|
sei in
EDITORIALI
Società e Costume
pag. 3
*********
|
Editoriali,
recensioni e saggi di
cultura, società, costume.
|
|
|
|
|
pubblicato il
16 ottobre 2011
LA FESTA DELLA REPUBBLICA
NELL’AMBITO DELLE CELEBRAZIONI DEL 150° DELL’UNITA’ NAZIONALE
“I personaggi politici di San
Basile nel Risorgimento”
di
Maria Cristina Tamburi
Il due giugno è una giornata di
grande importanza perché è la festa di tutti gli italiani; essa ci
ricorda l’appartenenza ad un unico Stato, che è una repubblica
democratica come sancisce la nostra Costituzione. Dobbiamo quindi
essere fieri e orgogliosi di far parte di uno Stato che si fonda su
principi democratici ed egualitari come, appunto, quelli che sono
alla base della Costituzione della Repubblica Italiana.
Tali principi sono stati stilati
dai nostri Padri Costituzionalisti ma sono stati perseguiti e
raggiunti grazie al sacrificio e alle lotte di quanti, nei secoli
precedenti, hanno contribuito a fare dell’Italia uno stato libero,
unito e democratico.
Quando il due giugno del 1946 con
un referendum popolare gli Italiani hanno potuto liberamente
scegliere attraverso il voto la forma di governo in cui
identificarsi, (il voto era a suffragio universale ed era la prima
volta per le donne), hanno optato a maggioranza per la Repubblica,
concretizzando così il loro bisogno di libertà, di giustizia e di
democrazia che per secoli , come un sogno, avevano costituito
l’aspirazione delle precedenti generazioni.
Perciò la festa della Repubblica,
nell’anno in cui si festeggiano i 150 dell’unità nazionale, acquista
ancor maggior significato, se inclusa in quel percorso che vede
compiersi finalmente gli ideali risorgimentali, e ci ricorda
l’assurdità di tante altre guerre che ne seguirono.
Il percorso, per il suo compimento,
è stato lungo è faticoso; ha incontrato molte asperità e diffidenze.
I combattenti italiani si sono scontrati tra incomprensioni ed
errori ma alla fine ha trionfato il sentimento unitario, nella
capacità di mettere insieme la progettualità e trovare un
denominatore comune che è lo spirito democratico nell’affermazione
della sovranità popolare. Sono queste le basi della nostra
Costituzione, i cui articoli sanciscono l’equilibrio tra diritti e
doveri e i cui principi sono informati all’uguaglianza di tutti e
alla possibilità di tutti di partecipare alla vita democratica
dello stato . Si è giunti così al superamento di faziose posizioni
e divisioni e a collocare con grande dignità il nostro paese nel
contesto dell’ Europa e nel mondo.
Nel periodo preunitario l’Italia
era definita soltanto un’espressione geografica e
in ambito di politica estera era
poco considerata; la motivazione era nella sua divisione interna e
nella sua incapacità a rigettare l’assoggettamento ai governi
stranieri.
Le menti più illuminate avevano,
già dalla metà del “700, concepito ideali di libertà e di
uguaglianza ma il cammino perché essi si attuassero era lungo e
doveva passare prima attraverso il compimento dell’unificazione
interna.
Questa rimaneva ancora un’utopia
agli inizi dell’”800, perché ragioni dinastiche contrapponevano,
l’un l’altro, i piccoli e medi stati italiani tra politiche
localistiche e ingerenze straniere .
C’era però, da più parti, l’afflato
a una patria comune, che potè prendere corpo ed attuarsi solo quando
si riuscì a convogliare più interessi intorno a questa idea e a
modificare i rapporti di forza e gli equilibri internazionali,
sacrificando però altri programmi, magari validissimi ma
anacronistici per quel tempo, quali quelli repubblicani e/o
federalistici.
Il nostro Sud pagò lo scotto
maggiore, perché rimase fuori dei giochi della grande politica e
questo determinò la fine del Regno delle Due Sicile e innescò
l’avvio a due differenti Italie .
Per quanto si possa presentare
gloriosa l’epopea garibaldina, per aver promosso
tra il “59 e il “60 la grandiosa e
coinvolgente azione di volontariato, è semplicistico pensare che il
suo lasciar fare non rientrasse in interessi più vasti,
ineluttabili, in quel momento, al piano unitario e quindi ad
inevitabili compromissioni e a strategie politiche .
Le condizioni, che nei decenni
precedenti non erano apparse mature, sia perché la difficoltà nella
circolazione delle idee impediva l’attuazione di un piano organico
comune, impossibile da coordinare fintanto che si lavorava in sette
segrete e cospirazioni, sia perché tra la gente circolavano idee
confuse e il popolo agiva sotto la spinta di motivazioni immediate e
di bisogni concreti più che per astratti ideali, e soprattutto
perché tra i regnanti non era stato possibile un accordo per la
nascita di uno stato unitario confederale, parvero ad un tratto
propizie quando si cominciò a decidere alla luce del sole.
Molto sangue era stato sparso e i
tentativi, per quanto eroici, si erano mostrati infruttuosi e
destinati all’insuccesso: così per i moti del 21 e del 31, del 44 e
del 47 . L’anno 1848 sembrò aprire nuovi orizzonti. In quella
stagione, passata alla storia come “primavera dei popoli” in tutta
Europa si risvegliò lo spirito di fierezza dei popoli che portò
all’attuazione del Risorgimento, inteso come consapevolezza dei
popoli ad autodeterminarsi per la conquista della libertà. L’esempio
delle cinque gloriose giornate di Milano (18-22 marzo) e subito dopo
di Brescia indussero il re di Sardegna a prendere le redini del
movimento per l’indipendenza. E’ la fase del passaggio “dalla guerra
di popolo alla guerra regia”.
Dal governo borbonico la
circostanza non fu compresa e l’opportunità di una politica di più
ampio respiro andò persa. Eppure Ferdinando II di Borbone non fu un
sovrano inetto: aveva saputo dare impulso all’economia, la marina
mercantile era, al tempo, la più florida; erano sorti opifici e
industrie in campo tessile e siderurgico che davano lavoro a molti
operai, il bilancio dello stato era in attivo e questo aveva
permesso un impulso demografico. Il re però, come tutti i sovrani
borbonici, perseguiva una politica assolutistica. Chiuso nel suo
conservatorismo paternalistico era convinto che bastavano
elargizioni e poche libertà per mantenere i sudditi sottomessi.
Ebbe ad accorgersi dei mutati
tempi solo all’indomani dell’insurrezione della Sicilia che
combatteva in nome del separatismo isolano. Così pensando di
prevenire un’analoga situazione nelle province continentali
all’inizio del 1848 il re promise la Costituzione, che promulgò
entro il mese di febbraio. Molti condannati politici vennero
graziati, fu concessa una certa libertà alla stampa con l’abolizione
della censura preventiva, fu allargato il diritto di voto abbassando
il censo ma poche prerogative erano lasciate al Parlamento, mentre a
corte dilagava la corruzione.
Non erano queste le aspettative
dei liberali e dei democratici che non si accontentavano di semplici
concessioni. Intanto dal nord e dal centro d’Italia si preparava la
prima guerra d’Indipendenza ma re Ferdinando, per non inimi-
carsi l’Austria, alla cui politica
repressiva era fortemente legato, si limitò a inviare solo uno
sparuto gruppo di combattenti al comando del generale Guglielmo Pepe
ma che presto si affrettò a revocare.
Fu proprio in quel frangente che la
popolazione di Napoli insorse.
Era la mattina del 15 maggio e
doveva esserci l’instaurazione del nuovo Parlamento; la seduta
slittò per un apparente disguido amministrativo: invece di definire
il neonato parlamento con la dicitura di Parlamento del Regno di
Napoli e di Sicilia si continuava la tradizionale dicitura delle Due
Sicilie . Ciò che volevasi far passare come banale cavillo
nascondeva una ben diversa sostanza legale: in effetti nulla era
cambiato e in realtà il sovrano continuava nella sua politica
precedente. La seduta parlamentare non ci fu e Napoli fu occupata
dalle barricate. Nella città i disordini furono presto sedati con
la forza ma nelle province il popolo era già in subbuglio.
I parlamentari calabresi Domenico
Mauro, Ricciardi e Valente nei giorni immediatamente seguenti
lasciarono Napoli e tornarono in Calabria. Qui i fatti della
capitale avevano avuto ampia eco. Il giorno due giugno si convenne
di indire a Cosenza un Comitato di salute pubblica per la sicurezza
della Calabria. Fu chiesto al re di far giungere in Calabria una
delegazione ministeriale per discutere sulle misure da prendere, ma
il sovrano, che intanto aveva revocato la costituzione, proclamò lo
stato di assedio, facendo pervenire truppe armate al comando dei
generali Busacca e Nunziante.
La situazione in pochi giorni
prese un altro orientamento e degenerò in una vera guerra.
Castrovillari, sede di distretto, era diventata il quartier generale
delle truppe borboniche. Contingenti partivano da tutti i comuni
viciniori per fronteggiare l’emergenza. Si trattava di uomini
equipaggiati alla menpeggio mentre l’insurrezione si trasformava in
una deflagrazione generale, che dalla provincia di Calabria Citra
interessò presto anche le province di Calabria Ultra
1 e 2 .
Il ceto degli agrari locali non
volle esporsi per non perdere i vantaggi acquisiti con la
quotizzazione delle terre ma il popolo, nella sua variegata
composizione, non era più contenibile. Tutti i decurionati del
circondario mandarono contingenti ; particolarmente numerosi quelli
arberesch . San Basile mandò una forza di ben 69 uomini.
Per oltre un mese si combattè senza
quartiere, spostandosi di volta in volta dove il caso lo richiedeva.
Era il forte, disperato eroismo della gente del popolo contro un re
che aveva tradito le loro aspettative.
Nulla all’inizio lasciava pensare
che si potesse giungere a tanto. La speranza di aiuto era riposta
nei fratelli siciliani. Quando sbarcò, coi suoi uomini, il generale
siciliano Ribotti, le cose invece di migliorare peggiorarono.
Nacquero incomprensioni e diffidenze reciproche tra i comandi e
quelle postazioni che erano state duramente conquistate furono
perse. Eppure nelle gloriose giornate della battaglia di Monte
Sant’Angelo i valorosi volontari, capeggiati da Domenico Mauro,
poterono, risalendo da Morano, accamparsi nel valico di Campotenese
nel intento di strozzare così la via ai borbonici. Altri uomini
combattevano più a sud. Incalzati dalle truppe di Busacco, non
ostante la valorosa resistenza, furono costretti alla resa e a
ripiegare su Cassano e Spezzano Albanese.
Resistevano strenuamente alle porte
del Pollino, su più fronti, i nostri uomini comandati da Costantino
Bellizzi, insieme a quelli di: Frascineto, Spezzano Albanese,
Cassano, Saracena, Lungro, Morano, Acquaformosa e altri
coraggiosamente coordinati da Domenico Mauro. Erano sopraffatti
dalle truppe congiunte di Nunziante e Busacco, in una radura nei
pressi di Rotonda, male equipaggiati, come scrisse più volte il
Mauro a suo fratello Vincenzo( il carteggio e gli atti sono
consultabili presso l’archivio privato di casa Mauro), nella vana
attesa che gli pervenissero mezzi e rinforzi.
Alla fine, stremati anche dalla
fame, poichè i regi avevano bloccato la strada per Mormanno,
isolando il paese che fino a quel momento aveva fatto generosamente
pervenire forniture e viveri, ai primi giorni di luglio i valorosi
combattenti furono completamente travolti e trucidati. I pochi che
poterono salvarsi si dettero alla macchia e tornati alle loro case,
alcuni presero la via per l’esilio, altri aspettarono sconfitti e
delusi l’esito del lungo processo di massa. Con esso il governo
borbonico volle dare prova di forza, meritandosi per la ferocia dei
verdetti, l’ignominia e il biasimo delle diplomazie straniere. Llord
Gladstone, in una lettera, definì la giustizia borbonica “la
negazione di Dio”.
Sebbene nessuna condanna capitale
fosse eseguita, le pene furono pesantissime e si aprirono per i
nostri eroici volontari le porte dei più malsani carceri borbonici,
come la Vicaria, Castelnuovo, Santo Stefano, Santa Maria Apparente e
i bagni penali di Nisida e di Procida. Per farsi un’idea di quali
sofferenze siano state inflitte si rimanda alla lettura delle
Rimembranze di Luigi Settembrini, che molti di quei bravi
calabresi ebbe come compagni di cella e che ricorderà con grande
affetto, in particolare Gennaro Placco per “la dolce cadenza
arbresch”.
Si concludeva tra il 1851 e il
1852, dopo un lungo, logorante processo, la triste e valorosa
esperienza di quanti hanno combattuto per tracciare la via ad un’
Italia unita, libera e indipendente , come quella che il due giugno
viene cebrata.
L’elenco dei nostri concittadini,
condannati con relativa differente penale,
è il seguente :
Aronne Biagio, Aronne Giovanni,
Bellizzi Andrea di Costantino, Bellizzi Andrea
di Luigi, Bellizzi Angelo, Bellizzi
Arcangelo, Bellizzi D. Costantino, Bellizzi
Filippo, Bellizzi Francesco di
Leopoldo, Bellizzi Francesco di Vincenzo, Bellizzi Gabriele,
Bellizzi Gennaro, Bellizzi Ludovico, Bellizzi Michele, Bellizzi
Pietro,
Bellizzi P. Vincenzo, Bellizzi
Gravina Luigi, Bellizzi Scafuzzo Francesco, Bellusci Angelo,
Bellusci Francescantonio, Bellusci Pietro, Conte Domenico, De Majio Giov. Andrea, Di Franco
Francesco, Ferrara Francesco, Ferrara Gennaro, Ferraro Vincenzo,
Frega Abramo, Frega Giuseppe, Frega Nicola, FregaRaffaele, Gravina
Luigi, Leone Ferdinando, Marcovicchio Costantino, Moliterno Andrea,
Paladino Vincenzo, Perrone Giovanni, Perrone Vincenzo, Pugliese
Achille, Pugliese Angelo, Pugliese Arcangelo, Pugliese Domenico,
Pugliese Francescantonio, Pugliese Gennaro, Pugliese Marzio,
Pugliese Nicola, Pugliese Pietro, Pugliese Vincenzo, Quartaruolo
Angelo, Quartaruolo Antonio, Quartaruolo Domenico di Gennaro,
Quartaruolo Domenico di Vincenzo, Rizzo Gaetano, Sisca
Carminantonio, Tamburi Ambrosio,Tamburi Arcangelo,Tamburi
Domenico,Tamburi Domenico di Andrea,Tamburi D. Fedele di Pietro,
Tamburi Federico, Tamburi Francesco, Tamburi Gennaro, Tamburi D.
Giuseppe, Tamburi Michele, Tamburi D. vincenzo,Tamburi Vincenzo di
Ambrosio, Tamburi Vincenzo di Luigi, Tarantini Antonio, Vigilante
Giuseppe.
Ben 69 uomini, tra i quali i più
pesantemente colpiti furono :
Costantino Bellizzi, medico di anni
32,
Vincenzo Bellizzi, sacerdote di
anni 34 e Giovanni Andrea Di Maio, “ bracciale”
di anni 31.
La sentenza emessa il 3-12-1851
dalla gran Corte Speciale di Cosenza era di
reato di cospirazione e
partecipazione a banda armata, allo scopo di
voler “cangiare” la forma di
governo , secondo gli atti depositati presso l’ASC
fondo processi politici.
Costantino Bellizzi ebbe la
condanna a 25 anni di reclusione ai ferri. Il
15 dicembre fu tradotto nelle
carceri di Nisida e da lì trasferito al bagno penale
di Procida, dove morì, dopo
qualche anno, il 19 aprile 1853 .
A Procida ebbe modo di condividere
la pesante pena con il Sig. Leone Ricca
da Saracena, che con le sue lettere
fornisce chiare informazioni su come
si svolgeva la vita nel bagno
penale, per i condannati ai ferri, costretti a
mille stenti e a lavorare, con i
ceppi ai piedi per 24 ore.
(Leone Ricca, di tempra più forte,
riuscì a resistere. Riconquistata la libertà ,
prese parte all’allestimento della
guardia nazionale, mentre il figlio Giovan Battista, prese parte ai
moti garibaldini, combattè al Volturno e nel 66 alla terza guerra
d’Indipendenza), Costantino Bellizzi, sopraffatto
dai patimenti, logorato nel fisico e nello spirito, moriva, come
tanti altri patrioti, senza vedere attuato i grandi ideali
dell’unità e libertà dell’Italia.
Poco dopo moriva, di crepacuore,
anche suo padre Gabriele Bellizzi, che tanto lustro aveva dato a
San Basile, nel suo incarico di sindaco negli anni 1844, 45 e 46; la
madre, donna Elena Tamburi gli sopravvisse nella pena quotidiana
dello straziante ricordo.
Per quanto conclusasi tristemente
questa pagina del Risorgimento Italiano, vale la pena di ricordarla,
per comprendere che il Sud e la nostra area del Pollino, non furono
indifferenti al vento di libertà che portò all’indipendenza e
all’unità d’Italia e che i suoi uomini non furono figure marginali
nel panorama politico di quegli anni.
A tutti loro la nostra doverosa
riconoscenza, nella speranza che il loro nome e la loro impresa, per
molto tempo ignorati dalla storiografia ufficiale, abbiano una degna
memoria.
E’ il caso di ricordare, con
Foscolo, che :
A grandi cose
il nobil animo accendono
l’urne dei forti
e bella e santa fanno al
peregrin
la terra che le ricetta…
|
|
inizio pag. |
|
pubblicato il
2 agosto 2011
La Calabria e il Risorgimento -
Premio Pizzo - Diana Musolino - 57° Edizione
Sabato 30 luglio 2011
Relazione del prof. Egidio Chiarella
Ufficio
Legislativo - Ministero Istruzione
Rivolgo alle signore e ai signori , presenti
stasera così numerosi, assieme a tanti giovani studenti, un
saluto cordiale e sincero, ma ritengo, prima di esprimere
delle veloci impressioni personali sul lavoro di ricerca
storica, relativo al risorgimento calabrese, svolto
all’interno dell’Istituto Magistrale “ Campanella” di
Lamezia Terme, debba ringraziare e salutare l’associazione
che da 57 anni organizza il Premio – Pizzo, oggi intitolato
alla sua fondatrice Diana Musolino, perché stasera ci offre
l’occasione di vivere una serata di alta qualità culturale,
come lo è nella sua tradizione.
Un saluto al presidente del comitato organizzatore,
prof. ssa Maria Angela Parini e, consentitemi, ad
Ercole Mercuri, Elio per gli amici, ma soprattutto
medico impegnato culturalmente che ha voluto, assieme al
comitato, che io presentassi il testo scelto dagli
organizzatori, nella sezione letteraria del premio, curato
dalle professoresse lametine Franca Sinopoli e Gina
Scuglia, che assieme a un folto gruppo di studenti
dell’Istituto Magistrale “Campanella” delle classi III – IV
– V B, supportate dal preside Martello, hanno
analizzato il particolare periodo storico-risorgimentale
calabrese, servendosi, tra l’altro, anche di testi e fonti
che sono appartenuti a Diana Musolino, forniti dallo
stesso dott. Mercuri.
Lo hanno fatto con professionalità, amore per la
ricerca, capacità di osservazione e con un linguaggio
duttile, scorrevole, appropriato, che invita alla piacevole
lettura, nonostante la materia in questione si presenti, per
ovvie ragioni, campo di studio particolare e non di solo
stretta narrazione. Un lavoro che soprattutto ha il merito,
come si sottolinea nelle motivazioni che stanno alla base
della sua scelta in questo premio, di aver remato contro
corrente in un mare pieno di ostacoli nel stabilire la
verità sul contributo e sui sacrifici dei calabresi durante
il periodo del risorgimento nel nostro Paese.
Una serata speciale quindi, perché unica e speciale è
stata, è e sarà la persona, primo sindaco donna della
Calabria, a cui s’ispira questa manifestazione. A Lei
l’Applauso della Calabria positiva riunita qui stasera.
Il lavoro delle mie colleghe Franca Sinopoli e Gina
Scuglia, supportate dai ragazzi che le hanno
accompagnate in questo percorso culturale, è un dono
prezioso nell’anno in cui festeggiamo i 150 anni dell’Unità
D’Italia. Ma soprattutto esso rappresenta un atto di
giustizia nei confronti di questo nostro territorio, che tra
Lamezia, Catanzaro e Vibo, ha dato il suo grande
contributo al risorgimento italiano, come è stato
chiaramente e ampiamente dimostrato, anche nelle altre
province della nostra regione.
La Calabria purtroppo è assente nei libri di storia,
ma stasera esce allo scoperto in un libro ricco di citazioni
e documenti riconducibili ad un passato da rivalutare,
applicati al metodo rigoroso della ricerca storica. I
passaggi come scrive il comitato del premio ci sono tutti:
ricerca, analisi, deduzione, elaborazione del prodotto,
accertamento della verità.
Tutto questo è stato possibile perché, a mio avviso, il
materiale riscontrato sul nostro territorio ha radici
accertati in luoghi, fatti, personaggi, vicende,
avvenimenti, che sono reali testimoni di quanto la
Calabria, abbia dato il suo contributo di sangue, di
cultura, di rischio, di convinzione storica, di ricchezza
materiale per partecipare ad una stagione sociale aperta
alle prime luci libertarie, che dalla Francia si
affacciavano sul nostro paese. Una regione, la nostra,
anche strutturalmente coerente, checché se ne dica sul
servilismo delle popolazioni calabresi verso il padrone di
turno, con uno spirito risorgimentale che se anche silente,
ha sempre attraversato le vene e la mente dei suoi
abitanti.
C’è da dire infatti, che i nostri
conterranei per troppo tempo sono stati vessati e privati
dagli elementi principali di sostentamento, che a volte
accecano la voce della rivoluzione che alberga nell’animo
dell’uomo, ritardandola forse, ma non eliminandola.
Gli autori dell’opera premiata fanno ruotare le
informazioni e la ricerca accurata attorno a tre spazi
storico - letterari, ben dettagliati e articolati,
riconducibili rispettivamente, seguendo la sua struttura:
1)
all’introduzione, alle poesie, alle battaglie;
2)
ai documenti relativi alla spedizione dei mille in
Calabria, ai processi, ai fondi giudiziari, alle biografie
dei più noti uomini del risorgimento sul nostro territorio;
3)
agli approfondimenti, con la sintesi storica, il
ruolo della massoneria e della carboneria calabresi ed il
ruolo delle minoranze linguistiche in questo particolare
risveglio storico, sociale e civile, compresa una ricca e
appropriata bibliografia.
Un lavoro completo che ha il merito, care
professoresse Scuglia e Sinopoli, cari ragazzi di III, IV, V
B e caro preside prof. Martello, e per questo vi ringraziamo
a nome dei calabresi, di contribuire a snidare coloro
che hanno sempre nascosto la verità su questo argomento che
è centrale nella storia del nostro Paese, accendendo una
luce su un percorso che mi auguro possa continuare nelle
sedi universitarie e nei cenacoli culturali più autorevoli
della regione, con l’aiuto delle istituzioni regionali e
nazionali, che dovrebbero investire più fondi sui progetti
di studio e di ricerca che, come quello premiato stasera,
mirino a ridare alla nostra terra il ruolo, che la storia
ufficiale tante volte, come in questo caso, non ha voluto
riconoscerci.
L’Italia ha vissuto il suo grande risorgimento,
poi tradito da chi aveva il compito di rivalutare il
meridione e la Calabria, proprio perché nel Mezzogiorno e
nelle nostre comunità in particolare è maturato un apporto
indispensabile, centrale, meritevole sicuramente di
comparire nei testi ufficiali che affollano le biblioteche e
le aule scolastiche della Nazione.
Tra i capitoli del primo spazio storico –culturale
del libro voglio indicarvi dei capitoli avvincenti,
quali quelli relativi alla battaglia di Maida nel 1806;
alla preparazione dei moti rivoluzionari del 1847; alla
battaglia dell’Angitola, a due passi da dove parliamo
stasera; alla spedizione dei mille in Calabria, con la
battaglia di Soveria Mannelli e la sfilata delle truppe
garibaldine a Catanzaro: famoso il telegramma di Garibaldi
che annunciava il trionfo, forse insperato, che lo portava
ormai verso Napoli, con i Borboni ormai completamente allo
sbando: “ Dite al mondo che con i miei bravi calabresi ho
fatto deporre le armi a 10.000 uomini”.
Nel secondo spazio espositivo del lavoro premiato
ci inoltriamo in una interessante rassegna di documenti
relativi ai processi che diventano una prova evidente per il
meridione e la Calabria nella ribellione contro il regno
borbonico, che sta alla base della buona riuscita della
campagna bellica garibaldina nella nostra regione. Per la
sola Calabria si parla di oltre 8.000 anni di condanna. Nel
libro viene ricordato il processo a carico di 16 imputati
del comprensorio nicastrese, per avvenimenti successivi al
15 maggio del 1848, grazie alla collaborazione dell’archivio
di Stato di Lamezia Terme. Le condanne furono pesanti.
In questa sezione del libro primeggiano una
serie di biografie di uomini illustri calabresi del tempo
risorgimentale. Ne cito velocemente qualcuno: Giovanni
Nicotera di Sambiase in Lamezia Terme, Ministro degli
interni nel primo governo Depretis, nipote dal lato materno
di Benedetto e Pasquale Musolino, illustri patrioti
di Pizzo. Francesco Fiorentino, sempre di Sambiase,
filosofo e deputato nel 1870, sostenitore dell’annessione e
del progetto risorgimentale, verso l’unità d’Italia.
Benedetto Musolino di Pizzo, deputato, liberale e
antiborbonico, fondatore dei Figlioli della Giovane Italia,
fu in carcere per oltre tre anni e anche quando, liberato,
fu messo sotto sorveglianza durante la residenza nella sua
città, continuò assieme a Giovanni Nicotera a preparare la
rivoluzione del 1848.
Francesco Stocco e Felice Sacchi di Nicastro,
Gaetano Boca di Maida, Giovanni Maria Cataldi,Giuseppe
Maione e Orazio Scalfaro di Sambiase, Antonio Toja e
Antonio Miceli di Gizzeria.
Nel terzo ed ultimo spazio del testo
troviamo invece degli interessanti approfondimenti
documentati, che dimostrano il rigore scientifico degli
autori e la loro seria ricerca storica, anche in campo
nazionale, attraverso fenomeni come quelli legati alla
questione contadina; al contrasto città-campagna;
alla Massoneria e alla carboneria in Calabria. La
prima associazione segreta, nel suo concetto di
universalità, come mente sempre attiva ed eterna, verso il
rafforzamento del sentimento di Patria e di libertà, la
seconda come braccio operativo nella difesa ad oltranza di
questi sacri principi.
Finisco questa mia riflessione citando un
articolo del corriere della sera del 29 maggio 2010 a cura
dell’antropologo Vito Teti, mio professore di tesi,
assieme al Prof. Luigi Lombardi Satriani, entrambi studiosi
molto stimati in Calabria e nel resto del Paese e figli di
questa terra vibonese, che ci ospita stasera.
Il docente universitario sottolinea in questo
articolo, come viene fatto nel volume dell’Istituto
magistrale “Campanella”, come nei libri di storia il
contributo della nostra regione al risorgimento è quasi
esclusivamente legato alla spedizione di Attilio ed
Emilio Bandiera. Ne sviluppa poi una serie di episodi
significativi ignorati dalla storia ufficiale e finisce con
una riflessione che penso sta interamente nella filosofia
del lavoro premiato stasera.
I tanti calabresi che parteciperanno alla
spedizione dei Mille sposeranno la causa dell' Italia unita,
avranno sempre presente il sacrificio di questi eroi
fondatori. Il giovane Stato non avrebbe mai riconosciuto
questi martiri, che, di fatto, non trovano posto nell' album
risorgimentale dei Pietro Micca, Ciro Menotti, Enrico
Toti. L'oblio è la conseguenza del «tradimento» del
Risorgimento meridionale. Ben presto quanti avrebbero posto
il problema della terra e di nuovi rapporti sociali,
sarebbero stati trattati, combattuti, uccisi come briganti.
Lo studioso Calabrese sottolinea un paradosso
storico, che emerge anche nella ricerca delle prof.sse
Sinopoli e Scuglia, evidente nel fatto che oggi sono gli
eredi di quei martiri, dei contadini, degli emigrati,
cacciati, uccisi, espropriati, a sostenere e a difendere le
ragioni di una Italia Unita, mentre gli eredi di quanto
hanno costruito le loro fortune sul sangue dei meridionali
sognano la divisione. Forse è da qui che dobbiamo ripartire,
anche per non autoassolverci e per non dimenticare i tanti
limiti e responsabilità dei gruppi dirigenti meridionali.
|
|
inizio pag. |
|
pubblicato il 18
aprile 2011
VITA E PENSIERO DI CARLO DE CARDONA
di Francesco De Cunto
 [...]
L'Italia sta attraversando un'epoca triste e squallida, in cui ci
siamo abituati, senza
più scandalizzarci, a vedere i nostri governanti vivere per
conquistare il potere al fine
di trarne vantaggi personali.
Un'epoca in
cui la politica è morta, perché si dà per scontato che non debbano
esistere valori che la sottendano, perché è morto il "progetto",
perché è scomparsa
l'utopia e la speranza
arretra e si arrende.
Ci stiamo
ormai persuadendo che la politica altro non debba essere che la
serva di un
potere senza principi.
Ci auguriamo
che Carlo De Cardona, con la sua testimonianza, la sua opera e con
l'intera sua vita offerta all'elevazione sociale e soprattutto
morale delle nostre
popolazioni mediante l'organizzazione, la cooperazione, sia uno
stimolo perché la
politica possa costituire la leva della risalita dalla deriva civile
e morale del presente,
verso una piena e
coraggiosa responsabilità.
Responsabilità di decidere, di rispondere a se stessi e agli altri
della propria libertà, di
fondare su
di essa e sull'uso vigile che se ne fa, una nuova e condivisa morale
sociale.
Don Carlo
De Cardona nasceva a Morano, da una famiglia benestante, nel 1871.
Subito dopo l'ordinazione sacerdotale venne chiamato
dall'Arcivescovo di Cosenza,
Mons.
Camillo Sorgente, come suo segretario particolare, con l'intento
palese di
suscitare in Cosenza il
movimento cattolico sociale.
Uomo di
fervidissima spiritualità e di indomita fede, Don Carlo, sebbene
nutrisse in
cuor suo tutt'altre
aspirazioni, obbedì.
Da quel
momento, in una Cosenza in cui la situazione religiosa
era piuttosto semplice
e
deprimente, senza una sola organizzazione cattolica e con il dominio
della
massoneria nella vita civile, conscio dello stato di arretratezza
culturale, sociale ed
economica del Mezzogiorno,
si impegnò, con tutte le forze, che erano tante, per
ricercare e contrastare le cause di questa arretratezza,
impegnandosi nel movimento
sindacale cattolico, ispirando le prime leghe del lavoro e quindi
istituendo e diffondendo su
tutto il territorio regionale le cooperative di credito.
La fondazione
della prima Cassa Rurale in Calabria, nel 1901, è salutata dallo
stesso
De Cardona come una catapulta contro l'usura, pur nel suo minuscolo
capitale... e,
proseguendo,
..."è ancora un'altra cosa molto più importante: è una prima cellula
vivente
nella massa amorfa e quasi inerte (almeno rispetto alla società) dei
volghi
campagnoli. Un mezzo sempre più forte e quindi più atto a soddisfare
bisogni, non
personali
soltanto.
I piccoli e felici esperimenti accrescono la fiducia dei
compagni e
insieme il
sentimento di una forza che non avrebbero se fossero divisi, che
hanno
perché uniti e d'accordo: ringagliardita così la coscienza di
classe, nasce in quei petti, ricchi di intatte e fresche energie, lo
slancio verso più alte e degne mete di
progresso civile".
E' il
principio di quello che si sarebbe chiamato il Classismo Pedagogico
Decardoniano.
Poco prima
dell'avvento del Fascismo queste banche per i poveri e dei poveri
sono
circa 200 dislocate su tutto il territorio regionale e se ne trovano
perfino in paesini
sperduti o in frazioni di paese. Con la finalità di educare
il popolo alla politica, De
Cardona promosse la formazione e la diffusione di vari
giornali, su cui si dibattevano
i problemi dell'emigrazione, dei bambini sfruttati,
dell'emancipazione della donna,
del clientelismo, dei poteri
occulti, dello sviluppo della Calabria e del Mezzogiorno.
De Cardona non
si stancò mai di invitare i lavoratori ad imparare a leggere, a
scrivere, a istruirsi, ad educarsi, ad acquistare lo spirito di
risparmio, di pace e di
giustizia,
nonché ad organizzarsi seriamente " perché l'organizzazione"- diceva
– "è il segreto della
vittoria nelle battaglie del lavoro."
Per dare
forza, coerenza, senso pratico e credibilità alla sua azione
sociale, partecipò
alla vita
amministrativa impegnato come consigliere comunale e provinciale,
incontrandosi, sul comune terreno dell'emancipazione sociale, con il
capo dei
socialisti
cosentini, Pasquale Rossi, con il quale peraltro non mancò di
polemizzare anche
aspramente.
La costruzione,
con il sostegno finanziario delle sue Casse Rurali, di due centrali
elettriche metteva in evidenza le sue capacità realizzatrici e
dimostrava praticamente
le possibilità
aperte dalla raccolta e dall'impiego dei risparmi dei lavoratori e
la bontà della politica di
utilizzazione delle energie naturali e umane del luogo.
Ma la sua
frenetica attività dava fastidio ai fascisti locali e quindi la sua
Cassa Rurale
Federativa fu
fatta fallire: Don Carlo conobbe allora la strada dell'esilio
-alternativa
al confino che
gli sarebbe toccato- e, dopo aver passato l'ultimo periodo della sua
vita in
numerosi trasferimenti tra la Calabria, l'Umbria e Roma, moriva
solo, malato, povero, ospite nella casa del fratello Nicola, a Morano il 10 Marzo del
1958.
Ci separa quasi
un secolo, il XX secolo, un secolo " non breve ", dalle intuizioni
che
diedero corpo all'opera di Carlo De Cardona, ci separa da lui, per
restare solo nell'ambito del
mondo cattolico, il Concilio Ecumenico Vaticano II.
La sua opera
va, con rigore, letta nel contesto del periodo a cavallo tra i due
secoli precedenti.
Carlo De Cardona è indubbiamente un
uomo del suo tempo.
Ciò tuttavia,
in più di un passaggio aleggia nei suoi scritti uno spirito, mi
consentite,
profetico e
sembra che Carlo De Cardona, parlando ai contadini calabresi suoi
contemporanei, si rivolga a noi e all'Italia di
questi ultimissimi mesi, alzando il dito
accusatore, ma anche sostenendo il nostro cammino in un
tempo di grandi insicurezze
e insieme di grandi possibilità.
All'uopo vorrei
proporre solo qualche passo tratto dai suoi scritti, lasciando ad
ognuno di noi riflessioni e
commenti sulla loro attualità.
"L'operaio che
lavora, scriveva De Cardona nel 1909, non è il bue che trascina sui
campi
l'aratro, contento di una scorpacciata di fieno, non è lo schiavo,
strumento
cieco nelle
mani del padrone che ne sfrutta i sudori e le vigorose energie;
l'operaio è
il divino
falegname di Nazareth, che il lavoro santifica con la preghiera "e
poi" al
lavoro va
solennemente, innanzi alla storia, rivendicata la dignità e
l'importanza del
fattore umano
nel progresso della civiltà....il liberismo, nell'operaio, non vede
che una
macchina e, purtroppo, non sempre, la migliore delle macchine: nel
lavoro non
riconosce che
una mercanzia da valutarsi, semplicemente, alla stregua della
produzione e della ricchezza. Il liberismo ha
gettato l'operaio e il suo lavoro sul
mercato mondiale come una merce qualunque alla balia della
cupidigia e della più
sfrenata concorrenza".
E sempre a
proposito di lavoro: "Nel paganesimo lavorare voleva dire servire,
cioè
sacrificarsi nell'interesse e secondo la volontà di altri, che erano
i padroni. Nel
Cristianesimo
lavorare voleva dire liberarsi. Oggi la questione è qui: in che modo
e fino a che punto il lavoratore, perchè sia veramente
libero, avrà il possesso degli
strumenti del suo lavoro: la
macchina, il danaro, la terra."
E cambiando
tema: "un popolo corrotto è come un albero fradicio, buono soltanto
a
sostenere le erbe che gli si arrampicano intorno al tronco e sui
rami secchi. A un
popolo dedito
al male si mette facilmente la catena del servaggio, come ad un cane
si mette guinzaglio. Le idee
di libertà, di giustizia, di progresso non sono intese, o sono
fraintese, dai lavoratori che hanno l'animo abbrutito dal vizio."
E ancora "Ora
è inutile e indecoroso che i lavoratori aspettino l'elemosina di un
po' di
aiuto dalle sovrastanti classi borghesi: bisogna che facciano da sé;
...occorre che
mettendo
insieme i loro piccoli risparmi creino un capitale collettivo, il
quale servirà
loro di mezzo
per aiutarsi in caso di infermità, per aprire scuole, per non
lasciarsi
opprimere dal
fisco e dall'usura, per essere forti e liberi e capaci, all'uopo, di
dettar la legge a chi finora
ha creduto di manomettere impunemente la giustizia."
E quindi
"Abbattere la tirannia dei potenti che vogliono governare anche
sulla coscienza dei deboli e
degli oppressi è il nostro impegno".
E a proposito
della Calabria e del Mezzogiorno: “Il nostro risorgimento è legato,
come
per le altre regioni d'Italia, non ai vari lamenti e alla passiva
accettazione di aiuti dal
potere centrale, ma ai generosi sacrifici che vorremo e sapremo
fare".
E in un’altra occasione: "Accrescere poco a poco, anno per
anno, la ricchezza della
Calabria, ecco il nostro sogno, e non solo la ricchezza materiale,
ma la ricchezza morale, ma la ricchezza civile, la ricchezza
d'animo, lo spirito del bene, la luce del pensiero."
E ancora: "Non
ci può essere una grande Italia, finché c'è una Calabria misera e
negletta"
E sulla scuola: "Non vogliamo come
si fa oggi la scuola che coltiva e sviluppa
semplicemente l'intelligenza,
trascurando completamente la vita morale del fanciullo."
E alla vigilia della I guerra
mondiale: “Il nemico vero oggi non è l'Austria, non è la Germania,
non è la Russia o l'Inghilterra: il nemico vero d'Italia oggi è
...la paura.".
E concludo con un'esortazione che
De Cardona rivolgeva ai suoi contadini perché trovassero
nell'organizzazione e nella cooperazione le motivazioni per superare
le angosce, le difficoltà e la
miseria del momento: "Forti, perché uniti, liberi, perché
forti": ecco l'ideale delle nostre organizzazioni. Non vi fate
ingannare, o amici. Non credete
alle maligne bugie di coloro che ci vogliono servi, e perciò
disuniti."
Si è già detto che obiettivo
principale del circolo è quello di diffondere la cultura e i
valori fondanti della nostra
Carta Costituzionale, a nostro parere presupposto
indispensabile per la formazione
di un unico e forte soggetto politico, l'Ulivo, ove
partiti, organizzazioni,
movimenti, singole personalità dalle diverse tradizioni,
affrontino, uniti, e nel rispetto delle varie ispirazioni e
motivazioni, le sfide che ci attendono.
"Forti, perché uniti, liberi,
perché forti." Può' essere un buon viatico.
(dal
Discorso introduttivo della presentazione del circolo culturale:
"Carlo De Cardona" – Castrovillari
15/12/2001)
|
|
inizio pag. |
|
|
|
|
|
|
|