Centro d'Arte e Cultura 26 - Associazione di ricerca antropologica etnofotografica e di promozione culturale fondata da Maria Zanoni nel 1978

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pubblicato il 21 Maggio 2013

Culture diverse tra etnie e lingue

in un Mediteranno inclusivo ma non omologante

 di Pierfranco Bruni

Il Mediterraneo è un filo di orizzonte di lingue perdute e di etnie che scavano nella memoria dei luoghi. Se non ci fossero stati i processi etnici (tra scontri e confronti: al di là del bene  e del male, nonostante alcune pesanti divergenze e conflitti) il Mediterraneo parlerebbe una lingua senza alcuna valenza sistematicamente antropologica e non avrebbe la sua importante articolazione culturale. Come Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Direzione Generale per le Biblioteche, gli Istituti Culturali, i Beni Librari e il Diritto d'Autore, stiamo lavorando con un Progetto, da alcuni anni, su questi elementi che troveranno un'analisi comparata in uno studio appropriato sull'argomento.  

È certo, comunque, che il Mediterraneo resta storia di popoli, di civiltà, di convergenze e di divergenze ma, sostanzialmente, ancora oggi, trova la sua originalità e la sua spiccata visione ereditaria ed identiraia dentro quelle realtà che sono geografiche in senso lato, territoriali e radicanti dal punto di vista culturale.

La presenza etnica ha avuto ed ha una sua spiccata caratterizzazione umana e culturale. Ma è proprio questa etnicità che ha dato voce ai Mediterranei. Pensare ad un solo Mediterraneo è impossibile e lo è anche attraverso una analisi storica comparata tra le lingue che sono espressioni letterarie, le testimonianze, le tradizioni, i modelli simbolici. Ed è necessario sempre più sostenere  la valenza forte di un Mediterraneo che non abbraccia soltanto una precisa area geografica, nell’incontro tra Popoli e Nazioni, ma occorre necessariamente parlare di una estensione di realtà frontalieri.

L’Adriatico ha una sua connotazione con i Paesi Balcani ma questi sono parte integrante di una estesa cultura tra mondo Ionio, tessuto territoriale del Tirreno ed eredità greche. La Grecia e la Magna Grecia sono dentro chiaramente il Mediterraneo ma sono anche espressioni di un antica presenza il lirica. La storia della cultura albanese in una considerazione archeologica e linguistica ha connotazioni il liriche. C’è una Albania racchiusa nella sua tipica storia del rapporto tra Occidente ed Oriente e c’è stata un’Albania ben divisa tra modelli islamici e presenze forti cristiane.

L’Albania con il suo mondo Arbereshe costituiscono una interazione tra tradizione e incontro etnico vero e proprio. Ma tutto il Mediterraneo, dal Nord Africa alle sponde Occidentali ed Orientali, custodisce identità che scavano nelle radici andaluse per un versante e confinanti con le storie di modello occidentale oceanico e matrici risalenti, appunto, a quelle presenze il liriche che toccano le geografie che vanno oltre Scutari sino all’attuale Macedonia.

Il Mediterraneo, dunque, è un approdo ma anche una accoglienza. Diventa inclusivo nel momento in cui, nonostante le diversità, la storia antica fa i conti con l’archeologia e la storia moderna diventa dimensione accogliente delle etnie e delle lingue. Non sempre, comunque, una lingua interagisce con l’etnia di appartenenza. Ma nell’etnie o nei processi etnici di una comunità la lingua è un riferimento ancestrale.

Quanti Mediterranei si possono contare. È naturale che la geografia mediterranea non è più quella indicata dalla mappatura ufficiale perché le interazioni sono voci e destini di comunità ma è anche vero che insiste un Mediterraneo unico che ingloba il portato storico e moderno dell’Oriente e dell’Occidente.

Sul piano antropologico, in Italia, il Regno di Napoli è una testimonianza ancora da considerare come punto di riferimento, perché in esso sono convissuti culture arabe antiche e accentuazioni islamiche moderne, linguaggi popolari dialettali (si pensi per restare nel campo letterario all’importanza che hanno gli scritti di Giovanni Boccaccio e alle figure, ovvero ai personaggi, che esso ha tratteggiato a cominciare proprio da Fiammetta che rappresenta l’unicum di un intreccio tra costumi, tradizioni e lingua di un popolare mediterraneo ma si pensi anche alla volontà di Pascoli nel discutere su un Mediterraneo inclusivo con il suo discorso di Barga nel 1911) e forme etniche intrecciati a realtà religiosi abbastanza consistenti, le cui tradizioni sono un immaginario che riporta echi e desinenze multietniche.

La chiave di lettura delle etnie nel Mediterraneo contemporaneo è da catturare sui due poli centrali: quello linguistico e quello antropologico. Entrambi i poli però trovano la loro complessità nella interpretazione di una letteratura che è trasmissione di esperienze e testimonianze.

È naturale che la letteratura mediterranea non può prescindere da radicamenti ben definiti ma è anche vero che il rapporto lingua ed etnie rappresenta il nucleo centrale di un incontro a più voci sia sul piano prettamente geografico sia su quello di una metafisica della consapevolezza dei popoli nell’essere modelli di valori.

In fondo il Mediterraneo è l’incontro di etnie e di lingue. Partendo da questa premessa non si può che insistere su culture diverse di un Mediterraneo inclusivo. Le presenze minoritarie in Italia sono una realtà nelle diversità etniche tra un Occidente europeo e un Oriente Balcanico – mediterraneo.

Ma è proprio quest’ultimo, grazie ai territori, compresi quelli grecanici, croati, sloveni, catalani, che custodiscono radici e modelli culturali sia linguistici, sia religiosi, sia artistici, sia storico antropologico, che si propone come un incontro inclusivo in una geografia di un Mediterraneo che include e si apre a nuove e ben contestualizzate realtà sia storiche che moderne.

 

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pubblicato l'8 Maggio 2013

Quando Andreotti volle presentare Francesco Grisi al Premio Strega del 1986 e rafforzò il Sindacato Libero Scrittori

di Pierfranco Bruni

Era il 1986 quando Giulio Andreotti, dopo aver letto e discusso con Francesco Grisi e alcuni suoi amici e tra questi intavolò un ragionamento letterario con chi scrive chiedendomi addirittura quando di “vero” poteva esserci nei primi capitoli del romanzo (proprio lui mi fece una domanda sulla “verità” tra storia e personaggi in Grisi), volle, con la sua consueta ironia, presentare  il romanzo “A futura memoria” al Premio Strega di quell’anno.

Volle presentarlo nella rosa dei romanzi che dovevano formare la prima decina e successivamente la cinquina. Mi disse che conosceva le pagine di Grisi già dal 1985 e lo aveva incuriosito la presenza di due personaggi: il cardinale, guarda un po’, e la rivoluzionaria Eleonor e poi la madre di Mara che un bel giorno scompare per chiudersi in un convento di clausura.

Andreotti era molto amico di Francesco Grisi. Fece una brillante relazione su “A futura memoria” scavando nelle radici letterarie del cattolico Grisi in un confronto, a tutto tondo, con la letteratura dell’ambiguità cristiana sottolineato da Diego Fabbri. Andreotti portò bene a Grisi. Tanto che non solo venne inserito nei primi venti e poi dieci romanzi ma addirittura arrivò alla cinquina.

Andreotti era convinto, da attento lettore, che Grisi, quell’anno, avrebbe vinto il Premio Strega. Si era su questa strada. Grisi era ormai il candidato più accreditato soprattutto perché il romanzo aveva una sua particolare originalità e questo Andreotti lo ebbe a sottolineare immediatamente.

Ma quell’anno, proprio nelle fasi ultime della selezione, morì Maria Bellonci e a lei venne conferito il premio “a futura memoria” per il romanzo “Rinascimento privato”. La Bellonci era scomparsa nel maggio del 1986. Venne conferito il Premio alla Bellonci giustamente per la sua storia e come ideatrice, tra gli altri, dello stesso Premio. Ma il vero vincitore rimase Francesco Grisi, al secondo posto, con “A futura memoria”, appunto.

Un episodio che Giulio Andreotti raccontò anche quando svolgemmo il Convegno Nazionale su Francesco Grisi svoltosi a Roma, a Palazzo Sora, il 26 e 27 febbraio del 2009.

In questa occasione Andreotti racconto, attraverso aneddoti, la storia letteraria di Grisi partendo dai primi libri di critica, del suo legame con Debenedetti sino alla costituzione del Sindacato Libero Scrittori Italiani, voluta anche da Giulio Andreotti. Tra il 1969 e il 1970 ci fu una frequentazione tra Grisi e Andreotti in funzione del dibattito tra cultura cattolica e cultura marxista.

Andreotti incoraggiò fortemente sia la scissione del Sindacato Nazionale Scrittori sia, soprattutto, la nascita del nuovo Sindacato Cattolico incarnato da Grisi, De Feo, Fabbri, Del Bo (che è stato ministro democristiano).

Infatti la prima seduta del nuovo Sindacato fu inaugurata con la relazione di Giuseppe Spataro, cattolico e democristiano, che ricopriva la carica di Vice presidente del Senato. Con il Sindacato Libero Scrittori, Andreotti ebbe sempre ottimi rapporti. Inaugurò numerosi convegni e con Grisi fece parte di molti premi letterari.

Ma al di là della vicenda legata alla nascita del Sindacato, Andreotti ebbe un ruolo importante nella vita di Grisi e la ebbe anche nel terzo romanzo, che forma la trilogia con “Maria e il vecchio”, “La poltrona nel Tevere” che risale al 1993, nel quale si racconta del rapimento di Moro e si metaforizza la presenza del “presidente”.

Io che ho vissuto il percorso grisiano dal 1977, data dell’incontro tra me e Grisi, in poi ho sempre considerato centrale il rapporto tra Andreotti e Francesco. Una delle testimonianze pregne di significato resta la corrispondenza, che in parte ho riportato nel mio testo “Spirito e Verità. Lettere inedite”. Grisi in Andreotti “leggeva” un riferimento come maestro di grande ironia.

D’altronde tutta la scrittura di Grisi si basa su un processo letterario e marcatamente ironico. Ricordarlo oggi significa anche marcare l’importanza che Andreotti dava alla letteratura. Aveva scommesso su “A Futura memoria”. E non si era sbagliato.

 

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pubblicato il 7 aprile 2013

Il nostro tempo e la Resurrezione

di Egidio Chiarella

 Noi cristiani dovremmo interrogarci spesso su quanto un grande mistero, come la resurrezione di Cristo, che ha cambiato l’andamento della storia dell’umanità, intervenga oggi sul nostro modo di essere uomini del nostro tempo.  Non vorrei che ci limitassimo, in modo magari sofisticato e tecnologico, ad imitare a distanza i sapienti del Sinedrio che tendevano, persino, a dettare “l’agenda di Dio”, come si trattasse magari di un qualsiasi governante di quel loro territorio.

La politica anche oggi è molto distante da una cornice evangelica, in grado di rivoluzionare l’attuale corso di crisi perenne, legato al cancro dell’insipienza umana. Una condizione, purtroppo reale, che tutto trascina nell’immoralità e quindi nel baratro di ogni debole sovrastruttura umana, utilizzata dalla società in cui viviamo, per tentare di rinascere in una economia più sana ed in una nuova dimensione etica. Proprio nei Vangeli troviamo alcune notizie che necessariamente devono interrogare la nostra coscienza. Pietro e Giovanni, dopo aver constatato la risurrezione di Gesù se ne tornano di nuovo a casa.

Per loro questo evento che ha sconvolto il cielo e la terra, che ha dato all’intera creazione una nuova forma di essere, una nuova natura, non smuove il loro cuore, perché non lo risuscita ad una dimensione nuova, spirituale, incorruttibile, ad una dimensione celeste e non più terrena. È bene qui ricordare che con la resurrezione del Figlio dell’uomo la natura corporea è stata trasformata in natura spirituale, di luce, come Dio è spirito e luce. Ma in quel momento, tutto questo, nei due discepoli, non diventa conseguenza storica.

 Cerchiamo di trasferire  tale dimensione di accaduto evangelico nella nostra vita quotidiana. Quante volte, fino ad oggi, molti di noi si sono recati all’altare del Dio vivente? Quante volte abbiamo celebrato il mistero della morte e della risurrezione di Gesù? In quante circostanze ci siamo nutriti  del suo Corpo e del suo Sangue? E poi cosa è successo? Come è cambiata la nostra esistenza sociale e spirituale? Come Pietro e Giovanni, anche noi, ce ne siamo ritornati alle nostre case, così come eravamo usciti per andare a vivere il mistero, prima della croce e poi dello stesso Signore risorto.

Si legge in Matteo: “Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti. I discepoli perciò se ne tornarono di nuovo a casa”. È chiaro che, nonostante la nostra professione di fede, qualcosa, ripetutamente, continua ad incepparsi, a non funzionare e l’evento Cristo non si trasforma in evento personale. Certo la via di Damasco appare lontana ai nostri occhi, mentre ci comportiamo come se, ogni qualvolta che ci immergiamo nell’Eucarestia, mangiassimo della paglia secca!

Una risposta a tutto questo c’è. Con il nostro comportamento, legato ad una ritualità di tradizione concorriamo, per la nostra parte,  a far sì che mille, diecimila, centomila, un milione, un miliardo di Eucaristie al giorno, diventino come acqua versata sul marmo. Dobbiamo riflettere e meditare. Dobbiamo interrogare il nostro cuore. Non possiamo lasciare che tutto vada come finora è andato. Siamo responsabili di un così grande mistero. È chiaro che noi ci accostiamo alla risurrezione di Gesù senza fede, senza speranza, senza carità. La riceviamo da delusi, distratti, tristi, stanchi, oberati, affannati. La riceviamo solo con il corpo. Il nostro cuore è distante, perché viaggia in tutt’altra direzione.

Fuori dal mistero c’è anche la nostra mente, perché insufficiente delle più essenziali verità su di esso. È poi assente in noi, nonostante i nostri teoremi sulla fede, anche il minimo desiderio di essere tramutati in Cristo Gesù, nel suo mistero di santità e verità, di servizio e obbedienza. Conformarsi in ogni cosa a Cristo Gesù: è questa la vocazione che necessita alla società odierna. Un vero cristiano dovrebbe avere tale  santo obiettivo universale e vivere con serenità per raggiungerlo.

Cosa fare? Mons. Costantino Di Bruno, con gli occhi al crocefisso, ci invita a: “Divenire come Lui. Amare come Lui. Servire come Lui. Essere obbedienti come Lui. Morire come Lui. Risorgere come Lui. Entrare nella beatitudine eterna come Lui”. Lui è il vero modello, non solo per sacerdoti o religiosi, ma anche per noi laici. Dobbiamo essere capaci di ammantare, di tutto questo, i gesti del ruolo assunto nella comunità di appartenenza, senza isolarci dal mondo. Difficile? Se la comunità degli uomini contemporanei farà fatica ad intendere tale “chiamata” permanente e non si lascerà guidare dalla legge di Dio, il suo futuro sarà sempre compromesso. Non potrà, di riflesso, mai risorgere in una nuova dimensione terrena e spirituale. Basta guardarsi intorno!

 Roma, 06 Aprile 2013 (Zenit.org)

 

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pubblicato il 7 aprile 2013

Il Cristianesimo di Magdi Cristiano Allam

Cristo è morto in Croce per non aver accettato le leggi del Tempio

Il relativismo della Chiesa uccide il mistero di Cristo

 di Pierfranco Bruni

 Credo che la questione posta da Magdi Cristiano Allam tra l’essere cristiani e l’essere cattolici diventa sempre più problematica. Magdi sottolinea la debolezza di una Chiesa sia di fronte all’Islam sia soprattutto nei confronti di un relativismo imperante sia nelle prese di posizione che sono di ordine politico, come si è dimostrato con le ingerenze del Cardinal Bagnasco. I temi per una discussione seria ma anche critica ed etica nei confronti dell’apparato Chiesa ci sono tutti. Ma sono anche convinto che c’è un “vizio” di fondo nell’immaginario di una fede popolare, ma anche di una cultura popolare, che è quella di porre insieme, per strutture mentali teologiche, la Chiesa con il Credere in Cristo.

Concordo pienamente con Magdi. Non da oggi vado scrivendo e sostenendo di essere un cristiano senza Chiesa. E se dovessi avere, io personalmente, una Chiesa, non è quella  cattolica. Non lo è per la troppa fede che mi lega a Cristo Gesù. Non lo è per il Grande Spirito (lo diciamo in termini sciamanici) che è nel Dio – Cristo. Non lo è per le troppe ingerenze che la Chiesa cattolica ha avuto nella politica italiana con una apertura di credito a un mondo che è quella che ha una eredità comunista e marxista.

Ma questo come può escludere il fatto che io sono un pregante in Cristo? Mi si può dire che cado nella necessaria contraddizione o peggio nella deviante confusione. Non è così. Perché sono talmente convinto che la "struttura" della Chiesa non è nel mistero di Cristo. E la storia, non solo quella degli eretici o dei disubbidienti come Buonaiuti, Silone, Padre Pio, Natuzza e ancora avanti  toccando oltre la nostra modernità, è fatta anche da personalità come Bonifacio VIII e Celestino V, è fatta anche da personalità dell’ubbidienza ma della solitudine e della sconfitta come la straordinaria figura di Benedetto XVI.

La verità ci salverà? Ma quale verità? La verità della Chiesa? Quella stessa verità che ha condannato Giordano Bruno, che ha creato un percorso difficoltoso a Tommaso Campanella, che ha portato al rogo Giovanna d’Arco? Non basta chiedere perdono.

Oggi la figura di papa Francesco cerca di riscattare il relativismo di una Chiesa che ha fatto politica (il caso Aldo Moro è una faccenda che religiosamente resta tutta aperta e tutta da chiarire a cominciare dalle sedute spiritiche, alle quali hanno partecipato cattolici in odore di presidenzialismo alla confusa lettera di Paolo VI, tentando di salvare Moro ma che ha dato il colpo di grazia ad un cattolico qual era appunto Moro giustificando così una Ragione di Stato sulla centralità della salvezza dell’uomo).

Il realitivismo è l’epoca della globalizzazione. Il cristiano si piega alla volontà della Chiesa. Ma si piega! Attenzione. Io sono un credente in Cristo.

La piazza, si diceva in questi giorni, è affollata nel nome del gesuita – francescano papa Francesco. Io di questo sono contesto ed ho scritto parola di amore, di fiducia nei confronti del nuovo Pontefice, soprattutto quando richiamando, o riecheggiando, le famose parole di Giovanni Paolo II, sottolinea l’importanza di non avere paura della speranza e la speranza è il sorriso divino.

Certo, ma questo dato non appartiene soltanto al mondo cattolico. La verità e la sapienza sono due concetti antitetici. La sapienza non ci racconta una verità assoluta. Ricordiamoci quel poco dialogare tra Gesù e Pilato: che cosa è la verità? Non bisogna assolutizzare. Un fatto è chi ha fede in me si salverà (la cristocentricità) come diceva Gesù. Un altro fatto è sentirlo dire da Bagnasco che intervene su dispute politiche.

Gesù sceglie Giuda per tentarlo ma anche per salvarlo. Gesù offre l’esempio a Barabba e vive la conversione passando per il dubbio. Ma Gesù è solo, ha con sé il divino, l’illuminazione e non parla con la ragione, non abbandona il mistero per giustificare la grazia concessa a Maria di Magdala e il risveglio di Lazzaro. Se avesse dovuto porre accanto alla fede la ragione come avrebbe fatto risorgere Lazzaro?

Il relativismo della Chiesa è una secolarizzazione che si perpetua ed è nelle ingerenze che i personaggi che la rappresentano operano. Operare in nome della santità non significa operare in nome del sociale ma nel nome del mistero e del miracolo.

Se in Gesù togliamo la luce del Miracolo e della Grazia gli abbiamo tolto la santità.

Le posizioni assunte nei confronti di Magdi Allam, in questo suo discutere, sono state veramente intolleranti. Ma il cattolicesimo è intollerante come lo è il marxismo. Due strutture che vivono di sovrastrutture e non ammettono pensieri divergenti perché se non si è cattolici nella Chiesa non si è cristiani e se non si è marxisti nel comunismo non si è marxisti nella prassi. Il cattolico è nella filosofia come il marxismo. Il Cristo è nel mistero come i grandi Iniziati, gli Illuminati, gli Sciamani che hanno la pace e la pazienza nel cuore.

Papa Francesco, nella sua prima Omelia, ha pronunciato belle parole, il suo insegnamento prosegue verso testimonianze ed esempi. Ma non basta. La vita è al di sopra di tutto e la religione non è un capitolo che deve condurre alla verità in Cristo. Cristo è fede.

Chiamatemi eretico, blasfemo, provocatore. Io resto in pace con me stesso. Non voglio appartenere a questa Chiesa e la mia visione parte da molto lontano. Questo non significa che il “Padre nostro che sei nei Cieli” non è parte integrante della mia humanitas e del mio essere credente in Chiesa, nella preghiera quotidiana di devozione in Gesù.

Io non offro oboli alla Chiesa, non pago messe ai sacerdoti, non offro lo stretto residuo dell’uno per mille. Credo nella misericordia e nell’offerta diretta a chi ha bisogno, sono in ascolto e in costante servizio dell’altro, oltre la Ragione ma con il cuore, e mi propongo ma il Vaticano è uno Stato con le sue leggi, i suoi velluti, i suoi rasi, le sue ideologie, i suoi apparati.

Cristo è morto in Croce per non aver accettato le leggi del Tempio. E lo senti dentro il tuo cuore o nessuna scritta ti può cambiare lo sguardo. O lo vivo nei tuoi occhi con la sua profondità e il suo carisma e ti tocca con la sua corona di spine oppure alcun sacerdoti o cardinale potrà mai convincermi di favole belle nelle piazze affollate. La preghiera è un volo d’aquila. O la si vive dentro, nel proprio essere e nella propria solitudine o si recita in gruppo con il cantore che fa da guida.

Ora la presenza di un Papa, che guardo con molta attenzione e profondità di spirito, gesuita francescano, deve poter dare gesti e atti di cristianità  offrendo, come dono, al cristiano vero di affidarsi alla chiesa o di non riconoscerla restando sempre in Cristo. Questa sarebbe una grande svolta. Soprattutto per chi come me non crede alla funzione sociale della chiesa in nome di Cristo. La funzione sociale è una cosa ben diversa della cristocentricità nell’anima dei popoli.

La Chiesa non ha bisogno di confrontarsi con la Ragione. Anche durante la Rivoluzione Francese, Fede e Ragione (nel nome dell’Uguaglianza) era un dibattito scavato nella storia che termina con il giacobinismo. La Fede non ha bisogno di dialogare con la Ragione. Fede e Ragione sono completamente in antitesi. Da una parte il Mistero di Cristo. Dall’altra il pensare di una filosofia legata alla mente e quindi alla consapevolezza del ragionare.

Io di fronte al Cristo in Croce vivo la sofferenza, il dolore, la speranza, la provvidenza. Viaggi dentro l’anima che nessun Ragione mi può spiegare. Quando la Chiesa capirà, uso un assolutismo per eccellenza, di restare nel Mistero e nella Fede avrò compreso sia il tradimento di Cristo da parte di Giuda sia il rinnegamento di Pietro. Se qualcuno mi dovesse chiedere, in un tribunale dell’inquisizione, quale parola ascolterei tra Giuda e Pietro, non avrei dubbi: ascolterei Giuda.

Ecco perché non mi riguarda il concetto di teologia in sé. Ma io sono dentro il Mistero di una pietà cristiana che il Tempio non ha mai capito abbastanza. Per questo continuerò ad essere un cristiano senza Chiesa.

Anche per questo capisco il dolore di Magdi Cristiano Allam. Gli sono vicino e gli parlo con il cuore.

Il relativismo della Chiesa uccide il mistero di Cristo.

 

Nella foto: Pierfranco Bruni e Magdi Cristiano Allam, presidente del movimento politico “Io amo l’Italia”, deputato al Parlamento Europeo nel gruppo del Partito Popolare Europeo.

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pubblicato il 31 marzo 2013

L’affascinante viaggio del silenzio dello sciamano nel recente

“Come un volo d’aquila” di Pierfranco Bruni

 

di Angiolina Nantas

 

 Il poeta e lo scrittore si incontrano attraverso un linguaggio che ha una forte dimensione magico – onirica e la parola, nel suo raccontare, incide vistosamente negli scavi dell’esistenza.

Nel recente libro (una importante plaquette che porta l’autore su una strada affascinante, non nuova per lo stesso autore, ricca di simboli e di visioni in cui il mistero domina) di Pierfranco Bruni dal titolo “Come un volo d’aquila” (Nemapress editore, pp. 56, euro 10) si respira non solo l’alchimia di un paesaggio in cui si misura un raccordo tra culture e modelli religiosi ma si vive una atmosfera dove ogni traccia di realtà e di realismo viene completamente allontanata.

 

È come se Pierfranco Bruni si giocasse la sua partita in un colloqui stretto con uno sciamano. Due racconti, 21 poesie, due “preghiere” di Aquila di Mare e Aquila di Vento, nelle quali la lezione sciamanica è fortemente visibile, un  Preludio e un Epilogo dentro i quali la testimonianza buddista è vistosamente presente) per un viaggio in cui la figura dello sciamano riporta la voce del padre.

 

Il padre che non c’è più è il riferimento non tanto di un dolore che strazia ma di un tempo smarrito, o meglio di un tempo che ha perso le lancette dell’orologio per farsi spazio sempre fuori dagli schemi della storia. Compaiono i simboli e sono elementi chiarificatori del viaggio di Pierfranco Bruni. Dall’aquila stessa alla tartarughe con le tredici lune, dalla luna all’insistere sul concetto di pazienza. Molto forte è la frase del Dalai Lama che Bruni pone interpretazione del suo viaggio, ovvero la pazienza che ci allontana dalla disperazione.

 

Il sottotitolo potrebbe leggersi come un ulteriore titolo perché se l’aquila è un simbolo della cultura indiana sciamanica ancora di più lo è il guerriero che rimanda ad una lettura prevalentemente castanediana, (Carlos Castaneda) alla quale Bruni ha dedicato molti studi e molte riflessioni soprattutto negli ultimi anni inserendolo in un percorso che va da Eliade alla Zambrano, da Jung al suo caro Pavese, da Zolla a Papini, da Coomaraswamw ad Horia. Dunque, il sottotitolo: “Mio padre mi diceva di amare con la passione del guerriero”.

 

Titolo e sottotitolo sono dentro questo viaggio sciamanico di Bruni e le due “preghiere”, astutamente o abusivamente li abbiamo definite tali, sono la traccia singolare di un personaggio, qual è Pierfranco Bruni, che propone l’interfaccia del poeta e dello scrittore.

Le 21 poesie hanno una simbologia. Parlando con Bruni abbiamo cercato di capire i segni che si trasmettono in questa plaquette. Perché 21 poesie? Perché il 21 è il giorno della morte del padre e anteponendo i numeri, ovvero 12, è il mese in cui il padre si è messo in viaggio verso ciò che gli sciamani definiscono silenzio, volando, in solitudine, come l’aquila.

 

Comunque tutta la plaquette è ricca di simbologie e anche elementi rituali. Come le tartarughe e le tredici lune. Ritorna il suo mondo orientale, soprattutto quando nel secondo racconto sottolinea le radici del padre. Ma il padre può essere un pretesto per una manifestazione esistenziale e archetipica che va oltre la letteratura stessa?

Il padre c’è. L’assenza del padre è ben visibile. Ma tutto può diventare pretesto all’interno di un processo in cui scrittura e pensiero sono diventati elementi plastici di un raccontare, attraverso il mito e la metafisica, un uomo dentro il dolore, la pazienza, la preghiera, il distacco, la lontananza.

 

La figura dello sciamano è ormai una costante in Bruni ma ci sono i richiami ad un incrocio tra il mondo cristiano che si ferma alla Croce e il mondo islamico in cui la ritualità delle danze è sì quella degli Indiani ma anche quella dei sufi nella circolarità del volo.

Un Bruni altro rispetto ai precedenti scritti? C’è una continuità. Ciò lo si avverte subito. Non una rottura con il passato. Ma si avverte una coerenza in un progetto che è quello dell’antistoricità e dell’antirealismo della letteratura e della prevalenza dei simboli, degli archetipi, dei miti. Non bisogna dimenticare che nel 2004 Bruni pubblicando una antologia delle sue poesie (1974 – 2004) la si intitolava “Fuoco di lune”. Un titolo fortemente intriso di archetipi nell’incontro tra esistenze occidentali e orientali.

 

“Come un volo d’aquila” è un testo importante. E resterà un modello significativo nella bibliografia di Pierfranco Bruni. Il guerriero – poeta e scrittore è un guerriero di luce dentro quelle forme di una alchimia che non cerca spiegazioni ma vive completamente tra le pagine del mistero.

Bruni pone nel retro copertina dei versi di Aquila di Vento nei quali è inciso: “Lo sciamano mi ha parlato/ed io mi sono posto in ascolto/della sorgente dell’orizzonte”. Simboli, archetipi, alchimie dentro il dolore e la magia della vita.

 

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pubblicato il 31 marzo 2013

Appunti sull’Anima. È morto il mio amico poeta “maledetto”.

Franco Califano e se la noia resta la malinconia vince

 

 di Pierfranco Bruni

 

 È morto non soltanto  un personaggio della canzone vera, della canzone fatta con le parole, con il linguaggio dell’esperienza, con la testimonianza del quotidiano dolore nell’ironia che cammina nel nostro presente. È morto un poeta. Un poeta di quelli che hanno nella loro vita e nel loro linguaggio il “maledetto” dello stagione del decadente, che ha saputo giocare sino alla fine una partita con la noia, con la malinconia, con l’amore, con il tempo, con il disperante segno del viaggiare dentro la sensualità del tempo.

Franco Califano. In questa Pasqua del 2013. L’ironia tutta intrecciata nel soffocante miraggio di una “maledizione” che viveva nel tentativo di superare la noia e vive l’amore con la profondità del tempo e dei sorrisi strappati alla tentazione di superare ogni giorno la morte.

Erano anni difficili. Metà anni Settanta. Era il mio percorso in quella Casa dello Studente di Roma, De Dominicis, e le sue parole mi accompagnavano tra libri non studiati e letti e libri scavati con l’agonia del vivere con i tanti poeti maledetti, decadenti, emertici. Anni di fuoco e di tempeste. E Franco ci recitava che tutto il resto è noia. Per superarla bisognava attraversarla.

Concerti alla ricerca di quelle emozioni che ci facevano superare la solitudine di una serata. Ebbene, in uno di quei concerti, io ragazzo di periferia e ribelle come sempre nella vita e innamorato dell’avventure, urlai fino a raggiungere il suo sguardo. Il dopo concerto, e il nostro sguardo si fece stretta di mano, un abbraccio nel sudore della contentezza ma anche nello scambio di un sudore trasportato da pelle a pelle. Maledetta noia. E fu così che conobbi il Franco della poesia che ha segnato non una generazione ma un’epoca della parola sussurrata e mi ha segnato con quella sua voce roca, con quel suo vivere segnando gli attimi e con il suo coraggio di non accogliere la vulgata comunista, Franco anticomunista, di quegli anni e anche degli anni suoi difficile quando venne aiutato da Bettino Craxi nel 1983. Sino ai giorni successivi.

Il suo coraggio e il suo non formarsi ad una canzone fragilmente detta impegnata e in molte occasioni futule. Franco recitò la malinconia del pianto e del non piangere. Del pianto sulle nostre vite. E lo recitammo, lo cantammo sulla scalinata di Piazza di Spagna nelle sere di giugno, di luglio in una Roma infuocata negli anni terribili della mia giovinezza.

È passato tanto tempo ma la sua coerenza nella parola, negli atteggiamenti, nel vivere cercando di uccidere le nostalgie sono rimasti dentro i miei passi di disubbidiente. E se in me non è mai passata la passione, e non la ragione, della disubbidienza lo devo anche a lui. È uno dei poeti che mi ha formato in una stagione di sorrisi e di ribellione. Cantò l’amore nella stranezza dei rapporti e negli attimi che fuggono e non li ritrovi più.

Gli attimi. L’amore è l’estrema consolazione. È il tutto. Mi ritornano i passaggi di una canzone che si intitola proprio “Attimi”. Una verseggiare che spinge l’anima ad uscir fuori e farsi vento, tempesta, naufraga, marea. Attimi nell’amore. Ma sono gli attimi che fermano la vita nell’amore e l’amore nella vita: “Ci sono attimi in cui tu mi manchi,/e in quei momenti mi sento male./Ci sono attimi in cui non ti penso/e so benissimo cosa fare./E tu che balli nei miei pensieri,/donna di oggi, donna di ieri,/chissà se vivi le mie emozioni/se a volte hai le mie sensazioni”.

Un poeta nella libertà del suo destino che non ha mai smesso dire quello che sentiva e distante dalla prigionia delle consuetudini. Era un vero artista. Il sorriso della donna che si affaccia dalla finestra. Rose e crisantemi. Un canto e un contracanto. Sempre nella libertà. Sapeva di vivere la vita alla giornata camminando sulle ali della morte e sul volo della vita di una farfalla. Parafrasando un po’ il suo recitativo.

Ma Franco è stato un maestro. Un maestro vero! Il coraggio di un maestro nella sua visione di essere alla ricerca della luce.

In quella Roma anni Settanta (fine anni Settanta) è stato il mio compagno di versi e di serata che trasportato la mia perenne solitudine oltre il fiume che scorreva nella lentezza del vento. Ma mi legava a Franco un’altra amicizia “maledetta” e bella perché essere poeta maledetto è vivere la bellezza e il sottosuolo fino in fondo.

Mi legava a Franco una donna e una voce straordinariamente profonda, anche nel mio essere e nel mio tempo, Mia Martini. La mia calabrese Mia. E devo ricordare quel “Minuetto” scritto da Franco e cantato meravigliosamente da Mia. Mia e Franco in un minuetto di storie incrociate sugli orizzonti dei dubbi.

E' un'incognita ogni sera mia.../Un'attesa, pari a un'agonia. Troppe volte vorrei dirti: no!/E poi ti vedo e tanta forza non ce l'ho!/Il mio cuore si ribella a te, ma il mio corpo no!/Le mani tue, strumenti su di me,/che dirigi da maestro esperto quale sei”.

Ma qui siamo ad anni più tardi rispetto al 1977 e 1978. Mia Martini e il suo “Minuetto” è il mio viaggio di fine Liceo. Califano è l’iniziazione dei miei anni universitari. Tra i due si è consumata la rivoluzione della mia vita. E ora mi ritornano con la passione che non ho mai perso nella sensualità delle sconfitte e delle vittorie pronto a pagare sempre, come Franco mi ha insegnato. E poi in anni successivi “La nevicata del 56” che mi riporta a mio padre, al mio paese, ai miei sogni abbandonati nelle sfreccianti malinconie.

La poesia. Sì la poesia. Ma come non può definirsi poesia un impatto testuale come “Appunti sull’Anima”. Così solo un passo: “Ma noi che navighiamo sopra un vecchio relitto,/chi pensava mai che fosse naufragato in un letto;/questa roccia d'amore dopo tante ferite/meritava il suo premio e non due vite finite./Appunti sull'anima,/far l'amore al buio, non vedersi più...”.

Poeta che penetra l’anima. Poeta che attraversa il buio. Poeta che non smette di vivere e credere nella passione perché in ogni passione ci sonno pezzi di esistenza. Mi ha insegnato di non vivere la vita mai a metà. Non si vive mai a metà. Avevamo appuntamenti non mantenuti. Ma in questi concerti che aveva avviato ci sarebbe stato un incontro magari senza appuntamento. Mancheremo a questo appuntamento. Ora “si va”. Si va verso una meta che nessuno sa… Quante amicizie ancorati ai ricordi e al presente. Quante amicizie mai rivelate. Franco era un amico nella vita e nel raccontare gli amori. L’amore. Ma tutta la vita è sensualità sotto le lune.

C’è un promessa, Caro Franco, e te la devo. Tu mi seguirai e mi accompagnerai con la luce della tua anima e mi porterai a scriverla…

 

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pubblicato il 27 marzo 2013

IO NON SONO UN ESSERE UMANO CARO FRANCO BATTIATO MA TU SEI UNA DELUSIONE !

DIMMELO TU! TI MANCA IL CORAGGIO DI DEFINIRTI?

Ma i dervisci danzanti non ti appartengono. 

 

di Pierfranco Bruni

 

Ebbene! Io sono uno, dei tanti o pochi, impresentabili, che ha votato per la destra, perché la mia cultura, la mia formazione, i miei autori, la mia vita è di destra. Sono una persona prima di tutto, ma ciò detto oltre le metafore, sono uno dei tanti o pochi che “non appartiene agli esseri umani” come ci ha classificato l’amante dell’Oriente dei sufi, ovvero Franco Battiato.

 

Prendetevi paura perché  non ho né timore né tremore di uno impresentabile che non è, tra l’altro, un essere umano, quale io sono.

Dove siamo finiti caro Battiato e proprio tu che ti reputavi un “soggetto” serio e da ascoltare con attenzione sei caduto nelle briciole di un linguaggio comunista e nazista. Ho pietà per me per le parole che hai pronunciato e oggi ti dico che ho un po’ di vergogna di me stesso per aver ascoltato e letto i testi di un uomo che ha nei miei confronti una tale concezione - considerazione.

 

Hai mentito e continui a mentire nel nome dei sufi, della cultura islamica, del mondo buddista. Perché chi proviene da queste lezioni non pronuncia quelle parole. Lo dico con serenità. Continui a mentire nel tentare di dettare insegnamenti. Mi rendo conto della fragilità dell’essere umano.

Io che citavo i tuoi versi. Tutti non veri perché soltanto chi ha un livore e anche un senso del ridicolo della storia può pronunciare le parole che tu hai pronunciato. Questa destra italiana non presentabile e non appartenente agli essere umani. Posso capire l’annunziatura comunista di Lucia, pecorella smarrita e manzoniamente ritrovata, ma il tuo linguaggio, mio caro Franco, è proprio un ferro battuto sui tamburi del vento.

 

La tua poesia, se poesia è, (perché un orientale, l’amore per l’Oriente, intreccia vita e poesia: non lo sapevi?) che fine ha fatto? I tuoi rimandi a tutto un mondo tradizionalista occidentale ed orientale, esoterico, musulmano e tibetano che strade stanno percorrendo? Mi auguro che il sole e le nuvole di Parigi abbiano dislocato altrove le tue alchimie verso piramidi rovesciate altrimenti saresti non solo una delusione ma anche la fine di un viaggio. Il tuo viaggio nelle parole vere.

Mi dispiace non tanto per me che ho letto e considerato i tuoi testi, oggi li scaccerei dai miei passi dopo la marxista considerazione che hai degli uomini come me, di destra senza alcuna conversione e senza una Damasco da giustificare, ma con il difetto o vizio della coerenza che appartiene agli Illuminati.

 

Mi dispiace per te.

Sì, perché chi segue i passi dei Maestri, si veste con la tradizione dei Maestri e canta con le pause dei Maestri scivolare nella rozzezza significa che sulla tua strada ci sono stati solo piccoli uomini e cattivi maestri e quella storia che recitano i dervisci danzanti o i monaci tibetani non ti appartiene, non è parte integrante del tuo modo di essere. Forse solo del tuo modo di vestire, a volte, ma Proust la pensava bene quando diceva che tutta la vita si muove sulla messa in prova di un vestito nuovo.

Sei una delusione.

Ed io non sono uno di quelli che la patologia leggendaria vuole che si offra l’altra guancia. Dopo il primo schiaffo reagisco. Magari con il silenzio come sanno fare i veri guerrieri impeccabili o gli sciamani del silenzio e dell’ascolto.

 

Ponendomi in ascolto, ti dico che sei stato irrispettoso a pronunciare quella frase. E non porgendoti l’altra guancia, perché non meriti più nulla, spezzerò tutti i tuoi cd e ne farò un falò. Un falò sotto la luna come fecero i partigiani comunisti, raccontati da Pavese, della vita di Santa. Così potrai finalmente accusarmi di nazista tanto sarei pari alle parole che tu hai usato nei miei confronti. Ti pare poco?

Per me non esisti più. Lo so che te ne frega poco. Ma non esisti non solo per la frase che hai pronunciato e non avresti dovuto per essere tu un essere umano, e lo sei (vedi non faccio discriminazioni), “Humanitas” ti dice qualcosa?, ma per aver spezzato una tradizione, la tua tradizione, perché tu puoi mutare opinione, posizione, atteggiamento ma ciò che hai scritto resta e allora rileggiti.

 

Forse lungo le vie dell’assessorato ti sei un po’ smarrito. Questo te lo devi proprio per ritrovare un certo “centro di gravità permanente”.

Sei una delusione! Non raccontarmi e non raccontarti più nulla.

Con una frase hai spezzato la tua storia. Punto.

Il resto lo affido non ai tuoi danzatori sciamani, perché li hai uccisi con quella frase, ma alla mia storia di impeccabile guerriero di luce che pone al centro il cuore dell’uomo, della persona, della speranza.

 

Tu resta non so dove. Fatti tuoi e dei tuoi desideri.

Io sono e resto di destra e quindi non sono un essere umano.

Tu non so cosa sei: un essere umano. Certamente! Ma se io dovessi scegliere tra te e me non sceglierei te

 

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pubblicato il 25 marzo 2013

Nella preghiera la misura della fede!

di Egidio Chiarella

 

Roma, Marzo 2013 (Zenit.org)

“Benvenuto tra di noi, Papa Francesco! La Sua guida sarà luce per tutti, nelle tenebre di un relativismo ormai senza frontiere. Il cuore di Benedetto XVI batte ora nel Suo. A noi cristiani l’umiltà e la volontà di capire questo mistero e fare la nostra parte, in piena coscienza, per l’affermazione della Chiesa di Cristo, verità perenne per le strade del mondo”.

Nella prima apparizione pubblica, il nuovo pontefice, ci ha invitato alla preghiera e al silenzio! Sono rimasto molto colpito! Ecco perché mi permetto di dedicare, a Sua Santità, questa mia riflessione odierna, nella certezza che da umile successore di Pietro saprà condurci al gusto naturale della preghiera, misura della fede e strumento, troppe volte dimenticato, di dialogo quotidiano con Dio.

Sant’Agostino, nel rapporto che si instaura tra credente e preghiera, diceva: “Aut mali, aut male, aut mala”. Non si prega bene quando si è cattivi (mali); quando si prega malamente (male); quando si chiedono cose cattive (mala). Quest’uomo del Signore, che conobbe la conversione dopo anni di inquietudine e di vita dissoluta, in poche parole, chiarisce un concetto fondamentale nella vita di un fedele, indicando tre atteggiamenti umani che vanificano la sua relazione con Dio. La nostra società ha perso il gusto di pregare e ha tramutato questo appuntamento straordinario dell’uomo con l’Altissimo, in un abitudinario “resoconto” occasionale. Eppure la sostanza dell’essere umano tende al cielo, avverte nella preghiera, magari nelle forme più “romanzate” possibili, un canale di comunicazione con il mondo che non si conosce, ma si ferma qui! Il pericolo di cadere nelle grinfie dei venditori ambulanti della fede, sta a due passi della propria quotidianità. Il rischio di invalidare la natura dell’essere anima e corpo, è a portata di mano! La persona, in quanto tale, non necessita di formule magiche per avere coscienza del Creatore, ma di umiltà del cuore e comunanza totale con la Parola di Cristo e la sua Santa Chiesa.

La storia dell’uomo attesta la verità di queste mie ultime parole, che solo la cecità dello spirito può ribaltare a favore di comportamenti fuorvianti e soprattutto lontani dalla verità del Vangelo. Ma anche chi è nella Parola, come dice il vescovo Agostino, deve capire che la sua fede si misura, sempre, dalla maniera con la quale porge la sua preghiera al Signore. I Padri medievali dicevano: lex orandi, lex credendi. La legge della preghiera è la legge della fede. Da una preghiera fatta male, con contenuti inopportuni, deriva un credere distorto; al contrario da una buona formula di preghiera si ha una corretta fede. L’uomo non deve, certo, pregare dopo aver fatto un corso di formazione; nessuno lo ha mai organizzato! Gesù vuole che l’uomo si sappia immergere in un silenzio cosmico assoluto e parli al Padre con il cuore pieno della sua Parola. Sia umile e sappia rispettare l’altro che prega nella casa del Signore, che non ha titolari particolari. La casa di Dio è la casa di tutti.

È Gesù, come si legge in Luca, che racconta la Parabola della vedova, che ebbe giustizia grazie alla sua continua insistenza, per insegnare alla folla e ai suoi discepoli che bisogna continuamente pregare senza mai stancarsi. La preghiera parte essenziale della vita e non momento di invocazione per superare un momento di crisi. È sempre Gesù che tra il pubblicano e il fariseo, che si recano al Tempio per pregare, indica nel primo l’uomo che sarà ascoltato dal Signore e non nel dotto della sacra scrittura, che pregando si vanta con Dio delle sue azioni, denigrando coloro, che come il pubblicano, sono ingiusti, adulteri; non pagano la decima due volte la settimana e non seguono i culti ufficiali. Ma Gesù invita, chi crede, a pregare assieme nella semplicità, per rendere più forte la richiesta al Padre. Così in Matteo: “Poiché dovunque due o tre son radunati nel nome mio, quivi son io in mezzo a loro”. L’’augurio è che ritorni il gusto della preghiera e conquisti il cuore dei giovani, solitamente invasi da altre forme di relazione con l’infinito. Anche il nostro culto, proprio per rendere partecipi le nuove generazioni, come vuole Cristo, avrebbe bisogno di purificazione. Il mio parroco, nei suoi scritti, ha più volte sottolineato che esso è divenuto per noi commercio di idee umane; scambio di sensazioni terrene; musica, canti, incensi, cerimonie, celebrazione dell’uomo e del suo peccato; grida contro questa o quell’altra ingiustizia sociale; momento per rivendicazioni; pulpito dal quale cercare un plauso universale. In tale modo, Cristo Gesù rimane sempre più nascosto da questo culto, perché l’uomo ne ha preso tutto il posto. Ha conquistato la scena. L’esteriorità ha fagocitato l’interiorità. Così i giovani non capiscono! Se la misura è questa, quale sarà la nostra fede?

 

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pubblicato il 15 marzo 2013

PAPA FRANCESCO. IL CORAGGIO E LA MISERICORDIA

IN UN MIO ANTICO INCONTRO NEL NOME DELLA CARITA’ TRA I POPOLI

 di Pierfranco Bruni

 La carità, la povertà e i processi di un mondo legato al dubbio della spiritualità da una parte e ai costanti relativismi dall’altra. Tre aspetti che sono dentro la religiosità del Cristo. Di quel Cristo popolo che abbraccia le incertezze di tutti e ne fa il dono di una misericordia dentro i passi della fede. Il nuovo Papa è un segno tangibile non solo di una rottura di schemi nel mondo del Vaticano ma è soprattutto un linguaggio diverso che si affaccia nel registro del trono di Pietro e parla con il volto, lo sguardo, la speranza di una esperienza che va oltre la Chiesa gerarchia.

Ho avuto modo di conoscere il Cardinale Jorge Mario Bergoglio nei miei viaggi in Argentina e proprio in quella città di italiani, di europei, di spagnoli, di una America Latina che sa di essere occidentale ma sa anche di doversi confrontare con i Paesi di un Oriente che si impone con la sue religioni ma anche con le sue forme di cattolicesimo, Buenos Aires, il dialogo si è improntato su due aspetti fondamentali dentro la cultura moderna: la speranza e l’attesa.

Ora Francesco, il Papa Francesco, è nel solco di un carisma emblematico. Il Francesco d’Assisi, la povertà che si è fatta esistenza nella chiesa popolo e nella chiesa che si pone in ascolto anche fuori dalle retoriche delle liturgie. Ma nel Papa Francesco ci sono molti elementi, che emergono dalla sua parola, dai suoi scritti, da quel suo linguaggio che vuole restare silenzio per ascoltare, lo ricordo benissimo nella mia conferenza su Giovanni Paolo II e Jacopo da Todi in una città religiosa, bella e assordante come è tutta l’Argentina del tango vissuto nell’anima, che riportano ad un altro Francesco: Francesco di Paola.

La povertà e la carità. Per un sacerdote, un vescovo, un cardinale che ha una formazione da gesuita potrebbe aprire, ciò, delle chiavi di lettura sui temi teologici del progressismo e dell’incontro tra teologia e cultura in senso lato. Ma Francesco, questo nuovo Papa, ha dalla parte sua un esempio molto caro che è quello di San Giuseppe Moscati. Anche Moscati è nella formazione dei gesuiti. E cosa significa questo?

Diceva San Giuseppe Moscati: “Non dimentichiamo di fare ogni giorno, anzi, ogni momento, l’offerta delle nostre azioni a Dio compiendo tutto per amore”. E c’è il francescano ai piedi della misericordia che si fa bellezza. Questa è la fede della centralità di una cristocentricità che esclude forme e poteri dentro i quali la Chiesa degli ultimi tempi era precipitata.

Ci sono problemi etici da affrontare. Problemi in cui le povertà avanzano. Fattori di precarietà esistenziale. Paure. Tremori d’anima. Perdita di contatto con il sacro. Religiosità che si confonde con regole oltre il sacro. Civiltà nuove in cui i feticci di una antropologia si trasformano in strazi di esistenza per le famiglie. Papa Francesco sa dell’eredità che si porta dietro ma noi sappiamo in quale cultura, in quale contesto, in quali strutture reali ha sviluppato il suo messaggio pastorale.

Ricordo che mi disse che c’è la preghiera che deve coronarci le mani con il rosario dei giorni ma c’è soprattutto l’esempio che deve rappresentarci. Una bella missione dentro una Chiesa che si è frammentata e mettere insieme i cocci di una struttura nel nome di una nuova visione della Chiesa non è certamente facile.

Ma la fede non è facile. Perché la grazia ci porta a ciò che spesso diceva Giuseppe Prezzolini che nella verità Dio è sempre un rischio. Io che, in questi anni, ho combattuto la mia battaglia, buona o non buona non ha importanza in questa occasione, per tentare di far capire come si può essere eretici restando in Cristo ora la presenza di un gesuita – francescano mi pone realmente una questione che non è assolutamente etico o teologica ma profondamente metafisica.

Lo dico sin da ora e non potrò essere smentito. Francesco sarà il Papa della svolta perché sarà il sacerdote che camminerà con noi oltre le apparenze. E se ho visto bene come in Argentina era considerato e come era amato in nome non della carica che rivestiva ma della parola che offriva e dei segni di umiltà provvidenziale che lanciava posso ben dire che nell’anima di una Nazione quando il sorriso si fa verità e speranza si è già oltre la tristezza che cammina nei cuori feriti e vuoti.

Il Cardinale nel passaggio pastorale ha segnato di speranza il cammino. C’è sempre una vita nascosta con Cristo in Dio, direbbe San Paolo e questo nuovo Papa è un viandante che non solo viene da molto lontano, come direbbe Giovanni Paolo II, che lo incoronò Cardinale, ma proseguendo il suo cammino si fa pellegrino dei popoli e delle genti. Perché l’America Latina è un grande popolo ma è anche una civiltà in sofferenza e costituisce l’esempio non solo di una geografia territoriale ma di una geografia di anime che sono quelle americane, quelle Occidentali e le storie intrecciate nelle altre religioni che non ammettono confronti.

E Papa Francesco il confronto lo ha già chiesto perché lo ha vissuto nella sua formazione. Le sue origini piemontesi lo rendono un uomo di terra come era San Francesco. Il suo modello cristiano non nasce dalla teologia della saggezza ma dal mistero misericordioso. 

Il mistero e la preghiera. Due altri elementi che sono nel suo pellegrinaggio religioso. Portare l’esempio: è questo il vero testamento di fede in una chiesa che trema nelle divisioni. E l’esempio è un gesto di pazienza nel comunicare il coraggio dell’esserci nella preghiera, o meglio di dare un senso alla preghiera. E quando si da un senso alla preghiera anche la testimonianza non ha bisogno della tolleranza perché il rosario è già il superamento della intolleranza. Un Papa nuovo, dunque. Non direi nuovo.

Un Papa di cui abbiamo bisogno. Celestino V fece la grande rinuncia nei confronti di una chiesa in decadenza. Benedetto XVI  ha fatto la grande rinuncia nei confronti di una chiesa che non si è saputa contrapporre al relativismo. Francesco ha accettato perché la Chiesa deve ritornare a suoi due pilastri: la cristocentricità come dono tra i popoli nel “Cantico delle Creature” e la forza di saper guardare oltre con il volto, lo sguardo, gli occhi di Maria.

La Chiesa dagli antichi orizzonti nella tradizione della Grazia eterna. Il suo Francesco è un simbolo. In questo buio devastante l’uomo del relativismo aveva persino smesso di leggere i simboli.

Questo Papa ci invita ad abitarli i simboli nel nome di un Cristo risorto lungo i passi del nostro essere uomini. Lo ricordo. Con la sua umiltà, il suo sorriso, la sua attenzione mentre tentavo di legare il “Cantico delle Creature” alla “Terra Promessa” di Giuseppe Ungaretti. Fu incontro nel nome di Giovanni Paolo II.

 

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pubblicato il 10 marzo 2013

CRISTO E GIUDA

LA SALVEZZA E IL TRADITO 

TRA I CHIODI E LA CORDA

 

 di Pierfranco Bruni

 

 Entriamo nei giorni della religiosa meditazione e nella Settimana della Croce, della Passione e della Rivelazione. Salvezza e tradimento. O tradimento e Redenzione. Un viaggio inesorabile dentro la fede, il pentimento, la rinuncia, la salvezza, il dolore, la croce, il suicidio. Se la Croce resta una sfida il viaggio del Messia è una indefinibile rottura di schemi giocati tra la tradizione, l’ermeneutica, il mistero, l’evangelizzazione e la rivoluzione in una cristianità in cui la religione può restare fuori dalla teologia delle liturgie.

Ma Cristo è una sfida e la sfida più imponente, mai rischiosa, più importante e resistente sul piano di una chiarificazione esistenziale dove i “demoni” sono serpenti che abitano i “sottosuoli” dell’anima e dell’abitato nostro metafisico è tutta giocata tra il personaggio “io” e l’umanità di una civiltà che trova la sua grotta nei disamori. Ma perché Cristo si impone come misericordia nei cuori coraggiosi? Perchè tradimento e tradito sono viaggi inesorabile nel mistero della salvezza? Giuda? I suoi occhi del tradimento quanti tradimenti hanno dovuto subire?

 

Ci sono quattro personaggi che scivolano in quel campo di sangue che ha la terra tremante. C’è Giuda, quello che ha tradito. Pilato, quello che si è lavato le mani. Barabba, quello che la folla ha risparmiato. Pietro, quello che per tre volte ha rinnegato ma è riuscito ad incontrare lo sguardo di Cristo.

Incontrare lo sguardo di Cristo. Il punto sta qui. Lo ha incontrato o Cristo ha cercato lo sguardo di Pietro? Cammino  lungo il pensiero contemplante, non teologico, ma misterioso di un Giuda pentito e suicidatosi per non essere riuscito a chiedere perdono prima che Cristo venisse messo in Croce o per non aver avuto il tempo e forse neppure la forza e il coraggio. Pietro si è salvato dopo aver rinnegato e quindi dopo aver tradito perché i suoi occhi hanno visto gli occhi di Cristo. Rinnegare, negare, tradire.

 

Tre verbi che hanno una consolidata matrice teologica certamente ma anche gnostica e sinottica. Tre concetti che richiamano metafore. Qual è la differenza tra Giuda e Pietro? C’è una differenza di fondo? Giuda si sporca le mani e l’anima per i trenta denari che restituisce o che servono per acquistare il campo di sangue nel quale individua un albero dove poter legare la corda per la sua morte. Una morte suicida. Vendersi, vendere Cristo, suicidarsi. Tre peccati ma Cristo che ha perdonato Maria di Magdala in una incastro pesante dentro il quale ha coinvolto tutti coloro che avevano un peccato da farsi perdonare (chi ha avuto il coraggio di scagliare la pietra?) avrebbe potuto non accogliere il perdono di uno dei dodici al quale guardava con molta attenzione?

 

Perché Giuda non è riuscito, dopo il bacio, a riparlare con Cristo? Chi ha impedito ciò? C’è la storia che recita il suo teatro e la misericordia non si serve della storia ma della Grazia. In Giuda la Grazia non arriva. In Pietro, invece, il rinnegare tre volte, per ben tre volte, non è segno di un tradimento eterno.

Quel rinnegare viene condonato perché è lo sguardo di Cristo che lo illumina e proprio Pietro diventa la pietra della Chiesa. Mentre tre volte Pietro rinnega, Giuda consuma il suo “delitto” su tre verbi: vendersi, acquistare, tradire. Un triangolo che si pone ai piedi della Croce.

Ma il problema vero non è teologico (nonostante l’intreccio dei sinottici: Matteo, Marco o Luca) ma è completamente vissuto su una “epistemologia” in cui il dubbio ha tre angoli spezzati: la possibilità della salvezza, la capacità di catturare la verità, l’indolenza dei sacerdoti che guardano al Cristo morente, perché da loro condannato, nell’ultimo sussulto del Dio perché mi hai abbandonato.  Il mio viaggiare è inquieto e disperante ma non conosce la follia del dubbio ma soltanto il dubbio lungo la strada piana del deserto che introduce nei labirinti che incrociano fede, religione e retorica.

 

La salvezza è credere. La verità è la salvezza del credere. L’abbandono è il timore dell’essere stato abbandonato. Giuda comprende tutto questo nell’ultima “seduta” in cui Cristo invita a fare in fretta nel consumare il tradimento? Giuda, secondo Giuseppe Berto, dice: perché sei stato Tu Cristo a scegliermi? Il vero prediletto è Giuda o Pietro? Il vero colpevole, se di colpa bisogna parlare, è il morente con la corda al collo è il portatore di una Croce tradita?

Al centro di tutto c’è chiaramente la misericordia ma prima della misericordia c’è il dolore e il dolore passa inevitabilmente attraverso la conoscenza o la ricerca o la grazia della verità. Conoscenza, ricerca, grazia.

 

Giuda ha percorso questi tre viaggi perché nel suo dubbio c’era la necessità di giungere, o raggiungere, alla verità. Quella verità che leggeva nella illuminazione di Cristo. Non della Croce. Sfidava Cristo. Infatti, il suo gesto, quello di Giuda, è stato un gesto di sfida. Io ti sfido Cristo a rivelarmi la verità contro la corruzione e la falsità. Hanno duellato sino alla fine.

Giuda e Cristo. Gli occhi e il volto sono immagini e immaginario dentro quella tradizione tra teologia, filosofia e mistero. E sono stati morenti entrambi. L’uno appeso ad una corda. L’altro inchiodato su un legno. La morte è giunta per entrambi. Ed entrambi hanno dato un segno preciso: quello di portare la salvezza.

La morte supera la vita e ci offre la verità. Inquieti entrambi. Disperato Giuda nel sangue del suo campo. Nell’attesa della speranza Cristo nel suo grido finale. Pilato non passa inosservato. Ma non riesce a comprendere la differenza tra la misericordia e la grazia nonostante la presenza di Claudia. Barabba è il confuso che smarrendosi cerca la via della conversione.

 

Due personaggi non secondari nella teatralità del dolore cristiano. Ma chi resta nel sangue e muore tra la disperante voce strozzata e l’urlo dei vinti in cerca della speranza illuminante sono Giuda e Cristo. Pilato proseguirà con i suoi sensi di colpa la sua morte – vita. Barabba nella dichiarazione della devozione resterà trafitto della forza di Cristo. Pietro proseguirà il suo cammino sino alla croce nella bellezza – sacrificio della parola cristiana. Ma il tutto si consuma tra Getsemani e il Golgota e il campo di sangue. L’attesa si lega al destino.

L’attesa di conoscere il destino. Oppure quale destino possibile per la morte del traditore? Per me Giuda resta il tradito. Chiariamo questa visione. Il tradito al quale non è stata data la possibilità della voce misericordiosa per un progetto nel “destino” tra l’intreccio teologico e mistico.

 

Il Giuda tradito è nel mistero. Così come lo è il Cristo abbandonato nel luogo della solitudine e abbandonato nell’ultimo verbo che lo ha condotto al tremore del cielo. Non è bastata la pazienza del deserto e lo spazio nella distesa del deserto, non sono bastate le rose di Gerico o il Cantico dei Cantici (dell’A.T.), non l’amore della Magdala o la persuasione di Giuseppe e il pianto di Maria o il dubbio delle sorelle di Lazzaro. Nulla è bastato sino alla consumazione dell’atto finale tutto disputato intorno all’Orto degli Ulivi, il Golgota e il sangue disseminato nel campo di Giuda. Lì si cambia la storia e la storia non è più rappresentazione e neppure scavo per una teologia dei saperi. Ma mistero. Mistero salvifico. Mistero morente. Ma la morte è rivelante. E so lo è per Cristo lo è anche per Giuda il traditore tradito.

 

Perché è Cristo che resterà la nostra anima. Perché è Cristo che resterà la nostra consolazione orante. Prendo atto, nella mia riflessione misericordiosa, che nel tradimento c’è l’anima del tradito ma so anche che ho bisogno di superare il deserto e vivere i miei labirinti oltrepassando i sottosuoli che si agitano.

Cristo ci aiuta. Cristo è.  Se Cristo è, quel è è essere io dentro noi, noi dentro la voce del è.

Ma se  Cristo è, questo è o questo essere è anche la presenza di Giuda che non smette di agitare i nostri tremori. La nostra vita di fede e non di fedeli? Ma la nostra vita in Cristo resta nel dubbio della morte evitabile – inevitabile di Giuda.

Tutto ciò che accadrà dopo ha il respiro dell’ombra, e ancora oggi, e se si vuole la luce si ha bisogno di attraversare le ombre e di rendere vero Giuda. Quel dolore, come quello di Gesù non lo possiamo non considerare salvifico. Il pentimento di Giuda, pentimento disperato. E la morte in Croce di Cristo che è salvezza che prepara la redenzione. La morte si vince attraversando la luce. Paolino il messaggio e, lungo questa strada, ci conduce, se pur nel dubbio del mistero in fede, nel Cristo. Nel Cristo dell’urlo inquietante che diventa Rivelazione di vita.

 

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pubblicato il 26 Febbraio 2013

I beni culturali: dalla materialità alla immaterialità.

Innoviamo il patrimonio culturale nazionale con una più ampia politica di valorizzazione di lingue, antropologie, etnie e liberalizzazione nella gestione dei musei

 di Pierfranco Bruni 

                                     

Il territorio come bene culturale è un intreccio di beni materiali e immateriali. Oggi parlare di territorio, di patrimonio culturale, di storia significa anche non dimenticare il senso e l’appartenenza di una memoria che vive nei simboli. E i simboli si trasmettono, si contestualizzano, si interpretano. Hanno un loro valore. Penso ai castelli, alle aree archeologiche, ai musei. Se i beni culturali sono identità, la etno – archeologia è una testimonianza straordinaria in questo discorso, e se tali vengono da noi considerati abbiamo il dovere di aprire un vasto dibattito sul loro ruolo all’interno dei territori. Nel depositato della storia ci sono modelli di civiltà e percorsi di epoca che intrecciano segni di identità.

 

I beni culturali, come patrimonio nazionale, sono una testimonianza nel vissuto della storia e dei popoli, che devono trovare le ragioni per un dialogo a tutto tondo con le risorse e le vocazioni che vivono dentro il territorio. Dobbiamo cominciare ad entrare nell’ottica che il bene culturale non è soltanto una questione materiale.

La cultura è nella immaterialità: dalle lingue alle etnie, dalla musica alla canzone d’autore, dalla presenza delle minoranze linguistiche in Italia (sulle quali stiamo portando avanti studi, ricerche, pubblicazioni e modelli valorizzanti riconosciuti da tutto il mondo con una presenza in molti Paesi esteri e la documentazione è abbastanza evidente) alle antropologie comparate.

 

      C’è un dato dal quale bisogna partire. Il Sud ha una ricchezza non indotta. Una ricchezza che è sempre più risorsa vocazionale. Ecco perché insisto nel discutere di bene culturale e valorizzazione dei territori. Non avrebbero senso i beni culturali senza una vera valorizzazione soprattutto nel Sud.  Questi beni sono i simboli di una identità comunitaria oltre ad essere stati riferimenti e contenitori di un processo storico all’interno di un territorio.

 

      Oggi bisogna fare in modo di acquisirli sempre più a quel patrimonio della coscienza identitaria che si specifica nella espressione di una civiltà, la quale si manifesta dentro una realtà ben definita. Vanno conservati, salvaguardati, vanno restaurati e restituiti alla fruibilità. Ruderi, macerie sono una testimonianza che continua a vivere pur nel disordine della storia. Sono pur sempre un bene pubblico ma un bene pubblico diverso rispetto ad altre strutture come può essere un mercato coperto in disuso.

 

      Nel mistero e nella storia costituiscono un viaggio nella civiltà. Più volte mi sono occupato di tali problemi e resto convinto che i beni culturali, pur favorendo (e in molti casi costruendo una politica di sviluppo) un raccordo tra economia e cultura, vi è necessità di una prospettiva che tenga insieme il fattore specialistico e l’intellettuale, l’uomo di cultura con la dialettica europea sulle culture.

I beni culturali vanno affidati agli uomini che fanno cultura e che della cultura hanno una idea precisa che è quella del raccordare processo di ricerca e modelli economici, capacità di valorizzazione ed apertura a realtà altre rispetto ai soli addetti ai lavori. In una fase come la nostra ritorno a proporre una autonomia dei musei, delle aree archeologiche, dei monumenti dalla parte prettamente amministrativa. La managerialità si apre a visioni più complessive perché è la valorizzazione che offre un senso alla cultura.

 

      Una struttura come un castello o un’area archeologica o i musei (o ancora altri riferimenti definiti come patrimonio beni culturali) non sono degli elementi (o valori) aggiunti ad una comunità. Sono parte integrante di una comunità, la quale anche attraverso queste presenze continua a testimoniarsi nel quotidiano.

E in virtù di questa storia depositata si potrebbe realizzare una progettualità in grado di avviare una rilettura organica dei territori, grazie a dei percorsi ad intreccio storico e non a delle mete monolitiche.

 

      Voglio dire che non possiamo più pensare di avviare progetti bloccati su percorsi storici definiti ma occorre ormai necessariamente una intelaiatura ad incastro. Ovvero occorre partire dalla Magna Grecia fino alla tarda età rinascimentale. Perché, in fondo, il Sud non ha raccontato una sola storia. Ha vissuto diverse storie le cui deposizioni storiche sono proprio la testimonianza dei beni culturali. Non si può avviare, per esempio, un progetto riferito solo ai percorsi della Magna Grecia oppure soltanto ai Castelli Normanni o ai Palazzi Rinascimentali.

 

Se la storia, come sosteneva De Felice, non conosce parentesi la si deve studiare e presentare nella sua globalità. Si studia il territorio (e quindi non solamente una comunità: anzi si avvia il lavoro conoscendo la memoria di una comunità) grazie ad una consapevolezza di affiliazioni storiche. I modelli etnici, da me studiati attentamente, sono un fenomeno dell’etno - archeologia.

 

      Si è stati civiltà Magno Greca, prima di tutto, e lungo i tratturi o le rotte di queste genti si sono segnati i passi. I castelli, per fare un esempio, rappresentano un’epoca intermedia (mi riferisco alla realtà normanna e federiciana) rispetto alla vera struttura monumentale rinascimentale e barocca. Ma un territorio va “risistemato” nella sua complessità. Credo che occorrerebbe superare i progetti – confine. Non si può più prendere, nel campo dei beni culturali, un periodo della storia e analizzarlo. Questi sono modelli scolastici che andrebbero, nella traduzione di una lettura sul territorio, completamente superati. Anzi sono già superati.

 

      Un territorio conscio di conservare risorse storiche (archeologiche, monumentali ma anche antropologiche e linguistiche) deve essere “visualizzato” e interpretato in tutte quelle espressioni che hanno permesso di documentarsi con delle matrici identitarie. Se si pensa di focalizzare l’attenzione solo su una struttura, pur avviando un processo in sintonia con tutta una realtà territoriale, non considerando le diverse tappe che hanno formato una civiltà all’interno di una comunità, credo che sia ormai un dato errato.

I percorsi normanni, svevi, barocchi e così via non si reggono storicamente e strutturalmente isolati da un contesto e da una temperie che vivono sul territorio. Bisogna operare in una visione di omogeneità. È  intorno ad un progetto etico che si può ridefinire il ruolo dei beni culturali all’interno dei territori. Soprattutto nel Sud questa consapevolezza deve portare ad un nuovo modo di confrontarsi con la storia e con quel patrimonio che resta, comunque, radicamento di un popolo e di una civiltà. Nelle  aree meridionali i beni culturali sono una risorsa e una vocazione. Sono quella ricchezza che si integra con i paesaggi (anch’essi beni culturali: mare e montagna), con la natura, con la geografia del territorio stesso.

 

Nel Sud non solo “le parole sono pietre” per dirla con Carlo Levi. Ma le pietre sono storia. Meno effimero, dunque, come si diceva una volta, e più concretezza. Ma sui progetti bisogna lavorarci con serenità, con capacità manageriale, con forti intuizioni non disconoscendo mai la geografia e la storia dei territori.

I territori sono i veri depositari dei testamenti delle epoche e delle civiltà. Focalizzare una tale questione significa, tra l’altro, definire un’idea portante di cultura all’interno di ciò che è stato un vissuto e che dovrà essere futuro attraverso gli strumenti dell’organizzazione, della progettualità, dei saperi. La comparazione tra archeologia ed etno – antropologia è fondamentale: si tratta di un solo esempio.

 

I beni culturali sono reale prospettiva all’interno di quattro presupposti principali: liberalizzazione nella gestione dei musei, attenzione fondamentale al bene culturale non solo come dato di ricerca ma come elemento valorizzante di un territorio,  maggiore dialogo tra cultura e politiche di investimento, interazione tra i vari campi degli studi.

Il Ministero per i Beni e le Attività Culturali potrà avere un compito di primaria importanza se diventerà, nella sua filosofia strutturale, Ministero della Cultura Nazionale. Non solo nella etimologia del termine ma nella sua strutturazione a cominciare anche da una revisione, in termini istituzionali, delle sedi regionali.

 

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