Centro d'Arte e Cultura 26 - Associazione di ricerca antropologica etnofotografica e di promozione culturale fondata da Maria Zanoni nel 1978

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Il Pascoli omerico di Marilena Cavallo e Pierfranco Bruni

a 100 anni dalla morte

e per celebrare la Giornata Internazionale della Lingua Madre del 21 Febbraio

 di Maurizio Fallace*

 Il plurilinguismo nella cultura italiana è una ricchezza che investe tutti i campi della ricerca. Studiando, nell’ambito delle celebrazioni riferite al centenario della morte di Giovanni Pascoli, il legame tra gli elementi etno-linguistici e la letteratura italiana i processi storici, intorno all’evoluzione della lingua, costituiscono una chiave di lettura che intercetta contaminazioni che riguardano tutta la poesia italiana. Pascoli resta un punto di riferimento per la lingua italiana e per la letteratura italiana nei Paesi esteri.

Il saggio di Marilena Cavallo e Pierfranco Bruni sottolinea questo legame tra lingue e plurilinguismo.

Il testo dal titolo: “Nel mare di Calipso. La dissolvenza omerica e l’alchimia mediterranea in Giovanni Pascoli”, (Pellegrini Editore) che rientra nel Progetto sul “Plurilinguismo, le immagini etnoletterarie,

le visioni mediterranee e i codici dialettici nella poetica di Giovanni Pascoli tra il centenario della morte e i processi culturali contemporanei” curato da Pierfranco Bruni per conto della Direzione Generale per le Biblioteche, gli Istituti culturali e il Diritto d’autore del Ministero

per i Beni e le Attività Culturali, si apre a un confronto tra

le radici omeriche e mediterranee, la cultura islamica e la

classicità nella tradizione del Novecento letterario italiano.

Protagonista è, comunque, Giovanni Pascoli (nato a

San Mauro di Romagna il 31 dicembre del 1855 e morto

a Bologna il 6 aprile del 1912) in un attraversamento originale

nel quale si pone l’attenzione anche sulla poesia

sufica e sulla visione di una poesia che ha radici orientali,

il cui mosaico è costituito dalla interpretazione dei modelli

etno-linguistici.

Uno dei punti forti dello studio è, infatti, il rapporto tra

la lingua di Pascoli e le forme linguistiche che lo stesso

poeta adotta all’interno dei suoi testi. Un plurilinguismo

in una dialettica dell’antropologia e della lingua poetica.

C’è il mito omerico nella sua tradizione ma c’è soprattutto

il superamento del rapporto tra Ulisse e Itaca, tra

Ulisse e Penelope, tra Ulisse e il viaggio come nostos. La

figura e l’opera di Giovanni Pascoli vivono, all’interno del

contesto del Novecento, alla luce di una chiave di lettura

che pone in essere la metafora dell’ulissismo come

percorso centralizzante tra i luoghi della metafora e della

lingua. È proprio la lingua che costituisce un dato focalizzante

nella ricerca di un Pascoli che avvia il dibattito

letterario e linguistico del Novecento.

La ricerca propone, con una coraggiosa analisi, l’intreccio

di tematiche letterarie attraverso parametri esistenziali

e mitico-simbolici. Uno scavo nell’estetica dei contenuti

che Pascoli ha sottolineato e a volte sottaciuto. La lingua

e i simboli vivono nei percorsi del Novecento letterario e

linguistico europeo.

Tra le pagine di questo interessante libro vengono alla

luce stimoli e lampi di grande poesia che suscitano un

interesse fondato su una critica fortemente originale e autonoma

rispetto ai parametri storiografici tradizionali.

Il Pascoli moderno è certamente nella struttura linguistica

della sua poesia e del plurilinguismo dei suoi versi,

ma è soprattutto nelle metafore che hanno come riferimento

il mare e il viaggio. Il mito di Ulisse viene ad essere

ridiscusso grazie ad un processo non solo culturale ma

simbolico letterario.

Infatti, sono i Poemi conviviali a proporre unitamente il

Pascoli della tradizione e il Pascoli moderno. La figura di

Ulisse che viene trasportato morto tra le braccia di Calipso

è un’immagine che rende straordinario uno spaccato poetico

di rottura con la tradizione omerica: ecco, dunque, la

dissolvenza crea una frattura tra il tempo, la sua continuità

e l’immortalità di Calipso. Proprio su queste immagini

il saggio propone delle pagine di stupenda bellezza. E le

immagini sono un intreccio tra la parola come linguaggio,

le forme etno-linguistiche e i contenuti.

La geografia del sentire è quella del Mediterraneo o

meglio di un Mediterraneo in cui hanno il sopravvento

l’alchimia dello sguardo di Calipso e la consistente metafora

non di un infinito viaggio, ma dell’ultimo viaggio.

È questa una lettura profonda nella autenticità dello

scavo poetico pascoliano, ma l’originalità consistente, che

assume una forma sublimale, consiste nel richiamare alle

voci della poesia stessa la cultura islamica con la presenza

di un poeta Sufi qual è Omar Khayyam. Tale richiamo,

come si evidenzia nello studio, resta una pietra miliare

nella rilettura di un Pascoli, il cui tracciato è nella comparazione

etno-linguistica dei codici letterari che formano il

vocabolario della letteratura moderna.

Questo lavoro su Giovanni Pascoli, chiaramente, ha

una sua logica nel progetto complessivo, perché, oltre a

seguire le linee semi-orfiche, riecheggia il Pascoli della

tradizione di fine Ottocento e inizio primo Novecento che

va da Myricae a tutti i Poemetti fino alla sua presa di posizione

sulla guerra nel Nord-Africa con il suo discorso La

Grande Proletaria si è mossa, in Appendice, e incide un

solco significativo nel superamento del rischio dell’oblio.

Il Pascoli della Tradizione è dentro l’incontro tra Oriente

islamico e Occidente omerico. Il Mediterraneo, dunque,

resta centrale. Un Mediterraneo con le sue lingue, le sue

eredità, la sua storia e la sua poesia.

Si riporta sulla pagina del dibattito letterario la funzione

di una metafora che nell’immaginario simbolico, come

si legge nel testo, diventa metafisica dell’anima, che si ritrova

nella classicità greco-latina e in quella biblica con

i versi dedicati alla “buona novella”, raccordo poetico in

cui l’Occidente e l’Oriente si incontrano.

Il Pascoli che attraversa i Canti di Castelvecchio è dentro

questo itinerario ma nel mare di Calipso resta la capacità

di comprendere il ruolo che le culture del Mediterraneo

hanno avuto all’interno della letteratura italiana attraverso

innesti etnici, medaglioni antropologici, articolazioni

linguistiche che vanno dal greco al latino, dai dialetti alla

lingua italiana.

Il plurilinguismo è fatto di voci e di tessuti in cui la

parola, i linguaggi e il sentire la letteratura come una cifra

dell’esistenza costituiscono l’intreccio che la modernità è

riuscita ad assorbire attraverso la poesia in una correlazione

con le diverse forme di contaminazioni. Questo studio

ha la forza di porre all’attenzione uno spaccato culturale

in cui la letteratura vive di intrecci di tradizioni, di mito,

di simboli e di un bisogno che è quello di saper essere

moderni in una complessa contemporaneità.

  

* Direttore Generale per le Biblioteche, gli Istituti culturali e il Diritto d’autore

del Ministero per i Beni e le Attività Culturali

 

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Il nuovo libro di Egidio Chiarella:

La Nuova Primavera dei Giovani

 

 Il luogo in cui si svolge il racconto del libro è la Sila Grande, in Calabria. Siamo nell’estate del 2010. Ventuno ragazzi venuti da alcune regioni del nord, del centro e del sud d’Italia, scelti, per merito, da una fondazione laico-religiosa, si ritrovano insieme per vivere in un campo organizzato e nell’arco di una settimana, un’esperienza di divertimento e di libera discussione su temi di attualità in continua evoluzione.

 

     Parleranno, sulla riva di un lago, di questioni come il federalismo, la scuola, la giustizia, la politica, il futuro dei giovani e rifletteranno su argomenti sensibili come la cupidigia, la fede, la preghiera, la prudenza, la Chiesa, ecc.

     Un professore di lettere e un sacerdote, rispettivamente componente e assistente spirituale della Fondazione che li ospita, saranno gli interlocutori principali degli stessi ragazzi, che conosceremo e scopriremo nel loro modo di essere e di rapportarsi con gli altri.

 

     Il testo si presta a sollecitare tra i giovani incontri e dibattiti nella scuola, dentro e fuori l’orario curricolare, nonché in contesti culturali e sociali esterni, puntando soprattutto ad analizzare alcuni temi compromessi dal relativismo del nostro tempo.

     “Guardare verso il cielo”, in una società in cui galoppa, “pur se vellutato”, un materialismo dirompente, non nega certo ai giovani la possibilità di esprimersi nella realtà quotidiana in totale libertà e senza rischiare di tuffarsi in mondi falsificati da illusioni e paradisi artificiali. Rivolgere lo sguardo al di là della collina consente loro di ricercare, con serenità, regole giuste e condivise, rendendoli capaci di ripararsi dalla solitudine che spesso li accompagna, soprattutto quando svaniscono “le verità” impacchettate per loro, da falsi maestri ed educatori distratti.

 

     In questa narrazione viene fuori la necessità e la voglia di una rivoluzione, da ricercare in un nuovo stile di vita, che sproni il tormentato momento storico che stiamo vivendo, dove tutto sbanda e sfugge all’equilibrio sociale di cui l’uomo, con saggezza, dovrebbe esserne il tutore.

     Solo i giovani, se ben guidati, attraverso un processo di conciliazione tra il loro vivere quotidiano e il mistero della vita, potranno alimentare una speranza così grande, fino ad aprire il mondo ad una nuova primavera.

 

LEGGI Biografia dell'Autore >>>

La Nuova Primavera dei Giovani - di Egidio Chiarella - Edizioni Ibiskos Empoli – FI -                                                     Premessa: Mons. Costantino di Bruno (Teologo)

LEGGI RECENSIONE AL VOLUME >>>

 

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ANTOLOGIA POESIA DIALETTO DI CALABRIA E LINGUE MINORITARIE

VUCI  'I  CALABRIA

Poesie scelte tra le partecipanti al
Premio di Poesia dialettale e lingue minoritarie
Prima edizione 2010


a cura di
MARIA ZANONI

 

Il Festival “VOCI, COLORI E SAPORI DEL DIALETTO” di Calabria, evento itinerante ideato dal Centro d’Arte e Cultura 26, per promuovere la conoscenza del patrimonio linguistico-culturale calabrese, con il patrocinio dell’Assessorato alla Cultura della Regione Calabria, della Provincia di Cosenza e dell’Ente Parco Nazionale del Pollino, concluso da un Convegno sul rapporto tra identità nazionale, dialetti e culture minoritarie, cui ha dato il suo autorevole contributo il glottologo di fama mondiale, prof. John Bassett Trumper, è stata una scommessa vinta.
Il Dialetto, come Bene culturale da tutelare, s’inserisce in un processo identitario e di civiltà che non prevarica la lingua nazionale ma la rafforza.
Tutti i dialetti riflettono tradizioni e culture specifiche, possiedono un lessico variegato ed hanno lo stesso grado di “nobiltà” della lingua italiana.
Il dialetto, infatti, come l’italiano riflette tradizioni e culture nobili.
Ogni territorio ha la sua parlata, con le sue varianti, a rischio di estinzione. E, se la lingua si conserva parlandola, i “Laboratori” “Nannu cuntàvi” ed il viaggio alla scoperta di una meravigliosa letteratura in vernacolo, di cultori appassionati, rappresentano un contributo importante alla costruzione di una società fondata sui principi del rispetto delle diverse identità culturali, mantenendo e sviluppando le tradizioni presenti sul territorio.


La significativa partecipazione alle varie manifestazioni, soprattutto da parte dei giovani, va, così, a sfatare il pregiudizio che il Dialetto sia solo appannaggio dei più vecchi e che non possa essere conosciuto e apprezzato dalle nuove generazioni.
Le manifestazioni hanno coinvolto molti giovani e numerosi emigrati in un progetto culturale che spazia su vari fronti: dalla letteratura, agli usi e costumi popolari, alle tradizioni enogastronomiche, alle produzioni artigianali, ai prodotti tipici locali.


La specifica parlata storicamente utilizzata nelle aree linguistiche calabresi rappresenta per le comunità emigrate elemento d’identificazione e di legame con la terra d’origine. Cosicché, per contribuire a valorizzare nei suoi molteplici aspetti l’inestimabile patrimonio linguistico della Calabria, lingue minoritarie comprese, ed i segni delle civiltà mediterranee, anche tra i calabresi emigrati, i momenti del Festival trovano ampio spazio nelle pagine del sito Web www.arte26.it - promoter territoriale accreditato dal Ministero Beni e Attività Culturali.
La prima edizione del Festival, con l’intento di coniugare Lingua, Radici e Territorio, dopo varie tappe che hanno visto protagonisti Dialetto e Beni culturali, ha animato alcuni centri storici calabresi, con Recital di poesia e farse dialettali, la realizzazione di laboratori del gusto e percorsi di antichi mestieri.


Si son visti rivivere vicoli, piazzette ed antichi fondachi dei Centri storici, nel fare da palcoscenico naturale alle varie rappresentazioni, e riacquistare la dovuta dignità, invogliando al turismo culturale di qualità, e offrendo emozioni particolari con gli antichi portali, i palazzi storici, le chiese, le fontane, i castelli, tutti beni culturali che raccontano storie e leggende, soprattutto in dialetto, a cominciare dalla toponomastica.


L’evento, a carattere sovralocale, si è concluso con il Premio di Poesia dialettale e Lingue minoritarie. Un Concorso che è stato un punto di confronto molto partecipato tra le varie realtà dialettali della regione, che ha ben supportato l’intento di favorire la conoscenza, la promozione e la conservazione di un patrimonio in via di estinzione. E questa Antologia è il frutto di una difficile selezione delle opere più meritevoli tra le tante pervenute da tutte le aree geografiche e linguistiche della Calabria. Un doveroso attestato di merito per chi utilizza con passione la lingua degli antenati per le proprie creazioni. Così come l’Appendice in cui presentiamo opere, fuori concorso, in dialetto, in grecanico, in occitano, per rappresentare simbolicamente l’inestimabile consolidata produzione dialettale calabrese ed in lingua di minoranza (anche se tra loro linguisticamente indipendenti) da conoscere e tutelare, per scongiurare la scomparsa di una parte importante del patrimonio culturale dialettale che si tramanda ancora oralmente o è costituito dai saperi dei singoli (artigiani, contadini etc.), oppure da fasce della popolazione locale che vivono le loro radici con orgoglio.


Una ricchezza immensa di espressioni, di saggezza popolare, una riserva di cultura e di esperienza di vita depositata dai secoli, che merita un Festival, in prospettiva di nuove relazioni socio-culturali e di un processo identitario in cui la cultura del dialetto diventi habitus mentale, per mantenere viva la propria tradizione storico-culturale.

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Il volume di 120 pagine, formato 17 X 24, edito da Arte26, a cura di Maria Zanoni, è introdotto da autorevoli contributi:

 

"Il dialetto un bene culturale da tutelare" - (Intervento di presentazione della prima edizione (2010) del Festival del Dialetto di Calabria) - prof. Egidio Chiarella, Ministero Istruzione Università Ricerca - Ufficio Legislativo.

 

"Lingue minoritarie e dialetti" -  Prof.ssa Donatella Laudadio, Già Assessore alle Minoranze della Provincia di Cosenza.

 

"Identità nazionale tra lingue minoritarie e dialetti. Nella consapevolezza di una storia unificante" - dott. Pierfranco Bruni - Ministero Beni e Attività Culturali - Coordinatore Progetto Lingue.

 

Riflessione sullo stato attuale della lingua, della letteratura e della cultura arbëreshe. Quali prospettive - prof. Italo Costante Fortino - Università L’Orientale di Napoli - Ordinario di Lingua e Letteratura Albanese.

 

Per ricevere il volume:

 

IL VOLUME PUO' ESSERE RICHIESTO INVIANDO UN CONTRIBUTO DI DIECI EURO (SPESE DI SPEDIZIONE COMPRESE) EFFETTUANDO UN VERSAMENTO SUL N° DI C.C. POSTALE: 1000060341 intestato al CENTRO D'ARTE E CULTURA 26 VIA ADIGE 6 - CASTROVILLARI -

 

A tutti coloro che avranno effettuato il versamento di € 10

ed inviato per email la ricevuta

 verrà inviato il volume, senza aggiunta di spese postali.

 

Per info: ordine >>>

 

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PASQUA È SULU `NA FESTA?

Poesie di Pietro Aloise

 

Prefazione di


Antonio Piromalli

Non sempre il poeta è quello che vuole fare credere di essere perché spesso egli si dipinge a suo vantaggioso modo, il modo fondato sull'amor sui.

Pietro Aloise non cerca schermi di mobilitazione e affronta fin da principio il problema del proprio essere, del trovarsi a vivere, in un mondo avverso, nemico; la sua non è, come quella dei più, poesia dell'idillio. E', invece, poe­sia del disappunto, del risentimento.

Aloise è come chi ha preso coscienza della realtà, offe­so nel sentimento di giustizia e di dignità. Egli avverte, soprattutto, il cambiamento in peggio, il finto procedere, il duplice giudicare (anche l'anno – è emblematico... esalta­to al suo nascere, viene affossato al suo declinare); sicchè egli sottolinea l'accanimento irrazionale contro ciò che è già consumato e che, però, appartiene tuttavia alla nostra storia.

Le concezioni degli uomini nascono nel crudo paese del quale parla Aloise, da radici che non è facile estirpare: radici di una società rurale elementare di derelitti, uomini e animali viventi in simbiosi, di gente che solamente sopravvive. Perciò questo è il libro dell'assenza della prov­videnza, della divinità che assiste al male; nessuna divini­tà dà un segnale di partecipazione all'esistenza degli uomi­ni. Sono presenti e pullulano in tale mondo: mosche, ser­penti, briganti.

L'autore non fa folklore come tanti poeti meridionalisti del colore locale, dell'elegia sociale. Questo di Aloise è un paese di lavori elementari (un cavallo che tira una pietra), di rumori – stridori, in cui non si produce alcuna utilità. La mancanza di attività e di movimento non consente di estirpare ciò che è incongruo; si prendono sempre "sc-càffi ntu musu ", non c'è luogo a speranze e il suono delle campane – segno che rimanda, per il bene, a un'altra vita – è un'i­ronia, un atroce inganno. Ci sono momenti lirici ineffabili (il vento che carezza milioni di foglie, foglie che si sentono vivere, foglie che cadono) ma la parola di Aloise in questi tempi di resa al mercantilismo, è poesia di cruda consapevolezza: che non ci possono essere illusioni, che non c'è salvezza. Tutto limita e amareggia l'uomo che dipende da altri: 'Na manu avara / cunta l'anni mia / e tiegnu 'a vucca/ china de sale.

Non ci può essere libertà quando un serpente ce la toglie (il mondo di Aloise è abitato da animali domestici e soffe­renti, da animali selvaggi e sanguinari) in una vita in cui incombono i mali, dal tempo che ci invecchia al dolore che ci strema. Non rimane (lo diceva anche Leopardi) che ribellarsi contro la mancanza di carità e contro i complici silenzi. Sono menzognere le parole di fratellanza che servono solo per santificare coloro che le usano strumentalmente e aiutano solo: I prièviti a diventà Sànti.

Quando il poeta è espressione di verità, il linguaggio è la spia dell'autenticità, e questo dialetto scabro, privo di aggettivi, di esornativi, di bellurie, è la testimonianza della nascita dei versi dalla vita interiore. Senza, del resto, le aspre radici dialettal-paesane, Aloise non avrebbe potuto darci un'opera così serrata e significativa dell'esistenza di una poesia ricca di coscienza e di consapevole protesta.

 

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LA PACE HA UN CUORE

Il mestiere di vescovo

di Giancarlo Maria Bregantini

 

Raccolta di alcuni dei più significativi contributi di mons. Giancarlo Bregantini, trentino di origine, vescovo prima di Locri-Gerace e attualmente arcivescovo di Campobasso - Bojano.

 

I testi presenti nel libro sono organizzati attorno ad alcuni temi chiave: il mestiere di vescovo, testimoni della fede, società e politica, nella Locride, in Calabria, i giovani, chiesa bibbia e spiritualità, la nuova comunità. Ne emerge il profilo di un vescovo la cui profonda spiritualità sostiene il costante impegno per l'affermazione della legalità e della giustizia e per la difesa dell'uomo.

 

 Mons. Giancarlo Maria Bregantini è nato a Denno (Trento) il 28 settembre 1948. E’ stato ordinato sacerdote nel 1978 nella Cattedrale di Crotone. Eletto alla sede vescovile di Locri-Gerace il 12 febbraio 1994, viene consacrato Vescovo nella Basilica Cattedrale di Crotone dal Padre Arcivescovo Giuseppe Agostino nel 1994. Nel quinquennio 2000-2005, è stato Presidente della Commissione Problemi Sociali e Lavoro, Giustizia e Pace e Salvaguardia del Creato della Conferenza Episcopale Italiana e membro del Comitato Scientifico e Organizzatore delle Settimane Sociali dei Cattolici Italiani. L'8 Novembre 2007 è stato nominato Arcivescovo Metropolita della Diocesi di Campobasso - Bojano da Papa Benedetto XVI.

 

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GESU' CRISTO

Fascino e follia dell'Amore

 

Autori: Adriana De Gaudio - don Carmine Scaravaglione

 

Ed. Arte26

 

 

Prefazione

di S. E. † Vincenzo Bertolone Vescovo di Cassano

 

Il card. Newman diceva che nessuno può prevedere l'avvenire, (con buona pace degli astrologhi imbonitori e di tutti quelli che - tanti! - si lasciano imbonire) certo, l'avvenire non si può prevedere però è possibile definirne la struttura. Quanto alla Chiesa, il suo avvenire e sviluppo poggia sul mistero della morte e resurrezione di Cristo: sulla ricchezza della Tradizione, sulla Liturgia, sulla pratica religiosa, sulla pietas e sulla religiosità popolare.

Fin dal XIII secolo c'era l'uso di esprimere la compartecipazione alla passione di Cristo facendo un percorso che in qualche modo riproduceva la via dolorosa ascesa, ricreando le situazioni narrate dagli evangelisti, dalla preghiera del podere del Getsemani, dopo la santa cena pasquale, al bacio di Giuda come segnale alle guardie di arrestare Gesù, al processo, eccetera fino all'epilogo tragico della crocifissione, seguita però dalla gloriosa risurrezione.

Tradizionalmente ciascuna pagina dolorosamente rievocatrice viene chiamata "stazione". In questo modo l'imitazione ha il sopravvento - per quanto si faccia - sulla meditazione. Basti pensare che nel Trecento le stazioni erano 47! Questo perché la Chiesa era incline a recuperare tutte le leggende (cadute, Veronica, eccetera). Le 14 stazioni classiche risalgono al XVI secolo, e tuttavia dovrà passare un altro secolo per avere non solo le 14 stazioni (che tuttora conosciamo e percorriamo), ma anche con la stessa successione e tipologia di episodi. Non è detto, nonostante ciò, che così com'è oggi questo "pio esercizio" non possa e non debba essere modificato. I

nfatti, se lo scopo è quello di mettere in risalto gli insegnamenti più profondi della passio Christi, allora sarà auspicabile apportare alcune significative modifiche togliendo qualche episodio (vedi sopra) e sostituendolo con qualche lettura di brani appositamente scelti: meditazione e contemplazione se ne avvantaggerebbero. Inoltre, sarebbe apprezzabile che venisse privilegiato il nesso tra Passione e Resurrezione con l'inserimento di alcune stazioni che, sottolineando la vittoria di Gesù sulla morte e sulla sofferenza, diano una visione più unitaria del mistero pasquale ed al significato della vita umana redenta. Il libro scritto a quattro mani dalla De Gaudio e da mons. Scaravaglione riflette la Via Crucis che tutti conosciamo.

La divisione dei compiti, tra i due Autori e, quindi, della visuale dell'approccio e dell'apporto al tema, è congeniale ai rispettivi saperi e ruoli: la prima si è occupata dell'aspetto iconografico della Passio, il secondo spiega (catechisticamente ed omileticamente) le pagine del Vangelo o appartenenti all'immaginario, storico (ma comunque presenti nella Via Crucis da secoli, come detto), sempre avendo riguardo per la prima parte del libro, anzi citando continuamente la De Gaudio. Il risultato è doppiamente vantaggioso per i lettori (che spero siano numerosi) i quali vedono "servirsi" contemporaneamente storia dell'arte e spiritualità religiosa, presente quest'ultima nella maggior parte dei pittori della cui produzione la De Gaudio ha tratto le opere composte da essi per illustrare il fatto evangelico.

Come ogni scelta, specialmente in ambito artistico-letterario, anche questa è ovviamente personale e così ella ha ritenuto di poter rinunciare a Duccio di Buoninsegna e Masaccio; ma, ripeto, quando il criterio è soggettivo non c'è neppure da discutere. 1 pittori da lei scelti sono 19, di cui 5 moderni o addirittura contemporanei/ viventi, come il calabrese Schettini Montefiore. La sua fatica si è estesa anche ad un interessante excursus sul tema specifico della crocifissione, coprendo un arco di diciotto secoli: da una parete graffita da una mano ignota fino a Chagall e Guttuso. Tutto ciò denota molta dedizione ed altrettanto scrupolo e competenza. Concludo questa prima parte con un testo di Natalia Ginzburg: “Il crocifisso è il segno del dolore umano. La corona di spine, i chiodi, evocano le sue sofferenze. La croce che pensiamo alta in cima al monte, è il segno della solitudine nella morte.

Non conosco altri segni che diano con tanta forza il senso del nostro umano destino. Il crocifisso fa parte della storia del mondo. Per i cattolici, Gesù Cristo è il figlio di Dio. Per i non cattolici, può essere semplicemente l'immagine di uno che è stato venduto, tradito, martoriato ed è morto sulla croce per amore di Dio e del prossimo". Quanto alle altre due mani, debbo affettuosamente smentire mons. Carmine Scaravaglione quando nell'Introduzione dichiara che si limiterà a "riflessioni veloci per non appesantire la lettura".

Ma sono ben lieto di smentirlo perché se spesso ha indugiato, donandoci qualche bel pensiero in più, ciò va a tutto vantaggio del saggio e dell'opera nel suo insieme. Sono d'accordo con Lui che i pittori (gli artisti in genere) accostandosi a Cristo lo hanno fatto per "cercare di capire [...] le altezze infinite [...] senza pretendere di potere esaustivamente "bucare il mistero". Ciò che conta è che l'uomo (artista o non) non resti indifferente alla passione di Cristo, che l'ha affrontata e subita proprio per noi uomini, perché fossimo redenti "Se il peccatore - scrive mons. Carmine - sente che la sua anima si sconvolge dinanzi alla prova di tanto amore, allora è iniziato il processo della sua conversione.

Se resta indifferente, neanche l'amore di Dio lo potrà salvare. Perché ogni uomo si redime nel dolore di Gesù". La comprensione del mistero della Croce è un mezzo privilegiato di redenzione. In unione intima con Gesù, che libera e promuove l'uomo soffrendo e morendo, anche l'uomo deve patire, deve metterci qualcosa di proprio. Deve, ad esempio, alla luce di un preciso insegnamento della Scrittura (di S. Paolo in particolare) accettare di completare nella propria carne "quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del Suo corpo che è la Chiesa" (Col 1,24); l'uomo deve, altro suggerimento, accettare l'eventuale invito a "condividere" la vita di chi oggettivamente sta peggio, materialmente e/o spiritualmente. In questo senso va interpretata e vissuta, quando si è chiamati a percorrerla, la Via Crucis.

Dobbiamo ogni tanto sentirci, più che Veroniche, dei solidi Cirenei, che - come congettura mons. Carmine - è stato prima obbligato dai soldati romani, poi non si è fatto pregare due volte. Piero Bargellini, figura di intellettuale e uomo delle Istituzioni di prim'ordine (ce ne avessimo oggi!) tra le oltre 60 opere uscite dalla sua penna, pubblicò nel 1969 un aureo libro dedicato ai ragazzi (fiorentini e non) nel quale parla in modo talvolta un po' romanzato di "personaggi" della Passione. Del Cireneo, appunto, scrive: "Uomo prendi quel legno e aiutalo a rialzarsi. Non me lo feci dire due volte. Aiutai l'infelice a rialzarsi, presi la trave e senza sforzo la portai fin sulla sommità del monte. Qui giunto, non mi volli fermare. [...].

Ma prima d'allontanarmi volsi lo sguardo verso il condannato. Mi sorrise e io mi sentii le ginocchia tremare. Tornai a casa. Quando dissi ai miei figlioli Alessandro e Rufo di quel sorriso, si guardarono commossi. In seguito essi si fecero cristiani" (Lui, Vallecchi, Firenze, 147-148). Il Cireneo pur vivendo nella città dell'uomo già mette dei mattoni per edificare quella di Dio. Bella la citazione di S. Agostino: "Due amori fanno queste due città: l'amore di Dio edifica Gerusalemme".

“L'amore del mondo edifica Babilonia”. L'uomo è immemore oppure nega Gesù, ovvero ne accetta solo la dimensione e la sfera umana. Quindi niente morte, niente resurrezione, niente morte e redenzione. Niente Cristo insomma e niente Luce. Eppure per questo inesistente "Figlio dell'Uomo" morirono i primi discepoli - sono parole di mons. Scaravaglione -, morirono come testimoni lungo i secoli, milioni di uomini e di donne, vecchi e fanciulli "e la sua presenza [...] resterà come presenza reale che si dimostra nella fede". Quella fede che per la De Gaudio non è altro che la Croce, che dopo avere "sognato a primavera" ed essere "parsa poi nuda/ di legno sacro", ora porta "dentro ogni giorno", dopo che il legno è "rinverdito". Con questo pensiero poetico di speranza è giusto concludere la prefazione.

   

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