Centro di ricerca antropologica etnofotografica e di promozione culturale fondato da Maria Zanoni nel 1978

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TRADIZIONI POPOLARI

Carnevale

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IL CARNEVALE IN CALABRIA

Nei rituali del Carnevale: valori umani ed importanti elementi culturali


IL CARNEVALE

Le feste popolari sono una forma primaria molto importante della cultura umana.(1)  Le festività non sono periodi di riposo collettivo. Il loro clima nasce dalla sfera spirituale e ideologica del popolo; e le fasi delle loro evoluzioni storiche sono state legate a periodi di crisi nella società.

Rinascere, rinnovarsi erano caratteri peculiari delle feste popolari, sia laiche che ecclesiastiche. Nelle feste popolari i Calabresi rivivono i momenti più significativi della loro storia.

E nei rituali del Carnevale e della Settimana Santa, che sopravvivono alle cancellazioni del tempo, sono presenti antichi valori umani ed elementi culturalmente significanti per scavare nel nostro passato remoto e ritrovare il nostro senso di appartenenza, nella società consumistica contemporanea. Molti riti oggi sono scomparsi e molti hanno subito trasformazioni.

Nella nostra società post-industriale alcune forme liturgiche sono diverse dalle ritualità folkloriche tradizionali ed a volte assumono l’aspetto di sagre ed animazioni etnoturistiche. In alcune ritualità, credenze e comportamenti che si ripetono annualmente, il popolo manifesta il suo bisogno di evasione dalla realtà, ieri come oggi.

La festa del Carnevale ed i riti della Settimana Santa, in cui la tradizione cattolica si è innestata su quella pagana, offrono al popolo la possibilità di estraniarsi dal reale, anche se solo per qualche giornata, di dimenticare convenzioni e ruoli sociali. In particolare in questi due rituali, uno di natura laica, l’altro ecclesiastica, il popolo cerca di espellere le forze malefiche che sembrano influenzare il suo vivere quotidiano e, rinnovato e purificato, ricerca la gioia.

Ellittico e circolare è anche il ballo della tarantella che caratterizza i rituali.

Nella stessa occasione si intrecciano momenti penitenziali, di purificazione, e momenti di gioia ( morte e resurrezione ). Il falò del fantoccio di paglia, con cui si conclude il rituale del funerale del re carnevale,  brucia tutti i mali, purifica ed auspica un nuovo  anno migliore, così come, dopo il periodo penitenziale della quaresima, la via Crucis, triste commemorazione della passione e morte di Cristo, culmina con la resurrezione pasquale e la festa godereccia della pasquetta.

Nella tradizione dei paesi italo-albanesi di rito greco-bizantino i defunti venivano commemorati il sabato precedente la domenica di Carnevale con simposi durante feste popolari che richiamavano le Antesterie in onore di Dioniso. A San Demetrio Corone, come in pochi altri paesi albanesi, ancora oggi è viva la tradizione di recarsi in processione al cimitero e di consumare cibi e bevande sulla tomba dei parenti.

Un gruppo di uomini, di solito, si dispone in cerchio intorno alla tomba e, dopo aver versato un bicchiere di vino su di essa, dicendo: “ per shpirtin e tij”, beve e mangia, in memoria del defunto.

Nella stessa giornata il sacerdote si reca presso le famiglie per benedire le (panagjie) mense apparecchiate con piatti di grano bollito, vino e pane, (còllivi) che verranno distribuiti alle famiglie del vicinato.

Si rinnova, così, una tradizione che testimonia i valori di solidarietà del popolo arbereshe, oltre che uno stretto rapporto anche con la cultura dei latini che celebravano cerimonie funebri, all’inizio della primavera, durante le quali si preparava un convito presso le tombe (silicernium). Offrire e consumare chicchi di grano (spernà) era senz’altro un atto propiziatorio che potesse favorire la crescita dei seminati.

Le feste ufficiali della Chiesa, estranee al clima comico, anticamente  sancivano gli ordinamenti esistenti, le gerarchie sociali; le feste del Carnevale, invece, erano il trionfo della temporanea liberazione dal quotidiano, l’abolizione provvisoria dei rapporti gerarchici, dei privilegi, dei tabù. Queste feste si presentavano nettamente differenti dalle forme di culto serie della Chiesa.

Sin dalle epoche più remote della società si formò una duplice percezione del mondo e delle vita umana: accanto ai riti e ai miti ecclesiastici, seri della preghiera, del pianto e della penitenza stavano i culti comici ed ingiuriosi nei confronti della divinità. I riti carnascialeschi, infatti, sono assai lontani dal misticismo e dalla religiosità della comunità (pietà popolare), sono esterni alla Chiesa, appartengono ad una sfera del tutto particolare della vita quotidiana.

 Il Carnevale si identifica con un periodo festivo e di licenza tra il Natale e la Quaresima. La vita è un gioco, uno spettacolo teatrale in cui non esiste distinzione tra attore e spettatore. Alla festa del Carnevale non si assiste si partecipa, secondo le leggi della libertà e della licenziosità, come negli antichi Saturnali  romani. Nelle feste saturnali i Romani vivevano un provvisorio ritorno all’età felice “dell’oro”, quando, secondo la leggenda classica, sulla terra regnava il Dio Saturno. Allora gli uomini vivevano felici, ignari del dolore e della sofferenza.

Durante le feste saturnali agli schiavi era concesso di trattare come loro pari i padroni e di rinfacciare loro vizi e difetti. Si tenevano grandi banchetti, a cui partecipavano persone di diversa estrazione sociale, tra danze, rappresentazioni mimiche, scherzi e giochi. Le tradizionali forme della libera realizzazione e del rinnovamento dei Saturnali sono sopravvissute attraverso le epoche nei riti carnevaleschi, anche se molto è stato trasformato dal Cristianesimo.

Durante questa festività agraria di espiazione e di rinnovamento, del rito dell’antica Roma di eleggere fra gli schiavi il re dei Saturnali che poi veniva sacrificato, come passato carico di colpe da eliminare, resta oggi la tradizione di bruciare il re Carnevale. Nel carnevale sono confluiti riti agrari di purificazione e propiziazione, propri del mondo pagano, connessi con le feste che segnano l’inizio di un ciclo stagionale ed ispirati al bisogno naturale di rinnovarsi, mediante l’espulsione del male.

Il personaggio del re carnevale è un fantoccio confezionato con vecchi abiti pieni di paglia che, condannato a morte per gravi misfatti, alla presenza del notaio, fa testamento. Questo ubriacone muore per aver mangiato troppa carne di maiale,  pianto dalla moglie Quaresima, un’assennata vecchietta che porta al collo una  collana fatta di peperoni secchi, a simboleggiare l’astinenza ed il digiuno. Il periodo di astinenza e di mortificazione (quaresima – quadragesima – 40 giorni prima di pasqua ) in cui ci si astiene dal mangiare carne, di cui si è fatta grande abbuffata, il carnem levare dei latini che ha poi dato il nome al Carnevale, inizia proprio in coincidenza con l’inizio della primavera.

La quaresima inizia il mercoledì delle Ceneri e termina alla mezzanotte del Sabato Santo. In tale periodo venivano appesi ai comignoli delle case o all’incrocio delle strade dei pupazzi di stracci, rappresentanti la vecchia quaresima, vestita a lutto, con ai piedi una patata o un’arancia in cui erano conficcate sette penne di gallina, a simboleggiare le settimane quaresimali. Nell’antica società rurale le corajsime, aspetto vecchio della vegetazione, che veniva  sostituito dal primaverile aspetto nuovo, impersonato dal grano, rimandano al culto agreste della dea Demetra.

inizio pag.

Il carnevale del POLLINO a Castrovillari in tempi antichi prima che la società edonistica e consumistica lo trasformasse in una parata di carri allegorici e vestiti sfarzosi e costosi,  era la festa che consacrava l’uguaglianza, il contatto libero tra le persone, senza differenza di condizioni sociali, economiche e familiari. Questa autenticità di rapporti umani, non solo frutto di immaginazione, era  realizzata effettivamente. Il povero diventava ricco, il contadino era il nobile, gli uomini si travestivano da donne, i giovani da vecchi: nel ribaltare i ruoli stava  il maggiore divertimento.

La maschera che rappresenta la Calabria, che si chiami Giangùrgolo o Jugàle oppure ancora  Organtino, (3) ha le caratteristiche del rozzo e furbo pastore arricchito che diventa padrone. Attraverso la maschera, il riso, la comicità, lo scherzo, il popolo esprimeva una visione del mondo alternativa rispetto a quella ufficiale, una fuga temporanea dal comune modo di vivere, all’insegna della libertà più sfrenata.

L’atmosfera di baldoria ed ebbrezza delle feste carnevalesche regnava anche in alcune feste agricole, come quelle dell’uva. Le figure dominanti erano quelle di antica tradizione medioevale: cavalieri armati di lancia che si cimentavano a cavallo in giostre e tornei. A Cassano allo Jonio fino a qualche anno fa si teneva la tradizionale giostra del maiale  ( ‘u curr’u puorcu).

Così descrive l’antico rito del carnevale cassanese  Biagio Lanza: “ La gioventù volgare ama poi un altro divertimento, che sa in vero di barbarie, ed è di vestirsi da turchi, o da guerrieri del Medioevo a cavallo medesimo a tutta corsa, roteare la sciabola per aria, e poi ferire al collo un montone o un vitello appeso pei  piedi con una fune legata a due finestre opposte in una pubblica strada. Il premio vien guadagnato da colui sotto il cui colpo cade il capo dell’animale”. (4) Tutto questo nell’Ottocento. In seguito, al posto del vitello o del montone fu posto un maiale, già ucciso, che finiva sulla mensa dei dodici cavalieri che partecipavano al torneo.

Anche a Spezzano Albanese, dove sopravvive la tradizione della Giostra dell’agnello, il vincitore del torneo consuma il bottino con tutti gli altri partecipanti. Le giostre carnevalesche, col sacrificio dell’animale, appartengono anch’esse ai riti propiziatori di purificazione ed espulsione delle forze malefiche, di origine pagana. Dalle testimonianze raccolte in questi anni da anziani, protagonisti del carnevale degli anni trenta e quaranta a Castrovillari, apprendiamo che avvenivano rituali carnevaleschi particolari che per troppa licenziosità furono aboliti. Comitive di giovani mascherati, per lo più incappucciati con lenzuola, con  in testa corna di bue,  giravano per i rioni del paese, facendo baldoria al suono dell’organetto. In mano brandivano forconi con cui infilzavano i salumi appesi ai graticci nelle case degli amici presso cui si recavano per portare la serenata:

Scinni cumpàru e scinni a savuzìzza

Ca sumu quattr’amici e non vulìmu nenti .

Scinni cumparu e scinni avaramente

Ca sumu quattr’amici e non vulimu nenti .

Col tempo, però il rituale degenerò in violenza: con i forconi il mascherato infilzava persone di cui voleva vendicarsi. E così “ la Pro Loco ha disciplinato e corretto il Carnevale tradizionale, eliminando tutte quelle forme scorrette che abbassavano il tono della manifestazione popolare” – ci tiene a ribadire Aldo Schettini che del Carnevale castrovillarese è stato un validissimo organizzatore – (5) Ma fino alla fine degli anni cinquanta, il rituale carnascialesco si ripeteva annualmente con le caratteristiche della farsa spontanea, tra l’esultanza della folla.

Il martedì grasso  per le vie principali del paese si snodava il corteo  funebre di re carnevale. Su un carretto era disteso il moribondo; a fianco stava la moglie (quaresima) vestita di nero, che lanciava imprecazioni e grida di dolore. Precedeva il carro un uomo mascherato da prete che, intingendo un pennello in un barattolo colmo d’acqua, dava la benedizione alla folla.

Il Carnevale, cui si addossavano tutti i mali, doveva essere processato e condannato a morte. Allora faceva testamento, prima di essere ucciso. L’antichissimo rito del testamento  ricorda il testamentum domini asini in cui un asino morente detta testamento, lasciando i suoi beni alla gente a seconda del mestiere, prima di finire sul rogo; dove veniva bruciato il fantoccio che rappresentava carnevale.

Così recita un brano rimasto nella memoria dei più anziani:

“ lassu ‘a capu allu barùnu

ca  i sèrivi pi lampiùnu.

Lassu ‘u pilu a zì mònica

Ca si ci fa na bella tònica.

Lassu l’ugni alli cavalìri

Ca ci fanu tabacchère;

alli ricchi e alli nutàri

ca ci fanu calamari.

Lassu ‘a mmerda alli scarpari

Ca i servi pì ‘nciràri.

A capìzza e lu vardùnu

I lassu allu patrùnu.”

Una farsa di cui ancora oggi rimane il ricordo è quella rappresentata per le vie di Castrovillari nei giorni di carnevale alla fine degli anni quaranta. Ciccillo ‘u crujjanìso, un uomo alto e robusto, travestito da donna, con al collo una collana di peperoni secchi e accompagnato da Micuzzo Chiarelli, che faceva la parte del marito, portava a passeggio nella carrozzina il “bambino”, impersonato da Biasìno ‘u muranìso, un ometto di bassa statura che gli arrivava appena alla cintola. Il bambino, con la cuffietta in testa ed il ciuccetto in bocca, se ne stava così rannicchiato; ogni tanto frignava e, dimenava le “gambe pelose” tra l’ilarità del pubblico. Il Carnevale del Pollino ed il festival internazionale del Folklore hanno portato Castrovillari nel mondo. (7) E gran parte del merito va al gruppo Folk della Pro Loco.

I gruppi folkloristici erano sorti numerosi dalla fine degli anni Venti. Il gruppo folkloristico di Castrovillari (denominato inizialmente Gruppo di Canterini) fu costituito da Aldo Schettini nel 1929. “ Originariamente fecero parte del gruppo poche ragazze, appartenenti alle migliori famiglie di Castrovillari, e ciò era dovuto al fatto che, negli anni ’30 non tutte le donne riuscivano a liberarsi da taluni tabù del passato sì che, recitare o ballare in pubblico, costituiva motivo di scandalo e quindi non adatto alle ragazze per bene. Le prime famiglie che reagirono a questa stupida formazione di pensiero, incontrarono, certo, ostacoli e critiche, ma finirono poi per vincere ogni contrasto”.(6)

In seguito il gruppo, nel quale si alternavano giovani ballerini nel corso degli anni, fu denominato Gruppo folkloristico del Pollino ed alla fine degli anni settanta dalla sua scissione nacque il gruppo Città di Castrovillari e il gruppo Pro Loco del Pollino. In settant’anni di attività il gruppo  ha partecipato ad importanti manifestazioni nazionali ed internazionali, portando in giro per il mondo il prezioso costume da pacchiàna, i canti e le danze popolari. Nel lontano 1959 veniva organizzato il primo Carnevale del Pollino; quando scarseggiavano i mezzi e non era arrivata ancora la plastica,  l’unico mezzo era l’entusiasmo e l’inventiva.

Già alla prima manifestazione, oltre al numerosissimo pubblico, parteciparono decine e decine di bambini in maschera, gruppi spontanei, gruppi folk e carri allegorici, anche dei paesi della zona. Col passare del tempo le sfilate dei carri allegorici, dei gruppi mascherati, dei balli e degli spettacoli hanno cambiato l’aspetto del Carnevale. La fenomenologia carnevalesca ha perso il senso della licenza e dell’humour che il poeta latino Orazio già nel I° secolo dopo Cristo ribadiva :”Semel in anno licet insanire” . Oggi nella società ricca e godereccia, multietnica e multimediale, in cui le feste sono frequenti, in cui i giovani sono attratti dalle discoteche, i riti carnevaleschi hanno perso parte del loro fascino.

Ma in questi ultimi anni assistiamo al recupero degli antichi rituali, dei canti popolari, grazie anche ad una attenta politica delle Amministrazioni comunali, degli Assessorati Regionali e Provinciali al Turismo e delle Comunità Montane. Sempre più numerosi sono i gruppi spontanei che vanno recuperando gradualmente la tradizionale dimensione del Carnevale, quando il popolo si faceva attore da spettatore.

Gli appuntamenti più noti nella Regione sono il Carnevale del Pollino - Festival Internazionale del Folklore a Castrovillari, il Carnevale di Amantea e quello di Cosenza e dei suoi quartieri.
Ma in molti centri piccoli e grandi della Calabria ci s’industria per organizzare sfilate mascherate e carri allegorici. A Caraffa di Catanzaro a Carnevale si ripete l’antica tradizione in cui i giovani indossano sacchi ripieni di paglia, i rusàli. A San Demetrio Corone il mercoledi delle ceneri durante il carnevale si svolge il funerale di “zì Nikolla”, un vecchio vestito di stracci, seguito da donne in costume arbereshe e da altri personaggi, tra cui i diavoli (djelzit) coperti di pelli di capra.

In questi anni si è fatto strada un modo innovativo di festeggiare il Carnevale d’estate. Infatti in alcuni paesi, tra cui Polistena e Vibo, i festeggiamenti sono stati spostati nei mesi estivi, quando ritornano gli emigranti. Proprio gli emigranti ritornano in paese con il desiderio di riabbracciare i parenti e riassaporare i cibi “paesani” che hanno assunto nella loro fantasia, alimentata dalla nostalgia, speciali sapori, odori e colori. Durante la festa alla fiera o al mercatino possono acquistare prodotti tipici locali e portarsi nei luoghi di residenza, al rientro, un “pezzo” di Calabria. La sopressata, il peperoncino, l’origano, l’olio, il vino, la ricotta secca nelle grandi città del nord, all’estero, hanno un altro sapore ed un diverso valore per l’emigrato.

Per il calabrese che vive lontano dalla sua terra, anche quando ha più possibilità, maggiori scelte e nuovi comportamenti alimentari, nelle comode abitazioni di città, gli odori, i sapori che evocano la tradizione, le essenze del paese vengono mitizzati e assumono forti valenze identitarie. Per il calabrese, che si è trasferito in altre terre per costruirsi una vita migliore, disposto a sopportare privazioni e disagi per il bene della famiglia, la nostalgia ed il ricordo del paese si legano indissolubilmente ai prodotti della propria terra.

La cadenza estiva e il ritorno degli emigrati fanno di questo appuntamento non solo una semplice festa ma un vero e proprio avvenimento sociale con funzioni di aggregazione comunitaria, di conoscenza e apprezzamento dei prodotti tipici locali, di economia turistica rilevante. In quei giorni di festa esplode l’allegria. S’incontrano, si confrontano e si aggregano etnie diverse, nascono e si consolidano rapporti d’amicizia, spesso intorno a tavole imbandite di cibi tradizionali. La scommessa importante è il ritorno alle proprie radici, l’elaborazione di  progetti di salvaguardia e rivalutazione del patrimonio culturale e folklorico tradizionale.

 NOTE

Le foto sono di Maria Zanoni.  

(1)     Micail Bachtin – La cultura popolare carnevalesca. Einaudi – TO – 1979  pag. 7 – 14.

(2)     F. Faeta – L’architettura popolare in Italia -  Calabria – Laterza 1984

(3)     Giulio Palange recentemente ha affermato che la maschera autoctona è Organtino, in quanto la farsa del Quintana compare a Carnevale del 1635 circa un secolo prima   di Giangurgolo.

(4)     Biagio Lanza – Monografia della città di Cassano – ed. Brenner 1981–

(5)     Aldo Schettini – Castrovillari nelle tradizioni popolari – CZ 1985.

(6)     Aldo Schettini – Folklore castrovillarese – 1987 -

(7)     Non sarebbe possibile nominare tutti coloro che con passione e dedizione, a volte sacrifici, nei difficili anni passati, hanno contribuito a portare Castrovillari sulla scena nazionale ed internazionale; ma è doveroso ricordare  Peppino e Franco Cersosimo – Francesco Lo Polito (presidente EPT) – Aldo Schettini - Ferdinando De Noia – Vittorio Vigiano – Peppino Gatto - Riccardo Turrà - Luigi Manco – Riccardo Del Bo - Biagio Ferrante - Raffaele Tafuri ed il rag. Giuseppe Minasi che nel lontano 1958 costruì il primo carro allegorico. In tempi più recenti, un plauso per il loro operato a: Gerardo Bonifati, Antonio Notaro e Leonardo D’Agostino.

 

 

 

 

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