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pubblicato il 21 Maggio 2013
Culture
diverse tra etnie e lingue
in un
Mediteranno inclusivo ma non omologante
di Pierfranco Bruni
Il Mediterraneo è un filo
di orizzonte di lingue perdute e di etnie che scavano nella
memoria dei luoghi. Se non ci fossero stati i processi
etnici (tra scontri e confronti: al di là del bene e del
male, nonostante alcune pesanti divergenze e conflitti) il
Mediterraneo parlerebbe una lingua senza alcuna valenza
sistematicamente antropologica e non avrebbe la sua
importante articolazione culturale. Come Ministero per i
Beni e le Attività Culturali, Direzione Generale per le
Biblioteche, gli Istituti Culturali, i Beni Librari e il
Diritto d'Autore, stiamo lavorando con un Progetto, da
alcuni anni, su questi elementi che troveranno
un'analisi comparata in uno studio appropriato
sull'argomento.
È certo, comunque, che il
Mediterraneo resta storia di popoli, di civiltà, di
convergenze e di divergenze ma, sostanzialmente, ancora
oggi, trova la sua originalità e la sua spiccata visione
ereditaria ed identiraia dentro quelle realtà che sono
geografiche in senso lato, territoriali e radicanti dal
punto di vista culturale.
La presenza etnica ha avuto
ed ha una sua spiccata caratterizzazione umana e culturale.
Ma è proprio questa etnicità che ha dato voce ai
Mediterranei. Pensare ad un solo Mediterraneo è impossibile
e lo è anche attraverso una analisi storica comparata tra le
lingue che sono espressioni letterarie, le testimonianze, le
tradizioni, i modelli simbolici. Ed è necessario sempre più
sostenere la valenza forte di un Mediterraneo che non
abbraccia soltanto una precisa area geografica,
nell’incontro tra Popoli e Nazioni, ma occorre
necessariamente parlare di una estensione di realtà
frontalieri.
L’Adriatico ha una sua
connotazione con i Paesi Balcani ma questi sono parte
integrante di una estesa cultura tra mondo Ionio, tessuto
territoriale del Tirreno ed eredità greche. La Grecia e la
Magna Grecia sono dentro chiaramente il Mediterraneo ma sono
anche espressioni di un antica presenza il lirica. La storia
della cultura albanese in una considerazione archeologica e
linguistica ha connotazioni il liriche. C’è una Albania
racchiusa nella sua tipica storia del rapporto tra Occidente
ed Oriente e c’è stata un’Albania ben divisa tra modelli
islamici e presenze forti cristiane.
L’Albania con il suo mondo
Arbereshe costituiscono una interazione tra tradizione e
incontro etnico vero e proprio. Ma tutto il Mediterraneo,
dal Nord Africa alle sponde Occidentali ed Orientali,
custodisce identità che scavano nelle radici andaluse per un
versante e confinanti con le storie di modello occidentale
oceanico e matrici risalenti, appunto, a quelle presenze il
liriche che toccano le geografie che vanno oltre Scutari
sino all’attuale Macedonia.
Il Mediterraneo, dunque, è
un approdo ma anche una accoglienza. Diventa inclusivo nel
momento in cui, nonostante le diversità, la storia antica fa
i conti con l’archeologia e la storia moderna diventa
dimensione accogliente delle etnie e delle lingue. Non
sempre, comunque, una lingua interagisce con l’etnia di
appartenenza. Ma nell’etnie o nei processi etnici di una
comunità la lingua è un riferimento ancestrale.
Quanti Mediterranei si
possono contare. È naturale che la geografia mediterranea
non è più quella indicata dalla mappatura ufficiale perché
le interazioni sono voci e destini di comunità ma è anche
vero che insiste un Mediterraneo unico che ingloba il
portato storico e moderno dell’Oriente e dell’Occidente.
Sul piano antropologico, in
Italia, il Regno di Napoli è una testimonianza ancora da
considerare come punto di riferimento, perché in esso sono
convissuti culture arabe antiche e accentuazioni islamiche
moderne, linguaggi popolari dialettali (si pensi per restare
nel campo letterario all’importanza che hanno gli scritti di
Giovanni Boccaccio e alle figure, ovvero ai personaggi, che
esso ha tratteggiato a cominciare proprio da Fiammetta che
rappresenta l’unicum di un intreccio tra costumi, tradizioni
e lingua di un popolare mediterraneo ma si pensi anche alla
volontà di Pascoli nel discutere su un Mediterraneo
inclusivo con il suo discorso di Barga nel 1911) e forme
etniche intrecciati a realtà religiosi abbastanza
consistenti, le cui tradizioni sono un immaginario che
riporta echi e desinenze multietniche.
La chiave di lettura delle
etnie nel Mediterraneo contemporaneo è da catturare sui due
poli centrali: quello linguistico e quello antropologico.
Entrambi i poli però trovano la loro complessità nella
interpretazione di una letteratura che è trasmissione di
esperienze e testimonianze.
È naturale che la
letteratura mediterranea non può prescindere da radicamenti
ben definiti ma è anche vero che il rapporto lingua ed etnie
rappresenta il nucleo centrale di un incontro a più voci sia
sul piano prettamente geografico sia su quello di una
metafisica della consapevolezza dei popoli nell’essere
modelli di valori.
In fondo il Mediterraneo è
l’incontro di etnie e di lingue. Partendo da questa premessa
non si può che insistere su culture diverse di un
Mediterraneo inclusivo. Le presenze minoritarie in Italia
sono una realtà nelle diversità etniche tra un Occidente
europeo e un Oriente Balcanico – mediterraneo.
Ma è proprio quest’ultimo,
grazie ai territori, compresi quelli grecanici, croati,
sloveni, catalani, che custodiscono radici e modelli
culturali sia linguistici, sia religiosi, sia artistici, sia
storico antropologico, che si propone come un incontro
inclusivo in una geografia di un Mediterraneo che include e
si apre a nuove e ben contestualizzate realtà sia storiche
che moderne.
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pubblicato l'8 Maggio 2013
Quando
Andreotti volle presentare Francesco Grisi al Premio Strega
del 1986 e rafforzò il Sindacato Libero Scrittori
di Pierfranco Bruni
Era il 1986 quando Giulio
Andreotti, dopo aver letto e discusso con Francesco Grisi e
alcuni suoi amici e tra questi intavolò un ragionamento
letterario con chi scrive chiedendomi addirittura quando di
“vero” poteva esserci nei primi capitoli del romanzo
(proprio lui mi fece una domanda sulla “verità” tra storia e
personaggi in Grisi), volle, con la sua consueta ironia,
presentare il romanzo “A futura memoria” al Premio Strega
di quell’anno.
Volle presentarlo nella
rosa dei romanzi che dovevano formare la prima decina e
successivamente la cinquina. Mi disse che conosceva le
pagine di Grisi già dal 1985 e lo aveva incuriosito la
presenza di due personaggi: il cardinale, guarda un po’, e
la rivoluzionaria Eleonor e poi la madre di Mara che un bel
giorno scompare per chiudersi in un convento di clausura.
Andreotti era molto amico
di Francesco Grisi. Fece una brillante relazione su “A
futura memoria” scavando nelle radici letterarie del
cattolico Grisi in un confronto, a tutto tondo, con la
letteratura dell’ambiguità cristiana sottolineato da Diego
Fabbri. Andreotti portò bene a Grisi. Tanto che non solo
venne inserito nei primi venti e poi dieci romanzi ma
addirittura arrivò alla cinquina.
Andreotti era convinto, da
attento lettore, che Grisi, quell’anno, avrebbe vinto il
Premio Strega. Si era su questa strada. Grisi era ormai il
candidato più accreditato soprattutto perché il romanzo
aveva una sua particolare originalità e questo Andreotti lo
ebbe a sottolineare immediatamente.
Ma quell’anno, proprio
nelle fasi ultime della selezione, morì Maria Bellonci e a
lei venne conferito il premio “a futura memoria” per il
romanzo “Rinascimento privato”. La Bellonci era scomparsa
nel maggio del 1986. Venne conferito il Premio alla Bellonci
giustamente per la sua storia e come ideatrice, tra gli
altri, dello stesso Premio. Ma il vero vincitore rimase
Francesco Grisi, al secondo posto, con “A futura memoria”,
appunto.
Un episodio che Giulio
Andreotti raccontò anche quando svolgemmo il Convegno
Nazionale su Francesco Grisi svoltosi a Roma, a Palazzo Sora,
il 26 e 27 febbraio del 2009.
In questa occasione
Andreotti racconto, attraverso aneddoti, la storia
letteraria di Grisi partendo dai primi libri di critica, del
suo legame con Debenedetti sino alla costituzione del
Sindacato Libero Scrittori Italiani, voluta anche da Giulio
Andreotti. Tra il 1969 e il 1970 ci fu una frequentazione
tra Grisi e Andreotti in funzione del dibattito tra cultura
cattolica e cultura marxista.
Andreotti incoraggiò
fortemente sia la scissione del Sindacato Nazionale
Scrittori sia, soprattutto, la nascita del nuovo Sindacato
Cattolico incarnato da Grisi, De Feo, Fabbri, Del Bo (che è
stato ministro democristiano).
Infatti la prima seduta del
nuovo Sindacato fu inaugurata con la relazione di Giuseppe
Spataro, cattolico e democristiano, che ricopriva la carica
di Vice presidente del Senato. Con il Sindacato Libero
Scrittori, Andreotti ebbe sempre ottimi rapporti. Inaugurò
numerosi convegni e con Grisi fece parte di molti premi
letterari.
Ma al di là della vicenda
legata alla nascita del Sindacato, Andreotti ebbe un ruolo
importante nella vita di Grisi e la ebbe anche nel terzo
romanzo, che forma la trilogia con “Maria e il vecchio”, “La
poltrona nel Tevere” che risale al 1993, nel quale si
racconta del rapimento di Moro e si metaforizza la presenza
del “presidente”.
Io che ho vissuto il
percorso grisiano dal 1977, data dell’incontro tra me e
Grisi, in poi ho sempre considerato centrale il rapporto tra
Andreotti e Francesco. Una delle testimonianze pregne di
significato resta la corrispondenza, che in parte ho
riportato nel mio testo “Spirito e Verità. Lettere inedite”.
Grisi in Andreotti “leggeva” un riferimento come maestro di
grande ironia.
D’altronde tutta la
scrittura di Grisi si basa su un processo letterario e
marcatamente ironico. Ricordarlo oggi significa anche
marcare l’importanza che Andreotti dava alla letteratura.
Aveva scommesso su “A Futura memoria”. E non si era
sbagliato.
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pubblicato il 7 aprile 2013
Il
nostro tempo e la Resurrezione
di
Egidio Chiarella
Noi
cristiani dovremmo interrogarci spesso su quanto un grande
mistero, come la resurrezione di Cristo, che ha cambiato
l’andamento della storia dell’umanità, intervenga oggi sul
nostro modo di essere uomini del nostro tempo. Non vorrei
che ci limitassimo, in modo magari sofisticato e
tecnologico, ad imitare a distanza i sapienti del Sinedrio
che tendevano, persino, a dettare “l’agenda di Dio”, come si
trattasse magari di un qualsiasi governante di quel loro
territorio.
La
politica anche oggi è molto distante da una cornice
evangelica, in grado di rivoluzionare l’attuale corso di
crisi perenne, legato al cancro dell’insipienza umana. Una
condizione, purtroppo reale, che tutto trascina
nell’immoralità e quindi nel baratro di ogni debole
sovrastruttura umana, utilizzata dalla società in cui
viviamo, per tentare di rinascere in una economia più sana
ed in una nuova dimensione etica. Proprio nei Vangeli
troviamo alcune notizie che necessariamente devono
interrogare la nostra coscienza. Pietro e Giovanni, dopo
aver constatato la risurrezione di Gesù se ne tornano di
nuovo a casa.
Per
loro questo evento che ha sconvolto il cielo e la terra, che
ha dato all’intera creazione una nuova forma di essere, una
nuova natura, non smuove il loro cuore, perché non lo
risuscita ad una dimensione nuova, spirituale,
incorruttibile, ad una dimensione celeste e non più terrena.
È bene qui ricordare che con la resurrezione del Figlio
dell’uomo la natura corporea è stata trasformata in natura
spirituale, di luce, come Dio è spirito e luce. Ma in quel
momento, tutto questo, nei due discepoli, non diventa
conseguenza storica.
Cerchiamo di trasferire
tale dimensione di accaduto evangelico nella nostra vita
quotidiana. Quante volte, fino ad oggi, molti di noi si sono
recati all’altare del Dio vivente? Quante volte abbiamo
celebrato il mistero della morte e della risurrezione di
Gesù? In quante circostanze ci siamo nutriti del suo Corpo
e del suo Sangue? E poi cosa è successo? Come è cambiata la
nostra esistenza sociale e spirituale? Come Pietro e
Giovanni, anche noi, ce ne siamo ritornati alle nostre case,
così come eravamo usciti per andare a vivere il mistero,
prima della croce e poi dello stesso Signore risorto.
Si legge in Matteo: “Infatti
non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli
doveva risorgere dai morti. I discepoli perciò se ne
tornarono di nuovo a casa”. È chiaro che,
nonostante la nostra professione di fede, qualcosa,
ripetutamente, continua ad incepparsi, a non funzionare e
l’evento Cristo non si trasforma in evento personale. Certo
la via di Damasco appare lontana ai nostri occhi, mentre ci
comportiamo come se, ogni qualvolta che ci immergiamo nell’Eucarestia,
mangiassimo della paglia secca!
Una risposta a tutto
questo c’è. Con il nostro comportamento, legato ad una
ritualità di tradizione concorriamo, per la nostra parte, a
far sì che mille, diecimila, centomila, un milione, un
miliardo di Eucaristie al giorno, diventino come acqua
versata sul marmo. Dobbiamo riflettere e meditare. Dobbiamo
interrogare il nostro cuore. Non possiamo lasciare che tutto
vada come finora è andato. Siamo responsabili di un così
grande mistero. È chiaro che noi ci accostiamo alla
risurrezione di Gesù senza fede, senza speranza, senza
carità. La riceviamo da delusi, distratti, tristi, stanchi,
oberati, affannati. La riceviamo solo con il corpo. Il
nostro cuore è distante, perché viaggia in tutt’altra
direzione.
Fuori dal mistero c’è
anche la nostra mente, perché insufficiente delle più
essenziali verità su di esso. È poi assente in noi,
nonostante i nostri teoremi sulla fede, anche il minimo
desiderio di essere tramutati in Cristo Gesù, nel suo
mistero di santità e verità, di servizio e obbedienza.
Conformarsi in ogni cosa a Cristo Gesù: è questa la
vocazione che necessita alla società odierna. Un vero
cristiano dovrebbe avere tale santo obiettivo universale e
vivere con serenità per raggiungerlo.
Cosa fare? Mons.
Costantino Di Bruno, con gli occhi al crocefisso, ci invita
a: “Divenire come Lui.
Amare come Lui. Servire come Lui. Essere obbedienti come
Lui. Morire come Lui. Risorgere come Lui. Entrare nella
beatitudine eterna come Lui”. Lui è il vero
modello, non solo per sacerdoti o religiosi, ma anche per
noi laici. Dobbiamo essere capaci di ammantare, di tutto
questo, i gesti del ruolo assunto nella comunità di
appartenenza, senza isolarci dal mondo. Difficile? Se la
comunità degli uomini contemporanei farà fatica ad intendere
tale “chiamata” permanente e non si lascerà guidare dalla
legge di Dio, il suo futuro sarà sempre compromesso. Non
potrà, di riflesso, mai risorgere in una nuova dimensione
terrena e spirituale. Basta guardarsi intorno!
Roma,
06 Aprile 2013 (Zenit.org)
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pubblicato il 7 aprile 2013
Il Cristianesimo di Magdi Cristiano Allam
Cristo è morto in Croce per non aver
accettato le leggi del Tempio
Il relativismo della Chiesa uccide il mistero
di Cristo
di Pierfranco Bruni
Credo
che la questione posta da Magdi Cristiano Allam tra l’essere
cristiani e l’essere cattolici diventa sempre più
problematica. Magdi sottolinea la debolezza di una Chiesa
sia di fronte all’Islam sia soprattutto nei confronti di un
relativismo imperante sia nelle prese di posizione che sono
di ordine politico, come si è dimostrato con le ingerenze
del Cardinal Bagnasco. I temi per una discussione seria ma
anche critica ed etica nei confronti dell’apparato Chiesa ci
sono tutti. Ma sono anche convinto che c’è un “vizio” di
fondo nell’immaginario di una fede popolare, ma anche di una
cultura popolare, che è quella di porre insieme, per
strutture mentali teologiche, la Chiesa con il Credere in
Cristo.
Concordo pienamente con
Magdi. Non da oggi vado scrivendo e sostenendo di essere un
cristiano senza Chiesa. E se dovessi avere, io
personalmente, una Chiesa, non è quella cattolica. Non lo è
per la troppa fede che mi lega a Cristo Gesù. Non lo è per
il Grande Spirito (lo diciamo in termini sciamanici) che è
nel Dio – Cristo. Non lo è per le troppe ingerenze che la
Chiesa cattolica ha avuto nella politica italiana con una
apertura di credito a un mondo che è quella che ha una
eredità comunista e marxista.
Ma questo come può
escludere il fatto che io sono un pregante in Cristo? Mi si
può dire che cado nella necessaria contraddizione o peggio
nella deviante confusione. Non è così. Perché sono talmente
convinto che la "struttura" della Chiesa non è nel mistero
di Cristo. E la storia, non solo quella degli eretici o dei
disubbidienti come Buonaiuti, Silone, Padre Pio, Natuzza e
ancora avanti toccando oltre la nostra modernità, è fatta
anche da personalità come Bonifacio VIII e Celestino V, è
fatta anche da personalità dell’ubbidienza ma della
solitudine e della sconfitta come la straordinaria figura di
Benedetto XVI.
La verità ci salverà? Ma
quale verità? La verità della Chiesa? Quella stessa verità
che ha condannato Giordano Bruno, che ha creato un percorso
difficoltoso a Tommaso Campanella, che ha portato al rogo
Giovanna d’Arco? Non basta chiedere perdono.
Oggi la figura di papa
Francesco cerca di riscattare il relativismo di una Chiesa
che ha fatto politica (il caso Aldo Moro è una faccenda che
religiosamente resta tutta aperta e tutta da chiarire a
cominciare dalle sedute spiritiche, alle quali hanno
partecipato cattolici in odore di presidenzialismo alla
confusa lettera di Paolo VI, tentando di salvare Moro ma che
ha dato il colpo di grazia ad un cattolico qual era appunto
Moro giustificando così una Ragione di Stato sulla
centralità della salvezza dell’uomo).
Il realitivismo è l’epoca
della globalizzazione. Il cristiano si piega alla volontà
della Chiesa. Ma si piega! Attenzione. Io sono un credente
in Cristo.
La piazza, si diceva in
questi giorni, è affollata nel nome del gesuita –
francescano papa Francesco. Io di questo sono contesto ed ho
scritto parola di amore, di fiducia nei confronti del nuovo
Pontefice, soprattutto quando richiamando, o riecheggiando,
le famose parole di Giovanni Paolo II, sottolinea
l’importanza di non avere paura della speranza e la speranza
è il sorriso divino.
Certo, ma questo dato non
appartiene soltanto al mondo cattolico. La verità e la
sapienza sono due concetti antitetici. La sapienza non ci
racconta una verità assoluta. Ricordiamoci quel poco
dialogare tra Gesù e Pilato: che cosa è la verità? Non
bisogna assolutizzare. Un fatto è chi ha fede in me si
salverà (la cristocentricità) come diceva Gesù. Un altro
fatto è sentirlo dire da Bagnasco che intervene su dispute
politiche.
Gesù sceglie Giuda per
tentarlo ma anche per salvarlo. Gesù offre l’esempio a
Barabba e vive la conversione passando per il dubbio. Ma
Gesù è solo, ha con sé il divino, l’illuminazione e non
parla con la ragione, non abbandona il mistero per
giustificare la grazia concessa a Maria di Magdala e il
risveglio di Lazzaro. Se avesse dovuto porre accanto alla
fede la ragione come avrebbe fatto risorgere Lazzaro?
Il relativismo della Chiesa
è una secolarizzazione che si perpetua ed è nelle ingerenze
che i personaggi che la rappresentano operano. Operare in
nome della santità non significa operare in nome del sociale
ma nel nome del mistero e del miracolo.
Se in Gesù togliamo la luce
del Miracolo e della Grazia gli abbiamo tolto la santità.
Le posizioni assunte nei
confronti di Magdi Allam, in questo suo discutere, sono
state veramente intolleranti. Ma il cattolicesimo è
intollerante come lo è il marxismo. Due strutture che vivono
di sovrastrutture e non ammettono pensieri divergenti perché
se non si è cattolici nella Chiesa non si è cristiani e se
non si è marxisti nel comunismo non si è marxisti nella
prassi. Il cattolico è nella filosofia come il marxismo. Il
Cristo è nel mistero come i grandi Iniziati, gli Illuminati,
gli Sciamani che hanno la pace e la pazienza nel cuore.
Papa Francesco, nella sua
prima Omelia, ha pronunciato belle parole, il suo
insegnamento prosegue verso testimonianze ed esempi. Ma non
basta. La vita è al di sopra di tutto e la religione non è
un capitolo che deve condurre alla verità in Cristo. Cristo
è fede.
Chiamatemi eretico,
blasfemo, provocatore. Io resto in pace con me stesso. Non
voglio appartenere a questa Chiesa e la mia visione parte da
molto lontano. Questo non significa che il “Padre nostro che
sei nei Cieli” non è parte integrante della mia humanitas e
del mio essere credente in Chiesa, nella preghiera
quotidiana di devozione in Gesù.
Io non offro oboli alla
Chiesa, non pago messe ai sacerdoti, non offro lo stretto
residuo dell’uno per mille. Credo nella misericordia e
nell’offerta diretta a chi ha bisogno, sono in ascolto e in
costante servizio dell’altro, oltre la Ragione ma con il
cuore, e mi propongo ma il Vaticano è uno Stato con le sue
leggi, i suoi velluti, i suoi rasi, le sue ideologie, i suoi
apparati.
Cristo è morto in Croce per
non aver accettato le leggi del Tempio. E lo senti dentro il
tuo cuore o nessuna scritta ti può cambiare lo sguardo. O lo
vivo nei tuoi occhi con la sua profondità e il suo carisma e
ti tocca con la sua corona di spine oppure alcun sacerdoti o
cardinale potrà mai convincermi di favole belle nelle piazze
affollate. La preghiera è un volo d’aquila. O la si vive
dentro, nel proprio essere e nella propria solitudine o si
recita in gruppo con il cantore che fa da guida.
Ora la presenza di un Papa,
che guardo con molta attenzione e profondità di spirito,
gesuita francescano, deve poter dare gesti e atti di
cristianità offrendo, come dono, al cristiano vero di
affidarsi alla chiesa o di non riconoscerla restando sempre
in Cristo. Questa sarebbe una grande svolta. Soprattutto per
chi come me non crede alla funzione sociale della chiesa in
nome di Cristo. La funzione sociale è una cosa ben diversa
della cristocentricità nell’anima dei popoli.
La Chiesa non ha bisogno di
confrontarsi con la Ragione. Anche durante la Rivoluzione
Francese, Fede e Ragione (nel nome dell’Uguaglianza) era un
dibattito scavato nella storia che termina con il
giacobinismo. La Fede non ha bisogno di dialogare con la
Ragione. Fede e Ragione sono completamente in antitesi. Da
una parte il Mistero di Cristo. Dall’altra il pensare di una
filosofia legata alla mente e quindi alla consapevolezza del
ragionare.
Io di fronte al Cristo in
Croce vivo la sofferenza, il dolore, la speranza, la
provvidenza. Viaggi dentro l’anima che nessun Ragione mi può
spiegare. Quando la Chiesa capirà, uso un assolutismo per
eccellenza, di restare nel Mistero e nella Fede avrò
compreso sia il tradimento di Cristo da parte di Giuda sia
il rinnegamento di Pietro. Se qualcuno mi dovesse chiedere,
in un tribunale dell’inquisizione, quale parola ascolterei
tra Giuda e Pietro, non avrei dubbi: ascolterei Giuda.
Ecco perché non mi riguarda
il concetto di teologia in sé. Ma io sono dentro il Mistero
di una pietà cristiana che il Tempio non ha mai capito
abbastanza. Per questo continuerò ad essere un cristiano
senza Chiesa.
Anche per questo capisco il
dolore di Magdi Cristiano Allam. Gli sono vicino e gli parlo
con il cuore.
Il relativismo della Chiesa
uccide il mistero di Cristo.
Nella foto:
Pierfranco
Bruni e Magdi Cristiano Allam, presidente del movimento
politico “Io amo l’Italia”, deputato al Parlamento Europeo
nel gruppo del Partito Popolare Europeo. |
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pubblicato il 31 marzo 2013
L’affascinante viaggio del silenzio dello sciamano nel
recente
“Come un
volo d’aquila” di Pierfranco Bruni
di
Angiolina Nantas
Il
poeta e lo scrittore si incontrano attraverso un linguaggio
che ha una forte dimensione magico – onirica e la parola,
nel suo raccontare, incide vistosamente negli scavi
dell’esistenza.
Nel recente libro (una
importante plaquette che porta l’autore su una strada
affascinante, non nuova per lo stesso autore, ricca di
simboli e di visioni in cui il mistero domina) di Pierfranco
Bruni dal titolo “Come un volo d’aquila” (Nemapress editore,
pp. 56, euro 10) si respira non solo l’alchimia di un
paesaggio in cui si misura un raccordo tra culture e modelli
religiosi ma si vive una atmosfera dove ogni traccia di
realtà e di realismo viene completamente allontanata.
È come se Pierfranco Bruni
si giocasse la sua partita in un colloqui stretto con uno
sciamano. Due racconti, 21 poesie, due “preghiere” di Aquila
di Mare e Aquila di Vento, nelle quali la lezione sciamanica
è fortemente visibile, un Preludio e un Epilogo dentro i
quali la testimonianza buddista è vistosamente presente) per
un viaggio in cui la figura dello sciamano riporta la voce
del padre.
Il padre che non c’è più è
il riferimento non tanto di un dolore che strazia ma di un
tempo smarrito, o meglio di un tempo che ha perso le
lancette dell’orologio per farsi spazio sempre fuori dagli
schemi della storia. Compaiono i simboli e sono elementi
chiarificatori del viaggio di Pierfranco Bruni. Dall’aquila
stessa alla tartarughe con le tredici lune, dalla luna
all’insistere sul concetto di pazienza. Molto forte è la
frase del Dalai Lama che Bruni pone interpretazione del suo
viaggio, ovvero la pazienza che ci allontana dalla
disperazione.
Il sottotitolo potrebbe
leggersi come un ulteriore titolo perché se l’aquila è un
simbolo della cultura indiana sciamanica ancora di più lo è
il guerriero che rimanda ad una lettura prevalentemente
castanediana, (Carlos Castaneda) alla quale Bruni ha
dedicato molti studi e molte riflessioni soprattutto negli
ultimi anni inserendolo in un percorso che va da Eliade alla
Zambrano, da Jung al suo caro Pavese, da Zolla a Papini, da
Coomaraswamw ad Horia. Dunque, il sottotitolo: “Mio padre mi
diceva di amare con la passione del guerriero”.
Titolo e sottotitolo sono
dentro questo viaggio sciamanico di Bruni e le due
“preghiere”, astutamente o abusivamente li abbiamo definite
tali, sono la traccia singolare di un personaggio, qual è
Pierfranco Bruni, che propone l’interfaccia del poeta e
dello scrittore.
Le 21 poesie hanno una
simbologia. Parlando con Bruni abbiamo cercato di capire i
segni che si trasmettono in questa plaquette. Perché 21
poesie? Perché il 21 è il giorno della morte del padre e
anteponendo i numeri, ovvero 12, è il mese in cui il padre
si è messo in viaggio verso ciò che gli sciamani definiscono
silenzio, volando, in solitudine, come l’aquila.
Comunque tutta la plaquette
è ricca di simbologie e anche elementi rituali. Come le
tartarughe e le tredici lune. Ritorna il suo mondo
orientale, soprattutto quando nel secondo racconto
sottolinea le radici del padre. Ma il padre può essere un
pretesto per una manifestazione esistenziale e archetipica
che va oltre la letteratura stessa?
Il padre c’è. L’assenza del
padre è ben visibile. Ma tutto può diventare pretesto
all’interno di un processo in cui scrittura e pensiero sono
diventati elementi plastici di un raccontare, attraverso il
mito e la metafisica, un uomo dentro il dolore, la pazienza,
la preghiera, il distacco, la lontananza.
La figura dello sciamano è
ormai una costante in Bruni ma ci sono i richiami ad un
incrocio tra il mondo cristiano che si ferma alla Croce e il
mondo islamico in cui la ritualità delle danze è sì quella
degli Indiani ma anche quella dei sufi nella circolarità del
volo.
Un Bruni altro rispetto ai
precedenti scritti? C’è una continuità. Ciò lo si avverte
subito. Non una rottura con il passato. Ma si avverte una
coerenza in un progetto che è quello dell’antistoricità e
dell’antirealismo della letteratura e della prevalenza dei
simboli, degli archetipi, dei miti. Non bisogna dimenticare
che nel 2004 Bruni pubblicando una antologia delle sue
poesie (1974 – 2004) la si intitolava “Fuoco di lune”. Un
titolo fortemente intriso di archetipi nell’incontro tra
esistenze occidentali e orientali.
“Come un volo d’aquila” è
un testo importante. E resterà un modello significativo
nella bibliografia di Pierfranco Bruni. Il guerriero – poeta
e scrittore è un guerriero di luce dentro quelle forme di
una alchimia che non cerca spiegazioni ma vive completamente
tra le pagine del mistero.
Bruni pone nel retro
copertina dei versi di Aquila di Vento nei quali è inciso:
“Lo sciamano mi ha parlato/ed io mi sono posto in
ascolto/della sorgente dell’orizzonte”. Simboli, archetipi,
alchimie dentro il dolore e la magia della vita.
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pubblicato il 31 marzo 2013
Appunti
sull’Anima. È morto il mio amico poeta “maledetto”.
Franco
Califano e se la noia resta la malinconia vince
di
Pierfranco Bruni
È morto non soltanto un
personaggio della canzone vera, della canzone fatta con le
parole, con il linguaggio dell’esperienza, con la
testimonianza del quotidiano dolore nell’ironia che cammina
nel nostro presente. È morto un poeta. Un poeta di quelli
che hanno nella loro vita e nel loro linguaggio il
“maledetto” dello stagione del decadente, che ha saputo
giocare sino alla fine una partita con la noia, con la
malinconia, con l’amore, con il tempo, con il disperante
segno del viaggiare dentro la sensualità del tempo.
Franco Califano. In questa
Pasqua del 2013. L’ironia tutta intrecciata nel soffocante
miraggio di una “maledizione” che viveva nel tentativo di
superare la noia e vive l’amore con la profondità del tempo
e dei sorrisi strappati alla tentazione di superare ogni
giorno la morte.
Erano anni difficili. Metà
anni Settanta. Era il mio percorso in quella Casa dello
Studente di Roma, De Dominicis, e le sue parole mi
accompagnavano tra libri non studiati e letti e libri
scavati con l’agonia del vivere con i tanti poeti maledetti,
decadenti, emertici. Anni di fuoco e di tempeste. E Franco
ci recitava che tutto il resto è noia. Per superarla
bisognava attraversarla.
Concerti alla ricerca di
quelle emozioni che ci facevano superare la solitudine di
una serata. Ebbene, in uno di quei concerti, io ragazzo di
periferia e ribelle come sempre nella vita e innamorato
dell’avventure, urlai fino a raggiungere il suo sguardo. Il
dopo concerto, e il nostro sguardo si fece stretta di mano,
un abbraccio nel sudore della contentezza ma anche nello
scambio di un sudore trasportato da pelle a pelle. Maledetta
noia. E fu così che conobbi il Franco della poesia che ha
segnato non una generazione ma un’epoca della parola
sussurrata e mi ha segnato con quella sua voce roca, con
quel suo vivere segnando gli attimi e con il suo coraggio di
non accogliere la vulgata comunista, Franco anticomunista,
di quegli anni e anche degli anni suoi difficile quando
venne aiutato da Bettino Craxi nel 1983. Sino ai giorni
successivi.
Il suo coraggio e il suo
non formarsi ad una canzone fragilmente detta impegnata e in
molte occasioni futule. Franco recitò la malinconia del
pianto e del non piangere. Del pianto sulle nostre vite. E
lo recitammo, lo cantammo sulla scalinata di Piazza di
Spagna nelle sere di giugno, di luglio in una Roma infuocata
negli anni terribili della mia giovinezza.
È passato tanto tempo ma la
sua coerenza nella parola, negli atteggiamenti, nel vivere
cercando di uccidere le nostalgie sono rimasti dentro i miei
passi di disubbidiente. E se in me non è mai passata la
passione, e non la ragione, della disubbidienza lo devo
anche a lui. È uno dei poeti che mi ha formato in una
stagione di sorrisi e di ribellione. Cantò l’amore nella
stranezza dei rapporti e negli attimi che fuggono e non li
ritrovi più.
Gli attimi. L’amore è
l’estrema consolazione. È il tutto. Mi ritornano i passaggi
di una canzone che si intitola proprio “Attimi”. Una
verseggiare che spinge l’anima ad uscir fuori e farsi vento,
tempesta, naufraga, marea. Attimi nell’amore. Ma sono gli
attimi che fermano la vita nell’amore e l’amore nella vita:
“Ci sono attimi in cui tu mi manchi,/e in quei momenti mi
sento male./Ci sono attimi in cui non ti penso/e so
benissimo cosa fare./E tu che balli nei miei pensieri,/donna
di oggi, donna di ieri,/chissà se vivi le mie emozioni/se a
volte hai le mie sensazioni”.
Un poeta nella libertà del
suo destino che non ha mai smesso dire quello che sentiva e
distante dalla prigionia delle consuetudini. Era un vero
artista. Il sorriso della donna che si affaccia dalla
finestra. Rose e crisantemi. Un canto e un contracanto.
Sempre nella libertà. Sapeva di vivere la vita alla giornata
camminando sulle ali della morte e sul volo della vita di
una farfalla. Parafrasando un po’ il suo recitativo.
Ma Franco è stato un
maestro. Un maestro vero! Il coraggio di un maestro nella
sua visione di essere alla ricerca della luce.
In quella Roma anni
Settanta (fine anni Settanta) è stato il mio compagno di
versi e di serata che trasportato la mia perenne solitudine
oltre il fiume che scorreva nella lentezza del vento. Ma mi
legava a Franco un’altra amicizia “maledetta” e bella perché
essere poeta maledetto è vivere la bellezza e il sottosuolo
fino in fondo.
Mi legava a Franco una
donna e una voce straordinariamente profonda, anche nel mio
essere e nel mio tempo, Mia Martini. La mia calabrese Mia. E
devo ricordare quel “Minuetto” scritto da Franco e cantato
meravigliosamente da Mia. Mia e Franco in un minuetto di
storie incrociate sugli orizzonti dei dubbi.
“E' un'incognita ogni
sera mia.../Un'attesa, pari a un'agonia. Troppe volte vorrei
dirti: no!/E poi ti vedo e tanta forza non ce l'ho!/Il mio
cuore si ribella a te, ma il mio corpo no!/Le mani tue,
strumenti su di me,/che dirigi da maestro esperto quale sei”.
Ma qui siamo ad anni più
tardi rispetto al 1977 e 1978. Mia Martini e il suo
“Minuetto” è il mio viaggio di fine Liceo. Califano è
l’iniziazione dei miei anni universitari. Tra i due si è
consumata la rivoluzione della mia vita. E ora mi ritornano
con la passione che non ho mai perso nella sensualità delle
sconfitte e delle vittorie pronto a pagare sempre, come
Franco mi ha insegnato. E poi in anni successivi “La
nevicata del 56” che mi riporta a mio padre, al mio paese,
ai miei sogni abbandonati nelle sfreccianti malinconie.
La poesia. Sì la poesia. Ma
come non può definirsi poesia un impatto testuale come
“Appunti sull’Anima”. Così solo un passo: “Ma noi che
navighiamo sopra un vecchio relitto,/chi pensava mai che
fosse naufragato in un letto;/questa roccia d'amore dopo
tante ferite/meritava il suo premio e non due vite
finite./Appunti sull'anima,/far l'amore al buio, non vedersi
più...”.
Poeta che penetra l’anima.
Poeta che attraversa il buio. Poeta che non smette di vivere
e credere nella passione perché in ogni passione ci sonno
pezzi di esistenza. Mi ha insegnato di non vivere la vita
mai a metà. Non si vive mai a metà. Avevamo appuntamenti non
mantenuti. Ma in questi concerti che aveva avviato ci
sarebbe stato un incontro magari senza appuntamento.
Mancheremo a questo appuntamento. Ora “si va”. Si va verso
una meta che nessuno sa… Quante amicizie ancorati ai ricordi
e al presente. Quante amicizie mai rivelate. Franco era un
amico nella vita e nel raccontare gli amori. L’amore. Ma
tutta la vita è sensualità sotto le lune.
C’è un promessa, Caro
Franco, e te la devo. Tu mi seguirai e mi accompagnerai con
la luce della tua anima e mi porterai a scriverla…
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pubblicato il 27 marzo 2013
IO NON SONO UN ESSERE UMANO CARO FRANCO
BATTIATO MA TU SEI UNA DELUSIONE !
DIMMELO
TU! TI MANCA IL CORAGGIO DI DEFINIRTI?
Ma i
dervisci danzanti non ti appartengono.
di Pierfranco Bruni
Ebbene! Io sono uno, dei
tanti o pochi, impresentabili, che ha votato per la destra,
perché la mia cultura, la mia formazione, i miei autori, la
mia vita è di destra. Sono una persona prima di tutto, ma
ciò detto oltre le metafore, sono uno dei tanti o pochi che
“non appartiene agli esseri umani” come ci ha classificato
l’amante dell’Oriente dei sufi, ovvero Franco Battiato.
Prendetevi paura perché
non ho né timore né tremore di uno impresentabile che non è,
tra l’altro, un essere umano, quale io sono.
Dove siamo finiti caro
Battiato e proprio tu che ti reputavi un “soggetto” serio e
da ascoltare con attenzione sei caduto nelle briciole di un
linguaggio comunista e nazista. Ho pietà per me per le
parole che hai pronunciato e oggi ti dico che ho un po’ di
vergogna di me stesso per aver ascoltato e letto i testi di
un uomo che ha nei miei confronti una tale concezione -
considerazione.
Hai mentito e continui a
mentire nel nome dei sufi, della cultura islamica, del mondo
buddista. Perché chi proviene da queste lezioni non
pronuncia quelle parole. Lo dico con serenità. Continui a
mentire nel tentare di dettare insegnamenti. Mi rendo conto
della fragilità dell’essere umano.
Io che citavo i tuoi versi.
Tutti non veri perché soltanto chi ha un livore e anche un
senso del ridicolo della storia può pronunciare le parole
che tu hai pronunciato. Questa destra italiana non
presentabile e non appartenente agli essere umani. Posso
capire l’annunziatura comunista di Lucia, pecorella smarrita
e manzoniamente ritrovata, ma il tuo linguaggio, mio caro
Franco, è proprio un ferro battuto sui tamburi del vento.
La tua poesia, se poesia è,
(perché un orientale, l’amore per l’Oriente, intreccia vita
e poesia: non lo sapevi?) che fine ha fatto? I tuoi rimandi
a tutto un mondo tradizionalista occidentale ed orientale,
esoterico, musulmano e tibetano che strade stanno
percorrendo? Mi auguro che il sole e le nuvole di Parigi
abbiano dislocato altrove le tue alchimie verso piramidi
rovesciate altrimenti saresti non solo una delusione ma
anche la fine di un viaggio. Il tuo viaggio nelle parole
vere.
Mi dispiace non tanto per
me che ho letto e considerato i tuoi testi, oggi li
scaccerei dai miei passi dopo la marxista considerazione che
hai degli uomini come me, di destra senza alcuna conversione
e senza una Damasco da giustificare, ma con il difetto o
vizio della coerenza che appartiene agli Illuminati.
Mi dispiace per te.
Sì, perché chi segue i
passi dei Maestri, si veste con la tradizione dei Maestri e
canta con le pause dei Maestri scivolare nella rozzezza
significa che sulla tua strada ci sono stati solo piccoli
uomini e cattivi maestri e quella storia che recitano i
dervisci danzanti o i monaci tibetani non ti appartiene, non
è parte integrante del tuo modo di essere. Forse solo del
tuo modo di vestire, a volte, ma Proust la pensava bene
quando diceva che tutta la vita si muove sulla messa in
prova di un vestito nuovo.
Sei una delusione.
Ed io non sono uno di
quelli che la patologia leggendaria vuole che si offra
l’altra guancia. Dopo il primo schiaffo reagisco. Magari con
il silenzio come sanno fare i veri guerrieri impeccabili o
gli sciamani del silenzio e dell’ascolto.
Ponendomi in ascolto, ti
dico che sei stato irrispettoso a pronunciare quella frase.
E non porgendoti l’altra guancia, perché non meriti più
nulla, spezzerò tutti i tuoi cd e ne farò un falò. Un falò
sotto la luna come fecero i partigiani comunisti, raccontati
da Pavese, della vita di Santa. Così potrai finalmente
accusarmi di nazista tanto sarei pari alle parole che tu hai
usato nei miei confronti. Ti pare poco?
Per me non esisti più. Lo
so che te ne frega poco. Ma non esisti non solo per la frase
che hai pronunciato e non avresti dovuto per essere tu un
essere umano, e lo sei (vedi non faccio discriminazioni),
“Humanitas” ti dice qualcosa?, ma per aver spezzato una
tradizione, la tua tradizione, perché tu puoi mutare
opinione, posizione, atteggiamento ma ciò che hai scritto
resta e allora rileggiti.
Forse lungo le vie
dell’assessorato ti sei un po’ smarrito. Questo te lo devi
proprio per ritrovare un certo “centro di gravità
permanente”.
Sei una delusione! Non
raccontarmi e non raccontarti più nulla.
Con una frase hai spezzato
la tua storia. Punto.
Il resto lo affido non ai
tuoi danzatori sciamani, perché li hai uccisi con quella
frase, ma alla mia storia di impeccabile guerriero di luce
che pone al centro il cuore dell’uomo, della persona, della
speranza.
Tu resta non so dove. Fatti
tuoi e dei tuoi desideri.
Io sono e resto di destra e
quindi non sono un essere umano.
Tu non so cosa sei: un
essere umano. Certamente! Ma se io dovessi scegliere tra te
e me non sceglierei te
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pubblicato il 25 marzo 2013
Nella preghiera la misura della fede!
di
Egidio Chiarella
Roma,
Marzo 2013 (Zenit.org)
“Benvenuto tra di noi, Papa Francesco! La Sua guida
sarà luce per tutti, nelle tenebre di un relativismo ormai
senza frontiere. Il cuore di Benedetto XVI batte ora nel
Suo. A noi cristiani l’umiltà e la volontà di capire questo
mistero e fare la nostra parte, in piena coscienza, per
l’affermazione della Chiesa di Cristo, verità perenne per le
strade del mondo”.
Nella
prima apparizione pubblica, il nuovo pontefice, ci ha
invitato alla preghiera e al silenzio! Sono rimasto molto
colpito! Ecco perché mi permetto di dedicare, a Sua Santità,
questa mia riflessione odierna, nella certezza che da umile
successore di Pietro saprà condurci al gusto naturale della
preghiera, misura della fede e strumento, troppe volte
dimenticato, di dialogo quotidiano con Dio.
Sant’Agostino,
nel rapporto che si instaura tra credente e preghiera,
diceva: “Aut mali, aut male, aut mala”. Non si prega bene
quando si è cattivi (mali); quando si prega malamente
(male); quando si chiedono cose cattive (mala). Quest’uomo
del Signore, che conobbe la conversione dopo anni di
inquietudine e di vita dissoluta, in poche parole, chiarisce
un concetto fondamentale nella vita di un fedele, indicando
tre atteggiamenti umani che vanificano la sua relazione con
Dio. La nostra società ha perso il gusto di pregare e ha
tramutato questo appuntamento straordinario dell’uomo con
l’Altissimo, in un abitudinario “resoconto” occasionale.
Eppure la sostanza dell’essere umano tende al cielo, avverte
nella preghiera, magari nelle forme più “romanzate”
possibili, un canale di comunicazione con il mondo che non
si conosce, ma si ferma qui! Il pericolo di cadere nelle
grinfie dei venditori ambulanti della fede, sta a due passi
della propria quotidianità. Il rischio di invalidare la
natura dell’essere anima e corpo, è a portata di mano! La
persona, in quanto tale, non necessita di formule magiche
per avere coscienza del Creatore, ma di umiltà del cuore e
comunanza totale con la Parola di Cristo e la sua Santa
Chiesa.
La
storia dell’uomo attesta la verità di queste mie ultime
parole, che solo la cecità dello spirito può ribaltare a
favore di comportamenti fuorvianti e soprattutto lontani
dalla verità del Vangelo. Ma anche chi è nella Parola, come
dice il vescovo Agostino, deve capire che la sua fede si
misura, sempre, dalla maniera con la quale porge la sua
preghiera al Signore. I Padri medievali dicevano: lex orandi,
lex credendi. La legge della preghiera è la legge della
fede. Da una preghiera fatta male, con contenuti
inopportuni, deriva un credere distorto; al contrario da una
buona formula di preghiera si ha una corretta fede. L’uomo
non deve, certo, pregare dopo aver fatto un corso di
formazione; nessuno lo ha mai organizzato! Gesù vuole che
l’uomo si sappia immergere in un silenzio cosmico assoluto e
parli al Padre con il cuore pieno della sua Parola. Sia
umile e sappia rispettare l’altro che prega nella casa del
Signore, che non ha titolari particolari. La casa di Dio è
la casa di tutti.
È Gesù,
come si legge in Luca, che racconta la Parabola della
vedova, che ebbe giustizia grazie alla sua continua
insistenza, per insegnare alla folla e ai suoi discepoli che
bisogna continuamente pregare senza mai stancarsi. La
preghiera parte essenziale della vita e non momento di
invocazione per superare un momento di crisi. È sempre Gesù
che tra il pubblicano e il fariseo, che si recano al Tempio
per pregare, indica nel primo l’uomo che sarà ascoltato dal
Signore e non nel dotto della sacra scrittura, che pregando
si vanta con Dio delle sue azioni, denigrando coloro, che
come il pubblicano, sono ingiusti, adulteri; non pagano la
decima due volte la settimana e non seguono i culti
ufficiali. Ma Gesù invita, chi crede, a pregare assieme
nella semplicità, per rendere più forte la richiesta al
Padre. Così in Matteo: “Poiché dovunque due o tre son
radunati nel nome mio, quivi son io in mezzo a loro”.
L’’augurio è che ritorni il gusto della preghiera e
conquisti il cuore dei giovani, solitamente invasi da altre
forme di relazione con l’infinito. Anche il nostro culto,
proprio per rendere partecipi le nuove generazioni, come
vuole Cristo, avrebbe bisogno di purificazione. Il mio
parroco, nei suoi scritti, ha più volte sottolineato che
esso è divenuto per noi commercio di idee umane; scambio di
sensazioni terrene; musica, canti, incensi, cerimonie,
celebrazione dell’uomo e del suo peccato; grida contro
questa o quell’altra ingiustizia sociale; momento per
rivendicazioni; pulpito dal quale cercare un plauso
universale. In tale modo, Cristo Gesù rimane sempre più
nascosto da questo culto, perché l’uomo ne ha preso tutto il
posto. Ha conquistato la scena. L’esteriorità ha fagocitato
l’interiorità. Così i giovani non capiscono! Se la misura è
questa, quale sarà la nostra fede?
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pubblicato il 15 marzo 2013
PAPA FRANCESCO. IL CORAGGIO
E LA MISERICORDIA
IN UN MIO ANTICO INCONTRO NEL NOME DELLA
CARITA’ TRA I POPOLI
di Pierfranco Bruni
La carità, la povertà e i
processi di un mondo legato al dubbio della spiritualità da
una parte e ai costanti relativismi dall’altra. Tre aspetti
che sono dentro la religiosità del Cristo. Di quel Cristo
popolo che abbraccia le incertezze di tutti e ne fa il dono
di una misericordia dentro i passi della fede. Il nuovo Papa
è un segno tangibile non solo di una rottura di schemi nel
mondo del Vaticano ma è soprattutto un linguaggio diverso
che si affaccia nel registro del trono di Pietro e parla con
il volto, lo sguardo, la speranza di una esperienza che va
oltre la Chiesa gerarchia.
Ho avuto modo di conoscere
il Cardinale Jorge Mario Bergoglio nei miei viaggi in
Argentina e proprio in quella città di italiani, di europei,
di spagnoli, di una America Latina che sa di essere
occidentale ma sa anche di doversi confrontare con i Paesi
di un Oriente che si impone con la sue religioni ma anche
con le sue forme di cattolicesimo, Buenos Aires, il dialogo
si è improntato su due aspetti fondamentali dentro la
cultura moderna: la speranza e l’attesa.
Ora Francesco, il Papa
Francesco, è nel solco di un carisma emblematico. Il
Francesco d’Assisi, la povertà che si è fatta esistenza
nella chiesa popolo e nella chiesa che si pone in ascolto
anche fuori dalle retoriche delle liturgie. Ma nel Papa
Francesco ci sono molti elementi, che emergono dalla sua
parola, dai suoi scritti, da quel suo linguaggio che vuole
restare silenzio per ascoltare, lo ricordo benissimo nella
mia conferenza su Giovanni Paolo II e Jacopo da Todi in una
città religiosa, bella e assordante come è tutta l’Argentina
del tango vissuto nell’anima, che riportano ad un altro
Francesco: Francesco di Paola.
La povertà e la carità. Per
un sacerdote, un vescovo, un cardinale che ha una formazione
da gesuita potrebbe aprire, ciò, delle chiavi di lettura sui
temi teologici del progressismo e dell’incontro tra teologia
e cultura in senso lato. Ma Francesco, questo nuovo Papa, ha
dalla parte sua un esempio molto caro che è quello di San
Giuseppe Moscati. Anche Moscati è nella formazione dei
gesuiti. E cosa significa questo?
Diceva San Giuseppe
Moscati: “Non dimentichiamo di fare ogni giorno, anzi, ogni
momento, l’offerta delle nostre azioni a Dio compiendo tutto
per amore”. E c’è il francescano ai piedi della misericordia
che si fa bellezza. Questa è la fede della centralità di una
cristocentricità che esclude forme e poteri dentro i quali
la Chiesa degli ultimi tempi era precipitata.
Ci sono problemi etici da
affrontare. Problemi in cui le povertà avanzano. Fattori di
precarietà esistenziale. Paure. Tremori d’anima. Perdita di
contatto con il sacro. Religiosità che si confonde con
regole oltre il sacro. Civiltà nuove in cui i feticci di una
antropologia si trasformano in strazi di esistenza per le
famiglie. Papa Francesco sa dell’eredità che si porta dietro
ma noi sappiamo in quale cultura, in quale contesto, in
quali strutture reali ha sviluppato il suo messaggio
pastorale.
Ricordo che mi disse che
c’è la preghiera che deve coronarci le mani con il rosario
dei giorni ma c’è soprattutto l’esempio che deve
rappresentarci. Una bella missione dentro una Chiesa che si
è frammentata e mettere insieme i cocci di una struttura nel
nome di una nuova visione della Chiesa non è certamente
facile.
Ma la fede non è facile.
Perché la grazia ci porta a ciò che spesso diceva Giuseppe
Prezzolini che nella verità Dio è sempre un rischio. Io che,
in questi anni, ho combattuto la mia battaglia, buona o non
buona non ha importanza in questa occasione, per tentare di
far capire come si può essere eretici restando in Cristo ora
la presenza di un gesuita – francescano mi pone realmente
una questione che non è assolutamente etico o teologica ma
profondamente metafisica.
Lo dico sin da ora e non
potrò essere smentito. Francesco sarà il Papa della svolta
perché sarà il sacerdote che camminerà con noi oltre le
apparenze. E se ho visto bene come in Argentina era
considerato e come era amato in nome non della carica che
rivestiva ma della parola che offriva e dei segni di umiltà
provvidenziale che lanciava posso ben dire che nell’anima di
una Nazione quando il sorriso si fa verità e speranza si è
già oltre la tristezza che cammina nei cuori feriti e vuoti.
Il Cardinale nel passaggio
pastorale ha segnato di speranza il cammino. C’è sempre una
vita nascosta con Cristo in Dio, direbbe San Paolo e questo
nuovo Papa è un viandante che non solo viene da molto
lontano, come direbbe Giovanni Paolo II, che lo incoronò
Cardinale, ma proseguendo il suo cammino si fa pellegrino
dei popoli e delle genti. Perché l’America Latina è un
grande popolo ma è anche una civiltà in sofferenza e
costituisce l’esempio non solo di una geografia territoriale
ma di una geografia di anime che sono quelle americane,
quelle Occidentali e le storie intrecciate nelle altre
religioni che non ammettono confronti.
E Papa Francesco il
confronto lo ha già chiesto perché lo ha vissuto nella sua
formazione. Le sue origini piemontesi lo rendono un uomo di
terra come era San Francesco. Il suo modello cristiano non
nasce dalla teologia della saggezza ma dal mistero
misericordioso.
Il mistero e la preghiera.
Due altri elementi che sono nel suo pellegrinaggio
religioso. Portare l’esempio: è questo il vero testamento di
fede in una chiesa che trema nelle divisioni. E l’esempio è
un gesto di pazienza nel comunicare il coraggio dell’esserci
nella preghiera, o meglio di dare un senso alla preghiera. E
quando si da un senso alla preghiera anche la testimonianza
non ha bisogno della tolleranza perché il rosario è già il
superamento della intolleranza. Un Papa nuovo, dunque. Non
direi nuovo.
Un Papa di cui abbiamo
bisogno. Celestino V fece la grande rinuncia nei confronti
di una chiesa in decadenza. Benedetto XVI ha fatto la
grande rinuncia nei confronti di una chiesa che non si è
saputa contrapporre al relativismo. Francesco ha accettato
perché la Chiesa deve ritornare a suoi due pilastri: la
cristocentricità come dono tra i popoli nel “Cantico delle
Creature” e la forza di saper guardare oltre con il volto,
lo sguardo, gli occhi di Maria.
La Chiesa dagli antichi
orizzonti nella tradizione della Grazia eterna. Il suo
Francesco è un simbolo. In questo buio devastante l’uomo del
relativismo aveva persino smesso di leggere i simboli.
Questo Papa ci invita ad
abitarli i simboli nel nome di un Cristo risorto lungo i
passi del nostro essere uomini. Lo ricordo. Con la sua
umiltà, il suo sorriso, la sua attenzione mentre tentavo di
legare il “Cantico delle Creature” alla “Terra Promessa” di
Giuseppe Ungaretti. Fu incontro nel nome di Giovanni Paolo
II.
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pubblicato il 10 marzo 2013
CRISTO E
GIUDA
LA
SALVEZZA E IL TRADITO
TRA I
CHIODI E LA CORDA
di
Pierfranco Bruni
Entriamo nei giorni della
religiosa meditazione e nella Settimana della Croce, della
Passione e della Rivelazione. Salvezza e tradimento. O
tradimento e Redenzione. Un viaggio inesorabile dentro la
fede, il pentimento, la rinuncia, la salvezza, il dolore, la
croce, il suicidio. Se la Croce resta una sfida il viaggio
del Messia è una indefinibile rottura di schemi giocati tra
la tradizione, l’ermeneutica, il mistero, l’evangelizzazione
e la rivoluzione in una cristianità in cui la religione può
restare fuori dalla teologia delle liturgie.
Ma Cristo è una sfida e la
sfida più imponente, mai rischiosa, più importante e
resistente sul piano di una chiarificazione esistenziale
dove i “demoni” sono serpenti che abitano i “sottosuoli”
dell’anima e dell’abitato nostro metafisico è tutta giocata
tra il personaggio “io” e l’umanità di una civiltà che trova
la sua grotta nei disamori. Ma perché Cristo si impone come
misericordia nei cuori coraggiosi? Perchè tradimento e
tradito sono viaggi inesorabile nel mistero della salvezza?
Giuda? I suoi occhi del tradimento quanti tradimenti hanno
dovuto subire?
Ci sono quattro personaggi
che scivolano in quel campo di sangue che ha la terra
tremante. C’è Giuda, quello che ha tradito. Pilato, quello
che si è lavato le mani. Barabba, quello che la folla ha
risparmiato. Pietro, quello che per tre volte ha rinnegato
ma è riuscito ad incontrare lo sguardo di Cristo.
Incontrare lo sguardo di
Cristo. Il punto sta qui. Lo ha incontrato o Cristo ha
cercato lo sguardo di Pietro? Cammino lungo il pensiero
contemplante, non teologico, ma misterioso di un Giuda
pentito e suicidatosi per non essere riuscito a chiedere
perdono prima che Cristo venisse messo in Croce o per non
aver avuto il tempo e forse neppure la forza e il coraggio.
Pietro si è salvato dopo aver rinnegato e quindi dopo aver
tradito perché i suoi occhi hanno visto gli occhi di Cristo.
Rinnegare, negare, tradire.
Tre verbi che hanno una
consolidata matrice teologica certamente ma anche gnostica e
sinottica. Tre concetti che richiamano metafore. Qual è la
differenza tra Giuda e Pietro? C’è una differenza di fondo?
Giuda si sporca le mani e l’anima per i trenta denari che
restituisce o che servono per acquistare il campo di sangue
nel quale individua un albero dove poter legare la corda per
la sua morte. Una morte suicida. Vendersi, vendere Cristo,
suicidarsi. Tre peccati ma Cristo che ha perdonato Maria di
Magdala in una incastro pesante dentro il quale ha coinvolto
tutti coloro che avevano un peccato da farsi perdonare (chi
ha avuto il coraggio di scagliare la pietra?) avrebbe potuto
non accogliere il perdono di uno dei dodici al quale
guardava con molta attenzione?
Perché Giuda non è
riuscito, dopo il bacio, a riparlare con Cristo? Chi ha
impedito ciò? C’è la storia che recita il suo teatro e la
misericordia non si serve della storia ma della Grazia. In
Giuda la Grazia non arriva. In Pietro, invece, il rinnegare
tre volte, per ben tre volte, non è segno di un tradimento
eterno.
Quel rinnegare viene
condonato perché è lo sguardo di Cristo che lo illumina e
proprio Pietro diventa la pietra della Chiesa. Mentre tre
volte Pietro rinnega, Giuda consuma il suo “delitto” su tre
verbi: vendersi, acquistare, tradire. Un triangolo che si
pone ai piedi della Croce.
Ma il problema vero non è
teologico (nonostante l’intreccio dei sinottici: Matteo,
Marco o Luca) ma è completamente vissuto su una
“epistemologia” in cui il dubbio ha tre angoli spezzati: la
possibilità della salvezza, la capacità di catturare la
verità, l’indolenza dei sacerdoti che guardano al Cristo
morente, perché da loro condannato, nell’ultimo sussulto del
Dio perché mi hai abbandonato. Il mio viaggiare è inquieto
e disperante ma non conosce la follia del dubbio ma soltanto
il dubbio lungo la strada piana del deserto che introduce
nei labirinti che incrociano fede, religione e retorica.
La salvezza è credere. La
verità è la salvezza del credere. L’abbandono è il timore
dell’essere stato abbandonato. Giuda comprende tutto questo
nell’ultima “seduta” in cui Cristo invita a fare in fretta
nel consumare il tradimento? Giuda, secondo Giuseppe Berto,
dice: perché sei stato Tu Cristo a scegliermi? Il vero
prediletto è Giuda o Pietro? Il vero colpevole, se di colpa
bisogna parlare, è il morente con la corda al collo è il
portatore di una Croce tradita?
Al centro di tutto c’è
chiaramente la misericordia ma prima della misericordia c’è
il dolore e il dolore passa inevitabilmente attraverso la
conoscenza o la ricerca o la grazia della verità.
Conoscenza, ricerca, grazia.
Giuda ha percorso questi
tre viaggi perché nel suo dubbio c’era la necessità di
giungere, o raggiungere, alla verità. Quella verità che
leggeva nella illuminazione di Cristo. Non della Croce.
Sfidava Cristo. Infatti, il suo gesto, quello di Giuda, è
stato un gesto di sfida. Io ti sfido Cristo a rivelarmi la
verità contro la corruzione e la falsità. Hanno duellato
sino alla fine.
Giuda e Cristo. Gli occhi e
il volto sono immagini e immaginario dentro quella
tradizione tra teologia, filosofia e mistero. E sono stati
morenti entrambi. L’uno appeso ad una corda. L’altro
inchiodato su un legno. La morte è giunta per entrambi. Ed
entrambi hanno dato un segno preciso: quello di portare la
salvezza.
La morte supera la vita e
ci offre la verità. Inquieti entrambi. Disperato Giuda nel
sangue del suo campo. Nell’attesa della speranza Cristo nel
suo grido finale. Pilato non passa inosservato. Ma non
riesce a comprendere la differenza tra la misericordia e la
grazia nonostante la presenza di Claudia. Barabba è il
confuso che smarrendosi cerca la via della conversione.
Due personaggi non
secondari nella teatralità del dolore cristiano. Ma chi
resta nel sangue e muore tra la disperante voce strozzata e
l’urlo dei vinti in cerca della speranza illuminante sono
Giuda e Cristo. Pilato proseguirà con i suoi sensi di colpa
la sua morte – vita. Barabba nella dichiarazione della
devozione resterà trafitto della forza di Cristo. Pietro
proseguirà il suo cammino sino alla croce nella bellezza –
sacrificio della parola cristiana. Ma il tutto si consuma
tra Getsemani e il Golgota e il campo di sangue. L’attesa si
lega al destino.
L’attesa di conoscere il
destino. Oppure quale destino possibile per la morte del
traditore? Per me Giuda resta il tradito. Chiariamo questa
visione. Il tradito al quale non è stata data la possibilità
della voce misericordiosa per un progetto nel “destino” tra
l’intreccio teologico e mistico.
Il Giuda tradito è nel
mistero. Così come lo è il Cristo abbandonato nel luogo
della solitudine e abbandonato nell’ultimo verbo che lo ha
condotto al tremore del cielo. Non è bastata la pazienza del
deserto e lo spazio nella distesa del deserto, non sono
bastate le rose di Gerico o il Cantico dei Cantici (dell’A.T.),
non l’amore della Magdala o la persuasione di Giuseppe e il
pianto di Maria o il dubbio delle sorelle di Lazzaro. Nulla
è bastato sino alla consumazione dell’atto finale tutto
disputato intorno all’Orto degli Ulivi, il Golgota e il
sangue disseminato nel campo di Giuda. Lì si cambia la
storia e la storia non è più rappresentazione e neppure
scavo per una teologia dei saperi. Ma mistero. Mistero
salvifico. Mistero morente. Ma la morte è rivelante. E so lo
è per Cristo lo è anche per Giuda il traditore tradito.
Perché è Cristo che resterà
la nostra anima. Perché è Cristo che resterà la nostra
consolazione orante. Prendo atto, nella mia riflessione
misericordiosa, che nel tradimento c’è l’anima del tradito
ma so anche che ho bisogno di superare il deserto e vivere i
miei labirinti oltrepassando i sottosuoli che si agitano.
Cristo ci aiuta. Cristo
è. Se Cristo è, quel è è essere io dentro noi,
noi dentro la voce del è.
Ma se Cristo è, questo è o
questo essere è anche la presenza di Giuda che non smette di
agitare i nostri tremori. La nostra vita di fede e non di
fedeli? Ma la nostra vita in Cristo resta nel dubbio della
morte evitabile – inevitabile di Giuda.
Tutto ciò che accadrà dopo
ha il respiro dell’ombra, e ancora oggi, e se si vuole la
luce si ha bisogno di attraversare le ombre e di rendere
vero Giuda. Quel dolore, come quello di Gesù non lo possiamo
non considerare salvifico. Il pentimento di Giuda,
pentimento disperato. E la morte in Croce di Cristo che è
salvezza che prepara la redenzione. La morte si vince
attraversando la luce. Paolino il messaggio e, lungo questa
strada, ci conduce, se pur nel dubbio del mistero in fede,
nel Cristo. Nel Cristo dell’urlo inquietante che diventa
Rivelazione di vita.
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pubblicato il 26 Febbraio 2013
I beni
culturali: dalla materialità alla immaterialità.
Innoviamo il patrimonio
culturale nazionale con una più ampia politica di
valorizzazione di lingue, antropologie, etnie e
liberalizzazione nella gestione dei musei
di
Pierfranco Bruni
Il territorio
come bene culturale è un intreccio di beni materiali e
immateriali. Oggi parlare di territorio, di patrimonio
culturale, di storia significa anche non dimenticare il
senso e l’appartenenza di una memoria che vive nei simboli.
E i simboli si trasmettono, si contestualizzano, si
interpretano. Hanno un loro valore. Penso ai castelli, alle
aree archeologiche, ai musei. Se i beni culturali sono
identità, la etno – archeologia è una testimonianza
straordinaria in questo discorso, e se tali vengono da noi
considerati abbiamo il dovere di aprire un vasto dibattito
sul loro ruolo all’interno dei territori. Nel depositato
della storia ci sono modelli di civiltà e percorsi di epoca
che intrecciano segni di identità.
I beni culturali, come
patrimonio nazionale, sono una testimonianza nel vissuto
della storia e dei popoli, che devono trovare le ragioni per
un dialogo a tutto tondo con le risorse e le vocazioni che
vivono dentro il territorio. Dobbiamo cominciare ad entrare
nell’ottica che il bene culturale non è soltanto una
questione materiale.
La cultura è nella
immaterialità: dalle lingue alle etnie, dalla musica alla
canzone d’autore, dalla presenza delle minoranze
linguistiche in Italia (sulle quali stiamo portando avanti
studi, ricerche, pubblicazioni e modelli valorizzanti
riconosciuti da tutto il mondo con una presenza in molti
Paesi esteri e la documentazione è abbastanza evidente) alle
antropologie comparate.
C’è un dato dal quale
bisogna partire. Il Sud ha una ricchezza non indotta. Una
ricchezza che è sempre più risorsa vocazionale. Ecco perché
insisto nel discutere di bene culturale e valorizzazione
dei territori. Non avrebbero senso i beni culturali
senza una vera valorizzazione soprattutto nel Sud. Questi
beni sono i simboli di una identità comunitaria oltre ad
essere stati riferimenti e contenitori di un processo
storico all’interno di un territorio.
Oggi bisogna fare in
modo di acquisirli sempre più a quel patrimonio della
coscienza identitaria che si specifica nella espressione di
una civiltà, la quale si manifesta dentro una realtà ben
definita. Vanno conservati, salvaguardati, vanno restaurati
e restituiti alla fruibilità. Ruderi, macerie sono una
testimonianza che continua a vivere pur nel disordine della
storia. Sono pur sempre un bene pubblico ma un bene pubblico
diverso rispetto ad altre strutture come può essere un
mercato coperto in disuso.
Nel mistero e nella
storia costituiscono un viaggio nella civiltà. Più
volte mi sono occupato di tali problemi e resto convinto che
i beni culturali, pur favorendo (e in molti casi costruendo
una politica di sviluppo) un raccordo tra economia e
cultura, vi è necessità di una prospettiva che tenga insieme
il fattore specialistico e l’intellettuale, l’uomo di
cultura con la dialettica europea sulle culture.
I beni culturali vanno
affidati agli uomini che fanno cultura e che della cultura
hanno una idea precisa che è quella del raccordare processo
di ricerca e modelli economici, capacità di
valorizzazione ed apertura a realtà altre rispetto ai soli
addetti ai lavori. In una fase come la nostra ritorno a
proporre una autonomia dei musei, delle aree archeologiche,
dei monumenti dalla parte prettamente amministrativa. La
managerialità si apre a visioni più complessive perché è la
valorizzazione che offre un senso alla cultura.
Una struttura come
un castello o un’area archeologica o i musei (o ancora
altri riferimenti definiti come patrimonio beni culturali)
non sono degli elementi (o valori) aggiunti ad una comunità.
Sono parte integrante di una comunità, la quale anche
attraverso queste presenze continua a testimoniarsi nel
quotidiano.
E in virtù di questa storia
depositata si potrebbe realizzare una progettualità in grado
di avviare una rilettura organica dei territori, grazie a
dei percorsi ad intreccio storico e non a delle mete
monolitiche.
Voglio dire che non
possiamo più pensare di avviare progetti bloccati su
percorsi storici definiti ma occorre ormai necessariamente
una intelaiatura ad incastro. Ovvero occorre partire dalla
Magna Grecia fino alla tarda età rinascimentale. Perché, in
fondo, il Sud non ha raccontato una sola storia. Ha vissuto
diverse storie le cui deposizioni storiche sono proprio la
testimonianza dei beni culturali. Non si può avviare, per
esempio, un progetto riferito solo ai percorsi della Magna
Grecia oppure soltanto ai Castelli Normanni o ai Palazzi
Rinascimentali.
Se la storia, come
sosteneva De Felice, non conosce parentesi la si deve
studiare e presentare nella sua globalità. Si studia il
territorio (e quindi non solamente una comunità: anzi si
avvia il lavoro conoscendo la memoria di una comunità)
grazie ad una consapevolezza di affiliazioni storiche. I
modelli etnici, da me studiati attentamente, sono un
fenomeno dell’etno - archeologia.
Si è stati civiltà
Magno Greca, prima di tutto, e lungo i tratturi o le rotte
di queste genti si sono segnati i passi. I castelli, per
fare un esempio, rappresentano un’epoca intermedia (mi
riferisco alla realtà normanna e federiciana) rispetto alla
vera struttura monumentale rinascimentale e barocca. Ma
un territorio va “risistemato” nella sua complessità.
Credo che occorrerebbe superare i progetti – confine. Non si
può più prendere, nel campo dei beni culturali, un periodo
della storia e analizzarlo. Questi sono modelli scolastici
che andrebbero, nella traduzione di una lettura sul
territorio, completamente superati. Anzi sono già superati.
Un territorio
conscio di conservare risorse storiche (archeologiche,
monumentali ma anche antropologiche e linguistiche) deve
essere “visualizzato” e interpretato in tutte quelle
espressioni che hanno permesso di documentarsi con delle
matrici identitarie. Se si pensa di focalizzare
l’attenzione solo su una struttura, pur avviando un processo
in sintonia con tutta una realtà territoriale, non
considerando le diverse tappe che hanno formato una civiltà
all’interno di una comunità, credo che sia ormai un dato
errato.
I percorsi normanni, svevi,
barocchi e così via non si reggono storicamente e
strutturalmente isolati da un contesto e da una temperie che
vivono sul territorio. Bisogna operare in una visione di
omogeneità. È intorno ad un progetto etico che si può
ridefinire il ruolo dei beni culturali all’interno dei
territori. Soprattutto nel Sud questa consapevolezza
deve portare ad un nuovo modo di confrontarsi con la storia
e con quel patrimonio che resta, comunque, radicamento di un
popolo e di una civiltà. Nelle aree meridionali i beni
culturali sono una risorsa e una vocazione. Sono quella
ricchezza che si integra con i paesaggi (anch’essi beni
culturali: mare e montagna), con la natura, con la geografia
del territorio stesso.
Nel Sud non solo “le parole
sono pietre” per dirla con Carlo Levi. Ma le pietre sono
storia. Meno effimero, dunque, come si diceva una volta, e
più concretezza. Ma sui progetti bisogna lavorarci con
serenità, con capacità manageriale, con forti intuizioni non
disconoscendo mai la geografia e la storia dei territori.
I territori sono i veri
depositari dei testamenti delle epoche e delle civiltà.
Focalizzare una tale questione significa, tra l’altro,
definire un’idea portante di cultura all’interno di ciò che
è stato un vissuto e che dovrà essere futuro attraverso gli
strumenti dell’organizzazione, della progettualità, dei
saperi. La comparazione tra archeologia ed etno –
antropologia è fondamentale: si tratta di un solo esempio.
I beni culturali sono reale
prospettiva all’interno di quattro presupposti principali:
liberalizzazione nella gestione dei musei, attenzione
fondamentale al bene culturale non solo come dato di ricerca
ma come elemento valorizzante di un territorio, maggiore
dialogo tra cultura e politiche di investimento, interazione
tra i vari campi degli studi.
Il Ministero per i Beni e
le Attività Culturali potrà avere un compito di primaria
importanza se diventerà, nella sua filosofia strutturale,
Ministero della Cultura Nazionale. Non solo nella etimologia
del termine ma nella sua strutturazione a cominciare anche
da una revisione, in termini istituzionali, delle sedi
regionali.
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