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IL CARNEVALE
Le feste
popolari sono una forma primaria molto importante della cultura
umana.(1)
Le
festività non sono periodi di riposo collettivo. Il loro clima
nasce dalla sfera spirituale e ideologica del popolo; e le fasi
delle loro evoluzioni storiche sono state legate a periodi di
crisi nella società.
Rinascere,
rinnovarsi erano caratteri peculiari delle feste popolari, sia
laiche che ecclesiastiche. Nelle feste
popolari i Calabresi rivivono i momenti più significativi della
loro storia.
E nei
rituali del Carnevale e della Settimana Santa, che sopravvivono
alle cancellazioni del tempo, sono presenti antichi valori umani
ed elementi culturalmente significanti per scavare nel nostro
passato remoto e ritrovare il nostro senso di appartenenza,
nella società consumistica contemporanea. Molti riti
oggi sono scomparsi e molti hanno subito trasformazioni.
Nella
nostra società post-industriale alcune forme liturgiche sono
diverse dalle ritualità folkloriche tradizionali ed a volte
assumono l’aspetto di sagre ed animazioni etnoturistiche. In alcune
ritualità, credenze e comportamenti che si ripetono annualmente,
il popolo manifesta il suo bisogno di evasione dalla realtà,
ieri come oggi.
La festa del Carnevale
ed i riti della Settimana Santa, in cui la
tradizione cattolica si è innestata su quella pagana, offrono al
popolo la possibilità di estraniarsi dal reale, anche se solo
per qualche giornata, di dimenticare convenzioni e ruoli
sociali. In particolare in questi due rituali, uno di natura
laica, l’altro ecclesiastica, il popolo cerca di espellere le
forze malefiche che sembrano influenzare il suo vivere
quotidiano e, rinnovato e purificato, ricerca la gioia.
Ellittico
e circolare è anche il ballo della tarantella che
caratterizza i rituali.
Nella
stessa occasione si intrecciano momenti penitenziali, di
purificazione, e momenti di gioia ( morte e resurrezione
). Il falò del
fantoccio di paglia, con cui si conclude il rituale del funerale
del re carnevale, brucia tutti i mali, purifica ed auspica un
nuovo anno migliore, così come, dopo il periodo penitenziale
della quaresima, la via Crucis, triste commemorazione
della passione e morte di Cristo, culmina con la resurrezione
pasquale e la festa godereccia della pasquetta.
Nella tradizione dei paesi
italo-albanesi di rito greco-bizantino i defunti venivano
commemorati il sabato precedente la domenica di Carnevale con
simposi durante feste popolari che richiamavano le Antesterie in
onore di Dioniso. A San Demetrio Corone, come in
pochi altri paesi albanesi, ancora oggi è viva la tradizione di
recarsi in processione al cimitero e di consumare cibi e bevande
sulla tomba dei parenti.
Un gruppo di uomini, di solito,
si dispone in cerchio intorno alla tomba e, dopo aver versato un
bicchiere di vino su di essa, dicendo: “ per shpirtin e tij”,
beve e mangia, in memoria del defunto.
Nella stessa giornata il
sacerdote si reca presso le famiglie per benedire le (panagjie)
mense apparecchiate con piatti di grano bollito, vino e pane, (còllivi)
che verranno distribuiti alle famiglie del vicinato.
Si rinnova, così, una tradizione
che testimonia i valori di solidarietà del popolo arbereshe,
oltre che uno stretto rapporto anche con la cultura dei latini
che celebravano cerimonie funebri, all’inizio della primavera,
durante le quali si preparava un convito presso le tombe (silicernium).
Offrire e consumare chicchi di grano (spernà) era senz’altro un
atto propiziatorio che potesse favorire la crescita dei
seminati.
Le feste ufficiali della Chiesa,
estranee al clima comico, anticamente sancivano gli ordinamenti
esistenti, le gerarchie sociali; le feste del Carnevale,
invece, erano il trionfo della temporanea liberazione dal
quotidiano, l’abolizione provvisoria dei rapporti gerarchici,
dei privilegi, dei tabù.
Queste
feste si presentavano nettamente differenti dalle forme di culto
serie della Chiesa.
Sin dalle
epoche più remote della società si formò una duplice percezione
del mondo e delle vita umana: accanto ai riti e ai miti
ecclesiastici, seri della preghiera, del pianto e della
penitenza stavano i culti comici ed ingiuriosi nei confronti
della divinità. I riti
carnascialeschi, infatti, sono assai lontani dal misticismo e
dalla religiosità della comunità (pietà popolare), sono
esterni alla Chiesa, appartengono ad una sfera del tutto
particolare della vita quotidiana.
Il
Carnevale
si
identifica con un periodo festivo e di licenza tra il Natale e
la Quaresima. La vita è un gioco, uno spettacolo teatrale in cui
non esiste distinzione tra attore e spettatore. Alla festa del
Carnevale non si assiste si partecipa, secondo le leggi della
libertà e della licenziosità, come negli antichi Saturnali
romani. Nelle feste saturnali i Romani vivevano un
provvisorio ritorno all’età felice “dell’oro”, quando, secondo
la leggenda classica, sulla terra regnava il Dio Saturno. Allora
gli uomini vivevano felici, ignari del dolore e della
sofferenza.
Durante le
feste saturnali agli schiavi era concesso di trattare
come loro pari i padroni e di rinfacciare loro vizi e difetti.
Si tenevano grandi banchetti, a cui partecipavano persone di
diversa estrazione sociale, tra danze, rappresentazioni mimiche,
scherzi e giochi. Le
tradizionali forme della libera realizzazione e del rinnovamento
dei Saturnali sono sopravvissute attraverso le epoche nei riti
carnevaleschi, anche se molto è stato trasformato dal
Cristianesimo.
Durante
questa festività agraria di espiazione e di rinnovamento, del
rito dell’antica Roma di eleggere fra gli schiavi il re dei
Saturnali che poi veniva sacrificato, come passato carico di
colpe da eliminare, resta oggi la tradizione di bruciare il re
Carnevale. Nel
carnevale sono confluiti riti agrari di purificazione e
propiziazione, propri del mondo pagano, connessi con le feste
che segnano l’inizio di un ciclo stagionale ed ispirati al
bisogno naturale di rinnovarsi, mediante l’espulsione del male.
Il
personaggio del re carnevale è un fantoccio confezionato con
vecchi abiti pieni di paglia che, condannato a morte per gravi
misfatti, alla presenza del notaio, fa testamento. Questo
ubriacone muore per aver mangiato troppa carne di maiale,
pianto dalla moglie Quaresima, un’assennata vecchietta
che porta al collo una collana fatta di peperoni secchi,
a simboleggiare l’astinenza ed il digiuno. Il periodo
di astinenza e di mortificazione (quaresima – quadragesima –
40 giorni prima di pasqua ) in cui ci si astiene dal
mangiare carne, di cui si è fatta grande abbuffata, il carnem
levare dei latini che ha poi dato il nome al Carnevale,
inizia proprio in coincidenza con l’inizio della primavera.
La
quaresima inizia il mercoledì delle Ceneri e termina alla
mezzanotte del Sabato Santo. In tale periodo venivano appesi ai
comignoli delle case o all’incrocio delle strade dei pupazzi di
stracci, rappresentanti la vecchia quaresima, vestita a
lutto, con ai piedi una patata o un’arancia in cui erano
conficcate sette penne di gallina, a simboleggiare le settimane
quaresimali. Nell’antica
società rurale le corajsime, aspetto vecchio della
vegetazione, che veniva sostituito dal primaverile aspetto
nuovo, impersonato dal grano, rimandano al culto agreste della
dea Demetra.
inizio pag.
Il carnevale del POLLINO a Castrovillari
in tempi antichi prima che la società edonistica e consumistica
lo trasformasse in una parata di carri allegorici e vestiti
sfarzosi e costosi, era la festa che consacrava l’uguaglianza,
il contatto libero tra le persone, senza differenza di
condizioni sociali, economiche e familiari. Questa autenticità
di rapporti umani, non solo frutto di immaginazione, era
realizzata effettivamente. Il povero diventava ricco, il
contadino era il nobile, gli uomini si travestivano da donne, i
giovani da vecchi: nel ribaltare i ruoli stava il maggiore
divertimento.
La maschera
che rappresenta la Calabria, che si chiami Giangùrgolo o
Jugàle oppure ancora Organtino, (3) ha le
caratteristiche del rozzo e furbo pastore arricchito che
diventa padrone. Attraverso la maschera, il riso, la comicità,
lo scherzo, il popolo esprimeva una visione del mondo
alternativa rispetto a quella ufficiale, una fuga temporanea dal
comune modo di vivere, all’insegna della libertà più sfrenata.
L’atmosfera
di baldoria ed ebbrezza delle feste carnevalesche regnava anche
in alcune feste agricole, come quelle dell’uva. Le figure
dominanti erano quelle di antica tradizione medioevale:
cavalieri armati di lancia che si cimentavano a cavallo in
giostre e tornei.
A Cassano
allo Jonio fino a qualche anno fa si teneva la tradizionale
giostra del maiale ( ‘u curr’u puorcu).
Così
descrive l’antico rito del carnevale cassanese Biagio Lanza: “
La gioventù volgare ama poi un altro divertimento, che sa in
vero di barbarie, ed è di vestirsi da turchi, o da guerrieri del
Medioevo a cavallo medesimo a tutta corsa, roteare la sciabola
per aria, e poi ferire al collo un montone o un vitello appeso
pei piedi con una fune legata a due finestre opposte in una
pubblica strada. Il premio vien guadagnato da colui sotto il cui
colpo cade il capo dell’animale”. (4) Tutto questo
nell’Ottocento. In seguito, al posto del vitello o del montone
fu posto un maiale, già ucciso, che finiva sulla mensa dei
dodici cavalieri che partecipavano al torneo.
Anche a
Spezzano Albanese, dove sopravvive la tradizione della
Giostra dell’agnello, il vincitore del torneo consuma il
bottino con tutti gli altri partecipanti. Le giostre
carnevalesche, col sacrificio dell’animale, appartengono
anch’esse ai riti propiziatori di purificazione ed espulsione
delle forze malefiche, di origine pagana.
Dalle testimonianze raccolte in
questi anni da anziani, protagonisti del carnevale degli anni
trenta e quaranta a Castrovillari, apprendiamo che avvenivano
rituali carnevaleschi particolari che per troppa licenziosità
furono aboliti. Comitive di giovani mascherati, per lo più
incappucciati con lenzuola, con in testa corna di bue,
giravano per i rioni del paese, facendo baldoria al suono
dell’organetto. In mano brandivano forconi con cui infilzavano i
salumi appesi ai graticci nelle case degli amici presso cui si
recavano per portare la serenata:
Scinni cumpàru e scinni a
savuzìzza
Ca sumu quattr’amici e non vulìmu
nenti .
Scinni cumparu e scinni
avaramente
Ca sumu quattr’amici e non vulimu
nenti .
Col tempo, però il rituale
degenerò in violenza: con i forconi il mascherato infilzava
persone di cui voleva vendicarsi. E così “ la Pro Loco ha
disciplinato e corretto il Carnevale tradizionale, eliminando
tutte quelle forme scorrette che abbassavano il tono della
manifestazione popolare” – ci tiene a ribadire Aldo Schettini
che del Carnevale castrovillarese è stato un validissimo
organizzatore – (5) Ma fino alla fine degli anni cinquanta,
il rituale carnascialesco si ripeteva annualmente con le
caratteristiche della farsa spontanea, tra l’esultanza della
folla.
Il martedì grasso per le vie
principali del paese si snodava il corteo funebre di re
carnevale. Su un carretto era disteso il moribondo; a fianco
stava la moglie (quaresima) vestita di nero, che lanciava
imprecazioni e grida di dolore. Precedeva il carro un uomo
mascherato da prete che, intingendo un pennello in un barattolo
colmo d’acqua, dava la benedizione alla folla.
Il Carnevale, cui
si addossavano tutti i mali, doveva essere processato e
condannato a morte. Allora faceva testamento, prima di essere
ucciso. L’antichissimo rito del testamento ricorda il
testamentum domini asini in cui un asino morente
detta testamento, lasciando i suoi beni alla gente a seconda del
mestiere, prima di finire sul rogo; dove veniva bruciato il
fantoccio che rappresentava carnevale.
Così recita un brano rimasto
nella memoria dei più anziani:
“ lassu ‘a capu allu barùnu
ca i sèrivi pi lampiùnu.
Lassu ‘u pilu a zì mònica
Ca si ci fa na bella tònica.
Lassu
l’ugni alli cavalìri
Ca ci fanu tabacchère;
alli ricchi e alli nutàri
ca ci fanu calamari.
Lassu ‘a mmerda alli scarpari
Ca i servi pì ‘nciràri.
A capìzza e lu vardùnu
I lassu allu patrùnu.”
Una farsa di cui ancora oggi
rimane il ricordo è quella rappresentata per le vie di
Castrovillari nei giorni di carnevale alla fine degli anni
quaranta. Ciccillo ‘u crujjanìso, un uomo alto e robusto,
travestito da donna, con al collo una collana di peperoni secchi
e accompagnato da Micuzzo Chiarelli, che faceva la parte del
marito, portava a passeggio nella carrozzina il “bambino”,
impersonato da Biasìno ‘u muranìso, un ometto di bassa
statura che gli arrivava appena alla cintola. Il bambino, con la
cuffietta in testa ed il ciuccetto in bocca, se ne stava così
rannicchiato; ogni tanto frignava e, dimenava le “gambe pelose”
tra l’ilarità del pubblico. Il Carnevale del Pollino ed il
festival internazionale del Folklore hanno portato
Castrovillari nel mondo. (7) E gran parte del merito va al
gruppo Folk della Pro Loco.
I gruppi folkloristici
erano sorti numerosi dalla
fine degli anni Venti. Il gruppo folkloristico di Castrovillari
(denominato inizialmente Gruppo di Canterini) fu
costituito da Aldo Schettini nel 1929. “ Originariamente fecero
parte del gruppo poche ragazze, appartenenti alle migliori
famiglie di Castrovillari, e ciò era dovuto al fatto che, negli
anni ’30 non tutte le donne riuscivano a liberarsi da taluni
tabù del passato sì che, recitare o ballare in pubblico,
costituiva motivo di scandalo e quindi non adatto alle ragazze
per bene. Le prime famiglie che reagirono a questa stupida
formazione di pensiero, incontrarono, certo, ostacoli e
critiche, ma finirono poi per vincere ogni contrasto”.(6)
In seguito il gruppo, nel quale
si alternavano giovani ballerini nel corso degli anni, fu
denominato Gruppo folkloristico del Pollino ed alla fine
degli anni settanta dalla sua scissione nacque il gruppo
Città di Castrovillari e il gruppo Pro Loco del
Pollino. In settant’anni di attività il gruppo ha
partecipato ad importanti manifestazioni nazionali ed
internazionali, portando in giro per il mondo il prezioso
costume da pacchiàna, i canti e le danze popolari. Nel
lontano 1959 veniva organizzato il primo Carnevale del Pollino;
quando scarseggiavano i mezzi e non era arrivata ancora la
plastica, l’unico mezzo era l’entusiasmo e l’inventiva.
Già alla prima manifestazione,
oltre al numerosissimo pubblico, parteciparono decine e decine
di bambini in maschera, gruppi spontanei, gruppi folk e carri
allegorici, anche dei paesi della zona. Col passare del tempo le
sfilate dei carri allegorici, dei gruppi mascherati, dei balli e
degli spettacoli hanno cambiato l’aspetto del Carnevale. La fenomenologia carnevalesca ha
perso il senso della licenza e dell’humour che il
poeta latino Orazio già nel I° secolo dopo Cristo ribadiva :”Semel
in anno licet insanire” . Oggi nella società ricca e
godereccia, multietnica e multimediale, in cui le feste sono
frequenti, in cui i giovani sono attratti dalle discoteche, i
riti carnevaleschi hanno perso parte del loro fascino.
Ma in questi ultimi anni
assistiamo al recupero degli antichi rituali, dei canti
popolari, grazie anche ad una attenta politica delle
Amministrazioni comunali, degli Assessorati Regionali e
Provinciali al Turismo e delle Comunità Montane. Sempre più
numerosi sono i gruppi spontanei che vanno recuperando
gradualmente la tradizionale dimensione del Carnevale, quando il
popolo si faceva attore da spettatore.
Gli appuntamenti più noti nella
Regione sono il Carnevale del Pollino - Festival Internazionale
del Folklore a Castrovillari, il Carnevale di Amantea e quello
di Cosenza e dei suoi quartieri.
Ma in molti centri piccoli e grandi della Calabria ci
s’industria per organizzare sfilate mascherate e carri
allegorici. A Caraffa di Catanzaro a Carnevale si ripete
l’antica tradizione in cui i giovani indossano sacchi ripieni di
paglia, i rusàli. A San Demetrio Corone il mercoledi
delle ceneri durante il carnevale si svolge il funerale di “zì
Nikolla”, un vecchio vestito di stracci, seguito da donne in
costume arbereshe e da altri personaggi, tra cui i diavoli (djelzit)
coperti di pelli di capra.
In questi anni si è fatto strada
un modo innovativo di festeggiare il Carnevale d’estate. Infatti
in alcuni paesi, tra cui Polistena e Vibo, i festeggiamenti sono
stati spostati nei mesi estivi, quando ritornano gli emigranti. Proprio gli emigranti ritornano
in paese con il desiderio di riabbracciare i parenti e
riassaporare i cibi “paesani” che hanno assunto nella loro
fantasia, alimentata dalla nostalgia, speciali sapori, odori e
colori. Durante la festa alla fiera o al mercatino possono
acquistare prodotti tipici locali e portarsi nei luoghi di
residenza, al rientro, un “pezzo” di Calabria. La sopressata, il
peperoncino, l’origano, l’olio, il vino, la ricotta secca nelle
grandi città del nord, all’estero, hanno un altro sapore ed un
diverso valore per l’emigrato.
Per il calabrese che vive lontano
dalla sua terra, anche quando ha più possibilità, maggiori
scelte e nuovi comportamenti alimentari, nelle comode abitazioni
di città, gli odori, i sapori che evocano la tradizione, le
essenze del paese vengono mitizzati e assumono forti valenze
identitarie. Per il calabrese, che si è trasferito in altre
terre per costruirsi una vita migliore, disposto a sopportare
privazioni e disagi per il bene della famiglia, la nostalgia ed
il ricordo del paese si legano indissolubilmente ai prodotti
della propria terra.
La cadenza
estiva e il ritorno degli emigrati fanno di questo appuntamento
non solo una semplice festa ma un vero e proprio avvenimento
sociale con funzioni di aggregazione comunitaria, di conoscenza
e apprezzamento dei prodotti tipici locali, di economia
turistica rilevante.
In quei giorni di festa esplode l’allegria. S’incontrano, si
confrontano e si aggregano etnie diverse, nascono e si
consolidano rapporti d’amicizia, spesso intorno a tavole
imbandite di cibi tradizionali. La scommessa importante è il
ritorno alle proprie radici, l’elaborazione di progetti di
salvaguardia e rivalutazione del patrimonio culturale e
folklorico tradizionale.
NOTE
Le
foto sono di Maria Zanoni.
(1)
Micail Bachtin – La
cultura popolare carnevalesca. Einaudi – TO – 1979 pag. 7 – 14.
(2)
F. Faeta –
L’architettura popolare in Italia - Calabria – Laterza 1984
(3)
Giulio Palange recentemente ha
affermato che la maschera autoctona è Organtino, in quanto la
farsa del Quintana compare a Carnevale del 1635 circa un secolo
prima di Giangurgolo.
(4)
Biagio Lanza –
Monografia della città di Cassano – ed. Brenner 1981–
(5)
Aldo Schettini – Castrovillari
nelle tradizioni popolari – CZ 1985.
(6)
Aldo Schettini – Folklore
castrovillarese – 1987 -
(7)
Non sarebbe possibile nominare
tutti coloro che con passione e dedizione, a volte sacrifici,
nei difficili anni passati, hanno contribuito a portare
Castrovillari sulla scena nazionale ed internazionale; ma è
doveroso ricordare Peppino e Franco Cersosimo – Francesco Lo
Polito (presidente EPT) – Aldo Schettini - Ferdinando De Noia –
Vittorio Vigiano – Peppino Gatto - Riccardo Turrà - Luigi Manco
– Riccardo Del Bo - Biagio Ferrante - Raffaele Tafuri ed il rag.
Giuseppe Minasi che nel lontano 1958 costruì il primo carro
allegorico.
In tempi
più recenti, un plauso per il loro operato a: Gerardo Bonifati,
Antonio Notaro e Leonardo D’Agostino.
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Carnevale 2009 - Castrovillari (CS)
51° edizione
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Carnevale 2009 - Castrovillari (CS)
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Carnevale 2009 - Castrovillari (CS)
Il falò del fantoccio "re carnevale"
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