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CANTI SCKATTARUSI

La raccolta di antiche canzoni e filastrocche scomparse di Mena Filpo

 

Il Centro Cultura e Arte 26, diretto dall'antropologa Maria Zanoni, nell'ambito del 5° Festival del Dialetto di Calabria, ha curato la pubblicazione di una raccolta di antiche canzoni e filastrocche, Canti sckattarusi, trascritti da Mena Filpo e carpiti negli anni dalla viva voce degli anziani protagonisti di un mondo contadino ormai scomparso. Mena Filpo, studiosa di dialetto, si affaccia sul palcoscenico per presentare la sua prima commedia in vernacolo di Castrovillari, la sua città, alcuni anni addietro per gridare la sua passione per la lingua madre, un bene culturale prezioso, da tramandare, perchè riflette la condizione esistenziale della società dei secoli passati, ricca di valori socio-culturali complessi.

In una società multiculturale e plurilinguistica che sta progressivamente perdendo la propria identità, promuovere la cultura del dialetto locale significa riappropriarsi delle proprie radici identitarie, cogliendo la modernità dei complessi valori portati dal patrimonio linguistico.

Il dialetto è parte integrante nei processi integrativi tra lingua, storia e identità. Esso racconta la storia di una comunità. Perciò ha un rilevante valore antropologico-culturale. Studiare le forme dialettali consente di ripercorrere il tracciato antropologico e storico di un popolo grazie al suo modo di esprimersi e di comunicare. E’ finito il tempo di considerare il dialetto “la lingua del popolo senza libro”. Mettiamo da parte il pregiudizio che il dialetto è una “lingua di serie B, senza timore di sembrare “poco colti”. E’ ora di “studiare” i tratti caratterizzanti di un mezzo espressivo tra i più efficaci della cultura italiana, che accomuna, con il suo legame alle tradizioni, ed oggi è sempre più vicino alle culture giovanili, passando anche attraverso la musica ed il teatro. E Mena Filpo  lo ha capito da tempo, da quando ha formato la sua compagnia di Teatro dialettale amatoriale "I Pirrupàjini" con la quale ha rappresentato ben 10 sue commedie. I Canti di fede, le canzoni popolari, i modi di dire, a volte coloriti ed efficacissimi, che Mena Filpo ha raccolto con entusiasmo, recitano emozioni, appartenenze, legame alla propria terra. In queste pagine vive la gente semplice, la sentenziosità, la saggezza popolare, in cui si esprime il buon senso tipico dell'ambiente popolare che si manifesta, appunto, in certi caratteristici atteggiamenti del linguaggio. Mena sa che il prezioso patrimonio linguistico che va scomparendo necessita di operazioni di valorizzazione. E questo lavoro mira al riscatto della memoria, che risulta sempre più necessaria alle nuove generazioni, per non perdere il contatto, senza enfasi né esaltazioni, con l’identità dei progenitori.

Non è il solito rimpianto di cose lontane e perdute. È un che di vivo, di gioioso che ci riporta ad un mondo “a misura d’uomo”, lontano dalla solitudine e dalle inquietudini di una vita massificata e malsana della società postmoderna.

 

Maria Zanoni

promoter del Festival del Dialetto di Calabria

 

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IL NUOVO LIBRO DI MARIA ZANONI

M'ARRICORDU

Poesie in dialetto

presentazione di Adriana De Gaudio

Inaspettatamente, per una sorta di magia, in una notte di luna, si è aperto lo scrigno segreto dei ricordi dell’infanzia e, senza rendersi conto, Maria Zanoni  si è lasciata coinvolgere dal misterioso flusso della memoria che l’ha riportata al passato. Un viaggio a ritroso nel tempo, che ha ritrovato intatto pur sotto la polvere e la tela del “papparrònu”. La poetessa, con la forza dell’immaginazione e l’ausilio della chiave antropologica,  è riuscita ad aprire l’antica porta dell’infanzia, rimasta chiusa da anni.

Meraviglia! La stanza dei ricordi è proprio intatta! Tutto al giusto posto di sempre. Com’è possibile? Le immagini care, familiari, attraverso gli oggetti, segni di una vita vissuta e condivisa con amore, parlano e sono davvero “pezzi dell’anima”. Se hanno il potere di parlare ancora oggi, a distanza di tanto tempo, significa che nella mente hanno lasciato radici vive, e nel cuore sempre giovane, sentimenti teneri che trasmettono “sorrisi e lacrime”, emozioni.  Maria, quando  tira fuori dallo scrigno i suoi ricordi è per rivisitarli con la passione che la caratterizza. Sbocciano alla luce dell’ispirazione: ‘U sonatùru vacabbùnno,  Asulìu, ‘U virno, ‘A scala” e tante altre, che nella estemporaneità delle immagini mnemonico-visive suscitano commozione. Altre composizioni, ispirate alla vita vissuta con le persone più care, che a loro volta hanno tramandato i loro ricordi, sono suggestivi quadretti realistici che Maria analizza con occhio dell’antropologa. In tal caso, la lingua dialettale castrovillarese che conosce bene e parla, risulta quanto mai appropriata quando l’io narrante fa accenni a tradizioni, usi, costumi di una classe sociale subalterna che ha vissuto stentatamente, in netta contrapposizione al nostro modo di vivere portato allo spreco.

Originale davvero risulta  lo snodare con i grani del rosario le varie storie esistenziali che fanno rimpiangere il calore del focolare domestico, attorno al quale la famiglia era armoniosamente unita, e sentire col sesto senso il profumo della bellezza integra dell’infanzia, gli odori del cibo povero ma genuino e saporito, il calore dell’amore e dell’amicizia nella condivisione fraterna, sia nei momenti di spensieratezza che in quelli del dolore e della tristezza.

La silloge delle poesie in vernacolo di Maria Zanoni si legge piacevolmente, grazie alla variazione di tono mai monotono o ripetitivo ma in sintonia agli stati d’animo che sono certamente condivisibili.


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Nel nuovo romanzo di Pierfranco Bruni c’è la preghiera del dio del Sole.

Dalla disarmante quotidianità al viaggio tra la pazienza e l’armonia dello sciamano

 

 Un romanzo per raccontare le vie dell’armonia e del silenzio. “Che il dio del Sole sia con te” di Pierfranco Bruni, per la Casa editrice Pellegrini di Cosenza, in una elegante copertina, percorre, in una lunga metafora, l’attesa dell’incanto tra l’amore e la contemplazione.

Il romanzo si muove sulle coordinate dell’ascolto. Ascoltare la voce del cuore per impaginare i ricordi e la memoria attraverso il racconto di uno sciamano che annuncia un dialogo con un monaco tibetano.

Lo sciamano raccoglie, nel vento, le parole del silenzio. In un linguaggio tutto vibrato tra le corde dell’osservazione vivono le storie dei nativi d’America, ma è l’immagine dello sciamano che prende il sopravvento e con lo sguardo della dolcezza racconta pezzi di vita.

 

Lo scrittore Pierfranco Bruni stilla un immaginario che è diventato ormai il suo cammino e l’arma vincente è la pazienza. È un romanzo sulla pazienza e sull’ascolto, sul raccogliere i silenzi e custodire le memorie non come nostalgia, ma come testimonianze e come indirizzi di vita.

Una scrittura in cui trionfa il senso della bellezza. Ma è proprio il concetto della bellezza che lega la disarmante quotidianità alla necessità di vivere l’armonia. I tagli narranti sono tanti e  i personaggi incanalati tra le pagine attraversano i deserti e i mari per darsi un senso oltre le ombre. Perché oltre le ombre ci sono le luci e la luce ha sempre, nel viaggiare di Bruni, il “colore” della luna e del sole. Il suo viaggiare è una coerente preghiera che si richiama alla devozione dei monaci del deserto.

 

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San Giuseppe Moscati e le sue Lettere sul Natale indirizzate ai genitori

Le parole e il cammino della carità, della pace e dell’amore nelle lettere di San Giuseppe Moscati ai genitori


di Micol Bruni

 

Sono stata di recente a Napoli. Dal Duomo al Gesù Nuovo. La Cappella di San Giuseppe Moscati è nelle pieghe della sacralità della mia vita. Quelle mani, quello sguardo, quella “statua” di San Giuseppe. I suoi occhi hanno l’espressione della carità nella fede.

Dopo aver curato e scritto alcuni capitoli del libro su Giuseppe Moscati, che ha avuto due edizioni, e la seconda arricchita con altri riferimenti e presentazione di padre Massimo Rastrelli, non ho smesso di riflettere sul “Cristo in Dio” di Moscati, annotando altri appunti. La ricerca continua. Dopo diverse presentazioni, che abbiamo portato avanti, il mio incontro con San Giuseppe Moscati trova altre luci. Le lettere che scrive ai genitori per il Natale sono tasselli significativi.

Brevi e pochi scritti epistolari (direi sono pagine rarissime) di Giuseppe Moscati (1880, Benevento - 1927, Napoli) dedicati al Natale. Sono due lettere indirizzate ai genitori. Moscati aveva soltanto otto anni nel 1888 quando scrisse la prima lettera, mentre la seconda è dell’anno successivo.

Tra queste due lettere si immette una terza, risalente al 1889, scritta, però, per la Pasqua. Le due lettere sul Natale hanno una tenerezza fortemente espressiva e si manifesta con delle parole delicate come possono essere le parole di un bimbetto rivolte ai genitori. Ma c’è commozione, una commozione che si esprime in una semplicità che è fatta di cose naturali e di un senso di carità cristiana che non abbandonerà mai il pensiero e il pensare di Peppino. Infatti egli si firmava proprio con il nome di Peppino.

Nella prima datata “Natale 1888” tra le righe si legge: “Io prego Gesù Bambino, affinché vi conceda quella pace, che egli promise agli uomini di buona volontà ed ogni altro bene in questa vita e nell’altra”. È soltanto un passaggio che comunque, pur nella sua genuinità espressiva, fa riflettere. Otto anni e Peppino imposta il suo pensiero in un passaggio che è quello che riguarda la vita terrena e la vita che va oltre.

Infatti scrive sottolineando “questa vita e nell’altra”. Una maturità cristiana che lo condurrà ad una vita nella misericordia e nell’accettazione dell’altro sempre all’insegna del Cristo che costituirà la centralità della sua vita. Il Natale di Moscati è all’insegna del bene e della pace. Due nodi che si troveranno intatti in tutta la sua problematica esistenziale e professionale. Nella sua professione di medico il bene e la pace interiore costituiscono la chiave di lettura di un confronto quotidiano con l’altro.

Nei suoi “Pensieri”, che sono il ritaglio di annotazioni, di spaccati di lettere, di appunti sparsi il valore della pace e l’affermazione sempre del bene che vice sono incastri che provengono da quel messaggio paolino che guiderà sino alla fine il suo cammino. Nel nome di San Paolo.

Così nella seconda lettera datata “Natale 1889”. Annota subito: “Genitori diletti, è questo certamente il più bello, il più puro, il più santo giorno del calendario, giacché esso ricorda la nascita del Divin Redentore”. Siamo a Natale e Moscati, tra gli intagli delle sue parole, annuncia già una simbologia che ha degli archetipi sacrali. La Redenzione. Il redimersi nel segno della divinità.

Mi pare che a nove anni Peppino abbia già inquadrato non solo un percorso teologico ma pare che sia entrato nel viaggio misterioso della cristocentricità che rappresenta il Divino Amore, ovvero la Chiesa di Gesù. Proseguendo nella sua lettera tocca tre elementi: nuovamente la pace, l’amore e la felicità. Come per dire che non può esserci felicità senza la pace e senza l’amore.

Tre enunciati di una concettualità che resterà fondamentale in una vita vissuta come preghiera. Siamo uomini oranti che aspettano ponendosi in ascolto. Sempre in ascolto. È questo uno dei messaggi chiave di Giuseppe Moscati. Quando afferma semplicemente: “Babbo mio carissimo, dolcissima mamma mia, vi amo, vi amo, tanto, tanto!…”, immediatamente commenta: “Del resto questa espressione così breve e così semplice, è piena di sublime eloquenza, giacché vi vien detta dal vostro piccolo Peppino, il cui rispettoso e fervido affetto vi è troppo noto”.

Basterebbe quel “sublime eloquenza” per dare un senso alla priorità dell’umanesimo che ha il cuore di Moscati. Cosa è il sublime a nove anni? E cosa può rappresentare il concetto di eloquenza? Credo che tutta l’esistenza terrena di San Giuseppe Moscati si sia basata su questi termini che sono dei comportamenti, che sono stati dei comportamenti e che si vivono nella fede, soltanto nella fede e il Natale delle lettere ai genitori di Moscati richiama, perché no, la nostra sensibilità ai temi già citati che non bisognerebbe mai dimenticare.

Giuseppe Moscati, non è soltanto un esempio o una testimonianza, come si evince dal libro da me curato, per conto del Centro Studi e Ricerche “Francesco Grisi”, dal titolo: “Giuseppe Moscati. Nella vita nascosta con Cristo in Dio”, ma un misterioso incontro che non ci lascia perché in ogni sua parola c’è una domanda che è una domanda di umiltà, di carità, di pietà.

Facile definirlo il Santo medico dei poveri. È stato anche l’uomo della profezia quando ha fatto una scelta culturale tra carità e scienza, quando ha invitato a non mortificarsi nell’abbandono, quando ha suggerito che Dio non lascia soli e l’uomo non deve lasciarsi aggredire né dalla solitudine né dalle umiliazioni. E questa sua profezia è sempre provvidenza.

Non può esserci carità senza il dono della provvidenza. E per Moscati tutto è un dono. Come diventa un dono il pensiero che si santifica pensando alla Pasqua che è bellezza. Nella Pasqua, dice Moscati, “Il mio pensiero si santifica, si purifica, si idealizza, vola là nel Cielo” (“Pasqua 1889”). Dalla Redenzione che vive nel Natale alla purificazione che si idealizza nella bellezza del Cielo.

Uno squarcio in un linguaggio che è fatto di grazia ma anche piccoli istanti in cui il vissuto della vita ha una sua estetica. L’estetica della cristianità. Ecco perché sono convinta in questa “sua” vita nascosta con Cristo in Dio. Non è solo un pensiero nel viaggio che ha portato San Paolo alla conversione. È un messaggio in cui la fede supera i confini del mistero stesso oltrepassando i segni della liturgia per fissarsi in questa nostra vita oltre il finito.

Il Natale di Giuseppe Moscati ci invita a questa riflessione: “Quando si ama il Signore non si sentono più pene e se ve ne sono diventano dolci. Arrivando ad amare fortemente il Signore, si desiderano e si amano i patimenti” (Moscati pronunciò queste parole a Pompei, come risulta dalla deposizione della Sig.na Emma Picchillo). Una riflessione che ha il senso del contemplante amore ma anche del vivere l’amore nel quotidiano.

Edizioni Iral 2013

 

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Sui sentieri del vecchio Gesù

IL NUOVO LIBRO DI EGIDIO CHIARELLA

 

Benedetto XVI, incontrando i vescovi di tutto il mondo riuniti in Vaticano,  l’11 giugno 2012, ha parlato di desertificazione della fede e ha invitato ognuno di noi, proprio nell’anno della fede, ad avviarsi e a rinnovarsi nell’ascolto della Parola.

Papa Francesco, che sprona ogni giorno i cristiani a vivere il vangelo ed a non essere inamidati, ha presentato intanto la sua prima enciclica, scritta a quattro mani con Benedetto XVI: Lumen Fidei. È nella luce della fede in Gesù che il mondo può redimersi e superare la crisi in cui versa l’uomo.

 

È storica certezza, infatti, che nonostante la durezza del cuore degli uomini, il “vecchio” Gesù ritorna ogni giorno ad essere più “nuovo” che mai!

Nasce così l’idea di scrivere una serie di riflessioni su argomenti di attualità quotidiana, partendo proprio dalla verità cristiana, patrimonio spirituale di tutti gli uomini.

Brani di taglio giornalistico, curati dal prof. Egidio Chiarella, da leggere e fruire in pochi minuti. Uno stimolo culturale per un sano dibattito tra i giovani e non solo, in ambienti laici e religiosi.

 

Per l’autore il riferimento è stato il suo parroco, teologo ed esorcista, Mons. Costantino Di Bruno, con i suoi numerosi scritti, le sue catechesi ed omelie.

L’ottimo giornalista Antonio Gaspari, direttore di Zenit, sito cattolico d’informazione mondiale, ha condiviso tale progetto assieme alla sua valida redazione. Le conclusioni sono state affidate al Magnifico Rettore dell’Università Cattolica Europea di Roma, Prof. Padre  Paolo Scarafoni.

 

Link casa editrice: http://www.if-press.com/products-page/spiritualitas/sui-sentieri-del-vecchio-gesu/

 

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vedi foto presentazione volume

 Ed. IF-Press 2013

 

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“Eugenio Donadio, Maestro di Diritto”

 è il nuovo libro di Maria Zanoni, edito da Arte26.

 

Il libro è un doveroso tributo ad Eugenio Donadio (Castrovillari 1928-2010), un grande Avvocato davvero. Il titolo stesso evidenzia le convinzioni di fondo dell'Autrice (e non solo): Donadio è stato un Maestro il cui esempio ha lasciato tracce indelebili ed ha segnato linee maestre per le nuove generazioni di avvocati.

Il profilo biografico, politico e professionale del Giurista è corredato da scritti e discorsi inediti, nonché da autorevoli testimonianze di avvocati e intellettuali che hanno conosciuto ed apprezzato le doti umane e professionali di un gigante dell’oratoria, che ha onorato la Toga, con passione e dignità.

Un modello per tanti.

Un grande Avvocato che ha insegnato operando.

Il Suo cursus honorum annovera più di diecimila processi in tutta Italia.

Amato e rispettato in primis dall’intero mondo forense, sia dell’Avvocatura, che della Magistratura, lascia un ricordo imperituro.

 

Ed. Arte26 2013

 

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"PASSIONE e MORTE - Claretta e Ben"

 

di Pierfranco Bruni

 

Si riapre il dibattito sulla morte di Claretta Petacci. A cento anni dalla nascita della Petacci, il suo mito continua fascinoso e perdurante. Una figura controversa Claretta Petacci, donna di fascino intenso e straordinaria bellezza, conturbante come poche e, soprattutto, così statuaria nella passione amorosa da non indietreggiare neppure davanti alla morte. E la Passione e la Morte si saldano indissolubili nella sua esistenza tanto da diventare inevitabili e, per questo, straordinari. Perché assolutamente straordinario è un amore che conosce il lato oscuro della morte e non indietreggia dinanzi ad esso, anzi lo persegue in maniera titanica.

 

Una passione, quella di Claretta Petacci e Benito Mussolini, che è il fil rouge del nuovo libro di Pierfranco Bruni “Passione e Morte. Claretta e Ben” - Pellegrini Editore - che è, appunto, la tragica allegoria di una passione in cui recita e teatro si frantumano e tutto sembra avere l’ironia del sogno. In questo amore il sogno, pur in un terribile finale, ha uno strascico tra le rughe e tra le righe che la storia, questa storia indivisibile, trascrive. L’incontro con Claretta ha il peso e la leggerezza delle pietre preziose.

 

Racconta Pierfranco Bruni nel suo romanzo: "Claretta cammina, con il visone sulle spalle, con la luce negli occhi e il suo passo sembra danzare. Saranno le scarpe con i tacchi alti. Una danza che ha onde di giovinezza e di forza. Nei suoi ricci capelli il volto ha la bellezza dell’amore. Danza sulle scarpe con i tacchi alti e riesce a tracciare il vento di un gioco inesorabile.

Verranno altri racconti. Altri racconti porteranno la cifra di testimonianze e di ulteriori annotazioni. Altri racconteranno di questo amore ma le parole non basteranno più. Neppure quelle che recitano “Parla più piano…”.

 

Ma cosa resta? L’amore, la passione, il rischio e la bellezza di una donna che ha saputo morire per il suo uomo. Cosa si dirà ancora? Una donna dagli occhi di tenerezza lunare, sui tacchi alti, stretta al suo uomo. Claretta, sempre nella sua eleganza, non ha mai avuto il timore di morire per amore. E poi basta. Senza più parole. Il punto è un obbligo".

Un libro delicato, eppure intensamente forte, che scandaglia l’animo umano e, con fine sottigliezza psicologica, riesce a penetrare nelle pieghe segrete del cuore mostrando le altezze e le cadute, i voli e gli sprofondamenti , e tutta la segreta umanità di una donna che, per questo, resta unica nella storia.

 

Un libro assai particolare nella struttura che rassomiglia ad un romanzo dialogante e dialogato in cui l’autore dialoga, appunto, con i personaggi, con la storia e con le storie che si saldano e si aggrovigliano e, soprattutto, con il lettore a cui chiede di far parte di questa storia ricca di interrogativi irrisolti e, per questo, avvincente e affascinante. Restano gli interrogativi, ma il lettore entra nel loro cerchio e se ne fa protagonista.

 

Pellegrini Editore 2012

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IL NUOVO LIBRO DI BIAGIO GIUSEPPE FAILLACE

"RISONANZE DELL'ANIMA"

 

Capita raramente che il titolo di una silloge di poesie, oltre a indicare una direzione di lettura e a facilitarne la memorizzazione, riassuma e contenga tutto il programma svolto e la sintesi completa e compiuta delle sensazioni, delle emozioni, delle immagini poetiche suggestive, insomma di tutte le "Risonanze dell'anima" che il poeta ha provato nell'intensità della passione e della sensibilità di fervente cristiano e di uomo pronto ad ogni stimolo umanitario.

 

E' un mondo poetico colto e profondamente vissuto, tanto da divenire paesaggio interiore contenuto in delle visioni toccanti e coinvolgenti. Il poeta manifesta una sensibilità che non si esaurisce nella ricerca e nella comunica­zione delle emozioni, nell'aspirazione alla bellezza, all'armonia del creato, all'umana concordia, al godimento della pace dello spirito sempre pervaso da una fede forte e incorruttibile, ma indica altri itinerari e percorre strade di­verse. Cosciente della cattiveria umana, sente il bisogno di vivere appartato nella Natura incontaminata o almeno in una società più giusta e più genuina, avulsa dalla violenza, senza scorie di ipocrisie, di nascondimenti.

 

E' l'Amore che deve spazzare via il "male scritto /sulla carta del cuore e "la verità, /vittima prima della guerra /trionferà /sulle bugie del mondo, /non resterà vuoto /il palcoscenico della vita, /l'albero del bene qui /verrà innalzato". Si fa sempre più forte, man mano che si avanza nella lettura, il sentimento religioso che, d'altra parte, è costante ed esplicito. È il fil-rouge che contagia tutte le sensazioni profonde che egli vive e che sa far rivivere ai lettori con la visibilità e la suggestione della parola in delle occasioni di­verse e situazioni talvolta estatiche di alto godimento estetico. […] 

Mario Iazzolino

 

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TERRA E CASA

 

UN NUOVO LIBRO SULLA CIVILTA' CONTADINA DI CALABRIA

con Vocabolario etnofotografico

 

Una ricerca interessante di Claudia Rende e Maria Zanoni sull'antica cultura agro-pastorale, ricca di foto d'epoca che documentano la storia dei "senza storia" e permettono di leggere i resti del passato, nel contesto territoriale, riappropriandosi delle proprie radici.

Il volume racconta storia attraverso l'etnofotografia, raccogliendo e fissando sulla carta oggetti e utensili usati abitualmente nei campi e in casa dalla società contadina tradizionale, insieme ai loro nomi dialettali in disuso che vanno scomparendo.

Ogni oggetto rimanda a coordinate immateriali ed umane, non solo temporali e spaziali, fatte di lingua, usi, costumi, che riproducono costantemente il senso di appartenenza ai territori.

Utensili e parole hanno scandito i tempi dell'evoluzione che gradualmente ha condotto un'antica civiltà fino ai nostri giorni.

Il testo si propone come strumento didattico di consultazione, approfondimento e ricerca, con l'obiettivo di contribuire alla salvaguardia del prezioso patrimonio linguistico in via di estinzione.

Il lavoro è parte integrante del Festival del Dialetto e lingue minoritarie di Calabria - alla sua seconda edizione - patrocinato dal Ministero Beni Culturali - Soprintendenza BSAE Calabria, dall'Assessorato alla Cultura e Minoranze della Regione Calabria, dall'Assessorato alla Cultura e Minoranze della Provincia di Cosenza, dall'Ente Parco Nazionale del Pollino.

 

PREFAZIONE

Pensando ad una Presentazione o ad una lettura oltre il conformismo.

I punti nodali di una ricerca che pone come riferimento centrale il rapporto tra cultura popolare, lingua e linguaggi (ed è come se considerassimo i dialetti, nelle loro specifiche koinè) e territorio sono ben focalizzati nello studio di Maria Zanoni che da decenni conduce studi e approfondimenti sul campo.
Ci sono alcuni scavi nella profondità antropologica che lo studio pone e rimandano chiaramente ad una conoscenza attenta che seziona due realtà epistemologiche che servono a far comprende la tipologia del lavoro, la portata del materiale avvalorato o considerato, l’interpretazione che è stata data. Mi riferisco, in particolare, al concetto di valore e a quello di radice. Ma Maria Zanoni è profondamente segnata, nei suoi studi, da queste caratteristiche perché una ricercatrice attenta fa un lavoro plastico con le idee e con il materiale che studia.
La plasticità non è semplicemente una metafora. Può diventare un archetipo antropologico o archeologico, secondo i contesti, che permette di utilizzare il materiale sia attraverso la ricostruzione e la ricontestualizzazione sia attraverso una chiave di lettura che parte, comunque, da basi prettamente scientifiche.
Una antropologia che fa i conti con la storia e quindi con il tessuto territoriale in cui la storia è diventata memoria. In questo lavoro la linea tra la storia e l’antropologia è data dalla conoscenza che la studiosa ha del territorio e degli “oggetti” con i quali si trova a convivere. Il mondo contadino non è un mondo in sé, ovvero chiuso o ben determinato o definito. Viene ad essere trattato come cultura popolare e c’è una differenza tra “mondo” e cultura.
Maria Zanoni impasta, con una capacità interpretativa, i due modelli di una antropologia che trova nel “paesaggio” la sua chiave di lettura più forte. Il paesaggio, un’altra caratteristica, non è soltanto il territorio. Il legame è un legame in cui entrambi rappresentano la legatura tra bene culturale e bene ambientale.
La studiosa ragiona con i parametri delle culture; e nelle radici di appartenenza restano sempre elementi introspettivi di un bene culturale, ovvero di un bene umano.
Il patrimonio che ci presenta è patrimonio di comunità e proprio per questo le lingue sono caratterizzanti come espressione di un dato immateriale che si completa con la plasticità della materialità del bene. Dentro questo processo la storia trova le sue chiavi di lettura ed è una storia non localizzata, ma articolata sia nei percorsi economici, sia in quelli sociali, sia in quelli prettamente antropologici. La crisi economica di una temperie non può essere letta senza gli elementi di una abbinata tra il bene immateriale, quindi i linguaggi scavati nel territorio, sia attraverso il bene toccato con le mani.
Il pezzo di terra al quale fa riferimento la Zanoni può essere una metafora, ma dentro l’espressione di una geo-politica costituisce l’asse intorno al quale l’abitato di una civiltà si definisce. Ci sono strumenti della cultura contadina che danno un senso ad una progettualità che ha come suo valore portante la consapevolezza. La storia popolare è storia di consapevolezze e di acquisizioni sia in termini fisici che memoriali. È la memoria che ricostruisce il tutto. E il tutto, in Maria Zanoni, si divide in tasselli che formano il mosaico dell’identità. Ma l’identità deve fare i conti necessariamente con ciò che si custodisce nella cultura contadina: dal sacro al mito.
Un riferimento che vive tra gli spazi di una geografia mai immaginabile ma vera. Mi riferisco all’aia e alla vigna. La vigna è il portato di un incontro materiale e immateriale tra Occidente ed Oriente. Ma i legami che realizza Maria Zanoni sono legami in cui il simbolico veste un ruolo da protagonista negli incastri tra la lingua e la comunicazione.
Si pensi al ruolo delle donne nella cultura–civiltà contadina. La donna nel popolare si porta dentro quella rivendicazione che passa inevitabilmente tra ciò che è stato il neolitico nelle radici di un popolo e le rivoluzioni post–storiche. L’attraversare il labirinto contadino conduce direttamente alle soglie del focolare domestico. Ed è come se si vivesse dentro un cerchio in cui lingua, territorio, memoria, radici danzano una danza rituale che soltanto al “selvaggio” può essere concesso.
Questo nuovo libro di Maria Zanoni è un marcato chiodo tra le pareti di una metafisica dell’antropologia la cui verità storica è data dalla conoscenza e consapevolezza che noi restiamo profondamente mediterranei.
Al lavoro sul campo si aggiunge il percorso di Claudia Rende che contestualizza i processi territoriali nella loro evoluzione grazie all’analisi degli strumenti.
Un lavoro non solo importante, ma chiaramente affascinante che ci testimonia come si ha sempre più bisogno di conoscenza nella pazienza di porre in essere considerazione e dimostrazione.
Un lavoro che resta ben costruito e ben strutturato, non solo dal punto di vista scientifico, ma anche sul piano dello sviluppo, in un rapporto tra antropologia e umanitas vissuta nei diversi territori di studio.
Maria Zanoni continua in questo passaggio problematico che è l’antropologia vissuta e questo passaggio è compiuto ancora una volta con la collaborazione della giovane Claudia. I linguaggi sono strettamente legati ed essendo legati da una specificità sul campo il lavoro si apre a prospettive la cui articolazione è la conoscenza da una parte e il coraggio della conservazione dall’altra. Proprio in virtù di ciò, questo studio è dentro il concetto moderno di bene culturale.

                                           Pierfranco Bruni
                                                Coordinatore Progetto Lingue
                                              Ministero Beni e Attività Culturali
 

 

Terra e Casa - Vocabolario Etnofotografico -

Autori: Claudia Rende e Maria Zanoni - Ed. Arte26 - 2012

 

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Il nuovo libro di Egidio Chiarella:

La Nuova Primavera dei Giovani

 

 Il luogo in cui si svolge il racconto del libro è la Sila Grande, in Calabria. Siamo nell’estate del 2010. Ventuno ragazzi venuti da alcune regioni del nord, del centro e del sud d’Italia, scelti, per merito, da una fondazione laico-religiosa, si ritrovano insieme per vivere in un campo organizzato e nell’arco di una settimana, un’esperienza di divertimento e di libera discussione su temi di attualità in continua evoluzione.

 

     Parleranno, sulla riva di un lago, di questioni come il federalismo, la scuola, la giustizia, la politica, il futuro dei giovani e rifletteranno su argomenti sensibili come la cupidigia, la fede, la preghiera, la prudenza, la Chiesa, ecc.

     Un professore di lettere e un sacerdote, rispettivamente componente e assistente spirituale della Fondazione che li ospita, saranno gli interlocutori principali degli stessi ragazzi, che conosceremo e scopriremo nel loro modo di essere e di rapportarsi con gli altri.

 

     Il testo si presta a sollecitare tra i giovani incontri e dibattiti nella scuola, dentro e fuori l’orario curricolare, nonché in contesti culturali e sociali esterni, puntando soprattutto ad analizzare alcuni temi compromessi dal relativismo del nostro tempo.

     “Guardare verso il cielo”, in una società in cui galoppa, “pur se vellutato”, un materialismo dirompente, non nega certo ai giovani la possibilità di esprimersi nella realtà quotidiana in totale libertà e senza rischiare di tuffarsi in mondi falsificati da illusioni e paradisi artificiali. Rivolgere lo sguardo al di là della collina consente loro di ricercare, con serenità, regole giuste e condivise, rendendoli capaci di ripararsi dalla solitudine che spesso li accompagna, soprattutto quando svaniscono “le verità” impacchettate per loro, da falsi maestri ed educatori distratti.

 

     In questa narrazione viene fuori la necessità e la voglia di una rivoluzione, da ricercare in un nuovo stile di vita, che sproni il tormentato momento storico che stiamo vivendo, dove tutto sbanda e sfugge all’equilibrio sociale di cui l’uomo, con saggezza, dovrebbe esserne il tutore.

     Solo i giovani, se ben guidati, attraverso un processo di conciliazione tra il loro vivere quotidiano e il mistero della vita, potranno alimentare una speranza così grande, fino ad aprire il mondo ad una nuova primavera.

 

LEGGI Biografia dell'Autore >>

La Nuova Primavera dei Giovani - di Egidio Chiarella - Edizioni Ibiskos Empoli – FI -    2011                                                 Premessa: Mons. Costantino di Bruno (Teologo)

LEGGI RECENSIONE AL VOLUME >>

 

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ANTOLOGIA POESIA DIALETTO DI CALABRIA E LINGUE MINORITARIE

VUCI  'I  CALABRIA

Poesie scelte tra le partecipanti al
Premio di Poesia dialettale e lingue minoritarie
Prima edizione 2010


a cura di
MARIA ZANONI

 

Il Festival “VOCI, COLORI E SAPORI DEL DIALETTO” di Calabria, evento itinerante ideato dal Centro d’Arte e Cultura 26, per promuovere la conoscenza del patrimonio linguistico-culturale calabrese, con il patrocinio dell’Assessorato alla Cultura della Regione Calabria, della Provincia di Cosenza e dell’Ente Parco Nazionale del Pollino, concluso da un Convegno sul rapporto tra identità nazionale, dialetti e culture minoritarie, cui ha dato il suo autorevole contributo il glottologo di fama mondiale, prof. John Bassett Trumper, è stata una scommessa vinta.
Il Dialetto, come Bene culturale da tutelare, s’inserisce in un processo identitario e di civiltà che non prevarica la lingua nazionale ma la rafforza.
Tutti i dialetti riflettono tradizioni e culture specifiche, possiedono un lessico variegato ed hanno lo stesso grado di “nobiltà” della lingua italiana.
Il dialetto, infatti, come l’italiano riflette tradizioni e culture nobili.
Ogni territorio ha la sua parlata, con le sue varianti, a rischio di estinzione. E, se la lingua si conserva parlandola, i “Laboratori” “Nannu cuntàvi” ed il viaggio alla scoperta di una meravigliosa letteratura in vernacolo, di cultori appassionati, rappresentano un contributo importante alla costruzione di una società fondata sui principi del rispetto delle diverse identità culturali, mantenendo e sviluppando le tradizioni presenti sul territorio.


La significativa partecipazione alle varie manifestazioni, soprattutto da parte dei giovani, va, così, a sfatare il pregiudizio che il Dialetto sia solo appannaggio dei più vecchi e che non possa essere conosciuto e apprezzato dalle nuove generazioni.
Le manifestazioni hanno coinvolto molti giovani e numerosi emigrati in un progetto culturale che spazia su vari fronti: dalla letteratura, agli usi e costumi popolari, alle tradizioni enogastronomiche, alle produzioni artigianali, ai prodotti tipici locali.


La specifica parlata storicamente utilizzata nelle aree linguistiche calabresi rappresenta per le comunità emigrate elemento d’identificazione e di legame con la terra d’origine. Cosicché, per contribuire a valorizzare nei suoi molteplici aspetti l’inestimabile patrimonio linguistico della Calabria, lingue minoritarie comprese, ed i segni delle civiltà mediterranee, anche tra i calabresi emigrati, i momenti del Festival trovano ampio spazio nelle pagine del sito Web www.arte26.it - promoter territoriale accreditato dal Ministero Beni e Attività Culturali.
La prima edizione del Festival, con l’intento di coniugare Lingua, Radici e Territorio, dopo varie tappe che hanno visto protagonisti Dialetto e Beni culturali, ha animato alcuni centri storici calabresi, con Recital di poesia e farse dialettali, la realizzazione di laboratori del gusto e percorsi di antichi mestieri.


Si son visti rivivere vicoli, piazzette ed antichi fondachi dei Centri storici, nel fare da palcoscenico naturale alle varie rappresentazioni, e riacquistare la dovuta dignità, invogliando al turismo culturale di qualità, e offrendo emozioni particolari con gli antichi portali, i palazzi storici, le chiese, le fontane, i castelli, tutti beni culturali che raccontano storie e leggende, soprattutto in dialetto, a cominciare dalla toponomastica.


L’evento, a carattere sovralocale, si è concluso con il Premio di Poesia dialettale e Lingue minoritarie. Un Concorso che è stato un punto di confronto molto partecipato tra le varie realtà dialettali della regione, che ha ben supportato l’intento di favorire la conoscenza, la promozione e la conservazione di un patrimonio in via di estinzione. E questa Antologia è il frutto di una difficile selezione delle opere più meritevoli tra le tante pervenute da tutte le aree geografiche e linguistiche della Calabria. Un doveroso attestato di merito per chi utilizza con passione la lingua degli antenati per le proprie creazioni. Così come l’Appendice in cui presentiamo opere, fuori concorso, in dialetto, in grecanico, in occitano, per rappresentare simbolicamente l’inestimabile consolidata produzione dialettale calabrese ed in lingua di minoranza (anche se tra loro linguisticamente indipendenti) da conoscere e tutelare, per scongiurare la scomparsa di una parte importante del patrimonio culturale dialettale che si tramanda ancora oralmente o è costituito dai saperi dei singoli (artigiani, contadini etc.), oppure da fasce della popolazione locale che vivono le loro radici con orgoglio.


Una ricchezza immensa di espressioni, di saggezza popolare, una riserva di cultura e di esperienza di vita depositata dai secoli, che merita un Festival, in prospettiva di nuove relazioni socio-culturali e di un processo identitario in cui la cultura del dialetto diventi habitus mentale, per mantenere viva la propria tradizione storico-culturale.

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Il volume di 120 pagine, formato 17 X 24, edito da Arte26, a cura di Maria Zanoni, è introdotto da autorevoli contributi:

 

"Il dialetto un bene culturale da tutelare" - (Intervento di presentazione della prima edizione (2010) del Festival del Dialetto di Calabria) - prof. Egidio Chiarella, Ministero Istruzione Università Ricerca - Ufficio Legislativo.

 

"Lingue minoritarie e dialetti" -  Prof.ssa Donatella Laudadio, Già Assessore alle Minoranze della Provincia di Cosenza.

 

"Identità nazionale tra lingue minoritarie e dialetti. Nella consapevolezza di una storia unificante" - dott. Pierfranco Bruni - Ministero Beni e Attività Culturali - Coordinatore Progetto Lingue.

 

Riflessione sullo stato attuale della lingua, della letteratura e della cultura arbëreshe. Quali prospettive - prof. Italo Costante Fortino - Università L’Orientale di Napoli - Ordinario di Lingua e Letteratura Albanese.

 

Per ricevere il volume:

 

IL VOLUME PUO' ESSERE RICHIESTO INVIANDO UN CONTRIBUTO DI DIECI EURO (SPESE DI SPEDIZIONE COMPRESE) EFFETTUANDO UN VERSAMENTO SUL N° DI C.C. POSTALE: 1000060341 intestato al CENTRO D'ARTE E CULTURA 26 VIA ADIGE 6 - CASTROVILLARI -

 

A tutti coloro che avranno effettuato il versamento di € 10

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 verrà inviato il volume, senza aggiunta di spese postali.

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PASQUA È SULU `NA FESTA?

Poesie di Pietro Aloise

 

Prefazione di


Antonio Piromalli

Non sempre il poeta è quello che vuole fare credere di essere perché spesso egli si dipinge a suo vantaggioso modo, il modo fondato sull'amor sui.

Pietro Aloise non cerca schermi di mobilitazione e affronta fin da principio il problema del proprio essere, del trovarsi a vivere, in un mondo avverso, nemico; la sua non è, come quella dei più, poesia dell'idillio. E', invece, poe­sia del disappunto, del risentimento.

Aloise è come chi ha preso coscienza della realtà, offe­so nel sentimento di giustizia e di dignità. Egli avverte, soprattutto, il cambiamento in peggio, il finto procedere, il duplice giudicare (anche l'anno – è emblematico... esalta­to al suo nascere, viene affossato al suo declinare); sicchè egli sottolinea l'accanimento irrazionale contro ciò che è già consumato e che, però, appartiene tuttavia alla nostra storia.

Le concezioni degli uomini nascono nel crudo paese del quale parla Aloise, da radici che non è facile estirpare: radici di una società rurale elementare di derelitti, uomini e animali viventi in simbiosi, di gente che solamente sopravvive. Perciò questo è il libro dell'assenza della prov­videnza, della divinità che assiste al male; nessuna divini­tà dà un segnale di partecipazione all'esistenza degli uomi­ni. Sono presenti e pullulano in tale mondo: mosche, ser­penti, briganti.

L'autore non fa folklore come tanti poeti meridionalisti del colore locale, dell'elegia sociale. Questo di Aloise è un paese di lavori elementari (un cavallo che tira una pietra), di rumori – stridori, in cui non si produce alcuna utilità. La mancanza di attività e di movimento non consente di estirpare ciò che è incongruo; si prendono sempre "sc-càffi ntu musu ", non c'è luogo a speranze e il suono delle campane – segno che rimanda, per il bene, a un'altra vita – è un'i­ronia, un atroce inganno. Ci sono momenti lirici ineffabili (il vento che carezza milioni di foglie, foglie che si sentono vivere, foglie che cadono) ma la parola di Aloise in questi tempi di resa al mercantilismo, è poesia di cruda consapevolezza: che non ci possono essere illusioni, che non c'è salvezza. Tutto limita e amareggia l'uomo che dipende da altri: 'Na manu avara / cunta l'anni mia / e tiegnu 'a vucca/ china de sale.

Non ci può essere libertà quando un serpente ce la toglie (il mondo di Aloise è abitato da animali domestici e soffe­renti, da animali selvaggi e sanguinari) in una vita in cui incombono i mali, dal tempo che ci invecchia al dolore che ci strema. Non rimane (lo diceva anche Leopardi) che ribellarsi contro la mancanza di carità e contro i complici silenzi. Sono menzognere le parole di fratellanza che servono solo per santificare coloro che le usano strumentalmente e aiutano solo: I prièviti a diventà Sànti.

Quando il poeta è espressione di verità, il linguaggio è la spia dell'autenticità, e questo dialetto scabro, privo di aggettivi, di esornativi, di bellurie, è la testimonianza della nascita dei versi dalla vita interiore. Senza, del resto, le aspre radici dialettal-paesane, Aloise non avrebbe potuto darci un'opera così serrata e significativa dell'esistenza di una poesia ricca di coscienza e di consapevole protesta.

 

 

 

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LA PACE HA UN CUORE

Il mestiere di vescovo

di Giancarlo Maria Bregantini

Raccolta di alcuni dei più significativi contributi di mons. Giancarlo Bregantini, trentino di origine, vescovo prima di Locri-Gerace e attualmente arcivescovo di Campobasso - Bojano.

 

I testi presenti nel libro sono organizzati attorno ad alcuni temi chiave: il mestiere di vescovo, testimoni della fede, società e politica, nella Locride, in Calabria, i giovani, chiesa bibbia e spiritualità, la nuova comunità. Ne emerge il profilo di un vescovo la cui profonda spiritualità sostiene il costante impegno per l'affermazione della legalità e della giustizia e per la difesa dell'uomo.

 

 Mons. Giancarlo Maria Bregantini è nato a Denno (Trento) il 28 settembre 1948. E’ stato ordinato sacerdote nel 1978 nella Cattedrale di Crotone. Eletto alla sede vescovile di Locri-Gerace il 12 febbraio 1994, viene consacrato Vescovo nella Basilica Cattedrale di Crotone dal Padre Arcivescovo Giuseppe Agostino nel 1994. Nel quinquennio 2000-2005, è stato Presidente della Commissione Problemi Sociali e Lavoro, Giustizia e Pace e Salvaguardia del Creato della Conferenza Episcopale Italiana e membro del Comitato Scientifico e Organizzatore delle Settimane Sociali dei Cattolici Italiani. L'8 Novembre 2007 è stato nominato Arcivescovo Metropolita della Diocesi di Campobasso - Bojano da Papa Benedetto XVI.

 

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GESU' CRISTO

Fascino e follia dell'Amore

 

di  Adriana De Gaudio - don Carmine Scaravaglione

 

Prefazione di S. E. † Vincenzo Bertolone, Vescovo di Cassano

 

Il card. Newman diceva che nessuno può prevedere l'avvenire, (con buona pace degli astrologhi imbonitori e di tutti quelli che - tanti! - si lasciano imbonire) certo, l'avvenire non si può prevedere però è possibile definirne la struttura. Quanto alla Chiesa, il suo avvenire e sviluppo poggia sul mistero della morte e resurrezione di Cristo: sulla ricchezza della Tradizione, sulla Liturgia, sulla pratica religiosa, sulla pietas e sulla religiosità popolare.

Fin dal XIII secolo c'era l'uso di esprimere la compartecipazione alla passione di Cristo facendo un percorso che in qualche modo riproduceva la via dolorosa ascesa, ricreando le situazioni narrate dagli evangelisti, dalla preghiera del podere del Getsemani, dopo la santa cena pasquale, al bacio di Giuda come segnale alle guardie di arrestare Gesù, al processo, eccetera fino all'epilogo tragico della crocifissione, seguita però dalla gloriosa risurrezione.

 

Tradizionalmente ciascuna pagina dolorosamente rievocatrice viene chiamata "stazione". In questo modo l'imitazione ha il sopravvento - per quanto si faccia - sulla meditazione. Basti pensare che nel Trecento le stazioni erano 47! Questo perché la Chiesa era incline a recuperare tutte le leggende (cadute, Veronica, eccetera). Le 14 stazioni classiche risalgono al XVI secolo, e tuttavia dovrà passare un altro secolo per avere non solo le 14 stazioni (che tuttora conosciamo e percorriamo), ma anche con la stessa successione e tipologia di episodi. Non è detto, nonostante ciò, che così com'è oggi questo "pio esercizio" non possa e non debba essere modificato. I

nfatti, se lo scopo è quello di mettere in risalto gli insegnamenti più profondi della passio Christi, allora sarà auspicabile apportare alcune significative modifiche togliendo qualche episodio (vedi sopra) e sostituendolo con qualche lettura di brani appositamente scelti: meditazione e contemplazione se ne avvantaggerebbero. Inoltre, sarebbe apprezzabile che venisse privilegiato il nesso tra Passione e Resurrezione con l'inserimento di alcune stazioni che, sottolineando la vittoria di Gesù sulla morte e sulla sofferenza, diano una visione più unitaria del mistero pasquale ed al significato della vita umana redenta. Il libro scritto a quattro mani dalla De Gaudio e da mons. Scaravaglione riflette la Via Crucis che tutti conosciamo.

 

La divisione dei compiti, tra i due Autori e, quindi, della visuale dell'approccio e dell'apporto al tema, è congeniale ai rispettivi saperi e ruoli: la prima si è occupata dell'aspetto iconografico della Passio, il secondo spiega (catechisticamente ed omileticamente) le pagine del Vangelo o appartenenti all'immaginario, storico (ma comunque presenti nella Via Crucis da secoli, come detto), sempre avendo riguardo per la prima parte del libro, anzi citando continuamente la De Gaudio. Il risultato è doppiamente vantaggioso per i lettori (che spero siano numerosi) i quali vedono "servirsi" contemporaneamente storia dell'arte e spiritualità religiosa, presente quest'ultima nella maggior parte dei pittori della cui produzione la De Gaudio ha tratto le opere composte da essi per illustrare il fatto evangelico.

 

Come ogni scelta, specialmente in ambito artistico-letterario, anche questa è ovviamente personale e così ella ha ritenuto di poter rinunciare a Duccio di Buoninsegna e Masaccio; ma, ripeto, quando il criterio è soggettivo non c'è neppure da discutere. 1 pittori da lei scelti sono 19, di cui 5 moderni o addirittura contemporanei/ viventi, come il calabrese Schettini Montefiore. La sua fatica si è estesa anche ad un interessante excursus sul tema specifico della crocifissione, coprendo un arco di diciotto secoli: da una parete graffita da una mano ignota fino a Chagall e Guttuso. Tutto ciò denota molta dedizione ed altrettanto scrupolo e competenza. Concludo questa prima parte con un testo di Natalia Ginzburg: “Il crocifisso è il segno del dolore umano. La corona di spine, i chiodi, evocano le sue sofferenze. La croce che pensiamo alta in cima al monte, è il segno della solitudine nella morte.

 

Non conosco altri segni che diano con tanta forza il senso del nostro umano destino. Il crocifisso fa parte della storia del mondo. Per i cattolici, Gesù Cristo è il figlio di Dio. Per i non cattolici, può essere semplicemente l'immagine di uno che è stato venduto, tradito, martoriato ed è morto sulla croce per amore di Dio e del prossimo". Quanto alle altre due mani, debbo affettuosamente smentire mons. Carmine Scaravaglione quando nell'Introduzione dichiara che si limiterà a "riflessioni veloci per non appesantire la lettura".

Ma sono ben lieto di smentirlo perché se spesso ha indugiato, donandoci qualche bel pensiero in più, ciò va a tutto vantaggio del saggio e dell'opera nel suo insieme. Sono d'accordo con Lui che i pittori (gli artisti in genere) accostandosi a Cristo lo hanno fatto per "cercare di capire [...] le altezze infinite [...] senza pretendere di potere esaustivamente "bucare il mistero". Ciò che conta è che l'uomo (artista o non) non resti indifferente alla passione di Cristo, che l'ha affrontata e subita proprio per noi uomini, perché fossimo redenti "Se il peccatore - scrive mons. Carmine - sente che la sua anima si sconvolge dinanzi alla prova di tanto amore, allora è iniziato il processo della sua conversione.

 

Se resta indifferente, neanche l'amore di Dio lo potrà salvare. Perché ogni uomo si redime nel dolore di Gesù". La comprensione del mistero della Croce è un mezzo privilegiato di redenzione. In unione intima con Gesù, che libera e promuove l'uomo soffrendo e morendo, anche l'uomo deve patire, deve metterci qualcosa di proprio. Deve, ad esempio, alla luce di un preciso insegnamento della Scrittura (di S. Paolo in particolare) accettare di completare nella propria carne "quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del Suo corpo che è la Chiesa" (Col 1,24); l'uomo deve, altro suggerimento, accettare l'eventuale invito a "condividere" la vita di chi oggettivamente sta peggio, materialmente e/o spiritualmente. In questo senso va interpretata e vissuta, quando si è chiamati a percorrerla, la Via Crucis.

 

Dobbiamo ogni tanto sentirci, più che Veroniche, dei solidi Cirenei, che - come congettura mons. Carmine - è stato prima obbligato dai soldati romani, poi non si è fatto pregare due volte. Piero Bargellini, figura di intellettuale e uomo delle Istituzioni di prim'ordine (ce ne avessimo oggi!) tra le oltre 60 opere uscite dalla sua penna, pubblicò nel 1969 un aureo libro dedicato ai ragazzi (fiorentini e non) nel quale parla in modo talvolta un po' romanzato di "personaggi" della Passione. Del Cireneo, appunto, scrive: "Uomo prendi quel legno e aiutalo a rialzarsi. Non me lo feci dire due volte. Aiutai l'infelice a rialzarsi, presi la trave e senza sforzo la portai fin sulla sommità del monte. Qui giunto, non mi volli fermare. [...].

Ma prima d'allontanarmi volsi lo sguardo verso il condannato. Mi sorrise e io mi sentii le ginocchia tremare. Tornai a casa. Quando dissi ai miei figlioli Alessandro e Rufo di quel sorriso, si guardarono commossi. In seguito essi si fecero cristiani" (Lui, Vallecchi, Firenze, 147-148). Il Cireneo pur vivendo nella città dell'uomo già mette dei mattoni per edificare quella di Dio. Bella la citazione di S. Agostino: "Due amori fanno queste due città: l'amore di Dio edifica Gerusalemme".

 

“L'amore del mondo edifica Babilonia”. L'uomo è immemore oppure nega Gesù, ovvero ne accetta solo la dimensione e la sfera umana. Quindi niente morte, niente resurrezione, niente morte e redenzione. Niente Cristo insomma e niente Luce. Eppure per questo inesistente "Figlio dell'Uomo" morirono i primi discepoli - sono parole di mons. Scaravaglione -, morirono come testimoni lungo i secoli, milioni di uomini e di donne, vecchi e fanciulli "e la sua presenza [...] resterà come presenza reale che si dimostra nella fede". Quella fede che per la De Gaudio non è altro che la Croce, che dopo avere "sognato a primavera" ed essere "parsa poi nuda/ di legno sacro", ora porta "dentro ogni giorno", dopo che il legno è "rinverdito". Con questo pensiero poetico di speranza è giusto concludere la prefazione.

 

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