogno coltivato sin da bambino: raccontare la storia sportiva, sociale e politica della propria città sulle pagine di un grande quotidiano. Un sogno che Angelo Biscardi ha coronato

grazie all’abnegazione, ai sacrifici e alla passione mostrati in

questi anni, da quando è diventato giornalista e collaboratore della

Gazzetta del Sud.

Prima ha cominciato seguendo le imprese della

squadra calcistica del cuore – il Castrovillari – poi s’è lanciato

nell’agone amministrativo e politico approdando, infine, al delicato

settore della cronaca nera e giudiziaria. Cronista imparziale e

attento osservatore della realtà castrovillarese e dell’intera area del

Pollino, Angelo ha trasformato la sua “passionaccia” in una ragione

di vita. E così, giorno dopo giorno, armato della sua inseparabile

macchina fotografica ha seguito gli eventi che hanno segnato la

storia di questo pezzo della Calabria Citra. Mai una sbavatura,

mai una sterile e inopportuna presa di posizione: Biscardi rientra

nel novero dei giornalisti di razza, quelli che scovano la notizia

e la raccontano ai lettori senza infingimenti, sconti o ritrosie.

 

In questo libro s’inseguono momenti di cruciale importanza per la

comunità civile: dalla storica venuta del Papa nel 2014 alle mille

battaglie condotte in difesa del lavoro e dell’ambiente, fino alla via

crucis della chiusura del viadotto “Italia” lungo l’autostrada del

Mediterraneo. Biscardi ha sempre fedelmente ricostruito ogni fase

dei singoli eventi, facendo emergere sentimenti, passioni, dolori

e felicità, ricavandosi di diritto un ruolo nella storia della società

castrovillarese. Generoso e altruista, s’è sempre posto, anche nei

momenti più complessi, al servizio di Gazzetta del Sud.

Memorabili sono i suoi resoconti calcistici, in grado di toccare il cuore della tifoseria rossonera.

Se c’è una cosa che non possiamo perdonargli è proprio la sua esagerata fede per i “lupi” del Pollino, che diventano

<invincibili> in caso di successo e <sfortunati> in caso di sconfitta.

Mai un solo cenno alle polemiche che pur avvelenano spesso

il mondo del calcio. Commovente il ricordo, nel libro, di due

personaggi le cui vite si sono incrociate con le vicende di questa

terra: il maestro Luigi Le Voci e padre Adolfo Della Torre. Due

simboli, ciascuno nel proprio campo, di attaccamento agli ultimi

ed agli indigenti. Angelo è una insostituibile risorsa, un patrimonio

prezioso per il nostro giornale e, di conseguenza, per la comunità

del Pollino.

 

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NELLA TUA NUDA E SOLITARIA STANZA

Dialogo immaginario con Vincenzo Padula

di Enzo Cordasco

Edizioni Arte26 - 2015 

 

PRESENTAZIONE di Maria Zanoni

La Collana Percorsi Mediterranei si arricchisce del saggio di Enzo Cordasco "NELLA TUA NUDA E SOLITARIA STANZA", in cui sta il Mediterraneo della parola, alla ricerca dell'anima, il Padula dei linguaggi ritrovati nel Mediterraneo vissuto.
Giacchè, ...gli studi forti sono propri dei calabresi... affermava lo stesso prete-scrittore, che dipingeva personaggi inquieti ed inquietanti, trasudanti desideri, paure, ansie di romantica spontaneità, ricca di simboli e allegorie, ispirati da valori di uguaglianza, solidarietà e giustizia.
L'animo sensibile e ispirato di Enzo Cordasco, Autore/Attore/Critico teatrale sulla scena poetica del Padula, ci porta per mano nel mondo degli umili, dei contadini sopraffatti e rassegnati, o ribelli contro ingiustizie e soprusi, valorizzando il Dialetto, la lingua madre, che dà plasticità alle immagini e dispensa emozioni, valori, sapori, insomma, è lo specchio della reale condizione del mondo contadino.
Enzo Cordasco ci fa gustare i versi di Vincenzo Padula, trasportandoci in una dimensione surreale, in cui si avvertono «i suoi sentimenti democratici, la sua umanità di poeta, la sua illuminante attenzione di sociologo per “lo sfasciume pendulo sul mare”».


L'AUTORE

ENZO CORDASCO, nato a Francavilla Marittima, in Calabria, vive a Perugia. Dopo gli studi superiori classici e la laurea al Dams dell’Università di Bologna in Storia, Critica del Teatro e Drammaturgia, si specializza in Arti dello Spettacolo e della Moda e Comunicazione della Cultura nelle Università di Bologna e di Siena, e in Management Artistico all’Università Cattolica di Milano. Ha lavorato per anni con il Teatro di Sacco di Perugia, in qualità di Presidente e Responsabile organizzativo, e con altri organismi di Teatro Contemporaneo con i quali si è occupato di scrittura creativa e scenica per workshop teatrali e per spettacoli professionali. Ha scritto anche saggi, testi poetici e di critica teatrale in vari blog e riviste (Micropolis, Umbria Contemporanea, Hystrio, etc.).

Cura il Laboratorio Yourcenar Perugia, divulgando l’opera della scrittrice, soprattutto la produzione drammatica, in chiave performativa. È socio e collaboratore culturale del Centro Internazionale Antinoo per l’Arte e Documentazione Marguerite Yourcenar di Roma, di cui cura e coordina la sezione perugina.


Ha pubblicato:Un Teatro di voci e di ombre: Marguerite Yourcenar sulla scena, CRACE Perugia, 2009, le raccolte poetiche e saggistiche Di roccia e di vento. Le donne ardenti della Yourcenar. Aletti editore, 2013, e Fulgide luci dello Jonio: un memoir tra poesia e teatro. Aletti editore, 2014, una silloge di 7 poesie nell’Antologia Riflessi, Pagine editrice, Roma, con audiolibro su www.poetiepoesia.com e Voci dal timbro incerto: 15 poesie sulla diversità contenute nell’Antologia Apeolite, Aletti editore, 2014 (volumi cartacei e relativi e-book). Collabora con Fondazioni e Associazioni culturali in Umbria e in numerose regioni italiane, tra cui il Teatro Dioniso di Brescia.

Fa anche parte, come socio attivo, della SIEY Société Internationale d’Etudes Yourcenariennes (Clèrmont-Ferrand/Tours) e del CIDMY Centre International de Documentation Marguerite Yourcenar (Bruxelles).

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CANTI SCKATTARUSI

La raccolta di antiche canzoni e filastrocche scomparse di Mena Filpo

 edizioni Arte26 - 2016

Il Centro Cultura e Arte 26, diretto dall'antropologa Maria Zanoni, nell'ambito del 5° Festival del Dialetto di Calabria, ha curato la pubblicazione di un QUADERNO della tradizione popolare, una raccolta di antiche canzoni e filastrocche, Canti sckattarùsi, trascritti da Mena Filpo e carpiti negli anni dalla viva voce degli anziani protagonisti di un mondo contadino ormai scomparso.

 

Mena Filpo, studiosa di dialetto, si affaccia sul palcoscenico per presentare la sua prima commedia in vernacolo di Castrovillari, la sua città, alcuni anni addietro per gridare la sua passione per la lingua madre, un bene culturale prezioso, da tramandare, perchè riflette la condizione esistenziale della società dei secoli passati, ricca di valori socio-culturali complessi.

 

In una società multiculturale e plurilinguistica che sta progressivamente perdendo la propria identità, promuovere la cultura del dialetto locale significa riappropriarsi delle proprie radici identitarie, cogliendo la modernità dei complessi valori portati dal patrimonio linguistico.

 

Il dialetto è parte integrante nei processi integrativi tra lingua, storia e identità. Esso racconta la storia di una comunità. Perciò ha un rilevante valore antropologico-culturale. Studiare le forme dialettali consente di ripercorrere il tracciato antropologico e storico di un popolo grazie al suo modo di esprimersi e di comunicare. E’ finito il tempo di considerare il dialetto “la lingua del popolo senza libro”. Mettiamo da parte il pregiudizio che il dialetto è una “lingua di serie B, senza timore di sembrare “poco colti”.

 

E’ ora di “studiare” i tratti caratterizzanti di un mezzo espressivo tra i più efficaci della cultura italiana, che accomuna, con il suo legame alle tradizioni, ed oggi è sempre più vicino alle culture giovanili, passando anche attraverso la musica ed il teatro. E Mena Filpo  lo ha capito da tempo, da quando ha formato la sua compagnia di Teatro dialettale amatoriale "I Pirrupàjini" con la quale ha rappresentato ben 10 sue commedie.

 

I Canti di fede, le canzoni popolari, i modi di dire, a volte coloriti ed efficacissimi, che Mena Filpo ha raccolto con entusiasmo, recitano emozioni, appartenenze, legame alla propria terra. In queste pagine vive la gente semplice, la sentenziosità, la saggezza popolare, in cui si esprime il buon senso tipico dell'ambiente popolare che si manifesta, appunto, in certi caratteristici atteggiamenti del linguaggio. Mena sa che il prezioso patrimonio linguistico che va scomparendo necessita di operazioni di valorizzazione.

 

E questo lavoro mira al riscatto della memoria, che risulta sempre più necessaria alle nuove generazioni, per non perdere il contatto, senza enfasi né esaltazioni, con l’identità dei progenitori.

Non è il solito rimpianto di cose lontane e perdute. È un che di vivo, di gioioso che ci riporta ad un mondo “a misura d’uomo”, lontano dalla solitudine e dalle inquietudini di una vita massificata e malsana della società postmoderna.

 

Maria Zanoni promoter del Festival del Dialetto di Calabria

 

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GESU' CRISTO

Fascino e follia dell'Amore

 

di  Adriana De Gaudio - don Carmine Scaravaglione

 edizione Arte26 - 2010 -

 

Prefazione di S. E. † Vincenzo Bertolone, Vescovo di Cassano

 

Il card. Newman diceva che nessuno può prevedere l'avvenire, (con buona pace degli astrologhi imbonitori e di tutti quelli che - tanti! - si lasciano imbonire) certo, l'avvenire non si può prevedere però è possibile definirne la struttura. Quanto alla Chiesa, il suo avvenire e sviluppo poggia sul mistero della morte e resurrezione di Cristo: sulla ricchezza della Tradizione, sulla Liturgia, sulla pratica religiosa, sulla pietas e sulla religiosità popolare.

Fin dal XIII secolo c'era l'uso di esprimere la compartecipazione alla passione di Cristo facendo un percorso che in qualche modo riproduceva la via dolorosa ascesa, ricreando le situazioni narrate dagli evangelisti, dalla preghiera del podere del Getsemani, dopo la santa cena pasquale, al bacio di Giuda come segnale alle guardie di arrestare Gesù, al processo, eccetera fino all'epilogo tragico della crocifissione, seguita però dalla gloriosa risurrezione.

 

Tradizionalmente ciascuna pagina dolorosamente rievocatrice viene chiamata "stazione". In questo modo l'imitazione ha il sopravvento - per quanto si faccia - sulla meditazione. Basti pensare che nel Trecento le stazioni erano 47! Questo perché la Chiesa era incline a recuperare tutte le leggende (cadute, Veronica, eccetera). Le 14 stazioni classiche risalgono al XVI secolo, e tuttavia dovrà passare un altro secolo per avere non solo le 14 stazioni (che tuttora conosciamo e percorriamo), ma anche con la stessa successione e tipologia di episodi. Non è detto, nonostante ciò, che così com'è oggi questo "pio esercizio" non possa e non debba essere modificato. I

nfatti, se lo scopo è quello di mettere in risalto gli insegnamenti più profondi della passio Christi, allora sarà auspicabile apportare alcune significative modifiche togliendo qualche episodio (vedi sopra) e sostituendolo con qualche lettura di brani appositamente scelti: meditazione e contemplazione se ne avvantaggerebbero. Inoltre, sarebbe apprezzabile che venisse privilegiato il nesso tra Passione e Resurrezione con l'inserimento di alcune stazioni che, sottolineando la vittoria di Gesù sulla morte e sulla sofferenza, diano una visione più unitaria del mistero pasquale ed al significato della vita umana redenta. Il libro scritto a quattro mani dalla De Gaudio e da mons. Scaravaglione riflette la Via Crucis che tutti conosciamo.

 

La divisione dei compiti, tra i due Autori e, quindi, della visuale dell'approccio e dell'apporto al tema, è congeniale ai rispettivi saperi e ruoli: la prima si è occupata dell'aspetto iconografico della Passio, il secondo spiega (catechisticamente ed omileticamente) le pagine del Vangelo o appartenenti all'immaginario, storico (ma comunque presenti nella Via Crucis da secoli, come detto), sempre avendo riguardo per la prima parte del libro, anzi citando continuamente la De Gaudio. Il risultato è doppiamente vantaggioso per i lettori (che spero siano numerosi) i quali vedono "servirsi" contemporaneamente storia dell'arte e spiritualità religiosa, presente quest'ultima nella maggior parte dei pittori della cui produzione la De Gaudio ha tratto le opere composte da essi per illustrare il fatto evangelico.

 

Come ogni scelta, specialmente in ambito artistico-letterario, anche questa è ovviamente personale e così ella ha ritenuto di poter rinunciare a Duccio di Buoninsegna e Masaccio; ma, ripeto, quando il criterio è soggettivo non c'è neppure da discutere. 1 pittori da lei scelti sono 19, di cui 5 moderni o addirittura contemporanei/ viventi, come il calabrese Schettini Montefiore. La sua fatica si è estesa anche ad un interessante excursus sul tema specifico della crocifissione, coprendo un arco di diciotto secoli: da una parete graffita da una mano ignota fino a Chagall e Guttuso. Tutto ciò denota molta dedizione ed altrettanto scrupolo e competenza. Concludo questa prima parte con un testo di Natalia Ginzburg: “Il crocifisso è il segno del dolore umano. La corona di spine, i chiodi, evocano le sue sofferenze. La croce che pensiamo alta in cima al monte, è il segno della solitudine nella morte.

 

Non conosco altri segni che diano con tanta forza il senso del nostro umano destino. Il crocifisso fa parte della storia del mondo. Per i cattolici, Gesù Cristo è il figlio di Dio. Per i non cattolici, può essere semplicemente l'immagine di uno che è stato venduto, tradito, martoriato ed è morto sulla croce per amore di Dio e del prossimo". Quanto alle altre due mani, debbo affettuosamente smentire mons. Carmine Scaravaglione quando nell'Introduzione dichiara che si limiterà a "riflessioni veloci per non appesantire la lettura".

Ma sono ben lieto di smentirlo perché se spesso ha indugiato, donandoci qualche bel pensiero in più, ciò va a tutto vantaggio del saggio e dell'opera nel suo insieme. Sono d'accordo con Lui che i pittori (gli artisti in genere) accostandosi a Cristo lo hanno fatto per "cercare di capire [...] le altezze infinite [...] senza pretendere di potere esaustivamente "bucare il mistero". Ciò che conta è che l'uomo (artista o non) non resti indifferente alla passione di Cristo, che l'ha affrontata e subita proprio per noi uomini, perché fossimo redenti "Se il peccatore - scrive mons. Carmine - sente che la sua anima si sconvolge dinanzi alla prova di tanto amore, allora è iniziato il processo della sua conversione.

 

Se resta indifferente, neanche l'amore di Dio lo potrà salvare. Perché ogni uomo si redime nel dolore di Gesù". La comprensione del mistero della Croce è un mezzo privilegiato di redenzione. In unione intima con Gesù, che libera e promuove l'uomo soffrendo e morendo, anche l'uomo deve patire, deve metterci qualcosa di proprio. Deve, ad esempio, alla luce di un preciso insegnamento della Scrittura (di S. Paolo in particolare) accettare di completare nella propria carne "quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del Suo corpo che è la Chiesa" (Col 1,24); l'uomo deve, altro suggerimento, accettare l'eventuale invito a "condividere" la vita di chi oggettivamente sta peggio, materialmente e/o spiritualmente. In questo senso va interpretata e vissuta, quando si è chiamati a percorrerla, la Via Crucis.

 

Dobbiamo ogni tanto sentirci, più che Veroniche, dei solidi Cirenei, che - come congettura mons. Carmine - è stato prima obbligato dai soldati romani, poi non si è fatto pregare due volte. Piero Bargellini, figura di intellettuale e uomo delle Istituzioni di prim'ordine (ce ne avessimo oggi!) tra le oltre 60 opere uscite dalla sua penna, pubblicò nel 1969 un aureo libro dedicato ai ragazzi (fiorentini e non) nel quale parla in modo talvolta un po' romanzato di "personaggi" della Passione. Del Cireneo, appunto, scrive: "Uomo prendi quel legno e aiutalo a rialzarsi. Non me lo feci dire due volte. Aiutai l'infelice a rialzarsi, presi la trave e senza sforzo la portai fin sulla sommità del monte. Qui giunto, non mi volli fermare. [...].

Ma prima d'allontanarmi volsi lo sguardo verso il condannato. Mi sorrise e io mi sentii le ginocchia tremare. Tornai a casa. Quando dissi ai miei figlioli Alessandro e Rufo di quel sorriso, si guardarono commossi. In seguito essi si fecero cristiani" (Lui, Vallecchi, Firenze, 147-148). Il Cireneo pur vivendo nella città dell'uomo già mette dei mattoni per edificare quella di Dio. Bella la citazione di S. Agostino: "Due amori fanno queste due città: l'amore di Dio edifica Gerusalemme".

 

“L'amore del mondo edifica Babilonia”. L'uomo è immemore oppure nega Gesù, ovvero ne accetta solo la dimensione e la sfera umana. Quindi niente morte, niente resurrezione, niente morte e redenzione. Niente Cristo insomma e niente Luce. Eppure per questo inesistente "Figlio dell'Uomo" morirono i primi discepoli - sono parole di mons. Scaravaglione -, morirono come testimoni lungo i secoli, milioni di uomini e di donne, vecchi e fanciulli "e la sua presenza [...] resterà come presenza reale che si dimostra nella fede". Quella fede che per la De Gaudio non è altro che la Croce, che dopo avere "sognato a primavera" ed essere "parsa poi nuda/ di legno sacro", ora porta "dentro ogni giorno", dopo che il legno è "rinverdito". Con questo pensiero poetico di speranza è giusto concludere la prefazione.

 

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