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EDITORIALI
Cultura Società e Costume
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Editoriali, recensioni e saggi di cultura, società, costume.
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pubblicato il 5
Febbraio 2010
IL ROVESCIO DELLA MEDAGLIA
(Tek merr e nëng vë nëng
qëndron faregjë)
di
Atanasio arch. Pizzi con
Maria Palma dott. Tateo
Navigando su internet ho scoperto,
che anche i paesi arbërëshë di Calabria Citeriore sono stati
inseriti nella sezione street view, di Google Maps.
L’opportunità di poter esaminare
anche gli angoli più reconditi delle pertinenze albanesi mi ha
particolarmente entusiasmato; avendo a disposizione infinite visioni
prospettiche su ciò che osservo da decenni; ho dato subito inizio ad
un viaggio virtuale, attraverso i paese di Provincia Citra.
Ma la finestra aperta dalla street
view car, ha messo a nudo una realtà inaspettata, lasciandomi
profondamente deluso, sia come Architetto ma soprattutto in quanto
arbërëshë.
Prima dell’avvento di internet, le
informazioni sui materiali per gli addetti ai lavori in campo
Architettonico, era consuetudine ricavarle dall’Archivio Edile; una
raccolta di depliant o vetrina di prodotti messi a disposizione, dei
tecnici e addetti ai lavori, dall’industria del settore edilizio.
Nell’esaminare gli scenari, di
street view, dei paesi arbërëshë ho avuto l’impressione di
sfogliare quell’antico Archivio Edile, con la differenza sostanziale
che, nel catalogo i materiali se pur diversificati, avevano un
ordine metodologico; le immagini dei paesi albanofoni mi davano
l’impressione di trovarmi innanzi ad una Babele, ove, i materiali
più disparati sono usati in modo non oculato, spregiudicato e
assolutamente leziosi.
La giustificazione, sta nel fatto che
i siti di pertinenza minoritaria Italo-Albanese, sino a un decennio
addietro, non erano mai stati oggetto di ricerca e studio, da parte
di esperti multidisciplinari, che con certosina perizia fossero
riusciti a dare un percorso metodologico chiaro, Storicamente
supportato, in ambito Urbanistico e Architettonico.
L’attuale
regolamentazione a tutela dei Beni Architettonici e
Paesaggistici, ha unificato le disposizioni in un unico testo,
contenente le linee guida per la salvaguardia dei Beni Culturali,
D.L. n°42 / 2004, ma che affonda le sue radici nella carta di
Atene del 1931.
Nonostante ciò, da
salvaguardare è rimasto poco, solo la speranza della ricerca
fisica, di sporadici esempi da incorniciare e catalogare come
memoria storica, aspettando futuri più rosei, per i tanti
manufatti ormai stravolti e illeggibili nelle loro tipologie
edilizie
Parafrasando ”cerce homo”
oserei dire “cerce l’Architettura”, poiché, stravolgendo la
tipologia urbana e architettonica; lo scenario che si presenta,
potrebbe essere usato come location dove il personaggio,
vagando all’interno delle pertinenza minoritaria Italo-Albanese, va
alla ricerca del dilapidato patrimonio architettonico.
Se le Amministrazioni
locali dei paesi
arbërëshë,
a cui invano mi rivolgo da anni, non prendono atto dei valori che
quotidianamente si vanno sempre più affievolendo e con essi la
perdita del genius loci, a breve, non rimarranno altro che
inutili, flebili e confuse manifestazioni folcloristiche, assieme a
tante immagini, destinate a perdere il loro misero valore.
Attualmente le
opportunità economiche delle Amministrazioni locali si sono ridotte
notevolmente rispetto al passato, ma la funzione di controllo non
deve lasciare spazio a futuristici scenari che non ci appartengono.
Rimangono i privati a
cui rivolgere l’attenzione, i quali sino ad oggi, o per successioni
ereditarie o nel tentativo di tenere in vita i luoghi della loro
infanzia, conservano ancora validi esempi di architettura
minoritaria; che racchiudono, in essi, metodologie di edificazione,
non travolte dai processi di inconsapevole manomissione.
Ormai bisogna rivolgere l’invito, a
tutti coloro che a breve o medio termine, intendano recuperare o
dare vita a questi pochi esempi di architettura arbërëshë, ancora
intatti.
Con l’auspicio che mirate e
intelligenti scelte, siano inoltrate, nei confronti di chi conosca
le discipline del Restauro e della Conservazione, senza perseguire
lo scopo del mero risultato “dell’abbellimento”, divenuto
pericolosamente di uso Comune.
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pubblicato il 28
gennaio 2010
Sibilla Aleramo a
Cinquant’anni dalla morte
Una pubblicazione sul valore
dell’amore
di Marilena Cavallo
Cinquant'anni fa moriva Sibilla Aleramo
(Rina Faccio). Una poetessa nella femminilità degli incontri e
degli spazi tra le parole e il tempo. Si ritorna a parlare della
Aleramo tra la fisicità dell’amore e la metafora dell’amore
stesso. È di questi giorni un libro di Monika Antes dal
titolo "Amo, dunque sono. Sibilla Aleramo, pioniera del
femminismo in Italia" (pp. 144, euro 15) pubblicato da Mauro
Pagliai nella collana "Italianistica nel mondo". Si tratta di un
volume pubblicato in Germania e tradotto e tradotto in italiano
da Riccardo Nanini. La poesia, con la sua epifania e con il suo
misterioso giorno incastonato nella vita, resta sempre un
indefinibile sentiero graffiato dalle parole e nelle parole. Ma
sono le parole che danno vita. La poesia è solitudine nel
silenzio notturno o adamantino dell’ora antelucana.
Non so se Sibilla Aleramo è silenzio
nella notte o silenzio nell’ora che annuncia l’alba. Un gioco
non ad incastro. Ma un gioco, comunque, che sa di voci e di
ritmi musicali. Siamo a volte al valzer e a volte al tango. Ma
Sibilla Aleramo sembra danzare i passi del tango in un giravolta
in cui le parole sono lame e riposo. Quella poesia che è
solitudine e grido non è una metafora ma un colpo violento
assestato ai ricordi che però si dipanano lungo i giorni. E di
ricordi la sua vita è piena e sono questi ricordi che cessano la
vita. Ma prima di essere ricordi le immagini e il vissuto sono
stati viaggi nella vita.
La poesia e la vita sono leggibili
tra i fili di un erotismo sottile e pervasivo che resta
intagliato nei gorghi delle giornate che si consumano con le
battaglie della delizia. “Fra il mio seno/e il petto forte che
amo/sta una rosa,/sola”. Non la prosa che descrive ma la poesia
che travalica il movimentismo letterario per rendersi
movimentismo esistenziale. Perché tutta la vita di Sibilla
Aleramo è un cercare non la parola che racconta ma il
linguaggio che si fa diario.
Il suo romanzo dal titolo “Una
donna” è una di quelle testimonianze emblematiche che
lasciano il segno e lacerano la coscienza. Viene pubblicato
nel 1906. Lei era nata nel 1876 ad Alessandria. È morta a Roma
il 13 gennaio del 1960. Una vita vissuta nella ricerca (o nella
richiesta o nell’offerta) di un amore che lo si legge tra gli
intagli del suo linguaggio.
Dall’incipit del suo romanzo: “La
mia fanciullezza fu libera e gagliarda. Risuscitarla nel
ricordo, farla riscintillare dinanzi alla mia coscienza, è un
vano sforzo”. Recuperare una vita dentro la letteratura. Ma arte
e letteratura per la Aleramo resta un binomio inscindibile
perché in ogni goccia di vita e in ogni goccia d’amore vi
campeggia sempre una profonda mobilitazione letteraria.
I suoi amori con Cardarelli,
Campana, Cena, Papini, Godetti sono frammenti di una esistenza
che trova la sua compiutezza in un dialogo forte e pressante
sempre con la letteratura. Bene ha fatto a sottolineare Silvio
Raffo nel suo saggio introduttivo a Tutte le poesie
(Mondadori, 2004). Infatti ha così sottolineato: “ Se cerchiamo
un modello letterario del ventesimo secolo in cui il binomio ‘
arte-vita’, per di più coniugato al femminile, si presenta e si
mantenga inscindibile superando qualsiasi ostacolo e resistendo
a qualsiasi tentazione di normalità, c’è solo un nome che
soddisfa il nostro desiderio: Sibilla Aleramo”.
D'altronde questa melodia o questa
fragile tragedia diventa per Sibilla Aleramo un viaggio che non
è soltanto da chiamarsi amore (così come il suo amore per Dino
Campana) ma da definirsi nel contesto delle grandi inquietudini
che hanno campeggiato nella agonia umanamente e letterariamente
belligerante del ‘900. ma è l’eros che è passione indefinibile
che travolge la sua vita e la sua poesia. Tutto scompare e tutto
riappare sotto quelle forme che sono insistenti penetrazioni del
linguaggio.
Certo non ci sono dubbi lei è una
donna tango non valzer. Una donna attrazione fatale e come tale
anche evanescente, fuggevole su un mare di onde di carta o di
vento. Fuggente. Come la sua poesia o come le onde che invadono
la
sua poesia che si fanno tenerezza ma anche
angoscia, si fanno notte ma anche alba, si fanno luna e si fanno
stella. Il suo amore immenso o l’immenso amore che cercava con
Cardarelli, il poeta della malinconia, o con Campana, il poeta
della follia…Malinconia e follia sono dentro quel pellegrinaggio
disperante ma anche giocoso che è stato la sua vita-poesia o la
sua poesia-vita. Si ascolta: “ Era il tuo riso/fuggente/come il
lucido raso delle acque…”.
Ecco il verseggiare di Sibilla che
non deve e non può cadere nel prosastico perché se così fosse
svanirebbe tutta quella ebbrezza che custodisce il mistero di
una sola parola. Aveva ragione Cardarelli quando in una lettera
del maggio 1915 le aveva scritto : “…pensa che tu sei esalazione
assoluta e che non puoi permetterti composizioni, per così dire,
strofiche. Allora cadi nel vieto e nel falso…”. Eh si perché la
rarefazione della parola trova nella esalazione il maggiore
accento di quel rapporto tra arte e vita. Ciò le permette di non
scivolare nella retorica perché la retorica appunto uccide la
poesia. Bisogna parlare nel caso di Aleramo di bellezza
inquietudine soprattutto quando si focalizza l’attenzione sulla
poesia. Si ascolta: “…tu mio bene segreto, tu che mio non sei,/
tu alto sovra quanto amai,alto amore,/ e dal ungi il tuo sorriso
di carità dolce/ vita e morte ugualmente mi illumina,/ colme e
preziose di pianto e gloria”.
I suoi versi come i suoi amori. I
suoi amori come i suoi versi. Da una lettera della Aleramo a
Dino Campana : “ I nostri corpi sulle zolle dure, le spighe che
frusciano sopra la fronte, mentre le stelle incupiscono il
cielo” (risalente al 6-7 agosto 1916). Una donna immensa in una
poesia ritagliata tra le pieghe della sua vita e degli amori.
Amata e amante di Vincenzo Cardarelli, Giovanni Papini, Jullius
Evola, Franco Matacotta. Dove finisce allora il tempo della
parola e dove inizia il tempo della vita? Forse la certezza del
dubbio infervora i cuori e lascia tutto sospeso come quel finale
del suo romanzo Una donna, che sottolinea : “O io forse
non sarò più…non potrò più raccontargli la mia vita, la storia
della mia anima…e dirgli che lo ho atteso per tanto tempo?/ ed è
per questo che scrissi. Le mie parole lo raggiungeranno”. Ma il
suo pensare nella vita stava nella bellezza maledetta della vita
stessa tanto che aveva posto come paesaggio questo inciso: “Io
sono certa di vivere come devo. Questa certezza mi fa superiore
alla maggioranza, ed e' [una certezza] costante”.
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pubblicato il 28
gennaio 2010
L’uomo falco Navajo e la donna
aquila Arrapaho
nella profezia della luna
di Pierfranco Bruni
Un amore può vivere di foglie
gialle perse tra i viali dell’inverno?
Si sono cercati lungo gli
orizzonti del mare e hanno recitato, insieme, la profezia della
luna.
Amami perdendomi. Gli pronunciò,
proprio nel momento in cui il faro illuminava, in un mezzo giro,
l’ansa del porto. Le mani non si intrecciarono.
Lei guardò fisso il fascio di
raggi. Luci nel tramonto. Tutto finì? In ogni fine c’è un
inizio.
Lei era una indiana della tribù
degli Arrapaho e si lasciava andare nelle Danze dello Scalpo.
Bella, con gli occhi penetranti nel verde dei giorni marini.
Lui apparteneva agli antichi
sciamani Navajo e si raccontava ritrovandosi nei giorni
dell’infanzia tra il lancio delle frecce e i riposi lungo le
sponde dei fiumi. Ogni freccia lanciata somigliava ad una parola
portata via dal vento. Ogni passo nel cerchio della danza
sembrava un gesto per sfuggire il presente.
Ma può esistere il presente nel
filo smagliato che intreccia il passato con ciò che sarà?
“Vedi quel raggio di luce? È
un’incisione nella tua memoria. Si perde e ricompare. Un gioco
nel girotondo. I bambini hanno fretta di crescere. E quella luce
gira, gira velocemente senza mai infrangersi. Di giorno non c’è,
soltanto perché non la vediamo con il chiarore. La si ritrova se
il giorno cede alle tenebre, al buio, alle tempeste che
scuriscono. Ma il faro gira. Gira sempre. Io sto qui seduto da
anni. Potrei dirti da una vita. Anche se spesso sono andato via.
Ma è come se non fossi mai partito. E forse non sono mai
partito. Resto qui perché ho bisogno di leggere fino in fondo i
fasci di questi raggi che il faro proietta. Ecco perché sono un
maestro nel lanciare frecce. Ho passato il mio tempo nella
pazienza di trovare la freccia più bella. Forse l’ho trovata ma
adesso è come se mi mancasse la forza di tirare l’arco. Mi
alleno come quando ero ragazzo. Ascolto. Leggo nello scorrere
del fiume e cerco i tuoi passi. Anzi chiedo ai tuoi passi di
farsi sentire nella danza dei sogni”. Così disse lo sciamano
Navajo.
“Io non danzo la danza dei sogni.
La mia storia tu la conosci. Ho cercato sempre i sogni ma molte
volte hanno incendiato i miei capelli tanto che porto ancora
delle strisce rosse e mi ricordano il fuoco, la cenere, il
pianto. Ho sempre creduto o forse sperato nella possibilità che
in ogni fine ci possa essere un inizio. Io non credo al caso.
Appartengo alla famiglia degli Arrapato e mi porto dentro i riti
e le tradizioni. Come te che sei sciamano negli occhi. Un po’
guaritore, un po’ fingitore, un po’ sognatore, un po’ viandante.
Anch’io ho avuto tanta pazienza nel disegnare i passi nelle
danze. E le mie non sono state danze dei sogni ma io sono stata
la danzatrice degli Scalpi. Un rito che tu conosci bene. Non
puoi non conoscerlo. Ma so che ci vuole molta pazienza”. Così
parlò la danzatrice Arrapato.
Ma un amore può vivere di foglie
gialle perse tra i viali del tramonto?
“L’amore non vive nei tramonti. E
neppure tra le ore della nostalgia. Il tramonto e la nostalgia
segnano la fine di un amore. Io resto, comunque, un tiratore di
frecce. Non lo dimenticare. E ho bisogno della perfezione.
Ancora oggi. Ma tu sei la mia freccia o il mio arco?”.
“Io sono il tuo incantesimo. Ti
meravigli? Sotto la luna continuo a recitare le danze. Le mie
gambe hanno l’agilità delle tue frecce. Dirti che ti amo
soltanto non è possibile. Dirti che mi appartieni è
sconvolgente. Dirti che sei la mia pazzia è poco. Ma resto nel
mio campo. A sera danzerò. Come un tempo i canti sono portati
dal vento ed è il vento che modula le voci”.
“Ogni parola è una lacerazione”.
“Sì, le parole sono passi”.
“Il mio sguardo è una freccia che
si perde nella tua danza”.
“La mia danza è fatta di passi
che mi portano a te”.
“Ma non possiamo intrecciare i
nostri destini sino a smarrirci oltre il fascio di luci del
faro. Come fare a congiungere le nostre attese alle nostre
pazienze consumate? Io parto. Lascio l’arco e le frecce sono,
quelle che rimangono, nella faretra. Non porto nulla con me se
non la tua danza. La tua danza dentro di me”.
“Lanciami la freccia. L’ultima.
Poi giocherò la mia ultima danza e consegnerò ai crepuscoli gli
intrecci della mia vita. La mia vita con te. Tu sciamano, io
danzatrice. Tu lanciatore di frecce. Io danzo il Ballo dello
Scalpo per assentarmi e guarire tra le tue mani”.
Si sono cercati e si sono
ritrovati.
Ci sono gli orizzonti del mare e
il mare all’imbrunire è un orizzonte. I deserti sono distanze e
le praterie sono spazi lasciati agli allevatori di bisonti e
cavalli.
“Porto con me lo spirito del mio
popolo. Porto con me il sogno. Gli uomini bianchi non conoscono
la verità del mistero. Mi lascio guidare dal falco e ti vengo
incontro lanciando l’ultima mia freccia sotto una luna di
vento”.
“Aspettami. Mi conduce a te la
mia aquila. Ho sciolto i miei capelli e sono radici che hanno
odore di erba e di terra. Penetro i tuoi segreti. I tuoi segreti
che sono anche miei. Stasera danzerò solo per te. Sul tuo
scialle ci ameremo. Il falco e l’aquila intrecceranno i loro
voli nel vento della luna”.
Così l’uomo falco Navajo e la
donna aquila Arrapaho hanno recitato la profezia della luna.
Nel cerchio dei falò la recita ha voci antiche.
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pubblicato il 28
gennaio 2010
ALBERT CAMUS MORIVA IL 4
GENNAIO DI 50 ANNI FA
DAL MARXISMO
ALL’ESISTENZIALISMO DELL’UMANESIMO
UNO SCRITTORE IN RIVOLTA
di Marilena Cavallo
Il
4 gennaio di cinquant’anni (1960) fa moriva Albert Camus. Era
nato a Mondovi il 7 novembre del 1913. Uno scrittore consacrato
alla letteratura attraverso una visione di esistenzialismo prima
considerato ateo, poi laico, poi semplicemente esistenzialismo
legato al pensiero dell’umanesimo e della classicità intrecciata
tra mito e simboli. Prima marxista. Successivamente forte
contestatore del materialismo storico. Era nato in Francia ma si
trasferisce, dopo la morte del padre, insieme alla madre ad
Algeri.
Uno scrittore sempre in bilico
tra il senso dell’assurdo e i paradigma di una filosofia del
dubbio e della costante ricerca aggrappata agli scogli
dell’attesa. Uno scrittore contro che ha saputo però ben capire
l’inquietudine del tempo moderno che non conosce né
riconciliazioni né patti con la speranza ma soltanto accordi con
ciò che non può essere vissuto nella reticenza del quotidiano.
Oltre ogni reticenza. È questa la misura di ogni frontiera che
non si serve soltanto della scrittura – linguaggio ma della
vita. La vita è sempre una coincidenza con il tempo. Con il
tempo dell’indefinibile ma anche con il tempo delle sconfitte.
Il suo esistenzialismo, dopo la
rottura con Sartre o forse anche prima, si legge come modello di
una cultura libertaria. I suoi scritti sono una testimonianza
emblematica di un fiume che si metaforizza in un mare di intense
trascrizioni con il mito. Ma l’uomo resta sempre un uomo in
rivolta. La rivolta che si porta dentro e che lacera la crosta
del religioso silenzio dell’attesa.
In Camus non si vive l’attesa e
tanto meno si lacera il tempo nella ricerca della speranza. Anzi
è il dubbio che taglia la storia per incunearsi nel possibile
dell’esistenza che diventa amore. L’esistenza è possibile
viverla soltanto se si incide con il solco dell’amore. C’è un
concetto chiave che va oltre il tempo stesso ed è quello che
recita con queste parole: “Non essere amati è una semplice
sfortuna; la vera disgrazia è non amare”.
Nel 1947 pubblica “Lo straniero”. Un testo
che si presenta ancora oggi di sicura e necessaria attualità.
Nello stesso anno esce “La peste”. Nel 1956 “La caduta”.
Studioso di Plotino e di Sant’Agostino si inserisce in quel
quadro filosofico che ha una segreta spiritualità attraverso la
quale non può che porsi un altro problema che è quella
certamente della rivolta ma soprattutto della “croce”. È suo un
adattamento teatrale ricavato da Pedro Calderón de la Barca dal
titolo: “La devozione della croce”. Come è suo un adattamento de
“I Demoni” di
Dostoevskij
realizzato un anno prima della morte dal titolo “Les Possédés”.
“L’uomo in rivolta” esce in
Italia nel 1962 e in Francia, invece, aveva visto la luce nel
1951 mentre “Il mito di Sisifo” era stato pubblicato nel 1942.
Perché Camus si cerca in Plotino e Sant’Agostino? C’è una
inquietudine letteraria che si vive in Camus e che non può
essere scissa da quella filosofica e umana. Letteratura e
filosofia sono l’algebra di un umanesimo che si pone come
centralità tra l’uomo e il sentiero dell’assoluto. Oltre ogni
schema.
Proprio in “Il mito si Sisifo” si
può leggere: “Lascio Sisifo ai piedi della montagna! Si ritrova
sempre il proprio fardello. Ma Sisifo insegna la fedeltà
superiore che nega gli dèi e solleva i macigni. Anch'egli
giudica che tutto sia bene. Questo universo, ormai senza
padrone, non gli appare sterile né futile. Ogni granello di
quella pietra, ogni bagliore minerale di quella montagna,
ammantata di notte, formano, da soli, un mondo. Anche la lotta
verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna
immaginare Sisifo felice”.
Bisogna immaginare. E in questo
immaginare la vita non è un resto. È piuttosto la supremazia
dell’assoluto. In questa direzione si potrebbe offrire una
chiave di lettura di un Camus certamente esistenzialista ma
dichiaratamente proteso verso quel segno del destino che ha
inciso tutto il suo esistere tra l’inquieto, il dolore, il
mistero e un kafkiano gioco della provvisorietà e
dell’imprevedibilità.
Muore in un incidente stradale
dopo aver detto, qualche tempo prima, che morire in un incidente
stradale è la cosa più sciocca che possa capitare. Nelle sue
tasche gli viene trovato un biglietto ferroviario. Quel giorno
doveva viaggiare con il treno. Chissà perché decide di
incamminarsi con l’auto lungo la strada di
Villeblevin,.
Insieme a lui muore anche il suo editore Gallimard.
In “L’uomo in rivolta”, qualche
anno prima, aveva scritto: “Oggi nessuna saggezza può pretendere
di dare di più. La rivolta cozza instancabilmente contro il
male, dal quale non le rimane che prendere un nuovo slancio.
L'uomo può signoreggiare in sé tutto ciò che deve essere
signoreggiato. Deve riparare nella creazione tutto ciò che può
essere riparato. Dopo di che i bambini moriranno sempre
ingiustamente, anche in una società perfetta. Nel suo sforzo
maggiore l'uomo può soltanto proporsi di diminuire
aritmeticamente il dolore del mondo”.
Questo sentire il dolore del
mondo è nell’intreccio tra la caduta e la rivolta. Per vivere il
senso della rivolta bisogna comprendere fino in fondo il senso
della caduta. Per ripetere ciò che è stato detto: tutto ha un
seno. Per Camus, leggerlo oggi, gli orizzonti metafisici non
sono più un assurdo. Plotino e Sant’Agostino sono nella rivolta
di un esistenzialismo che ha una voce nell’umanesimo della vita.
Tre anni prima della morte, Camus è premio Nobel per la
letteratura.
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pubblicato il 28
gennaio 2010
LA SCOMPARSA DELLO SCRITTORE
FRIULANO CARLO SGORLON
OLTRE IL
REALISMO MAGICO E DENTRO UN TEMPO SACRO
di Pierfranco Bruni
C’è
una poetica sottile nelle maglie del linguaggio di Carlo Sgorlon
( Casacco, Udine, 26 luglio 1930 – Udine 25 dicembre 2009) che è
quella del ritorno ai miti. Un ritorno al mito ancestrale o
primordiale che si intreccia con le eredità della tradizione di
una terra, di una civiltà contadina e di un popolo che è stato
attraversato dalla favola ed ha attraversato l’immaginario
rituale di una memoria che riecheggia con elementi di profonda
nostalgia.
Non c’ è soltanto il paesaggio
geografico che parla con la nostalgia dei sensi. C’è il
paesaggio nel tempo che si fa memoria e lancia la sua sfida con
gli occhi della malinconia. Una malinconia ammaliatrice e
accompagna il trascorso dei personaggi, i ricordi che sono pezzi
di vita, la magia del luogo che ha sempre una marcata
interiorizzazione nei nomi dei personaggi stessi, i quali
diventano protagonisti, figure e controfigure.
Carlo Sgorlon ha fatto del suo
narrato una poetica che penetra l’intreccio tra tessuto dei
luoghi, che diventa, però, territorio dell’anima e metafora
della storia (da “La luna color ametista” del 1972 a “La
conchiglia di Anataj” del 1983). La storia e le storie non
vengono narrate o raccontate ma sono certamente assorbite
all’interno di un processo mitico – simbolico che è espressione
di un raccordo tra una fase sacrale e una entratura nei percorsi
magico – antropologici del mondo contadino (da “I sette veli”
del 1986 a “Le tribù” del 1990; da “Il patriarcato della luna”
del 1991 a “La malga di Sir” del 1997”).
Nella scrittura di Sgorlon la
parola stessa è da sottolineare come modello religioso. Non c’è
impostazione o proposta di immagine (e di immagini) senza la
struttura religiosa che raccoglie sia le istanze del linguaggio,
e quindi delle parole o della Parola, sia il mosaico del
percorso narrante. È una scrittura nei simboli. Gli stessi
personaggi sembrano coordinati intorno a dei simboli chiave (si
pensi a “La tredicesima notte” del 2001, a “Il velo di Maya” del
2006, a “L’alchimista degli strati” del 2008, o ai racconti
straordinari che si leggono in “Il quarto Re mago” del 1986, a
ancora ai “Racconti della terra di Canan” del 1989).
Così la lingua (penso
all’intreccio che si vive in “La carrozza di rame” del 1979 o a
“Il calderas” del 1988) come fenomeno non solo comunicativo ma
come scavo nelle radici di un popolo. Il suo popolo, quello
friulano, ha una matrice etnica che non si riversa soltanto
nelle forme di una cultura della tradizione (spesso il richiamo
de “Gli dei torneranno” del 1977 è emblematico) ma soprattutto
nell’incastonare la lingua in una diretta visione che richiama
il senso dell’archeologia della parola come infanzia di un
territorio (penso a “La contrada” del 1981). La sua poetica è il
mistero del cammino della parola che si sprigiona di quella
inconsapevolezza dialogica per lasciarsi catturare dal
sentimento della memoria che caratterizza tutto il vissuto
stesso della nostalgia dell’uomo.
Una poetica dei simboli
(ritornano “I sette veli” del 1986) che si forma nei segni
presenti in una realtà territoriale. La realtà scompare come
scompare la storia. Ma resta la pagina del territorio e la
storia si dipana lungo il tempo ed è, appunto, il tempo che
recita la meraviglia, il dolore, il tragico, la fisicità,
l’onirico, il misterioso, l’incanto – magia (ci sono echi che
rimandano costantemente a “L’alchimista degli strati” del 2008 o
a “Il velo di Maya” del 2006 o a “Il filo di seta” del 1999).
Tutti tasselli che danno vita a quel senso dell’identità che è
dentro il legame civiltà – tempo.
Comunque, più di un realismo
magico si dovrebbe parlare di un magico sentiero della nostalgia
o di un tempo sacro. Cosa c’è di realismo in Sgorlon? La storia
è una realtà, anzi è stata una realtà, in quanto la storia vive
nel consumato o meglio nel “già stato”. Il paesaggio è una
realtà, anzi è un passaggio di realtà nella cosmografia delle
stagioni. I personaggi sono in bilico tra il reale e la
fantasia, anzi diventano sia memoria che destino e quindi la
realtà si perde nel vento delle finzioni. La lingua può essere
una realtà? (mi riferisco, a tal proposito, a “Prime di sere”
del 1979 e a “Il Dolfin” del 1982). Direi di no, perché in
Sgorlon la parola assume sempre la versione e visione
allegorica. Un linguaggio allegorico? Certo, fino a quando
l’allegoria non si trasforma in vera e propria metafora del
tempo.
C’è il magico ma non il realismo.
Perché ad insistere è il tempo e non si tratta di un tempo
storico ma di un tempo mitico. Parlerei piuttosto di un tempo
magico e non di un realismo magico. È proprio questo tempo che
si incastra tra i personaggi ma anche è stato ben incastrato
nella vita di un mondo popolare che ha formato l’uomo e lo
scrittore Sgorlon. Non manca l’ironia. L’ironia è nel Kafka ben
analizzato e studiato da Sgorlon (“Kafka narratore” del 1961,
Sgorlon, d’altronde, si è laureato con una tesi su Kafka).
Un’ironia che è nel dialetto friulano al quale lo scrittore ha
dedicato la sua attenzione nella comprensione dei moduli di
ricerca di una identità delle radici. Una ironia che non cede al
comico o al sarcasmo ma va nel profondo di quelle strutture
mentali che ci conducono al sacro, al magico, all’archetipo.
L’io narrante è sempre nel di
dentro di questi passaggi e di questi processi che si assumono
come rivelazione poetica ma non dimenticano la tessitura
antropologica. Ed è come se la poetica di Sgorlon assumesse in
sé la capacità di leggere antropologicamente i fenomeni del
tempo magico (sottolineo ancora “Il velo di Maya” o romanzi come
“Regina di Saba” del 1975 o “Il tono di legno” del 1973)
espresso sia dalle avventure narrate sia dai personaggi che
vivono dentro il gioco infinito del raccontare. Lo stesso
Sgorlon ebbe a dire, parlando della sua narrativa, “Io possiedo
un forte istinto narrativo, e a quello mi abbandono. È una
specie di bussola incorporata nel mio inconscio. Seguo i grandi
archetipi del narrare”.
In questi archetipi del narrare i
miti, le fiabe, i riti disegnano tracciati indelebili con i
quali è la scrittura a fare i conti ma anche l’anima dello
scrittore. La parola e la fantasia. I sogni e il mistero. Un
rapporto inscindibile che ha fatto di Carlo Sgorlon uno
scrittore dentro la religiosità della tradizione. Religiosità e
tradizione: due riferimenti che restano modelli interpretativi
in una poetica, in cui il senso del primitivo è una ricerca
costante, che va oltre la storia per ridefinirsi nella
sensualità della favola e del mondo onirico di una civiltà che
solca i passi di una eredità e di un pathos non solo immaginari
ma vivi dentro la nostra esistenza.
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pubblicato il 27
gennaio 2010
Giacinto Spagnoletti e la
coscienza del letterato
A
90 anni dalla nascita
Da Renato Serra a Raffaele
Carrieri
di Marilena Cavallo
Tra il filo del romanzo mai descrittivo e
sempre calato all’interno di una psicologia dell’anima, le
venature poetiche di una nostalgia che non lo ha mai allontanato
dalla sua Taranto e dai luoghi della Magna Grecia e la critica
letteraria costantemente legata alla ricerca dell’interiorità
degli scrittori e dei poeti l’opera di Giacinto Spagnoletti
(Taranto 1920 – Roma 2003) costituisce un punto di sicuro
riferimento per comprendere un Novecento letterario che continua
ad occupare gran parte dello scenario dei nostri giorni.
Come si è accostato alla storia della
letteratura una personalità come Spagnoletti? Il suo incontro
con gli autori italiani e francesi, soprattutto, è partito non
dall’analisi storica o critica ma da un legame che lo ha
condotto ad esplorare il linguaggio del Novecento come mosaico
articolato di una sempre crescente creatività, fantasia e
poetica della metafora. Da scrittore e poeta si è avvicinato
alla storia della letteratura.
Credo che questo sia stato un merito e un
pregio soprattutto se si pensa già ai suoi primi studi e al suo
lavoro dedicato a Renato Serra. Su Serra ha lavorato molto tanto
che ha sviluppato la sua tesi di laurea alla cattedra di
Natalino Sapegno. Ma Spagnoletti è stato sempre lontano da
incastellature ideologiche tanto che il suo ruolo, parallelo
quasi a quello cattedratico, è stato caratterizzato dal suo
considerarsi ed essere un critico militante.
D’altronde Spagnoletti nasce culturalmente
come scrittore di una pagina in cui la psicologia della
scrittura si incontra con la prosa d’arte. I suoi autori amati
sono stati Renato Serra, appunto, e poi scrittori come Italo
Svevo, Pierpaolo Pasolini, Sandro Penna passando attraverso
Baudelaire e il suo “splen” e il futurista Aldo Palazzeschi mai
dimenticando le grandi lezioni di Giacomo Debenedetti e Angelo
Maria Ribellino.
Proprio grazie alle lezioni di Debenedetti
(sempre l’avventura e il personaggio senza la prevalenza della
rappresentazione del reale e dello storicismo) ha potuto
esprimersi con una prosa incisiva nei suoi tasselli lirici con
'Tenerezza' (1946), 'Le
orecchie del diavolo' (1954), 'Il fiato materno' (1971), e il
fortemente lirico e nostalgico 'A mio padre, destate' (1953),
'Poesie raccolte' (1990).
Da Verlaine a Danilo Dolci
Spagnoletti ha indicato alcune strade da percorrere per tentare
di entrare in un Novecento poetico abbastanza ampio e mai
omogeneo. Intorno a questi autori si è soffermato sulla
prevalenza della grecità e ionicità in autori come Raffaele
Carrieri o come Michele Pierri in cui l’universalismo lirico ha
permesso di portarlo nel di dentro di una contestualizzazione
europea delle poetiche del Novecento sino a proporre una chiave
di lettura di Alda Merini. Ma in Spagnoletti non c’è mai una
caduta nella provincialità o provincialismo o nel tentativo di
difesa dei poeti delle radici o matrici sommerse.
I suoi scritti su Raffaele Carrieri
hanno una visione articolata e ci propongono una lettura tout
court della poesia del Novecento che, necessariamente, deve
potersi confrontare con le poetiche europee. Il Carrieri dei
viaggi, il Carrieri della contaminazione artistica, il Pierri
della “religiosità pavesiana”, il Pierri contemplante, il
Lorenzo Calogero della corda del misterioso e il recupero del
dialetto come lingua della poesia tra Sud e Nord sono incisi
indelebili.
I suoi studi ultimi, quelli
dedicati alla poesia e al dialetto della poesia, offrono una
visione importante e ad intreccio tra la cultura italiana quella
mitelleuropea e quella direttamente recitata da Verlaine.
Spagnoletti, comunque, non ha mai cessato di essere l’allievo di
Renato Serra.
Infatti i suoi scritti richiamano
spesso la grande visione di un Serra che ha raccontato la
funzione dello scrittore e della letteratura in un “esercizio”
umano che è quell’esame costante della “coscienza del
letterato”.
Spagnoletti ha inserito il suo
mestiere di scrittore e di storico del Novecento poetico
italiano nella coscienza del letterato. Forse sarebbe
auspicabile una meditazione sul legame che Spagnoletti ha avuto
con gli scritti di Renato Serra. Un legame che lo ha
accompagnato sino ad inserirlo nella modernità linguistica di
Raffaele Carrieri.
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pubblicato il 17
gennaio 2010
Një herë ish një shpi
(Palazzo Rizzuti)
di Atanasio Pizzi
(Architetto)
Collocato nella parte bassa di
Santa Sofia d'Epiro, Palazzo Rizzuti ricade in quell’insula che
affaccia nella cavea naturale detta dei Becci, oggi Largo
Botzaris.
Integrato e riattato secondo i
canoni dei palazzi nobiliari di fine 1800, fa parte
della tipologia edilizia che da
dimora con scale e passetto, (loggetta) innanzi
all’ingresso,fu trasformata in
abitazione più rappresentativa con il caratteristico
portale d’ingresso in pietra.
Il manufatto contiene nel suo
prospetto principale, gli elementi architettonici
tipici delle fabbriche signorili di
quel periodo.
Perimetrato da fasce di intonaco a
rilievo è coronato dal c ornicione
in duplice ordine di tegole in un continuo di malta a base di sabbia
e calce, sovrastato dalla copertura in coppi e contro coppi con
pendenze a padiglione.
cavea naturale detta dei Becci, Agosto 2002
Il portale dell’ingresso,
realizzato in monoliti calcarei era cosi assemblato:
adagiati su una soglia costituita
da tre moduli in pietra i due zoccoli di base che definiscono la
luce del varco;
i due zoccoli, lavorati con volute
a decrescere sono sormontati dai piedritti al di sopra dei quali
poggiano i due peducci arricchiti con volute, questi ultimi
accolgono i quattro conci dell’arco reso solidale dalla chiave di
volta recante un decoro a rilievo.
L’infisso in legno a doppio
battente era realizzato in essenza di castagno e
sormontato da una grata in ferro
battuto, la forma, a ventaglio, era descritta
all’interno dell’arco del portale
adornata da volute e le iniziali di famiglia.
Una coppia di finestre di forma
quadrangolare erano allocate ai fianchi del
portale d’ingresso, a garanzia
della inviolabilità di questi due varchi, erano
infisse nella sezione muraria
robuste inferriate e solidi infissi, in legno di
castagno ad un battente,
garantivano la tenuta termica, (quella di sinistra
risultava murata perché
all’interno del locale in quell’angolo vi era allocato il
forno).
Al primo livello in asse con il
portale d’ingresso faceva bella mostra il balcone
di rappresentanza, elegantemente
dimensionato nei rapporti metrici, il quale si
presentava coronato da una cornice
di intonaco a rilievo che si innestava
sull’aggetto in pietra calcare del
calpestio, decorato per tutto lo sviluppo
lineare; l’affaccio era assicurato
da una ringhiera in ferro battuto che seguiva
l’andamento della soglia
aggettante.
L’infisso in essenze di castagno a
due battenti, era oscurato nella parte
inferiore, mentre nella parte
superiore vetrate assicuravano la giusta
illuminazione nell’ambiente
retrostante; due sportelli in castagno garantivano
la tenuta termica e l’oscuramento
notturno relativamente alla superficie vetrata.
In asse con la linea ideale del
portale e del balcone in corrispondenza del
cornicione di tegole era collocata
una finestra di modeste dimensioni, che
assicurava la giusta ventilazione
della copertura nel periodo estivo e durante
quello invernale la ostacolava
mediante la chiusura di un infisso vetrato.
Il prospetto appena descritto,
nella sua semplicità era ben inserito nel contesto
della cavea naturale dei Becci
senza incidere sulla quinta e in quel equilibrio di
luci ed ombre che da sempre la
aveva caratterizzata.
La quinta di palazzo Rizzuti, mi
auguro sia la chiusura di un ciclo che da
decenni stravolge Largo Botzaris,
infatti analizzando nello specifico le quinte
che ricadono all’interno della
cavea, emerge palesemente la perdita di valore
etno-architettonico di quel sito.
Nello specifico caso preso in
analisi, ciò che colpisce è che le più elementari
linee guida nel campo del recupero
e del restauro non sono prese in
considerazione, nel vano tentativo
di ridare vita ad un manufatto; nei fatti:
• Sostituzione della soglia
d’ingresso, invece di integrare quella esistente.
• Sostituzione totale dell’infisso
del portale senza tenere alcun conto delle
linee di inviluppo o provare ad
integrare le parti mancanti del vecchio.
• La totale rimozione del ventaglio
in ferro all’interno dell’arco, assieme
alla grata della finestra a piano
terra.
• La totale rimozione della sagoma
di uno degli infissi quadrati, che
caratterizzavano il prospetto a
piano terra, eppure in passato il segno era
stato conservato.
• Modifica dimensionale della
fascia di coronamento di finestre e balconi.
• Modificazione dimensionale del
balcone di rappresentanza.
• Sostituzione totale del’aggetto
del balcone in pietra calcarea con un
getto di conglomerato cementizio.
• Modificazione della quota del
balcone rispetto al portale in pietra.
• Modificando le fasce di
coronamento, la ringhiera e l’aggetto del
balcone, avvolgono l’insieme che
risulta sottodimensionato.
• Nella sostituzione del tetto, non
è stata adeguatamente scelto un sistema
per non ricorrere alle orrende
grondaie con le relative discendenti.
• Elemento non meno importante è
l’apposizione dei cromatismi scelti,
analizzando nei meriti il sito di
Santa Sofia d’Epiro non vi è nulla per il
quale la scelta fatta li potesse
indicare.
Se osservando solamente il
prospetto su Largo Botzaris, emergono tali e tante
disattenzioni, quali e quante altre
in questo edificio, è legittimo chiedersi, siano
state messe in atto nello sviluppo
del progetto Architettonico e Strutturale?
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pubblicato il 22
dicembre
2009
Nella notte di Natale due pescatori si
incontrano
accompagnati da una stella tra il sacro e
l’alchimia sciamana
di Pierfranco Bruni
In un paese chiamato Athsyu. In una piazza
affollata. Due pescatori di parole si giocano il tempo. È la
notte di Natale.
Il primo pescatore si chiama Lakota. Ha una
storia antica. Ha viaggiato per deserti lasciando ombre sulla
sabbia e pieghe di emozioni lungo le strisce di cielo consegnate
all’orizzonte. Sapeva leggere i tramonti, in giovinezza, e con
gli anni ha abbandonato questo mestiere per dedicarsi alla
lettura delle albe. Ma per anni il suo viaggio è stato tra le
dune e il blu dei suoi sciallati costumi. Uomo del deserto.
Appartiene alla famiglia degli uomini blu, ovvero dei tuareg. Il
secondo pescatore si chiama Nuvola che non teme il Mare.
Appartiene ad una famiglia che ha abitato le foreste e che poi
si è trasferita lungo le coste. Ha vissuto una vita tra porti,
tra scogliere ed ha viaggiato a lungo, anche lui smarrendosi tra
le alte maree e il vento d’altura.
Lakota
vive custodendo ricordi, sogni, camminamenti e porta dentro di
sé un paziente amore che ritorna spesso tra i tramonti e le
albe. Ha sempre vissuto per questo unico amore e per una donna
di nome Luna di Fuoco.
Nuvola che non teme il Mare, invece, è stato un
amante imperfetto. Ha sofferto nell’inquieto scorrere dei giorni
e ha trepidato per ogni donna consegnata alle ferite del suo
cuore. Ma anche lui è rimasto affascinato dal mistero di una
donna chiamata Donna Sorgente.
Questi due personaggi hanno camminato, il primo,
e hanno viaggiato, il secondo, mai incontrandosi se non nella
notte di Natale. Entrambi hanno cercato di seguire una stella ma
non sono dei Re Magi e seguendola o inseguendola sono giunti al
centro di una piazza. Ma non so se hanno seguito o inseguito la
stella o sono stati catturati dalla stella. Forse è stata la
stella ad afferrare i loro destini.
Allora. Notte di Natale. Un silenzio ovattato. E
poi le parole.
“Non so chi ci ha condotto in questa piazza, dice
Lakota, ma siamo giunti puntuali ed è come se fossimo arrivati
spinti dalla forza della natura. Tutto è spazio. Perché in
questa notte? La notte di Natale. Gesù sta per nascere. E noi
siamo qui. Perché dobbiamo disputarci il tempo?”.
E
Nuvola che non teme il Mare risponde: “Ho abbracciato tutte le
eresie. Ho cercato di capire il Cristo della Resurrezione ma mi
sono sempre fermato al Cristo della nascita. La rivelazione è
una illuminazione che non cerco. Voglio essere cercato dalle
parole dell’illuminazione anche se sono considerato un pescatore
di parole”.
Lakota: “Noi siamo pescatori di parole. C’è un
mistero che mi inquieta. Come siamo giunti qui, io e te, questa
sera? Non ci si interroga davanti a ciò che consideriamo
mistero. E proprio nella notte in cui nasce il Cristo noi ci
disputiamo il tempo”.
Nuvola che non teme il Mare: “Ma quale tempo? Io
non mi porrò mai il problema del tempo”.
Lakota: “Ognuno di noi è lacerato dalle passioni.
C’è, comunque, la grande Passione che è fatta di sacrificio,
sofferenza, dolore e resurrezione. Ma non credere che nel nostro
quotidiano non ci siano le quotidiani passioni. Il tempo è
dentro questa piega che fa del nostro essere un segno
impercettibile, a volte illeggibile ma sempre presente pur nella
inafferrabilità”.
Nuvola che non teme il Mare: “Tutto si ritrova
nella notte di Natale. Tu con la tua certezza da eretico, io con
i miei dubbi da profeta del mare che aspetta una chiamata. Tu
che misuri i granelli di sabbia stabilendoti un metodo per ogni
caduta di granello. Io che non riesco a stringere l’acqua e mi
illudo che ogni goccia possa contenere tutti i mari possibili.
Però siamo qui per disputarci il tempo…”.
Lakota: “Io non ho dentro di me timori. E la mia
Luna di Fuoco non è solo un ricordo perché il ricordo scompare
se lo lasci scorrere come sabbia. Il ricordo è nella mia pelle,
nel mio corpo, nei miei capelli. Tutto questo può consumarsi nel
tempo? Il tempo è sempre al di là di noi? Vedi, questo fuoco si
alza con le sue fiamme e punta il cielo in questa notte. È come
se cercasse la stella che ci ha condotto qui. Noi siamo
pescatori di parole. Lo siamo stati e ora custodiamo queste
parole nella notte di Natele per dire che tutte le parole e
tutto il tempo possibile e impossibile non conoscono nome. La
nascita di Cristo è una passione inarrestabile”.
Nuvola che non teme il Mare: “Una passione
inarrestabile... Perché Cristo non può vivere il tempo. È
nell’infinito che si intreccia con l’eterno ma è quel
personaggio che porta l’amore. Quando c’è l’amore non può
esserci il peccato, quando l’amore trionfa non può esserci la
richiesta di perdono perché il perdono è nella teologia e noi,
invece, siamo nel mistero, nella sacralità dell’amore, nella
sacralità di due corpi che si cercano e si amano e si tramandano
futuro. Nella magia. Cristo non è passato, non è presente, non è
futuro. Cristo è. Quindi non vive nel tempo. Ti dirò di più: non
conosce il tempo. Dove c’è il tempo non c’è Cristo. Noi siamo
stati portati qui per giocarci il tempo? Io non mi gioco alcun
tempo. Se vuoi posso darti la partita vinta. Mi ritiro e mi
pongo non in attesa ma in ascolto”.
Lakota: “Cosa facciamo allora? Trasgrediamo chi
ci ha condotto fino a qui? La stella?”.
Nuvola che non teme il Mare: “Io sono qui e mi
metto in ascolto del fuoco, della luna e ripenso al mio mare e
ai miei viaggi. Chiedo al mare di svelarmi misteri custodendo
sempre i segreti. Ma i misteri possono essere svelati?”.
Lakota: “Ma anch’io non sono interessato a questa
partita. Il falò è un crepitio di stelle luminose. Ci sono
distanze. Cerco di vivere non più il tempo ma lo spazio che mi
lega al bisogno di rivelazione. La stella? È stata una sfida,
posso dirti che ci ha sfidato. Senza finzioni, però. Noi non
sapevamo ma la stella ci ha condotto qui pensando ad una nostra
battaglia. Ma sul tempo non possono consumarsi guerre. La
stella… Che meravigliosa luce. E Cristo? In questa notte di
Natale la passione è una rivoluzione e la piazza è il teatro
delle recite incompiute…”.
Nuvola che non teme il Mare: “Siamo due pescatori
di parole? O forse siamo due viaggiatori di pensieri? Non mi
stupisce il fatto che ci siamo incontrati. Nella notte di
Natale. Non ho più meraviglia di nulla. Ormai. Mi catturano i
segreti. Cristo è un segreto? No. Resta però un mistero. La sua
nascita è una rivelazione più potente della sua Passione. Più
della Croce. L’incanto è una alchimia. Anche se sono dentro la
linea del destino. A quale tempo dovrei appartenere? Sono qui,
in questa piazza dell’infinito, a celebrare la polvere delle
onde. E ascolto le onde anche se sono distanti mille echi.
Questa polvere che ha parola e acqua è dentro di me. Resto con
il mio silenzio. A contemplare gli occhi della mia Donna
Sorgente”.
Lakota: “Domani. Ai primi bagliori partirò per il
mio deserto. Camminatore di pensieri. Nella notte di Natale
recito le mie preghiere indiane. La mia Luna di Fuoco danza
intorno al falò. Il mio popolo ha sotterrato l’ascia. Tu riparti
per i tuoi mari. Io entrerò nella mia tenda. Ma la stella che mi
ha condotto sino a te è un segno di profezia. Siamo giunti come
pescatori di parole e ripartiamo come naviganti di pensieri. Ma
in tutto ciò perché la presenza di Cristo? Noi apparteniamo al
destino degli sciamani. Siamo stregoni. Voci nelle magie, nelle
alchimie, nei miti, negli archetipi che recitano la vita e
l’oltre. Ma siamo al di là del tempo. Pescatori, naviganti,
giocatori di tempo. Dentro di noi Cristo è uno sciamano che
prega nel sortilegio delle lune ferite e viaggia i mari con le
vele spiegate. Cosa ci chiederemo ancora… Siamo nella magia. E
nel sacro”.
In un paese chiamato Athsyu due personaggi di
nome Lakota e Nuvola che non teme il Mare si salutano. Senza
abbracci. Senza più parole. Il loro sguardo è un inciso di vento
e di terra. Il fuoco continua ad ardere. La piazza si spopola.
Il centro resta un cerchio. Un girotondo.
È ancora notte. Notte di Natale. Il gioco è
finito. Anzi non è mai cominciato. Le parole sono nel tracciato
del sogno che indica la voce che giunge da lontano come un
passato che non esiste e un’attesa che dovrà essere nel dono che
arriverà.
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pubblicato il 19
dicembre
2009
“Ti amerò fino ad addormentarmi nel rosso del tuo meriggio”
In una storia di
destini tra profezia, sensualità e nostalgie
È il romanzo di un amore in versi.
La poesia che si intreccia in una storia d’amore profonda che ha
atmosfere magiche sul filo di un gioco in cui l’attesa e la profezia
diventano modelli profetici in una duplice contesa tra lettura
sciamanica e viaggio religioso.
Si tratta del nuovo libro di
Pierfranco Bruni dal titolo: “Ti amerò fino ad addormentarmi nel
rosso del tuo meriggio”, in questi giorni in libreria.
Un romanzo d’amore in versi
attraverso 40 capitoli che spaziano tra doloranti fughe e profetiche
nostalgie.
L’amore, in questo nuovo libro di
Pierfranco Bruni, è un raccordare la quotidianità tra una sfuggente
donna che appare, scompare, riappare e si fa orizzonte in una
metafora costante che è il mare nell’universalità e nella
personalizzazione del sentimento di viaggio e un io “narrante” che
si trova costantemente in un dissidio tra ricerca e pienezza, tra
una forte diaspora e una voce interiore che richiama i cammini degli
antichi sciamani.
Il conflitto si vive nelle parole,
nel verso, nella poesia come completezza e incompiutezza, nello
stesso contesto, di una meditazione in cui si verifica uno scontro
lacerante tra il tempo che recita i passi dell’amore e quel tempo
che segna il passaggio delle stagioni.
Ci sono capitoli (o poemetti)
lacerati da un dolore che non è apparenza stilistica o scenario
lirico ma restano piuttosto una avventura tra il tentativo di
ricucire un atto quasi sacrale, qual è l’amore nella sacralità
dell’incontro, e uno sguardo proiettato verso la dimensione
dell’onirico che rimanda ad una cultura dell’alchimia, della magia,
del mistero tra mito, nostalgia e coerente ulissismo.
È un libro, questo di Bruni, che si
pone fuori dal laico concetto di poesia e di amore perché insiste su
due coordinate: l’amore come eros, come passione, come fisicità e
l’amore come rivelazione, come illuminazione e come destino. Un vero
e proprio “cantico dei cantici”, in una esplosione quasi di
sortilegi che hanno radici sia nella profezia che nel concetto di
provvidenza.
Una religiosità compatta in una
amore fuori dalle convenzioni e dalle regole ma l’amore si racconta
proprio per una selvaggia e mitica coincidenza di sensi e di
intermittenze sentimentali. Fa da sfondo la dimensione della memoria
che raccoglie il vissuto non in una visione romantica e tanto meno
in un atteggiamento di rimpianto. Mai affiora il concetto di
peccato. Anzi emerge che l’amore, tra eros e contemplazione, non
tocca mai le corde del peccato.
Tante sono le immagini proiettate
nello specchio delle emozioni e sono queste emozioni che fanno di
“Ti amerò fino ad addormentarmi nel rosso del tuo meriggio” un
romanzo nel quale la poesia si articola in poemetti e il narrato ha
sempre un filo conduttore dettato dal concetto che soltanto l’amore
è bellezza e che la bellezza ha il compito di salvarci.
Una lezione che emerge sia da San
Paolo che da Dostoeviskij ma anche dai canti Navajo che recitano le
loro avventure attraverso la voce della pioggia in una inarrestabile
danza. Una abbinata coraggiosa che rende questo romanzo in versi di
Bruni affascinante ed è tutto giocato in un contrasto di sguardi, di
interpretazioni, di un mosaico che riesce a custodire i ricordi con
la tensione mai dei presente e sempre della speranza, del futuro, di
ciò che accadrà. C’è, in realtà, tutto il percorso onirico del
viaggio di Pierfranco Bruni nell’oscillare tra linguaggio poetico e
una potente visione sciamanica della vita..
L’io narrante sembra ascoltare gli
echi e leggere i segni in una trascrizione che è fuori ogni tessuto
di realtà perché la realtà, in questo libro, non c’è, come non c’è
una verità ma soltanto un bisogno di capire le distanze, le
lontananze, i distacchi. L’io narrante è come se restasse a guardare
il mare e l’orizzonte e si trova, invece, ad osservare un falò non
completamente spento e intorno a questo falò custodisce segreti che
affida al vento e ai tramonti.
Fortemente lirico, nella conta dei
giorni l’incontro tra poesia, magia e mistero traccia non solo il
profilo di una storia d’amore ma anche le nostalgie di un io
narrante che vive con distacco il tutto, compreso il senso
meditativo sulla morte, tranne che la passione nell’amore e l’amore
nella passione.
In questo io narrante, tracciato da
Pierfranco Bruni, c’è l’incontro con una donna straordinaria un po’
strega, un po’ magicamente predestinata, a volte marcatamente
misteriosa ma sicuramente legata alla religiosità di un tempo mai
completamente inafferrabile.
Un libro che raccoglie i dubbi, la
provvisorietà, i simboli in un linguaggio originale mai scontato. Un
romanzo d’amore in versi. Una storia d’amore in versi in uno scavo
coraggioso dove il rischio della parola vale il rischio
dell’esistenza.
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pubblicato il 3
dicembre
2009
A come Architettura (Arbëreshe?)
di
Atanasio arch. Pizzi e Maria Palma
dott.Tateo
La Legge 482/99 sulla tutela delle
minoranze etnico-linguistiche, dopo un decennio di applicazione, ha
sicuramente messo in risalto i valori culturali delle comunità,
facendo emergere al tempo stesso dei limiti in essa contenuti per
cui andrebbe sicuramente rivista, nella sua struttura riscrivendola
alla luce delle esperienze acquisite.
E’ importante riconsiderare il fatto
che le nostre, mi riferisco agli arbëreshe di Calabria Citra, non
sono minoranze ma “presenze” minoritarie; infatti si
definiscono lingue minoritarie, quelle tramandate da una generazione
all'altra, solitamente accanto alla lingua o alle
lingue
ufficiali dello Stato, elemento, questo di non
irrilevante importanza che diversifica la questione sotto l’aspetto
politico, giuridico e culturale.
Gli Sportelli Linguistici, nati per
informare e divulgare gli aspetti caratterizzanti le comunità sono
da subito apparsi limitati e il più delle volte con personale poco
motivato o senza adeguata preparazione e quindi non hanno risposto
in modo adeguato alle tematiche di cui si erano fatto carico,
pertanto il personale andrebbe adeguatamente formato e messo in
condizioni per svolgere meglio la loro funzione.
Una tematica completamente evasa
dalla legge, se non nella enunciazione, è quello relativo agli
aspetto urbanistici ed architettonici, mai valorizzati e difesi in
nessun senso, infatti è in atto un decadimento diffuso dei centri
storici arbëreshe tale da renderli irriconoscibili.
Le comunità minoritarie hanno
espresso il loro patrimonio culturale in contesti urbanistici ed
architettonici che hanno consentito lo svolgersi degli eventi;
grazie ai quali è possibile leggere le modificazioni temporali con
conseguente rilettura della storia degli arbëreshe; ad esempio i
sistemi aggregativi, che si attuavano con sistemi ad asse unico, di
tipo complesso nel primo periodo e in un secondo momento ad asse
simmetrico, aiutano a delineare l’evoluzione economica e sociale
delle comunità.
Occorre studiare e quindi analizzare
il rapporto con il territorio nel quale hanno trovato dimora i
nostri avi, le dinamiche che hanno determinato il loro insediamento,
il momento storico, politico, economico e geografico di quella
determinata regione.
Se l’incontro tra le diverse civiltà
ha prodotto la nascita di nuovi modelli nel corso dei secoli, viene
spontaneo chiedersi in che misura l’evoluzione ha modificato la vita
degli arbëreshe con il loro bagaglio consuetudinario trascritto nel
Kanun.
Nonostante i paesi d’arberia abbiano
subìto devastanti terremoti, dovuti all’orografia e alla
conformazione geologica del territorio, le loro genti hanno sempre
saputo ricostruire con sapienza e metodo adeguandosi alle risorse di
quei tempi.
Oggi non si può rimanere
indifferenti alla trasformazione di dimore storiche in semplici
unità abitative popolari, di vecchie sorgenti in anfiteatri, allo
sventramento di centri storici, alla costruzione di centri sportivi
a ridosso di conventi testimoni degli eventi che hanno portato
all’unità d’Italia; all’apposizione su scenari naturalistici di
variopinti centri culturali frutto di pseudo modelli innovativi,
tutto ciò definibile più catastrofico dei terremoti del passato.
Le manomissioni ancora in atto,
oltre a far perdere il valore storico ai manufatti ed ai contesti
dove essi si trovano collocati, li spogliano della loro identità
culturale, per cui sarebbe auspicabile dare risalto alle emergenze
architettoniche nella eventuale riscrittura della legge 482 e
realizzare opportune convenzioni con gli ordini professionali e le
Soprintendenze per tutelare e salvaguardare in modo appropriato i
nostri centri storici.
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pubblicato il 26
novembre
2009
Nazhim Kalim Dakota Abshu
Gli inediti di un poeta tra la spiritualità dei Sufi e il
Cristo in Croce
di Pierfranco Bruni
Di Nazhim Kalim Dakota Abshu si conosce poco. Un poeta di
origini tunisine che ha intrecciato un modello culturale
proveniente da una scuola musulmana ben radicata nella
tradizione dei sufi e dei dervisci danzanti (o rontanti). Il
mistico che abbraccia il pensiero dei sufi e la fede cristiana è
dentro il poeta. La sua parola sembra un teatro di emozioni e di
suggestioni oniriche recitate da un profeta. Sono venuto a
conoscenza di questo poeta e sono in possesso di una manciata di
poesie che sottolineano una espressività ricca di modelli sia
antropologici che puramente poetici, i quali rimandano ad una
tradizione che è quella del mistico eretico – ortodosso con una
accentuazione della presenza della spiritualità dei sufi.
La mia attenzione è ormai focalizzata su questi temi e, in modo
particolare, su questo poeta, che è una espressione forte della
“dinamica” spirituale tra modelli occidentali e pensiero di un
mediterraneo islamico, sul quale mi accingo, ormai, a scrivere
un saggio con una analisi dei testi da me ritrovati. Qui voglio
tracciare alcune linee segmentando alcune coordinate. La
presenza di Cristo e della Croce, in Abshu, ha una simbolicità
singolare: “Croce, Cristo; il mio Cristo/in Croce; la Croce o la
Passione;/vado verso l’alto, ma ho una distesa di orizzonti”.
Fede e pensiero sono, dunque, l’intreccio che non vuole chiarire
ma porsi costantemente in ascolto: “Ho ascoltato la notte; nel
silenzio/il cuore mi ha portato il mare; ho recitato/Cristo,
semplicemente. L’inizio/ non coincide con la fine; Cristo,/ti
vivo per la Croce/che porto”. Oppure: “Illuminante silenzio;
vestiti di bianco/in un cerchio,/danzano la vita e il
mistero/per ritrovarsi nell’infinito”. La danza, l’infinito, il
mistero e la presenza del misticismo cristiano sono tasselli
nella poesia di Abshu. La presenza dei dervisci resta
fondamentale.
Chi sono i dervisci? Sono chiaramente i “discepoli” di comunità
islamiche che vivono in piena povertà e sono catturati da una
spiritualità profonda che rimanda ad una cultura dell’ascesi.
Vivono distaccati dalle passioni terrene anche se sono
attraversati da un forte sentimento dell’amore. È molto
pregnante il loro confronto con i cristiani mendicanti che
pongono al centro il sentimento della povertà e l’assoluto
spirituale come riferimento.
I dervisci sono i cosiddetti cercatori di porte, ovvero cercano
di andare oltre il senso materiale della vita e del tempo
stesso. La danza è la focalizzazione della loro ricerca. I
dervisci danzando (ruotando velocemente) cercano di raggiungere
dio aiutati da un maestro, o meglio, in turno viene ad essere
identificato come il saggio o il vecchio.
A questa tradizione appartiene Nazhim Kalim Dakota Abshu anche
se il concetto di divino resta molto complesso e lo si legge
attraverso alcune contraddizioni, che restano contraddizioni per
noi Occidentali, che diventano, però, per il poeta elementi di
ascesi vera e propria. I suoi maestri letterari sono
indubbiamenti Rumi e le sue poesie mistiche, ‘Omar Khajjam e le
sue “Quartine” e soprattutto Kahlil Gibran. Uno dei filtri, non
solo poetici e letterari, è chiaramente anche Tagore (il Tagore
che scrive le pagine dedicate a “Il Cristo”). Tra questi poeti
c’è uno spazio temporale abbastanza rilevante.
Infatti con Rumi siamo tra il 1207 e 1273, in una
geografia che abbraccia l’attuale Afghanistan e la Turchia (è
uno dei più grandi poeti persiani). Con Khajjam siamo ad un’età
precedente, ovvero tra il 1050 e il 1130 in una terra che è
quella della Persia nord – orientale. Con Gibran, invece,
tocchiamo quasi la sua contemponeatità. Gibran nasce nel Libano
settentrionale il 1883 e muore nel 1931. Così con Tagore, nato a
Calcutta nel 1861 e morto nel 1941. Tra i poeti europei amati e
studiati da Abshu c’è lo spagnolo Gustavo Adolfo Becquer nato a
Siviglio il 1836 e morto a Madrid nel 1870. Abshu non si è mai
distaccato dalla presenza di questi poeti da lui definiti
maestri del pensiero e della parola. Maestri dell’amore. Abshu
scrive, infatti, anche delle poesie d’amore, anzi delle potenti
poesie d’amore: “In basso la tua verginità;/solo io ti
appartengo;/il pensiero, il corpo;/nessuno potrà violarti;
alcuna parola, alcun corpo ti violerà./Il mio pensiero, il mio
corpo,/ e tu”.
Ma chi è Nazhim Kalim Dakota Abshu. Nato a Tunisi nel 1900
da una famiglia di commercianti che praticava il mestiere di
tessitori di tappeti, e poi mercanti di stoffe e di tappeti.
Della sua vita si sa molto poco. Vissuto per i primi venti anni
a Tunisi. Si è formato, come già sottolineato, alla scuola dei
sufi, ma è stato un autodidatta ed è stato un grande lettore di
testi cristiani occidentali e indiani. Portava con sé spesso sia
i Vangeli Apocrifi che le Lettere di San Paolo. Ha studiato con
attenzione la storia degli indiani d’America approfondendo il
rapporto tra Occidente ed Oriente. Grazie ad una lettura della
cultura del popolo indiano dei Dakota
Ha scritto poesie e testi in prosa. Molta della sua produzione è
andata smarrita. All’età di trent’anni va in Francia, poi in
Italia e nuovamente a Tunisi. Lascia definitivamente la Tunisia
intorno agli anni Quaranta e si stabilisce prima a Istanbul e
successivamente a Nizza, dopo aver viaggiato e conosciuto i
luoghi del Mediterraneo: “Solamente per amore ho vissuto la
chiamata/e non mi sono accorto dei luoghi che mi hanno
ospitato”.
Ha approfondito gli studi sulla cultura sciamana, ma la sua vera
passione è rimasta sempre la poesia ed è stato sempre convinto
che il vero poeta deve essere anche uno sciamano e che la poesia
è una grazia e non è mai costruzione: “Forse, nelle mie
tasche,/ho ancora la sabbia del deserto;/nelle mie mani, mi è
rimasto tutto lo stupore del mare;/nei miei occhi la terra e
l’acqua”.
Infatti ha sempre sostenuto che il poeta è un “miracolato”. Ha
cercato di intrecciare Maometto, Cristo e Budda ma il suo
percorso è stato sempre quello di confrontarsi con il Cristo in
Croce senza cedere alla tentazione delle spiegazioni o
giustificazioni teologiche: “Se Cristo mi dicesse: ‘ti perdonerò
dei tuoi peccati’,/ coprirei il suo viso di foglie di alloro/ e
dimenticherei la sua voce”. Ancora: “Non credo che Cristo avesse
parole;/Cristo è semplicemente un gesto,/e danza tra i fuochi e
la pioggia”.
Le sue poesie rispecchiano questa visione della vita che ha un
marcato senso della spiritualità e di un misticismo che rimanda
sia alla fede cristiana sia il pensiero gibraniano vero e
proprio con precisi inserti alla cultura del misticismo
islamico. Non ha mai accettato la religione o le religioni in
visioni assolutizzanti e tanto meno è stato colpito dalla
cultura cattolica. Ma non si è neppure posto davanti alla
questione con delle certezze precostituite.
Ha sempre seguito l’illuminazione dettata dal mistero della
creazione. Il suo perno centrale è stata la figura di Cristo e
della Croce cercando di interpretare la fede con il mistero
degli sciamani e con la dimensione mistica dei dervisci. Forse
una contraddizione che lo ha posto però sempre in ascolto e mai
nel definire verità. Ha lasciato alcuni testi in prosa inediti e
libri di poesie. Ha scritto anche in lingua italiana.
È morto a Nizza, improvvisamente, la notte di Natale del
1955. Un mistico che ha abbracciato la fede e il pensiero in una
tensione spirituale che lo ha posto al di fuori di qualsiasi
teologia, perché il poeta non ha teologie ma soltanto si lascia
nutrire di schegge di mistero e di una sottile alchimia che si
testimonia tra la parole e la sua presenza nella vita.
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pubblicato il 25
novembre
2009
Difesa della lingua italiana e
“revisione” della normativa sulla tutela delle minoranze
linguistiche in Italia a dieci anni dalla emanazione
Tra le lingue e le culture storiche che occorre tutelare
bisogna necessariamente inserire anche quelle Armene, Rom e
Sinti
di Pierfranco Bruni
Occorre difendere la
lingua italiana sia dal punto di vista culturale che giuridico.
C’è un dibattito in corso che interessa la tutela della lingua
italiana. Un dibattito che parte da molto lontano. Occorre
ristabilire una dialettica sia giuridica che culturale sulla
modifica dell’Articolo 12 della costituzione. In un tale
contesto credo che sia necessario rivedere e quindi
riconsiderare anche la Legge (la 482/99) sulla tutela delle
minoranze etnico – linguistiche storiche.
Una Legge che va rivista nella sua struttura, va riconsiderata
alla luce di un decennio che ha visto diverse trasformazioni nel
campo delle minoranze linguistiche in Italia e andrebbe
riscritta. O meglio va ricontestualizzata. Ci sono alcuni motivi
di fondo.
Prima di tutto (ovvero primo elemento) è necessario parlare di “presenze”
minoritarie e non di minoranze vere e proprie. Il discorso è
sottile ma qualifica e diversifica la questione sia politica che
giuridica e culturale.
Secondo elemento non può interessare soltanto la lingua e le
culture o la Pubblica Istruzione ma deve creare la possibilità
di comparazioni altre e questo nonostante il successivo
Regolamento non si evince con chiarezza.
Terzo elemento: bisogna alleggerirla e aprirla ad un confronto
con le identità nazionali. Non la si può circoscrivere ad una
tutela e ad una promozione della tutela soltanto delle minoranze
non tenendo conto che queste minoranze sono “presenze” nel
contesto territoriale italiano, regionale e provinciale.
Contesto che ha già un suo dialetto.
Quarto elemento: le 12 minoranze linguistiche di cui parla la
normativa sono ampiamente superate anche se ci si riferisce ai
livelli storici. Un solo esempio: è necessario inserire nella
tutela la lingua e la cultura armena come è da riconsiderare le
culture e le lingue dei rom e dei sinti presenti sul territorio
italiano.
Quinto elemento: non può essere considerata come un serbatoio
dove attingere economie per una tutela che, a volte, è
abbastanza mediocre dal punto di vista della proposta culturale.
Quindi occorre rivederla nella sua struttura e nella sua
complessità. Gli stessi Sportelli Linguistici, nei territori
interessati, dovrebbero avere una funzione di forte incisività
culturale e invece sono molto limitati. D’altronde il dibattito
sulla modifica dell’Articolo 12 va a cambiare logicamente la
Legge in questione e perciò occorre necessariamente
ricontestualizzare la tutela delle minoranze storiche sulla base
della difesa della lingua italiana e dell’identità italiana. Una
riflessione di altro tipo, comunque, va rivolta a questa
normativa sulla base di alcuni principi.
La presenza delle minoranze etnico-linguistiche in Italia,
riconosciute come tali, va considerata almeno secondo
tre aspetti.
Il primo aspetto è, certamente, storico
in
quanto occorre capire e analizzare il rapporto tra la loro
provenienza e la contestualità territoriale nella quale le
stesse minoranze si sono stanziate. In tale aspetto rientra
certamente una meditazione e una valutazione delle influenze che
si sono verificate nel momento in cui le minoranze si sono
insediate all’interno dello stesso territorio italiano e
all’interno di un particolare assetto geografico. Perché un loro
insediamento ha contribuito a creare una rete estesa di legami e
di rapporti con le popolazioni già esistenti sul territorio e
nelle strette vicinanza e quindi essendo state popolazioni
aggiuntive al territorio si è verificato un incontro tra storia,
modelli di civiltà e tra assetti territoriali stessi. Proprio
per questo è necessario approfondire quelle valenze storiche che
nel corso dei secoli hanno portato alla luce modelli di
identità.
Il secondo aspetto è, chiaramente, quello che riguarda gli
elementi giuridici. In
realtà una minoranza linguistica per resistere su un determinato
territorio o all’interno dell’intero Paese Italia ha necessità
di essere tutelata grazie a precise normative che devono
garantire la salvaguardia della loro presenza attraverso
apposite leggi stabilite sia a livello nazionale sia a livello
regionale ovvero locale. Su questo tema si sono sviluppati
diversi dibattiti ma resta fondamentale ciò che stabilisce la
Costituzione della Repubblica Italiana. O meglio occorre far
riferimento costantemente all’articolo 6 della Costituzione nel
quale si sottolinea : “La Repubblica tutela con apposite norme
le minoranze linguistiche”. Eravamo nel 1948, da allora la
discussione sia giuridica, istituzionale e parlamentare è stata
abbastanza articolata e vasta. Proprio partendo dall’articolo 6
alcune regioni nelle quali ricadono le presenze minoritarie si
sono sentite in dovere di proporre e attuare delle normative e
delle leggi in grado di tutelare e promuovere le realtà
etnico-linguistiche ricadenti ,certamente, nel territorio di
competenza. Sulla scorta di una discussione che è continuata per
anni soltanto nel 1999 è stata promulgata una legge che sancisce
“Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche
storiche”.
La legge in questione è del 15 dicembre 1999 n.482 ed è stata
pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n.297 del 20 dicembre 1999,
il cui regolamento di attuazione è andato in vigore il 28
settembre 2001. In questa legge si sancisce come recita
l’articolo 2 : “In attuazione dell’articolo 6 della Costituzione
e in armonia con i principi generali stabiliti dagli organismi
europei e internazionali la Repubblica tutela la lingua e la
cultura delle popolazioni albanesi, catalane, germaniche, greche
e slovene e croate e di quelle parlanti il francese, il
franco-provenzale, il friulano, il ladino, l’occitano e il
sardo”. La legge che è costituita da 20 articoli punta,
certamente, a valorizzare il patrimonio linguistico e culturale
ma anche sottolinea l’importanza della valorizzazione della
lingua e delle culture. Quindi non solo tutela la lingua ma
anche il tessuto culturale di cui le minoranze sono
portatrici. C’è da ribadire,comunque, un dato significativo sul
quale la discussione è di estrema attualità : l’articolo 1 di
questa legge ribadisce “La lingua ufficiale della repubblica è
l’italiano”. In virtù di tali elementi si è aperta la
discussione, di recente, proprio sull’articolo 12 della
Costituzione in materia di riconoscimento dell’italiano quale
lingua ufficiale della repubblica. È necessario ,chiaramente,
approfondire i risultati che hanno portato la legge n.482/
’99 non solo dal punto di vista giuridico ma anche dal punto di
vista storico e proporre che tipo di incidenza
politico-culturale nel corso degli anni si è innescato anche
alla luce della autonomia regionale.
Il terzo aspetto è prettamente culturale e interessa in
modo particolare la ricostruzione di queste presenze e della
loro incidenza storico-sociale. Ciò ha portato ad una
discussione sul concetto di etnia, ovvero della valenza storica
dell’etnia in Italia a partire sia dall’Unità d’Italia e
successivamente dal 1948 alla L.n. 482/ ’99. La questione
riguarda le presenze minoritarie storiche e si guarda con
attenzione a quelle presenze definite stanziali e non
migratorie. Un inciso che è prettamente culturale in
quanto si ribadisce il fatto che si tratta di presenze
minoritarie all’interno di culture nazionali e non tout court di
minoranze linguistiche. Ogni realtà di presenza minoritaria ha
vissuto un impatto particolare con il territorio sia in termini
di incisività storica sia sul piano culturale attraverso usi,
costumi, tradizioni ed elementi etno-antropologici e letterari
che andrebbero analizzati sia sotto il profilo storico sia sulla
base di moduli normativi sia attraverso una residuale
presenza linguistica e perciò culturale.
Detto ciò bisogna ritornare sul dettato sottolineato all’inizio.
Occorre porre al centro la tutela della lingua italiana. Bisogna
difendere l’Italiano e l’italianità nella lingua e nella
cultura, nella storia e nelle eredità. Oggi più che mai va
difeso il concetto stesso di italianità perché rimanda all’idea
vera di Nazione. Senza nulla togliere alla presenze delle
“isole” minoritarie ma bisogna avere la consapevolezza forte che
restano delle isole linguistiche. Attenzione a non confondere il
valore antropologico con quello storico, il valore di una
letteratura nazionale con quello di una frammentazione “etnica”.
Ci sono realtà che vanno salvaguardate perché sono il portato di
una storicità che va ben oltre il 1861. E’ necessario riflettere
su tali questioni perché è necessario difendere una lingua e con
la lingua l’eredità nazionale.
Le presenze minoritarie devono essere certamente tutelate ma
all’interno di una tale temperie. Ecco perché la normativa del
1999 diventa ormai quasi obsoleta sia sul piano culturale sia
sul versante di una analisi storica sia su quello giuridico.
L’Articolo 6 della Costituzione è un riferimento certamente ma
il dibattito e le posizioni sulla modifica dell’Articolo 12
impongono un diverso modo di approccio allo stesso Articolo 6
che riguarda, appunto, le minoranze linguistiche ed etniche
storiche.
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pubblicato il 25
novembre
2009
L’attualità delle fiabe di Luigi Capuana a 170 anni dalla
nascita
La cultura popolare e la modernità del linguaggio
di Marilena Cavallo
Di Luigi Capuana si riparla grazie al mondo delle favole. A 170
anni dalla nascita dello scrittore che porta in scena la
Sicilia, (Mineo, 1839 – Catania, 1915). Così: “ ‘Fiabe nuove non
ce n’è più; se n’è perduto il seme!’ Come e perché, cari
bambini, lo saprete facilmente quando sarete più grandi”.
È la chiusa de Il
raccontafiaba di Luigi Capuana (le fiabe sono state
pubblicate nelle edizioni di Acquarelli con l’antico titolo di
C’era una volta i Re, la Gente, la magia.
Un viaggio nel mondo incantato
della fantasia popolare. Una fantasia che si racconta attraverso
i contadini, i re (ovvero i reucci), e le reginette, le fate,
gli orchi, i castelli, la natura e una simbologia fatta di
immagini e di numeri.
Luigi Capuana ci offre tutta una
atmosfera particolare ed emerge da queste pagine uno scrittore
che pur avendo vissuto la stagione del Naturalismo e del Verismo
ha sempre cercato nella memoria sommersa dei sogni e dei misteri
i segreti del vivere quotidiano.
La sua prima raccolta di fiabe
risale al 1882 e portava, appunto, il titolo di C’era una
volta…, mentre al 1894 risale Il Raccontafiabe.
La fiaba non è soltanto
l’espressione di una profonda liricità ma è in modo particolare
un modello letterario che non vuole nascondere la realtà anzi la
cerca di decodificare raccontando la fantasia.
Capuana che è l’autore de Il
marchese di Roccaverdina
(del 1901) trova nella fiaba un modello sperimentale sia in
termini di scrittura che di tematicità.
Giulio Cattaneo ebbe a scrivere
che le fiabe di Capuana “rimangono forse l’opera più felice di
Capuana, come una prosa svelta, semplificata al massimo, ricche
di ritornello, cadenze e cantilene, hanno un incanto singolare e
una originale cifra stilistica”. Cattaneo inoltre, sottolinea
l’interesse fantastico di queste fiabe e mette in evidenza un
fatto importante, che porta alla luce la ricerca stessa di
Capuana. Cattaneo sottolinea che le fiabe “non sono nate da un
interesse per il patrimonio folkloristico siciliano favorito
dalle tendenze positivisti a raccogliere favole e leggende come
documenti della psicologia popolare ma invenzioni, frutto di
‘un’esaltazione nervosa che aveva dell’allucinazione’”.
Giulio Ferroni, invece, dà
un’altra versione in merito al Capuana delle fiabe e scrive che
“lo scrittore compose attingendo al vasto repertorio del
folclore siciliano: nella schematicità e nel ritmo ripetitivo
della tradizione fiabesca popolare Capuana inserisce una
delicata ironia e un’allegra invenzione fantastica che fanno di
queste sua fiabe (…) dei veri e propri capolavori”.
Ma è lo stesso Capuana che ci
consegna questa dichiarazione: “…io assistevo a quella inattesa
fioritura di fiabe come a uno spettacolo fuori di me. Appena
scritte le sacramentali parole di uso : C’era una volta… i miei
fantastici personaggi si mettevano in moto, si impigliavano
allegramente in quelle loro intricatissime avventure senza che
io avessi punto avuto coscienza di contribuirvi per nulla”.
Il mondo fantastico di Capuana
allora è un mondo fortemente intriso di poesia, di leggenda e di
mito. Un mondo che parla e si dichiara con i codici della
parola, del ritmo, dei ritornelli, della musicalità. È un mondo
di fantasie .
La cultura popolare è il regno
della fantasia. Soprattutto, quando ci sono radici il cui mondo
contadino è ben rappresentato. Identità popolare e identità
contadina sono il tessuto di una creatività fantastica nella
quale il mito è una tradizione, che ci conduce inevitabilmente e
forse inavvertitamente agli albori della civiltà. Il discorso
diventa, certamente, molto impegnativo perché ci si trova
davanti a due strade: quella antropologica, che può avere
letture illuministe e quella fantastica, che sconfina nel
mistero. Indubbiamente, posto in questi termini, il discorso che
riguarda Capuana si sposta verso la seconda strada. I testi sono
la dimostrazione più veritiera.
Al di là della concezione di
fiabe vere o veriste o di quella sottoscritta da Italo Calvino,
il quale afferma che “le fiabe sono vere”, in Capuana, le fiabe
restano la fantasia, il sogno, la simbolicità, appunto. Nella
pagine de Il raccontafiabe chi fa da padrona è la Fata
Fantasia. Una metafora che esprime in questo caso il vero della
sua ricerca e della sua proposta espressiva.
Il fiabesco e il popolare in Capuana non sono
solo rappresentazioni liriche o letterarie ma assumono una
valenza esistenziale. La assumono sul piano della scrittura ma
anche nella struttura del racconto o nella proposte delle
storie.
Le fiabe entrano in quel concetto
di autocoscienza sul Naturalismo siciliano perché in esse la
rottura con il Verismo è una valorizzazione, appunto, del
fantastico. Mi sembra importante la cesellatura di Gianni
Contini sul Capuana: “il più anziano dei naturalisti catanesi,
(…) è assai stimabile come narratore in proprio(…) ma non è meno
rilevante come rappresentante dell’autocoscienza critica del
naturalismo siciliano”.
Le fiabe rientrano in questa
riflessione. Ma restano “una forma di arte così spontanea, così
primitiva e perciò tanto contraria al carattere dell’arte
moderna”. È una sottolineatura di Capuana del giugno 1882 che ci
fa capire l’importanza che avesse, per Capuana stesso, la fiaba
. Considerata come arte certamente ma soprattutto come
“strumento” per recuperare una tradizione e confrontarla con il
moderno.
In fondo è un raccontare ciò che
la realtà nega. Ecco l’autocoscienza rispetto al Naturalismo.
L’arte che recupera il fantastico. È questo il messaggio di
Luigi Capuana che emerge dalle sue favole. Ovvero del C’era
una volta che diventa un Raccontafiabe.
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pubblicato il 2
novembre 2009
Illuminante e maledetta poesia
Alda Merini dentro il segno della
Passione
di Pierfranco
Bruni
Il
tempo è un assoluto che si intreccia nella misura delle parole e
nelle parole che recitano la metafora dell’imprigionamento della
vita e della morte. È come se fosse sempre una assenza a far da
labirinto dentro la nostra anima e questo labirinto trova la sua
compostezza nella consapevolezza proprio di essere labirinto.
Così la poesia che
si recita nelle maglie dell’insoluto. Come per dire, o come per
dirsi, che tutto si è perduto, tutto si perde o tutto si perderà tra
gli scogli dell’indefinibile. Così è la poesia di Alda Merini
(Milano 21 marzo 1931 – 1 novembre 2009).
Una poesia che non
chiede, come la poesia che è impenetrabile e indifendibile nelle
“giustificazioni”, di viversi nelle spiegazioni, nei commenti, nelle
delucidazioni ma è completamente intrisa di illuminazioni. La poesia
come illuminante attesa di ciò che verrà vivendo il vissuto. Un
tracciato oltre ogni dimensione della storia. Questa maledetta
storia che cerca di penetrare le parole.
La storia non vuole riconoscere la
pazzia della poesia perché chiede costantemente di dare un
senso alla vita che è stata. Ma quale storia può raccontarsi nelle
illuminazioni di una poetica dell’amore, della passione, della
sconfitta, della perdizione, della resurrezione, del “Magnificat” di
Alda Merini? Può esserci storia. È come se chiedessimo al mistero
del poetico di trasformarsi in ragione. È come se chiedessimo
all’amore o meglio agli amanti di parlarsi e di definirsi attraverso
la razionalità dei fatti e non attraverso la magia dell’incanto.
Alda Merini è stata, nell’intreccio
delle fantasie, una voce – destino di un Novecento letterario non
solo inquieto e assorbente in un “vortice” di sciagurata pietà ma è
l’indice di una follia d’amore che ha contemplato le tristezze e le
doloranti incertezze in un verso in cui, nonostante l’agonia e
l’angoscia, l’ironia tragica ha fatto da scenario.
C’è uno scenario anche nella poesia
dell’esistenza che non è l’esistenza stessa ma la maledizione come
dettato lirico di una rimbaoudiana avversione al tutto scontato. La
poesia non è nel tutto scontato. Quella che recita la tensione della
morte nella vita e fa dare al verso quest’immagine: “Ho acceso un
falò/nelle mie notti di luna/per richiamare gli ospiti/come fanno le
prostitute/ai bordi di certe strade,/ma nessuno si è fermato a
guardare/e il mio falò si è spento”. Sono versi che risalgono al
1984 e appartengono alla raccolta “La Terra Santa”. Ma tutto il
viaggio di Alda Merini è un andare alla ricerca di una terra
promessa. Un recitativo poetico che conosce la possibilità degli
approdi ma spesso dimentica l’infaticabilità delle partenze.
Ci sono partenze nella sua poesia?
Ci sono arrivi nella sua disperante voce e nei suoi occhi di fede
sgusciata dalle conchiglie di primavera? Non credo che ci sono, oggi
che si dovrebbe parlare con il passato tra i battiti delle dita. Non
credo che mai ci saranno. Sono convinto che mai ci sono stati. I
suoi amori trepidanti sempre in squarci di passione.
Giorgio, Salvatore, Michele, Paolo…
Che orizzonte possono avere i nomi nella vita tragica di un poeta?
Che orizzonti possono avere gli amori quando smettono di essere
amore? Gli amori nel segno di una scavata nostalgia restano come
“una pioggia spenta”. Già, è così. “Adesso sono una pioggia
spenta/dopo che l’orma del tuo cammino/si è fermata ai miei
occhi./Che ciglio devastante il tuo!/Come mi penetri le ossa!/Se
piangessi, tu verresti a riprendermi./Ma io ho bisogno del mio
dolore/per poterti capire” (da “La volpe e il sipario”). Ma quale
dolore si è scontato nella vita di Alda Merini? Quello chiaramente
della passione o delle passioni. Bisogna andare dentro le parole non
per capirle ma per tentare di catturarle.
So. Ci sono diversi modi per
accostarsi ad un poeta ma da poeta come si può pensare di proporre
una contestualizzazione o una pur minima impostazione strutturale o
storicista di un poeta. Credo che il dato più serio è quello di
definirsi in un confronto. Accostarsi alla poesia non è fare storia
della poesia. È ascoltare i passi della poesia in una lettura che è
sempre respiro d’anima.
Certo. Alda Merini è il destino
poetico di un Novecento poetico italiano intrigante che va da
Cristina Campo ad Antonia Pozzi, da Sibilla Aleramo ad Amalia
Rosselli. Una vita dentro la parola passando con quegli echi al
maschile che vanno da Dino Campana a Vincenzo Cardarelli, da Carlo
Michelstadter a Cesare Pavese. La dannazione della poesia che è
religiosità flebile nel nome di una cristianità raggiunta e
infuocata come un fuoco grande e mai fatuo.
Maledetta poesia che naviga nei
cuori forti che sanno della consapevolezza della vita. Il poeta
conosce il crepuscolo prima dell’alba. Non c’è una Venere Alata a
far da luce. Tutto è una finzione. Persino la finzione si inventa il
poeta. Pur di non vivere nella vita ma di morire vivendo la vita.
Come stregati. Ma il poeta è uno stregone e la poesia è una strega.
Da “Titano amori intorno” nei versi
di “Non voglio dimenticarti, amore”: “La strega segreta che ci ha
guardato/ha carpito la nudità del terrore,/quella che prende tutti
gli amanti/raccolti dentro un’ascia di ricordi”. Si può vivere al di
fuori di questa ascia di ricordi? Aprirsi alle attese proprio mentre
queste attese si fanno rivelazione.
Il passo verso la Croce, il suo
colloquiare con Maria, con Cristo, il suo “Magnificat” non tracciano
più passioni ma sono il tempo della Passione dentro il quale la
poesia di Alda Merini si è raccolta, si raccoglie, continuerà ad
affascinare dalla “casa” dei maledetti che con i loro occhi sanno
penetrare le nebbie, le nuvole, le ombre e osservano il vento nel
tagliare il filo dell’orizzonte che separa o che unisce, nella
pazienza, le solitudini, i sogni, le lontananze.
Essere dentro il sogno della
Passione è varcare la soglia restando nella speranza. Così nella
poesia di Alda Merini.
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pubblicato il 23 ottobre
2009
Oriana Fallaci
nell’Ottantesimo della nascita
e a tre anni
dalla morte.
Una scrittrice
sui confini dei Mediterranei
di Pierfranco Bruni
Ottant’anni
fa nasceva Oriani Fallaci, nel 1929. Moriva il 15 settembre di tre
anni fa, 2006. Non solo una giornalista ma una scrittrice che ha
penetrato i sentieri delle parole attraversando luoghi e vivendo
avventure e destini. Non può che stare con orgoglio e senza
pregiudizi nella storia della letteratura italiana del Novecento.
Una scrittrice che ha saputo
raccontare la nostra contemporaneità tra le tragedie della
modernità. Passare per le parole e giungere al limitare degli
orizzonti. Quegli orizzonti, che per la Fallaci, segnano il confine
tra l’Occidente e il Mediterraneo.
Il deserto, forse l’esilio e le
donne che sembrano impastate da intreccio che recita rivoluzione e
senso di una assenza. Passate le parole restano le immagini e le
immagini fanno la storia, la storia di una visione della vita e
dello spazio nel quale si abita la nostra esistenza. Ma forse più
della rivoluzione può la consapevolezza di vivere dentro una
temperie fatta di scontri, di guerre, di viaggi tra il mare, il
deserto, le sabbie, le frontiere, le trincee e gli amori spezzati
proprio nel momento in cui si affollano le comprensioni o le
interpretazioni dei destini.
Una storia. Certo, quella di Oriana
Fallaci che non ha mai conosciuto rinunce ma è stata dentro quegli
orizzonti tra Occidente e Oriente. Una metà di un Mediterraneo che è
dentro in ognuno di noi.
Una giornalista che è entrata nella
letteratura. Anzi una scrittrice che ha “fisicamente” e
letterariamente “cucinato” il linguaggio giornalistico con quello di
una scrittura rapida, in cui il narrato, il vissuto, il sofferto, il
visto si è trasformato nelle lunghe sfide che hanno abbracciato la
vita trasformandola in un destino proprio sul filo della
letteratura. Anche le sue interviste hanno raccontato, anche le sue
interviste hanno fatto storia, anche le sue interviste sono il
narrato di un pezzo di esistenza non solo di Oriana Fallaci ma di un
contesto che è quello di una civiltà che si è giocata la propria
eredità ed identità tra i rossi tramonti abbruniti degli spari tra
le trincee dove gli uomini muoiono veramente e i popoli si sradicano
e la ricerca di una affermazione di umanità.
L’Occidente con gli Stati Uniti
d’America sono stati il perno di una formazione culturale dentro la
quale la controrivoluzionaria Fallaci ha definito la sua non
stanzialità e il suo nomadismo legati ad un bisogno di sapere e di
conoscere. Nel 1969 pubblica la sua esperienza di un anno di guerra
in Vietnam in un libro dal titolo: “Niente è così sia”. Ma sono gli
anni di una contestazione non solo studentesca ma esistenziale. La
Fallaci, come Pasolini, guarda con sospetto i figli di papà che
inneggiano a Che Guevara e crede ben poco alla risoluzione di
quelle piazze occupate in Italia o in Francia. Sembra tutto ben poca
cosa rispetto a ciò che avviene in India, in Pakistan, in Sud
America, in Medio Oriente.
C’è un Occidente, in quegli anni,
che esplora con l’Apollo 12 la luna e un Medio Oriente in costante
conflitto. La Fallaci non vuole restare soltanto una testimone dei
fatti che raccontano sempre mosaici di vita. Il suo rapporto con
Alekos Panagulis, conosciuto, in Grecia, il 21 agosto del 1973 è uno
dei tasselli importanti, straordinari, unici sia per il suo cammino
letterario sia soprattutto per quello intimo, sentimentale,
esistenziale. L’incontro tra i due avviene proprio nel giorno in cui
Panagulis esce dal carcere. Un incontro che diventa una unione di
passione e di condivisioni. Il loro rapporto dura soltanto tre anni,
perché Panagulis muore in un misterioso incidente stradale il 1
maggio del 1976.
Una storia, dunque, che racconta la
Grecia dei colonnelli e la vita di Un uomo.
Il suo romanzo del 1979 ha per
titolo, appunto, “Un uomo”. La stessa Fallaci parlando di questo
libro, in una intervista, dirà: “Un libro sulla solitudine
dell’individuo che rifiuta d’essere catalogato, schematizzato,
incasellato dalle mode, dalle ideologie, dalle società, dal Potere.
Un libro sulla tragedia del poeta che non vuol essere e non è un
uomo – massa, strumento di coloro che comandano, di coloro che
promettono, di coloro che spaventano…”. Un romanzo nella grecità
profonda e moderna come era stato il suo primo romanzo del 1962 dal
titolo: “Penelope alla guerra”, nel quale si racconta la storia di
una donna che non vuole attendere il suo Ulisse e si metaforizza in
una Penelope che viaggia e lascia le mura di Itaca per penetrare il
senso di una identità in una ricerca verso le libertà come valore di
una consapevolezza.
Anche qui si registra uno scontro
diretto con le eredità mediterranee alle quali la Fallaci si oppone
con una forza umana tutta occidentale e scavata nel proprio tempo
senza cedere a nostalgie o rimpianti che risultano come misure della
storia. Due tappe fondamentali nella scrittrice Fallaci sino ad
arrivare agli anni Novanta, passando attraverso le storie e la
storia e soprattutto nel tanto discusso e non ipocrita “Lettera ad
un bambino mai nato” che oggi si presenta come un atto quasi
profetico se si pensa che la prima edizione vide la luce nel 1975,
che vengono caratterizzati dall’imponente romanzo “Insciallah”,
pubblicato nel 1990.
Il romanzo – saggio nasce
all’interno di una “sua spedizione” tra le truppe italiane che erano
state inviate nel 1983 a Beirut. Un racconto affascinante tragico,
dolorante e contemplante ma anche irruente. “Non di rado infatti
sfuggo all’esilio delle scartoffie e non osservato osservo. Ascolto,
spio, rubo alla realtà. Poi la correggo, la realtà, la reinvesto, la
ricreo, e con l’amletico scudiero ecco il discepolo generale che
crede di poter sconfiggere la Morte, ecco il suo disincanto ed
estroso consigliere, ecco il suo erudito e bizzarro capo di Stato
Maggiore, ecco i suoi ufficiali ora bellicosi e ora mansueti, ecco
la moltitudine sfaccettata della sua truppa…” (Da una lettera del
Professore, nel testo).
Un filo consistente lega
“Insciallah” con gli scritti successivi. Un Medio Oriente che è
sempre più terra di deserti, di scontri, di viaggi nella tragedia e
un Occidente che si affaccia sia geograficamente che culturalmente
ad un Mediterraneo fatto di tanti altri Mediterranei che si
raccontano nelle loro avventure e nei loro ambigui territori: alla
ricerca di una cristianità profonda e di un fondamentalismo islamico
che approderà alla tragedia dell’11 settembre.
Cosa sono, in fondo, gli ultimi
suoi libri: “La forza della ragione”, “La rabbia e l’orgoglio” e
“L’Apocalisse” che racchiude anche “Oriana Fallaci intervista se
stessa”? Sono un superamento culturale sia della storia e identità
musulmana sia delle eredità mediterranee. Il tutto nell’orgoglio di
un Occidente che dovrebbe però smettere di tessere e ritessere
quella tela metaforica e reale incarnata da Penelope. Ormai
Penelope è andata alla guerra. L’orizzonte di sabbia e di deserto,
di mare e di acqua e le contraddizioni delle metropoli e di un
Occidente sempre più americanizzato sono in costante conflitto.
La Fallaci ci invita ad una scelta.
Il Mediterraneo resta un orizzonte nella storia ma anche nelle
pretese del futuro, il Medio Oriente è un islamismo che invade e
l’Occidente della civiltà moderna non può che essere nella nostra
contemporaneità. Ma c’è una storia che si trasforma in memoria e c’è
un uomo che è dentro la vita di Oriana che non smette di parlare
come un eroe nella bellezza delle parole, di quelle parole che per
restare non possono che essere passione. La passione della
scrittura.
La passione della parola in una
scrittrice tra confini. L’Oriente e l’Occidente. E le donne che
restano impastate nella sabbia del deserto e nelle piramidi delle
vetrate dei grattacieli occidentali. Una storia dalla quale
raccogliere un seme.
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pubblicato il 16 ottobre
2009
Cultura albanese
e cultura arberesh
Una nuova ricerca per meglio comprendere l’appartenenza ad un
territorio
di Micol Bruni
Minoranze e territorio. Ovvero rapporto tra popoli altri e
appartenenza ad una cultura, che caratterizza i luoghi, i costumi e
le tradizioni di mondi lontani. In Italia le culture altre sono
tutelate dalla L. n. 482 / '99 che detta le norme in materia di
tutela delle minoranze linguistiche storiche.
L’articolo 2 di tale legge specifica le presenze minoritarie in essa
tutelate anche se tali presenze, dal punto di vista della realtà
antropologica e in una dimensione geopolitica che insistono sul
territorio, sono molte di più.
A norma dell’articolo 2 si legge : “In attuazione
dell’articolo 6 della Costituzione e in armonia con i principi
generali stabiliti dagli organismi europei e internazionali, la
Repubblica tutela la lingua e la cultura delle popolazioni albanesi,
catalane, germaniche, greche, slovene e croate e di quelle parlanti
il francese, il franco – provenzale, il friulano, il ladino,
l’occitano e il sardo”.
È necessario, per tutelare una minoranza partire da un dato di
sicuro spessore che è quello giuridico. Perché tutelare non
significa necessariamente e unicamente promozione culturale delle
tradizioni di queste realtà, ma deve portare alla luce, attraverso
l’analisi dei testi e le ricerche storiche, alla nascita di tali
culture e alla loro integrazione nel territorio italiano. Pertanto,
sarebbe interessante analizzare le singole minoranze all’interno di
un territorio storico, antropologico e giuridico.
Gli Arbereshe, cioè gli Italo – albanesi , in questo caso
specifico, hanno una particolare singolarità che si è sviluppata
nei vari percorsi storici. Gli Arbereshe sono una delle minoranze
che ha una forza culturale e giuridica notevole. Essi sono presenti
sul territorio nazionale in numero maggiore rispetto alle altre
realtà minoritarie e sono l’unico popolo che ha vissuto la diaspora
come fenomeno caratterizzante. Si pensi alle regioni coinvolte. La
Calabria, la Puglia, la Basilicata, la Sicilia, il Molise, la
Campania e l’Abruzzo. In Calabria inoltre le comunità italo-
albanesi ammontano a 33 paesi. Bisogna cercare di analizzare la
storia di queste minoranze linguistiche, gli arbereshe, non soltanto
da un punto di vista culturale o attraverso le comunità presenti in
Italia. Bisogna partire da più lontano. Ovvero da quando gli
arbereshe erano ancora albanesi. Cioè dal loro arrivo in Italia in
seguito alla morte del condottiero e loro eroe Giorgio Castriota
Scanderbeg, avvenuta nel 1468.
Una ricerca che parte dalla analisi delle tradizioni e delle
origini permetterebbe, di comprendere meglio le ragioni storiche e
giuridiche della presenza di queste realtà minoritarie in Italia.
Questa operazione è possibile, nel caso degli arbereshe,
attraverso lo studio del Kanun. Se si consulta un dizionario di
lingua albanese si legge che per Kanun si intende statuto,
regolamento legge. “Il Kanun è un alegge che è stata raccolta come i
chicchi di grano in questa grande povertà” (Ndrek Pjetri).
In particolare mi riferisco al Kanun di Lek Dukagjini diffuso
nella montagna della Malesi e Madhe, nella regione del Dukagjini, in
quella di Tropoje e in tutto l’arco delle montagne al confine con
l’attuale Kosovo.
Naturalmente oggi il Kanun non è più in vigore ma attraverso
la sua rilettura si può comprendere quella che era la tradizione
giuridica degli albanesi per meglio capire quella che è la storia e
l’integrazione dei paesi oggi ancora arbereshe. In un’opera dal
titolo Kanun le basi morali e giuridiche della società albanese (
Besa Editore) la studiosa Patrizia Resta afferma che “la
consuetudine è stata acquisita dal popolo albanese come norma (…)
pur essendo raccolta di tradizioni va considerato anche come codice
consuetudinario (…) pur modificati, alcune valori in esso contenuti
costituiscono il nocciolo duro della identità albanese, sotto altre
forme …sono parzialmente accreditabili ancora oggi”.
Bisogna ricordare che tale codice è una raccolta di leggi
consuetudinarie che si sono tramandate per secoli oralmente, un po’
come avviene oggi per le tradizioni arbereshe. Bisogna precisare,
che a causa della frammentazione delle valli del territorio albanese
e delle difficoltà di comunicazione che vi erano nel territorio ci
furono e si diffusero diversi Kanun anche se solo a partire dal 1912
un padre francescano Stefano Costantino Gjecov (Kosovo, 1874 – 1929)
si preoccupò di raccogliere tali norme e cominciò a pubblicare in
parte questa raccolta. Si ritiene che quello di Lek Dukagjini sia
il codice più attendibile anche perchè i vari codici risultano
omologhi tra loro sia in seguito “all'articolazione del territorio,
sia alle modalità della trasmissione del testo “ (Martelli, Capire
l'Albania). Dopo la sua morte, nel 1933, i padri della provincia
francescana d’Albania decisero di riunire l’opera. Ma perché il
kanun è detto kanun di Lek Dukagjini ( in origine Kanun delle Valli
della Mirdizia e del Massiccio del Dukagjin, attualmenti distretti
di PuKe e di Mirdite)? Secondo fonti letterarie la prima opera di
raccolta fu realizzata dal principe Alessandro Dukagjini detto,
appunto, Lek intorno alla metà del 1400. Lek Dukagjini viene
considerato un eroe della tradizione albanese. La storia racconta,
addirittura che venne scomunicato da Paolo II nel 1464 proprio per
la crudeltà del codice che non si ispirava ai principi cristiani
nonostante ancora oggi in Albania viene considerato “Parola di
Dio”.
Quindi è facile comprendere come in
realtà tra questi due mondi ci sia uno scontro primordiale. Gli
albanesi vedono nel Kanun la parola di Dio, come dicevo, ma mi
chiedo se oggi gli arbereshe, che hanno radici si albanesi ma che
sono italiani e vivono in un paese cristiano cattolico, possono
condividere quelle norme e quanto della loro identità proviene da un
mondo musulmano orientale che oggi si scontra con l’occidente
cristiano che, come si legge nell’opera di Cavanna, Storia del
diritto moderno in Europa. Le fonti e il pensiero giuridico. Vol.2,
“…ha una certezza elementare, la certezza fondamentale del
cristianesimo : l’idea del primato dello spirito umano”.
Si vuole però precisare che a nord “era in vigore il
Kanun delle Montagne (Kanun i maleve), detto anche Kanun delle
Grandi Montagne (Kanun i Malesise se Madhe), presso le tribù di
Kastrati, Hoti, Gruda, Klemendi, Kuc, Krasniqi, Gashi e Bytyci, e
applicato nelle zone fra il lago di Scutari a Occidente e le alture
di di Gjacova (...) a Oriente (...).
“ A Sud trovava applicazione il kanun di Scanderbeg (Kanun
i Skenderbeut), detto anche Kanun dell'Arberia ( Kanun i Arberise)
diffuso nelle zone legate alla famiglia Castriota , nelle regioni
di Dibra, Kruja, kurbin e Martanesh (attuali distretti di Diber, Mat,
Kruje Kurbin, Tirane), cidificato negli anni Sessanta del seclo
scorso da Frano Ilia.
“ Nei territori toschi si applicava il kanun della Laberise,
trascritto di recente da Ismet Elezi, giurista dell'Università di
Tirana, diffuso nelle zone costiere di Valona, nel massiccio del
kurvelesh, di Himara, fini al 'territorio dei tre ponti', cioè alle
città di Drashovica, Tepelena e Kalasa, al confine con la Tessaglia
(attuali distretti di Vlore, Vlore è il nome albanesee di valona.
Gjirokaster, quello di Argirocastro, tepelene, gjirokaster e sarande).
“ Il kanun della Laberise è attribuito a un leggendario
personaggio, il sacerdote papa Zhuli, fondatore del villaggio di
Zhulat intorno al 1481 presso argirocastro. pertanto è anche
conosciuto come kanun di papa Zhuli (Kanun i Papa Zhuli ) (Elezi I,
2002)” ( A.A. V.V., Cultura giuridica arbereshe e croata fra
conservazione della tradizione e formazione di una nuova
consuetudine, Regione Molise, Assessorato alla cultura, 2006, pagg.
39-40)
Il Kanun oggi rappresenta quella tradizione albanese che
apparteneva a Lek Dukagjini e al suo popolo e che padre Gjiecov è
riuscito a dotarlo di veste giuridica. Capire oggi molte delle
identità arbereshe significa rileggere il Kanun e scoprire quali di
quegli elementi che oggi identifichiamo nel popolo arbereshe erano e
appartenevano alla cultura albanese.
Il testo, del Kanun di Lek Dukagjni, è composto da libri che a
loro volta sono suddivisi in articoli. I libri che lo compongono
sono dodici. La Chiesa, la Famiglia, il Matrimonio, la Casa, il
Bestiame ed i poderi, il Lavoro, Prestazioni e Donazioni, la Parola,
l’Onore, i Danni, i Delitti infamanti, il Codice giudiziario,
Privilegi ed esenzioni.
Ad una prima lettura si possono notare subito degli elementi
che oggi rimangono nella etnia arbereshe. Innanzitutto il rito del
matrimonio e della preparazione dello stesso, soprattutto, in quei
paesi che hanno mantenuto il rito greco-ortodosso, rimanda alle
tradizioni che vengono menzionate nel codice albanese. E questo è
un dato importante, perché ci fa comprendere come la lingua e la
religione siano elementi che fanno comprendere che la cultura
arbereshe non è una cultura che viene poi da così lontano. Se si
leggono i libri settimo e ottavo dedicati all’onore e alla
ospitalità (art.69) e come rivivere quelle tradizioni arbereshe che
parlano di ghitonia e, quindi, di rispetto dell’ospite e del
vicinato. Il libro decimo del Kanun inoltre istituisce la Besa che è
una parola quasi intraducibile nelle altre lingue ma leggendo
l’articolo interessato (122) si ritrova proprio quella tradizione di
alcuni paesi arbereshe che intendono la besa come la fedeltà ad un
impegno. Se si continua la lettura del codice si nota come negli
articoli 103- 104 parlando del concetto di “affretellarsi” o della
“parentela spirituale” si ritrova quello che oggi in arbereshe si
chiama vellamja ovvero proprio fratellanza e rito di parentela
spirituale. Senza poi parlare di tutte quelle esenzioni riservate
alla chiesa e agli uomini appartenenti a quel mondo (art.1) o di
alcune tasse riferite alla coltivazione delle api (art.53), o
manutenzione delle acque del mulino ( art.69 – 70 – 71) , o alla
terra coltivata con la scure (art.61) o all’allevamento del pascolo
(65)che si ritrovano ad esempio nelle capitolazioni di San Demetrio,
Frascineto e Spezzano Albanese da me studiate.
Sarebbe quindi necessario compiere una attenta mappatura di
quei paesi del mezzogiorno d’Italia che ancora oggi sono arbereshe
con una analisi sulle tradizioni e origini e poi comprendere quali
sono le identità che derivano dal mondo albanese o meglio dal Kanun.
Questo potrà servire per cercare di ricostruire una storia del
popolo arbereshe che dopo secoli rimane ancora oggi il “popolo senza
libri”.
Non si possono chiudere gli occhi e far finta che nel nostro
territorio nazionale nel nostro Stato vivono delle realtà che
cercano di rivendicare una loro storia attraverso si una questione
di minoranze linguistiche ma anche portando ancora dietro delle
origini che sono giuridicamente appartenenti ad un mondo opposto al
nostro. L’uomo di diritto non può rimanere inerme davanti alla
coscienza storica di un popolo che vuole vedere riconosciute le
proprie origini al fine di comprendere il reale legame che vi è tra
questi due mondi, Occidente e Oriente, musulmani e cristiani, che
sembrano così lontani.
Tutelare, quindi, per non perdere l’identità e per rispettare
quelli che sono i doveri civili di ogni uomo.
Riconoscere ad ogni essere il proprio posto nel mondo perché
come diceva Kant nell’opera Per la pace perpetua, “…gli esseri
umani non possono disperdersi isolandosi all’infinito, ma devono da
ultimo rassegnarsi a incontrarsi e coesistere” per poi condividere
doveri e diritti. E solo attraverso la legge questa condivisione può
avvenire nel rispetto delle tradizioni, origini e identità
personali.
Riscrivere o meglio scrivere la storia del popolo arbereshe
non più pensando unicamente al loro insediamento locale , nel
Meridione d’Italia, ma accompagnando questo dato storico ad un dato
giuridico. Il Kanun.
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pubblicato il 16 ottobre
2009
La
politica? Una metafora e un arcipelago.
Una politica senza cultura è uno
sguardo senza anima.
di Pierfranco Bruni
Può sussistere una politica
senza una etica? Andiamo verso un tempo della politica il cui senso
va verso la dismisura di ciò che una volta si usava chiamare valori.
Valori, ideali, identità. Quali sono i punti di riferimento che
attraversa il nostro tempo? Anche i processi economici possono
essere identificati come valori o come ideali ma mai come delle
identità anche se si muovono su un tessuto prettamente di
“cognizione” concreta.
Ci sono domande che non hanno
risposte e risposte che si consumano senza alcun ragionamento. Ma la
politica deve necessariamente uscir fuori dalla foresta degli slogan
perché proprio attraverso la politica si dà “cittadinanza” alle
idee, ovvero ad una filosofia delle idee. E queste non sono soltanto
elementi nella dimensione dell’etica ma vivono nei riferimenti
dell’estetica. La politica deve poter avere una sua estetica proprio
attraverso quella cultura che si fa coraggio delle sfide.
Il concetto di cittadinanza,
oggi, è una sfida non solo in termini di geografia dell’accoglienza
ma anche della spiritualità dell’estetica. Se la politica recupera
questo sentiero sul piano della visione della dialettica,
dell’umanesimo del confronto, delle tesi di una Europa e un
Mediterraneo dentro l’idea dell’inclusione delle culture il rapporto
tra la centralità dell’uomo, dei popoli e dello sviluppo articolato
può definirsi proprio nell’estetica della cittadinanza come valore
prioritario.
La letteratura, in questo
caso, offre delle metafore interpretative abbastanza
chiarificatrici. Nel 1861 Fëdor Michajlovič Dostoevskij pubblicava “Umiliati
e offesi”. Un romanzo che resta come pietra miliare nel
tracciato esistenziale che segnerà i processi storici di generazioni
che si confronteranno con le culture dell’Europa, delle Russie e con
quelle del Mediterraneo. Ed è un romanzo che presenta una capacità
culturale straordinaria nella visualizzazione di un passaggio
epocale qual è quello dell’Europa ottocentesca che si affaccerà ad
una Europa delle lingue sommerse e delle politiche sommerse.
Era l’anno in cui l’Italia praticava la riunificazione degli
Stati interni per dar vita ad uno Stato unitario, pur attraverso
delle politiche articolate nella misura delle rotture tra quello che
è stato il Regno di Napoli e le esuberanze austro – ungariche.
Non si tratta di un romanzo politico ma di un romanzo per la
politica.
Oggi si presenta di grande attualità perché pone una
riflessione proprio su due concetti chiave che serpeggiano nei
modelli della contemporaneità. Non si è soltanto umiliati. Si è
anche offesi. E non lo si è per una depressione esistenziale che noi
singoli possiamo vivere e le generazioni possono attraversare. Ma lo
si è per una improvvisazione della politica che si smuove nelle
strutture della società. I personaggi sono comparse e la “misura”
dostojevskijana lacera un tessuto che era ricco di valori e che oggi è
diventato indecifrabile.
Come è possibile che uno scrittore russo, del secolo passato,
possa diventare un punto di riferimento per le nostre inconcludenze
che vivono nei processi della decadenza di una Europa, che ha smesso
di essere riferimento. E questa Europa ha smesso di essere
riferimento perché non ha saputo guardare al Mediterraneo attraverso
la consapevolezza della tolleranza.
La politica non è più tolleranza. Non lo è nei grandi temi
della pacificazione o della articolazione delle economie delle
Nazioni. Non lo è neppure quando ci si trova a vivere nella
mediocrità di una “provincia” che ritiene che il confronto non sia
necessario perché si vince se si è intolleranti e gridaioli.
Ebbene, ormai siamo tutti dentro il deserto, che può essere
quello dei Tartari, o quello della Libia di Italo Balbo, o quello
dei predicatori cristiani o musulmani che viaggiano tra le sabbie
dei Mediterranei sommersi. E restiamo nel deserto umiliati e offesi.
Ma siamo anche consapevoli che il Palazzo prima o poi crollerà nella
sfera di metafore inconfutabili che solo la letteratura può
annunciare e decifrare. Quel Palazzo non pasoliniano, reale, ma
quello di don Fabrizio dei Gattopardi.
Si sentono assediati i Tartari e sono arrivati sino a
Donnafugata ma lì ci si scontra e ci si divide, appunto, tra
gattopardi e iene. Si può restare sia umiliati che offesi ma sempre
con la testa alta.
La letteratura non è finzione. Ha la capacità di diventare
destino. E Dostoevskij lo aveva ben capito. Proprio per questo qualche anno dopo
scriverà quei ricordi (o memorie) del sottosuolo. Bisognerebbe
conoscere e leggere di più la letteratura. Perché solo così
resterebbe comprensibile il kafkiano risvolto politico nel quale ci
troviamo a vivere. Perché solo così l concetto dell’intellettuale
contro di Leonardo Sciascia oggi potrebbe avere un senso.
Kafka, già. Lo scrittore che
ha parlato del “processo” e della “metamorfosi” e si è incontrato
con quel Musil che non smette di recitare “l’uomo senza qualità”.
Non perdiamo di vista l’immaginario di questi due scrittori. Ci
tornerà utile. Lo scrittore è un
annunciatore dei tempi che verranno. Bisognerebbe saper leggere tra
le pieghe degli scrittori per catturare il gioco dell’imprevisto e
del perverso che si agita nel presente. Non perdiamo di vista il
“ragionamento” di Leonardo Sciascia e il tentativo di impegno che
cercò di innescare nella società italiana dagli anni Sessanta alla
fine degli anni Ottanta. Un profeta della modernità nella
contemporaneità.
Come abitare la politica
senza la cultura? Non siamo farisei e tanto meno giudei. Ma siamo
ben dentro la nostra contemporaneità e il “vizio assurdo” è una
proposta di lettura che ci spinge verso realtà altre. Cosa è la
verità? Cristo guardò Pilato, ma Pilato continua ancora ad
interrogarsi.
Nel 1969 Dostoevskij
pubblicava “L’idiota”. È il romanzo dei nostri giorni. Forse il meno
politico e il più degno per la non cultura della politica. Ma anche
il più consono per una politica che se non accetta la sfida delle
culture entra inevitabilmente nel gioco dei “delitti e castighi”.
Ironia a parte. Metafore incluse.
La cultura è dentro la vita
sotterranea dei destini. E le memorie restano sottosuoli. Perché
questo incastrare la letteratura a meta giudizi sulla politica?
Perché sono convinto che dentro ogni romanzo e dentro ogni scrittore
ci sono ferite o pieghe che ci permettono di interpretare quel fondo
di chiarezza che è stato espresso da Aristotele e sul quale oggi
bisognerebbe riflettere. Ma ogni scrittore ha come principio il
valore della cittadinanza non solo come modello di una eredità greco
– romana ma come rappresentazione di una contemporaneità.
Abbiamo bisogno,
sostanzialmente, di sconfiggere le solitudini che aggrediscono il
nostro essere e il nostro tempo e queste solitudini, che sono
manifestazioni che si presentano costantemente nel quotidiano, si
mostrano nel battito delle ansie e delle paure che agitano la vita
di ognuno di noi e la prospettiva delle storie generazionali.
Siamo ormai in bilico o ci
raffiguriamo come abitanti di un labirinto. In bilico perché
ondeggiamo lungo la corda di un perduto equilibrio. Nel labirinto
perché non siamo ancora riusciti a intravedere un bagliore di luce
che potrebbe portarci oltre. Ci resta il rischio e il coraggio della
sfida. Avremo la forza di rischiare e di anteporre ogni scelta
individuale al resto? Ma certo tutto ruota intorno ad una metafora.
La stessa politica, con i
suoi radicamenti, si mostra come una eterna metafora se l’uso stesso
del termine lo si riporta però ad una visione dell’estetica
filosofica. Ciò che non è metafora può passare sotto la voce di
arcipelago. Ma mai di isola. L’isola appartiene al simbolo omerico –
ulissistico ed entreremmo così nel campo del mito. Tutto può essere,
la politica, tranne che un mito.
Allora resta la visione
dell’arcipelago. Forse in astratto. Ma è ciò che definiamo astratto
che offre al contenitore un’anima. Cosa ci salverà? Diceva ancora
Dostoevskij che “La bellezza salverà il mondo” in quel suo romanzo
“L’idiota” ma sosteneva anche che “E’ difficile giudicare la
bellezza;non vi sono ancora preparato: la bellezza è un enigma”.
Siamo distanti da ciò o forse
neppure siamo preparati ad affrontare ciò. Aspettiamo che l’alba
precipiti nel mare e che il tramonto finisca dietro i monti. Il
resto si vedrà. Ma se non siamo noi a cominciare da questo “resta”
ogni fatica sarà stata inutile ed è inutile continuare a lamentarsi.
Dobbiamo rischiare. E
dobbiamo fare in modo che l’oblìo non ci appartenga più. Una
politica senza cultura è uno sguardo senza anima. Diamo un senso a
questo orizzonte. O diamo un orizzonte al senso che vorremmo vivere
o al senso che vorremmo che ci fosse dentro di noi e non solo,
dentro questo tempo che ci appartiene.
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pubblicato il 28
settembre
2009
L'Arbëria come patrimonio culturale
e "Viaggio in
Arbëria"
di Margherita Celestino
Guida attraverso gli itinerari
turistico culturali dei paesi arbëreshë
d’Italia.
di Pierfranco Bruni
Il
dibattito recente intorno ai processi etnici diventa sempre più
importante e si arricchisce
di nuovi significati sia istituzionali che di apertura politico –
culturale. Si discute se
considerare le minoranze linguistiche storiche delle vere e proprie
minoranze o delle "presenze minoritarie". Un esempio emblematico
resta la storia del
territorio dell'Arbëria.
L'Arbëria, in realtà, è il territorio dove vivono le comunità Italo – Albanesi.
Il libro di Margherita Celestino è un ottimo contributo
per entrare in un territorio ma anche in una idea di cultura dell'Arbëria.
L'Arbëria non è
solo un tessuto territoriale o una geografia dentro la quale
si misurano i
limiti di una realtà storica e culturale. L'Arbëria non circoscrive più confini e neppure definisce luoghi o eredità o addirittura
appartenenze.
E neppure
definisce soltanto comunità all'interno di una dimensione nazionale.
Ormai il concetto di Arbéria è molto più esteso e si incentra anche
in una visione in cui storia, letteratura, tradizione, rito sono
interazioni in una dimensione di una cultura che diventa sempre più
immateriale. Un'intuizione della Celestino che si raccoglie leggendo
il testo.
Eppure l' Arbëria insiste come territorio. C'è un territorio reale che è quello
dell'asse geografico che racchiude le comunità italo – albanesi ma
c'è, altresì, un immaginario che spazia in un tempo che è
quello di un popolo in
fuga verso l'Occidente. Un popolo che ha vissuto la diaspora e continua a
vivere (almeno fino a
qualche anno fa era più accentuato) di fughe.
Questo popolo albanese, che è stato attraversato dai viaggi
della disperazione in nome di una difesa di un Oriente che viveva la cristocentricità
attraverso
un rito profondamente bizantino, ha trovato nel Regno di Napoli (in
quello che è stato il Regno
di Napoli) un modello di civiltà che ha saputo ben
accettare e accogliere sia le
istanze culturali che le emergenze storiche (tranne
alcuni casi particolari che richiamano ad una intolleranza da parte
del mondo ecclesiastico di allora).
La dimensione geografica dell'Arbëria,
appunto, è dentro la storia di un
Regno di Napoli sempre più proteso ad un incontro tra i Paesi
dell'Occidente e quelli
dell'Oriente, grazie ad una lettura articolata di un Mediterraneo
che resta costantemente una cerniera tra le culture.
Su quattro elementi di base si
rappresenta l'Arbëria e si
consolida come fenomeno
identitario: la lingua (che resta il dato centrale perché una
comunità che ha perso la sua koinè è soggetta ad una costante
distrazione identitaria e non ha possibilità di tramandare
quei segni e quei simboli che solo la parola può sottolineare e
trasmettere), il rito (quindi la religiosità), la tradizione (i
fenomeni legati ad elementi propriamente antropologici), l'arte e la
letteratura (che
costituiscono un unico percorso: almeno dovremmo poterlo leggere
come un percorso di integrazione tra l'immagine e l'oralità). Sono
direttrici che troviamo nel viaggio che compie l'autrice di
questo testo.
In fondo l' Arbëria
è costituita dalle comunità che abitano proprio quel territorio che
ha come riferimento una dichiarazione di civiltà. Mi riferisco alla
costante grecità mai venuta meno
in un collegamento tra il Regno di Napoli e i Paesi
frontalieri nel versante Adriatico.
L'Albania è l'Adriatico che entra nel Mediterraneo. O
meglio: è l'Oriente, con la
sua storia musulmana, con la presenza islamica (che non vuol dire
anticristianità) che penetra lo
spirito occidentale e cristiano. L'Albania è realmente il
Paese delle contraddizioni. Ma non sempre le contraddizioni sono da
ritenersi negative. Sono nella
consapevolezza di una maturità in cui la cultura si
definisce come prioritario messaggio di un incontro.
L' Arbëria oggi si
presenta con delle manifestazioni che non possono essere
eluse da uno sguardo attento. Da una parte c'è la sicurezza di una
integrazione ben consolidata nei secoli (e fortemente voluta da Giorgio
Castriota Scanderbeg, vissuto tra
il 1405 e 1468) e dall'altra ci sono elementi di eredità che
possono essere considerati dei codici di una appartenenza che oggi
si lascia leggere sotto un profilo che è soltanto
antropologico.
Credo che l'effetto antropologico si dipana come valenza
di una tutela di un patrimonio, ma è naturale che questo riferimento
prettamente etnico (l'etnia è il
portato della memoria di un popolo che resta tale solo se
riesce a difendersi come civiltà e quindi come necessità di radici)
non può reggersi senza il trasporto
della lingua. Ma sono due capisaldi di una cultura che insiste in un
vocabolario in cui il sentimento dell'immateriale è fondamentale
nonostante che l'effetto antropologico sia da rintracciarsi anche
nelle forme dell'oggetto.
Come mantenere viva la testimonianza culturale del
territorio che passa sotto
il nome di Arbëria? I
quattro punti evidenziati (la lingua, il rito, la tradizione,
l'arte-letteratura) sono la
prospettiva non solo di una appartenenza che resta dentro
l'eredità culturale di un territorio ma costituiscono un modello di
tutela.
In virtù di ciò, l'Arbëria, tratteggiata dalla Celestino, è patrimonio non
solo culturale
ma è da considerarsi come patrimonio di una umanità soprattutto
in un legame tra Oriente ed Occidente. Ciò premesso, va detto che l’Arbëria è dentro quel dialogo
tra cultura latina e storia bizantina. Definendo
questi presupposti non solo si tutela la storia ma si valorizza una
eredità in quel Regno di Napoli che è, al di là delle
metafore, sempre più Mediterraneo.
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pubblicato il 23
settembre
2009
L’archeologia e il
legame con l’etno – antropologia
Un dibattito
attuale nel concetto moderno di bene culturale
Nella logica
istituzionale del MiBAC
di Pierfranco Bruni*
Il Ministero per i Beni e le
Attività Culturali già da qualche anno ha aperto delle interessanti
finestre sulla storia delle minoranze linguistiche storiche presenti
in Italia. Un aspetto interessante che si articola ormai su tutti i
campi della programmazione e delle attività dei Beni culturali.
Sulla linea delle nuove indicazioni
che si è dato il ministero, nel campo della promozione,
valorizzazione e fruizione, il rapporto tra archeologia,
antropologia e problematiche culturali legati all’editoria, alla
diffusione di modelli di ricerca e di proposte (dai Musei alle
Biblioteche) sul territorio, mi sembra un dato fondante.
Il campo di azione dei beni
culturali diventa sempre più articolato. Si opera ad intreccio tra i
vari “saperi” che sono presenti nella geografia delle culture
territoriali ma anche tra i “saperi” istituzionali. È su questi
tasselli che lavoriamo nelle diverse commissioni in sede
ministeriale. Gli input dati con il Codice dei beni culturali (sul
quale ho lavorato pubblicando un recente libro) permettono, anche in
fase organizzativa, una funzione moderna della cultura o delle
culture o meglio delle strategia culturali del Ministero.
Ha ragione il Direttore Generale
Mario Resca nel sostenere l’importanza del dato valorizzante che
permette di entrare in un discorso di economia della cultura vera e
propria (un discorso che riprenderemo in altra occasione)
soprattutto quando si parla di sistemi mussali e di valorizzare le
culture grazie alle innovazioni e alle strategie valorizzanti.
Nell’ambito del rapporto
archeologia – antropologia – etnologia conoscere e approfondire la
storia delle presenze minoritarie può giocare un ruolo importante. I
territori vivono la loro identità reinventandola, ovvero
ricostruendola tassello per tassello grazie a dei processi di scavo
proprio all’interno dei tessuti territoriali, che offrono sempre una
chiave di lettura fondamentale per definire sia la realtà dei luoghi
sia una geografia, che pongono in essere due elementi fondanti:
l’etnologia e l’archeologia.
Entrambi sono modelli che offrono
chiavi di lettura sia sul piano scientifico (in termini di selezione
e di riselezione del materiale) sia su quello culturalmente più
articolato che tocca le sfere e gli elementi modulari di una
antropologia del radicamento.
È chiaro che quando si parla di
etno archeologia si va nel di dentro di quel senso storico,
epidermico, che coinvolge le eredità di un popolo all’interno di una
identità di civiltà.
Popolo e tradizione costituiscono
un profilo singolare che si manifesta grazie ad una griglia
simbolica che è data non dalla percezione soltanto ma dal contatto
diretto con i materiali recuperati o con quelli con i quali si è
costantemente a contatto.
Ormai il concetto di antropologia
non si regge da solo perché, grazie alle varie sperimentazioni
scientifiche sul campo, necessita di un confronto a tutto tondo con
le altre scienze. Ecco perché il legame del concetto di ethnos si
consolida con quello di storia di archeologia, di geografia.
La vasta dimensione del dato
geografico sul territorio incamera lo sviluppo di un pensare
all’antropologia come profonda ramificazione all’interno dei
sostrati culturali che vive o ha vissuto un intero complesso
territoriale. I legami che l’antropologia sviluppa all’interno dei
suoi processi si solidificano con un vivere la storia sia come
cronaca di un evento accaduto sia come memoria sia come metodologia
che è in grado di congiungere la modalità degli archetipi
nell’insieme tra simboli e riti.
In questo contesto parlare di
etnie, delle quali mi occupo da alcuni anni, significa anche
scendere in quell’humus che tiene insieme il valore dell’etno -
archeologia stessa con quella etno – storia su un versante in cui la
conoscenza dei reperti ( o del reperto in se) depositati dai popoli
che hanno abitato un determinato territorio risultano come
l’esperienza contaminante di una eredità che si trasporta nel
tempo.
Sia l’etno – archeologia che l’etno
– storia non possono fare i conti, appunto, con il tempo. Ma il
tempo stesso è la misura del rapporto tra popoli e civiltà.
L’antropologia deve fare costantemente i conti con ciò che
l’antropologia offre ma è anche vero che l’archeologia, in pari
misura, non può essere più letta soltanto definendo la
circoscrizione del proprio campo ma ha bisogno di una pedagogia vera
e propria che è data dalla lettura antropologica.
Ecco perché il territorio oggi
viene ad essere studiato analiticamente ma anche percepito grazie a
due finestre che sono rappresentate, appunto, dai simboli e dai
riti. Indagare sugli insediamenti significa creare una rete di
indagine tra l’archeologia e la storia attraverso quel fattore
significativo che viene da una visione complessiva del paesaggio.
Così studiare i popoli nomadi attraverso il materiale depositato sul
territorio ci porta ad una osservazione chiaramente di natura geo –
archeologica le cui strutture del pensare partecipano con le
strutture materiali.
L’archeologia è sempre una eredità
che affiora da quel territorio che è stato che è partecipazione
frequente alla storia e le tracce diventano tracciati in un
intrecciarsi di fenomeni puramente etno– grafici.
In virtù di ciò si ripropone
l’importanza della validità delle etnie in uno studio in cui capire
la presenza di una civiltà di un popolo su un determinato territori
significa in modo prioritario non dover prescindere da quella
griglia mitico – archetipale che è la vera chiave di comprensione
dell’intero contesto di cui ci si occupa.
Ma parlare di etnie vuol dire anche
riconsiderare complessivamente sia l’archeologia in sé sia
l’antropologia sia la storia e direi anche, perché non bisognerebbe
escluderla, quella linguistica, che è fatta da codici simbolici
veri e propri, che manifestano una derivazione prioritaria che ci
permette di catturare il senso e l’orizzonte dei popoli che hanno
testimoniato una civiltà.
Le etnie in fondo sono
l’espressione più vera di un mosaico di posizionamenti e di
strutture mentali che sanciscono la liberazione di quel nodo di
Gordio insiste ancora nello scibile e che dovrebbe essere risolto
in quei nuovi saperi che l’etno – archeologia deve porre come
confutazione di un dato recepito sul territorio. Sostanzialmente
bisogna porre al centro, come in questo caso specifico, il valore
intrinseco ed estrinseco, dei legami che la cultura delle etnie
sottolinea nei rapporti con le altre componenti che permettono un
vero e proprio rapporto. Un museo nazionale dedicato alla storia
delle minoranze linguistiche, in virtù di questo mio dire e
dell’incarico che svolgo all’interno del MiBAC, sarebbe una proposta
da vagliare con molta attenzione.
Il dato essenziale, comunque, è che
studiare le etnie ci impone una riflessione in un passaggio
emblematico che va dalla protostoria alla storia e quindi scava
nella coscienza dei tre riferimenti, spesso qui citati, che sono le
eredità, i popoli , il territorio. Un parlarsi per definirsi e per
definire le diverse identità espresse dalle culture etno -
antropologiche. Un discorso che va sostenuto e ricontestualizzato
nella logica di un bene culturale non solo da tutelare ma da
valorizzare e far fruire. I territori vanno fruiti. La fruizione
però è data chiaramente dalla conoscenza.
*
Responsabile
Progetto Minoranze Linguistiche del Ministero per i Beni e le
Attività Culturali
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pubblicato il 20
settembre
2009
Kuscë nzuer
silicheth
di
Atanasio Pizzi*
Eminenti studiosi asseriscono che:
la memoria dei luoghi è radicata nelle menti di chi per ovvi
motivi li ha dovuti lasciare, mentre coloro che rimangono ne
perdono i riferimenti vivendo le mutazioni inconsapevolmente con lo
scorrere del tempo.
L’argomento su cui vorrei porre
l’attenzione sono le nuove pavimentazioni, con cui sono stati
ricoperti i più reconditi angoli dei centri Italo-Albanesi di
Calabria citra, utilizzati in modo indiscriminato materiali
alloctoni.
Va ricordato che i centri storici
delle comunità Arbëreshe fanno comunque parte dell'edilizia
storica che pur se influenzata dalle regole edilizie del sud Italia
si distingue nel sistema aggregativo del modulo tipo il catoio;
inconsapevolmente aggrediti nella morfologia e nel rapporto tra
costruito ed
ambiente naturale, vanno sempre più
abbandonando l’aspetto tipico che li caratterizzava.
Il risultato……. un freddo e
asettico scenario ove non si colgono più gli aspetti che definivano
gli spazi aggregativi che hanno fatto crescere e formare intere
generazioni di arbëreshe.

Viaggiatori del secolo scorso
descrivono i centri parzialmente lastricati: ricostruzioni grafiche,
realizzate dallo scrivente, sono state utili a dedurre che in
prevalenza venivano protette quelle strade o spazi ove la
vorticosità delle acque meteoriche, erodeva le superfici se lasciate
senza una adeguata protezione, inoltre, i selciati in pietra avevano
la funzione di portare a valle nei periodi di pioggia, tutto quello
che con metodo vi veniva depositato.
Lastricati in declivio associati a
comode gradinate in pietre di cava o di fiume, venivano adagiate su
cuscinetti di terreno vegetale misto a sabbia e ben livellate tra
loro mediante la percussione di pesanti mazze, coprendo così le
superfici esposte all’erosione.
L’avventurarsi nella
riconfigurazione planimetrica, a mio avviso, senza un’adeguata
analisi storica ha prodotto errate valutazioni nella compilazione
progettuale architettonica.

Le piazzette, "sheshi", le strade "udeth",
i vicoli "ruga", la ideale divisione dei paesi: la superiore "Drelarti",
quella inferiore "Drehjimi", assieme alle regole
dell’approvvigionamento idrico, legate da specifici significati
economici, storici, sociali e religiosi, hanno da sempre avuto
precisa collocazione nel vissuto quotidiano degli arbëreshe; ridurre
tutto in un unicum di colori e di materiali significa appiattire le
identità di quegli spazi conservati da generazioni.
L’espressione progettuale
rappresentativa delle tradizioni arbereshe, potrà emergere solo da
un’adeguata conoscenza storica delle genti e dei luoghi, cosi
facendo, potranno essere distinti dal viaggiatore errante e
riconosciuti da chi per ovvi motivi, ritornando nei luoghi di
origine li riconosca.
L’auspicio è quello di
sensibilizzare i vertici istituzionali locali, affinché appropriati
interventi di recupero ridiano dignità a quegli spazi, per
consegnarle alle nuove generazioni in modo che siano anche per loro
il bagaglio storico-culturale che è giunto a noi sino a pochi
decenni addietro.
* Architetto arbëresh
Foto: Archivio Pizzi |
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pubblicato il 5
settembre
2009
Tra la notte del 26 e 27 agosto di 59 anni fa moriva Cesare
Pavese
Uno scrittore nell’attesa della cristianità.
E a 60 anni dalla pubblicazione de “La casa in collina”
di Marilena Cavallo
59 anni fa si toglieva la vita, nell’Albergo Roma di Torino,
Cesare Pavese. Era la notte tra il 26 e il 27 agosto del 1950.
Uno scrittore che ha lasciato chiaramente un segno indelebile
all’interno del contesto letterario del Novecento non solo dal
punto di vista problematico ma anche per gli aspetti linguistici
che ha innervato nei processi comunicativi della letteratura
moderna. Uno scrittore che ha attraversato la stagione del
neorealismo non focalizzando l’attenzione sulla realtà ma sulle
metafore espresse dalla condizione esistenziale della
contemporaneità.
Pavese è stato uno scrittore calato fino in fondo nella sua
contemporaneità e nel suo presente attingendo però sempre
modelli dalla cultura classica e in particolare dai mito greco –
romani. La pagina del mito è stata un riferimento fondante nei
processi umani calati nella poetica dei simboli. Pavese ha
ricostruito i tasselli della storia attraverso la griglia di una
visione simbolica in cui il simbolo è parte integrante
dell’immaginario. Un immaginario che è figlio non della stessa
ma del sogno.
Dalla poesia ai romanzi il percorso di Pavese è stato sempre sia
poeticamente che linguisticamente coerente. “La luna e i falò”
non deve essere letto soltanto come il romanzo che ha percorso
le tragedie della guerra civile ma soprattutto come il romanzo
in cui i personaggi sono ben definiti e consolidati dalla
consapevolezza di vivere dentro un destino. Mai avventura ma
destino. Così come quelli che si rintracciano in “La casa in
collina”, pubblicato proprio sessant’anni fa, le cui matrici
hanno, tra l’altro, una forte valenza, lirico – religiosa. Un
romanzo – cerniera tra stagioni di testimonianza creativa e
pensiero critico.
La religiosità in Pavese non sta nella riflessione di una
“ragione” o nella intuizione di un processo storico ma nella sua
religiosità ci sono gli elementi di un raccordo tra il mistero
(che non è ricerca) e il bisogno di preghiera.
Infatti, Pavese, soprattutto negli ultimi anni e dopo “Dialoghi
con Leucò” che del 1947, vive in una dimensione quasi metafisica
che lo avvicina ad una cultura della spiritualità. Giunge alla
religiosità non superando l’immaginario del mito ma
attraversandolo completamente. È come se si consumasse il dato
di una cultura “pagana” per entrare in una “identità”,
chiamiamola così, cristiana. Perché non si può parlare di
“fenomeno” religioso in Pavese ma sostanzialmente si dovrà
insistere su una visione prettamente cristiana.
In Pavese c’è il “territorio” dell’umanità che viene espresso
grazie ai personaggi e questo territorio diventa, con la
definizione dei personaggi stessi, un tessuto che presenta una
simbologia cristiana. Pavese si toglie la vita in una notte di
fine agosto in una città in solitudine, come molti quotidiani di
quel tempo hanno cesellato. Sul comodino accanto al letto un
solo libro. Non l’ultimo. Ma il suo libro, ovvero “Dialoghi con
Leucò”.
Perché si può definire il “suo” libro. Perché dentro questi
“Dialoghi” c’è una riscoperta e quindi una rilettura del
rapporto tra l’uomo terra e l’uomo mistero, tra l’uomo – umanità
e l’uomo – onirico. Quel suo “scendere nel gorgo muti” di “Verrà
la morte e avrà i tuoi occhi” è la cifra di una esistenza sia
omerica che virgiliana che va oltre lo stesso mito perché si
affaccia sui lidi della provvidenza e forse della profezia.
Oggi riproporre Pavese non significa soltanto riproporre uno
scrittore ma definire una letteratura che è quella non del
“nostos” e tanto meno una letteratura dentro le griglie dello
storicismo ma una scrittura e una poetica della quotidiana
tragedia del vivere pur nella costante attesa di una pascaliana
cristianità: un po’ alla De Unamuno, forse alla Kiekegaard e
certamente sulla linea di Mircea Elide e di Maria Zambrano.
Il mito che dialoga con il sacro. Ulisse che annuncia il viaggio
di Enea e che a sua volta traccia alcuni segni che impegneranno
San Paolo. Ebbene, credo che Pavese, ormai, vada letto in modo
comparato nell’affascinante viaggio tra letteratura, mistero,
mito e sacro. Anche i suoi romanzi, come “Il carcere”, o i
racconti, come “Paesi tuoi”, troverebbero una interpretazione
che va oltre la storia per restare letteratura dentro la
letteratura.
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pubblicato il 5
settembre
2009
Il 4
settembre di 20 anni fa moriva Georges Simenon
di
Marilena Cavallo
Il 4
settembre del 1989 (venti anni fa) moriva Georges Simenon. Se c'è
un elemento fortemente esistenziale che ha caratterizzato i
personaggi di Georges Simenon (dalle opere dedicate al commissario
Maigret ai romanzi che condensano un respiro più ampiamente
problematico) è certamente la solitudine. Una solitudine che ha
sempre offerto una chiave di lettura tutta intrisa di quella
malinconia cara ai chansonnier.
Georges Simenon. Uno scrittore che ha saputo trasmettere le
vibrazioni della vita nelle sue diverse sfaccettature: dalla cronaca
al sublime. Ebbene sì, ogni suo racconto (ovvero ogni suo
raccontare) ha una "leggerezza" epidermica. Il linguaggio ha la
pazienza e i toni dei tiepidi autunni o delle albe affogate nella
nebbia. Un linguaggio nella pacatezza delle descrizioni e in uno
scenario che invita alla meditazione.
Maigret, un personaggio da romanzo? Una letteratura che aveva
un sapore ricco di significati umani. Una letteratura, in fondo, che
univa la storia dei personaggi con quelle avventure che raccontavano
periferie, quartieri lacerati, città in bianco e nero. Quei racconti
sono rimasti come riferimento non solo dal punto di vista letterario
e culturale ma soprattutto dal punto di vista cinematografico o
televisivo.
Ma Simenon non è solo Maigret. Una scrittura limpida. Direi
scattante, avvolgente, misteriosa, gaudiosa. Una scrittura coronata
da una costante cadenza malinconica. Non solo Maigret, il nostro
commissario con quel Gino Cerci dal panciotto bonario e dalla pipa
che invogliava ad una serenità e ad una pazienza patriarcale. Non
solo Maigret con quel passo felpato sotto le note di "un giorno dopo
l'altro la vita se ne va" che ci riporta, tra l'altro, la struggente
musica di un Luigi Tenco che ha accompagnato le avventure di questo
disincantato commissario. Ma Simenon è lo scrittore di "Lettera al
mio giudice", di "Lettera a mia madre" di "L'uomo che guardava
passare i treni".
Maigret è un personaggio che resta nell'immaginario popolare e
non si cancella soprattutto nella cultura di alcune generazioni che
hanno amato il poliziesco, il giallo, l'avventura senza mai smarrire
il cuore dell'uomo. In ogni criminale, in ogni omicida, in ogni
assassino, in ogni ladro c'è sempre un briciolo di umanità che
andrebbe salvaguardata. L'uomo Maigret andava alla ricerca di questa
mollica di umanità. Forse anche questo era una lezione impartita dal
commissario e dallo scrittore.
Enigmatico e kafkiano, a volte, il
romanzo di Simenon. Oltre Maigret. I personaggi ridisegnano la loro
quotidianità anzi si ridisegnano nella quotidianità. Un piccolo
spaccato da "L'uomo che guardava passare i treni" del 1938: Popinga continuava a camminare.
Quei vagabondaggi per le strade, alla luce dei negozi, in mezzo alla
folla che gli passava accanto ignara, erano quasi tutta la sua vita.
E le mani, nelle tasche del cappotto, carezzavano meccanicamente lo
spazzolino da denti, il pennello e il rasoio".
Oltre Maigret, dunque. Si pensi a "Le finestre di fronte"
scritto nel 1932. Riferendosi anche a questo romanzo Goffredo Parise
scrisse: "Ha un predecessore… profetico: Franz Kafka… Simenon con
pochi tratti, come un grande pittore… costruisce scene costumi e
nomi e personaggi che paiono coperti dalla cipria bianca della
pittura surrealista e metafisica. La sua semplice chiara prosa di
umile scrittore di gialli è percorsa dal vento dei Balcani, evoca,
con la sola parola Mar Nero, un mare nero, descrive gli uomini a due
dimensioni: una di faccia e l'altra di profilo. Ma il profilo è una
lama sottile di rasoio geometrico". Delle pennellate che lo hanno
reso sempre sorprendente e mai banale. Così come in tutte le
inchieste di Maigret ma soprattutto negli "altri" romanzi che lo
hanno definito nella storia della letteratura del nostro secolo.
Era nato a Liegi (Belgio) il 12 febbraio del 1903. Muore a
Losanna nel 1989. Il primo libro pubblicato con il suo vero nome
risale solo al 1929: "Pietr il lettore". E' questo scritto che mette
in moto il personaggio Maigret. Nel 1944 - 1946 viene costretto ad
un periodo di esilio per le sue simpatie naziste. Si trasferisce
negli Stati Uniti. Importante "Tre camere a Manhattan" del 1946. Una
vita impiegata intorno alla parola e alla ricerca di quei personaggi
che sono nella vita. Senza metafore letterarie perché le metafore
sono, appunto, nella vita.
"Siamo arrivati fin dove abbiamo potuto. Abbiamo fatto tutto
quello che potevamo. Abbiamo voluto l'amore nella sua totalità". Si
legge in "Lettera al mio giudice". La passione, l'amore, i
sentimenti sono percorsi nella vita della letteratura. "…la
grandezza di Simenon si rivela intatta anche nell'affrontare il tema
della passione d'amore: i deliri della gelosia, l'accanimento del
sospetto, l'alcol che intontisce con provvisori oblii, la paura di
dover tornare nel deserto della solitudine e dell'abbandono…". E'
Giulio Nascimbeni che scrive.
Tutto un mondo di straordinaria emozione che affascina e che
rende quotidiano il personaggio in una storia che racconta frammenti
di quotidiano.
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pubblicato il 24 agosto
2009
Ricordando Franco Cuomo tra le strade di Taranto
a due anni dalla morte
di
Pierfranco Bruni
Sono
trascorsi due anni dalla scomparsa di Franco Cuomo. Finora non
abbiamo tenuto fede all’impegno assunto due anni fa: quello di
organizzare un convegno, una giornata di studi e di riflessioni, una
meditazione a più voci sull’opera dello scrittore che ha
attraversato la storia del templarismo attraverso un vissuto
narrato. Nel corso di questi due anni sono stati pubblicati anche
alcuni inediti. Libri postumi.
Di
recente si è parlato del suo libro (opera teatrale) su “Il caso
Matteotti”, 2009. Forse un testo insolito rispetto ai suoi studi e
alle sue ricerche ma lo scrittore c’è tutto, l’anima invasa dal
ricercatore, anzi dell’indagatore esplode con forza e stile. Ma poi
esplode “Il tradimento del Templare” (2008) con la sua
caratterizzazione e il suo scavo che è stato preceduto da “Gli
ordini cavallereschi, nel mito e nella storia di ogni tempo e paese”,
2008.
Due
anni dalla morte. Voglio qui riproporre un ricordo che non smette di
accompagnarmi. Ho un ricordo molto suggestivo e significativo di
Franco Cuomo (Napoli,
22 aprile
1938 –
Roma,
23 luglio
2007).
A volte restìo nell’aprirsi completamente al dialogo. Ma c’erano
occasioni che con poche parole si aprivano orizzonti. Amava molto la
città di Taranto e i colori della Magna Grecia. Più volte ho avuto
modo di incontralo.
In
una Taranto primaverile e quasi estiva di alcuni anni fa, dopo un
incontro svoltosi al Castello Aragonese in un piazzale strapieno di
gente che ascoltava e poneva domande sui temi cari a Franco,
passeggiando mi disse (e lo ricordo benissimo) con la sua voce lenta
e il suo accento con cadenze quasi “medioevali”: “Sai, abbiamo
parlato dei Templari, dei viaggio dei Crociati, dei simboli e dei
personaggi che hanno saputo rappresentare un mondo e una civiltà ma
alla base di tutto si poneva un interrogativo. La letteratura salva
dalla quotidianità? Io non credo, per le cose che ho raccontato ed
ho scritto, che possa salvare dal quotidiano”.
Discutemmo a lungo di letteratura e di aspetti legati alla a
questioni letterarie. Mi parlò con voce lenta dicendomi: “La
letteratura cerca di salvare la bellezza. Dame e cavalieri sono
nella storia ma senza la bellezza non avrebbero senso. Piuttosto la
letteratura permette di capire con un’altra visione, che non è
quella storicistica ma è testimonianza spirituale, la storia.
Perché, vedi, continuava a ripetermi, la storia senza il mito e la
leggenda non ha un orizzonte. Ciò che ci fa sentire partecipi
all’interno dei processi storici è la comprensione della storia come
lettura delle civiltà in una tensione che permane nella capacità di
vivere le avventure e i destini dei popoli come espressione
spirituale. Parlando dei Templari, continuò, non abbiamo parlato
della storia dei Templari ma della capacità nostra, oggi, di
riuscire a penetrare grazie ai simboli un mondo che non c’è più ma
che continua ad essere, comunque, presente. Da questo punto di
vista, lo ricordo molto bene quando mi parlava di questo anche
perché più volte siamo ritornati su tali argomenti, la bellezza non
salva la storia ma ci salva dalla cronaca della storia”.
Mi
diceva tutto questo passeggiando, con lunghe soste, sul Lungomare di
Taranto. È vero la bellezza ci salva dalla cronaca della storia. Ci
siamo incontrati diverse volte. Anche a Roma. Proprio a Roma ebbe la
fortuna di conoscerlo. Era stato Francesco Grisi a presentarmelo.
Aveva da poco pubblicato “Gunther d'Amalfi, cavaliere templare”.
Era, credo il 1989. ma ci sono stati altri momenti importanti.
Era
amico di Grisi. Me ne aveva parlato anni prima in occasione del
Premio Strega del 1986, anno in cui Grisi arrivò in finale. E
insistette molto affinché Franco Cuomo fosse inserito nella cinquina
dello Strega del 1990 proprio con il romanzo dedicato a Gunther
d’Amalfi. Con Grisi nel Ninfeo di Villa Giulia ci fermammo a
commentare non solo il Premio ma si sottolineò sulla necessità di
cambiare le modalità dei Premi.
La
presentazione dei sui libri dal 1995 al 1999 a Taranto era un
appuntamento fisso. Dedicammo anche in onore ai suoi studi una serie
di manifestazioni sui Templari e sulla presenza dei Crociati.
Presentammo nel 1996 “Il codice Macbeth. Il ritorno di Gunther
d'Amalfi”.
E
proprio in quell’occasione i nostri rapporti si intensificarono. Nel
1997 parlammo di “Santa Rita degli Impossibili. La storia d'amore e
di sangue, di vendetta e di perdono di Rita da Cascia” con una
interessante conversazione sulla storia di Santa Rita. Dopo quella
presentazione io sentii la necessità (un bisogno vero) di recarmi a
Cascia. Il mistero che incontra la storia o viceversa.
Parlando di Santa Rita Franco mi disse: “Ricordati che, alla fine
delle superbie e delle inquietudini,il perdono vince su tutto. Noi
sapremo mai perdonare?”. Nello stesso anno presentammo “Le grandi
profezie”. E di questo libro ci fu una conversazione privata tra me
Grisi e Cuomo. Grisi sosteneva che abbiamo sempre la necessità di
credere alle profezie e Cuomo ribatteva che sono, appunto, le
profezie che guidano il viaggio.
Importanti furono le nostre conversazioni, i nostri silenzi, le
attese. Quando poi nel 1998 discutemmo di “Il romanzo di Carlo
Magno. 1, Il predestinato” quel discorso sulla profezia divenne il
segno tangibile di una ricerca storica che non può vivere e non può
resistere senza il segno della profezia e della speranza. “La storia
continua ad avere bisogno del mistero per realizzarsi come
leggenda e per penetrare gli uomini e le civiltà”. Questo mi disse
Franco Cuomo.
Insomma una storia che non ha bisogno della realtà ma deve entrare
nei “sottosuoli” dell’anima. L’ho seguito nel corso del suo
attraversamento letterario sino all’ultimo suo romanzo: “Anime
perdute. Notturno veneziano con messa nera e fantasmi d'amore”
passando tra “Il tatuaggio”, “I sotterranei del cielo”, “Harun
ar-Rashid, il califfo delle Mille e una notte” e altri titoli ancora
continuando però a “inseguire” e a non dimenticare il ciclo di Carlo
Magno. Io sono rimasto legato, comunque, a due testi che mi hanno
aperto una visuale sul concetto di leggenda, di mito e di simbolo.
Mi
riferisco a “I semidei” del 1995 “Il signore degli specchi” del
1991. Due percorsi, se così si vogliono definire, che costituiscono
un battere nel cuore delle metafore. Una letteratura, quella di
Cuomo, che è riuscita sempre a teatralizzare non solo i personaggi
ma anche i destini e le avventure. Certo, Cuomo ha raccontato storie
ma le storie (o la storia) di Cuomo hanno una dimensione che non si
perde tra i rigagnoli della ragione perché continua a raccontarsi
come leggenda. E se la storia non diventa anche leggenda per uno
scrittore non è altro che una sottoscrizioni di fatti e di
cronologie.
La letteratura per Franco Cuomo era andare oltre la resistenza
stessa delle date. C’è un altro libro che tuttora potrebbe
rivelazione tracciati di sicura comprensione per capire l’età nella
quale viviamo. Si tratta di “Nel nome di Dio” e risale al 1994. Un
sottotitolo suggestivo che ci introduce in un’epoca di incanti e
incantesimi tra le sponde dell’Occidente ed Oriente: “Roghi, duelli
rituali e altre ordalie nell’Occidente medievale cristiano”.
L’Occidente tra i miti e le leggende. È più che mai attuale e resta
nel sempre. “Non chiedere mai spiegazioni, mi disse in uno degli
ultimi incontri, ma cerca di capire il senso, o la maschera, o il
doppio che si vive nel segreto del mistero delle civiltà e dei
popoli. Non chiedere giustificazioni. La storia non potrà mai darle.
La letteratura potrà aiutarti se riuscirai a non assentarti da una
letteratura che è dentro il fascino del misterioso”. Conserverò nel
cuore queste parole.
Uno
scrittore che accanto alla recita della parola ha saputo raccontare
senza lasciarsi rapire completamente dalla storia. Infatti il suo
viaggio resta sempre dentro i segni della profezia come quel volume
pubblicato nel 2007 che chiude una stagione “Le grandi profezie”. Si
supera la storia con la profezia. Franco Cuomo attraversando il
Medioevo ha raccontato le vie della profezia attraverso personaggi e
luoghi. Tra i personaggi e i luoghi un impegno. Ritorneremo a
parlare di Franco.
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pubblicato il 22 agosto
2009
Fernanda Pivano
Da Cesare Pavese a Fabrizio De André
Attraversando il viaggio della letteratura americana
Oltre un ricordo
di
Pierfranco Bruni
Dalla letteratura americana ai processi letterari che hanno segnato
la nostra contemporaneità. Da allieva di Cesare Pavese ad intima
amica di Fabrizio De André e Dori Ghezzi. Fernanda Pivano, scomparsa
recentemente, (era nata il 18 luglio del 1917 e morta il 18 agosto
scorso), importante personalità della cultura italiana, ha ben
saputo leggere e interpretare la letteratura italiana e americana
attraverso la traduzione di autori e testi che hanno caratterizzato
i processi di incontro tra la poesia americana e quella italiana.
Significativo resta l’insegnamento (e il legame) di Cesare Pavese
come anche la sua conoscenza e amicizia con un poeta scomparso dieci
anni fa, ovvero Fabrizio De André. Una indagatrice che ha saputo
offrire un dibattito all’interno delle geografie poetiche che hanno
caratterizzato il nostro tempo. I suoi studi e le traduzioni
relative a Jack Kerouac sono un riferimento centrale di quella
letteratura che ha siglato i “miti dell’America” attraverso la beat
generation. Avevo avuto modo di conoscere Fernanda proprio in
occasione di un incontro dedicato a Fabrizio De André.
Ma
Fernanda Pivano va ricordata anche per le sue straordinarie prove
narrative tra le quali si sottolinea un romanzo dal titolo ‘La mia
Casbah’ che presenta una forte liricità e un attraversamento di
codici esistenziali. Un romanzo aperto al diario nella
sottolineatura del canto e controcanto.
Fernanda Pivano fu una dei primi studiosi a definire De André un
vero poeta del nostro tempo. A lei si devono quelle chiarificazioni
tra testo musicale e percorso linguistico ben enucleato in un libro
dal titolo: ‘I miei amici cantautori’.
Una
studiosa dei fenomeni musicali, degli anni Cinquanta tanto che
proprio nel testo appena citato ebbe a scrivere: “Gli anni Cinquanta
erano stati per la musica più creativi, innovatori e tecnologiche
impegnati di quando sia mai accaduto nella storia: erano nati un po’
come conclusione – e insieme reazione - del movimento futurista e un
po’ come sfruttamento dei nuovi mezzi tecnici di riproduzione e
registrazione del suono allora disponibili”.
Nel
di dentro delle sue ricerche che vanno dalla traduzione
dell’Antologia di Spoon River alle opere di Hemingway credo
che il suo legame con Cesare Pavese sia stato un momento particolare
che ha segnato anche il suo approfondimento letterario. Infatti le
lettere di Pavese a Fernanda Pivano sono veri e propri tasselli di
una letteratura altra rispetto al contesto della fine degli anni
Quaranta. Proprio a cominciare da una lettera datata 22 agosto 1940
si evince il legame umano e letterario che univa Cesare e Fernanda.
Ma
Pavese si spingeva anche oltre. Il 20 ottobre sempre del 1940
annotava: “Ma è vero che F. non conosce l’amore? Certamente non ne
conosce l’ultima istanza, ma un suo atteggiamento davanti al
problema esiste, e con ciò s’intravede qualche lineamento del
suddetto segreto”.
Il
13 febbraio del 1943 da Roma Cesare scriveva a Fernanda: “Fernanda,
sono molto infelice. Tuttavia L’accarezzo con riserbo…”. Sempre da
Roma il 4 giugno del 1943 Cesare annotava: “Donarsi vuol dire non
aver tempo di guardare al passato e quindi non compiangersi”.
Alla data del 2 febbraio 1946 c’è una brevissima lettera nella
quale si legge: “Il cordone ombelicale è veramente tagliato, la
prefazione e "ha stile" – il giudizio non è soltanto mio. Il maestro
non ha più niente da fare. /Come semplice revisore attende il
manoscritto col testo per dare l’ultima occhiata. Poi, buona fortuna
nei mari della vita”.
Si
tratta di una lettera autografa rimasta in possesso di Fernanda
Pivano. La prefazione alla quale fa riferimento Pavese è a “Storia
di me e dei miei racconti” di Sherwood Anderson. Sono soltanto dei
piccoli segni che chiaramente andrebbero approfonditi non soltanto
per capire il legame letterario e umano tra la Pivano e Pavese ma
anche per capire una temperie penetrando i tessuti di un’epoca qual
è stata quella degli anni Quaranta – Cinquanta.
Pavese, dunque, è stato un maestro per la Pivano e proprio partendo
dalle lezioni pavesiane ha potuto padroneggiare il rapporto con la
canzone. Un rapporto che partiva dalla capacità liriche e dalle
intercettazioni linguistiche di poeti e scrittori moderni.
Infatti Fernanda si è confrontata con autori e cantanti come De
André, Bob Dylan, come Jim Morrison, come Patti Smith, come
Francesco Guccini e molti altri. Partendo dalla parola, dalla
poesia, dal linguaggio della liricità è entrata dentro le stanze
della musica.
D’altronde il suo vissuto con la letteratura americana e la
frequentazione con testi di scrittori d’oltre Oceano hanno permesso
di stabilire sempre un dialogo tra le eredità culturali e le
contaminazioni che restano vitali nei linguaggi della poesia e della
canzone. Restano vitali, comunque, quelle eredità provenienti da
Cesare Pavese.
Eredità che hanno matrici in una griglia di simboli che si enucleano
nell’analisi dei personaggi effettuata in Ernest Hemingway. Il senso
del tempo e il formidabile vissuto del viaggio sono nuclei centrali
nella tensione letteraria e umana della Pivano. Un raccordo che è
possibile leggere con chiarezza proprio quando Fernanda sottolineava
l’importanza della poetica di De André.
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pubblicato il 20 luglio
2009
La piazza o le piazze tra la solitudine e le nostalgie
in Cesare Pavese
di
Pierfranco Bruni
La
poesia di Cesare Pavese è costantemente intagliata all’interno di un
paesaggio in cui la voce predominante è caratterizzata dai luoghi.
Luoghi come realtà geografica luoghi come elemento fisico ma
soprattutto luoghi distribuiti tra i giochi dei ricordi e quindi
della memoria e l’indefinibile ricostruzione di una metafora fatta
di segni onirici e di costruzioni esistenziali.
Ma ci sono anche dei luoghi che pur essendo una
rappresentazione del reale si definiscono nella cancellazione della
realtà stessa per manifestarsi come modello estetico tra l’apparenza
dell’immaginario e la fissazione della storicità.
È proprio questo luogo, ovvero luogo per definizione tra
estasi e storia, che ci interessa in modo particolare in virtù del
fatto che Pavese non è mai uno scrittore realista ma la sua
scrittura delinea un essere dell’immagine e un essere del linguaggio
completamente fuori dagli schemi di una didattica del neorealismo.
Probabilmente uno scrittore dello sguardo. Questo sì. E i luoghi in
virtù di ciò sono comunque sempre un disegno ben ricamato nella
costruzione della metafora. Ma quali sono questi luoghi in Pavese?
Il mare e le Langhe sono luoghi ben definiti o meglio si
potrebbe dire l’acqua e la terra. La città e il paese costituiscono
la penetrazione dell’inconscio tra l’essere della solitudine e lo
spazio dell’inconoscibile. E poi la campagna che lega la solitudine
al mito e il mito in Pavese si spiega sempre attraverso una griglia
simbolica. Un luogo che ritorna spesso, non solo nella poesia ma
anche negli altri scritti, è il concetto di strada.
La strada in Pavese è l’allegoria dell’andare del non fermarsi
mai o meglio del percorso o meglio ancora dell’osservare o ancora
del guardare cosa accade nella strada cosa accade al di fuori della
casa. La strada come attraversamento ed è la strada che conduce alla
piazza. C’è da dire che non sono molte le poesia in cui compare la
piazza ma è un luogo di una presenza sia fisica che interiore.
Certamente tra i versi dedicati alla piazza campeggia la
dannunziana poesia dal titolo “Passerò per Piazza di Spagna” datata
28 marzo 1950 ed è parte integrante della raccolta “Verrà la morte e
avrà i tuoi occhi” pubblicata postuma. È una poesia che fa parte
dell’ultimo mazzo dei versi pavesiani e l’intreccio tra lo
strascinamento esistenziale e la fotografia è ben integrato. Ma
anche qui in questa poesia dedicata alla piazza non mancano le
strade. Per ben quattro volte è citato il termine strada, anzi tre
volte al plurale e uno al singolare. Si conferma quello che si
diceva prima: le strade buttano nella piazza e le strade fanno la
piazza in Pavese.
Una visione chiaramente geografica-antropologica (si pensi a
“Abbozzo di Paesaggio” del marzo 1936 dove si legge: “Sulla piazza
la gente non può litigare,/ma s’accolgono tutti con capre e
maiali/contro i muri. Da un muro di cinta scrostato/s’erge saldo
l’ammasso fiorito di un albero”, oppure a “Jazz melanconico-” del
giugno 1929: “Il giardino profondo, sulla piazza,/di oscurità e
freschezza”) che penetra il tessuto altamente lirico di Pavese.
Anche il titolo diventa un attraversamento. Non si parla della
Piazza di Spagna in se ma del passare per Piazza di Spagna ovvero
quel “passerò” non sta ad indicare una forma statica bensì
dinamica. Pavese non si ferma in Piazza di Spagna. Qui entra in
gioco la componente lirico esistenziale e la dinamicità in questo
caso specifico segna ancore di più l’inquieto esistere, l’inquieto
essere, l’inquieto uomo-luogo di Pavese.
Pavese è l’uomo-luogo per eccellenza. È una delle poesie più
belle dell’intero corpus pavesiano e risente come già si
sottolineava l’influenza marcata del Dannunzio alcionico e del
Dannunzio che recita la chimera. Il Dannunzio aulico ma questo non è
né un difetto né un vizio è invece la dimostrazione che il Novecento
Italiano non potrà mai fare a meno di Dannunzio.
Dannunzio nella poesia italiana non è un’ombra, è la certezza
del rinnovamento ed è quindi linguaggio nuovo nel solco della
contemporaneità. Ebbene in Pavese e in questa poesia in particolare
la piazza diventa il luogo dentro i luoghi. Si ascoltano i primi
cinque versi :
Sarò un cielo chiaro.
S’apriranno le strade
sul colle di pini e di pietra.
Il tumulto delle strade
non muterà quell’aria ferma.
Il paesaggio dunque non è una rappresentazione figurativa
soltanto perché la spinta onirica è abbastanza avvertibile in una
cesellatura dove il mosaico che emerge è siglato dalla
contestualizzazione della natura. Il cielo, il colle ,
la pietra. E poi compaiono le strade. Nelle strade c’è
tumulto ma questo tumulto non cambierà l’aria-atmosfera che
rimane ferma perché la piazza ancora una volta diviene il
contenitore dei luoghi e delle sfumature paesaggistiche. Paesaggio
che si vede e paesaggio interiore del poeta sono una dichiarazione
dell’esistere e dell’essere.
L’onirico aulismo dannunziano continua così :
I fiori, spruzzati
di colori alle fontane,
occhieggeranno come donne
divertite. Le scale
le terrazze le rondini
canteranno nel sole.
S’aprirà quella strada,
le pietre canteranno,
il cuore batterà sussultando
come l’acqua nelle fontane –
sarà questa voce
che salirà le tue scale.
La frequentazione della musicalità porta Pavese ad un felice
ascolto della ripetizione non solo della ritmicità ma delle parole
che diventano in questo caso parole chiave. Non troviamo soltanto
una nuova ripetizione del termine strada ma ricompare anche
il termine pietre e poi si ripete il verbo aprire,
prima coniugato nella terza persona plurale nel tempo futuro ora,
lasciando il tempo, nella terza persona singolare.
La
metafora più incisiva sembra quella proposta nel verso “le pietre
canteranno”. Nel terzo verso la pietra era abbinata al colle quindi
in una forma bloccata nell’immaginario in questa fase successiva la
pietra acquista voce e il tutto ancora una volta all’interno della
piazza. Nei versi finali che andremo a citare la pietra avrà un suo
odore. Così :
Le
finestre sapranno
l’odore della pietra e dell’aria
mattutina.
S’aprirà una porta.
Il tumulto delle strade
sarà il tumulto del cuore
nella luce smarrita.
Si insiste con il lirismo ripetitivo e con l’uso dei vocaboli
già menzionati. Se all’inizio “il tumulto delle strade” non
concedeva mutazione in quest’ultimi versi c’è una abbinata tra
strade e cuore. Le intermittenze proustiane del cuore in Pavese si
chiariscono come tumulto e il tumulto delle strade penetrerà il
tumulto del cuore e in questo caso si comprende come quella luce o
quell’aria che era ferma risulta smarrita.
Qui si intaglia la figura della donna pur avendola già citata
all’interno della poesia. Qui assume propriamente il tu. L’ultimo
verso recita :
Sarai
tu – ferma e chiara.
Ecco, dunque, il passaggio pavesiano per Piazza di Spagna che
diventa una metafora fondante perché Pavese si serve della piazza
per dipanare quel nodo che è il suo essere in bilico tra la vita e
la morte. Così non è in una poesia precedente dal titolo “Lavorare
stanca” dell’omonima raccolta .
La poesia in questione, ovvero “Lavorare stanca” risale al
1934 e si nota immediatamente un incastro tra la strada e la piazza.
Si parla ancora una volta di un attraversamento e non di un
fermarsi. Si conferma, quindi, che la strada e la piazza non sono
luoghi della staticità perché, come dice Pavese, per andare via di
casa bisogna che si attraversino le strade come in questo verso che
è l’incipit della poesia in questione :
Traversare
una strada per scappare di casa…
E in questo caso le strade e le piazze sono vuote o peggio
ancora deserte. C’è un insistere di questa immagine :
Non
è certo attendendo nella piazza deserta
ancora :
Nella notte la piazza ritorna deserta
oppure :
Non
è giusto restare sulla piazza deserta
E prima ancora si parla di piazza che sono vuote. Ma questa
solitudine che si vive nella piazza è legata chiaramente all’attesa.
Nonostante che la piazza sia deserta si resta in attesa. Ma per
sconfiggere questa solitudine c’è bisogno di girare per le strade.
Il tema della solitudine in pavese è ricorrente e per sconfiggerla,
come ci dice anche in questa poesia, c’è bisogno della donna. Il
deserto della piazza può essere debellato cercando “quella donna
per strada”, ci dice Pavese, che “ci sarà certamente”.
Solitudine-donna-strada-piazza. È su queste coordinate che il
luogo-uomo Pavese offre una chiave di lettura che sulla da una
diretta partecipazione realista per raccogliere i risultati di una
antica metafora che si spiega nel mito-rito-simbolo. Ed è forse qui
che si gioca la partita del luogo-piazza che in Pavese viene ad
essere assorbito con un vero e proprio archetipo.
La piazza deserta non è ancora la piazza che aulisce di
matrice dannunziana ma attraversadola, come più volte è stato detto,
ci fa sentire le strade che si aprono in una luce che si smarrisce
come si è potuto notare in “Passerò per Piazza di Spagna” . Non si
avverte, comunque, in queste due poesie alcun segno tangibile che
possa rimandarci ad una visione di natura popolare pur essendo
presente nell’interezza dell’opera pavesiana.
Il fattore antropologico ha una sua valenza soprattutto nella
poesia “Lavorare stanca” ma è l’antropologia che recepisce il senso
di solitudine che campeggia. Così il luogo- piazza non resta il
luogo-natura-paesaggio (come anche in “Gente non convinta”
dell’estate 1933 dove si legge: “Questa pioggia che cade per piazze
e per strade…”) ma è il luogo-esistenza perché nella piazza vivendo
il tumulto, come ci dice Pavese, si cattura il tempo e la
dissolvenza del tempo lungo il tracciato di un destino che vive nel
viaggio della vita. Ed essendo un attraversamento per Pavese non può
che essere un viaggio in attesa.
L’attesa per Pavese è oltre ogni realismo. E la piazza resta
sempre attesa. L’attesa che si registra in “Città in campagna” del
1933 nella quale si legge: “Le vie fresche di mezza mattina eran
piene di portici/e di gente. Gridavano in piazza. Girava il
gelato/bianco e rosa: pareva le nuvole sode nel cielo”. Oppure
l’attesa che si fa risveglio e cerca di rivelarsi alla piazza:
“Donne fosche spalancano imposte alla piazza”. Si tratta di un verso
di “Tolleranza” del dicembre 1935. E tutto si vive nello spazio
della piazza: “È laggiù che quest’oggi sarà il calore/l’osteria la
veglia le voci roche/la fatica. Sarà sulla piazza aperta./Ci saranno
quegli occhi che scuotono il sangue”.
Il suono e il “calore” della “piazza aperta” si ascoltano
lungo i corridoi di un ricordare che riporta echi. Ma anche luci
Così in questi versi del “Carrettiere” del dicembre del 1939. ci
sono le luci altrove. Quelle luci de “Il ritorno-” del marzo del
1929: “Tante tante persone – quante luci/accendono le piazze -
/tante figure lente lente lente/ci han calpestato l’anima”. Ma la
piazza aperta è un richiamo “della grande piazza” che si ascolta nei
versi del 1927 che preparano i versi di Lavorare stanca.
La piazza e le strade non sono un ossimoro ma un intercalare
di una continuità di quella tensione esistenziale dentro la
geografia della propria anima. Sono le “piazze e le strade” de
“L’estate di San Martino” del dicembre 1932 o la solitudine che
accomuna strade e piazze: “Nelle strade deserte come piazze,
s’accumula un grave silenzio”, da “Poetica”, datata settembre 1935 –
1936.
La piazza non solo come rievocazione, non solo come cultura
della comunicazione e della partecipazione, non solo come
consapevolezza della solitudine ma come elemento della dissolvenza
della retorica. Pavese vive dentro di sé la metafora della vita e in
questa metafora la piazza diventa ethnos.
Un consolidare lo spazio (in una allegoria che richiama lo
“spiazzo”) con il vivere il tempo dentro un luogo. L’essere è il
luogo della condivisione. Una vita alla ricerca della condivisione.
Forse anche oltre le metafora che imprigionano il quotidiano e
diventano mito.
La piazza nel mito. È così presente la grecità in Pavese tanto
che la piazza – spazio è una vera e propria incisione nel cammeo del
rito – mito. L’antica agorà è in Pavese.
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pubblicato il 21 giugno
2009
La scomparsa del poeta lucano Vito Riviello
Un incontro con i “maghi dell’inchiostro”
di Pierfranco Bruni
Il
tema della terra, dei paesi che recitano la vita nel quotidiano,
dei luoghi che si aprono agli spazi – piazza e poi quelle radici
che raccontano oltre la storia in un intrecciare di immagini e
ironia. Dentro questo misurare la parole con il tempo si avvolge
il tracciato poetico di Vito Riviello.
Nato a Potenza nel 1933 e morto a Roma il 18 giugno scorso. Più
volte avevo avuto modo di incontralo, negli anni passati, a
Roma. E quel suo sguardo, quel suo accento, quel porgersi tra il
silenzio e il sussurro restano incisi indimenticabili.
Un poeta che non ha mai creduto alla ufficialità del “fare”
poesia ma si è inventato, attraverso le emozioni e i sentieri
del magico antropologico e gioioso il linguaggio della poesia.
Un linguaggio e una poesia che non hanno mai rinunciato a un
gesto di teatralità. Perché la sua parola si è nutrita di
teatralità e di un immaginario il cui senso scenico ha dato
corpo proprio ad un recitativo che si è “strutturato” in un
canto esistenziale.
Il suo primo libro risale al 1955: “Città fra paesi”. Un Sud non
melanconico e triste ma forse sarcastico, beffardo, certamente
meravigliosamente ironico. Ma in Riviello l’ironico è sempre
raffigurazione di un rappresentativo teatrale nel quale gli
oggetti, i luoghi, le strutture sono parte integrante di un dare
e dire del sentimento.
Così: “Potenza del fiume e Potenza della montagna/siamo una cosa
sola/dalla collina alla valle./Ci sono autobus verdi e
chiari,/rari sono i muli che passano/e hanno un uomo smarrito
sul dorso./Siamo città fra paesi/antica capitale di fontane e di
chiese”.
È una poesia che non dimentica le cifre di una terra che è
antropologicamente radicata ad una cultura contadina ma di
questa non ne fa una icona. Anzi la cultura contadina è un
passaggio di dimensioni metaforiche che incidono un solco e
tracciano una trama all’interno di quella visione poetica
meridionale contemporanea che ha fili stretti che vanno da Rocco
Scotellaro a Pio Rasulo. Riviello è come se attraversasse la
poetica scotellariana per inserirsi in uno spaccato certamente
di poesia e canto meridionali ma riesce a cogliere un orizzonte
che è quello della spazialità.
In versi del 1975 dal libro “L’astuzia della realtà” si può
cogliere: “Bastava ricorrere ai sogni/per verificarsi sulla
piazza/ai grandi vuoti planetari”. Un verso che si apre a
ventaglio sulle metafisiche dello spazio – tempo inserendosi in
una tradizione che deve avere la forza di ritrovarsi nella
innovazione dei linguaggi.
D’altronde la poesia ha la capacità, la forza, la volontà di non
confondersi con la restaurazione della tradizione linguistica.
Una lezione quella di Riviello che può leggersi anche come un
modello di antropologia poetica nella modernità degli incontri
di lingue e di culture. Tanto che nel 1999 pubblica un testo dal
titolo: “E arrivò il giorno della prassi”.
Una registrazione di una poetica del pensiero ma anche della
inventiva. Nello stesso anno, non fare un contrappeso, dà alle
stampe anche “La luna nei portoni”. Il poeta resta profondamente
legato alla sua Lucania. Una Lucania che non è una geografia
soltanto ma un viaggio nell’essere e nel tempo. In quel tempo
che non smarrisce l’essere.
“L’ombra è un uomo che passa nella luce/innalza laterizi,/il
nemico, non il grido della civetta,/è negli interstizi
dialettici/d’una provocazione maledetta” (da “L’astuzia della
realtà”). Un poeta che ha sperimentato non solo le forme
linguistiche ma si è saputo confrontare con l’universalità delle
esistenze.
Da questo punto di vista credo che Riviello si sia distaccato
chiaramente dalla problematicità del meridionalismo fatto
poetica ed ha proposto uno spaccato fortemente legato non tanto
alla aulicità del verso ma ai contenuti del fraseggio. C’è,
comunque, in Riviello, il tema del sogno che si mostra spesso
ricorrente. “Se dal torbido sogno/mi svegliassi
antilope/apprenderei la virtù dei fiori” (da “Dagherrotipo”,
1978).
Questo sogno che si fa pazienza è una trama persistente sin dai
primi versi che hanno una connotazione ben precisa. Penso ai
versi di “Mia città” (dal libro citato del 1955). Forse è in
quella poetica dell’incipit che si ascolta l’amore e il rifugio,
la città e la vita, la piazza e l’incontro.
“Mia città di pallidi contrasti/così come il sole si oppone alla
luna/per un tramonto campagnolo”. Un profilo poetico che ha
matrici profonde. Una poesia retta dalla distinzione nella
comicità del popolare.
Riviello è come se avesse trovato in quella poesia popolare duo
– trecentesco una chiave di lettura da offrire come modello non
solo poetico ma letterario al tardo Novecento. Il beffardo e il
giocoso hanno sempre riempito di stili la sua poesia. Come per
dire che “In questa casa aperta di cultura/si recita un teatro
nero/di linguaggio”.
Teatro come piazza. La piazza come luogo di una geografia mai
virtuale ma simbolica. Resta una simbolicità attraversata dai
segni del tempo. Forse una metafora. Ma questo teatro che è
piazza è l’attraversamento delle vite. La poesia di Riviello,
per usare un suo verso, “s’addice ai maghi dell’inchiostro”.
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pubblicato il 21 giugno
2009
Il calabrese Geppo Tedeschi e il Futurismo
Un poeta “necessario” nella tradizione della
innovazione
di
Pierfranco Bruni
Il
Futurismo di Geppo Tedeschi è interamente attraversato da una
diversità di aspetti che andrebbero sezionati in veri e propri
momenti, ma ciò che interessa è l’anima con la quale il
canto, il grido, il segno vengono coniugati sulla pagina. Non va
dimenticato che la sua ricerca è un andare nel profondo. Oggi si
caratterizza grazie a un paesaggio epocale che fa storia, che dà
volto all’immagine di una civiltà per la quale l’uomo costituisce
l’età dell’essere.
Ascoltiamo da Il
Golfo di Spezia: “Onde più onde / fermatevi un poco / per
ascoltare com’Ave Maria / la nostra futurista poesia! nemica a tutto
fiato / dei baluardi, a muffa, / del passato. / poi tornerete a
navigare / tra sole tempesta e risacca / per le strade / de
l’acqua”. O un passaggio da Idrovolanti in siesta sul Golfo di
Napoli (ed è qui una delle caratteristiche essenziali):
“Dibattito progresso commozione d’idrovolanti in siesta sulle
precise ore 2 del pomeriggio NO Nooo rombano i motori al tavolo da
lavoro così non si può concepire il grande Poema GOLFO DI NAPOLI
Conviene urge dirigere l’ascesa verso i 2000. Allora solo allora
pizzicando 100 grossi motivi di bomba balistite pirite — MARCIA
TRIONFALE AIDA si può benissimo decantare questo golfo legionario
MEDAGLIA AL VALORE artista futurista fregolismo con la tuba di
CASTEL DELL’OVO”.
Questo è soltanto
l’inizio (per ragioni di stile lo riportiamo nella sua forma
originale) e ci fa capire il gusto e la personalità di Geppo
Tedeschi. Il binomio che maggiormente viene fuori è appunto
parola-immagine. La parola (siamo in pieno futurismo) si serve
dell’immagine. Diviene libera. L’immagine gioca a sua volta con la
parola. Le immagini hanno una loro figurazione che si concentra
tutta nel dettato poetico che è nella voce del verso.
Ma il poema continua
con il gesto della parola e si offre con queste battute che in un
certo qual modo spiegano la risposta futurista di Tedeschi:
“SCATTANO I MAGNETI Trebbiamo trebbieremo trebbiare con le nostre
scintille stella viola rosa minio la foschia notte tempesta. Siamo
la luce eterna degli EROI La lampada votivo dello sventa-gliato
paesaggio mediterraneo declamante strade ascensione progresso
commercio precisano L’ELICHE. Scagliamo frantumiamo glorifichiamo il
sorriso operoso tipico napoletanismo chitarra a trentasei corde per
le serenate a POSILLIPO. C’innalziamo c’innalzeremo SEMPRE in
meandri inesplicabili. Vita morte cielo mare. Così ogni giorno così
ogni ora COSI SIA”.
Quale valore può avere
questo paesaggio di versi? Abbiamo parlato di gioco. Non si tratta,
comunque, di un gioco tout court. È un gioco di Costruzioni,
ma è soprattutto un incasellamento di idee. E le idee si fanno
parola, si fanno gusto e assumono i risvolti della grandezza.
Nell’Aeropoema
citato vi sono i tratti dell’originalità. Una originalità che ci
porta a scoprire versanti significativi. Così si esprime Marinetti:
“L’originalità degli aeroporti sorella della originalità degli
aeropittori aeroscultori aeromusicisti aeroarchitetti, ci porta
all’infinitamente grande ed allo stratosferico mentre la poesia dei
tecnicismi di altri futurismi non meno ispirati ci porta
nell’infinitamente piccolo della biochimia dei commerci e delle
metamorfosi industriali di un canneto mutato in seta e di un latte
mutato in vestito”. Un segnale preciso che ci indica in che modo
Geppo Tedeschi si rivolgeva alla cultura di una stagione fervida di
interessi e di attività. Il suo poema dedicato (ne abbiamo già
citato un passaggio) a Il Golfo di Spezia resta in questo
senso una testimonianza emblematica.
Tedeschi raccoglie la
sfida lanciata appunto da Marinetti a tutti i poeti d’Italia. Questo
poema è stato declamato, insieme ad altri, il 3 e 4 ottobre del
1933, nel Teatro Civico della Spezia. Tedeschi aveva accolto la
sfida di Marinetti, il quale si era espresso in questi termini: “Vi
sfido tutti a battermi, se lo potete, il primo ottobre. Il mio Golfo
della Spezia nascerà quando mi recherò a settembre nelle sue acque
radiose e musicali per nuotare e poetare insieme”.
La sfida non aveva
soltanto un valore letterario e poetico. Aveva una sua indicazione
civile. Ed è proprio questa indicazione che ha avuto un immenso
riscontro. Da qui il discorso diventa più complesso. Si entra nel
vero e proprio viaggio letterario di Geppo Tedeschi. Si entra in
quella dimensione che è movimento. E il movimento è trasmissione.
Tra il movimento e la trasmissione si instaura quella tensione che è
tensione armonica. La tensione armonica e il gesto libero nella
poesia di Geppo Tedeschi formano un circuito dove la parola
si incontra col dettato poetico. Il gesto è nella parola. La parola
compie un gesto. Vi è, dunque, una armonia che si stende lungo un
tracciato che ha sostanzialmente un peso dovuto sia al tipo di
ricerca che all’individuazione di una identità culturale. E questa
identità è una identità futurista. Il gesto è un gesto futurista.
Così la parola nella
quale si condensano le attività linguistiche di un’arte e di
un gusto che restano testimonianze di un uomo e di un’epoca.
Testimonianza ma anche esperienze e con le esperienze la capacità di
capire il volto di una civiltà nella quale il tempo e la caduta del
tempo costituiscono una delle chiavi interpretative. Ma per capire
questa civiltà non occorrono grosse interpretazioni e imponenti
pretese. La poesia di Geppo Tedeschi è certamente una poesia che ha
ritagliato una cornice all’interno di un contesto frastagliato e
complesso. Una cornice importante la quale non può certamente essere
trascurata sia in una realtà letteraria italiana che regionale. La
letteratura calabrese del Novecento deve tener conto della poesia e
della presenza di Geppo Tedeschi. Deve tener conto del Futurismo e
della sua evoluzione.
F. T. Marinetti nella
Prefazione alla I Edizione di Corto Circuiti (1938)
scrive: “L’aeropoesia futurista calabrese di Geppo Tedeschi ha già
dato a l’Italia molti versi liberi e parole in libertà che
perfezionando i principi di sintesi e di dinamismo in questi CORTI
CIRCUITI offrono al lettore intelligente e sensibile splendide
originalissime fusioni di valvole, fusioni viola-arancione, cioè
bruciate nel tragico della vita virilmente spremuta fino ad
esplodere con lo splendore solare delle coste calabre sicule
africane”.
E’ una osservazione
toccante. Lo è per vari motivi. Sul piano letterario esamina alcuni
punti focali e li mette a confronto con il gusto del colore. Sul
piano umano fa emergere un dato mai trascurato che è quello
dell’appartenenza alla terra calabra. Marinetti ci teneva a
sottolineare questo aspetto. In Geppo Tedeschi questi due momenti
si fonderanno. Basta ricordare i versi raccolti in Ruralismo
calabrese (1942) o addirittura Tempo di aquiloni (1963).
In queste due raccolte il colore e l’immagine, la proiezione della
memoria e la terra dànno vita ad una esplosione musicale intensa e
densa di contorni.
Marinetti nella sua
Prefazione prosegue: “Talvolta la sua poesia breve e
musicalissima, mi fa pensare a certi suonatori ambulanti di fiera e
villaggi amanti di strumenti fonici come i guerrieri medievali erano
armati di ferro, ardire crudeltà”. Un gioco di contorni ma anche di
scene. Un gioco di vedute ma anche di ansie. Un gioco che conosce
molto bene la parola e il senso. Un gioco che non si assenta
dall’armonico suono. E ancora Marinetti che afferma: “La sua poesia
suona sinteticamente e simultaneamente tutta con piedi, ginocchia,
pancia, testa, mani e bocca. Per calamitare cosmicamente anime e
corpi primaverili la poesia del Futurista Geppo Tedeschi è talvolta
paragonabile all’assieme delle tastiere dei grandi organi delle
cattedrali modernizzate che io defluisco, con parola nuova,
politastiera…”.
“Lo fiutano e scaccando
le vetrate diventano cielo musicale e rumorista nel cruscotto di un
aeroplano, questa politastiera d’azzurri”.
Siamo vicini al gesto
del rito. Prima si sono citati i “guerrieri medievali” ora si è
dentro una “politastiera”. Ma le due cose hanno una comunanza, ed è
quella della parola detta come segno di una sacralità. Certo in
Geppo Tedeschi questo avvicinamento ad una dimensione del sacro è
qualcosa di profondo. Lo si avverte nel respiro della parola. Lo si
sente nell’affiato del verso. Lo si constata nel paesaggio del
poema. Lo si ascolta nella tensione religiosa dei versi raccolti in
Tempo di aquiloni. Qui la poesia dal titolo “Non sappiamo più
leggere” è un esempio sicuro.
Così recita: “Non
sappiamo più leggere / la parola abbraccio. / Abbiamo
smarrito! la via! che Tu ài battuto / concludendo in Croce.
/ Disarma il nostro cuore / e fai che s’apra! ad ali
di colomba. / Signore che inalberi / il giorno, / che
apri la notte / che accendi le stelle”. Siamo oltre ad una
dichiarazione di poesia futurista. Ma è indubbiamente una tappa di
arrivo fondamentale nella quale confluiscono stagioni di ricerca e
sentimenti.
Ma il suo futurismo
resta legato all’età del poema. Ci riferiamo alla prima
edizione (che risale al 1932) del Poema Gli affari del primo
porto Mediterraneo di Genova, a Il Golfo di Spezia (prima
edizione 1933), a Idrovolanti in siesta sul Golfo di Napoli
(si tratta di un Aeropoema del 1937), a Corti circuiti (1938),
al Poema “Ala” Parole in libertà Lotta tra la serra e il
gomitolo, a Il suonivendolo (la cui prima edizione risale
al 1939). Al 1940 risalgono I canti con l’acceleratore dove
si avverte una tensione linguistica protesa verso un costante
rinnovamento. Ma il Futurismo di Tedeschi (d’altronde tutta la
poesia futurista) va verso un continuo sviluppo e si apre a continue
riprese di rinnovamento. Ma con Ruralismo calabrese del 1942
(aeropoema futurista) il viaggio ha ulteriori sviluppi sia
tematici che linguistici. L’immagine di un ritorno alla terra non
conosce soste.
La Calabria è calata,
con la sua atmosfera e quindi con i suoi colori, nel tempo delle
parole. Malinconia e riprese nostalgiche si agitano all’interno di
questa ricerca. Vi è un defluire della parola: “Malinconia amaranto,
/ venata di prime stelle. / Stelle stelle. / Quante stelle.
/ Amico vento, / pastore cli fronde, / legnaiuolo di
monti e pianure, / tira sassi alle rose, / a primavera, /
diavolo della polvere, / viandante brontolone, / ricco di
fiabe come un paiuolo, / porta a l’Italia bella, / questo
fagotto di baci”. La prima edizione è del 1942. Al 1943 appartiene
Rosolacci tra il grano. Qui le voci della natura si
intrecciano con la luce e i suoni. Ma il chiarore più vivo è un
sentire l’infanzia come “arietta d’autunno”. Al 1951 appartiene
Canne d’argento. Allo stesso anno, con prefazione di Giuseppe
Lipparini, la raccolta Liriche epigrafi-che. Zufoli sul colle
è del 1957. Tempo di aquiloni, già citata, è del 1963.
Epigrafe porta la data del 1973. In Tempo di aquiloni il
dettato poetico si arricchisce maggiormente di brevi immagini che
sostengono un quadro ben robusto. Hanno una limpidità notevole. Il
messaggio è tutto proteso in avanti. La memoria, il senso del
ricordo, il recupero della perdita hanno un fascino coinvolgente.
La tematica futurista
si incontra con altre esigenze esistenziali. Il paese viene
presentato attraverso chiaroscuri che hanno una sottile liricità.
Sono molto belli e veri
questi spaccati: “Paese, di tufo e di pietre! tutto inciso di
giorni! desolati. / Mio povero paese / che aspetti,
/ rassegnato, / che la pietà del tempo, / ti
dirupi”. Oppure: “Crepuscolo d’agosto / sognatore. /
Ostia di luna, / scampanio di chiese. / In quest’ora. /
Solenne e flautata, / brillano i focolari / al mio
paese”. Sembra che il profilo dei versi anni Trenta sia mutato, ma
sostanzialmente è mutato soltanto il gioco degli incastri. Le
immagini formano una ragnatela su una dimensione che assume
sembianze mitiche. Il ricordo, il tempo che fugge, il “crepuscolo”
del paese (lo si è già detto) sono cose raccolte in una atmosfera
mitica, la quale (è qui il suo futurismo) non ha rivolgimenti verso
la nenia del passato ma guarda avanti. Ed è questo proiettarsi in
avanti che rende viva e nuova la poesia di Geppo Tedeschi.
La distinzione è nel
linguaggio. La poesia non sfugge al linguaggio. In queste poesie è
subentrata la consapevolezza degli addii. Si ascolta: “Mi riscaldo
alla fiamma / dei ricordi”. “Tramontano le stagioni. /
Ognuna con il peso / degli addii. / Ma tu non mi tramonti /
dal pensiero, / profilo sotto a mistica / distanza. / Mi sei
fuggita, ratta / come l’acqua / e come l’acqua / non sei più
tornata”. Fra questi versi c’è una poesia dedicata al padre.
Il titolo è appunto
“Padre” che in un certo qual modo emblemizza in questa fase del
viaggio e raccoglie tracce e significati di un meditare profondo e
travagliato. In Geppo Tedeschi il dato meditativo è sempre un
travaglio che cuce ferite lontane. La poe-sia recita: “Ti chiamai
ieri, a lungo, / dalla proda. / Mi dissero che i
morti, / a mezzogiorno, / ànno il sonno leggero / e
trasparente. / Ma l’eco, in fretta, / tornò la voce. / Sulla
strada, / abbagliata d’alta luce, / nenie, incomplete, / cantava un
carraio. / Giovine e bello / palpitava il grano”.
La poesia di Geppo
Tedeschi si presenta attraverso uno sviluppo che tocca diverse
stagioni. Dagli anni del Futurismo alla poesia di oggi costituisce
un viaggio affascinante. Ma la sua poesia non può essere isolata
soltanto a un determinato periodo. Abbraccia un’epoca. La si deve
cogliere per quello che riesce ad esprimere nella sua totalità.
Certo si possono far prevalere dei momenti particolari invece di
altri ma non si possono creare delle esclusioni forzate.
Giuseppe Lipparini
nella Prefazione a Liriche epigrafiche osserva:
“Futurista era, non tanto per ragioni teoriche quanto per l’impianto
spontaneo della sua indole meridionale.
“Gli piacevano le belle
immagini ampie ed ariose, amava il paesaggio, per la ricchezza dei
colori e per quel senso rioposante di lontananze spezzate. E
aspirava soprattutto, alla rara virtù della concentrazione poetica.
“Ma anche nel futurismo
non gli riusciva di essere eccessivo o stravagante; c’era sempre in
lui, forse per una lontana parentela con gli Elleni della Magna
Grecia, un senso della misura che gli faceva da freno”.
Siamo al 1951. Molte
esperienze sono state già vissute e consumate. Molte idee hanno
trovato un loro sviluppo a sé. E Geppo Tedeschi è già in una
stagione poetica nuova.
La sua poesia futurista
rimane al centro della sua ricerca. I suoi Poemi segnano il momento
più alto in un vantaggio che andrà sempre oltre.
Nel suo Futurismo, nel
suo andare fra le parole e le azioni, l’anima della sua terra non va
mai smarrita. Anzi compare spesso e spesso viene ricordata anche dai
suoi critici. Questo segno di appartenenza alle origini (alla sua
terra) avrà delle evoluzioni. Costituirà alla fine (ci riferiamo
alle poesie ultime) una vera e propria dimensione poe-tica.
Ma il dato importante è
che Geppo Tedeschi va riconsiderato per la complessità della sua
opera e della sua ricerca. Va riconsiderato perché è un poeta che
conta. E un poeta che merita. Ed è un poeta che apre prospettive
nuove ad una meditazione più giusta e più vera sul Novecento
letterario italiano e calabrese.
Che dire alla fine? E
certo, e lo ripetiamo, che Tedeschi va recuperato, collocato nella
storia della letteratura contemporanea. E un rappresentante
notevole, e lo abbiamo visto, non solo del Futurismo ma della poesia
calabrese. Grazie al suo Futurismo si sono create altre aperture e
si possono creare ancora diverse interpretazioni critiche.
Ma il suo Futurismo ci
conduce ad approfondire pieghe eterogenee che sono all’interno della
letteratura calabrese. Scrittori e poeti, che la critica ufficiale
non cita, d’ora in poi non possono restare nel dimenticatoio. Fra
questi Giuseppe Troccoli, Costabile Guidi, Beatrice Capizzano Verri,
Giuseppe Carrieri. Carrieri, infatti, è un altro personaggio che si
è dedicato alla ricerca futurista. Molti suoi scritti, i primi,
formano una condensazione di motivi che si aprono a quella tensione
armonica che abbiamo riscontrato in Geppo Tedeschi. Certo, il
Futurismo in Calabria ha una sua storia. Una sua storia ben radicata
fatta di innovazioni e proposte. È vero, come sostiene Nicola Silvi,
che “Il destino dell’artista meridionale è proprio quello di
innovare”. E innovare vuol dire andare oltre.
Non è più pensabile
restare nella cerchia degli ormai noti. Bisogna saper
distinguere. E distinguere vuol dire anche scegliere. Ma il dato
fondamentale è che occorre riscrivere molte pagine di storta della
letteratura. Non ci si può più fidare di critiche anchilosate,
stantie e ideologizzate. Ci si chiede se la letteratura calabrese
avrà un suo futuro. Lo avrà se si riuscirà a superare lo scoglio del
già detto. È stato detto o è stato scritto ciò che faceva più
comodo, ma è un grave errore dimenticarsi di ciò che il
Futurismo ha rappresentato in una terra lacerata culturalmente come
è la Calabria.
Ebbene, Geppo Tedeschi,
questo poeta nato nel 1907 a Oppido Mamertina e morto a Roma nel
1993, ha dato alla parola una universalità che è difficile
riscontrare in altri poeti contemporanei. Ha cantato e ha parlato
della sua terra con un candore e un linguaggio vivo, reale e lirico.
Non si è mai smarrito in un racconto sterile. Non si è mai
abbandonato ad una denuncia senza senso. La poesia non è mai
denuncia. È testimonianza soprattutto.
In Geppo Tedeschi la
trasmissione diventa testimonianza, perché la vita è testimonianza,
perché vivere è testimoniarsi. E la testimonianza di Geppo Tedeschi
è viva in un passato che non si dimentica e in un avvenire cha ha
bisogno ancora di un passato che ha luci e colori, gesti e
significati. La sua forza è nella traducibilità. I valori della sua
poesia hanno àncore antiche che non segnano il passo ma si aprono ad
un dialogo costante e lucido con la ricerca poetica contemporanea.
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pubblicato il 9 giugno
2009
Vincenzo Cardarelli. Un poeta nello stile della
nostalgia
a 50 anni dalla morte.
di Pierfranco Bruni
Le
nostalgie camminano lungo una vita. Un poeta italiano di cui si
celebra il cinquantenario della morte il prossimo 15 giugno,
Vincenzo Cardarelli, ha raccontato e recitato le nostalgie oltre
Proust e dentro l’alcionico sentire la vita come estasi e bellezza.
La nostalgia come stile. La nostalgia come prosa d’arte.
Nel numero 7
(luglio 1959) della rivista “l’osservatore politico letterario”,
dedicato a Vincenzo Cardarelli (1887 – 1959), G. Titta Rosa
sottolinea l’importanza dello “stile popolare” e il “gusto
dell’arte” che vibrano nella poesia e nella prosa di Cardarelli. La
nostalgia del tempo e la malinconia dei paesaggi (i cui luoghi non
sono, in Cardarelli, soltanto luoghi geografici, bensì luoghi
dell’infanzia, della metafora di una memoria che riporta immagini e
sensazioni e questi si trasformano in leggeri ricordi portati a
spasso dal vento, da quel vento che ha tocchi di antiche civiltà)
sono un viaggio che la poesia compie tra i sentieri incantati dei
miti.
Gli Etruschi (i
veri antenati di Cardarelli e della sua terra: Tarquinia),
l’Etruria, la civiltà del paese, il ritornare al paese e il
simbolizzare il paese come una eredità sono elementi di una poetica
i cui temi fondamentali sono tutti giocati sul sentimento del
ritorno e sulla allegoria del viaggio. Ma è la nostalgia la
componente fondamentale non della sua ricerca (in Cardarelli non si
parla di ricerca poetica ma di orizzonte poetico e di tensione
lirico – sentimentale – onirico) ma dei suoi segni archetipici.
L’amore e il
tempo, la partenza e l’attesa, il sogno (che non è il sognare
soltanto ma è la “frase” della fantasia e del fantasticare
nell’isola della creatività che assorbe il vissuto) e il ricordare
sono percorsi di un labirinto dentro il quale la poesia si fa dolore
– vita – grazia – magia. I suoi “Prologhi”, i suoi “Viaggi
nel tempo”, le sue “Favole della Genesi” e poi quel “Sole
a picco” riportano con la poetica del viaggio ciò che Titta Rosa
ha chiamato “sapienza antica”.
Tutto ha il
sapore delle radici. Il senso dell’appartenenza alla Patria è un
radicamento forte. Perché per Cardarelli radici significa appunto
radicamento. La storia che si trasforma in memoria è un altro
tassello di questo radicamento in una “passeggiata” tra i simboli
che lo catturano. Il tema dell’amicizia e dell’identità è un
progetto esistenziale ed etico che si raccoglie tra i segni del mito
e del rito (si pensi, a tal proposito, alla poesia intitolata:
“Camicia nera” da “Poesie disperse”, anche se il linguaggio e
i toni sono aridi e poco lirici ma sul piano letterario e
linguistico, al di là del contenuto che resta, è una “prova
poetica”).
E poi le parole
hanno una bellezza non tanto solare ma piuttosto lunare. La luna, in
Cardarelli, è la metafora della luce che ha toni scuri e nella sua
luce c’è l’assorbimento del tempo antelucano, del sole che è stato
(“saluto nel sol d’estate/la forza dei giorni più uguali”), dei
meriggi (quei meriggi estivi?), dei tramonti (quel penetrare
l’autunno e l’ottobre?), delle stagioni che salutano (“Benvenuta
estate./Alla tua decisa maturità/m’affido”).
E il sole è nella
luna. La luna come melanconia e strappo del tempo lungo i giorni che
sembrano coriandoli appesi alle età del vivere. Ma cosa è la poesia
per Cardarelli? In una sua sottolineatura ha cesellato: “La mia
lirica (attenti alle pause e
alle distanze) non
suppone che sintesi. La luce senza colore, esistenza senza
attributo, inni senza interiezioni, impassibilità e lontananza,
ordini e non figure, ecco quel che vi posso dare”.
L’essenza
nell’intreccio dell’esistenza del dolore e della consapevolezza. Ma
anche della meditazione sul viaggio che si fa tempo e sul tempo che
è viaggio. In quel suo riscoprire il senso dell’orizzonte delle
origini la parola non è una cronaca ma una metafisica che si
aggrappa all’anima e la poesia che non si rappresenta mai è soltanto
il “racconto” o la recita lieve della testimonianza di una
spiritualità nel paesaggio stesso dell’anima. Un paesaggio in cui la
nostalgia è veramente uno stile. Nella parola e in quella cifra
della memoria che riconcilia nel desiderio di recitare un destino
tra i segni del non dimenticato.
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pubblicato il 2 giugno
2009
NANTAS SALVALAGGIO MI HA RACCONTATO LA TARANTO
DELL’ODORE DI MARE
Morto ad 86 anni. Uno scrittore raffinato, un
giornalista elegante
di Pierfranco Bruni
Da
Venezia a Taranto. Era il 1998. Taranto festeggiava la “festa” dei
libri con un Salone dedicato alla piccola e media editoria nel Sud.
Quasi una settimana per discutere di libri, mercato editoriale e
letteratura. Un raccordo che stava prendendo piede intorno a un
progetto di cultura. Ospite della manifestazione, per parlare di
personaggi, di giornalismi e di linguaggi, Nantas Salvalaggio.
Era nato nel 1923 a Venezia. È morto l’altro ieri a Roma. Uno
scrittore raffinato e un giornalista elegante, amico, con il quale
abbiamo condiviso un sodalizio umano ma anche letterario.
Tra i maestri della
bella parola. Un curioso che sapeva leggere tra le pieghe il
sorriso e il dolore. Aveva pubblicato, in quei mesi, un libro, da me
recensito sulle pagine del “Corriere”, dal titolo “Ricco e parole” e
subito dopo un titolo particolare che recita: “Signora dell’acqua.
Splendori e infamie della Repubblica di Venezia”. Ma io ero rimasto
legato a un romanzo precedente dal quale leggemmo alcuni passi.
Un romanzo che ancora
oggi ha uno splendore linguistico intrecciato ad una storia di vita
e di metafore: “Passione d’inverno”, che risale al 1995 e che
presentammo, insieme a Francesco Grisi, a Caserta. Taranto, ricordo
le sue parole, ha l’odore dell’acqua e del vento e mi riporta a
qualcosa che ho già dentro di me. Sì, questa Taranto, ho annotato i
suoi incisi in un quaderno dalla copertina nera, ha l’umidità dello
scirocco adriatico pur essendo un mare greco, mediterraneo,ionico.
Ci fermammo sul ponte
di pietra e poi seduti su un muretto a Piazza Castello mi accennò al
suo incontro con Marilyn. La vita che si fa romanzo. E nonostante
noi cerchiamo di far diventare tutto romanzo, compresi i nostri
amori veri, il tempo ci incide la sua memoria. Fu il primo
giornalista italiano a intervistare Marylin.
Mi confidò che Marilyn
giunse all’appuntamento in ritardo e con un sorriso smagliante e
malinconico gli disse: “Sa, non lo faccio apposta ad arrivare tardi.
Il guaio è che non so mai cosa mettermi”. Parlammo. Fino a tarda
sera. Conosceva già da alcuni anni Nantas. Quello sguardo attento.
Quel passo danzante. E ogni qual volta ci siamo incontrati mi
ricordò sempre l’odore di brughiera che aveva respirato passeggiando
sul lungomare di Taranto. Un odore che non cancellerò, perché sono
gli odori, mi disse in una presentazione del mio libro su Carlo
Belli a Palazzo delle Esposizioni di Roma, che mi inebriano e mi
tuffano in un immaginario in cui non c’è bisogno di fantasia ma di
silenzio. A volte abbiamo tanto bisogno di silenzio ma i ricordi
diventano fantasmi e hanno voce e ci infastidiscono turbandoci. Sono
stato amico di Nantas. È stata la prima persona che ha letto, ancora
in bozze, il mio “Canto di Requiem”, il poemetto dedicato a Giovanni
Paolo II e i suoi consigli furono importanti. Poi lo recensì su una
testata nazionale. Così anche per un mio libro successivo: “Il mare
e la conchiglia”.
Il fascino della sua
scrittura ha lasciato solchi come cammei. Sono cammei i suoi ultimi
romanzi. Mi riferisco a “Un amore a Venezia” del 2003 e “Ho amato
Marilyn” del 2006. Storie che si intrecciano a destini. E destini
che non smettono di tracciare vissuto e altri destini nelle ore che
avanzano dentro la clessidra dell’età.
Cosa raccontare “…
quando senti le fantasie venir meno, al principio dell’ultimo giro,
allora scopri che il tempo è il più atroce degli inganni. Ma come,
la commedia è già finita? Siamo al calar del sipario e ai titoli di
coda? Ma se appena ieri…”. È il Salvalaggio di Marilyn. Il
giornalista, il direttore di importanti testate, il “costruttore” di
importanti riviste, il commentatore vivono dentro lo scrittore.
Lo scrittore che sembra
recitare senza inventare. Lo scrittore che vive dentro i tasti della
vita attraverso personaggi e amori. Troppo presto per parlare dei
suoi libri. Almeno per me. Non posso in questo momento e forse non
voglio. Non devo. Nantas è stato un maestro. Con la sua ironia ha
giocato fino in fondo con la vita. Con quella vita che non smette di
farsi romanzo quando il romanzo si lega al raccontare le maglie dei
destini. Parlando di Taranto Nantas certamente pensava all’acqua
della sua Venezia.
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