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Editoriali, recensioni e saggi di cultura, società, costume.

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pubblicato il 5 Febbraio 2010

IL ROVESCIO DELLA MEDAGLIA

(Tek merr e nëng vë nëng qëndron faregjë)

 

di  Atanasio arch. Pizzi  con  Maria Palma dott. Tateo

 

Navigando su internet ho scoperto, che anche i paesi arbërëshë di Calabria Citeriore sono stati inseriti nella sezione street view, di Google Maps.

L’opportunità  di poter esaminare anche gli angoli più reconditi delle pertinenze albanesi mi ha particolarmente entusiasmato; avendo a disposizione infinite visioni prospettiche su ciò che osservo da decenni; ho dato subito inizio ad un viaggio virtuale, attraverso i paese di Provincia Citra.

Ma la finestra aperta dalla street view car, ha messo a nudo una realtà inaspettata, lasciandomi profondamente deluso, sia come Architetto ma soprattutto in quanto arbërëshë.

Prima dell’avvento di internet, le informazioni sui materiali per gli addetti ai lavori in campo Architettonico, era consuetudine ricavarle dall’Archivio Edile; una raccolta di depliant o vetrina di prodotti messi a disposizione, dei tecnici e addetti ai lavori, dall’industria del settore edilizio.

Nell’esaminare gli scenari, di street view, dei paesi arbërëshë ho avuto l’impressione di sfogliare quell’antico Archivio Edile, con la differenza sostanziale che, nel catalogo i materiali se pur diversificati, avevano un ordine metodologico; le immagini dei paesi albanofoni mi davano l’impressione di trovarmi innanzi ad una Babele, ove, i materiali più disparati sono usati in modo non oculato, spregiudicato e assolutamente leziosi.

La giustificazione, sta nel fatto che i siti di pertinenza minoritaria Italo-Albanese, sino a un decennio addietro, non erano mai stati oggetto di ricerca e studio, da parte di esperti multidisciplinari, che con certosina perizia fossero riusciti a dare un percorso metodologico chiaro, Storicamente supportato, in ambito Urbanistico e Architettonico.

L’attuale regolamentazione a tutela dei Beni Architettonici e Paesaggistici, ha unificato le disposizioni in un unico testo, contenente le linee guida per la salvaguardia dei Beni Culturali, D.L. n°42 / 2004, ma che affonda le sue radici nella carta di Atene del 1931.

Nonostante ciò, da salvaguardare è rimasto poco, solo la speranza della ricerca fisica, di sporadici esempi da incorniciare e catalogare come memoria storica, aspettando futuri più rosei, per i tanti manufatti ormai stravolti e illeggibili nelle loro tipologie edilizie

Parafrasando ”cerce homo” oserei dire “cerce l’Architettura”, poiché, stravolgendo la tipologia urbana e architettonica; lo scenario che si presenta, potrebbe essere usato come location dove il personaggio, vagando all’interno delle pertinenza minoritaria Italo-Albanese, va alla ricerca del dilapidato patrimonio architettonico.

Se le Amministrazioni locali dei paesi arbërëshë, a cui invano mi rivolgo da anni, non prendono atto dei valori che quotidianamente si vanno sempre più affievolendo e con essi la perdita del genius loci, a breve, non rimarranno altro che inutili, flebili e confuse manifestazioni folcloristiche, assieme a tante immagini, destinate a perdere il loro misero valore.

Attualmente le opportunità economiche delle Amministrazioni locali si sono ridotte notevolmente rispetto al passato, ma la funzione di controllo non deve lasciare spazio a futuristici scenari che non ci appartengono.

Rimangono i privati a cui rivolgere l’attenzione, i quali sino ad oggi, o per successioni ereditarie o nel tentativo di tenere in vita i luoghi della loro infanzia, conservano ancora validi esempi di architettura minoritaria; che racchiudono, in essi, metodologie di edificazione, non travolte dai processi di inconsapevole manomissione.

Ormai bisogna rivolgere l’invito, a tutti coloro che a breve o medio termine, intendano recuperare o dare vita a questi pochi esempi di architettura arbërëshë, ancora intatti.

Con l’auspicio che mirate e intelligenti scelte, siano inoltrate, nei confronti di chi conosca le discipline del Restauro e della Conservazione, senza perseguire lo scopo del mero risultato “dell’abbellimento”, divenuto pericolosamente di uso Comune.

 

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pubblicato il 28 gennaio 2010

Sibilla Aleramo a Cinquant’anni dalla morte

Una pubblicazione sul valore dell’amore

 

 di Marilena Cavallo

 

 Cinquant'anni fa moriva Sibilla Aleramo (Rina Faccio). Una poetessa nella femminilità degli incontri e degli spazi tra le parole e il tempo. Si ritorna a parlare della Aleramo tra la fisicità dell’amore e la metafora dell’amore stesso. È di questi giorni un libro di Monika Antes dal titolo "Amo, dunque sono. Sibilla Aleramo, pioniera del femminismo in Italia" (pp. 144, euro 15) pubblicato da Mauro Pagliai nella collana "Italianistica nel mondo". Si tratta di un volume pubblicato in Germania e tradotto e tradotto in italiano da Riccardo Nanini.  La poesia, con la sua epifania e con il suo misterioso giorno incastonato nella vita, resta sempre un indefinibile sentiero graffiato dalle parole e nelle parole. Ma sono le parole che danno vita. La poesia è solitudine nel silenzio notturno o adamantino dell’ora antelucana.

      Non so se Sibilla Aleramo è silenzio nella notte o silenzio nell’ora che annuncia l’alba. Un gioco non ad incastro. Ma un gioco, comunque, che sa di voci e di ritmi musicali. Siamo a volte al valzer e a volte al tango. Ma Sibilla Aleramo sembra danzare i passi del tango in un giravolta in cui le parole sono lame e riposo. Quella poesia che è solitudine e grido non è una metafora ma un colpo violento assestato ai ricordi che però si dipanano lungo i giorni. E di ricordi la sua vita è piena e sono questi ricordi che cessano la vita. Ma prima di essere ricordi le immagini e il vissuto sono stati viaggi nella vita.

      La poesia e la vita sono leggibili tra i fili di un erotismo sottile e pervasivo che resta intagliato nei gorghi delle giornate che si consumano con le battaglie della delizia. “Fra il mio seno/e il petto forte che amo/sta una rosa,/sola”. Non la prosa che descrive ma la poesia che travalica il movimentismo letterario per rendersi movimentismo esistenziale. Perché tutta la vita di Sibilla Aleramo è un cercare  non la parola che racconta ma il linguaggio che si fa diario.

      Il suo romanzo dal titolo “Una donna” è una di quelle testimonianze emblematiche che lasciano il segno e lacerano  la coscienza.  Viene pubblicato nel 1906. Lei era nata nel 1876 ad Alessandria. È morta a Roma il 13 gennaio del 1960. Una vita vissuta  nella ricerca (o nella richiesta o nell’offerta) di un amore che lo si legge tra gli intagli del suo linguaggio.

      Dall’incipit del suo romanzo: “La mia fanciullezza fu libera e gagliarda. Risuscitarla nel ricordo, farla riscintillare dinanzi alla mia coscienza, è un vano sforzo”. Recuperare una vita dentro la letteratura. Ma arte e letteratura per la Aleramo resta un binomio inscindibile perché in ogni goccia di vita e in ogni goccia d’amore vi campeggia sempre una profonda mobilitazione letteraria.

      I suoi amori con Cardarelli, Campana, Cena, Papini, Godetti sono frammenti di una esistenza che trova la sua compiutezza in un dialogo forte e pressante sempre con la letteratura. Bene ha fatto a sottolineare Silvio Raffo nel suo saggio introduttivo a Tutte le poesie (Mondadori, 2004). Infatti ha così sottolineato: “ Se cerchiamo un modello letterario del ventesimo secolo in cui il binomio ‘ arte-vita’, per di più coniugato al femminile, si presenta e si mantenga inscindibile superando qualsiasi ostacolo e resistendo a qualsiasi tentazione di normalità, c’è solo un nome che soddisfa il nostro desiderio: Sibilla Aleramo”.

      D'altronde questa melodia o questa fragile tragedia diventa per Sibilla Aleramo un viaggio che non è soltanto da chiamarsi amore (così come il suo amore per Dino Campana) ma da definirsi nel contesto delle grandi inquietudini che hanno campeggiato nella agonia umanamente e letterariamente belligerante del ‘900. ma è l’eros che è passione indefinibile che travolge la sua vita e la sua poesia. Tutto scompare e tutto riappare sotto quelle forme che sono insistenti penetrazioni del linguaggio.

      Certo non ci sono dubbi lei è una donna tango non valzer. Una donna attrazione fatale e come tale anche evanescente, fuggevole su un mare di onde di carta o di vento. Fuggente. Come la sua poesia o come le onde che invadono la

sua poesia che si fanno tenerezza ma anche angoscia, si fanno notte ma anche alba, si fanno luna e si fanno stella. Il suo amore immenso o l’immenso amore che cercava con Cardarelli, il poeta della malinconia, o con Campana, il poeta della follia…Malinconia e follia sono dentro quel pellegrinaggio disperante ma anche giocoso che è stato la sua vita-poesia o la sua poesia-vita. Si ascolta: “ Era il tuo riso/fuggente/come il lucido raso delle acque…”.

      Ecco il verseggiare di Sibilla che non deve e non può cadere nel prosastico perché se così fosse svanirebbe tutta quella ebbrezza che custodisce il mistero di una sola parola. Aveva ragione Cardarelli quando in una lettera del maggio 1915 le aveva scritto : “…pensa che tu sei esalazione assoluta e che non puoi permetterti composizioni, per così dire, strofiche. Allora cadi nel vieto e nel falso…”. Eh si perché la rarefazione della parola trova nella esalazione il maggiore accento di quel rapporto tra arte e vita. Ciò le permette di non scivolare nella retorica perché la retorica appunto uccide la poesia. Bisogna parlare nel caso di Aleramo di bellezza inquietudine soprattutto quando si focalizza l’attenzione sulla poesia. Si ascolta: “…tu mio bene segreto, tu che mio non sei,/ tu alto sovra quanto amai,alto amore,/ e dal ungi il tuo sorriso di carità dolce/ vita e morte ugualmente mi illumina,/ colme e preziose di pianto e gloria”.

      I suoi versi come i suoi amori. I suoi amori come i suoi versi. Da una lettera della Aleramo a Dino Campana : “ I nostri corpi sulle zolle dure, le spighe che frusciano sopra la fronte, mentre le stelle incupiscono il cielo” (risalente al 6-7 agosto 1916). Una donna immensa in una poesia ritagliata tra le pieghe della sua vita e degli amori. Amata e amante di Vincenzo Cardarelli, Giovanni Papini, Jullius Evola, Franco Matacotta. Dove finisce allora il tempo della parola e dove inizia il tempo della vita? Forse la certezza del dubbio infervora i cuori e lascia tutto sospeso come quel finale del suo romanzo Una donna, che sottolinea : “O io forse non sarò più…non potrò più raccontargli la mia vita, la storia della mia anima…e dirgli che lo ho atteso per tanto tempo?/ ed è per questo che scrissi. Le mie parole lo raggiungeranno”. Ma il suo pensare nella vita stava nella bellezza maledetta della vita stessa tanto che aveva posto come paesaggio questo inciso: “Io sono certa di vivere come devo. Questa certezza mi fa superiore alla maggioranza, ed e' [una certezza] costante”.

 

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pubblicato il 28 gennaio 2010

L’uomo falco Navajo e la donna aquila  Arrapaho

nella profezia della luna

  

di Pierfranco Bruni

 

Un amore può vivere di foglie gialle perse tra i viali dell’inverno?

Si sono cercati lungo gli orizzonti del mare e hanno recitato, insieme, la profezia della luna.

Amami perdendomi. Gli pronunciò, proprio nel momento in cui il faro illuminava, in un mezzo giro, l’ansa del porto. Le mani non si intrecciarono.

Lei guardò fisso il fascio di raggi. Luci nel tramonto. Tutto finì? In ogni fine c’è un inizio.

Lei era una indiana della tribù degli Arrapaho e si lasciava andare nelle Danze dello Scalpo. Bella, con gli occhi penetranti nel verde dei giorni marini.

Lui apparteneva agli antichi sciamani Navajo e si raccontava ritrovandosi nei giorni dell’infanzia tra il lancio delle frecce e i riposi lungo le sponde dei fiumi. Ogni freccia lanciata somigliava ad una parola portata via dal vento. Ogni passo nel cerchio della danza sembrava un gesto per sfuggire il presente.

Ma può esistere il presente nel filo smagliato che intreccia il passato con ciò che sarà?

“Vedi quel raggio di luce? È un’incisione nella tua memoria. Si perde e ricompare. Un gioco nel girotondo. I bambini hanno fretta di crescere. E quella luce gira, gira velocemente senza mai infrangersi. Di giorno non c’è, soltanto perché non la vediamo con il chiarore. La si ritrova se il giorno cede alle tenebre, al buio, alle tempeste che scuriscono. Ma il faro gira. Gira sempre. Io sto qui seduto da anni. Potrei dirti da una vita. Anche se spesso sono andato via. Ma è come se non fossi mai partito. E forse non sono mai partito. Resto qui perché ho bisogno di leggere fino in fondo i fasci di questi raggi che il faro proietta. Ecco perché sono un maestro nel lanciare frecce. Ho passato il mio tempo nella pazienza di trovare la freccia più bella. Forse l’ho trovata ma adesso è come se mi mancasse la forza di tirare l’arco. Mi alleno come quando ero ragazzo. Ascolto. Leggo nello scorrere del fiume e cerco i tuoi passi. Anzi chiedo ai tuoi passi di farsi sentire nella danza dei sogni”. Così disse lo sciamano Navajo.

“Io non danzo la danza dei sogni. La mia storia tu la conosci. Ho cercato sempre i sogni ma molte volte hanno incendiato i miei capelli tanto che porto ancora delle strisce rosse e mi ricordano il fuoco, la cenere, il pianto. Ho sempre creduto o forse sperato nella possibilità che in ogni fine ci possa essere un inizio. Io non credo al caso. Appartengo alla famiglia degli Arrapato e mi porto dentro i riti e le tradizioni. Come te che sei sciamano negli occhi. Un po’ guaritore, un po’ fingitore, un po’ sognatore, un po’ viandante. Anch’io ho avuto tanta pazienza nel disegnare i passi nelle danze. E le mie non sono state danze dei sogni ma io sono stata la danzatrice degli Scalpi. Un rito che tu conosci bene. Non puoi non conoscerlo. Ma so che ci vuole molta pazienza”. Così parlò la danzatrice Arrapato.

Ma un amore può vivere di foglie gialle perse tra i viali del tramonto?

“L’amore non vive nei tramonti. E neppure tra le ore della nostalgia. Il tramonto e la nostalgia segnano la fine di un amore. Io resto, comunque, un tiratore di frecce. Non lo dimenticare. E ho bisogno della perfezione. Ancora oggi. Ma tu sei la mia freccia o il mio arco?”.

“Io sono il tuo incantesimo. Ti meravigli? Sotto la luna continuo a recitare le danze. Le mie gambe hanno l’agilità delle tue frecce. Dirti che ti amo soltanto non è possibile. Dirti che mi appartieni è sconvolgente. Dirti che sei la mia pazzia è poco. Ma resto nel mio campo. A sera danzerò. Come un tempo i canti sono portati dal vento ed è il vento che modula le voci”.

“Ogni parola è una lacerazione”.

“Sì, le parole sono passi”.

“Il mio sguardo è una freccia che si perde nella tua danza”.

“La mia danza è fatta di passi che mi portano a te”.

“Ma non possiamo intrecciare i nostri destini sino a smarrirci oltre il fascio di luci del faro. Come fare a congiungere le nostre attese alle nostre pazienze consumate? Io parto. Lascio l’arco e le frecce sono, quelle che rimangono, nella faretra. Non porto nulla con me se non la tua danza. La tua danza dentro di me”.

“Lanciami la freccia. L’ultima. Poi  giocherò la mia ultima danza e consegnerò ai crepuscoli gli intrecci della mia vita. La mia vita con te. Tu sciamano, io danzatrice. Tu lanciatore di frecce. Io danzo il Ballo dello Scalpo per assentarmi e guarire tra le tue mani”.

Si sono cercati e si sono ritrovati.

Ci sono gli orizzonti del mare e il mare all’imbrunire è un orizzonte. I deserti sono distanze e le praterie sono spazi lasciati agli allevatori di bisonti e cavalli.

“Porto con me lo spirito del mio popolo. Porto con me il sogno. Gli uomini bianchi non conoscono la verità del mistero. Mi lascio guidare dal falco e ti vengo incontro lanciando l’ultima mia freccia sotto una luna di vento”.

“Aspettami. Mi conduce a te la mia aquila. Ho sciolto i miei capelli e sono radici che hanno odore di erba e di terra. Penetro i tuoi segreti. I tuoi segreti che sono anche miei. Stasera danzerò solo per te. Sul tuo scialle ci ameremo. Il falco e l’aquila intrecceranno i loro voli nel vento della luna”.

Così l’uomo falco Navajo e la donna aquila  Arrapaho  hanno recitato la profezia della luna. Nel cerchio dei falò la recita ha voci antiche.

 

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pubblicato il 28 gennaio 2010

ALBERT CAMUS MORIVA IL 4 GENNAIO DI 50 ANNI FA

DAL MARXISMO ALL’ESISTENZIALISMO DELL’UMANESIMO

UNO SCRITTORE IN RIVOLTA

 

 di Marilena Cavallo

 

 Il 4 gennaio di cinquant’anni (1960) fa moriva Albert Camus. Era nato a Mondovi il 7 novembre del 1913. Uno scrittore consacrato alla letteratura attraverso una visione di esistenzialismo prima considerato ateo, poi laico, poi semplicemente esistenzialismo legato al pensiero dell’umanesimo e della classicità intrecciata tra mito e simboli. Prima marxista. Successivamente forte contestatore del materialismo storico. Era nato in Francia ma si trasferisce, dopo la morte del padre, insieme alla madre ad Algeri.

Uno scrittore sempre in bilico tra il senso dell’assurdo e i paradigma di una filosofia del dubbio e della costante ricerca aggrappata agli scogli dell’attesa. Uno scrittore contro che ha saputo però ben capire l’inquietudine del tempo moderno che non conosce né riconciliazioni né patti con la speranza ma soltanto accordi con ciò che non può essere vissuto nella reticenza del quotidiano. Oltre ogni reticenza. È questa la misura di ogni frontiera che non si serve soltanto della scrittura – linguaggio ma della vita. La vita è sempre una coincidenza con il tempo. Con il tempo dell’indefinibile ma anche con il tempo delle sconfitte.

Il suo esistenzialismo, dopo la rottura con Sartre o forse anche prima, si legge come modello di una cultura libertaria. I suoi scritti sono una testimonianza emblematica di un fiume che si metaforizza in un mare di intense trascrizioni con il mito. Ma l’uomo resta sempre un uomo in rivolta. La rivolta che si porta dentro e che lacera la crosta del religioso silenzio dell’attesa.

In Camus non si vive l’attesa e tanto meno si lacera il tempo nella ricerca della speranza. Anzi è il dubbio che taglia la storia per incunearsi nel possibile dell’esistenza che diventa amore. L’esistenza è possibile viverla soltanto se si incide con il solco dell’amore. C’è un concetto chiave che va oltre il tempo stesso ed è quello che recita con queste parole: “Non essere amati è una semplice sfortuna; la vera disgrazia è non amare”.

Nel 1947 pubblica “Lo straniero”. Un testo che si presenta ancora oggi di sicura  e necessaria attualità. Nello stesso anno esce “La peste”. Nel 1956 “La caduta”. Studioso di Plotino e di Sant’Agostino si inserisce in quel quadro filosofico che ha una segreta spiritualità attraverso la quale non può che porsi un altro problema che è quella certamente della rivolta ma  soprattutto della “croce”. È suo un adattamento teatrale ricavato da Pedro Calderón de la Barca dal titolo: “La devozione della croce”. Come è suo un adattamento de “I Demoni” di Dostoevskij realizzato un anno prima della morte dal titolo “Les Possédés”.

“L’uomo in rivolta” esce in Italia nel 1962 e in Francia, invece, aveva visto la luce nel 1951 mentre “Il mito di Sisifo” era stato pubblicato nel 1942. Perché Camus si cerca in Plotino e Sant’Agostino? C’è una inquietudine letteraria che si vive in Camus e che non può essere scissa da quella filosofica e umana. Letteratura e filosofia sono l’algebra di un umanesimo che si pone come centralità tra l’uomo e il sentiero dell’assoluto. Oltre ogni schema.

Proprio in “Il mito si Sisifo” si può leggere: “Lascio Sisifo ai piedi della montagna! Si ritrova sempre il proprio fardello. Ma Sisifo insegna la fedeltà superiore che nega gli dèi e solleva i macigni. Anch'egli giudica che tutto sia bene. Questo universo, ormai senza padrone, non gli appare sterile né futile. Ogni granello di quella pietra, ogni bagliore minerale di quella montagna, ammantata di notte, formano, da soli, un mondo. Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice”.

Bisogna  immaginare. E in questo immaginare la vita non è un resto. È piuttosto la supremazia dell’assoluto. In questa direzione  si potrebbe offrire una chiave di lettura di un Camus certamente esistenzialista ma dichiaratamente proteso verso quel segno del destino che ha inciso tutto il suo esistere tra l’inquieto, il dolore, il mistero e un kafkiano gioco della provvisorietà e dell’imprevedibilità.

Muore in un incidente stradale dopo aver detto, qualche tempo prima, che morire in un incidente stradale è la cosa più sciocca che possa capitare. Nelle sue tasche gli viene trovato un biglietto ferroviario. Quel giorno doveva viaggiare con il treno. Chissà perché decide di incamminarsi con l’auto lungo la strada di Villeblevin,. Insieme a lui muore anche il suo editore Gallimard.

In “L’uomo in rivolta”, qualche anno prima, aveva scritto: “Oggi nessuna saggezza può pretendere di dare di più. La rivolta cozza instancabilmente contro il male, dal quale non le rimane che prendere un nuovo slancio. L'uomo può signoreggiare in sé tutto ciò che deve essere signoreggiato. Deve riparare nella creazione tutto ciò che può essere riparato. Dopo di che i bambini moriranno sempre ingiustamente, anche in una società perfetta. Nel suo sforzo maggiore l'uomo può soltanto proporsi di diminuire aritmeticamente il dolore del mondo”.

Questo sentire il dolore del mondo è nell’intreccio tra la caduta e la rivolta. Per vivere il senso della rivolta bisogna comprendere fino in fondo il senso della caduta. Per ripetere ciò che è stato detto: tutto ha un seno. Per  Camus, leggerlo oggi, gli orizzonti metafisici non sono più un assurdo. Plotino e Sant’Agostino sono nella rivolta di un esistenzialismo che ha una voce nell’umanesimo della vita. Tre anni prima della morte, Camus è premio Nobel per la letteratura.

 

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pubblicato il 28 gennaio 2010

LA SCOMPARSA DELLO SCRITTORE FRIULANO CARLO SGORLON

OLTRE IL REALISMO MAGICO E DENTRO UN TEMPO SACRO

 

di Pierfranco Bruni

 

 C’è una poetica sottile nelle maglie del linguaggio di Carlo Sgorlon ( Casacco, Udine, 26 luglio 1930 – Udine 25 dicembre 2009) che è quella del ritorno ai miti. Un ritorno al mito ancestrale o primordiale che si intreccia con le eredità della tradizione di una terra, di una civiltà contadina e di un popolo che è stato attraversato dalla favola ed ha attraversato l’immaginario rituale di una memoria che riecheggia con  elementi di profonda nostalgia.

Non c’ è soltanto il paesaggio geografico che parla con la nostalgia dei sensi. C’è il paesaggio nel tempo che si fa memoria e lancia la sua sfida con gli occhi della malinconia. Una malinconia ammaliatrice e accompagna il trascorso dei personaggi, i ricordi che sono pezzi di vita, la magia del luogo che ha sempre una marcata interiorizzazione nei nomi dei personaggi stessi, i quali diventano protagonisti, figure e controfigure.

Carlo Sgorlon ha fatto del suo narrato una poetica che penetra l’intreccio tra tessuto dei luoghi, che diventa, però, territorio dell’anima e metafora della storia (da “La luna color ametista” del 1972 a “La conchiglia di Anataj” del 1983). La storia e le storie non vengono narrate o raccontate ma sono certamente assorbite all’interno di un processo mitico – simbolico che è espressione di un raccordo tra una fase sacrale e una entratura nei percorsi magico – antropologici del mondo contadino (da “I sette veli” del 1986 a “Le tribù” del 1990; da “Il patriarcato della luna” del 1991 a “La malga di Sir” del 1997”).

Nella scrittura di Sgorlon la parola stessa è da sottolineare come modello religioso. Non c’è impostazione o proposta di immagine (e di immagini) senza la struttura religiosa che raccoglie sia le istanze del linguaggio, e quindi delle parole o della Parola, sia il mosaico del percorso narrante. È una scrittura nei simboli. Gli stessi personaggi sembrano coordinati intorno a dei simboli chiave (si pensi a “La tredicesima notte” del 2001, a “Il velo di Maya” del 2006, a “L’alchimista degli strati” del 2008, o ai racconti straordinari che si leggono in “Il quarto Re mago” del 1986, a ancora ai “Racconti della terra di Canan” del 1989).

Così la lingua (penso all’intreccio che si vive in “La carrozza di rame” del 1979 o a “Il calderas” del 1988) come fenomeno non solo comunicativo ma come scavo nelle radici di un popolo. Il suo popolo, quello friulano, ha una matrice etnica che non si riversa soltanto nelle forme di una cultura della tradizione (spesso il richiamo de “Gli dei torneranno” del 1977 è emblematico) ma soprattutto nell’incastonare la lingua in una diretta visione che richiama il senso dell’archeologia della parola come infanzia di un territorio (penso a “La contrada” del 1981). La sua poetica è il mistero del cammino della parola che si sprigiona di quella inconsapevolezza dialogica per lasciarsi catturare dal sentimento della memoria che caratterizza tutto il vissuto stesso della nostalgia dell’uomo.

Una poetica dei simboli (ritornano “I sette veli” del 1986) che si forma nei segni presenti in una realtà territoriale. La realtà scompare come scompare la storia. Ma resta la pagina del territorio e la storia si dipana lungo il tempo ed è, appunto, il tempo che recita la meraviglia, il dolore, il tragico, la fisicità, l’onirico, il misterioso, l’incanto – magia (ci sono echi che rimandano costantemente a “L’alchimista degli strati” del 2008 o a “Il velo di Maya” del 2006 o a “Il filo di seta” del 1999). Tutti tasselli che danno vita a quel senso dell’identità che è dentro il legame civiltà – tempo.

Comunque, più di un realismo magico si dovrebbe parlare di un magico sentiero della nostalgia o di un tempo sacro. Cosa c’è di realismo in Sgorlon? La storia è una realtà, anzi è stata una realtà, in quanto la storia vive nel consumato o meglio nel “già stato”. Il paesaggio è una realtà, anzi è un passaggio di realtà nella cosmografia delle stagioni. I personaggi sono in bilico tra il reale e la fantasia, anzi diventano sia memoria che destino e quindi la realtà si perde nel vento delle finzioni. La lingua può essere una realtà? (mi riferisco, a tal proposito, a “Prime di sere” del 1979 e a “Il Dolfin” del 1982). Direi di no, perché in Sgorlon la parola assume sempre la versione e visione allegorica. Un linguaggio allegorico? Certo, fino a quando l’allegoria non si trasforma in vera e propria metafora del tempo.

C’è il magico ma non il realismo. Perché ad insistere è il tempo e non si tratta di un tempo storico ma di un tempo mitico. Parlerei piuttosto di un tempo magico e non di un realismo magico. È proprio questo tempo che si incastra tra i personaggi ma anche è stato ben incastrato nella vita di un mondo popolare che ha formato l’uomo e lo scrittore Sgorlon. Non manca l’ironia. L’ironia è nel Kafka ben analizzato e studiato da Sgorlon (“Kafka narratore” del 1961, Sgorlon, d’altronde, si è laureato con una tesi su Kafka). Un’ironia che è nel dialetto friulano al quale lo scrittore ha dedicato la sua attenzione nella comprensione dei moduli di ricerca di una identità delle radici. Una ironia che non cede al comico o al sarcasmo ma va nel profondo di quelle strutture mentali che ci conducono al sacro, al magico, all’archetipo.

L’io narrante è sempre nel di dentro di questi passaggi e di questi processi che si assumono come rivelazione poetica ma non dimenticano la tessitura antropologica. Ed è come se la poetica di Sgorlon assumesse in sé la capacità di leggere antropologicamente i fenomeni del tempo magico (sottolineo ancora “Il velo di Maya” o romanzi come “Regina di Saba” del 1975 o “Il tono di legno” del 1973) espresso sia dalle avventure narrate sia dai personaggi che vivono dentro il gioco infinito del raccontare. Lo stesso Sgorlon ebbe a dire, parlando della sua narrativa, “Io possiedo un forte istinto narrativo, e a quello mi abbandono. È una specie di bussola incorporata nel mio inconscio. Seguo i grandi archetipi del narrare”.

In questi archetipi del narrare i miti, le fiabe, i riti disegnano tracciati indelebili con i quali è la scrittura a fare i conti ma anche l’anima dello scrittore. La parola e la fantasia. I sogni e il mistero. Un rapporto inscindibile che ha fatto di Carlo Sgorlon uno scrittore dentro la religiosità della tradizione. Religiosità e tradizione: due riferimenti che restano modelli interpretativi in una poetica, in cui il senso del primitivo è una ricerca costante, che va oltre la storia per ridefinirsi nella sensualità della favola e del mondo onirico di una civiltà che solca i passi di una eredità e di un pathos non solo immaginari ma vivi dentro la nostra esistenza.

 

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pubblicato il 27 gennaio 2010

Giacinto Spagnoletti e la coscienza del letterato

A 90 anni dalla nascita

Da Renato Serra a Raffaele Carrieri

 

di Marilena Cavallo

  

Tra il filo del romanzo mai descrittivo e sempre calato all’interno di una psicologia dell’anima, le venature poetiche di una nostalgia che non lo ha mai allontanato dalla sua Taranto e dai luoghi della Magna Grecia e la critica letteraria costantemente legata alla ricerca dell’interiorità degli scrittori e dei poeti l’opera di Giacinto Spagnoletti (Taranto 1920 – Roma 2003) costituisce un punto di sicuro riferimento per comprendere un Novecento letterario che continua ad occupare gran parte dello scenario dei nostri giorni.

Come si è accostato alla storia della letteratura una personalità come Spagnoletti? Il suo incontro con gli autori italiani e francesi, soprattutto, è partito non dall’analisi storica o critica ma da un legame che lo ha condotto ad esplorare il linguaggio del Novecento come mosaico articolato di una sempre crescente creatività, fantasia e poetica della metafora. Da scrittore e poeta si è avvicinato alla storia della letteratura.

Credo che questo sia stato un merito e un pregio soprattutto se si pensa già ai suoi primi studi e al suo lavoro dedicato a Renato Serra. Su Serra ha lavorato molto tanto che ha sviluppato la sua tesi di laurea alla cattedra di Natalino Sapegno. Ma Spagnoletti è stato sempre lontano da incastellature ideologiche tanto che il suo ruolo, parallelo quasi a quello cattedratico, è stato caratterizzato dal suo considerarsi ed essere un critico militante.

D’altronde Spagnoletti nasce culturalmente come scrittore di una pagina in cui la psicologia della scrittura si incontra con la prosa d’arte. I suoi autori amati sono stati Renato Serra, appunto, e poi scrittori come Italo Svevo, Pierpaolo Pasolini, Sandro Penna passando attraverso Baudelaire e il suo “splen” e il futurista Aldo Palazzeschi mai dimenticando le grandi lezioni di Giacomo Debenedetti e Angelo Maria Ribellino.

Proprio grazie alle lezioni di Debenedetti (sempre l’avventura e il personaggio senza la prevalenza della rappresentazione del reale e dello storicismo) ha potuto esprimersi con una prosa incisiva nei suoi tasselli lirici con 'Tenerezza' (1946), 'Le orecchie del diavolo' (1954), 'Il fiato materno' (1971), e il fortemente lirico e nostalgico  'A mio padre, destate' (1953), 'Poesie raccolte' (1990).

Da Verlaine a Danilo Dolci Spagnoletti ha indicato alcune strade da percorrere per tentare di entrare in un Novecento poetico abbastanza ampio e mai omogeneo. Intorno a questi autori si è soffermato sulla prevalenza della grecità e ionicità in autori come Raffaele Carrieri o come Michele Pierri in cui l’universalismo lirico ha permesso di portarlo nel di dentro di una contestualizzazione europea delle poetiche del Novecento sino a proporre una chiave di lettura di Alda Merini. Ma in Spagnoletti non c’è mai una caduta nella provincialità o provincialismo o nel tentativo di difesa dei poeti delle radici o matrici sommerse.

I suoi scritti su Raffaele Carrieri hanno una visione articolata e ci propongono una lettura tout court della poesia del Novecento che, necessariamente, deve potersi confrontare con le poetiche europee. Il Carrieri dei viaggi, il Carrieri della contaminazione artistica, il Pierri della “religiosità pavesiana”, il Pierri contemplante, il Lorenzo Calogero della corda del misterioso e il recupero del dialetto come lingua della poesia tra Sud e Nord sono incisi indelebili.

I suoi studi ultimi, quelli dedicati alla poesia e al dialetto della poesia, offrono una visione importante e ad intreccio tra la cultura italiana quella mitelleuropea e quella direttamente recitata da Verlaine. Spagnoletti, comunque, non ha mai cessato di essere l’allievo di Renato Serra.

Infatti i suoi scritti richiamano spesso la grande visione di un Serra che ha raccontato la funzione dello scrittore e della letteratura in un “esercizio” umano che è quell’esame costante della “coscienza del letterato”.

Spagnoletti ha inserito il suo mestiere di scrittore e di storico del Novecento poetico italiano nella coscienza del letterato. Forse sarebbe auspicabile una meditazione sul legame che Spagnoletti ha avuto con gli scritti di Renato Serra. Un legame che lo ha accompagnato sino ad inserirlo nella modernità linguistica di Raffaele Carrieri.

 

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pubblicato il 17 gennaio 2010

Një herë ish një shpi

(Palazzo Rizzuti)

di Atanasio Pizzi (Architetto)

Collocato nella parte bassa di Santa Sofia d'Epiro, Palazzo Rizzuti ricade in quell’insula che affaccia nella cavea naturale detta dei Becci, oggi Largo Botzaris.

Integrato e riattato secondo i canoni dei palazzi nobiliari di fine 1800, fa parte

della tipologia edilizia che da dimora con scale e passetto, (loggetta) innanzi

all’ingresso,fu trasformata in abitazione più rappresentativa con il caratteristico

portale d’ingresso in pietra.

Il manufatto contiene nel suo prospetto principale, gli elementi architettonici

tipici delle fabbriche signorili di quel periodo.

 

Perimetrato da fasce di intonaco a rilievo è coronato dal cornicione in duplice ordine di tegole in un continuo di malta a base di sabbia e calce, sovrastato dalla copertura in coppi e contro coppi con pendenze a padiglione.

 

 

cavea naturale detta dei Becci, Agosto 2002

 

 

Il portale dell’ingresso, realizzato in monoliti calcarei era cosi assemblato:

adagiati su una soglia costituita da tre moduli in pietra i due zoccoli di base che definiscono la luce del varco; i due zoccoli, lavorati con volute a decrescere sono sormontati dai piedritti al di sopra dei quali poggiano i due peducci arricchiti con volute, questi ultimi accolgono i quattro conci dell’arco reso solidale dalla chiave di volta recante un decoro a rilievo.

L’infisso in legno a doppio battente era realizzato in essenza di castagno e

sormontato da una grata in ferro battuto, la forma, a ventaglio, era descritta

all’interno dell’arco del portale adornata da volute e le iniziali di famiglia.

Una coppia di finestre di forma quadrangolare erano allocate ai fianchi del

portale d’ingresso, a garanzia della inviolabilità di questi due varchi, erano

infisse nella sezione muraria robuste inferriate e solidi infissi, in legno di

castagno ad un battente, garantivano la tenuta termica, (quella di sinistra

risultava murata perché all’interno del locale in quell’angolo vi era allocato il

forno).

Al primo livello in asse con il portale d’ingresso faceva bella mostra il balcone

di rappresentanza, elegantemente dimensionato nei rapporti metrici, il quale si

presentava coronato da una cornice di intonaco a rilievo che si innestava

sull’aggetto in pietra calcare del calpestio, decorato per tutto lo sviluppo

lineare; l’affaccio era assicurato da una ringhiera in ferro battuto che seguiva

l’andamento della soglia aggettante.

L’infisso in essenze di castagno a due battenti, era oscurato nella parte

inferiore, mentre nella parte superiore vetrate assicuravano la giusta

illuminazione nell’ambiente retrostante; due sportelli in castagno garantivano

la tenuta termica e l’oscuramento notturno relativamente alla superficie vetrata.

In asse con la linea ideale del portale e del balcone in corrispondenza del

cornicione di tegole era collocata una finestra di modeste dimensioni, che

assicurava la giusta ventilazione della copertura nel periodo estivo e durante

quello invernale la ostacolava mediante la chiusura di un infisso vetrato.

Il prospetto appena descritto, nella sua semplicità era ben inserito nel contesto

della cavea naturale dei Becci senza incidere sulla quinta e in quel equilibrio di

luci ed ombre che da sempre la aveva caratterizzata.

La quinta di palazzo Rizzuti, mi auguro sia la chiusura di un ciclo che da

decenni stravolge Largo Botzaris, infatti analizzando nello specifico le quinte

che ricadono all’interno della cavea, emerge palesemente la perdita di valore

etno-architettonico di quel sito.

Nello specifico caso preso in analisi, ciò che colpisce è che le più elementari

linee guida nel campo del recupero e del restauro non sono prese in

considerazione, nel vano tentativo di ridare vita ad un manufatto; nei fatti:

• Sostituzione della soglia d’ingresso, invece di integrare quella esistente.

• Sostituzione totale dell’infisso del portale senza tenere alcun conto delle

linee di inviluppo o provare ad integrare le parti mancanti del vecchio.

• La totale rimozione del ventaglio in ferro all’interno dell’arco, assieme

alla grata della finestra a piano terra.

• La totale rimozione della sagoma di uno degli infissi quadrati, che

caratterizzavano il prospetto a piano terra, eppure in passato il segno era

stato conservato.

• Modifica dimensionale della fascia di coronamento di finestre e balconi.

• Modificazione dimensionale del balcone di rappresentanza.

• Sostituzione totale del’aggetto del balcone in pietra calcarea con un

getto di conglomerato cementizio.

• Modificazione della quota del balcone rispetto al portale in pietra.

• Modificando le fasce di coronamento, la ringhiera e l’aggetto del

balcone, avvolgono l’insieme che risulta sottodimensionato.

• Nella sostituzione del tetto, non è stata adeguatamente scelto un sistema

per non ricorrere alle orrende grondaie con le relative discendenti.

• Elemento non meno importante è l’apposizione dei cromatismi scelti,

analizzando nei meriti il sito di Santa Sofia d’Epiro non vi è nulla per il

quale la scelta fatta li potesse indicare.

Se osservando solamente il prospetto su Largo Botzaris, emergono tali e tante

disattenzioni, quali e quante altre in questo edificio, è legittimo chiedersi, siano

state messe in atto nello sviluppo del progetto Architettonico e Strutturale?

 

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pubblicato il 22 dicembre 2009

Nella notte di Natale due pescatori si incontrano

accompagnati da una stella tra il sacro e l’alchimia sciamana

 

di Pierfranco Bruni

 

In un paese chiamato Athsyu. In una piazza affollata. Due pescatori di parole si giocano il tempo. È la notte di Natale.

Il primo pescatore si chiama Lakota. Ha una storia antica. Ha viaggiato per deserti lasciando ombre sulla sabbia e pieghe di emozioni lungo le strisce di cielo consegnate all’orizzonte. Sapeva leggere i tramonti, in giovinezza, e con gli anni ha abbandonato questo mestiere per dedicarsi alla lettura delle albe. Ma per anni il suo viaggio è stato tra le dune e il blu dei suoi sciallati costumi. Uomo del deserto. Appartiene alla famiglia degli uomini blu, ovvero dei tuareg. Il secondo pescatore si chiama Nuvola che non teme il Mare. Appartiene ad una famiglia che ha abitato le foreste e che poi si è trasferita lungo le coste. Ha vissuto una vita tra porti, tra scogliere ed ha viaggiato a lungo, anche lui smarrendosi tra le alte maree e il vento d’altura.

Lakota vive custodendo ricordi, sogni, camminamenti e porta dentro di sé un paziente amore che ritorna spesso tra i tramonti e le albe. Ha sempre vissuto per questo unico amore e per una donna di nome Luna di Fuoco.

Nuvola che non teme il Mare, invece, è stato un amante imperfetto. Ha sofferto nell’inquieto scorrere dei giorni e ha trepidato per ogni donna consegnata alle ferite del suo cuore. Ma anche lui è rimasto affascinato dal mistero di una donna chiamata Donna Sorgente.

Questi due personaggi hanno camminato, il primo, e hanno viaggiato, il secondo, mai incontrandosi se non nella notte di Natale. Entrambi hanno cercato di seguire una stella ma non sono dei Re Magi e seguendola o inseguendola sono giunti al centro di una piazza. Ma non so se hanno seguito o inseguito la stella o sono stati catturati dalla stella. Forse è stata la stella ad afferrare i loro destini.

Allora. Notte di Natale. Un silenzio ovattato. E poi le parole.

“Non so chi ci ha condotto in questa piazza, dice Lakota, ma siamo giunti puntuali ed è come se fossimo arrivati spinti dalla forza della natura. Tutto è spazio. Perché in questa notte? La notte di Natale. Gesù sta per nascere. E noi siamo qui. Perché dobbiamo disputarci il tempo?”.

E Nuvola che non teme il Mare risponde: “Ho abbracciato tutte le eresie. Ho cercato di capire il Cristo della Resurrezione ma mi sono sempre fermato al Cristo della nascita. La rivelazione è una illuminazione che non cerco. Voglio essere cercato dalle parole dell’illuminazione anche se sono considerato un pescatore di parole”.

Lakota: “Noi siamo pescatori di parole. C’è un mistero che mi inquieta. Come siamo giunti qui, io e te, questa sera? Non ci si interroga davanti a ciò che consideriamo mistero. E proprio nella notte in cui nasce il Cristo noi ci disputiamo il tempo”.

Nuvola che non teme il Mare: “Ma quale tempo? Io non mi porrò mai il problema del tempo”.

Lakota: “Ognuno di noi è lacerato dalle passioni. C’è, comunque, la grande Passione che è fatta di sacrificio, sofferenza, dolore e resurrezione. Ma non credere che nel nostro quotidiano non ci siano le quotidiani passioni. Il tempo è dentro questa piega che fa del nostro essere un segno impercettibile, a volte illeggibile ma sempre presente pur nella inafferrabilità”.

Nuvola che non teme il Mare: “Tutto si ritrova nella notte di Natale. Tu con la tua certezza da eretico, io con i miei dubbi da profeta del mare che aspetta una chiamata. Tu che misuri i granelli di sabbia stabilendoti un metodo per ogni caduta di granello. Io che non riesco a stringere l’acqua e mi illudo che ogni goccia possa contenere tutti i mari possibili. Però siamo qui per disputarci il tempo…”.

Lakota: “Io non ho dentro di me timori. E la mia Luna di Fuoco non è solo un ricordo perché il ricordo scompare se lo lasci scorrere come sabbia. Il ricordo è nella mia pelle, nel mio corpo, nei miei capelli. Tutto questo può consumarsi nel tempo? Il tempo è sempre al di là di noi? Vedi, questo fuoco si alza con le sue fiamme e punta il cielo in questa notte. È come se cercasse la stella che ci ha condotto qui. Noi siamo pescatori di parole. Lo siamo stati e ora custodiamo queste parole nella notte di Natele per dire che tutte le parole e tutto il tempo possibile e impossibile non conoscono nome. La nascita di Cristo è una passione inarrestabile”.

Nuvola che non teme il Mare: “Una passione inarrestabile... Perché Cristo non può vivere il tempo. È nell’infinito che si intreccia con l’eterno ma è quel personaggio che porta l’amore. Quando c’è l’amore non può esserci il peccato, quando l’amore trionfa non può esserci la richiesta di perdono perché il perdono è nella teologia e noi, invece, siamo nel mistero, nella sacralità dell’amore, nella sacralità di due corpi che si cercano e si amano e si tramandano futuro. Nella magia. Cristo non è passato, non è presente, non è futuro. Cristo è. Quindi non vive nel tempo. Ti dirò di più: non conosce il tempo. Dove c’è il tempo non c’è Cristo. Noi siamo stati portati qui per giocarci il tempo? Io non mi gioco alcun tempo. Se  vuoi posso darti la partita vinta. Mi ritiro e mi pongo non in attesa ma in ascolto”.

Lakota: “Cosa facciamo allora? Trasgrediamo chi ci ha condotto fino a qui? La stella?”.

Nuvola che non teme il Mare: “Io sono qui e mi metto in ascolto del fuoco, della luna e ripenso al mio mare e ai miei viaggi. Chiedo al mare di svelarmi misteri  custodendo sempre i segreti. Ma i misteri possono essere svelati?”.

Lakota: “Ma anch’io non sono interessato a questa partita. Il falò è un crepitio di stelle luminose. Ci sono distanze. Cerco di vivere non più il tempo ma lo spazio che mi lega al bisogno di rivelazione. La stella? È stata una sfida, posso dirti che ci ha sfidato. Senza finzioni, però. Noi non sapevamo ma la stella ci ha condotto qui pensando ad una nostra battaglia. Ma sul tempo non possono consumarsi guerre. La stella… Che meravigliosa luce. E Cristo? In questa notte di Natale la passione è una rivoluzione e la piazza è il teatro delle recite incompiute…”.

Nuvola che non teme il Mare: “Siamo due pescatori di parole? O forse siamo due viaggiatori di pensieri? Non mi stupisce il fatto che ci siamo incontrati. Nella notte di Natale. Non ho più meraviglia di nulla. Ormai. Mi catturano i segreti. Cristo è un segreto? No. Resta però un mistero. La sua nascita è una rivelazione più potente della sua Passione. Più della Croce. L’incanto è una alchimia. Anche se sono dentro la linea del destino. A quale tempo dovrei appartenere? Sono qui, in questa piazza dell’infinito, a celebrare la polvere delle onde. E ascolto le onde anche se sono distanti mille echi. Questa polvere che ha parola e acqua è dentro di me. Resto con il mio silenzio. A contemplare gli occhi della mia Donna Sorgente”.

Lakota: “Domani. Ai primi bagliori partirò per il mio deserto. Camminatore di pensieri. Nella notte di Natale recito le mie preghiere indiane. La mia Luna di Fuoco danza intorno al falò. Il mio popolo ha sotterrato l’ascia. Tu riparti per i tuoi mari. Io entrerò nella mia tenda. Ma la stella che mi ha condotto sino a te è un segno di profezia. Siamo giunti come pescatori di parole e ripartiamo come naviganti di pensieri. Ma in tutto ciò perché la presenza di Cristo? Noi apparteniamo al destino degli sciamani. Siamo stregoni. Voci nelle magie, nelle alchimie, nei miti, negli archetipi che recitano la vita e l’oltre. Ma siamo al di là del tempo. Pescatori, naviganti, giocatori di tempo. Dentro di noi Cristo è uno sciamano che prega nel sortilegio delle lune ferite e viaggia i mari con le vele spiegate. Cosa ci chiederemo ancora… Siamo nella magia. E nel sacro”.

In un paese chiamato Athsyu due personaggi di nome Lakota e Nuvola che non teme il Mare si salutano. Senza abbracci. Senza più parole. Il loro sguardo è un inciso di vento e di terra. Il fuoco continua ad ardere. La piazza si spopola. Il centro resta un cerchio. Un girotondo.

È ancora notte. Notte di Natale. Il gioco è finito. Anzi non è mai cominciato. Le parole sono nel tracciato del sogno che indica la voce che giunge da lontano come un passato che non esiste e un’attesa che dovrà essere nel dono che arriverà.

 

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pubblicato il 19 dicembre 2009

“Ti amerò fino ad addormentarmi nel rosso del tuo meriggio”

In una storia di destini tra profezia, sensualità e nostalgie

È il romanzo di un amore in versi. La poesia che si intreccia in una storia d’amore profonda che ha atmosfere magiche sul filo di un gioco in cui l’attesa e la profezia diventano modelli profetici in una duplice contesa tra lettura sciamanica e viaggio religioso. 

Si tratta del nuovo libro di Pierfranco Bruni dal titolo: “Ti amerò fino ad addormentarmi nel rosso del tuo meriggio”, in questi giorni in libreria.

Un romanzo d’amore in versi attraverso 40 capitoli che spaziano tra doloranti fughe e profetiche nostalgie.

L’amore, in questo nuovo libro di Pierfranco Bruni, è un raccordare la quotidianità tra una sfuggente donna che appare, scompare, riappare e si fa orizzonte in una metafora costante che è il mare nell’universalità e nella personalizzazione del sentimento di viaggio e un io “narrante” che si trova costantemente in un dissidio tra ricerca e pienezza, tra una forte diaspora e una voce interiore che richiama i cammini degli antichi sciamani.

Il conflitto  si vive nelle parole, nel verso, nella poesia come completezza e incompiutezza, nello stesso contesto, di una meditazione in cui si verifica uno scontro lacerante tra il tempo che recita i passi dell’amore e quel tempo che segna il passaggio delle stagioni.

Ci sono capitoli (o poemetti) lacerati da un dolore che non è apparenza stilistica o scenario lirico ma restano piuttosto una avventura tra il tentativo di ricucire un atto quasi sacrale, qual è l’amore nella sacralità dell’incontro, e uno sguardo proiettato verso la dimensione dell’onirico che rimanda ad una cultura dell’alchimia, della magia, del mistero tra mito, nostalgia e coerente ulissismo.

È un libro, questo di Bruni, che si pone fuori dal laico concetto di poesia e di amore perché insiste su due coordinate: l’amore come eros, come passione, come fisicità e l’amore come rivelazione, come illuminazione e come destino. Un vero e proprio “cantico dei cantici”, in una esplosione quasi di sortilegi che hanno radici sia nella profezia che nel concetto di provvidenza.

Una religiosità compatta in una amore fuori dalle convenzioni e dalle regole ma l’amore si racconta proprio per una selvaggia e mitica coincidenza di sensi e di intermittenze sentimentali. Fa da sfondo la dimensione della memoria che raccoglie il vissuto non in una visione romantica e tanto meno in un atteggiamento di rimpianto. Mai affiora il concetto di peccato. Anzi emerge che l’amore, tra eros e contemplazione, non tocca mai le corde del peccato.

Tante sono le immagini proiettate nello specchio delle emozioni e sono queste emozioni che fanno di “Ti amerò fino ad addormentarmi nel rosso del tuo meriggio” un romanzo nel quale la poesia si articola in poemetti e il narrato ha sempre un filo conduttore  dettato dal concetto che soltanto l’amore è bellezza e che la bellezza ha il compito di salvarci.

Una lezione che emerge sia da San Paolo che da Dostoeviskij ma anche dai canti Navajo che recitano le loro avventure attraverso la voce della pioggia in una inarrestabile danza. Una abbinata coraggiosa che rende questo romanzo in versi di Bruni affascinante ed è tutto giocato in un contrasto di sguardi, di interpretazioni, di un mosaico che riesce a custodire i ricordi con la tensione mai dei presente e sempre della speranza, del futuro, di ciò che accadrà. C’è, in realtà, tutto  il percorso onirico del viaggio di Pierfranco Bruni nell’oscillare tra linguaggio poetico e una potente visione sciamanica della vita..

L’io narrante sembra ascoltare gli echi e leggere i segni in una trascrizione che è fuori ogni tessuto di realtà perché la realtà, in questo libro, non c’è, come non c’è una verità ma soltanto un bisogno di capire le distanze, le lontananze, i distacchi. L’io narrante è come se restasse a guardare il mare e l’orizzonte e si trova, invece, ad osservare un falò non completamente spento e intorno a questo falò custodisce segreti che affida al vento e ai tramonti.

Fortemente lirico, nella conta dei giorni l’incontro tra poesia, magia e mistero traccia non solo il profilo di una storia d’amore ma anche le nostalgie di un io narrante che vive con distacco il tutto, compreso il senso meditativo sulla morte, tranne che la passione nell’amore e l’amore nella passione.

In questo io narrante, tracciato da Pierfranco Bruni, c’è l’incontro con una donna  straordinaria un po’ strega, un po’ magicamente predestinata, a volte marcatamente misteriosa ma sicuramente legata alla religiosità di un tempo mai completamente inafferrabile.

Un libro che raccoglie i dubbi, la provvisorietà, i simboli in un linguaggio originale mai scontato. Un romanzo d’amore in versi. Una storia d’amore in versi in uno scavo coraggioso dove il rischio della parola vale il rischio dell’esistenza.

 

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pubblicato il 3 dicembre 2009

A come Architettura (Arbëreshe?)

 

di  Atanasio arch. Pizzi e Maria Palma dott.Tateo

 

La Legge 482/99 sulla tutela delle minoranze etnico-linguistiche, dopo un decennio di applicazione, ha sicuramente messo in risalto i valori culturali delle comunità, facendo emergere al tempo stesso dei limiti in essa contenuti per cui andrebbe sicuramente rivista, nella sua struttura riscrivendola alla luce delle esperienze acquisite.

E’ importante riconsiderare il fatto che le nostre, mi riferisco agli arbëreshe di Calabria Citra, non sono minoranze ma “presenze” minoritarie; infatti si definiscono lingue minoritarie, quelle tramandate da una generazione all'altra, solitamente accanto alla lingua o alle lingue ufficiali dello Stato, elemento, questo di non irrilevante importanza che diversifica la questione sotto l’aspetto politico, giuridico e culturale.

Gli Sportelli Linguistici, nati per informare e divulgare gli aspetti caratterizzanti le comunità sono da subito apparsi limitati e il più delle volte con personale poco motivato o senza adeguata preparazione e quindi non hanno risposto in modo adeguato alle tematiche di cui si erano fatto carico, pertanto il personale andrebbe adeguatamente formato e messo in condizioni per svolgere meglio la loro funzione.

Una tematica completamente evasa dalla legge, se non nella enunciazione, è quello relativo agli aspetto urbanistici ed architettonici, mai valorizzati e difesi in nessun senso, infatti è in atto un decadimento diffuso dei centri storici arbëreshe tale da renderli irriconoscibili.

Le comunità minoritarie hanno espresso il loro patrimonio culturale in contesti urbanistici ed architettonici che hanno consentito lo svolgersi degli eventi; grazie ai quali è possibile leggere le modificazioni temporali con conseguente rilettura della storia degli arbëreshe; ad esempio i sistemi aggregativi, che si attuavano con sistemi ad asse unico, di tipo complesso nel primo periodo e in un secondo momento ad asse simmetrico, aiutano a delineare l’evoluzione economica e sociale delle comunità.

Occorre studiare e quindi analizzare il rapporto con il territorio nel quale hanno trovato dimora i nostri avi, le dinamiche che hanno determinato il loro insediamento, il momento storico, politico, economico e geografico di quella determinata regione.

Se l’incontro tra le diverse civiltà ha prodotto la nascita di nuovi modelli nel corso dei secoli, viene spontaneo chiedersi in che misura l’evoluzione ha modificato la vita degli arbëreshe con il loro bagaglio consuetudinario trascritto nel Kanun.

Nonostante i paesi d’arberia abbiano subìto devastanti terremoti, dovuti all’orografia e alla conformazione geologica del territorio, le loro genti hanno sempre saputo ricostruire con sapienza e metodo adeguandosi alle risorse di quei tempi.

Oggi non si può rimanere indifferenti alla trasformazione di dimore storiche in semplici unità abitative popolari, di vecchie sorgenti in anfiteatri, allo sventramento di centri storici, alla costruzione di centri sportivi a ridosso di conventi testimoni degli eventi che hanno portato all’unità d’Italia; all’apposizione su scenari naturalistici di variopinti centri culturali frutto di pseudo modelli innovativi, tutto ciò definibile più catastrofico dei terremoti del passato.

Le manomissioni ancora in atto, oltre a far perdere il valore storico ai manufatti ed ai contesti dove essi si trovano collocati, li spogliano della loro identità culturale, per cui sarebbe auspicabile dare risalto alle emergenze architettoniche nella eventuale riscrittura della legge 482 e realizzare opportune convenzioni con gli ordini professionali e le Soprintendenze per tutelare e salvaguardare in modo appropriato i nostri centri storici.

 

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pubblicato il 26 novembre 2009

 

Nazhim Kalim Dakota Abshu

Gli inediti di un poeta tra la spiritualità dei Sufi e il Cristo in Croce

 

 

di Pierfranco Bruni

  

 

Di Nazhim Kalim Dakota Abshu si conosce poco. Un poeta di origini tunisine che ha intrecciato un modello culturale proveniente da una scuola musulmana ben radicata nella tradizione dei sufi e dei dervisci danzanti (o rontanti). Il mistico che abbraccia il pensiero dei sufi e la fede cristiana è dentro il poeta. La sua parola sembra un teatro di emozioni e di suggestioni oniriche recitate da un profeta. Sono venuto a conoscenza di questo poeta e sono in possesso di una manciata di poesie che sottolineano una espressività ricca di modelli sia antropologici che puramente poetici, i quali rimandano ad una tradizione che è quella del mistico eretico – ortodosso con una accentuazione della presenza della spiritualità dei sufi.

La mia attenzione è ormai focalizzata su questi temi e, in modo particolare, su questo poeta, che è una espressione forte della “dinamica” spirituale tra modelli occidentali e pensiero di un mediterraneo islamico, sul quale mi accingo, ormai, a scrivere un saggio con una analisi dei testi da me ritrovati. Qui voglio tracciare alcune linee segmentando alcune coordinate. La presenza di Cristo e della Croce, in Abshu, ha una simbolicità singolare: “Croce, Cristo; il mio Cristo/in Croce; la Croce o la Passione;/vado verso l’alto, ma ho una distesa di orizzonti”.

Fede e pensiero sono, dunque, l’intreccio che non vuole chiarire ma porsi costantemente in ascolto: “Ho ascoltato la notte; nel silenzio/il cuore mi ha portato il mare; ho recitato/Cristo, semplicemente. L’inizio/ non coincide con la fine; Cristo,/ti vivo per la Croce/che porto”. Oppure: “Illuminante silenzio; vestiti di bianco/in un cerchio,/danzano la vita e il mistero/per ritrovarsi nell’infinito”. La danza, l’infinito, il mistero e la presenza del misticismo cristiano sono tasselli nella poesia di Abshu. La presenza dei dervisci resta fondamentale.

Chi sono i dervisci? Sono chiaramente i “discepoli” di comunità islamiche che vivono in piena povertà e sono catturati da una spiritualità profonda che rimanda ad una cultura dell’ascesi. Vivono distaccati dalle passioni terrene anche se sono attraversati da un forte sentimento dell’amore. È molto pregnante il loro confronto con i cristiani mendicanti che pongono al centro il sentimento della povertà e l’assoluto spirituale come riferimento.

I dervisci sono i cosiddetti cercatori di porte, ovvero cercano di andare oltre il senso materiale della vita e del tempo stesso. La danza è la focalizzazione della loro ricerca. I dervisci danzando (ruotando velocemente) cercano di raggiungere dio aiutati da un maestro, o meglio, in turno viene ad essere identificato come il saggio o il vecchio.

A questa tradizione appartiene Nazhim Kalim Dakota Abshu anche se il concetto di divino resta molto complesso e lo si legge attraverso alcune contraddizioni, che restano contraddizioni per noi Occidentali, che diventano, però, per il poeta elementi di ascesi vera e propria. I suoi maestri letterari sono indubbiamenti Rumi e le sue poesie mistiche, ‘Omar Khajjam e le sue “Quartine” e soprattutto Kahlil Gibran. Uno dei filtri, non solo poetici e letterari, è chiaramente anche Tagore (il Tagore che scrive le pagine dedicate a “Il Cristo”). Tra questi poeti c’è uno spazio temporale abbastanza rilevante.

Infatti con Rumi siamo  tra il 1207 e 1273, in una geografia che abbraccia l’attuale Afghanistan e la Turchia (è uno dei più grandi poeti persiani). Con Khajjam siamo ad un’età precedente, ovvero tra il 1050 e il 1130 in una terra che è quella della Persia nord – orientale.  Con Gibran, invece, tocchiamo quasi la sua contemponeatità. Gibran nasce nel Libano settentrionale il 1883 e muore nel 1931. Così con Tagore, nato a Calcutta nel 1861 e morto nel 1941. Tra i poeti europei amati e studiati da Abshu c’è lo spagnolo Gustavo Adolfo Becquer nato a Siviglio il 1836 e morto a Madrid nel 1870. Abshu non si è mai distaccato dalla presenza di questi poeti da lui definiti maestri del pensiero e della parola. Maestri dell’amore. Abshu scrive, infatti, anche delle poesie d’amore, anzi delle potenti poesie d’amore: “In basso la tua verginità;/solo io ti appartengo;/il pensiero, il corpo;/nessuno potrà violarti; alcuna parola, alcun corpo ti violerà./Il mio pensiero, il mio corpo,/ e tu”.

Ma chi è Nazhim Kalim Dakota Abshu. Nato a Tunisi  nel 1900 da una famiglia di commercianti che praticava il mestiere di tessitori di tappeti, e poi mercanti di stoffe e di tappeti.  Della sua vita si sa molto poco. Vissuto per i primi venti anni a Tunisi. Si è formato, come già sottolineato, alla scuola dei sufi, ma è stato un autodidatta ed è stato un grande lettore di testi cristiani occidentali e indiani. Portava con sé spesso sia i Vangeli Apocrifi che le Lettere di San Paolo. Ha studiato con attenzione la storia degli indiani d’America approfondendo il rapporto tra Occidente ed Oriente. Grazie ad una lettura della cultura del popolo indiano dei  Dakota

Ha scritto poesie e testi in prosa. Molta della sua produzione è andata smarrita. All’età di trent’anni va in Francia, poi in Italia e nuovamente a Tunisi. Lascia definitivamente la Tunisia intorno agli anni Quaranta e si stabilisce prima a Istanbul e successivamente a Nizza, dopo aver viaggiato e conosciuto i luoghi del Mediterraneo: “Solamente per amore ho vissuto la chiamata/e non mi sono accorto dei luoghi che mi hanno ospitato”.

Ha approfondito gli studi sulla cultura sciamana, ma la sua vera passione è rimasta sempre la poesia ed è stato sempre convinto che il vero poeta deve essere anche uno sciamano e che la poesia è una grazia e non è mai costruzione: “Forse, nelle mie tasche,/ho ancora la sabbia del deserto;/nelle mie mani, mi è rimasto tutto lo stupore del mare;/nei miei occhi la terra e l’acqua”.

Infatti ha sempre sostenuto che il poeta è un “miracolato”. Ha cercato di intrecciare  Maometto, Cristo e Budda ma il suo percorso è stato sempre quello di confrontarsi con il Cristo in Croce senza cedere alla tentazione delle spiegazioni o giustificazioni teologiche: “Se Cristo mi dicesse: ‘ti perdonerò dei tuoi peccati’,/ coprirei il suo viso di foglie di alloro/ e dimenticherei la sua voce”. Ancora: “Non credo che Cristo avesse parole;/Cristo è semplicemente un gesto,/e danza tra i fuochi e la pioggia”.

Le sue poesie rispecchiano questa visione della vita che ha un marcato senso della spiritualità e di un misticismo che rimanda sia alla fede cristiana sia il pensiero gibraniano vero e proprio con precisi inserti alla cultura del misticismo islamico.  Non ha mai accettato la religione o le religioni in visioni assolutizzanti e tanto meno è stato colpito dalla cultura cattolica. Ma non si è neppure posto davanti alla questione con delle certezze precostituite.

Ha sempre seguito l’illuminazione dettata dal mistero della creazione. Il suo perno centrale è stata la figura di Cristo e della Croce cercando di interpretare la fede con il mistero degli sciamani e con la dimensione mistica dei dervisci. Forse una contraddizione che lo ha posto però sempre in ascolto e mai nel definire verità. Ha lasciato alcuni testi in prosa inediti e  libri di poesie. Ha scritto anche in lingua italiana.

È morto a Nizza, improvvisamente, la notte di Natale  del 1955. Un mistico che ha abbracciato la fede e il pensiero in una tensione spirituale che lo ha posto al di fuori di qualsiasi teologia, perché il poeta non ha teologie ma soltanto si lascia nutrire di schegge di mistero e di una sottile alchimia che si testimonia tra la parole e la sua presenza nella vita.

 

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pubblicato il 25 novembre 2009

 

Difesa della lingua italiana e “revisione” della normativa sulla tutela delle minoranze linguistiche in Italia a dieci anni dalla emanazione

Tra le lingue e le culture storiche che occorre tutelare bisogna necessariamente inserire anche quelle Armene, Rom e Sinti

 

di Pierfranco Bruni

 Occorre difendere la lingua italiana sia dal punto di vista culturale che giuridico. C’è un dibattito in corso che interessa la tutela della lingua italiana. Un dibattito che parte da molto lontano. Occorre ristabilire una dialettica sia giuridica che culturale sulla modifica dell’Articolo 12 della costituzione. In un tale contesto credo che sia necessario rivedere e quindi riconsiderare anche la Legge (la 482/99) sulla tutela delle minoranze etnico – linguistiche storiche.

Una Legge che va rivista nella sua struttura, va riconsiderata alla luce di un decennio che ha visto diverse trasformazioni nel campo delle minoranze linguistiche in Italia e andrebbe riscritta. O meglio va ricontestualizzata. Ci sono alcuni motivi di fondo.

Prima di tutto (ovvero primo elemento) è necessario parlare di “presenze” minoritarie e non di minoranze vere e proprie. Il discorso è sottile ma qualifica e diversifica la questione sia politica che giuridica e culturale.

Secondo elemento non può interessare soltanto la lingua e le culture o la Pubblica Istruzione ma deve creare la possibilità di comparazioni altre e questo nonostante il successivo Regolamento non si evince con chiarezza.

Terzo elemento: bisogna alleggerirla e aprirla ad un confronto con le identità nazionali. Non la si può circoscrivere ad una tutela e ad una promozione della tutela soltanto delle minoranze non tenendo conto che queste minoranze sono “presenze” nel contesto territoriale italiano, regionale e provinciale. Contesto che ha già un suo dialetto.

Quarto elemento: le 12 minoranze linguistiche di cui parla la normativa sono ampiamente superate anche se ci si riferisce ai livelli storici. Un solo esempio: è necessario inserire nella tutela la lingua e la cultura armena come è da riconsiderare le culture e le lingue dei rom e dei sinti presenti sul territorio italiano.

Quinto elemento: non può essere considerata come un serbatoio dove attingere economie per una tutela che, a volte, è abbastanza mediocre dal punto di vista della proposta culturale.

Quindi occorre rivederla nella sua struttura e nella sua complessità. Gli stessi Sportelli Linguistici, nei territori interessati, dovrebbero avere una funzione di forte incisività culturale e invece sono molto limitati. D’altronde il dibattito sulla modifica dell’Articolo 12 va a cambiare logicamente la Legge in questione e perciò occorre necessariamente ricontestualizzare la tutela delle minoranze storiche sulla base della difesa della lingua italiana e dell’identità italiana. Una riflessione di altro tipo, comunque, va rivolta a questa normativa sulla base di alcuni principi.

La presenza delle minoranze etnico-linguistiche in Italia, riconosciute come tali, va considerata almeno  secondo tre aspetti.

Il primo aspetto è, certamente, storico in quanto occorre capire e analizzare il rapporto tra la loro provenienza e la contestualità territoriale nella quale le stesse minoranze si sono stanziate. In tale aspetto rientra certamente una meditazione e una valutazione delle influenze che si sono verificate nel momento in cui le minoranze si sono insediate all’interno dello stesso territorio italiano e all’interno di un particolare assetto geografico. Perché un loro insediamento ha contribuito a creare una rete estesa di legami e di rapporti con le popolazioni già esistenti sul territorio e nelle strette vicinanza e quindi essendo state popolazioni aggiuntive al territorio si è verificato un incontro tra storia, modelli di civiltà e tra assetti territoriali stessi. Proprio per questo è necessario approfondire quelle valenze storiche che nel corso dei secoli hanno portato alla luce modelli di identità. 

Il secondo aspetto è, chiaramente, quello che riguarda gli elementi giuridici. In realtà una minoranza linguistica per resistere su un determinato territorio o all’interno dell’intero Paese Italia ha necessità di essere tutelata grazie a precise normative che devono garantire la salvaguardia della loro presenza attraverso apposite leggi stabilite sia a livello nazionale sia a livello regionale ovvero locale. Su questo tema si sono sviluppati diversi dibattiti ma resta fondamentale ciò che stabilisce la Costituzione della Repubblica Italiana. O meglio occorre far riferimento costantemente all’articolo 6 della Costituzione nel quale si sottolinea : “La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche”. Eravamo nel 1948, da allora la discussione sia giuridica, istituzionale e parlamentare è stata abbastanza articolata e vasta. Proprio partendo dall’articolo 6 alcune regioni nelle quali ricadono le presenze minoritarie si sono sentite in dovere di proporre e attuare delle normative e delle leggi in grado di tutelare e promuovere le realtà etnico-linguistiche ricadenti ,certamente, nel territorio di competenza. Sulla scorta di una discussione che è continuata per anni soltanto nel 1999 è stata promulgata una legge che sancisce “Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche”.

La legge in questione è del 15 dicembre 1999 n.482 ed è stata pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n.297 del 20 dicembre 1999, il cui regolamento di attuazione è andato in vigore il 28 settembre 2001. In questa legge si sancisce come recita l’articolo 2 : “In attuazione dell’articolo 6 della Costituzione e in armonia con i principi generali stabiliti dagli organismi europei e internazionali la Repubblica tutela la lingua e la cultura delle popolazioni albanesi, catalane, germaniche, greche e slovene e croate e di quelle parlanti il francese, il franco-provenzale, il friulano, il ladino, l’occitano e il sardo”. La legge che è costituita da 20 articoli punta, certamente, a valorizzare il patrimonio linguistico e culturale ma anche sottolinea l’importanza della valorizzazione della lingua e delle culture. Quindi non solo tutela la lingua ma anche il  tessuto culturale di cui le minoranze sono portatrici. C’è da ribadire,comunque, un dato significativo sul quale la discussione è di estrema attualità : l’articolo 1 di questa legge ribadisce “La lingua ufficiale della repubblica è l’italiano”. In virtù di tali elementi si è aperta la discussione, di recente, proprio sull’articolo 12 della Costituzione in materia di riconoscimento dell’italiano quale lingua ufficiale della repubblica. È necessario ,chiaramente, approfondire i risultati che  hanno portato la legge n.482/ ’99 non solo dal punto di vista giuridico ma anche dal punto di vista storico e proporre che tipo di incidenza politico-culturale nel corso degli anni si è innescato anche alla luce della autonomia regionale.

Il terzo aspetto è prettamente culturale e interessa in modo particolare la ricostruzione di queste presenze e della loro incidenza storico-sociale. Ciò ha portato ad una discussione sul concetto di etnia, ovvero della valenza storica dell’etnia in Italia a partire sia dall’Unità d’Italia e successivamente dal 1948 alla L.n. 482/ ’99. La questione riguarda le presenze minoritarie storiche e si guarda con attenzione a quelle presenze definite stanziali e non migratorie. Un inciso che è prettamente culturale  in quanto si ribadisce  il fatto che si tratta di presenze minoritarie all’interno di culture nazionali e non tout court di minoranze linguistiche. Ogni realtà di presenza minoritaria ha vissuto un impatto particolare con il territorio sia in termini di incisività storica sia sul piano culturale attraverso usi, costumi, tradizioni ed elementi etno-antropologici e letterari che andrebbero analizzati sia sotto il profilo storico sia sulla base di moduli normativi sia  attraverso una residuale presenza linguistica e perciò culturale.

Detto ciò bisogna ritornare sul dettato sottolineato all’inizio. Occorre porre al centro la tutela della lingua italiana. Bisogna difendere l’Italiano e l’italianità nella lingua e nella cultura, nella storia e nelle eredità. Oggi più che mai va difeso il concetto stesso di italianità perché rimanda all’idea vera di Nazione. Senza nulla togliere alla presenze delle “isole” minoritarie ma bisogna avere la consapevolezza forte che restano delle isole linguistiche. Attenzione a non confondere il valore antropologico con quello storico, il valore di una letteratura nazionale con quello di una frammentazione “etnica”.

Ci sono realtà che vanno salvaguardate perché sono il portato di una storicità che va ben oltre il 1861. E’ necessario riflettere su tali questioni perché è necessario difendere una lingua e con la lingua l’eredità nazionale.

Le presenze minoritarie devono essere certamente tutelate ma all’interno di una tale temperie. Ecco perché la normativa del 1999 diventa ormai quasi obsoleta sia sul piano culturale sia sul versante di una analisi storica sia su quello giuridico. L’Articolo 6 della Costituzione è un riferimento certamente ma il dibattito e le posizioni sulla modifica dell’Articolo 12 impongono un diverso modo di approccio allo stesso Articolo 6 che riguarda, appunto, le minoranze linguistiche ed etniche storiche.

 

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pubblicato il 25 novembre 2009

L’attualità delle fiabe di Luigi Capuana a 170 anni dalla nascita

La cultura popolare e la modernità del linguaggio

  

di Marilena Cavallo

Di Luigi Capuana si riparla grazie al mondo delle favole. A 170 anni dalla nascita dello scrittore che porta in scena la Sicilia, (Mineo, 1839 – Catania, 1915). Così: “ ‘Fiabe nuove non ce n’è più; se n’è perduto il seme!’ Come e perché, cari bambini, lo saprete facilmente quando sarete più grandi”.

      È la chiusa de Il raccontafiaba di Luigi Capuana (le fiabe sono state pubblicate nelle edizioni di Acquarelli con l’antico titolo di C’era una volta i Re, la Gente, la magia.

      Un viaggio nel mondo incantato della fantasia popolare. Una fantasia che si racconta attraverso i contadini, i re (ovvero i reucci), e le reginette, le fate, gli orchi, i castelli, la natura e una simbologia fatta di immagini e di numeri.

      Luigi Capuana ci offre tutta una atmosfera particolare ed emerge da queste pagine uno scrittore che pur avendo vissuto la stagione del Naturalismo e del Verismo ha sempre cercato nella memoria sommersa dei sogni e dei misteri i segreti del vivere quotidiano.

      La sua prima raccolta di fiabe risale al 1882 e portava, appunto, il titolo di C’era una volta…, mentre al 1894 risale Il Raccontafiabe.

      La fiaba non è soltanto l’espressione di una profonda liricità ma è in modo particolare un modello letterario che non vuole nascondere la realtà anzi la cerca di decodificare raccontando la fantasia.

      Capuana che è l’autore de Il marchese di Roccaverdina (del 1901) trova nella fiaba un modello sperimentale sia in termini di scrittura che di tematicità.

      Giulio Cattaneo ebbe a scrivere che le fiabe di Capuana “rimangono forse l’opera più felice di Capuana, come una prosa svelta, semplificata al massimo, ricche di ritornello, cadenze e cantilene, hanno un incanto singolare e una originale cifra stilistica”. Cattaneo inoltre, sottolinea l’interesse fantastico di queste fiabe e mette in evidenza un fatto importante, che porta alla luce la ricerca stessa di Capuana. Cattaneo sottolinea che le fiabe “non sono nate da un interesse per il patrimonio folkloristico siciliano favorito dalle tendenze positivisti a raccogliere favole e leggende come documenti della psicologia popolare ma invenzioni, frutto di ‘un’esaltazione nervosa che aveva dell’allucinazione’”.

      Giulio Ferroni, invece, dà un’altra versione in merito al Capuana delle fiabe e scrive che “lo scrittore compose attingendo al vasto repertorio del folclore siciliano: nella schematicità e nel ritmo ripetitivo della tradizione fiabesca popolare Capuana inserisce una delicata ironia e un’allegra invenzione fantastica che fanno di queste sua fiabe (…) dei veri e propri capolavori”.

      Ma è lo stesso Capuana che ci consegna questa dichiarazione: “…io assistevo a quella inattesa fioritura di fiabe come a uno spettacolo fuori di me. Appena scritte le sacramentali parole di uso : C’era una volta… i miei fantastici personaggi si mettevano in moto, si impigliavano allegramente in quelle loro intricatissime avventure senza che io avessi punto avuto coscienza di contribuirvi per nulla”.

      Il mondo fantastico di Capuana allora è un mondo fortemente intriso di poesia, di leggenda e di mito. Un mondo che parla e si dichiara con i codici della parola, del ritmo, dei ritornelli, della musicalità. È un mondo di fantasie .

      La cultura popolare è il regno della fantasia. Soprattutto, quando ci sono radici il cui mondo contadino è ben rappresentato. Identità popolare e identità contadina sono il tessuto di una creatività fantastica nella quale il mito è una tradizione, che ci conduce inevitabilmente e forse inavvertitamente agli albori della civiltà. Il discorso diventa, certamente, molto impegnativo perché ci si trova davanti a due strade: quella antropologica, che può avere letture illuministe e quella fantastica, che sconfina nel mistero. Indubbiamente, posto in questi termini, il discorso che riguarda Capuana si sposta verso la seconda strada. I testi sono la dimostrazione più veritiera.

      Al di là della concezione di fiabe vere o veriste o di quella sottoscritta da Italo Calvino, il quale afferma che “le fiabe sono vere”, in Capuana, le fiabe restano la fantasia, il sogno, la simbolicità, appunto. Nella pagine de Il raccontafiabe chi fa da padrona è la Fata Fantasia. Una metafora che esprime in questo caso il vero della sua ricerca e della sua proposta espressiva.

      Il fiabesco e il popolare in Capuana non sono solo rappresentazioni liriche o letterarie ma assumono una valenza esistenziale. La assumono sul piano della scrittura ma anche nella struttura del racconto o nella proposte delle storie.

      Le fiabe entrano in quel concetto di autocoscienza sul Naturalismo siciliano perché in esse la rottura con il Verismo è una valorizzazione, appunto, del fantastico. Mi sembra importante la cesellatura di Gianni Contini sul Capuana: “il più anziano dei naturalisti catanesi, (…) è assai stimabile come narratore in proprio(…) ma non è meno rilevante come rappresentante dell’autocoscienza critica del naturalismo siciliano”.

      Le fiabe rientrano in questa riflessione. Ma restano “una forma di arte così spontanea, così primitiva e perciò tanto contraria al carattere dell’arte moderna”. È una sottolineatura di Capuana del giugno 1882 che ci fa capire l’importanza che avesse, per Capuana stesso, la fiaba . Considerata come arte certamente ma soprattutto come “strumento” per recuperare una tradizione e confrontarla con il moderno.

      In fondo è un raccontare ciò che la realtà nega. Ecco l’autocoscienza rispetto al Naturalismo. L’arte che recupera il fantastico. È questo il messaggio di Luigi Capuana che emerge dalle sue favole. Ovvero del C’era una volta che diventa un Raccontafiabe.

 

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pubblicato il 2 novembre 2009

Illuminante e maledetta poesia

Alda Merini dentro il segno della Passione

 di Pierfranco Bruni

 Il tempo è un assoluto che si intreccia nella misura delle parole e nelle parole che recitano la metafora dell’imprigionamento della vita e della morte. È come se fosse sempre una assenza a far da labirinto dentro la nostra anima e questo labirinto trova la sua compostezza nella consapevolezza proprio di essere labirinto.

Così la poesia che si recita nelle maglie dell’insoluto. Come per dire, o come per dirsi, che tutto si è perduto, tutto si perde o tutto si perderà tra gli scogli dell’indefinibile. Così è la poesia di Alda Merini (Milano  21 marzo 1931 – 1 novembre 2009).

 

Una poesia che non chiede, come la poesia che è impenetrabile e indifendibile nelle “giustificazioni”, di viversi nelle spiegazioni, nei commenti, nelle delucidazioni ma è completamente intrisa di illuminazioni. La poesia come illuminante attesa di ciò che verrà vivendo il vissuto. Un tracciato oltre ogni dimensione della storia. Questa maledetta storia che cerca di penetrare le parole.

 

La storia non vuole riconoscere la pazzia della poesia perché  chiede costantemente di dare un senso alla vita che è stata. Ma quale storia può raccontarsi nelle illuminazioni di una poetica dell’amore, della passione, della sconfitta, della perdizione, della resurrezione, del “Magnificat” di Alda Merini? Può esserci storia. È come se chiedessimo al mistero del poetico di trasformarsi in ragione. È come se chiedessimo all’amore o meglio agli amanti di parlarsi e di definirsi attraverso la razionalità dei fatti e non attraverso la magia dell’incanto.

 

Alda Merini è stata, nell’intreccio delle fantasie, una voce – destino di un Novecento letterario non solo inquieto e assorbente in un “vortice” di sciagurata pietà ma è l’indice di una follia d’amore che ha contemplato le tristezze e le doloranti incertezze in un verso in cui, nonostante l’agonia e l’angoscia, l’ironia tragica ha fatto da scenario.

 

C’è uno scenario anche nella poesia dell’esistenza che non è l’esistenza stessa ma la maledizione come dettato lirico di una rimbaoudiana avversione al tutto scontato. La poesia non è nel tutto scontato. Quella che recita la tensione della morte nella vita e fa dare al verso quest’immagine: “Ho acceso un falò/nelle mie notti di luna/per richiamare gli ospiti/come fanno le prostitute/ai bordi di certe strade,/ma nessuno si è fermato a guardare/e il mio falò si è spento”. Sono versi che risalgono al 1984 e appartengono alla raccolta “La Terra Santa”. Ma tutto il viaggio di Alda Merini è un andare alla ricerca di una terra promessa. Un recitativo poetico che conosce la possibilità degli approdi ma spesso dimentica l’infaticabilità delle partenze.

 

Ci sono partenze nella sua poesia? Ci sono arrivi nella sua disperante voce e nei suoi occhi di fede sgusciata dalle conchiglie di primavera? Non credo che ci sono, oggi che si dovrebbe parlare con il passato tra i battiti delle dita. Non credo che mai ci saranno. Sono convinto che mai ci sono stati. I suoi amori trepidanti sempre in squarci di passione.

 

Giorgio, Salvatore, Michele, Paolo… Che orizzonte possono avere i nomi nella vita tragica di un poeta? Che orizzonti possono avere gli amori quando smettono di essere amore? Gli amori nel segno di una scavata nostalgia restano come “una pioggia spenta”. Già, è così. “Adesso sono una pioggia spenta/dopo che l’orma del tuo cammino/si è fermata ai miei occhi./Che ciglio devastante il tuo!/Come mi penetri le ossa!/Se piangessi, tu verresti a riprendermi./Ma io ho bisogno del mio dolore/per poterti capire” (da “La volpe e il sipario”). Ma quale dolore si è scontato nella vita di Alda Merini? Quello chiaramente della passione o delle passioni. Bisogna andare dentro le parole non per capirle ma per tentare di catturarle.

 

So. Ci sono diversi modi per accostarsi ad un poeta ma da poeta come si può pensare di proporre una contestualizzazione o una pur minima impostazione strutturale o storicista di un poeta. Credo che il dato più serio è quello di definirsi in un confronto. Accostarsi alla poesia non è fare storia della poesia. È ascoltare i passi della poesia in una lettura che è sempre respiro d’anima.

 

Certo. Alda Merini è il destino poetico di un Novecento poetico italiano intrigante che va da Cristina Campo ad Antonia Pozzi, da Sibilla Aleramo ad Amalia Rosselli. Una vita dentro la parola passando con quegli echi al maschile che vanno da Dino Campana a Vincenzo Cardarelli, da Carlo Michelstadter a Cesare Pavese. La dannazione della poesia che è religiosità flebile nel nome di una cristianità raggiunta e infuocata come un fuoco grande e mai fatuo.

 

Maledetta poesia che naviga nei cuori forti che sanno della consapevolezza della vita. Il poeta conosce il crepuscolo prima dell’alba. Non c’è una Venere Alata a far da luce. Tutto è una finzione. Persino la finzione si inventa il poeta. Pur di non vivere nella vita ma di morire vivendo la vita. Come stregati. Ma il poeta è uno stregone e la poesia è una strega.

 

Da “Titano amori intorno” nei versi di “Non voglio dimenticarti, amore”: “La strega segreta che ci ha guardato/ha carpito la nudità del terrore,/quella che prende tutti gli amanti/raccolti dentro un’ascia di ricordi”. Si può vivere al di fuori di questa ascia di ricordi? Aprirsi alle attese proprio mentre queste attese si fanno rivelazione.

 

Il passo verso la Croce, il suo colloquiare con Maria, con Cristo, il suo “Magnificat” non tracciano più passioni ma sono il tempo della Passione dentro il quale la poesia di Alda Merini si è raccolta, si raccoglie, continuerà ad affascinare dalla “casa” dei maledetti che con i loro occhi sanno penetrare le nebbie, le nuvole, le ombre e osservano il vento nel tagliare il filo dell’orizzonte che separa o che unisce, nella pazienza, le solitudini, i sogni, le lontananze.

Essere dentro il sogno della Passione è varcare la soglia restando nella speranza. Così nella poesia di Alda Merini.

 

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pubblicato il 23 ottobre 2009

Oriana Fallaci nell’Ottantesimo della nascita

e a tre anni dalla morte.

Una scrittrice sui confini dei Mediterranei

di Pierfranco Bruni

Ottant’anni fa nasceva Oriani Fallaci, nel 1929. Moriva il 15 settembre di tre anni fa, 2006. Non solo una giornalista ma una scrittrice che ha penetrato i sentieri delle parole attraversando luoghi e vivendo avventure e destini. Non può che stare con orgoglio e senza pregiudizi nella storia della letteratura italiana del Novecento.

Una scrittrice che ha saputo raccontare la nostra contemporaneità tra le tragedie della modernità. Passare per le parole e giungere al limitare degli orizzonti. Quegli orizzonti, che per la Fallaci, segnano il confine tra l’Occidente e il Mediterraneo.

 Il deserto, forse l’esilio e le donne che sembrano impastate da intreccio che recita rivoluzione e senso di una assenza. Passate le parole restano le immagini e le immagini fanno la storia, la storia di una visione della vita e dello spazio nel quale si abita la nostra esistenza. Ma forse più della rivoluzione può la consapevolezza di vivere dentro una temperie fatta di scontri, di guerre, di viaggi tra il mare, il deserto, le sabbie, le frontiere, le trincee e gli amori spezzati proprio nel momento in cui si affollano le comprensioni o le interpretazioni dei destini.

Una storia. Certo, quella di Oriana Fallaci che non ha mai conosciuto rinunce ma è stata dentro quegli orizzonti tra Occidente e Oriente. Una metà di un Mediterraneo che è dentro in ognuno di noi.

Una giornalista che è entrata nella letteratura. Anzi una scrittrice che ha “fisicamente” e letterariamente “cucinato” il linguaggio giornalistico con quello di una scrittura rapida, in cui il narrato, il vissuto, il sofferto, il visto si è trasformato nelle lunghe sfide che hanno abbracciato la vita trasformandola in un destino proprio sul filo della letteratura. Anche le sue interviste hanno raccontato, anche le sue interviste hanno fatto storia, anche le sue interviste sono il narrato di un pezzo di esistenza non solo di Oriana Fallaci ma di un contesto che è quello di una civiltà che si è giocata la propria eredità ed identità tra i rossi tramonti abbruniti degli spari tra le trincee dove gli uomini muoiono veramente e i popoli si sradicano e la ricerca di una affermazione di umanità.

 L’Occidente con gli Stati Uniti d’America sono stati il perno di una formazione culturale dentro la quale la controrivoluzionaria Fallaci ha definito la sua non stanzialità e il suo nomadismo legati ad un bisogno di sapere e di conoscere. Nel 1969 pubblica la sua esperienza di un anno di guerra in Vietnam in un libro dal titolo: “Niente è così sia”. Ma sono gli anni di una contestazione non solo studentesca ma esistenziale. La Fallaci, come Pasolini, guarda con sospetto i figli di papà che inneggiano a  Che Guevara e crede ben poco alla risoluzione di quelle piazze occupate in Italia o in Francia. Sembra tutto ben poca cosa rispetto a ciò che avviene in India, in Pakistan, in Sud America, in Medio Oriente.

 C’è un Occidente, in quegli anni, che esplora con l’Apollo 12 la luna e un Medio Oriente in costante conflitto. La Fallaci non vuole restare soltanto una testimone dei fatti che raccontano sempre mosaici di vita. Il suo rapporto con Alekos Panagulis, conosciuto, in Grecia, il 21 agosto del 1973 è uno dei tasselli importanti, straordinari, unici sia per il suo cammino letterario sia soprattutto per quello intimo, sentimentale, esistenziale. L’incontro tra i due avviene proprio nel giorno in cui Panagulis esce dal carcere. Un incontro che diventa una unione di passione e di condivisioni. Il loro rapporto dura soltanto tre anni, perché Panagulis muore in un misterioso incidente stradale il 1 maggio del 1976.

Una storia, dunque, che racconta la Grecia dei colonnelli e la vita di Un uomo.

 Il suo romanzo del 1979 ha per titolo, appunto, “Un uomo”. La stessa Fallaci parlando di questo libro, in una intervista, dirà: “Un libro sulla solitudine dell’individuo che rifiuta d’essere catalogato, schematizzato, incasellato dalle mode, dalle ideologie, dalle società, dal Potere. Un libro sulla tragedia del poeta che non vuol essere e non è un uomo – massa, strumento di coloro che comandano, di coloro che promettono, di coloro che spaventano…”. Un romanzo nella grecità profonda e moderna come era stato il suo primo romanzo del 1962 dal titolo: “Penelope alla guerra”, nel quale si racconta la storia di una donna che non vuole attendere il suo Ulisse e si metaforizza in una Penelope che viaggia e lascia le mura di Itaca per penetrare il senso di una identità in una ricerca verso le libertà come valore di una consapevolezza.

 Anche qui si registra uno scontro diretto con le eredità mediterranee alle quali la Fallaci si oppone con una forza umana tutta occidentale e scavata nel proprio tempo senza cedere a nostalgie o rimpianti che risultano come misure della storia. Due tappe fondamentali nella scrittrice Fallaci sino ad arrivare agli anni Novanta, passando attraverso le storie e la storia e soprattutto nel tanto discusso e non ipocrita “Lettera ad un bambino mai nato” che oggi si presenta come un atto quasi profetico se si pensa che la prima edizione vide la luce nel 1975, che vengono caratterizzati dall’imponente romanzo “Insciallah”, pubblicato nel 1990.

 Il romanzo – saggio nasce all’interno di una “sua spedizione” tra le truppe italiane che erano state inviate nel 1983 a Beirut. Un racconto affascinante tragico, dolorante e contemplante ma anche irruente. “Non di rado infatti sfuggo all’esilio delle scartoffie e non osservato osservo. Ascolto, spio, rubo alla realtà. Poi la correggo, la realtà, la reinvesto, la ricreo, e con l’amletico scudiero ecco il discepolo generale che crede di poter sconfiggere la Morte, ecco il suo disincanto ed estroso consigliere, ecco il suo erudito e bizzarro capo di Stato Maggiore, ecco i suoi ufficiali ora bellicosi e ora mansueti, ecco la moltitudine sfaccettata della sua truppa…” (Da una lettera del Professore, nel testo).

Un filo consistente lega  “Insciallah” con gli scritti successivi. Un Medio Oriente che è sempre più terra di deserti, di scontri, di viaggi nella tragedia e un Occidente che si affaccia sia geograficamente che culturalmente ad un Mediterraneo fatto di tanti altri Mediterranei che si raccontano nelle loro avventure e nei loro ambigui territori: alla ricerca di una cristianità profonda e di un fondamentalismo islamico che approderà alla tragedia dell’11 settembre.

 Cosa sono, in fondo, gli ultimi suoi libri: “La forza della ragione”,  “La rabbia e l’orgoglio” e “L’Apocalisse” che racchiude anche “Oriana Fallaci intervista se stessa”? Sono un superamento culturale sia della storia e identità musulmana sia delle eredità mediterranee. Il tutto nell’orgoglio di un Occidente che dovrebbe però smettere di tessere e ritessere quella  tela metaforica e reale incarnata da Penelope. Ormai Penelope è andata alla guerra. L’orizzonte di sabbia e di deserto, di mare e di acqua e le contraddizioni delle metropoli e di un Occidente sempre più americanizzato sono in costante conflitto.

La Fallaci ci invita ad una scelta. Il Mediterraneo resta un orizzonte nella storia ma anche nelle pretese del futuro, il Medio Oriente è un islamismo che invade e l’Occidente della civiltà moderna  non può che essere nella nostra contemporaneità. Ma c’è una storia che si trasforma in memoria e c’è un uomo che è dentro la vita di Oriana che non smette di parlare come un eroe nella bellezza delle parole, di quelle parole che per restare non possono che essere  passione. La passione della scrittura.

La passione della parola in una scrittrice tra confini. L’Oriente e l’Occidente. E le donne che restano impastate nella sabbia del deserto e nelle piramidi delle vetrate dei grattacieli occidentali. Una storia dalla quale raccogliere un seme.

 

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pubblicato il 16 ottobre 2009

Cultura albanese e cultura arberesh
Una nuova ricerca per meglio comprendere l’appartenenza ad un territorio

di Micol Bruni

Minoranze e territorio. Ovvero rapporto tra popoli altri e appartenenza ad una cultura, che caratterizza i luoghi, i costumi e le tradizioni di mondi lontani. In Italia le culture altre sono tutelate dalla L. n. 482 / '99 che detta le norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche.
L’articolo 2 di tale legge specifica le presenze minoritarie in essa tutelate anche se tali presenze, dal punto di vista della realtà antropologica e in una dimensione geopolitica che insistono sul territorio, sono molte di più.
      A norma dell’articolo 2 si legge : “In attuazione dell’articolo 6 della Costituzione e in armonia con i principi generali stabiliti dagli organismi europei e internazionali, la Repubblica tutela la lingua e la cultura delle popolazioni albanesi, catalane, germaniche, greche, slovene e croate e di quelle parlanti il francese, il franco – provenzale, il friulano, il ladino, l’occitano e il sardo”.
      È necessario, per tutelare una minoranza partire da un dato di sicuro spessore che è quello giuridico. Perché tutelare non significa necessariamente e unicamente promozione culturale delle tradizioni di queste realtà, ma deve portare alla luce, attraverso l’analisi dei testi e le ricerche storiche, alla nascita di tali culture e alla loro integrazione nel territorio italiano. Pertanto, sarebbe interessante analizzare  le singole minoranze all’interno di un territorio storico, antropologico e giuridico.
    Gli Arbereshe, cioè gli Italo – albanesi , in questo caso specifico,  hanno una particolare singolarità che si è sviluppata nei vari percorsi storici. Gli Arbereshe sono una delle minoranze che ha una forza culturale e giuridica notevole. Essi sono presenti sul territorio nazionale in numero maggiore rispetto alle altre realtà minoritarie e sono  l’unico popolo che ha vissuto la diaspora come fenomeno caratterizzante. Si pensi alle regioni coinvolte. La Calabria, la Puglia, la Basilicata, la Sicilia, il Molise, la Campania e l’Abruzzo. In Calabria inoltre le comunità italo- albanesi ammontano a 33 paesi. Bisogna cercare di analizzare la storia di queste minoranze linguistiche, gli arbereshe, non soltanto da un punto di vista culturale o attraverso le comunità presenti in Italia. Bisogna partire da più lontano. Ovvero da quando gli arbereshe erano ancora albanesi. Cioè dal loro arrivo in Italia in seguito alla morte del condottiero e loro eroe Giorgio Castriota Scanderbeg, avvenuta nel 1468.
      Una ricerca che parte dalla analisi delle tradizioni e delle origini permetterebbe, di comprendere meglio le ragioni storiche e giuridiche della presenza di queste realtà minoritarie in Italia.
      Questa operazione è possibile, nel caso degli arbereshe,  attraverso lo studio del Kanun. Se si consulta un dizionario di lingua albanese si legge che per Kanun si intende statuto, regolamento legge. “Il Kanun è un alegge che è stata raccolta come i chicchi di grano in questa grande povertà” (Ndrek Pjetri).
         
      In particolare mi riferisco al Kanun di Lek Dukagjini diffuso nella montagna della Malesi e Madhe, nella regione del Dukagjini, in quella di Tropoje e in tutto l’arco delle montagne al confine con l’attuale Kosovo.
      Naturalmente oggi il Kanun non è più in vigore ma attraverso la sua rilettura si può comprendere quella che era la tradizione giuridica degli albanesi per meglio capire quella che è la storia e l’integrazione dei paesi oggi ancora arbereshe. In un’opera dal titolo Kanun le basi morali e giuridiche della società albanese  ( Besa Editore) la studiosa Patrizia Resta afferma che “la consuetudine è stata acquisita dal popolo albanese come norma (…) pur essendo raccolta di tradizioni va considerato anche come codice consuetudinario (…) pur modificati, alcune valori in esso contenuti costituiscono il nocciolo duro della identità albanese, sotto altre forme …sono parzialmente accreditabili ancora oggi”.
      Bisogna ricordare che tale codice è una raccolta di leggi consuetudinarie che si sono tramandate per secoli oralmente, un po’ come avviene oggi per le tradizioni arbereshe. Bisogna precisare, che a causa della frammentazione delle valli del territorio albanese e delle difficoltà di comunicazione che vi erano nel territorio ci furono e si diffusero diversi Kanun anche se solo a partire dal 1912 un padre francescano Stefano Costantino Gjecov (Kosovo, 1874 – 1929) si preoccupò di raccogliere tali norme e cominciò a pubblicare in parte questa raccolta.  Si ritiene che quello di Lek Dukagjini sia il codice più attendibile anche perchè i vari codici risultano omologhi tra loro sia  in seguito “all'articolazione del territorio, sia alle modalità della trasmissione del testo “ (Martelli, Capire l'Albania). Dopo la sua morte, nel 1933, i padri della provincia francescana d’Albania decisero di riunire l’opera. Ma perché il kanun è detto kanun di Lek Dukagjini ( in origine Kanun delle Valli della Mirdizia e del Massiccio del Dukagjin, attualmenti distretti di PuKe e di Mirdite)? Secondo fonti letterarie la prima opera di raccolta fu realizzata dal principe Alessandro Dukagjini detto, appunto, Lek intorno alla metà del 1400. Lek Dukagjini viene considerato un eroe della tradizione albanese. La storia racconta, addirittura che venne scomunicato da Paolo II nel 1464 proprio per la crudeltà del codice che non si ispirava ai principi cristiani nonostante ancora oggi in Albania viene considerato “Parola di Dio”. 

Quindi è facile comprendere come in realtà tra questi due mondi ci sia uno scontro primordiale. Gli albanesi vedono nel Kanun la parola di Dio, come dicevo, ma mi chiedo se oggi gli arbereshe, che hanno radici si albanesi ma che sono italiani e vivono in un paese cristiano cattolico, possono condividere quelle norme e quanto della loro identità proviene da un mondo musulmano orientale che oggi si scontra con l’occidente cristiano che, come si legge nell’opera di Cavanna, Storia del diritto moderno in Europa. Le fonti e il pensiero giuridico. Vol.2, “…ha una certezza elementare, la certezza fondamentale del cristianesimo : l’idea del primato dello spirito umano”.
            Si vuole però precisare che a nord “era in vigore il Kanun delle Montagne (Kanun i maleve), detto anche Kanun delle Grandi Montagne (Kanun i Malesise se Madhe), presso le tribù di Kastrati, Hoti, Gruda, Klemendi, Kuc, Krasniqi, Gashi e Bytyci, e applicato nelle zone fra il lago di Scutari a Occidente e le alture di di Gjacova (...) a Oriente (...).
           “ A Sud trovava applicazione il kanun di Scanderbeg (Kanun i Skenderbeut), detto anche Kanun dell'Arberia ( Kanun i Arberise) diffuso nelle zone legate alla famiglia  Castriota , nelle regioni di Dibra, Kruja, kurbin e Martanesh (attuali distretti di Diber, Mat, Kruje Kurbin, Tirane), cidificato negli anni Sessanta del seclo scorso da Frano Ilia.
        “ Nei territori toschi si applicava il kanun della Laberise, trascritto di recente da Ismet Elezi, giurista dell'Università di Tirana, diffuso nelle zone costiere di Valona, nel massiccio del kurvelesh, di Himara, fini al 'territorio dei tre ponti', cioè alle città di Drashovica, Tepelena e Kalasa, al confine con la Tessaglia (attuali distretti di Vlore, Vlore è il nome albanesee di valona. Gjirokaster, quello di Argirocastro, tepelene, gjirokaster e sarande).
          “ Il kanun della Laberise è attribuito a un leggendario personaggio, il sacerdote papa Zhuli, fondatore del villaggio di Zhulat intorno al 1481 presso argirocastro. pertanto è anche conosciuto come kanun di papa Zhuli (Kanun i Papa Zhuli ) (Elezi I, 2002)” ( A.A. V.V., Cultura giuridica arbereshe e croata fra conservazione della tradizione e formazione di una nuova consuetudine, Regione Molise, Assessorato alla cultura, 2006, pagg. 39-40)
      Il Kanun oggi rappresenta quella tradizione albanese che apparteneva a Lek Dukagjini e al suo popolo e che padre Gjiecov è riuscito a dotarlo di veste giuridica. Capire oggi molte delle identità arbereshe significa rileggere il Kanun e scoprire quali di quegli elementi che oggi identifichiamo nel popolo arbereshe erano e appartenevano alla cultura albanese.
     Il testo, del Kanun di Lek Dukagjni, è composto da libri che a loro volta sono suddivisi in articoli. I libri che lo compongono sono dodici. La Chiesa, la Famiglia, il Matrimonio, la Casa, il Bestiame ed i poderi, il Lavoro, Prestazioni e Donazioni, la Parola, l’Onore, i Danni, i Delitti infamanti, il Codice giudiziario, Privilegi ed esenzioni.
      Ad una prima lettura si possono notare subito degli elementi che oggi rimangono nella etnia arbereshe. Innanzitutto il rito del matrimonio e della preparazione dello stesso, soprattutto, in quei paesi che hanno mantenuto il rito greco-ortodosso, rimanda  alle tradizioni che vengono menzionate nel codice albanese. E questo è  un dato importante, perché ci fa comprendere come  la lingua e la religione siano elementi che fanno comprendere che la cultura arbereshe non è  una cultura che viene poi da così lontano.  Se si leggono i libri settimo e ottavo dedicati all’onore e alla ospitalità (art.69) e come rivivere quelle tradizioni arbereshe che parlano di ghitonia e, quindi, di rispetto dell’ospite e del vicinato. Il libro decimo del Kanun inoltre istituisce la Besa che è una parola quasi intraducibile nelle altre lingue ma leggendo l’articolo interessato (122) si ritrova proprio quella tradizione di alcuni paesi arbereshe che intendono la besa come la fedeltà ad un impegno. Se si continua la lettura del codice si nota come negli articoli 103- 104 parlando del concetto di “affretellarsi” o della “parentela spirituale” si ritrova quello che oggi in arbereshe si chiama vellamja ovvero proprio fratellanza e rito di parentela spirituale. Senza poi parlare di tutte quelle esenzioni riservate alla chiesa e agli uomini appartenenti a quel mondo (art.1) o di alcune tasse riferite alla coltivazione delle api (art.53), o manutenzione delle acque del mulino ( art.69 – 70 – 71) , o alla terra coltivata con la scure (art.61) o all’allevamento del pascolo (65)che si ritrovano ad esempio nelle capitolazioni di San Demetrio, Frascineto e Spezzano Albanese da me studiate.
      Sarebbe quindi necessario compiere una attenta mappatura di quei paesi del mezzogiorno d’Italia che ancora oggi sono arbereshe con una analisi sulle tradizioni e origini e poi comprendere quali sono le identità che derivano dal mondo albanese o meglio dal Kanun. Questo potrà servire per cercare di ricostruire una storia del popolo arbereshe che dopo secoli rimane ancora oggi il “popolo senza libri”.
      Non si possono chiudere gli occhi e far finta che nel nostro territorio nazionale nel nostro Stato vivono delle realtà che cercano di rivendicare una loro storia attraverso si una questione di minoranze linguistiche ma anche portando ancora dietro delle origini che sono giuridicamente appartenenti ad un mondo opposto al nostro. L’uomo di diritto non può rimanere inerme davanti alla coscienza storica di un popolo che vuole vedere riconosciute le proprie origini al fine di comprendere il reale legame che vi è tra questi due mondi, Occidente e Oriente, musulmani e cristiani, che sembrano così lontani.
      Tutelare, quindi, per non perdere l’identità e per rispettare quelli che sono i doveri civili di ogni uomo.
      Riconoscere ad ogni essere il proprio posto nel mondo perché come diceva Kant   nell’opera Per la pace perpetua, “…gli esseri umani non possono disperdersi isolandosi all’infinito, ma devono da ultimo rassegnarsi a incontrarsi e coesistere” per poi condividere doveri e diritti. E solo attraverso la legge questa condivisione può avvenire nel rispetto delle tradizioni, origini e identità personali.
      Riscrivere o meglio scrivere la storia del popolo arbereshe non più pensando unicamente al loro insediamento locale , nel Meridione d’Italia, ma accompagnando questo dato storico ad un dato giuridico. Il Kanun.
 

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pubblicato il 16 ottobre 2009

La politica? Una metafora e un arcipelago.

Una politica senza cultura è uno sguardo senza anima.

 di Pierfranco Bruni

 Può sussistere una politica senza una etica? Andiamo verso un tempo della politica il cui senso va verso la dismisura di ciò che una volta si usava chiamare valori. Valori, ideali, identità. Quali sono i punti di riferimento che attraversa il nostro tempo? Anche i processi economici possono essere identificati come valori o come ideali ma mai come delle identità anche se si muovono su un tessuto prettamente di “cognizione” concreta.

      Ci sono domande che non hanno risposte e risposte che si consumano senza alcun ragionamento. Ma la politica deve necessariamente uscir fuori dalla foresta degli slogan perché proprio attraverso la politica si dà “cittadinanza” alle idee, ovvero ad una filosofia delle idee. E queste non sono soltanto elementi nella dimensione dell’etica ma vivono nei riferimenti dell’estetica. La politica deve poter avere una sua estetica proprio attraverso quella cultura che si fa coraggio delle sfide.

      Il concetto di cittadinanza, oggi, è una sfida non solo in termini di geografia dell’accoglienza ma anche della spiritualità dell’estetica. Se la politica recupera questo sentiero sul piano della visione della dialettica, dell’umanesimo del confronto, delle tesi di una Europa e un Mediterraneo dentro l’idea dell’inclusione delle culture il rapporto tra la centralità dell’uomo, dei popoli e dello sviluppo articolato può definirsi proprio nell’estetica della cittadinanza come valore prioritario.

      La letteratura, in questo caso, offre delle metafore interpretative abbastanza chiarificatrici. Nel 1861 Fëdor Michajlovič Dostoevskij pubblicava “Umiliati e offesi”. Un romanzo che resta come pietra miliare nel tracciato esistenziale che segnerà i processi storici di generazioni che si confronteranno con le culture dell’Europa, delle Russie e con quelle del Mediterraneo. Ed è un romanzo che presenta una capacità culturale straordinaria nella visualizzazione di un passaggio epocale qual è quello dell’Europa ottocentesca che si affaccerà ad una Europa delle lingue sommerse e delle politiche sommerse.

      Era l’anno in cui l’Italia praticava la riunificazione degli Stati interni per dar vita ad uno Stato unitario, pur attraverso delle politiche articolate nella misura delle rotture tra quello che è stato il Regno di Napoli e le esuberanze austro – ungariche.     

      Non si tratta di un romanzo politico ma di un romanzo per la politica.

      Oggi si presenta di grande attualità perché pone una riflessione proprio su due concetti chiave che serpeggiano nei modelli della contemporaneità. Non si è soltanto umiliati. Si è anche offesi. E non lo si è per una depressione esistenziale che noi singoli possiamo vivere e le generazioni possono attraversare. Ma lo si è per una improvvisazione della politica che si smuove nelle strutture della società. I personaggi sono comparse e la “misura” dostojevskijana lacera un tessuto che era ricco di valori e che oggi è diventato indecifrabile.

      Come è possibile che uno scrittore russo, del secolo passato, possa diventare un punto di riferimento per le nostre inconcludenze che vivono nei processi della decadenza di una Europa, che ha smesso di essere riferimento. E questa Europa ha smesso di essere riferimento perché non ha saputo guardare al Mediterraneo attraverso la consapevolezza della tolleranza.

      La politica non è più tolleranza. Non lo è nei grandi temi della pacificazione o della articolazione delle economie delle Nazioni. Non lo è neppure quando ci si trova a vivere nella mediocrità di una “provincia” che ritiene  che il confronto non sia necessario perché si vince se si è intolleranti e gridaioli.

      Ebbene, ormai siamo tutti dentro il deserto, che può essere quello dei Tartari, o quello della Libia di Italo Balbo, o quello dei predicatori cristiani o musulmani che viaggiano tra le sabbie dei Mediterranei sommersi. E restiamo nel deserto umiliati e offesi. Ma siamo anche consapevoli che il Palazzo prima o poi crollerà nella sfera di metafore inconfutabili che solo la letteratura può annunciare e decifrare. Quel Palazzo non pasoliniano, reale, ma quello di don Fabrizio dei Gattopardi.

      Si sentono assediati i Tartari e sono arrivati sino a Donnafugata ma lì ci si scontra e ci si divide, appunto, tra gattopardi e iene. Si può restare sia umiliati che offesi ma sempre con la testa alta.

      La letteratura non è finzione. Ha la capacità di diventare destino. E Dostoevskij lo aveva ben capito. Proprio per questo qualche anno dopo scriverà quei ricordi (o memorie) del sottosuolo. Bisognerebbe conoscere e leggere di più la letteratura. Perché solo così resterebbe comprensibile il kafkiano risvolto politico nel quale ci troviamo a vivere. Perché solo così l concetto dell’intellettuale contro di Leonardo Sciascia oggi potrebbe avere un senso.

      Kafka, già. Lo scrittore che ha parlato del “processo” e della “metamorfosi” e si è incontrato con quel Musil che non smette di recitare “l’uomo senza qualità”. Non perdiamo di vista l’immaginario di questi due scrittori. Ci tornerà utile. Lo scrittore è un annunciatore dei tempi che verranno. Bisognerebbe saper leggere tra le pieghe degli scrittori per catturare il gioco dell’imprevisto e del perverso che si agita nel presente. Non perdiamo di vista il “ragionamento” di Leonardo Sciascia e il tentativo di impegno che cercò di innescare nella società italiana dagli anni Sessanta alla fine degli anni Ottanta. Un profeta della modernità nella contemporaneità.

      Come abitare la politica senza la cultura? Non siamo farisei e tanto meno giudei. Ma siamo ben dentro la nostra contemporaneità e il “vizio assurdo” è una proposta di lettura che ci spinge verso realtà altre. Cosa è la verità? Cristo guardò Pilato, ma Pilato continua ancora ad interrogarsi.

      Nel 1969 Dostoevskij  pubblicava “L’idiota”. È il romanzo dei nostri giorni. Forse il meno politico e il più degno per la non cultura della politica. Ma anche il più consono per una politica che se non accetta la sfida delle culture entra inevitabilmente nel gioco dei “delitti e castighi”. Ironia a parte. Metafore incluse.

      La cultura è dentro la vita sotterranea dei destini. E le memorie restano sottosuoli. Perché questo incastrare la letteratura a meta giudizi sulla politica? Perché sono convinto che dentro ogni romanzo e dentro ogni scrittore ci sono ferite o pieghe che ci permettono di interpretare quel fondo di chiarezza che è stato espresso da Aristotele e sul quale oggi bisognerebbe riflettere. Ma ogni scrittore ha come principio il valore della cittadinanza non solo come modello di una eredità greco – romana ma come rappresentazione di una contemporaneità.

      Abbiamo bisogno, sostanzialmente, di sconfiggere le solitudini che aggrediscono il nostro essere e il nostro tempo e queste solitudini, che sono manifestazioni che si presentano costantemente nel quotidiano, si mostrano nel battito delle ansie e delle paure che agitano la vita di ognuno di noi e la prospettiva delle storie generazionali.

      Siamo ormai in bilico o ci raffiguriamo come abitanti di un labirinto. In bilico perché ondeggiamo lungo la corda di un perduto equilibrio. Nel labirinto perché non siamo ancora riusciti a intravedere un bagliore di luce che potrebbe portarci oltre. Ci resta il rischio e il coraggio della sfida. Avremo la forza di rischiare e di anteporre ogni scelta individuale al resto? Ma certo tutto ruota intorno ad una metafora.

      La stessa politica, con i suoi radicamenti, si mostra come una eterna metafora se l’uso stesso del termine lo si riporta però ad una visione dell’estetica filosofica. Ciò che non è metafora può passare sotto la voce di arcipelago. Ma mai di isola. L’isola appartiene al simbolo omerico – ulissistico ed entreremmo così nel campo del mito. Tutto può essere, la politica, tranne che un mito.

      Allora resta la visione dell’arcipelago. Forse in astratto. Ma è ciò che definiamo astratto che offre al contenitore un’anima. Cosa ci salverà? Diceva ancora Dostoevskij che “La bellezza salverà il mondo” in quel suo romanzo “L’idiota” ma sosteneva anche che “E’ difficile giudicare la bellezza;non vi sono ancora preparato: la bellezza è un enigma”.

      Siamo distanti da ciò o forse neppure siamo preparati ad affrontare ciò. Aspettiamo che l’alba precipiti nel mare e che il tramonto finisca dietro i monti. Il resto si vedrà. Ma se non siamo noi a cominciare da questo “resta” ogni fatica sarà stata inutile ed è inutile continuare a lamentarsi.

      Dobbiamo rischiare. E dobbiamo fare in modo che l’oblìo non ci appartenga più. Una politica senza cultura è uno sguardo senza anima. Diamo un senso a questo orizzonte. O diamo un orizzonte al senso che vorremmo vivere o al senso che vorremmo che ci fosse dentro di noi e non solo, dentro questo tempo che ci appartiene.

 

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pubblicato il 28 settembre 2009

L'Arbëria come patrimonio culturale

e "Viaggio in Arbëria" di Margherita Celestino

Guida attraverso gli itinerari turistico culturali dei paesi arbëreshë d’Italia.

 

di Pierfranco Bruni

 

Il dibattito recente intorno ai processi etnici diventa sempre più importante e si arricchisce di nuovi significati sia istituzionali che di apertura politico – cultu­rale. Si discute se considerare le minoranze linguistiche storiche delle vere e pro­prie minoranze o delle "presenze minoritarie". Un esempio emblematico resta la storia del territorio dell'Arbëria. L'Arbëria, in realtà, è il territorio dove vivo­no le comunità Italo – Albanesi.

Il libro di Margherita Celestino è un ottimo con­tributo per entrare in un territorio ma anche in una idea di cultura dell'Arbëria.

L'Arbëria non è solo un tessuto territoriale o una geografia dentro la quale si misurano i limiti di una realtà storica e culturale. L'Arbëria non circoscri­ve più confini e neppure definisce luoghi o eredità o addirittura appartenenze. E neppure definisce soltanto comunità all'interno di una dimensione naziona­le. Ormai il concetto di Arbéria è molto più esteso e si incentra anche in una visione in cui storia, letteratura, tradizione, rito sono interazioni in una dimen­sione di una cultura che diventa sempre più immateriale. Un'intuizione della Celestino che si raccoglie leggendo il testo.

Eppure l' Arbëria insiste come territorio. C'è un territorio reale che è quel­lo dell'asse geografico che racchiude le comunità italo – albanesi ma c'è, altresì, un immaginario che spazia in un tempo che è quello di un popolo in fuga verso l'Occidente. Un popolo che ha vissuto la diaspora e continua a vivere (almeno fino a qualche anno fa era più accentuato) di fughe.

Questo popolo albanese, che è stato attraversato dai viaggi della dispera­zione in nome di una difesa di un Oriente che viveva la cristocentricità attra­verso un rito profondamente bizantino, ha trovato nel Regno di Napoli (in quello che è stato il Regno di Napoli) un modello di civiltà che ha saputo ben accettare e accogliere sia le istanze culturali che le emergenze storiche (tran­ne alcuni casi particolari che richiamano ad una intolleranza da parte del mondo ecclesiastico di allora).

La dimensione geografica dell'Arbëria, appunto, è dentro la storia di un Regno di Napoli sempre più proteso ad un incontro tra i Paesi dell'Occidente e quelli dell'Oriente, grazie ad una lettura articolata di un Mediterraneo che resta costantemente una cerniera tra le culture.

Su quattro elementi di base si rappresenta l'Arbëria e si consolida come fenomeno identitario: la lingua (che resta il dato centrale perché una comuni­tà che ha perso la sua koinè è soggetta ad una costante distrazione identitaria e non ha possibilità di tramandare quei segni e quei simboli che solo la parola può sottolineare e trasmettere), il rito (quindi la religiosità), la tradizione (i fenomeni legati ad elementi propriamente antropologici), l'arte e la letteratu­ra (che costituiscono un unico percorso: almeno dovremmo poterlo leggere come un percorso di integrazione tra l'immagine e l'oralità). Sono direttrici che troviamo nel viaggio che compie l'autrice di questo testo.

In fondo l' Arbëria è costituita dalle comunità che abitano proprio quel ter­ritorio che ha come riferimento una dichiarazione di civiltà. Mi riferisco alla costante grecità mai venuta meno in un collegamento tra il Regno di Napoli e i Paesi frontalieri nel versante Adriatico.

L'Albania è l'Adriatico che entra nel Mediterraneo. O meglio: è l'Oriente, con la sua storia musulmana, con la presenza islamica (che non vuol dire anti­cristianità) che penetra lo spirito occidentale e cristiano. L'Albania è real­mente il Paese delle contraddizioni. Ma non sempre le contraddizioni sono da ritenersi negative. Sono nella consapevolezza di una maturità in cui la cultu­ra si definisce come prioritario messaggio di un incontro.

L' Arbëria oggi si presenta con delle manifestazioni che non possono esse­re eluse da uno sguardo attento. Da una parte c'è la sicurezza di una integra­zione ben consolidata nei secoli (e fortemente voluta da Giorgio Castriota Scanderbeg, vissuto tra il 1405 e 1468) e dall'altra ci sono elementi di eredi­tà che possono essere considerati dei codici di una appartenenza che oggi si lascia leggere sotto un profilo che è soltanto antropologico.

Credo che l'effetto antropologico si dipana come valenza di una tutela di un patrimonio, ma è naturale che questo riferimento prettamente etnico (l'etnia è il portato della memoria di un popolo che resta tale solo se riesce a difendersi come civiltà e quindi come necessità di radici) non può reggersi senza il tra­sporto della lingua. Ma sono due capisaldi di una cultura che insiste in un voca­bolario in cui il sentimento dell'immateriale è fondamentale nonostante che l'effetto antropologico sia da rintracciarsi anche nelle forme dell'oggetto.

Come mantenere viva la testimonianza culturale del territorio che passa sotto il nome di Arbëria? I quattro punti evidenziati (la lingua, il rito, la tradizione, l'arte-letteratura) sono la prospettiva non solo di una appartenenza che resta den­tro l'eredità culturale di un territorio ma costituiscono un modello di tutela.

In virtù di ciò, l'Arbëria, tratteggiata dalla Celestino, è patrimonio non solo culturale ma è da considerarsi come patrimonio di una umanità soprat­tutto in un legame tra Oriente ed Occidente. Ciò premesso, va detto che l’Arbëria è dentro quel dialogo tra cultura latina e storia bizantina. Definendo questi presupposti non solo si tutela la storia ma si valorizza una eredità in quel Regno di Napoli che è, al di là delle metafore, sempre più Mediterraneo.

 

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pubblicato il 23 settembre 2009

L’archeologia e il legame con l’etno – antropologia

Un dibattito attuale nel concetto moderno di bene culturale

Nella logica istituzionale del MiBAC

 di Pierfranco Bruni*

Il Ministero per i Beni e le Attività Culturali già da qualche anno ha aperto delle interessanti finestre sulla storia delle minoranze linguistiche storiche presenti in Italia. Un aspetto interessante che si articola ormai su tutti i campi della programmazione e delle attività dei Beni culturali.

Sulla linea delle nuove indicazioni che si è dato il ministero, nel campo della promozione, valorizzazione e fruizione, il rapporto tra archeologia, antropologia e problematiche culturali legati all’editoria, alla diffusione di modelli di ricerca e di proposte (dai Musei alle Biblioteche) sul territorio, mi sembra un dato fondante.

Il campo di azione dei beni culturali diventa sempre più articolato. Si opera ad intreccio tra i vari “saperi” che sono presenti nella geografia delle culture territoriali ma anche tra i “saperi” istituzionali. È su questi tasselli che lavoriamo nelle diverse commissioni in sede ministeriale. Gli input dati con il Codice dei beni culturali (sul quale ho lavorato pubblicando un recente libro) permettono, anche in fase organizzativa, una funzione moderna della cultura o delle culture o meglio delle strategia culturali del Ministero.

Ha  ragione  il Direttore Generale Mario Resca nel sostenere l’importanza del dato valorizzante che permette di entrare in un discorso di economia della cultura vera e propria (un discorso che riprenderemo in altra occasione) soprattutto quando si parla di sistemi mussali e di valorizzare le culture grazie alle innovazioni e alle strategie valorizzanti. 

Nell’ambito del rapporto archeologia – antropologia – etnologia conoscere e approfondire la storia delle presenze minoritarie può giocare un ruolo importante. I territori vivono la loro identità reinventandola, ovvero ricostruendola tassello per tassello grazie a dei processi di scavo proprio all’interno dei tessuti territoriali, che offrono sempre una chiave di lettura fondamentale per definire sia la realtà dei luoghi sia una geografia, che pongono in essere due elementi fondanti: l’etnologia e l’archeologia.

Entrambi sono modelli  che offrono chiavi di lettura sia sul piano scientifico (in termini di selezione e di riselezione del materiale) sia su quello culturalmente più articolato che tocca le sfere e gli elementi modulari di una antropologia del radicamento.

È chiaro che quando si parla di etno archeologia si va nel di dentro di quel senso storico, epidermico, che coinvolge le eredità di un popolo all’interno di una identità di civiltà.

Popolo e tradizione costituiscono un profilo singolare che si manifesta grazie ad una griglia simbolica che è data non dalla percezione soltanto ma dal contatto diretto con i materiali recuperati o con quelli con i quali si è costantemente a contatto.

Ormai il concetto di antropologia non si regge da solo perché, grazie alle varie sperimentazioni scientifiche sul campo, necessita di un confronto a tutto tondo con le altre scienze. Ecco perché il legame del concetto di ethnos si consolida con quello di storia di archeologia, di geografia. 

La vasta dimensione del dato geografico sul territorio incamera lo sviluppo di un pensare all’antropologia come profonda ramificazione all’interno dei sostrati culturali che vive o ha vissuto un intero complesso territoriale. I legami che l’antropologia sviluppa all’interno dei suoi processi si solidificano con un vivere la storia sia come cronaca di un evento accaduto sia come memoria sia come metodologia che è in grado di congiungere la modalità degli archetipi nell’insieme tra simboli e riti.

In questo contesto parlare di etnie, delle quali mi occupo da alcuni anni, significa anche scendere in quell’humus che tiene insieme il valore dell’etno - archeologia stessa con quella etno – storia su un versante in cui la conoscenza dei reperti ( o del reperto in se) depositati dai popoli che hanno abitato un determinato territorio risultano come l’esperienza contaminante  di una eredità che si trasporta nel tempo.

Sia l’etno – archeologia che l’etno – storia non possono fare i conti, appunto, con il tempo. Ma il tempo stesso è la misura del rapporto tra popoli e civiltà. L’antropologia deve fare costantemente i conti con ciò che l’antropologia offre ma è anche vero che l’archeologia, in pari misura, non può essere più letta soltanto definendo la circoscrizione del proprio campo ma ha bisogno di una pedagogia vera e propria che è data dalla lettura antropologica.

Ecco perché il territorio oggi viene ad essere studiato analiticamente ma anche percepito grazie a due finestre che sono rappresentate, appunto, dai simboli e dai riti. Indagare sugli insediamenti significa creare una rete di indagine tra l’archeologia e la storia attraverso quel fattore significativo che viene da una visione complessiva del paesaggio. Così studiare i popoli nomadi attraverso il materiale depositato sul territorio ci porta ad una osservazione chiaramente di natura geo – archeologica le cui strutture del pensare  partecipano  con le strutture materiali.

L’archeologia è sempre una eredità che affiora da quel territorio che è stato che è partecipazione frequente alla storia e le tracce diventano tracciati in un intrecciarsi di fenomeni puramente etno– grafici.

In virtù di ciò si ripropone l’importanza della validità delle etnie in uno studio in cui capire la presenza di una civiltà di un popolo su un determinato territori significa in modo prioritario non dover prescindere da  quella griglia mitico – archetipale che è la vera chiave di comprensione dell’intero contesto di cui ci si occupa.

Ma parlare di etnie vuol dire anche riconsiderare complessivamente sia l’archeologia in sé sia l’antropologia sia la storia e direi anche, perché non bisognerebbe escluderla, quella linguistica,  che è fatta da codici simbolici veri e propri, che manifestano una derivazione prioritaria che ci permette di catturare il senso e l’orizzonte dei popoli che hanno testimoniato una civiltà.

Le etnie in fondo sono l’espressione più vera di un mosaico di posizionamenti e di strutture mentali che sanciscono la liberazione di quel nodo di Gordio  insiste ancora nello scibile e che dovrebbe essere risolto in quei nuovi saperi che l’etno – archeologia deve porre come confutazione di un dato recepito sul territorio.  Sostanzialmente bisogna porre al centro, come in questo caso specifico, il valore intrinseco ed estrinseco, dei legami che la cultura delle etnie sottolinea nei rapporti con le altre componenti che permettono un vero e proprio rapporto. Un museo nazionale dedicato alla storia delle minoranze linguistiche, in virtù di questo mio dire e dell’incarico che svolgo all’interno del MiBAC, sarebbe una proposta da vagliare con molta attenzione.

Il dato essenziale, comunque, è che studiare le etnie  ci impone una riflessione in un passaggio emblematico che va dalla protostoria alla storia  e quindi scava nella coscienza dei tre riferimenti, spesso qui citati, che sono le eredità, i popoli , il territorio. Un parlarsi per definirsi e per definire le diverse identità espresse dalle culture etno - antropologiche. Un discorso che va sostenuto e ricontestualizzato nella logica di un bene culturale non solo da tutelare ma da valorizzare e far fruire. I territori vanno fruiti. La fruizione però è data chiaramente dalla conoscenza.

 * Responsabile Progetto Minoranze Linguistiche del Ministero per i Beni e le Attività Culturali

 

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pubblicato il 20 settembre 2009

Kuscë nzuer silicheth

di Atanasio Pizzi*

 

Eminenti studiosi asseriscono che: la memoria dei luoghi è radicata nelle menti di chi per ovvi motivi li ha dovuti lasciare, mentre coloro che rimangono ne perdono i riferimenti vivendo le mutazioni inconsapevolmente con lo scorrere del tempo.

L’argomento su cui vorrei porre l’attenzione sono le nuove pavimentazioni, con cui sono stati ricoperti i più reconditi angoli dei centri Italo-Albanesi di Calabria citra, utilizzati in modo indiscriminato materiali alloctoni.

Va ricordato che i centri storici delle comunità Arbëreshe fanno comunque parte dell'edilizia storica che pur se influenzata dalle regole edilizie del sud Italia si distingue nel sistema aggregativo del modulo tipo il catoio; inconsapevolmente aggrediti nella morfologia e nel rapporto tra costruito ed

ambiente naturale, vanno sempre più abbandonando l’aspetto tipico che li caratterizzava.

Il risultato……. un freddo e asettico scenario ove non si colgono più gli aspetti che definivano gli spazi aggregativi che hanno fatto crescere e formare intere generazioni di arbëreshe.

Viaggiatori del secolo scorso descrivono i centri parzialmente lastricati: ricostruzioni grafiche, realizzate dallo scrivente, sono state utili a dedurre che in prevalenza venivano protette quelle strade o spazi ove la vorticosità delle acque meteoriche, erodeva le superfici se lasciate senza una adeguata protezione, inoltre, i selciati in pietra avevano la funzione di portare a valle nei periodi di pioggia, tutto quello che con metodo vi veniva depositato.

Lastricati in declivio associati a comode gradinate in pietre di cava o di fiume, venivano adagiate su cuscinetti di terreno vegetale misto a sabbia e ben livellate tra loro mediante la percussione di pesanti mazze, coprendo così le superfici esposte all’erosione.

L’avventurarsi nella riconfigurazione planimetrica, a mio avviso, senza un’adeguata analisi storica ha prodotto errate valutazioni nella compilazione progettuale architettonica.

Le piazzette, "sheshi", le strade "udeth", i vicoli "ruga", la ideale divisione dei paesi: la superiore "Drelarti", quella inferiore "Drehjimi", assieme alle regole dell’approvvigionamento idrico, legate da specifici significati economici, storici, sociali e religiosi, hanno da sempre avuto precisa collocazione nel vissuto quotidiano degli arbëreshe; ridurre tutto in un unicum di colori e di materiali significa appiattire le identità di quegli spazi conservati da generazioni.

L’espressione progettuale rappresentativa delle tradizioni arbereshe, potrà emergere solo da un’adeguata conoscenza storica delle genti e dei luoghi, cosi facendo, potranno essere distinti dal viaggiatore errante e riconosciuti da chi per ovvi motivi, ritornando nei luoghi di origine li riconosca.

L’auspicio è quello di sensibilizzare i vertici istituzionali locali, affinché appropriati interventi di recupero ridiano dignità a quegli spazi, per consegnarle alle nuove generazioni in modo che siano anche per loro il bagaglio storico-culturale che è giunto a noi sino a pochi decenni addietro.

 

* Architetto arbëresh

Foto: Archivio Pizzi

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pubblicato il 5 settembre 2009

Tra la notte del 26 e 27 agosto di 59 anni fa moriva Cesare Pavese

Uno scrittore nell’attesa della cristianità.

E a 60 anni dalla pubblicazione de “La casa in collina”

 

 

di Marilena Cavallo

  

59 anni fa si toglieva la vita, nell’Albergo Roma di Torino, Cesare Pavese. Era la notte tra il 26 e il 27 agosto del 1950.

Uno scrittore che ha lasciato chiaramente un segno indelebile all’interno del contesto letterario del Novecento non solo dal punto di vista problematico ma anche per gli aspetti linguistici che ha innervato nei processi comunicativi della letteratura moderna. Uno scrittore che ha attraversato la stagione  del neorealismo non focalizzando l’attenzione sulla realtà ma sulle metafore espresse dalla condizione esistenziale della contemporaneità.

Pavese è stato uno scrittore calato fino in fondo nella sua contemporaneità e nel suo presente attingendo però sempre modelli dalla cultura classica e in particolare dai mito greco – romani. La pagina del mito è stata un riferimento fondante nei processi umani calati nella poetica dei simboli. Pavese ha ricostruito i tasselli della storia attraverso la griglia di una visione simbolica in cui il simbolo è parte integrante dell’immaginario. Un immaginario che è figlio non della stessa ma del sogno.

Dalla poesia ai romanzi il percorso di Pavese è stato sempre sia poeticamente che linguisticamente coerente. “La luna e i falò” non deve essere letto soltanto come il romanzo che ha percorso le tragedie della guerra civile ma soprattutto come il romanzo in cui i personaggi sono ben definiti e consolidati dalla consapevolezza di vivere dentro un destino. Mai avventura ma destino. Così come quelli che si rintracciano in “La casa in collina”, pubblicato proprio sessant’anni fa, le cui matrici hanno, tra l’altro, una forte valenza, lirico – religiosa. Un romanzo – cerniera tra stagioni di testimonianza creativa e pensiero critico.

La religiosità in Pavese non sta nella riflessione di una “ragione” o nella intuizione di un processo storico ma nella sua religiosità ci sono gli elementi di un raccordo tra il mistero (che non è ricerca) e il bisogno di preghiera.

Infatti, Pavese, soprattutto negli ultimi anni e dopo “Dialoghi con Leucò” che del 1947, vive in una dimensione quasi metafisica che lo avvicina ad una cultura della spiritualità. Giunge alla religiosità non superando l’immaginario del mito ma attraversandolo completamente. È come se si consumasse il dato di una cultura “pagana” per entrare in una “identità”, chiamiamola così, cristiana. Perché non si può parlare di “fenomeno” religioso in Pavese ma sostanzialmente si dovrà insistere su una visione prettamente cristiana.

In Pavese c’è il “territorio” dell’umanità che viene espresso grazie ai personaggi e questo territorio diventa, con la definizione dei personaggi stessi, un tessuto che presenta una simbologia cristiana. Pavese si toglie la vita in una notte di fine agosto in una città in solitudine, come molti quotidiani di quel tempo hanno cesellato. Sul comodino accanto al letto un solo libro. Non l’ultimo. Ma il suo libro, ovvero “Dialoghi con Leucò”.

Perché si può definire il “suo” libro. Perché dentro questi “Dialoghi” c’è una riscoperta e quindi una rilettura del rapporto tra l’uomo terra e l’uomo mistero, tra l’uomo – umanità e l’uomo – onirico. Quel suo “scendere nel gorgo muti” di “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi” è la cifra di una esistenza sia omerica che virgiliana che va oltre lo stesso mito perché si affaccia sui lidi della provvidenza e forse della profezia.

Oggi riproporre Pavese non significa soltanto riproporre uno scrittore ma definire una letteratura che è quella non del “nostos” e tanto meno una letteratura dentro le griglie dello storicismo ma una scrittura e una poetica della quotidiana tragedia del vivere pur nella costante attesa di una pascaliana cristianità: un po’ alla De Unamuno, forse alla Kiekegaard e certamente sulla linea di Mircea Elide e di Maria Zambrano.

Il mito che dialoga con il sacro. Ulisse che annuncia il viaggio di Enea e che a sua volta traccia alcuni segni che impegneranno San Paolo. Ebbene, credo che Pavese, ormai, vada letto in modo comparato nell’affascinante viaggio tra letteratura, mistero, mito e sacro. Anche i suoi romanzi, come “Il carcere”, o i racconti, come “Paesi tuoi”, troverebbero una interpretazione che va oltre la storia per restare letteratura dentro la letteratura.

 

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pubblicato il 5 settembre 2009

Il 4 settembre di 20 anni fa moriva Georges Simenon

di Marilena Cavallo

 

Il 4 settembre del  1989 (venti anni fa) moriva Georges Simenon. Se c'è un elemento fortemente esistenziale che ha caratterizzato i personaggi di Georges Simenon (dalle opere dedicate al commissario Maigret ai romanzi che condensano un respiro più ampiamente problematico) è certamente la solitudine. Una solitudine che ha sempre offerto una chiave di lettura tutta intrisa di quella malinconia cara ai chansonnier.

      Georges Simenon. Uno scrittore che ha saputo trasmettere le vibrazioni della vita nelle sue diverse sfaccettature: dalla cronaca al sublime. Ebbene sì, ogni suo racconto (ovvero ogni suo raccontare) ha una "leggerezza" epidermica. Il linguaggio ha la pazienza e i toni dei tiepidi autunni o delle albe affogate nella nebbia. Un linguaggio nella pacatezza delle descrizioni e in uno scenario che invita alla meditazione.

      Maigret, un personaggio da romanzo? Una letteratura che aveva un sapore ricco di significati umani. Una letteratura, in fondo, che univa la storia dei personaggi con quelle avventure che raccontavano periferie, quartieri lacerati, città in bianco e nero. Quei racconti sono rimasti come riferimento non solo dal punto di vista letterario e culturale ma soprattutto dal punto di vista cinematografico o televisivo.

      Ma Simenon non è solo Maigret. Una scrittura limpida. Direi scattante, avvolgente, misteriosa, gaudiosa. Una scrittura coronata da una costante cadenza malinconica. Non solo Maigret, il nostro commissario con quel Gino Cerci dal panciotto bonario e dalla pipa che invogliava ad una serenità e ad una pazienza patriarcale. Non solo Maigret con quel passo felpato sotto le note di "un giorno dopo l'altro la vita se ne va" che ci riporta, tra l'altro, la struggente musica di un Luigi Tenco che ha accompagnato le avventure di questo disincantato commissario. Ma Simenon è lo scrittore di "Lettera al mio giudice", di "Lettera a mia madre" di "L'uomo che guardava passare i treni".

      Maigret è un personaggio che resta nell'immaginario popolare e non si cancella soprattutto nella cultura di alcune generazioni che hanno amato il poliziesco, il giallo, l'avventura senza mai smarrire il cuore dell'uomo. In ogni criminale, in ogni omicida, in ogni assassino, in ogni ladro c'è sempre un briciolo di umanità che andrebbe salvaguardata. L'uomo Maigret andava alla ricerca di questa mollica di umanità. Forse anche questo era una lezione impartita dal commissario e dallo scrittore.

      Enigmatico e kafkiano, a volte, il romanzo di Simenon. Oltre Maigret. I personaggi ridisegnano la loro quotidianità anzi si ridisegnano nella quotidianità. Un piccolo spaccato da "L'uomo che guardava passare i treni" del 1938: Popinga continuava a camminare. Quei vagabondaggi per le strade, alla luce dei negozi, in mezzo alla folla che gli passava accanto ignara, erano quasi tutta la sua vita. E le mani, nelle tasche del cappotto, carezzavano meccanicamente lo spazzolino da denti, il pennello e il rasoio". 

      Oltre Maigret, dunque. Si pensi a "Le finestre di fronte" scritto nel 1932. Riferendosi anche a questo romanzo Goffredo Parise scrisse: "Ha un predecessore… profetico: Franz Kafka… Simenon con pochi tratti, come un grande pittore… costruisce scene costumi e nomi e personaggi che paiono coperti dalla cipria bianca della pittura surrealista e metafisica. La sua semplice chiara prosa di umile scrittore di gialli è percorsa dal vento dei Balcani, evoca, con la sola parola Mar Nero, un mare nero, descrive gli uomini a due dimensioni: una di faccia e l'altra di profilo. Ma il profilo è una lama sottile di rasoio geometrico". Delle pennellate che lo hanno reso sempre sorprendente e mai banale. Così come in tutte le inchieste di Maigret ma soprattutto negli "altri" romanzi che lo hanno definito nella storia della letteratura del nostro secolo.

      Era nato a Liegi (Belgio) il 12 febbraio del 1903. Muore a Losanna nel 1989. Il primo libro pubblicato con il suo vero nome risale solo al 1929: "Pietr il lettore". E' questo scritto che mette in moto il personaggio Maigret. Nel 1944 - 1946 viene costretto ad un periodo di esilio per le sue simpatie naziste. Si trasferisce negli Stati Uniti. Importante "Tre camere a Manhattan" del 1946. Una vita impiegata intorno alla parola e alla ricerca di quei personaggi che sono nella vita. Senza metafore letterarie perché le metafore sono, appunto, nella vita.

      "Siamo arrivati fin dove abbiamo potuto. Abbiamo fatto tutto quello che potevamo. Abbiamo voluto l'amore nella sua totalità". Si legge in "Lettera al mio giudice". La passione, l'amore, i sentimenti sono percorsi nella vita della letteratura. "…la grandezza di Simenon si rivela intatta anche nell'affrontare il tema della passione d'amore: i deliri della gelosia, l'accanimento del sospetto, l'alcol che intontisce con provvisori oblii, la paura di dover tornare nel deserto della solitudine e dell'abbandono…". E' Giulio Nascimbeni che scrive.

      Tutto un mondo di straordinaria emozione che affascina e che rende quotidiano il personaggio in una storia che racconta frammenti di quotidiano.

 

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pubblicato il 24 agosto 2009

Ricordando Franco Cuomo tra le strade di Taranto

a due anni dalla morte

  di Pierfranco Bruni

 

Sono trascorsi due anni dalla scomparsa di Franco Cuomo. Finora non abbiamo tenuto fede all’impegno assunto due anni fa: quello di organizzare un convegno, una giornata di studi e di riflessioni, una meditazione a più voci sull’opera dello scrittore che ha attraversato la storia del templarismo attraverso un vissuto narrato. Nel corso di questi due anni sono stati pubblicati anche alcuni inediti. Libri postumi.

Di recente si è parlato del suo libro (opera teatrale) su “Il caso Matteotti”, 2009. Forse un testo insolito rispetto ai suoi studi e alle sue ricerche ma lo scrittore c’è tutto, l’anima invasa dal ricercatore, anzi dell’indagatore esplode con forza e stile. Ma poi esplode “Il tradimento del Templare” (2008) con la sua caratterizzazione e il suo scavo che è stato preceduto da “Gli ordini cavallereschi, nel mito e nella storia di ogni tempo e paese”, 2008.

Due anni dalla morte. Voglio qui riproporre un ricordo che non smette di accompagnarmi.  Ho un ricordo molto suggestivo e significativo di Franco Cuomo (Napoli, 22 aprile 1938 Roma, 23 luglio 2007). A volte restìo nell’aprirsi completamente al dialogo. Ma c’erano occasioni che con poche parole si aprivano orizzonti. Amava molto la città di Taranto e i colori della Magna Grecia. Più volte ho avuto modo di incontralo.

In una Taranto primaverile e quasi estiva di alcuni anni fa, dopo un incontro svoltosi al Castello Aragonese in un piazzale strapieno di gente che ascoltava e poneva domande sui temi cari a Franco, passeggiando mi disse (e lo ricordo benissimo) con la sua voce lenta e il suo accento con cadenze quasi “medioevali”: “Sai, abbiamo parlato dei Templari, dei viaggio dei Crociati, dei simboli e dei personaggi che hanno saputo rappresentare un mondo e una civiltà ma alla base di tutto si poneva un interrogativo. La letteratura salva dalla quotidianità? Io non credo, per le cose che ho raccontato ed ho scritto, che possa salvare dal quotidiano”.

Discutemmo a lungo di letteratura e di aspetti legati alla a questioni letterarie. Mi parlò con voce lenta dicendomi: “La letteratura cerca di salvare la bellezza. Dame e cavalieri sono nella storia ma senza la bellezza non avrebbero senso. Piuttosto la letteratura permette di capire con un’altra visione, che non è quella storicistica ma è testimonianza spirituale, la storia. Perché, vedi, continuava a ripetermi, la storia senza il mito e la leggenda non ha  un orizzonte. Ciò che ci fa sentire partecipi all’interno dei processi storici è la comprensione della storia come lettura delle civiltà in una tensione che permane nella capacità di vivere le avventure e i destini dei popoli come espressione spirituale. Parlando dei Templari, continuò, non abbiamo parlato della storia dei Templari ma della capacità nostra, oggi, di riuscire a penetrare grazie ai simboli un mondo che non c’è più ma che continua ad essere, comunque, presente. Da questo punto di vista, lo ricordo molto bene quando mi parlava di questo anche perché più volte siamo ritornati su tali argomenti, la bellezza non salva la storia ma ci salva dalla cronaca della storia”.

Mi diceva tutto questo passeggiando, con lunghe soste, sul Lungomare di Taranto. È vero la bellezza ci salva dalla cronaca della storia. Ci siamo incontrati diverse volte. Anche a Roma. Proprio a Roma ebbe la fortuna di conoscerlo. Era stato Francesco Grisi a presentarmelo. Aveva da poco pubblicato “Gunther d'Amalfi, cavaliere templare”. Era, credo il 1989. ma ci sono stati altri momenti importanti.

Era amico di Grisi. Me ne aveva parlato anni prima in occasione del Premio Strega del 1986, anno in cui Grisi arrivò in finale. E insistette molto affinché Franco Cuomo fosse inserito nella cinquina dello Strega del 1990 proprio con il romanzo dedicato a Gunther d’Amalfi. Con Grisi nel Ninfeo di Villa Giulia ci fermammo a commentare non solo il Premio ma si sottolineò sulla necessità di cambiare le modalità dei Premi.

La presentazione dei sui libri dal 1995 al 1999 a Taranto era un appuntamento fisso. Dedicammo anche in onore ai suoi studi una serie di manifestazioni sui Templari e sulla presenza dei Crociati. Presentammo nel 1996 “Il codice Macbeth. Il ritorno di Gunther d'Amalfi”.

E proprio in quell’occasione i nostri rapporti si intensificarono. Nel 1997 parlammo di “Santa Rita degli Impossibili. La storia d'amore e di sangue, di vendetta e di perdono di Rita da Cascia” con una interessante conversazione sulla storia di Santa Rita. Dopo quella presentazione io sentii la necessità (un bisogno vero) di recarmi a Cascia. Il mistero che incontra la storia o viceversa.

Parlando di Santa Rita  Franco mi disse: “Ricordati che, alla fine delle superbie e delle inquietudini,il perdono vince su tutto. Noi sapremo mai perdonare?”. Nello stesso anno presentammo “Le grandi profezie”. E di questo libro ci fu una conversazione privata tra me Grisi e Cuomo. Grisi sosteneva che abbiamo sempre la necessità di credere alle profezie e Cuomo ribatteva che sono, appunto, le profezie che guidano il viaggio.

Importanti furono le nostre conversazioni, i nostri silenzi, le attese. Quando poi nel 1998 discutemmo di “Il romanzo di Carlo Magno. 1, Il predestinato” quel discorso sulla profezia divenne il segno tangibile di una ricerca storica che non può vivere e non può resistere senza il segno della profezia e della speranza. “La storia continua ad avere bisogno del mistero per  realizzarsi come leggenda  e per penetrare gli uomini e le civiltà”. Questo mi disse Franco Cuomo.

Insomma una storia che non  ha bisogno della realtà ma deve entrare nei “sottosuoli” dell’anima. L’ho seguito nel corso del suo attraversamento letterario sino all’ultimo suo romanzo: “Anime perdute. Notturno veneziano con messa nera e fantasmi d'amore” passando tra  “Il tatuaggio”, “I sotterranei del cielo”, “Harun ar-Rashid, il califfo delle Mille e una notte” e altri titoli ancora continuando però a “inseguire” e a non dimenticare il ciclo di Carlo Magno. Io sono rimasto legato, comunque, a due testi che mi hanno aperto una visuale sul concetto di leggenda, di mito e di simbolo.

Mi riferisco a “I semidei” del 1995  “Il signore degli specchi” del 1991. Due percorsi, se così si vogliono definire, che costituiscono un battere nel cuore delle metafore. Una letteratura, quella di Cuomo, che è riuscita sempre a teatralizzare non solo i personaggi ma anche i destini e le avventure. Certo, Cuomo ha raccontato storie ma le storie (o la storia) di Cuomo hanno una dimensione che non si perde tra i rigagnoli della ragione perché continua a raccontarsi come leggenda. E se la storia non diventa anche leggenda per uno scrittore non è altro che una sottoscrizioni di fatti e di cronologie.

      La letteratura per Franco Cuomo era andare oltre la resistenza stessa delle date. C’è un altro libro che tuttora potrebbe rivelazione tracciati di sicura comprensione per capire l’età nella quale viviamo. Si tratta di “Nel nome di Dio” e risale al 1994. Un sottotitolo suggestivo che ci introduce in un’epoca di incanti e incantesimi tra le sponde dell’Occidente ed Oriente: “Roghi, duelli rituali e altre ordalie nell’Occidente medievale cristiano”.

L’Occidente tra i miti e le leggende. È più che mai attuale e resta nel sempre. “Non chiedere mai spiegazioni, mi disse in uno degli ultimi incontri, ma cerca di capire il senso, o la maschera, o il doppio che si vive nel segreto del mistero delle civiltà e dei popoli. Non chiedere giustificazioni. La storia non potrà mai darle. La letteratura potrà aiutarti se riuscirai a  non assentarti da una letteratura che è dentro il fascino del misterioso”. Conserverò nel cuore queste parole.

Uno scrittore che accanto alla recita della parola ha saputo raccontare senza lasciarsi rapire completamente dalla storia. Infatti il suo viaggio resta sempre dentro i segni della profezia come quel volume pubblicato nel 2007 che chiude una stagione “Le grandi profezie”. Si supera la storia con la profezia. Franco Cuomo attraversando il Medioevo ha raccontato le vie della profezia attraverso personaggi e luoghi. Tra i personaggi e i luoghi un impegno. Ritorneremo a parlare di Franco.

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 pubblicato il 22 agosto 2009

Fernanda Pivano

Da Cesare Pavese a Fabrizio De André

Attraversando il viaggio della letteratura americana

Oltre un ricordo

 di Pierfranco Bruni

 

Dalla letteratura americana ai processi letterari che hanno segnato la nostra contemporaneità. Da allieva di Cesare Pavese ad intima amica di Fabrizio De André e Dori Ghezzi. Fernanda Pivano, scomparsa recentemente, (era nata il 18 luglio del 1917 e morta il 18 agosto scorso), importante personalità della cultura italiana,  ha  ben saputo leggere e interpretare la letteratura italiana e americana attraverso la traduzione di autori e testi che hanno caratterizzato i processi di incontro tra la poesia americana e quella italiana.

 

Significativo resta l’insegnamento (e il legame) di Cesare Pavese come anche la sua conoscenza e amicizia con un poeta scomparso dieci anni fa, ovvero Fabrizio De André. Una indagatrice che ha saputo offrire un dibattito all’interno delle geografie poetiche che hanno caratterizzato il nostro tempo. I  suoi studi e le traduzioni relative a Jack Kerouac sono un riferimento centrale di quella letteratura che ha siglato i “miti dell’America” attraverso la beat generation. Avevo avuto modo di conoscere Fernanda proprio in occasione di un incontro dedicato a Fabrizio De André. 

 

Ma Fernanda Pivano va ricordata anche per le sue straordinarie prove narrative tra le quali si sottolinea un romanzo dal titolo ‘La mia Casbah’ che presenta una forte liricità e un attraversamento di codici esistenziali. Un romanzo aperto al diario nella sottolineatura del canto e controcanto.

Fernanda Pivano fu una dei primi studiosi a definire De André un vero poeta del nostro tempo. A lei si devono quelle chiarificazioni tra testo musicale e percorso linguistico ben enucleato in un libro dal titolo: ‘I miei amici cantautori’.

 

Una studiosa dei fenomeni musicali, degli anni Cinquanta tanto che proprio nel testo appena citato ebbe a scrivere: “Gli anni Cinquanta erano stati per la musica più creativi, innovatori e tecnologiche impegnati di quando sia mai accaduto nella storia: erano nati un po’ come conclusione – e insieme reazione - del movimento futurista e un po’ come sfruttamento dei nuovi mezzi tecnici di riproduzione e registrazione del suono allora disponibili”.

 

Nel di dentro delle sue ricerche che vanno dalla traduzione dell’Antologia di Spoon River alle opere di Hemingway credo che il suo legame con Cesare Pavese sia stato un momento particolare che ha segnato anche il suo approfondimento letterario. Infatti le lettere di Pavese a Fernanda Pivano sono veri e propri tasselli di una letteratura altra rispetto al contesto della fine degli anni Quaranta. Proprio a cominciare da una lettera datata 22 agosto 1940 si evince il legame umano e letterario che univa Cesare e Fernanda.

 

Ma Pavese si spingeva anche oltre. Il 20 ottobre sempre del 1940 annotava: “Ma è vero che F. non conosce l’amore? Certamente non ne conosce l’ultima istanza, ma un suo atteggiamento davanti al problema esiste, e con ciò s’intravede qualche lineamento del suddetto segreto”.

Il 13 febbraio del 1943 da Roma Cesare scriveva a Fernanda: “Fernanda, sono molto infelice. Tuttavia L’accarezzo con riserbo…”. Sempre da Roma il 4 giugno del 1943 Cesare annotava: “Donarsi vuol dire non aver tempo di guardare al passato e quindi non compiangersi”.

 

Alla  data del 2 febbraio 1946 c’è una brevissima lettera nella quale si legge: “Il cordone ombelicale è veramente tagliato, la prefazione e "ha stile" – il giudizio non è soltanto mio. Il maestro non ha più niente da fare. /Come semplice revisore attende il manoscritto col testo per dare l’ultima occhiata. Poi, buona fortuna nei mari della vita”.

Si tratta di una lettera autografa rimasta in possesso di Fernanda Pivano. La prefazione alla quale fa riferimento Pavese è a “Storia di me e dei miei racconti” di Sherwood Anderson. Sono soltanto dei piccoli segni che chiaramente andrebbero approfonditi non soltanto per capire il legame letterario e umano tra la Pivano e Pavese ma anche per capire una temperie penetrando i tessuti di un’epoca qual è stata quella degli anni Quaranta – Cinquanta.

 

Pavese, dunque, è stato un maestro per la Pivano e proprio partendo dalle lezioni pavesiane ha potuto padroneggiare il rapporto con la canzone. Un rapporto che partiva dalla capacità liriche e dalle intercettazioni linguistiche di poeti e scrittori moderni.

Infatti Fernanda si è confrontata con autori e cantanti come De André, Bob Dylan, come Jim Morrison, come Patti Smith, come Francesco Guccini e molti altri. Partendo dalla parola, dalla poesia, dal linguaggio della liricità è entrata dentro le stanze della musica.

 

D’altronde il suo vissuto con la letteratura americana e la frequentazione con testi di scrittori d’oltre Oceano hanno permesso di stabilire sempre un dialogo tra le eredità culturali e le contaminazioni che restano vitali nei linguaggi della poesia e della canzone. Restano vitali, comunque, quelle eredità provenienti da Cesare Pavese.

Eredità che hanno matrici in una griglia di simboli che si enucleano nell’analisi dei personaggi effettuata in Ernest Hemingway. Il senso del tempo e il formidabile vissuto del viaggio sono nuclei centrali nella tensione letteraria e umana della Pivano. Un raccordo che è possibile leggere con chiarezza proprio quando Fernanda sottolineava l’importanza della poetica di De André.

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pubblicato il 20 luglio 2009

La piazza o le piazze tra la solitudine e le nostalgie

in Cesare Pavese

  

di Pierfranco Bruni

 La poesia di Cesare Pavese è costantemente intagliata all’interno di un paesaggio in cui la voce predominante è caratterizzata dai luoghi. Luoghi come realtà geografica luoghi come elemento fisico ma soprattutto luoghi distribuiti tra i giochi dei ricordi e quindi della memoria e l’indefinibile ricostruzione di una metafora fatta di segni onirici e di costruzioni esistenziali.

      Ma ci sono anche dei luoghi che pur essendo una rappresentazione del reale si definiscono nella cancellazione della realtà stessa per manifestarsi come modello estetico tra l’apparenza dell’immaginario e la fissazione della storicità.

      È proprio questo luogo, ovvero luogo per definizione tra estasi e storia, che ci interessa in modo particolare in virtù del fatto che Pavese non è mai uno scrittore realista ma la sua scrittura delinea un essere dell’immagine e un essere del linguaggio completamente fuori dagli schemi di una didattica del neorealismo. Probabilmente uno scrittore dello sguardo. Questo sì. E i luoghi in virtù di ciò sono comunque sempre un disegno ben ricamato nella costruzione della metafora. Ma quali sono questi luoghi in Pavese?

      Il mare e le Langhe sono luoghi ben definiti o meglio si potrebbe dire l’acqua e la terra. La città e il paese costituiscono la penetrazione dell’inconscio tra l’essere della solitudine e lo spazio dell’inconoscibile. E poi la campagna che lega la solitudine al mito e il mito in Pavese si spiega sempre attraverso una griglia simbolica. Un luogo che ritorna spesso, non solo nella poesia ma anche negli altri scritti, è il concetto di strada.

      La strada in Pavese è l’allegoria dell’andare del non fermarsi mai o meglio del percorso o meglio ancora dell’osservare o ancora del guardare cosa accade nella strada cosa accade al di fuori della casa. La strada come attraversamento ed è la strada che conduce alla piazza. C’è da dire che non sono molte le poesia in cui compare la piazza ma è un luogo di una presenza sia fisica che interiore.

      Certamente tra i versi dedicati alla piazza campeggia la dannunziana poesia dal titolo “Passerò per Piazza di Spagna” datata 28 marzo 1950 ed è parte integrante della raccolta “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi” pubblicata postuma. È una poesia che fa parte dell’ultimo mazzo dei versi pavesiani e l’intreccio tra lo strascinamento esistenziale e la fotografia  è ben integrato. Ma anche qui in questa poesia dedicata alla piazza non mancano le strade. Per ben quattro volte è citato il termine strada, anzi tre volte al plurale e uno al singolare. Si conferma quello che si diceva prima: le strade buttano nella piazza e le strade fanno la piazza in Pavese.

      Una visione chiaramente geografica-antropologica (si pensi a “Abbozzo di Paesaggio” del marzo 1936 dove si legge: “Sulla piazza la gente non può litigare,/ma s’accolgono tutti con capre e maiali/contro i muri. Da un muro di cinta scrostato/s’erge saldo l’ammasso fiorito di un albero”, oppure a “Jazz melanconico-” del giugno 1929: “Il giardino profondo, sulla piazza,/di oscurità e freschezza”) che penetra il tessuto altamente lirico di Pavese. Anche il titolo diventa un attraversamento. Non si parla della Piazza di Spagna in se ma del passare per Piazza di Spagna ovvero quel “passerò”  non sta ad indicare una forma statica bensì dinamica. Pavese non si ferma in Piazza di Spagna. Qui entra in gioco la componente lirico esistenziale e la dinamicità in questo caso specifico segna ancore di più l’inquieto esistere, l’inquieto essere, l’inquieto uomo-luogo di Pavese.

      Pavese è l’uomo-luogo per eccellenza. È una delle poesie più belle dell’intero corpus pavesiano e risente come già si sottolineava l’influenza marcata del Dannunzio alcionico e del Dannunzio che recita la chimera. Il Dannunzio aulico ma questo non è né un difetto né un vizio è invece la dimostrazione che il Novecento Italiano non potrà mai fare a meno di Dannunzio.

      Dannunzio nella poesia italiana non è un’ombra, è la certezza del rinnovamento ed è quindi linguaggio nuovo nel solco della contemporaneità. Ebbene in Pavese e in questa poesia in particolare la piazza diventa il luogo dentro i luoghi. Si ascoltano i primi cinque versi :

 

   Sarò un cielo chiaro.

   S’apriranno le strade

   sul colle di pini e di pietra.

   Il tumulto delle strade

   non muterà quell’aria ferma.

 

      Il paesaggio dunque non è una rappresentazione figurativa soltanto perché la spinta onirica è abbastanza avvertibile in una cesellatura dove il mosaico che emerge è siglato dalla contestualizzazione della natura. Il cielo, il colle , la pietra. E poi compaiono le strade. Nelle strade c’è tumulto ma questo tumulto non cambierà l’aria-atmosfera che rimane ferma perché la piazza ancora una volta diviene il contenitore dei luoghi e delle sfumature paesaggistiche. Paesaggio che si vede e paesaggio interiore del poeta sono una dichiarazione dell’esistere e dell’essere.

      L’onirico aulismo dannunziano continua così :

 

   I fiori, spruzzati

  di colori alle fontane,

  occhieggeranno come donne

  divertite. Le scale

  le terrazze le rondini

 canteranno nel sole.

 S’aprirà quella strada,

 le pietre canteranno,

 il cuore batterà sussultando

 come l’acqua nelle fontane –

 sarà questa voce

 che salirà le tue scale.

 

      La frequentazione della musicalità porta Pavese ad un felice ascolto della ripetizione non solo della ritmicità ma delle parole che diventano in questo caso parole chiave. Non troviamo soltanto una nuova ripetizione del termine strada ma ricompare anche  il termine pietre e poi si ripete il verbo aprire, prima coniugato nella terza persona plurale nel tempo futuro ora, lasciando il tempo, nella terza persona singolare.

       La metafora più incisiva sembra quella proposta nel verso “le pietre canteranno”. Nel terzo verso la pietra era abbinata al colle quindi in una forma bloccata nell’immaginario in questa fase successiva la pietra acquista voce e il tutto ancora una volta all’interno della piazza.  Nei versi finali che andremo a citare la pietra avrà un suo odore. Così :

 

 Le finestre sapranno

 l’odore della pietra e dell’aria

 mattutina. S’aprirà una porta.

 Il tumulto delle strade

 sarà il tumulto del cuore

 nella luce smarrita.

 

      Si insiste con il lirismo ripetitivo e con l’uso dei vocaboli già menzionati. Se all’inizio “il tumulto delle strade” non concedeva mutazione in quest’ultimi versi c’è una abbinata tra strade e cuore. Le intermittenze proustiane del cuore in Pavese si chiariscono come tumulto e il tumulto delle strade penetrerà il tumulto del cuore e in questo caso si comprende come quella luce o quell’aria che era ferma risulta smarrita.   

      Qui si intaglia la figura della donna pur avendola già citata all’interno della poesia. Qui assume propriamente il tu. L’ultimo verso recita :

 

 Sarai tu – ferma e chiara.

 

      Ecco, dunque, il passaggio pavesiano per Piazza di Spagna che diventa una metafora fondante perché Pavese si serve della piazza per dipanare quel nodo che è il suo essere in bilico tra la vita e la morte. Così non è in una poesia precedente dal titolo “Lavorare stanca” dell’omonima raccolta .

      La poesia in questione, ovvero “Lavorare stanca” risale al 1934 e si nota immediatamente un incastro tra la strada e la piazza. Si parla ancora una volta di un attraversamento e non di un fermarsi. Si conferma, quindi, che la strada e la piazza non sono luoghi della staticità perché, come dice Pavese, per andare via di casa bisogna che si attraversino le strade come in questo verso che è l’incipit della poesia in questione :

 

 Traversare una strada per scappare di casa…

 

      E in questo caso le strade e le piazze sono vuote o peggio ancora deserte. C’è un insistere di questa immagine :

  Non è certo attendendo nella piazza deserta

 ancora :

  Nella notte la piazza ritorna deserta

oppure :

  Non è giusto restare sulla piazza deserta

 

      E prima ancora  si parla di piazza che sono vuote. Ma questa solitudine che si vive nella piazza è legata chiaramente all’attesa. Nonostante che la piazza sia deserta si resta in attesa. Ma per sconfiggere questa solitudine c’è bisogno di girare per le strade. Il tema della solitudine in pavese è ricorrente e per sconfiggerla, come ci dice anche in questa poesia, c’è bisogno della donna. Il deserto della piazza  può essere debellato cercando  “quella donna per strada”, ci dice Pavese, che “ci sarà certamente”.

      Solitudine-donna-strada-piazza. È su queste coordinate che il luogo-uomo Pavese offre una chiave di lettura che sulla da una diretta partecipazione realista per raccogliere i risultati di una antica metafora che si spiega nel mito-rito-simbolo. Ed è forse qui che si gioca la partita del luogo-piazza che in Pavese viene ad essere assorbito con un vero e proprio archetipo.

      La piazza deserta non è ancora la piazza che aulisce di matrice dannunziana ma attraversadola, come più volte è stato detto, ci fa sentire le strade che si aprono in una luce che si smarrisce come si è potuto notare in “Passerò per Piazza di Spagna” . Non si avverte, comunque, in queste due poesie alcun segno tangibile che possa rimandarci ad una visione di natura popolare pur essendo presente nell’interezza dell’opera pavesiana.

      Il fattore antropologico ha una sua valenza soprattutto nella poesia “Lavorare stanca” ma è l’antropologia che recepisce il senso di solitudine che campeggia. Così il luogo- piazza non resta il luogo-natura-paesaggio (come anche in “Gente non convinta” dell’estate 1933 dove si legge: “Questa pioggia che cade per piazze e per strade…”) ma è il luogo-esistenza perché nella piazza vivendo il tumulto, come ci dice Pavese, si cattura il tempo  e la dissolvenza del tempo lungo il tracciato di un destino che vive nel viaggio della vita. Ed essendo un attraversamento per Pavese non può che essere un viaggio in attesa.

      L’attesa per Pavese è oltre ogni realismo. E la piazza resta sempre attesa. L’attesa che si registra in “Città in campagna” del 1933 nella quale si legge: “Le vie fresche di mezza mattina eran piene di portici/e di gente. Gridavano in piazza. Girava il gelato/bianco e rosa: pareva le nuvole sode nel cielo”. Oppure l’attesa che si fa risveglio e cerca di rivelarsi alla piazza: “Donne fosche spalancano imposte alla piazza”. Si tratta di un verso di “Tolleranza” del dicembre 1935. E tutto si vive nello spazio della piazza: “È laggiù che quest’oggi sarà il calore/l’osteria la veglia le voci roche/la fatica. Sarà sulla piazza aperta./Ci saranno quegli occhi che scuotono il sangue”.

      Il suono e il “calore”  della “piazza aperta” si ascoltano lungo i corridoi di un ricordare che riporta echi. Ma anche luci Così in questi versi del “Carrettiere” del dicembre del 1939. ci sono le luci altrove. Quelle luci de “Il ritorno-” del marzo del 1929: “Tante tante persone – quante luci/accendono le piazze - /tante figure lente lente lente/ci han calpestato l’anima”. Ma la piazza aperta è un richiamo “della grande piazza” che si ascolta nei versi del 1927 che preparano i versi di  Lavorare stanca.

      La piazza e le strade non sono un ossimoro ma un intercalare di una continuità di quella tensione esistenziale dentro la geografia della propria anima. Sono le “piazze e le strade” de “L’estate di San Martino” del dicembre 1932 o la solitudine che accomuna strade e piazze: “Nelle strade deserte come piazze, s’accumula un grave silenzio”, da “Poetica”, datata settembre 1935 – 1936.

      La piazza non solo come rievocazione, non solo come cultura della comunicazione e della partecipazione, non solo come consapevolezza della solitudine ma come elemento della dissolvenza della retorica. Pavese vive dentro di sé la metafora della vita e in questa metafora la piazza diventa ethnos.

      Un consolidare lo spazio (in una allegoria che richiama lo “spiazzo”) con il vivere il tempo dentro un luogo. L’essere è il luogo della condivisione. Una vita alla ricerca della condivisione. Forse anche oltre le metafora che imprigionano il quotidiano e diventano mito.

      La piazza nel mito. È così presente la grecità in Pavese tanto che la piazza – spazio è una vera e propria incisione nel cammeo del rito – mito. L’antica agorà è in Pavese.

 

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pubblicato il 21 giugno 2009

 

La scomparsa del poeta lucano Vito  Riviello

Un incontro con i “maghi dell’inchiostro”

 

di Pierfranco Bruni

 

  

Il tema della terra, dei paesi che recitano la vita nel quotidiano, dei luoghi che si aprono agli spazi – piazza e poi quelle radici che raccontano oltre la storia in un intrecciare di immagini e ironia. Dentro questo misurare la parole con il tempo si avvolge il tracciato poetico di Vito Riviello.

Nato a Potenza nel 1933 e morto a Roma il 18 giugno scorso. Più volte avevo avuto modo di incontralo, negli anni passati, a Roma. E quel suo sguardo, quel suo accento, quel porgersi tra il silenzio e il sussurro restano incisi indimenticabili.

Un poeta che non ha mai creduto alla ufficialità del “fare” poesia ma si è inventato, attraverso le emozioni e i sentieri del magico antropologico e gioioso il linguaggio della poesia. Un linguaggio e una poesia che non hanno mai rinunciato a un gesto di teatralità. Perché la sua parola si è nutrita di teatralità e di un immaginario il cui senso scenico ha dato corpo proprio ad un recitativo che si è “strutturato” in un canto esistenziale.

Il suo primo libro risale al 1955: “Città fra paesi”. Un Sud non melanconico e triste ma forse sarcastico, beffardo, certamente meravigliosamente ironico. Ma in Riviello l’ironico è sempre raffigurazione di un rappresentativo teatrale nel quale gli oggetti, i luoghi, le strutture sono parte integrante di un dare e dire del sentimento.

Così: “Potenza del fiume e Potenza della montagna/siamo una cosa sola/dalla collina alla valle./Ci sono autobus verdi e chiari,/rari sono i muli che passano/e hanno un uomo smarrito sul dorso./Siamo città fra paesi/antica capitale di fontane e di chiese”.

È una poesia che non dimentica le cifre di una terra che è antropologicamente radicata ad una cultura contadina ma di questa non ne fa una icona. Anzi la cultura contadina è un passaggio di dimensioni metaforiche che incidono un solco e tracciano una trama all’interno di quella visione poetica meridionale contemporanea che ha fili stretti che vanno da Rocco Scotellaro a Pio Rasulo. Riviello è come se attraversasse la poetica scotellariana per inserirsi in uno spaccato certamente di poesia e canto meridionali ma riesce a cogliere un orizzonte che è quello della spazialità.

In versi del 1975  dal libro “L’astuzia della realtà” si può cogliere: “Bastava ricorrere ai sogni/per verificarsi sulla piazza/ai grandi vuoti planetari”. Un verso che si apre a ventaglio sulle metafisiche dello spazio – tempo inserendosi in una tradizione che deve avere la forza di ritrovarsi nella innovazione dei linguaggi.

D’altronde la poesia ha la capacità, la forza, la volontà di non confondersi con la restaurazione della tradizione linguistica. Una lezione quella di Riviello che può leggersi anche come un modello di antropologia poetica nella modernità degli incontri di lingue e di culture. Tanto che nel 1999 pubblica un testo dal titolo: “E arrivò il giorno della prassi”.

Una registrazione di una poetica del pensiero ma anche della inventiva. Nello stesso anno, non fare un contrappeso, dà alle stampe anche “La luna nei portoni”. Il poeta resta profondamente legato alla sua Lucania. Una Lucania che non è una geografia soltanto ma un viaggio nell’essere e nel tempo. In quel tempo che non smarrisce l’essere.

“L’ombra è un uomo che passa nella luce/innalza laterizi,/il nemico, non il grido della civetta,/è negli interstizi dialettici/d’una provocazione maledetta” (da “L’astuzia della realtà”). Un poeta che ha sperimentato non solo le forme linguistiche ma si è saputo confrontare con l’universalità delle esistenze.

Da questo punto di vista credo che Riviello si sia distaccato chiaramente dalla problematicità del meridionalismo fatto poetica ed ha proposto uno spaccato fortemente legato non tanto alla aulicità del verso ma ai contenuti del fraseggio. C’è, comunque, in Riviello, il tema del sogno che si mostra spesso ricorrente. “Se dal torbido sogno/mi svegliassi antilope/apprenderei la virtù dei fiori” (da “Dagherrotipo”, 1978).

Questo sogno che si fa pazienza è una trama persistente sin dai primi versi che hanno una connotazione ben precisa. Penso ai versi di “Mia città” (dal libro citato del 1955). Forse è in quella poetica dell’incipit che si ascolta l’amore e il rifugio, la città e la vita, la piazza e l’incontro.

“Mia città di pallidi contrasti/così come il sole si oppone alla luna/per un tramonto campagnolo”. Un profilo poetico che ha matrici profonde. Una poesia retta dalla distinzione nella comicità del popolare.

Riviello è come se avesse trovato in quella poesia popolare duo – trecentesco una chiave di lettura da offrire come modello non solo poetico ma letterario al tardo Novecento. Il beffardo e il giocoso hanno sempre riempito di stili la sua poesia. Come per dire che “In questa casa aperta di cultura/si recita un teatro nero/di linguaggio”.

Teatro come piazza. La piazza come luogo di una geografia mai virtuale ma simbolica. Resta una simbolicità attraversata dai segni del tempo. Forse una metafora. Ma questo teatro che è piazza è l’attraversamento delle vite. La poesia di Riviello, per usare un suo verso, “s’addice ai maghi dell’inchiostro”.

 

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pubblicato il 21 giugno 2009

Il calabrese Geppo Tedeschi e il Futurismo

Un poeta “necessario” nella tradizione della innovazione

 

   di Pierfranco Bruni

 

Il Futurismo di Geppo Tedeschi è interamente attraversato da una diversità di aspetti che andrebbero sezionati in veri e propri momenti, ma ciò che interessa è l’anima con la quale il canto, il grido, il segno vengono coniugati sulla pagina. Non va dimenticato che la sua ricerca è un andare nel profondo. Oggi si caratterizza grazie a un paesaggio epocale che fa storia, che dà volto all’immagine di una civiltà per la quale l’uomo costituisce l’età dell’essere.

Ascoltiamo da Il Golfo di Spezia: “Onde più onde / fermatevi un poco / per ascoltare com’Ave Maria / la nostra futurista poesia! nemica a tutto fiato / dei baluardi, a muffa, / del passato. / poi tornerete a navigare / tra sole tempesta e risacca / per le strade / de l’acqua”. O un passaggio da Idrovolanti in siesta sul Golfo di Napoli (ed è qui una delle caratteristiche essenziali): “Dibattito progresso commozione d’idrovolanti in siesta sulle precise ore 2 del pomeriggio NO Nooo rombano i motori al tavolo da lavoro così non si può concepire il grande Poema GOLFO DI NAPOLI Conviene urge dirigere l’ascesa verso i 2000. Allora solo allora pizzicando 100 grossi motivi di bomba balistite pirite — MARCIA TRIONFALE AIDA si può benissimo decantare questo golfo legionario MEDAGLIA AL VALORE artista futurista fregolismo con la tuba di CASTEL DELL’OVO”.

Questo è soltanto l’inizio (per ragioni di stile lo riportiamo nella sua forma originale) e ci fa capire il gusto e la personalità di Geppo Tedeschi. Il binomio che maggiormente viene fuori è appunto parola-immagine. La parola (siamo in pieno futurismo) si serve dell’immagine. Diviene libera. L’immagine gioca a sua volta con la parola. Le immagini hanno una loro figurazione che si concentra tutta nel dettato poetico che è nella voce del verso.

Ma il poema continua con il gesto della parola e si offre con queste battute che in un certo qual modo spiegano la risposta futurista di Tedeschi: “SCATTANO I MAGNETI Trebbiamo trebbieremo trebbiare con le nostre scintille stella viola rosa minio la foschia notte tempesta. Siamo la luce eterna degli EROI La lampada votivo dello sventa-gliato paesaggio mediterraneo declamante strade ascensione progresso commercio precisano L’ELICHE. Scagliamo frantumiamo glorifichiamo il sorriso operoso tipico napoletanismo chitarra a trentasei corde per le serenate a POSILLIPO. C’innalziamo c’innalzeremo SEMPRE in meandri inesplicabili. Vita morte cielo mare. Così ogni giorno così ogni ora COSI SIA”.

Quale valore può avere questo paesaggio di versi? Abbiamo parlato di gioco. Non si tratta, comunque, di un gioco tout court. È un gioco di Costruzioni, ma è soprattutto un incasellamento di idee. E le idee si fanno parola, si fanno gusto e assumono i risvolti della grandezza.

Nell’Aeropoema citato vi sono i tratti dell’originalità. Una originalità che ci porta a scoprire versanti significativi. Così si esprime Marinetti: “L’originalità degli aeroporti sorella della originalità degli aeropittori aeroscultori aeromusicisti aeroarchitetti, ci porta all’infinitamente grande ed allo stratosferico mentre la poesia dei tecnicismi di altri futurismi non meno ispirati ci porta nell’infinitamente piccolo della biochimia dei commerci e delle metamorfosi industriali di un canneto mutato in seta e di un latte mutato in vestito”. Un segnale preciso che ci indica in che modo Geppo Tedeschi si rivolgeva alla cultura di una stagione fervida di interessi e di attività. Il suo poema dedicato (ne abbiamo già citato un passaggio) a Il Golfo di Spezia resta in questo senso una testimonianza emblematica.

Tedeschi raccoglie la sfida lanciata appunto da Marinetti a tutti i poeti d’Italia. Questo poema è stato declamato, insieme ad altri, il 3 e 4 ottobre del 1933, nel Teatro Civico della Spezia. Tedeschi aveva accolto la sfida di Marinetti, il quale si era espresso in questi termini: “Vi sfido tutti a battermi, se lo potete, il primo ottobre. Il mio Golfo della Spezia nascerà quando mi recherò a settembre nelle sue acque radiose e musicali per nuotare e poetare insieme”.

La sfida non aveva soltanto un valore letterario e poetico. Aveva una sua indicazione civile. Ed è proprio questa indicazione che ha avuto un immenso riscontro. Da qui il discorso diventa più complesso. Si entra nel vero e proprio viaggio letterario di Geppo Tedeschi. Si entra in quella dimensione che è movimento. E il movimento è trasmissione. Tra il movimento e la trasmissione si instaura quella tensione che è tensione armonica. La tensione armonica e il gesto libero nella poesia di Geppo Tedeschi formano un circuito dove la parola si incontra col dettato poetico. Il gesto è nella parola. La parola compie un gesto. Vi è, dunque, una armonia che si stende lungo un tracciato che ha sostanzialmente un peso dovuto sia al tipo di ricerca che all’individuazione di una identità culturale. E questa identità è una identità futurista. Il gesto è un gesto futurista.

Così la parola nella quale si condensano le attività linguistiche di un’arte e di un gusto che restano testimonianze di un uomo e di un’epoca. Testimonianza ma anche esperienze e con le esperienze la capacità di capire il volto di una civiltà nella quale il tempo e la caduta del tempo costituiscono una delle chiavi interpretative. Ma per capire questa civiltà non occorrono grosse interpretazioni e imponenti pretese. La poesia di Geppo Tedeschi è certamente una poesia che ha ritagliato una cornice all’interno di un contesto frastagliato e complesso. Una cornice importante la quale non può certamente essere trascurata sia in una realtà letteraria italiana che regionale. La letteratura calabrese del Novecento deve tener conto della poesia e della presenza di Geppo Tedeschi. Deve tener conto del Futurismo e della sua evoluzione.

F. T. Marinetti nella Prefazione alla I Edizione di Corto Circuiti (1938) scrive: “L’aeropoesia futurista calabrese di Geppo Tedeschi ha già dato a l’Italia molti versi liberi e parole in libertà che perfezionando i principi di sintesi e di dinamismo in questi CORTI CIRCUITI offrono al lettore intelligente e sensibile splendide originalissime fusioni di valvole, fusioni viola-arancione, cioè bruciate nel tragico della vita virilmente spremuta fino ad esplodere con lo splendore solare delle coste calabre sicule africane”.

E’ una osservazione toccante. Lo è per vari motivi. Sul piano letterario esamina alcuni punti focali e li mette a confronto con il gusto del colore. Sul piano umano fa emergere un dato mai trascurato che è quello dell’appartenenza alla terra calabra. Marinetti ci teneva a sottolineare questo aspetto. In Geppo Tedeschi questi due momenti si fonderanno. Basta ricordare i versi raccolti in Ruralismo calabrese (1942) o addirittura Tempo di aquiloni (1963). In queste due raccolte il colore e l’immagine, la proiezione della memoria e la terra dànno vita ad una esplosione musicale intensa e densa di contorni.

Marinetti nella sua Prefazione prosegue: “Talvolta la sua poesia breve e musicalissima, mi fa pensare a certi suonatori ambulanti di fiera e villaggi amanti di strumenti fonici come i guerrieri medievali erano armati di ferro, ardire crudeltà”. Un gioco di contorni ma anche di scene. Un gioco di vedute ma anche di ansie. Un gioco che conosce molto bene la parola e il senso. Un gioco che non si assenta dall’armonico suono. E ancora Marinetti che afferma: “La sua poesia suona sinteticamente e simultaneamente tutta con piedi, ginocchia, pancia, testa, mani e bocca. Per calamitare cosmicamente anime e corpi primaverili la poesia del Futurista Geppo Tedeschi è talvolta paragonabile all’assieme delle tastiere dei grandi organi delle cattedrali modernizzate che io defluisco, con parola nuova, politastiera…”.

“Lo fiutano e scaccando le vetrate diventano cielo musicale e rumorista nel cruscotto di un aeroplano, questa politastiera d’azzurri”.

Siamo vicini al gesto del rito. Prima si sono citati i “guerrieri medievali” ora si è dentro una “politastiera”. Ma le due cose hanno una comunanza, ed è quella della parola detta come segno di una sacralità. Certo in Geppo Tedeschi questo avvicinamento ad una dimensione del sacro è qualcosa di profondo. Lo si avverte nel respiro della parola. Lo si sente nell’affiato del verso. Lo si constata nel paesaggio del poema. Lo si ascolta nella tensione religiosa dei versi raccolti in Tempo di aquiloni. Qui la poesia dal titolo “Non sappiamo più leggere” è un esempio sicuro.

Così recita: “Non sappiamo più leggere / la parola abbraccio. / Abbiamo smarrito! la via! che Tu ài battuto / concludendo in Croce. / Disarma il nostro cuore / e fai che s’apra! ad ali di colomba. / Signore che inalberi / il giorno, / che apri la notte / che accendi le stelle”. Siamo oltre ad una dichiarazione di poesia futurista. Ma è indubbiamente una tappa di arrivo fondamentale nella quale confluiscono stagioni di ricerca e sentimenti.

Ma il suo futurismo resta legato all’età del poema. Ci riferiamo alla prima edizione (che risale al 1932) del Poema Gli affari del primo porto Mediterraneo di Genova, a Il Golfo di Spezia (prima edizione 1933), a Idrovolanti in siesta sul Golfo di Napoli (si tratta di un Aeropoema del 1937), a Corti circuiti (1938), al Poema “Ala” Parole in libertà Lotta tra la serra e il gomitolo, a Il suonivendolo (la cui prima edizione risale al 1939). Al 1940 risalgono I canti con l’acceleratore dove si avverte una tensione linguistica protesa verso un costante rinnovamento. Ma il Futurismo di Tedeschi (d’altronde tutta la poesia futurista) va verso un continuo sviluppo e si apre a continue riprese di rinnovamento. Ma con Ruralismo calabrese del 1942 (aeropoema futurista) il viaggio ha ulteriori sviluppi sia tematici che linguistici. L’immagine di un ritorno alla terra non conosce soste.

La Calabria è calata, con la sua atmosfera e quindi con i suoi colori, nel tempo delle parole. Malinconia e riprese nostalgiche si agitano all’interno di questa ricerca. Vi è un defluire della parola: “Malinconia amaranto, / venata di prime stelle. / Stelle stelle. / Quante stelle. / Amico vento, / pastore cli fronde, / legnaiuolo di monti e pianure, / tira sassi alle rose, / a primavera, / diavolo della polvere, / viandante brontolone, / ricco di fiabe come un paiuolo, / porta a l’Italia bella, / questo fagotto di baci”. La prima edizione è del 1942. Al 1943 appartiene Rosolacci tra il grano. Qui le voci della natura si intrecciano con la luce e i suoni. Ma il chiarore più vivo è un sentire l’infanzia come “arietta d’autunno”. Al 1951 appartiene Canne d’argento. Allo stesso anno, con prefazione di Giuseppe Lipparini, la raccolta Liriche epigrafi-che. Zufoli sul colle è del 1957. Tempo di aquiloni, già citata, è del 1963. Epigrafe porta la data del 1973. In Tempo di aquiloni il dettato poetico si arricchisce maggiormente di brevi immagini che sostengono un quadro ben robusto. Hanno una limpidità notevole. Il messaggio è tutto proteso in avanti. La memoria, il senso del ricordo, il recupero della perdita hanno un fascino coinvolgente.

La tematica futurista si incontra con altre esigenze esistenziali. Il paese viene presentato attraverso chiaroscuri che hanno una sottile liricità.

Sono molto belli e veri questi spaccati: “Paese, di tufo e di pietre! tutto inciso di giorni! desolati. / Mio povero paese / che aspetti, / rassegnato, / che la pietà del tempo, / ti dirupi”. Oppure: “Crepuscolo d’agosto / sognatore. / Ostia di luna, / scampanio di chiese. / In quest’ora. / Solenne e flautata, / brillano i focolari / al mio paese”. Sembra che il profilo dei versi anni Trenta sia mutato, ma sostanzialmente è mutato soltanto il gioco degli incastri. Le immagini formano una ragnatela su una dimensione che assume sembianze mitiche. Il ricordo, il tempo che fugge, il “crepuscolo” del paese (lo si è già detto) sono cose raccolte in una atmosfera mitica, la quale (è qui il suo futurismo) non ha rivolgimenti verso la nenia del passato ma guarda avanti. Ed è questo proiettarsi in avanti che rende viva e nuova la poesia di Geppo Tedeschi.

La distinzione è nel linguaggio. La poesia non sfugge al linguaggio. In queste poesie è subentrata la consapevolezza degli addii. Si ascolta: “Mi riscaldo alla fiamma / dei ricordi”. “Tramontano le stagioni. / Ognuna con il peso / degli addii. / Ma tu non mi tramonti / dal pensiero, / profilo sotto a mistica / distanza. / Mi sei fuggita, ratta / come l’acqua / e come l’acqua / non sei più tornata”. Fra questi versi c’è una poesia dedicata al padre.

Il titolo è appunto “Padre” che in un certo qual modo emblemizza in questa fase del viaggio e raccoglie tracce e significati di un meditare profondo e travagliato. In Geppo Tedeschi il dato meditativo è sempre un travaglio che cuce ferite lontane. La poe-sia recita: “Ti chiamai ieri, a lungo, / dalla proda. / Mi dissero che i morti, / a mezzogiorno, / ànno il sonno leggero / e trasparente. / Ma l’eco, in fretta, / tornò la voce. / Sulla strada, / abbagliata d’alta luce, / nenie, incomplete, / cantava un carraio. / Giovine e bello / palpitava il grano”.

La poesia di Geppo Tedeschi si presenta attraverso uno sviluppo che tocca diverse stagioni. Dagli anni del Futurismo alla poesia di oggi costituisce un viaggio affascinante. Ma la sua poesia non può essere isolata soltanto a un determinato periodo. Abbraccia un’epoca. La si deve cogliere per quello che riesce ad esprimere nella sua totalità. Certo si possono far prevalere dei momenti particolari invece di altri ma non si possono creare delle esclusioni forzate.

Giuseppe Lipparini nella Prefazione a Liriche epigrafiche osserva: “Futurista era, non tanto per ragioni teoriche quanto per l’impianto spontaneo della sua indole meridionale.

“Gli piacevano le belle immagini ampie ed ariose, amava il paesaggio, per la ricchezza dei colori e per quel senso rioposante di lontananze spezzate. E aspirava soprattutto, alla rara virtù della concentrazione poetica.

“Ma anche nel futurismo non gli riusciva di essere eccessivo o stravagante; c’era sempre in lui, forse per una lontana parentela con gli Elleni della Magna Grecia, un senso della misura che gli faceva da freno”.

Siamo al 1951. Molte esperienze sono state già vissute e consumate. Molte idee hanno trovato un loro sviluppo a sé. E Geppo Tedeschi è già in una stagione poetica nuova.

La sua poesia futurista rimane al centro della sua ricerca. I suoi Poemi segnano il momento più alto in un vantaggio che andrà sempre oltre.

Nel suo Futurismo, nel suo andare fra le parole e le azioni, l’anima della sua terra non va mai smarrita. Anzi compare spesso e spesso viene ricordata anche dai suoi critici. Questo segno di appartenenza alle origini (alla sua terra) avrà delle evoluzioni. Costituirà alla fine (ci riferiamo alle poesie ultime) una vera e propria dimensione poe-tica.

Ma il dato importante è che Geppo Tedeschi va riconsiderato per la complessità della sua opera e della sua ricerca. Va riconsiderato perché è un poeta che conta. E un poeta che merita. Ed è un poeta che apre prospettive nuove ad una meditazione più giusta e più vera sul Novecento letterario italiano e calabrese.

Che dire alla fine? E certo, e lo ripetiamo, che Tedeschi va recuperato, collocato nella storia della letteratura contemporanea. E un rappresentante notevole, e lo abbiamo visto, non solo del Futurismo ma della poesia calabrese. Grazie al suo Futurismo si sono create altre aperture e si possono creare ancora diverse interpretazioni critiche.

Ma il suo Futurismo ci conduce ad approfondire pieghe eterogenee che sono all’interno della letteratura calabrese. Scrittori e poeti, che la critica ufficiale non cita, d’ora in poi non possono restare nel dimenticatoio. Fra questi Giuseppe Troccoli, Costabile Guidi, Beatrice Capizzano Verri, Giuseppe Carrieri. Carrieri, infatti, è un altro personaggio che si è dedicato alla ricerca futurista. Molti suoi scritti, i primi, formano una condensazione di motivi che si aprono a quella tensione armonica che abbiamo riscontrato in Geppo Tedeschi. Certo, il Futurismo in Calabria ha una sua storia. Una sua storia ben radicata fatta di innovazioni e proposte. È vero, come sostiene Nicola Silvi, che “Il destino dell’artista meridionale è proprio quello di innovare”. E innovare vuol dire andare oltre.

Non è più pensabile restare nella cerchia degli ormai noti. Bisogna saper distinguere. E distinguere vuol dire anche scegliere. Ma il dato fondamentale è che occorre riscrivere molte pagine di storta della letteratura. Non ci si può più fidare di critiche anchilosate, stantie e ideologizzate. Ci si chiede se la letteratura calabrese avrà un suo futuro. Lo avrà se si riuscirà a superare lo scoglio del già detto. È stato detto o è stato scritto ciò che faceva più comodo, ma è un grave errore dimenticarsi di ciò che il Futurismo ha rappresentato in una terra lacerata culturalmente come è la Calabria.

Ebbene, Geppo Tedeschi, questo poeta nato nel 1907 a Oppido Mamertina e morto a Roma nel 1993, ha dato alla parola una universalità che è difficile riscontrare in altri poeti contemporanei. Ha cantato e ha parlato della sua terra con un candore e un linguaggio vivo, reale e lirico. Non si è mai smarrito in un racconto sterile. Non si è mai abbandonato ad una denuncia senza senso. La poesia non è mai denuncia. È testimonianza soprattutto.

In Geppo Tedeschi la trasmissione diventa testimonianza, perché la vita è testimonianza, perché vivere è testimoniarsi. E la testimonianza di Geppo Tedeschi è viva in un passato che non si dimentica e in un avvenire cha ha bisogno ancora di un passato che ha luci e colori, gesti e significati. La sua forza è nella traducibilità. I valori della sua poesia hanno àncore antiche che non segnano il passo ma si aprono ad un dialogo costante e lucido con la ricerca poetica contemporanea.

 

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pubblicato il 9 giugno 2009

Vincenzo Cardarelli.  Un poeta nello stile della nostalgia

a 50 anni dalla morte.

  

di Pierfranco Bruni

 

Le nostalgie camminano lungo una vita. Un poeta italiano di cui si celebra il cinquantenario della morte il prossimo 15 giugno, Vincenzo Cardarelli, ha raccontato e recitato le nostalgie oltre Proust e dentro l’alcionico sentire la vita come estasi e bellezza. La nostalgia come stile. La nostalgia come prosa d’arte.

      Nel numero 7 (luglio 1959) della rivista “l’osservatore politico letterario”, dedicato a Vincenzo Cardarelli (1887 – 1959), G. Titta Rosa sottolinea l’importanza dello “stile popolare” e il “gusto dell’arte” che vibrano nella poesia e nella prosa di Cardarelli. La nostalgia del tempo e la malinconia dei paesaggi (i cui luoghi non sono, in Cardarelli, soltanto luoghi geografici, bensì luoghi dell’infanzia, della metafora di una memoria che riporta immagini e sensazioni e questi si trasformano in leggeri ricordi portati a spasso dal vento, da quel vento che ha tocchi di antiche civiltà) sono un viaggio che la poesia compie tra i sentieri incantati dei miti.

      Gli Etruschi (i veri antenati di Cardarelli e della sua terra: Tarquinia), l’Etruria, la civiltà del paese, il ritornare al paese e il simbolizzare il paese come una eredità sono elementi di una poetica i cui temi fondamentali sono tutti giocati sul sentimento del ritorno e sulla allegoria del viaggio. Ma è la nostalgia la componente fondamentale non della sua ricerca (in Cardarelli non si parla di ricerca poetica ma di orizzonte poetico e di tensione lirico – sentimentale – onirico) ma dei suoi segni archetipici. 

      L’amore e il tempo, la partenza e l’attesa, il sogno (che non è il sognare soltanto ma è la “frase” della fantasia e del fantasticare nell’isola della creatività che assorbe il vissuto) e il ricordare sono percorsi di un labirinto dentro il quale la poesia si fa dolore – vita – grazia – magia. I suoi “Prologhi”, i suoi “Viaggi nel tempo”, le sue “Favole della Genesi” e poi quel “Sole a picco” riportano con la poetica del viaggio ciò che Titta Rosa ha chiamato “sapienza antica”.

      Tutto ha il sapore delle radici. Il senso dell’appartenenza alla Patria è un radicamento forte. Perché per Cardarelli radici significa appunto radicamento. La storia che si trasforma in memoria è un altro tassello di questo radicamento in una “passeggiata” tra i simboli che lo catturano. Il tema dell’amicizia e dell’identità è un progetto esistenziale ed etico che si raccoglie tra i segni del mito e del rito (si pensi, a tal proposito, alla poesia intitolata: “Camicia nera” da “Poesie disperse”, anche se il linguaggio e i toni sono aridi e poco lirici ma sul piano letterario e linguistico, al di là del contenuto che resta, è una “prova poetica”).

      E poi le parole hanno una bellezza non tanto solare ma piuttosto lunare. La luna, in Cardarelli, è la metafora della luce che ha toni scuri e nella sua luce c’è l’assorbimento del tempo antelucano, del sole che è stato (“saluto nel sol d’estate/la forza dei giorni più uguali”), dei meriggi (quei meriggi estivi?), dei tramonti (quel penetrare l’autunno e l’ottobre?), delle stagioni che salutano (“Benvenuta estate./Alla tua decisa maturità/m’affido”).

      E il sole è nella luna. La luna come melanconia e strappo del tempo lungo i giorni che sembrano coriandoli appesi alle età del vivere. Ma cosa è la poesia per Cardarelli? In una sua sottolineatura ha cesellato: “La mia lirica (attenti alle pause e

alle distanze) non suppone che sintesi. La luce senza colore, esistenza senza attributo, inni senza interiezioni, impassibilità e lontananza, ordini e non figure, ecco quel che vi posso dare”.

      L’essenza nell’intreccio dell’esistenza del dolore e della consapevolezza. Ma anche della meditazione sul viaggio che si fa tempo e sul tempo che è viaggio. In quel suo riscoprire il senso dell’orizzonte delle origini la parola non è una cronaca ma una metafisica che si aggrappa all’anima e la poesia che non si rappresenta mai è soltanto il “racconto” o la recita lieve della testimonianza di una spiritualità nel paesaggio stesso dell’anima. Un paesaggio in cui la nostalgia è veramente uno stile. Nella parola e in quella cifra della memoria che riconcilia nel desiderio di recitare un destino tra i segni del non dimenticato.

 

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pubblicato il 2 giugno 2009

NANTAS SALVALAGGIO MI HA RACCONTATO LA TARANTO DELL’ODORE DI MARE

Morto ad 86 anni. Uno scrittore raffinato, un giornalista elegante

 

di Pierfranco Bruni

 

 Da Venezia a Taranto. Era il 1998. Taranto festeggiava la “festa” dei libri con un Salone dedicato alla piccola e media editoria nel Sud. Quasi una settimana per discutere di libri, mercato editoriale e letteratura. Un raccordo che stava prendendo piede intorno a un progetto di cultura. Ospite della manifestazione, per parlare di personaggi, di giornalismi e di linguaggi, Nantas Salvalaggio.  Era nato nel 1923 a Venezia. È morto l’altro ieri a Roma. Uno scrittore raffinato e un giornalista elegante, amico, con il quale abbiamo condiviso un sodalizio umano ma anche letterario.

Tra i maestri della bella parola. Un curioso che sapeva leggere tra le pieghe il sorriso e il dolore. Aveva pubblicato, in quei mesi, un libro, da me recensito sulle pagine del “Corriere”, dal titolo “Ricco e parole” e subito dopo un titolo particolare che recita: “Signora dell’acqua. Splendori e infamie della Repubblica di Venezia”. Ma io ero rimasto legato a un romanzo precedente dal quale leggemmo alcuni passi.

Un romanzo che ancora oggi ha uno splendore linguistico intrecciato ad una storia di vita e di metafore: “Passione d’inverno”, che risale al 1995 e che presentammo, insieme a Francesco Grisi, a Caserta. Taranto, ricordo le sue parole, ha l’odore dell’acqua e del vento e mi riporta a qualcosa che ho già dentro di me. Sì, questa Taranto, ho annotato i suoi incisi in un quaderno dalla copertina nera, ha l’umidità dello scirocco adriatico pur essendo un mare greco, mediterraneo,ionico.

Ci fermammo sul ponte di pietra e poi seduti su un muretto a Piazza Castello mi accennò al suo incontro con Marilyn. La vita che si fa romanzo. E nonostante noi cerchiamo di far diventare tutto romanzo, compresi i nostri amori veri, il tempo ci incide la sua memoria. Fu il primo giornalista italiano a intervistare Marylin.

Mi confidò che Marilyn giunse all’appuntamento in ritardo e con un sorriso smagliante e malinconico gli disse: “Sa, non lo faccio apposta ad arrivare tardi. Il guaio è che non so mai cosa mettermi”. Parlammo. Fino a tarda sera. Conosceva già da alcuni anni Nantas. Quello sguardo attento. Quel passo danzante. E ogni qual volta ci siamo incontrati mi ricordò sempre l’odore di brughiera che aveva respirato passeggiando sul lungomare di Taranto. Un odore che non cancellerò, perché sono gli odori, mi disse in una presentazione del mio libro su Carlo Belli a Palazzo delle Esposizioni di Roma, che mi inebriano e mi tuffano in un immaginario in cui non c’è bisogno di fantasia ma di silenzio. A volte abbiamo tanto bisogno di silenzio ma i ricordi diventano fantasmi e hanno voce e ci infastidiscono turbandoci. Sono stato amico di Nantas. È stata la prima persona che ha letto, ancora in bozze, il mio “Canto di Requiem”, il poemetto dedicato a Giovanni Paolo II e i suoi consigli furono importanti. Poi lo recensì su una testata nazionale. Così anche per un mio libro successivo: “Il mare e la conchiglia”.

Il fascino della sua scrittura ha lasciato solchi come cammei. Sono cammei i suoi ultimi romanzi. Mi riferisco a “Un amore a Venezia” del 2003 e “Ho amato Marilyn” del 2006. Storie che si intrecciano a destini. E destini che non smettono di tracciare vissuto e altri destini nelle ore che avanzano dentro la clessidra dell’età.

Cosa raccontare “… quando senti le fantasie venir meno, al principio dell’ultimo giro, allora scopri che il tempo è il più atroce degli inganni. Ma come, la commedia è già finita? Siamo al calar del sipario e ai titoli di coda? Ma se appena ieri…”. È il Salvalaggio di Marilyn. Il giornalista, il direttore di importanti testate, il “costruttore” di importanti riviste, il commentatore vivono dentro lo scrittore.

Lo scrittore che sembra recitare senza inventare. Lo scrittore che vive dentro i tasti della vita attraverso personaggi e amori. Troppo presto per parlare dei suoi libri. Almeno per me. Non posso in questo momento e forse non voglio. Non devo. Nantas è stato un maestro. Con la sua ironia  ha giocato fino in fondo con la vita. Con quella vita che non smette di farsi romanzo quando il romanzo si lega al raccontare le maglie dei destini. Parlando di Taranto Nantas certamente pensava all’acqua della sua Venezia.

 

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