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EDITORIALI
Società e Costume pag. 1
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editoriali,
recensioni e saggi di
costume e società
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pubblicato il
30 Ott 2007
INSEDIAMENTO
RURALE MEDIOEVALE
Il palmento nella
terra dei Brettii
di Maria Zanoni
Su un’ampia collina allungata tra le valli dei fiumi Caronte
e Busento nel territorio di Carolei, in provincia di
Cosenza, si conserva da secoli un esemplare di palmento
veramente interessante.
È la terra dei Brettii, intorno a Cosenza, definita da
Strabone metropoli di questa popolazione di pastori, dediti
a razzie, che nel 356 a. C. si era staccata dal ceppo
italico dei Lucani. Nell’area compresa tra la Sila e la
valle del Crati si stanziarono sin dal V sec. a. C. i primi
nuclei originari brettii, che nel tempo abbinarono
all’attività pastorale quella del commercio di pece e
pellame, per “l’acquisto di generi di lusso (vino, vasellame
fine)”. È la terra dell’antico Acheruntia dove incontrò la
morte, per mano dei Bruzi, nel 331 a.C. il re d’Epiro
Alessandro il Molosso, zio di Alessandro Magno, venuto in
Italia in difesa dei tarantini in lotta contro la
confederazione bruzia.
Tito Livio, narrando le vicende di Alessandro il Molosso,
descrive il suo insediamento su tre alture vicine al fiume
Acheronte, nei pressi della città di Pandosia, che si
trovava a sua volta presso i confini tra le terre dei Lucani
e dei Bruzi. In un passo successivo cita la sottomissione di
Cosentia e Pandosia ai Romani nel 204-203 a.C. Quella stessa
Pandosia che Stefano di Bisanzio nel V secolo definisce
città dei Bruzi, fortificata e con tre "vertices", viene
collocata anche da Strabone nei pressi di Cosentia e
descritta come una città fortificata, un tempo capitale
degli Enotri. Questo territorio fu percorso dai Visigoti, il
cui re Alarico, secondo la tradizione, fu sepolto in una
tomba scavata nel letto del Busento.
L’invasione barbarica spinse i piccoli proprietari contadini
sulle alture che davano maggiore sicurezza, ma offrivano
terra poco produttiva. Fino all’arrivo dei monaci basiliani
che si stabiliranno proprio sulle zone montuose e le
sfrutteranno, ai fini agricoli. Tra fitti boschi di querce e
castagni, campo di battaglia tra Bizantini e Longobardi, che
avevano conquistato la parte settentrionale della Regione,
costituendo un gastaldato con sede a Cosenza, in seno al
ducato di Benevento, si consumò la storia di questo
territorio sotto le grandi civiltà che si sono succedute nei
secoli.
Il fascino del luogo e del reperto indurrebbe a ricostruire
la storia passata con una certa disinvoltura, alla luce
anche dei rinvenimenti archeologici di due nuclei di
necropoli uno in contrada Stidda e uno a Cozzo S. Giovanni.
Ma il sito, inedito, merita un’accurata indagine
archeologica. Solo un approccio globale al territorio,
impostato su metodologie interdisciplinari, può consentire
la ricostruzione delle dinamiche insediative, delle forme di
occupazione ed organizzazione del territorio, cogliendone
tutti i risvolti storico-antropologici.
La mia ricerca sul campo è partita da un’analisi storica del
territorio, utilizzando documentazioni topografiche e
storico-letterarie, ma non documentazione archeologica (che
credo scarsa), per tentare di collocare in uno spazio
temporale e nel contesto questo reperto di archeologia del
vino.
La frazione Treti è un terrazzo collinare di natura calcarea
a strapiombo tra le valli dei fiumi Alimena e Caronte. Il
luogo ideale per insediamenti sparsi, quali fattorie e
nuclei di necropoli, in luoghi sicuri, nei pressi di fonti
d’acqua e di vie di comunicazione (la via Istmica e poi la
Popilia).
Questo imponente palmento, manufatto esemplare di
archeologia del vino, si conserva intatto e racconta la
storia del luogo meglio di mille pagine scritte. Su un
lastrone di roccia porosa di una sessantina di metri
quadrati, in leggera pendenza, su un terrazzato a strapiombo
sulla valle dell’Alimena, sono scavate le due vasche a forma
quadrata, con i segni degli strumenti in ferro per la
lavorazione della roccia abbastanza leggibili. A fianco ad
esse una rampa con gradini di circa 10 cm di altezza e 30 di
larghezza, per facilitare l’accesso alla parte superiore del
banco roccioso. La vasca più grande misura 2 metri per 1,50
di lato ed è profonda circa 60 cm. La piccola di m. 1,25 X
1,20 comunica attraverso due fori di circa 12 cm. di
diametro con la superiore. Sul lato sinistro si trova una
vaschetta a forma circolare del diamentro di 50 cm. e
profonda circa 35 cm. sul bordo della quale si trova una
boccola in ferro, in asse con l’altra posizionata
all’interno della vasca superiore dove veniva calpestata
l’uva. Doveva essere la pressa per le vinacce; e gli agganci
in ferro reggevano l’argano che azionava la leva.
Tutt’intorno sul lastrone di roccia corrono due canaline,
profonde circa 4 cm, per il recupero del mostro che scolava
dalle ceste colme d’uva appoggiate a monte e convogliavano i
rigagnoli nel pinàci. L’ampiezza delle vasche e i due fori
di comunicazione sul tramezzo portano a dedurre che la
fattoria fosse efficiente nella produzione di vino.
Poco distante dal palmento vi è una vasca circolare,
anch’essa scavata nella roccia, che poteva essere una cella
granaria o una cisterna di raccolta dell’acqua della
fattoria; e più a sud sul crinale di roccia calcarea un
gruppo di tre tombe, scavate nella roccia, in fila
parallela, mancanti delle lastre litiche di copertura,
divelte da tempo da ignoti, ma con la risega ben visibile.
La datazione della necropoli è difficilmente determinabile,
in assenza di intervento archeologico e di reperti.
Il sito è collegato al fondovalle dell’Alimena (che lo separa
dal territorio di Mendicino) da una scaletta scavata lungo
la parete del costone roccioso, su cui insistono alcune
grotte. Dalla distribuzione e dalle caratteristiche dei
manufatti rinvenuti, palmento e pozzo granario, sembra
probabile la loro appartenenza all’impianto di una villa
rustica tardoantica (IV-VII secolo dopo Cristo) riutilizzata
in epoca bizantina. Da tenere presente, comunque, che il
palmento possa essere stato riadattato all’uso, anche dopo
centinaia di anni di abbandono. E non è escluso che possa
essere stato utilizzato anche in epoche più recenti, in un
territorio che ancora oggi produce buon vino, indice di
antica vocazione vitivinicola. Il Galanti, alla fine del
Settecento, evidenzia le “belle coltivazioni” del territorio
di Cosenza e dei suoi Casali; e l’Arnoni, alla fine
dell’Ottocento, scrive che “il vino di Cosenza si confondeva
facilmente con i migliori vini di Francia”.
Abstract dal volume “Percorsi mediterranei – I PALMENTI,
tracce di cultura materiale in Calabria”
Ed. Arte26 -
nella foto: il palmento di Carolei
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pubblicato il 3 Feb 2007
DONNA AL SUD
IDENTITA'
FEMMINILE
di Maria Zanoni
Il dibattito politico di questi giorni mi invita a fare
qualche riflessione sulla condizione della donna in
Calabria.
A me calabrese, che all’argomento ho dedicato il volume
“Immagine donna” (ed. Centro Arte e Cultura 26 – 2001),
l’affermazione di “donna” Assunta Almirante, la vedova del
leader del MSI, che come tanti altri italiani è rimasta
legata a stereotipi arcaici, da tempo superati, non è
piaciuta.
La Almirante, intervenendo nel dibattito sulle Pari
Oppotunità, ha suggerito alla Santanchè "di andare a farsi
un viaggetto in Calabria, nelle parti interne, dove se tu
vai trovi ancora l’uomo che avanza a cavallo dell’asino e la
donna dietro che porta in testa le sarcine".
La donna di Calabria non rinnega identità e tradizioni, ma
va fiera per aver portato le sarcine in testa, anche se non
le porta più.
Su questa terra gravano antichi pregiudizi, alimentati anche
da viaggiatori-scrittori-fotografi troppo zelanti nel
denunciare, le misere condizioni di una regione travagliata
da terremoti e malaria, depauperata dalle piraterie turche,
isolata, terra di frontiera.
Proprio l’insistenza accanita a denunciarne gli aspetti
negativi ha impedito alla Calabria di emergere nel panorama
nazionale. Ma questa è storia antica…
Le donne calabresi, già dalle passate generazioni, hanno
scritto significative pagine di storia, lottando per
affermare un ruolo preminente della identità femminile,
nonostante i soprusi, le violenze, le costrizioni di una
società in cui l’uomo deteneva (e detiene) il primato di
superiorità.
La loro condizione esistenziale è stata in continua altalena
tra la totale o quasi subordinazione al maschio (padre,
marito, amante o datore di lavoro che fosse) e
l’affermazione di maggiore potere, di un ruolo centrale
nella società, rivestito già all’interno della famiglia.
L’uomo, tradizionalmente abituato a rapportarsi alla donna
solo come madre, nella sfera pubblica, nel mondo del lavoro,
manifesta da sempre comportamenti arroganti, discriminanti,
di diffidenza nei confronti della donna con cui vuole
mantenere un rapporto subalterno. Gli uomini di tutti i
tempi hanno costruito modelli femminili, tra mito e realtà,
sempre rapportati al loro mondo.
Ma il ruolo della donna è complementare a quello dell'uomo:
e quando va sposa, e quando genera un figlio, e quando aiuta
nel lavoro e quando dà consigli.
Anche in questa terra di Calabria, sconosciuta o
misconosciuta a molti (anche ai calabresi stessi) tante
donne, le cui storie sommerse hanno superato il muro di
pregiudizi, di ostilità, hanno proiettato nel futuro un
ruolo senz’altro più autonomo, vivendo con maggiore senso
critico ed intensità emotiva la cittadinanza femminile.
Certo, la cittadinanza femminile resta ancora oggi
incompiuta, al sud come al nord, ma la donna che è entrata a
fronte alta nel terzo millennio ha alle spalle le lotte, i
sacrifici, i silenzi delle donne-nonne che hanno rivendicato
nuovi ruoli, hanno affermato una nuova identità.
Quante lacrime sono state versate, quante violenze subite,
quanto sangue sparso, quante privazioni, sacrifici e rinunce
hanno segnato il lungo cammino della donna verso
l'affrancamento dal ruolo di vestale, angelo del focolare,
relegata ad accudire la casa e la famiglia fino a divenire
donna manager, soldato, magistrato?!? Dalle lotte per
l’occupazione delle terre, ai sacrifici ed alle solitudini
di vedove bianche, al primo taglio di capelli “à la garçonne”,
alle gonne corte al ginocchio, alle lotte femministe per
cancellare il patriarcato di Mussolini che aveva affermato "
Le donne sono angeli o demoni, nate per badare alla casa,
mettere al mondo dei figli e portare le corna".
Quelle donne hanno lottato per affermare la volontà di non
essere più marginali nella sfera pubblica, per vincere le
resistenze a voler riconoscere alle donne la capacità di
rappresentanza degli interessi generali, ed hanno regalato
alle nuove generazioni grandi spazi di libertà.
L'universo femminile, oggi in Calabria, gode di orientamenti
culturali autonomi, grazie all'azione essenziale
dell'istituzione scolastica, e manifesta stili di vita ed
esigenze di consumo moderni, pur restando saldi, in molti
casi, i rapporti familiari, e dovendo, a volte, fare i conti
con la scarsa qualità dei servizi pubblici, con il
clientelismo politico, con l'inefficienza delle istituzioni,
la disoccupazione e lo scarso dinamismo economico.
L’immagine della donna calabra mostra fierezza, onestà e
dignità. Quella dignità di cui parla Giovanni Paolo II nella
Lettera alle donne del 29 giugno 1995: "E' necessario
restituire alle donne il pieno rispetto della loro dignità e
del loro ruolo. […] Donna e uomo sono complementari".
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pubblicato l' 8 Mar
2007
VOCI DI DONNE
Diritti
negati e violenze sul filo della memoria in "Dissonorata" di
Saverio La Ruina
di Maria Zanoni
In occasione della Giornata internazionale della donna,
“Dissonorata. Un delitto d’onore in Calabria”, scritto e
interpretato nei teatri di tutta Italia da Saverio La Ruina,
offre lo spunto per riflettere sulla condizione femminile di
ieri e di oggi (e non solo nel meridione), sulla difficile
condizione della donna, la cui vita è ancora sospesa tra schemi
tradizionali e volontà di guardare avanti e andare oltre.
Passano sul filo della memoria voci di donne umiliate,
violentate (fisicamente e psicologicamente), tradite,
soggiogate, ma anche ribelli o rassegnate, sopravvissute al
“delitto d’onore”. Il dramma raccoglie le voci di donne ribelli
all’ingiusta prigionia di una mentalità retrograda che, a volte,
pagano con la vita il disonore arrecato alla famiglia, per aver
avuto un figlio fuori dal matrimonio. Che si chiamino Suad o
Morabito, che vivano in Cisgiordania, in Francia o in Calabria,
poco importa. Il dolore, la rabbia, la vergogna sono sempre le
stesse.
…”cu a capa vasciata a cuntà i petri pi nterra…‘Un davu retta a
nisciunu e ‘un gavuzu mai l’uacchi a ‘nterra, ca si ‘nziammai si
scontrinu cu quiddi ‘i ‘nu masculu, tuttu ‘u paisu mi chiami
puttana”...
Esordisce così il monologo del bravo attore calabro-lucano che
occupa la scena, con solo una seggiola di paglia (il segno dei
tempi) sotto un sapiente gioco di luci. Anche il semibuio parla
e lacera.
È la storia drammatica di una giovane donna della prima metà del
Novecento in un paesino del sud, in cui si ritrovano le storie
comuni di sopraffazione e di dolore di donne, di ogni epoca e di
ogni paese, vittime di un mondo in cui, ancora oggi, l’uomo
detiene il primato di superiorità.
In una posa dimessa, nelle vesti scure della protagonista senza
nome, indossate sopra gli abiti maschili, La Ruina offre una
performance di indubbio valore e senz’altro insolita.
Infatti, l’attore, giovane, si rivolge con disinvoltura e
padronanza in uno stretto dialetto lucano ad un pubblico di
giovani, soprattutto, raccontando di un mondo che non ci
appartiene più, ma che ci restituisce il piacere del tempo.
In poco più di un’ora, l’attore-regista fa rivivere gli usi e i
costumi, i sacrifici, la dura lotta per la sopravvivenza, i
vissuti di una cultura contadina e popolare, a volte disprezzata
a volte rimpianta, con i suoi valori ed i suoi linguaggi.
Rivive la cultura della classe subalterna meridionale, con i
suoi modi di formazione delle giovani generazioni, nell’intento
di riscoprire l’identità della nostra cultura, pur nella
consapevolezza della sua inevitabile e necessaria evoluzione
storica.
Nel progetto culturale coraggioso e incisivo di Saverio La Ruina
e del suo gruppo “Scena Verticale” traspare chiaramente la
ferrea volontà di avvicinare sempre più i giovani al teatro e,
nel recupero del dialetto, nell’analisi della realtà della
propria terra, si snoda un processo di ricerca identitaria.
Tra pause ben calcolate, significative, penetranti, il
sottofondo musicale di Gianfranco De Franco ("fiato" dei Mandara
Project) sottolinea le voci delle tante “donne-vittime”, sul
filo di una sottile, amara, ironia.
Il ruolo femminile, interpretato senza trucco da Saverio, nella
disinvoltura dei gesti, mette ancor di più al centro
dell’attenzione la protagonista, facendo di lei un emblema e
della sua voce un monito.
Risuona, così, l’eco della storia commovente ed emblematica di
una giovane, costretta dalla dura antica legge familiare, a
passare i suoi anni nel rispetto dei costumi del tempo che
prevedevano che si sposassero in ordine di età. Anche per questo
tante restavano “zitelle”.
Ed era per loro un’enorme vergogna passare tra la gente ed
essere additate come “zitelle”. “A fimmina senza statu jè cumu
‘u panu senza livàtu” recitava un antico detto.
Un motivo per molte per rintanarsi tra le mura domestiche e
vivere la propria vita, tra le rinunce e le privazioni, in
funzione degli altri.
Anticamente le ragazze prendevano marito già a 14 – 15 anni.
Infatti, fin da tenera età venivano abituate a pensare al
matrimonio come ad una tappa decisiva da raggiungere in
giovanissima età, per una sicura sistemazione. Spesso il marito
che la famiglia aveva scelto per lei era molto più vecchio,
cosicchè la giovane si trovava a dover iniziare un’esistenza al
fianco di un estraneo, votata ai bisogni di uno sconosciuto ed
agli interessi familiari. E durante la vita matrimoniale, la
durezza del vivere quotidiano, l’ignoranza, la mancanza di
relazioni sociali, i tabù sessuali erano vissuti dalla donna in
silenzio, a fianco di un uomo a volte geloso, che controllava
giorno per giorno la condotta della moglie.
Solo col passare degli anni l’abitudine attenuava le difficoltà
di questo legame.
La donna era sottomessa all'autorità del padre o dei fratelli
maggiori, fino al matrimonio, quando passava all'obbedienza del
marito. Sottrarsi a tale controllo, non rispettare le regole,
significava uscire dalla sacralità del vincolo familiare, come
ribelle, e restare ai margini della società. Nella società
contadina tradizionale la forza della donna stava nella funzione
riproduttiva e la sua vita era schiacciata sotto il peso del
duro lavoro in casa e nei campi; il suo ruolo, la sua funzione
sociale erano garantiti dalla famiglia. La famiglia proponeva
modelli di socializzazione, di comportamento, plasmava le
esperienze dei suoi membri secondo i ruoli definiti. Era la
famiglia a soddisfare i bisogni umani fondamentali e coordinare
i rapporti economici. Nella famiglia patriarcale il capofamiglia
aveva un ruolo predominante, era il perno intorno al quale
ruotavano tutti i componenti del nucleo: la moglie aveva
l'impegno quotidiano di accudire i figli e badare alle faccende
domestiche; al marito spettava il compito di sostentare la
famiglia stessa, organizzare il lavoro e amministrare il
patrimonio.
La donna assolveva tutti i suoi doveri di moglie, madre e
padrona di casa, all'interno della famiglia, portando affetto,
ma soprattutto rispetto ed obbedienza al marito. Nel secolo
scorso l’identità sociale dell’uomo è sempre stata definita in
relazione al mestiere ed alle funzioni svolte in ambito
pubblico, mentre l’identità sociale della donna era in stretta
dipendenza dalla posizione occupata nella famiglia e dal suo
stato civile. La stessa subordinazione della moglie al marito
era considerata garanzia necessaria dell’unità familiare.
Se da un lato le donne erano prive di potere nella sfera
pubblica, nella famiglia rivestivano un ruolo di potere
indiscutibile; un potere che si è andato sviluppando
maggiormente da quando, lasciate sole dai mariti in guerra o
emigrati, hanno dovuto, come capifamiglia, amministrare la casa,
la famiglia ed il lavoro. L'eredità delle passate generazioni di
una forte identità femminile - che alcuni, forse erroneamente,
hanno definito matriarcato - s'interseca con la tendenza tipica
della generazione più emancipata di considerare il ruolo della
donna inferiore ed ha lasciato tracce evidenti ancora in alcuni
modelli di comportamento.
La giovane, dissonorata, rimasta incinta, perchè ha ceduto alle
lusinghe di uomo, nel timore che non l’aspettasse, deve morire,
bruciata viva, solo perché ha infranto i costumi della
tradizione, si è sottratta alla violenza del potere maschile.
La morte lava la vergogna.
Ma l’epilogo, inaspettato, è significativo.
La dissonorata sopravvive a tanta barbarie. E solo la maternità
dà un significato positivo alla sua esistenza.
La sopravvissuta, porta sulla pelle i segni dell’ingiustizia, ma
nel sorriso la gioia per la nascita del figlio e nello sguardo
l’ansia di libertà, mai sopita.
Pubblicato su Tracce - La Provincia cosentina - 7 marzo 2007
Nella foto: Saverio La Ruina al Teatro Sybaris
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pubblicato il 13 Feb 2006
REPERTO
ARCHEOLOGICO A CASTROVILLARI
Un palmento in grotta nella valle del Coscile
di Maria Zanoni
Nel
corso delle mie ricerche sul campo nell'ambito della
cultura materiale di tradizioni popolari, con particolare
riferimento alla comunità locale e al suo rapporto con
l'ambiente, in seguito alla preziosa segnalazione di un amico,
ho rinvenuto nella valle del Coscile a ridosso dell'antico
abitato di Castrovillari un insediamento rupestre.
Si tratta di un palmento in grotta, elemento costruttivo
tipico dell'archeologia enotecnica, che insiste in un sito dalle
caratteristiche topografiche e fisiche ricco di storia.
La natura e la localizzazione del reperto mi consente di
ipotizzare, alla luce delle autorevoli testimonianze di storici
locali del secolo scorso e dall'analisi comparata con manufatti
della stessa natura esistenti in altre zone della regione, che
trattasi di uno degli insediamenti rupestri abitato
verosimilmente dai monaci basiliani.
Il costone roccioso della valle del Coscile (‘a vadda per i
castrovillaresi di un tempo) che nel medioevo era ricca di
piccole chiese, costruite alla greca, di cui restavano ruderi
fino al Seicento, restituisce un prezioso reperto archeologico,
utile non solo ad illuminare maggiormente un periodo di storia
lontana della città del Pollino, ma anche a fare un excursus
storico antropologico sul rapporto tra i contadini e la terra.
I resti di palmenti, di mulini ad acqua, di antichi trappeti,
primordiali industrie di trasformazione dei prodotti agricoli,
di cui era ricca la vallata (come attesta Vincenzo Perrone nella
sua ricerca sui luoghi di culto e le contrade della città) sono
beni culturali importanti per indagare la centralità che l'area
assunse nelle relazioni economiche e civili del Mediterraneo e
ancor più per indagare le nostre radici.
"Nel vasto territorio, alle falde del Monte Sant'Angelo –
afferma Biagio Cappelli, sulle testimonianze di un cronista del
seicento - si trovavano le chiese di S. Iorio e di San Michele
Arcangelo, dipendenti dal Monastero di San Basilio Craterete
intorno al quale si sviluppò l'abitato di San Basile.
Verso il 1540 il monastero di San Michele venne abitato da un
tardo emulo dei primi basiliani, S. Bernardo di Rogliano,
fondatore degli eremitani di S. Maria del Colloreto".
Nella "vadda", non lontano dalla contrada rupestre detta Li
Murgi, produttrice di ottimo vino, inoltre, erano sparse le
chiese di S. Chianìa, S. Maria della Scapola, S. Antonio Abate e
S. Irene, con attigui romitori, che ci riportano alle radici del
basilianesimo.
Le grotte costituirono il primo nucleo abitativo dei monaci
basiliani, che giungevano in Calabria dalle sponde orientali del
Mediterraneo in diverse migrazioni dal VII secolo all'XI.
I monaci italo-greci fondavano le proprie radici sulla Parola
evangelica e come i benedettini della chiesa latina erano
copisti di manoscritti e insieme coltivatori: praticavano
l'agricoltura, dissodando la terra, piantando vigneti,
modificando i sistemi di coltivazione e introducendo nuove
piantagioni arboree.
I monaci calabro-greci erano laici che provvedevano al loro
mantenimento con il lavoro. Abitavano in grotte, per un ritorno
alla natura, a diretto contatto con Dio, lontano dalla cultura
dell'artificioso e del superfluo; poi con il passare del tempo
si organizzarono nei cenobi ed ebbero proprietà fondiarie.
Erano vegetariani convinti e non disdegnavano il vino.
Ritenevano, secondo le affermazioni di S. Giovanni Crisostomo,
che "il vino è stato dato per la gioia e non per la vergogna
nostra: è stato dato perché ridiamo e non per diventare
ridicoli; per star bene e non per ammalarsi; per sostenere le
debolezze del corpo e non per indebolire le forze dell'animo".
Ai monaci basiliani spetta il merito di aver diffuso
massicciamente in tutta la Calabria la viticoltura,
probabilmente già introdotta dagli Enotri, e ad aver lasciato
traccia delle loro tecniche di trasformazione dell'uva in vino
tramite i palmenti.
Il termine Palmento per alcuni deriva dal latino palmes palmitis
(tralcio di vite), per altri da "paumentum", l'atto di battere,
pigiare.
Il palmento in grotta di Castrovillari presenta le
caratteristiche di una delle due tipologie costruttive
medioevali: la costruzione in muratura, nei luoghi in cui non
c'era roccia in cui poter scavare le vasche.
Nel romitorio sono ben visibili, seppure deteriorate dal tempo,
le due vasche in muratura, impermeabilizzate con malta mista a
cocciopesto.
La vasca superiore, a forma rettangolare con gli angoli
arrotondati, misura cm 120 per 135 ed ha pareti alte circa 60
cm. e spesse 30.
Serviva per pigiare l'uva con i piedi.
Quella inferiore, intercomunicante con la prima, raccoglieva il
mosto derivante dalla pigiatura.
L'interessante rinvenimento, su cui dovranno svilupparsi
ulteriori indagini della Soprintendenza Archeologica, gioverà in
modo determinante a meglio illuminare la storia di Castrovillari
e potrà offrire nuove possibilità di valutazione e promozione
del territorio.
Solo l'Archeologia potrà collocare al giusto posto nella vicenda
storica del luogo le testimonianze materiali che lo scavo
restituisce.
Non dimentichiamo che per molti secoli la Calabria è stata la
centrale europea della seta, tanto per la trattura quanto per la
tessitura; che ha esportato olio e ottimo vino (Lagaritano)
verso i mercati europei, in tempi antichissimi.
Lo sviluppo del commercio del vino ridisegna la geografia urbana
di Castrovillari.
Prima che alla fine dell'Ottocento avvenisse quella che
l'economista Manlio Rossi-Doria chiamò "una rivoluzione agraria"
che si realizzò attraverso un'estesa riconversione delle
colture, i Greci, i Romani, i Bizantini, i Normanni, gli Svevi,
gli Albanesi ci hanno insegnato le tecniche della coltivazione
della vite e di vinificazione.
E la nostra terra, naturalisticamente bella, è ricca di
testimonianze di queste popolazioni che ci hanno attraversato.
Conoscere il passato, attraverso i suoi segni, i suoi riti, i
suoi miti, i suoi simboli, significa attraversare processi di
civiltà, riempire di contenuti lo spazio vuoto che la società
contemporanea, in declino, va scavandosi attorno.
Il palmento della città del Pollino non è esemplare unico: ne è
stato rinvenuto un altro di diversa tipologia in località Monte
Vecchio da Francesco Di Vasto nel 1990.
E nella Locride sono stati rinvenuti più di settecento palmenti
scavati nella roccia, di origine romana e bizantina, tra
Ferruzzano e Bruzzano.
Un numero notevolissimo di manufatti di paleoviticoltura, di
diversa tipologia, segnalati dal prof Orlando Sculli.
Un prezioso patrimonio che merita di essere valorizzato e
fruito.
I beni culturali, testimonianze dell'identità di un popolo,
diventano anche prodotti economici quando la loro fruizione è
gestita con una progettualità che rispetti le specificità del
territorio e gli aspetti etici, economici, antropologici ed
anche etnici; e sono una preziosa risorsa identitaria per la
Calabria, in grado di attivare programmi di investimento sul
turismo culturale.
Cos'hanno più di noi i veneti, i romagnoli, i toscani che
propongono Strade del Vino, come sistemi integrati di offerta
turistica che si snodano lungo percorsi culturali sui quali si
collocano emergenze artistiche ed architettoniche, luoghi del
vino visitabili (vigneti, aziende, cantine) e attività
imprenditoriali collegate (ristoranti, alberghi, agriturismi,
enoteche, ecc.) ???
Questa testimonianza di cultura materiale, va analizzata,
valorizzata e strappata all'onda distruttiva di un facile
modernismo, irrispettoso della memoria storica e dell'ambiente. |
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pubblicato il 21 Feb 2006
“Il mondo è un libro.
Chi non viaggia ne legge una pagina soltanto”
(Sant'Agostino).
di Maria Zanoni
Voglio iniziare con questa massima le mie riflessioni sul libro
di Pierfranco Bruni sul tema del viaggio e della diaspora
nella letteratura Italo – Albanese.
Nel suo recente volume Tra Girolamo De Rada ed Ernesto Koliqi.
Tracciati Arbereshe per viandanti Bruni, partendo da
Girolamo De Rada, passando per Ernesto Koliqi, Ismail Kadaré,
Nicola Misasi, Giuseppe Schirò, porta testimonianze ben precise,
relative alla cultura arbereshe, come quelle di Belli, de
Custine, D’Annunzio, Douglas, Dumas, Gramsci, Levi, Piovene.
Porta sulla scena delle minoranze linguistiche un rapporto
emblematico tra civiltà, vita e cultura.
Anche in questo lavoro affiorano i due segmenti fondamentali che
caratterizzano il viaggio letterario di Pierfranco Bruni: la
memoria e la nostalgia.
La nostalgia (nòstos-àlgos, in greco) è la sofferenza per il
ritorno.
Ma è anche nostalgia verso l'ignoto.
È l’impulso di andare via, di fuggire da casa, allontanarsi dal
conosciuto, di vedere luoghi nuovi, di acquisire conoscenza e
nello stesso tempo è desiderio di tornare.
Alla base del viaggio c’è sempre una contraddizione: desiderio
di fuga e necessità di ritorno.
Il mito di Ulisse in Omero e in Dante è reso vitale dalle
motivazioni al viaggio come ricerca esistenziale.
Sembrano due poli opposti, in realtà sono due poli univoci.
Ulisse e Dante sono eroi del viaggio: ambedue valicano i confini
di spazi proibiti.
Dante e il suo viaggio purificatore dell’anima.
Ulisse ed il suo nostos ad Itaca.
L’Ulisse di Omero torna ad Itaca e l’Ulisse di Dante va oltre
ogni limite verso l’ignoto, per “seguir virtute e canoscenza” e
non per vivere come bruti.
Dall’Odissea al turismo globale...
In un’epoca in cui si va sempre più verso il NON LUOGO (come
afferma Marc Augè) verso un mondo del provvisorio e
dell'effimero, nel quale individui senza volto si sfiorano senza
parlarsi,
con il racconto-confessione-espiazione si ripete e si riafferma
uno dei cardini della letteratura di tutti i tempi (da Omero, a
Dante, a... Bruni): il potere salvifico della parola.
Bruni viaggia sui sentieri della poesia, tra mediterraneità e
metafora.
Il viaggio è metafora dell’abbandono ed il viandante è il
naufrago dell’esistenza.
Con la partenza si ha il distacco dal noto per venire a contatto
con l’ignoto.
Ed è qui che si incontra la propria identità.
Il viaggio è considerato nella sua circolarità: partenza –
percorso – arrivo (come raggiungimento dei valori originari).
Il viaggio racchiude una polarità tra la fedeltà alla terra
natale, alle proprie radici e la scommessa della ricerca, della
conoscenza.
Per trovare la libertà, bisogna uscire dalla struttura di un
unico sistema e capire altre culture: essere liberi è la
possibilità di scegliere i modi in cui dare senso alla propria
vita.
Ce lo ha insegnato magnificamente un grande globetrotter,
Giovanni Paolo II°.
Il viaggio - come percorso da leggersi soprattutto per le tappe
che propone alla riconquista del proprio io - assume dimensioni
profonde, nel momento in cui si assolutizza la frattura tra
padronanza certa di valori ed estraniazione dalla storia.
E Bruni nel suo saggio afferma che “nei Canti di Milosào De
Rada, più che essere un poeta della liberazione, è un poeta del
mito liberatorio (Skanderbeg)..
E' nella letteratura che si registrano i modelli di comprensione
e di dilatazione della consapevolezza di una identità” (dice
ancora Pierfranco Bruni).
E ribadisce: “Appartenenza qui significa radici. Significa
consapevolezza storica e culturale di un legame con la terra e
con un popolo.
Le radici sono la continuità di un passato che in poesia diventa
fatto identitario come recupero di memoria.
Il mito, la favola, la
magia della memoria restano e contano più della storia”.
È il mito che, prendendo il sopravvento sulla storia, fa degli
arbereshe un popolo fuori dal tempo, con la loro epopea, ricca
di coralità etnica e culturale.
Nei Canti di De Rada (rileva Bruni) c'è un modello di cultura
mediterranea fondato soprattutto sul valore della memoria.
È una cultura intrisa di intrecci orientali ed occidentali, i
cui valori di riferimento restano quelli etnici e quelli
spirituali.
“La malinconia, la dolcezza, la nostalgia, l'impatto con la
realtà sono connotati marcatamente mediterranei”.
Ancora e sempre il Mediterraneo, al centro di quegli itinerari
di storia che hanno sempre caratterizzato la cultura italo -
albanese e la cultura d'Albania.
E proprio la Calabria, molo al centro del mare nostrum, assomma
spiritualità albanese e spiritualità arbereshe.
Una ricca spiritualità che ha incontrato persino la simpatia di
Gabriele D’Annunzio, come attesta Koliqi.
Bruni, ci guida alla lettura in chiave antropologica ed
esistenziale dei Tracciati Arbereshe per viandanti, per scoprire
la dimensione profondamente mitico – onirica della diaspora
albanese.
Qui, “il senso delle radici è un tangibile raccordo tra memoria
e presente”.
“È letteratura non più di fuga, ma di memoria”.
“La memoria costituisce l’anima della tradizione del popolo
arbereshe che si aggrappa al cuore di una civiltà (quella
ereditaria) che è segnata dalla separazione”.
A Pierfranco Bruni il merito e il plauso di aver scavato in
quella letteratura del viaggio e tra gli scrittori e viaggiatori
che hanno raccontato la storia del popolo Italo–Albanese,
offrendo originali elementi di conoscenza e d’interpretazione.
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pubblicato il 26
marzo 2006
Mario De Gaudio: l'uomo, lo
scrittore, il giornalista
di Pino Barbarossa
“Non
accade spesso di imbattersi in pagine così altamente liriche e
profondamente religiose come quelle dedicate da Mario De Gaudio
alle acque del Giordano. Siamo ben lungi dalla prosa sciatta di
tanti teologi che trascurano la forma a favore del contenuto, ma
pure ben lontani dalle forme vacue di tanti letterati nelle cui
pagine formalmente perfette aleggia il vuoto di messaggi
interpellanti. Qui si uniscono letteratura e religione, bello e
mistero, fede e cultura”.
Così P.Stefano De Fiores, Ordinario di Mariologia alla
Pontificia Università Gregoriana, nella Prefazione all’ultima
pubblicazione di Mario De Gaudio dal titolo “Le acque del
Giordano” (1999).
Nato a Francavilla Marittima, in provincia di Cosenza, nel 1928,
De Gaudio lascia ben presto il paese natìo alla volta della
capitale dove compie gli studi liceali ed universitari
(All’inizio era difficile –mi confidava- poter terminare una
frase di senso compiuto senza che mi interrompessero per dirmi:
le solite “e” ed “o” aperte. Si sente che sei un meridionale!).
Nel 1951 consegue la Laurea in Lettere con una tesi avente per
argomento “La Poesia di Sergio Corazzini”, relatore era Natalino
Sapegno.
Subito “scoperto” dal conterraneo on. Gennaro Cassiani, ne fu
per alcuni anni il “segretario particolare” riuscendo, neanche
trentenne, a far tesoro di tanti suggerimenti ed esperienze che
lo aiutarono nel prosieguo della sua attività
giornalistico-letteraria.
Entra, in qualità di giornalista professionista, nella Redazione
de “Il Messaggero” nel 1953 e qui svolge attività dapprima di
Capo del Servizio Esteri, poi di redattore Capo fino a far parte
dello entourage direttivo.
Esperto dei problemi del Sud America, De Gaudio fu inviato a
seguire le drammatiche vicende politiche del Cile. Fu il primo
giornalista a raccogliere notizie sulla vicenda umana e sulle
ultime ore di vita di Allende dalla viva voce della moglie,
signora Busi, fuggita a Roma un’ora dopo il suicidio del marito.
Svolse anche attività di inviato speciale in Romania ed in
Russia, raccogliendo le voci del dissenso che portarono alla
caduta del Muro di Berlino.
Appena poteva e quasi sempre per le vacanze estive, rientrava a
Francavilla Marittima nella villetta che aveva voluto chiamare
“Sinopia” (come il titolo della raccolta di poesie, datata
1979). Quella “Terra Rossa” che gli consentiva di spaziare con
lo sguardo dal Monte Sellaro fino al litorale jonico, era
entrata nel suo sangue, indelebilmente. Come indelebili -nelle
sue poesie- i ricordi della fanciullezza, della madre morta
ancor giovane nel 1973, dei primi amori.
E’ del 1988 la raccolta di poesie “Memorie di Stjbe”.
Così annota il prof. Ulivi: “De Gaudio evoca un “ritorno
arcaico”che non è semplicemente dettato dall’affetto per il
natìo luogo ma significa un riattingere le radici dell’essere,
con lo scopo che si rinnovi, a caso vergine, il tessuto delle
emozioni elementari”.”Straordinaria –scrive il prof.
Spagnoletti- l’immagine della sacerdotessa sepolta da 2800 anni
nella terra di Macchiabate. Una sopravvivenza non solo
spirituale ma fisica, perché così la memoria del de Gaudio l’ha
desiderata ed inseguita. Naturalmente Stjbe non è che il simbolo
avvertito dal bisogno di recuperare il senso di un’antica
civiltà, nel caso specifico di una civiltà per eccellenza greca
sulle rive dello Jonio, a cui guarda il paese natìo”
“Il suo dolce poetare inteneriva il cuore”, così il prof.
Gesualdi presidente del Brutium nella commemorazione tenuta
nella Sala del Trono di Innocenzo XII a Roma nell’anno della sua
scomparsa (2000).
Una sensibilità poetica sempre presente nella sua vita: dalle
giovanili “Voci di un giorno”(1948) a “Quattro tempi
d’amore”(1964) fino al “Rosso del braciere” (1997) con
prefazione del prof. Giorgio Barberi Squarotti e che gli valsero
il primo premio “Palazzeschi” nel 1976 e il premio “Terracina”.
La sua attività giornalistica lo portò ad incontrare molti
personaggi pubblici di cui- sovente- diventava amico sincero.
L’arguzia, l’intuizione e la semplicità erano le caratteristiche
principali ancorché non esclusive del suo animo. Amico di
Pertini come di Bevilacqua, di Andreotti come di Argan, non
lasciò mai trasparire alcun impeto di vanagloria o di
presunzione. Fu per caso che mi accorsi, entrando nella sua casa
di Francavilla, di un quadro regalatogli da Amintore Fanfani
così come dell’Onorificenza a Cavaliere di Gran Croce della
Repubblica per meriti culturali.
Si adattava a parlare con tutti e da buon giornalista annotava
,sornione, ogni curiosità, ogni particolare che facesse vibrare
le corde della sua fantasia.
Per la narrativa ha pubblicato “Dolcedorme”, romanzo dal quale
la RAI ha tratto uno sceneggiato radiofonico e per il quale ha
ottenuto la selezione del “Viareggio” e l’opera prima del “Villa
San Giovanni” nel 1976.
Del 1983 è “Solleone” vincitore, l’anno seguente, del Premio
“Ragusa”.
Nell’introduzione Alberto Bevilacqua scrive:“De Gaudio è un
favolista che, col candore che compete alla sua vocazione,
applica qui i primi meccanismi fantastici ad una storia
affondata nel quotidiano e nel domestico, convinto che giocare
con la fantasia sia alla portata di tutti a cominciare dai suoi
personaggi.Il tema di Solleone è questo: rivendicare
all’immagine lo spazio che deve avere nella vita di ciascuno”.
Del 1990 , invece, è “Il Santuario della terra”, cui vengono
assegnati sia il Premio “Graniti-Taormina” che il “Montalcino”.
Ispirato a personaggi del paese natìo, “Fontanavecchia” (1993) è
una raccolta di 13 racconti. “Siamo di fronte ad un’opera- si
legge nella prefazione di Barberi Squarotti-che congiunge la
misura breve e nervosa del racconto con la continuità del
romanzo. E’ anche questo il segno dell’impegno di reinvenzione
del genere che De Gaudio ha esemplarmente compiuto”.
Presidente del Centro Studi “Corrado Alvaro” di Roma , De Gaudio
è stato anche Ispettore Onorario per le zone Archeologiche di
Timpone della Motta.
Uomo schivo e riservato, amava ricevere tanti giovani desiderosi
di intraprendere la carriera giornalistica. Per tutti aveva un
consiglio da dare, compreso quello di “lasciar perdere”, laddove
ravvisava l’inutilità di un impegno non consono all’attitudine
del soggetto.
Profondamente religioso e mai bigotto, era l’anima laica de “Il
Messaggero” e volentieri si soffermava a raccontare di quando il
Direttore Emiliani gli chiese di accompagnarlo da Giovanni Paolo
II. Al Pontefice polacco regalò una copia del dramma sacro “La
fanciulla di Nazareth” (1991) ed una elegia composta in onore
dell’indimenticata madre. “Pregheremo per sua madre insieme” gli
disse Woityla. Rimase colpito dalla tenerezza del Pontefice: “E’
un uomo profondamente mariano; parla, anzi, vede la Madonna!”
Andato in pensione dal Messaggero, veniva continuamente
interpellato come consulente, avendo più tempo per dedicarsi
alla Calabria ed a Francavilla, in particolare: “preparati a
lunghe conversazioni” mi diceva per telefono prima di prendere
il treno.
Amava fare il giornalista, per meglio dire era giornalista , e
così morì, proprio mentre esercitava l’arte del comunicare. Era
al telefono con lo scultore Amelio, quando la morte lo strappò
all’affetto dei suoi cari. Si spense reclinando dolcemente il
capo; sul suo volto l’accenno ad un sorriso, l’inizio di un
eterno immergersi nel mistero del Verbo, della Parola.
Volle essere sepolto a Francavilla, che ,oggi ,lo ricorda con un
premio giornalistico a lui dedicato.
Ne sarebbe stato contento.
“Tornare indietro è il sogno del poeta:/ricomporre suoni e
voci/da meandri di fantasie primordiali/in altre dimensioni,
testimonianze/ di epoche morte della storia./Dolce carezza di
una mano/ che non ha fretta, lungo sonno/ nell’idea
dell’irreale/” (da “Memoria di Stjbe”)
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pubblicato il 4
ottobre 2006
S'accabadùra
Un rito arcaico di Eutanasìa in Sardegna.
di Maria Zanoni
Eutanasia,
sì? Eutanasia, no? Questo è il problema.
Testamento biologico, accanimento terapeutico, suicidio
assistito ci pongono di fronte alla delicata riflessione sulla
vita e sulla morte.
In una società sempre più insensibile, abituata a scene di morte
(sgozzamenti e massacri in diretta televisiva), infermiere che
eliminano negli ospizi anziani-malati-ingombranti, in una
società in cui i giovani si divertono a gettare sassi dal
cavalcavia e godono a tenersi come souvenir la scena ripresa con
la fotocamera del telefonino del compagno rimasto infilzato
sulle lance acuminate di un cancello, il problema eutanasìa
(buona morte) divide le coscienze. E il senso vero e misterioso
del vivere e del morire, nella sua dimensione umana, rischia di
essere delegato ad una società distratta, frettolosa,
efficientista.
Eppure, questo non è un problema di oggi. Di eutanasìa si parla
sin dai tempi remoti. L’argomento, infatti, ha suscitato
particolare interesse tra Antropologi e studiosi di tradizioni
popolari che hanno fatto ricerca su ritualità arcane ed
inquietanti della Sardegna dei tempi antichi. Le comunità
agro-pastorali sarde hanno sempre avuto un particolare rapporto
con la morte. L’ultimo atto della vita umana nell’isola era
vissuto con coraggiosa rassegnazione, anzicchè con terrore.
Nelle campagne della Gallura era praticata una forma di
eutanasìa “rurale”, un macabro rituale che affonda le sue radici
nella notte dei tempi. Quando un moribondo restava in agonia
troppo a lungo, i parenti che gli stavano attorno, per evitargli
atroci sofferenze, chiamavano la “femina accabadòra”, colei che
aveva il compito di porre termine all’agonia del malato.
S’accabadòra, o agabbadòri, la cui definizione, “finitrice”,
trae origine dal sardo accabàre (a sua volta dallo spagnolo
acabàr, terminare, e letteralmente: “dare sul capo”), era una
donna coraggiosa che, chiamata dai familiari del malato
terminale, dava la “buona” morte.
La femmina “accabadora” arrivava nella casa del moribondo sempre
nelle ore notturne, accompagnata da una suonatrice di “matraca”,
un tamburo cerimoniale, ricavato da un cilindro di legno coperto
da una pelle d’asino da cui, al tocco di due bacchette,
scaturiva un rullio tenebroso. Dopo aver fatto uscire i
familiari dalla stanza, recitando preghiere e formule, assestava
un colpo al centro della fronte del malato con “su mazzòlu”
(un rudimentale martello di legno di olivastro),
provocandone la morte.
S’accabadora andava via dalla casa in punta di piedi, senza
chiedere niente in cambio, quasi avesse compiuto una “missione”
ed i familiari del “malato” le esprimevano profonda gratitudine
per il servizio reso al loro congiunto ed, a volte, le offrivano
prodotti della terra.
Questa donna, di solito anche levatrice, temuta e rispettata
nello stesso tempo, secondo alcune testimonianze, ha esercitato
fino alla metà del Novecento una pratica, ritenuta illegale, ma
tacitamente accettata dalle Istituzioni e dalla Chiesa.
Nel Museo Etnografico “Galluras” si conserva il “mazzòccu” o
“mazzòlu”, lo strumento usato in questa usanza sconcertante,
trovato nel 1981: s’accabadora lo aveva nascosto in un muretto a
secco vicino a un vecchio stazzo che una volta era la sua casa.
Studi approfonditi e analisi della documentazione rinvenuta
presso curie e diocesi sarde e presso musei, hanno accertato la
reale esistenza della figura inquietante della accabadora.
Già nel 1828 l’inglese Henry Smyth, visitando la Sardegna,
scriveva:”Nella Barbagia vi era la straordinaria usanza di
strozzare una persona morente nei casi disperati. Quest’atto era
compiuto da una salariata chiamata s’acabadora”
E anche lo scrittore inglese Jonh Warre Tyndale nel 1849 parla
de sas acabadoras.
Francesco Poggi nell’opera “Usi natalizi, nuziali e funebri
della Sardegna” nel 1897 parla di acabadoras che esercitavano in
epoche assai remote il pietoso ufficio di soffocare gli
agonizzanti, perchè non soffrissero inutilmente.
Gli ultimi episodi noti di accabadura avvennero a Luras nel 1929
e a Orgosolo nel 1952. Oltre i casi documentati, moltissimi sono
quelli affidati alla trasmissione orale e alle memorie di
famiglia. Molti ricordano un nonno o bisnonno che comunque ha
avuto a che fare con la “signora vestita di nero”.
Era un fatto naturale: la levatrice aiutava a nascere, s'accabadora
aiutava a morire.
Vi erano anche altri modi di praticare l’eutanasìa, (ad esempio
il soffocamento con un cuscino, o solo con le mani) come
testimonia una frase di uso comune dalle parti di Aritzo:” t’inde
ao de boga” (ti soffoco, ti prendo per il collo).
Per metter fine ai giorni di un vecchio ammalato che non
riusciva ad esalare l’ultimo respiro, arrivavano le mani della
accabadora, che senza scrupolo alcuno e senza il minimo rimorso,
toglieva la vita, convinta di aver assolto ad un compito
necessario.
Giovanni Lilliu parla della rupe babaieca a Gairo, dove venivano
soppressi gli anziani e i malati.
Si racconta di eutanasia della “rupe” (Mucidorgiu ..cioè
silenziatori) per indicare la pratica mostruosa di alcuni figli
che sopprimevano i genitori troppo vecchi, spingendoli giù da
una rupe, sul ciglio di un burrone.
Eco, di una usanza lontana nei tempi, la pratica dell’eutanasia
“ante litteram” (già praticata da Fenici, Etruschi e popoli
africani), nei piccoli paesi rurali della Sardegna, come presso
altre popolazioni sin dall’antichità, è un fenomeno
socio-culturale e storico, legato a culture arcaiche, a
condizioni di vita durissime, di leggi economiche di
sopravvivenza, che appartiene all’indagine antropologica, non di
certo agli attuali dibattiti che coinvolgono società, mondo
religioso e politico.
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TERRA DEL VINO
ANTICHI METODI DI
VINIFICAZIONE A BUONVICINO
di Maria Zanoni
Alla
scoperta delle attività del mondo rurale di oggi, anche con
uno sguardo al passato, ci inoltriamo, alla riscoperta dei
colori e dei profumi della campagna, tra inediti scenari di
fruizione del patrimonio culturale.
Buonvicino, un grazioso paese a pochi chilometri da Diamante,
incastonato nei verdi contrafforti dell’Appennino tirrenico, il
cui nome ricorda la sua origine nel XIII secolo derivata dai
rapporti di buon vicinato tra i tre Casali (Salvato, Tripidone e
Trigiano) nei pressi dell'abbazia di San Ciriaco, nella vallata
del Corvino, popolosa per le molte contrade, riesce ad offrire
prodotti genuini da un'agricoltura ancora a conduzione
domestica.
In un mondo in cui l’urbanizzazione e ’industrializzazione
indiscriminata hanno stravolto antichissimi ritmi di vita,
paesaggi, salubrità, antichi mestieri, usi e tradizioni ed in
cui prodotti tipici di alta qualità rischiano di essere sommersi
da prodotti agro-industriali massificati, in questo paese di
origine basiliana, restano le tracce di antiche civiltà. Come ai
tempi della Magna Grecia, sotto lo sguardo protettore di San
Ciriaco, benedicente dallo sperone roccioso "Zaccaniello"
sovrastante il paese, nelle antiche casette rurali, abbarbicate
ai terrazzamenti fertili coltivati a vigneti, si trova ancora
qualche antico palmento alla greca.
Nelle terre dei vitigni autoctoni, dello zibibbo, famoso sin dai
tempi antichissimi per la produzione delle uve passe usate per i
panicèlli, ad esser ben fortunati, si può trovare qualche
famiglia che, come nei tempi antichi, perpetua il rito della
vinificazione, come un momento sacro di lavoro collettivo e
convivialità. L’umanità e la generosità della gente calabrese
credo che in questo borgo abbia la sua migliore espressione. E
la famiglia Amoroso, che il senso dell’ospitalità ce l’ha nel
sangue, ha invitato nel suo palmento in contrada Scala, come nel
salotto buono di casa, anche alcuni giovani per “partecipare a
fare il vino” e poi sedersi tutti a tavola.
Qui le tecniche di vinificazione si tramandano da padre in
figlio, con la stessa passione e con gli stessi strumenti
tradizionali. Dopo aver varcato la soglia del locale, senza aver
pronunciato, ahimè, la rituale frase benaugurale “Santu Martinu”,
c’immergiamo in un’atmosfera d’altri tempi, dove il senso
spiccato dell'ospitalità e della cordialità si tocca con mano. È
gente, che nei gesti quotidiani e nell'ospitalità cordiale del
pranzo, alla fine del lavoro, rinnova il calore dei tempi
antichi. D’altronde, l’accoglienza e l’offerta di cibo
costituiscono uno dei modi autentici di comunicare la cultura di
un territorio e della sua gente.
La tradizione consolidata di pigiare le uve per ricavarne un
prodotto genuino qui non è stata fagocitata dalla
meccanizzazione e dalla ristrutturazione dei processi
produttivi. Le due vasche per la pigiatura delle uve e per la
raccolta del mosto sono quelle di secoli addietro; sono state
solo imbiancate di recente con una pittura impermeabile che
assicura maggiore igiene, ma gli strumenti per pressare le
vinacce ottenute dalla pigiatura dei grappoli con i piedi,
rimaste a fermentare un’intera nottata, sono quelli tramandatici
dai Greci colonizzatori, attraverso l’operosità dei monaci
bizantini che hanno avuto il merito di diffondere maggiormente
in queste terre la vitivinicoltura.
Nel palmento si conserva ancora il grosso masso di roccia, del
peso di circa sei quintali, anticamente chiamato màzara, che fa
da contrappeso al pesante tronco, azionato a mano, tramite un
rudimentale argano di legno (manganèllu) che pressa le vinacce.
E l’azione di filtro del mosto che scorre nella vasca inferiore
del palmento è rigorosamente affidata ad un cestino di vimini.
Poi la botte di legno custodirà nella fresca e buia cantina il
faticoso lavoro di un anno. Non a caso, il proverbio recita: “a
vigna è na tigna”.
Partecipare oggi a questo “rito del vino”, secondo tecniche
consolidate nei secoli, soprattutto per i giovani, ha il senso
della promozione e della rivalutazione di mestieri e di attività
agricole di alta dignità umana, quand'anche modesti, se valutati
solo sotto il profilo del mero aspetto economico, per la loro
inestimabile valenza ambientale e culturale, lontani dal sistema
di produzione industriale standardizzata. Si favorisce la
permanenza e si tutelano dalla definitiva scomparsa le attività
rurali degli anziani, i beni materiali della civiltà contadina,
base della cultura, della lingua, della genuinità alimentare,
della storia e della nostra identità.
È necessario moltiplicare le iniziative culturali, le
dimostrazioni in loco, le attività di ricerca e di studio, per
promuovere l'identità rurale, gli antichi mestieri, gli usi ed i
costumi tradizionali, nonchè la lingua, per reimpostare l'antico
rapporto di complementarità fra città e campagna. Va rivalutato
lo stesso concetto di ruralità. Lo dico forte in una mia recente
ricerca sui beni culturali, cosiddetti minori, inserita in un
volume in corso di pubblicazione da parte del Comitato nazionale
Minoranze del Ministero Beni Culturali: “Superando l’antica
concezione che il termine “rurale” indichi un mondo agricolo,
povero e arretrato dal punto di vista culturale, miriamo alla
conoscenza del suo patrimonio (lingua, usi, costumi, beni
materiali, religione, tradizioni, prodotti tipici) per la loro
tutela e fruizione sociale, in quanto erede di civiltà
greca-romana-bizantina-araba, incrociatesi nel Mediterraneo e
fondamento della storia della Calabria.
Anche i cosiddetti beni “minori” (palmenti, frantoi, mulini,
vecchie masserie) possono divenire una risorsa culturale
europea, con il loro carattere di documento e veicolo di
comunicazione, in una rete storica, scientifica e didattica;
possono divenire una risorsa in grado di promuovere lo sviluppo
turistico, e quindi anche economico, delle aree rurali, con
opportuni interventi, che comportano investimenti ingenti e una
politica sinergica ed integrata del territorio.
Salvaguardia e promozione passano soprattutto da circuiti
economici e sociali, a livello nazionale e locale, in sinergia
con attività terziarie, primarie, secondarie e mirate operazioni
di marketing del territorio, in funzione di un’industria
turistica da modernizzare nelle sue modalità di comunicazione e
organizzazione.
Oggi, i beni culturali sono passati da un riduttivo modo di
pensare ad essi solo come un insieme di risorse da catalogare,
conservare e ammirare, ad essere considerati elemento da
utilizzare per innescare anche processi di valorizzazione
economica. La funzione economica dei beni culturali è
strettamente connessa alla loro fruizione, che rappresenta un
valore d’uso per il territorio, sia sotto il profilo economico
che sotto quello dell’identità storica e sociale della
collettività.
Lo studio, l'interesse per il passato e le forme di vita e di
lavoro rende più consapevoli ed indipendenti nelle scelte per il
futuro”. |
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pubblicato il 2 Set 2006
I SEGNI DEL LEGAME ALLA PROPRIA TERRA
di Filomena Pandolfi
Nell'introdurre
l'argomento oggetto di questo incontro, vorrei ringraziare
la dott.ssa Maria Zanoni per la stima dimostratami
nell'avermi affidato il compito di parlare del suo ultimo
libro "Segni del tempo".
In questo suo studio la nostra autrice apre delle
prospettive interessanti sul versante della promozione dei
beni culturali e del patrimonio naturalistico, intesi come
testimonianze della storia di un popolo quale quello
calabrese sempre più orientato verso la ricerca della
propria identità e verso la riscoperta della propria memoria
storica.
Il lavoro di Maria Zanoni è un'incantevole proposta di
conoscenza del territorio calabrese, frutto della sua
assidua e costante indagine sul campo.
La Zanoni, infatti, ha prodotto in molti anni di ricerca
migliaia di immagini, documenti, di reperti archeologici,
registrazioni, filmati che le hanno consentito di restituire
alla memoria luoghi e momenti di storia passata e presente.
Da queste immagini e dalle definizioni con cui la
ricercatrice descrive il patrimonio naturalistico e
culturale calabrese trasudano l'infinita passione e la
profonda sensibilità di una donna che si sente intimamente
ed intellettualmente legata alla propria terra.
E sono proprio questa passione e questa sensibilità a
prenderci per mano durante la lettura del suo libro ed a
condurci verso un paradiso di emozioni, di sentimenti, di
esperienze, da vivere attraverso il gusto della scoperta e
della riscoperta dei nostri tesori.
In questo libro Maria lavora molto sulle immagini,
affidandosi con straordinaria abilità al loro potere
evocativo che ci fa entrare nella storia e muoverci nelle
dimensioni del tempo e dello spazio nel momento del loro
incontro con i beni culturali.
Ed in funzione di questo incontro la sua ricerca diviene una
sapiente lettura delle risorse territoriali della Calabria
in un perfetto equilibrio tra ieri ed oggi in grado di non
sottrarre al presente i suoi connotati , affinché il
presente non soccomba mai di fronte al passato, ma dialoghi
e si rapporti con esso.
Tale dialogo le permette, infatti, di offrire un'immagine
più completa dal punto di vista antropologico del bene
culturale.
Maria Zanoni nella sua opera ama definire la Calabria "terra
amara ma da amare, alpestre, dura e fiera quanto mite ed
accogliente, dalla lunga storia".
E ci ricorda che furono i Greci a dare il nome alla nostra
terra, nome che significa terra "bella (dal termine kalà) e
fiorente (dal verbo brio), ma che conserva intatti i segni
delle nobili civiltà che l'hanno attraversata lasciando
lungo i loro percorsi tracce profonde.
Tracce che delineano l'intenso rapporto tra passato e
presente all'interno di una dimensione in cui ogni bene
culturale appartenente al nostro territorio viene connotato
da un retrogusto storico importante, in grado. di
rispecchiare il nostro "modus vivendi, la nostra cultura, la
nostra tradizione.
L'opera della nostra scrittrice è uno studio o, meglio, un
viaggio all'interno del panorama culturale calabrese che
collega inesorabilmente il passato al presente utilizzando
valori e civiltà della nostra bella Calabria.
1 beni culturali ci trasmettono un'eredità viva, ricca di
arte e storia, di immagini e linguaggi, che giocano un ruolo
fondamentale nel rapporto tra l'antico ed il moderno.
Ed è all'interno di questo rapporto che nel patrimonio
culturale di un territorio entrano in gioco, dunque, in
tempi a volta lunghi a volte brevi, fattori geografici,
climatici, storici, sociali, culturali. Ogni nostro prodotto
diventa vero elemento d’identità per una serie di fattori
che vanno dal clima e dal territorio favorevoli alla
facilità di produzione, dalla necessità di dare sapore a un
vitto insufficiente e monotono a concezioni mediche e di
tipo magico nonchè ad identificazioni che affondano la loro
origine in precedenti forme di autorappresentazione della
popolazione calabrese. Esso, pertanto, riflette e racconta
il più generale stile di vita di questa popolazione.
I nostri prodotti tipici evocano e, in qualche modo,
presentificano luoghi antropologici, fatti di parole,
memorie, ricordi, storie, persone, relazioni. Attraverso i
beni culturali si snoda, si consuma, si risolve, talvolta si
rafforza la nostalgia del luogo di provenienza e si misura
il tipo di legame che con esso si continua ad avere.
La ricerca dei prodotti tipici rivela il bisogno di
stabilire un rapporto con la propria terra, la propria
storia, la propria cultura, la propria sensibilità ed
afferma l’esigenza di un equilibrio alimentare, magari da
inventare o da reinventare, oltre a rappresentare anche un
elemento d’identità culturale con forti implicazioni
economiche ed ecologiche.
Il patrimonio culturale, pertanto, diviene il tassello
fondamentale del grande mosaico delle risorse della Calabria
e la corretta direzione nella quale bisogna dirigersi è
chiara: promozione del territorio "a tutto campo", a 360
gradi, nella consapevolezza che non esistano più barriere
artificiose che tengano separati i mondi dell'enogastronomia
da quello della cultura, dell'arte, delle tradizioni
popolari, dell'ambiente.
Oggi più che mai per essere competitivi e portare avanti
efficaci politiche di marketing territoriale è necessario
diversificare l'offerta turistica e porla all'interno di un
sistema integrato, dove gli attori primari sono tenuti ad
impegnarsi nella valorizzazione del territorio, come un
insieme omogeneo di storia, costume e cultura che si
esprimono peculiarmente attraverso le sue tradizioni eno
gastronomiche e i suoi prodotti tipici.
Si tratta, quindi, di valorizzare le ricchezze naturali e
storico culturali integrandole in modo perfettamente
sinergico e coordinato in una logica di mercato legata alla
qualità dei servizi erogati ed alla soddisfazione
dell'ospite.
In realtà, il fondamentale obiettivo di questa serata è
proprio la promozione dell'enogastronomia calabrese in
funzione del recupero dei prodotti tipici all'interno del
medesimo territorio dì appartenenza, sviluppando nel
contempo l'intima consapevolezza negli attori locali di
possedere sufficienti elementi di attrazione per la
diffusione di una mentalità turistica articolata su diversi
livelli. Questa vuole essere una nuova proposta progettuale
di creazione di un percorso itinerante finalizzato alla
valorizzazione dei beni culturali e delle risorse del
territorio a favore del turista che oggi si mostra come un
consumatore di appartenenza che cerca sul territorio più che
altrove le sue modalità di fruizione dei tempo e dello
spazio.
Solo se condotte in questa nuova direzione, infatti, le
ulteriori azioni intraprese dagli operatori diverranno più
efficaci e consentiranno al nostro prezioso ed importante
patrimonio ricco di "saperi” e di "sapori” di conservare una
continuità sostanziale ed un carattere solido riconoscibili
attraverso i valori dell'equilibrio e della mescolanza,
affermando alacremente il profondo sentimento per i nostri
luoghi di appartenenza e la chiara tendenza a raggiungerli e
a custodirli.
Concludo, pertanto, rivolgendo i miei più sentiti
complimenti per il suo prezioso lavoro a Maria Zanoni,
illustre ricercatrice, ma soprattutto donna splendida, in
una splendida terra che lei ha saputo raccontarci con
notevole apprezzamento per le più energiche e sincere
espressioni dell'intelletto umano e con un altisonante amore
per la verità.
Una verità che deve resistere in un popolo quale quello
calabrese che ha il dovere di recuperare il gusto delle cose
semplici e di ritrovare gli spazi giusti per lasciare
emergere la nostra meravigliosa cultura.
Relazione di presentazione del volume “Segni
del tempo” a Morano Calabro – 26 agosto 2006
Nella foto da destra: Erminia Di Lorenzo, Filomena
Pandolfi, Maria Zanoni, Ciro Mortati e l'on. Mario Pirillo a
Morano - Museo dell'Agricoltura - 26-8-06
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pubblicato il 2 Set 2006
Antichi palmenti raccontano la storia
della Calabria
di Maria Zanoni
“La
Calabria, possiede un ricco patrimonio di cultura materiale,
che ha avuto grande influenza nel processo di trasformazione
sociale, economica e culturale di questa nostra terra, ma è
quello meno noto e documentato, che necessita di interventi
di recupero e valorizzazione”.
È quanto afferma Maria Zanoni, ricercatrice di Antropologia
Culturale, che sta effettuando uno studio comparato sui
palmenti (primordiali manufatti per la vinificazione) venuti
alla luce in questi ultimi anni su tutto il territorio
calabrese.
“La conoscenza delle testimonianze umane dei secoli passati,
attraverso lo studio e la valorizzazione dei manufatti
edilizi (vecchi mulini, palmenti, frantoi) espressioni della
cultura materiale, che caratterizzano un ambiente
storico-geografico, permette la ricostruzione dei sistemi
insediativi, delle tecniche costruttive, delle tecnologie
agricole, dei metodi di produzione, degli usi sociali ed
economici e delle condizioni di vita materiale del popolo
nel tempo – dice la Zanoni. Anche i cosiddetti beni “minori”
possono divenire una risorsa culturale in grado di
promuovere lo sviluppo turistico, e quindi anche economico,
del territorio, con opportuni interventi, che comportano
investimenti ingenti e una politica sinergica ed integrata.
Salvaguardia e promozione passano soprattutto da circuiti
economici e sociali, a livello nazionale e locale, in
sinergia con attività terziarie, secondarie e primarie,
mirate operazioni di marketing del territorio, in funzione
di un’industria turistica da modernizzare nelle sue modalità
di comunicazione e organizzazione.
Oggi, i beni culturali sono passati da un riduttivo modo di
pensare ad essi solo come un insieme di risorse da
catalogare, conservare e ammirare, ad essere considerati
elemento fruibile, da utilizzare per innescare anche
processi di valorizzazione economica – chiosa l’antropologa.
La funzione economica dei beni culturali è strettamente
connessa alla loro fruizione, che rappresenta un valore
d’uso per il territorio, sia sotto il profilo economico che
sotto quello dell’identità storica e sociale della
collettività”.
La Calabria, accanto alle tante bellezze paesaggistiche,
artistiche, architettoniche, possiede manufatti
significativi per il loro valore storico: antichi palmenti,
vecchi mulini, frantoi, filande, diffusi su tutto il
territorio calabrese,
Questo ricco patrimonio di archeologia industriale va
rivalutato, con opportune iniziative, per conoscere la
nostra storia, per ricostruire, nei suoi aspetti materiali,
civiltà e culture diverse che hanno lasciato i segni nella
nostra terra.
Ci raccontano la storia della Magna Grecia, della
dominazione romana e della civiltà bizantina i circa 700
palmenti (vasche per pigiare l’uva) scavati nella roccia più
di duemila anni fa, rinvenuti nella Locride dallo storico
Orlando Sculli; offrono interessanti spunti d’indagine
archeologica i quattro palmenti in grotta scoperti dalla
prof.ssa Zanoni nel territorio di Castrovillari; così come
l’antico palmento individuato dal prof Riccardo Ugolino in
contrada San Giorgio a Belvedere Marittimo.
A dire della Zanoni - “Proprio il palmento di Belvedere, già
inserito degnamente in un percorso agrituristico, manufatto
simile ad un altro presente nei vigneti dell’azienda
Librandi di Cirò, potrebbe essere uno dei più antichi finora
rinvenuti”.
La vasca superiore, scavata in un masso di roccia arenaria
di circa 3 metri e 50 cm, è lunga 2 metri e 56 cm e larga m.
1,45. La vasca inferiore in cui veniva raccolto il mosto è a
forma di ciotola del diametro di 1 metro.
Sulle colline della fertile riviera tirrenica dove andavano
insediandosi gli esuli della grande Sibari, dopo la
distruzione della ricca città nel 510 a. C, vivevano
popolazioni indigene di cultura enotria che intrattenevano
con i nuovi venuti rapporti commerciali.
Sulle alture prossime al mare ed alle vallate fluviali
(pensiamo a Laos ed a Skidros) verso la metà del VI secolo
a.C. vivevano comunità indigene di agricoltori.
La viticoltura a quel tempo era un’attività di grande
importanza per l’economia della regione.
Le fonti scritte ci attestano dell’alta qualità dei vini
prodotti in quel territorio, esportati in gran quantità; e
la documentazione archeologica (anfore vinarie e monete su
cui sono riprodotte scene dionisiache) nonchè i palmenti
testimoniano l’organizzazione territoriale e le
trasformazioni del paesaggio agrario dalle epoche
preelleniche a quelle recenti.
I palmenti illustrano il lavoro e le tecniche di
trasformazione dell’uva e raccontano la storia di un mondo
contadino e pastorale, legato ad una cultura trasmessa
perlopiù oralmente che non ha potuto lasciare molte
testimonianze scritte.
Innovativi progetti di riqualificazione ambientale, con
percorsi di conoscenza del territorio che permettano di
rileggere le testimonianze della cultura materiale,
significative per il loro valore storico rappresentano la
risorsa ideale per le nuove forme di turismo culturale
alternativo.
Da: LA PROVINCIA del 13 agosto 2006 - pag. 36
Nella foto: l'antico palmento di Belvedere,
nell'Agriturismo di Contrada San Giorgio. |
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pubblicato il 4 Lug 2006
Un nuovo modo di leggere la Calabria
Segni del tempo: beni culturali e identità.
Un nuovo modo di leggere la Calabria e di porla ad un
pubblico più vasto.
di ALFREDO FREGA
In questi giorni è all'attenzione delle novità librarie una
recente opera di Maria Zanoni, studiosa ed attivissima
operatrice culturale, che ha come obiettivo la sua regione,
dove vive, immersa a tempo pieno ad insegnare italiano e
storia negli istituti superiori ed a collaborare con la
cattedra di antropologia culturale presso l'Università degli
Studi della Calabria.
A Castrovillari, la città del Pollino per antonomasia,
dirige il Centro d'Arte e Cultura "26", associazione di
promozione culturale e ricerca antropologica, luogo dove si
creano progetti e si realizzano mostre e convegni.
Il nuovo libro della Zanoni ha per titolo "Segni del tempo.
Beni culturali e identità" ed è stato pubblicato dal
Comitato Nazionale Minoranze Etnico-Linguistiche del
Ministero per i Beni e le Attività Culturali, dipartimento
dei beni archivistici e librari. È il frutto di una sua
ricerca sul territorio di una delle regioni dove vi sono
importanti giacimenti culturali, storici, artistici,
tradizionali ed eredità vive i cui depositari sono le
popolazioni calabresi, quelle autoctone e quelle che
derivano dagli insediamenti antichi che sono rappresentate
dalle isole linguistiche dei Greci di Calabria (RC), degli
Arbereshe / Italo- Albanesi (CS, CZ e KR) e degli Occitani
di origine valdese di Guardia Piemontese (CS). Il testo,
corredato da belle ed originali illustrazioni da lei stessa
realizzate, è armonizzato nel suo assieme, avvincente e
capace di guidare il lettore attraverso ben studiati
itinerari di una Calabria dagli aspetti straordinari, tra
antico e contemporaneo, e che offre al visitatore le stesse
sensazioni e le stesse motivazioni che indussero i
viaggiatori stranieri tra il '700 e l'800 a visitarla in
lungo ed in largo, lasciando testimonianze attraverso diari
ed opere.
L’Autrice, esperta conoscitrice dei luoghi (in precedenza
aveva dato alle stampe "Riti e Miti: immagini, storia,
tradizioni dei paesi del Pollino", "Salute e pane asciutto:
Mediterraneo tra cultura del l'alimentazione e stile di
vita", in collaborazione con M. A. Cauteruccio, Il concetto
di etnia nella cultura popolare contadina", in "Etnie"),
riassume i risultati di una sua ricerca sul campo e li offre
al lettore quali linee essenziali per una conoscenza della
Calabria sotto l'aspetto soprattutto culturale.
Essendo l'Autrice una docente, siamo convinti anche che in
tale veste ha dato forma al suo lavoro perché possa
indirizzarsi alle scuole, aperte al territorio, al fine di
dare un contributo di apprendimento e di crescita culturale
alle nuove generazioni, perché non vedano la loro terra
soltanto come luogo di sopraffazione criminale, di
rassegnazione, di insofferenza e di marginalità. Un
discorso, se si vuole, anche politico perché questa terra
diventi per la gioventù che sta crescendo un laboratorio di
idee dove le risorse umane e culturali possano infondere
loro fiducia e speranza. E' una terra dove è possibile
emulare in altri luoghi il coraggio ed il grido dei "Giovani
di Locri". Tornando al contenuto del libro, esso si apre con
il viaggio, una motivazione ragionata da parte dell'Autrice
che, nel mettere in evidenza i beni culturali che sono la
ricchezza dei luoghi, propone alle scuole progetti educativi
atti a formare, attraverso l’uso didattico del territorio,
quel settore del turismo culturale sostenibile ed
ecocompatibile che dovrà necessariamente aprirsi anche ai
percorsi alternativi rappresentati dalle aree
etnico-linguistiche. Il secondo aspetto trattato è tra
storia e mito, un inno alla regione che più di ogni altra
condensa in sé questo binomio. Ricorda lo scrittore di San
Luca, Corrado Alvaro, che di questa terra sacra ha scritto:
"i miti si amalgamano e le religioni si integrano in un solo
tessuto, che è poi quello della storia e della stessa
civiltà della regione". Si continua con la Calabria quale
terra di confine che racchiude secoli di invasioni, di
passaggi e di dominazioni, e poi la sua ricostruzione, pur
tra difficoltà di ogni sorta. Seguono capitoli di gran de
interesse come la via dei parchi, la via Tirrenica, la via
Ionica, così le antiche tradizioni, luoghi e sapori, musei e
siti archeologici, le torri ed i castelli, i musei
demo-etno-antropologici.
Maria Zanoni termina il suo lavoro auspicando che proprio
dagli itinerari culturali, alla ricerca dei "segni del
tempo", tra arte, natura, storia e tradizioni, sta l'avvio
del cosiddetto nuovo "Rinascimento" della Calabria. Da parte
nostra, pur condividendo questa conclusione, poniamo
l'interrogativo che ancora manca nella nostra regione una
classe politica rinnovata e culturalmente capace ad avviare
quel processo rinascimentale di cui questa terra ha
fortemente bisogno.
in EUROMEDITERRANEO 16-31 maggio 2006 pag 13
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pubblicato il 10 Giu 2006
DAL LIBRO AL WEB
IL
PORTALE CULTURALE “USABILE”
di Francesca Marino
Nella Società dell'Informazione siamo invasi da immagini e
parole, in tutte le forme.
Le informazioni vengono a noi in quantità ed anche in
"qualità", dato che possono essere "spinte" nei nostri
computer (push technology). Uno dei problemi di fondo del
nostro tempo è, infatti, quello della sindrome da overload,
il sovraccarico di dati.
Se per millenni la nostra evoluzione culturale ha trovato un
suo sviluppo, grazie alla brama di cercare il sapere, oggi,
sempre più, insorge la necessità di saper cercare,
selezionando, trovando le parole chiave per le nostre
indagini, scegliendo il tempo e il luogo per averci a che
fare. Non si deve concepire l'uso delle tecnologie come una
somma di nuove funzioni, ma come una moltiplicazione di
opportunità.
L'accelerazione evolutiva in corso ci pone di fronte alla
necessità di una continua riconfigurazione dei nostri
assetti psicologici, una modificazione tale da risolversi in
una flessibilità che ci predisponga continuamente ad
imparare ed affrontare la fluidità e la complessità del
futuro digitale.
Nel WEB è la comunicazione a farla da padrone, rilanciando
il senso che sta alla base del concetto stesso di
navigazione interattiva, con una prerogativa non
indifferente: la personalizzazione del percorso, l’autonomia
della scelta.
Attraverso la comunicazione in rete vi è la trasmissione
organizzata del sapere, in una connettività telematica che
espande la coscienza e che da forma all’intelligenza
connettiva.
Il sito web è, essenzialmente, un insieme di documenti
organizzati in forma ipertestuale e, se questi documenti
hanno formati eterogenei, allora si parla di ipertesto
multimediale.
Inoltre, ogni testo per Internet dovrebbe essere scritto
tenendo conto di tutte le particolarità di questo nuovo
medium: l'ipertesto, i link, la stretta relazione tra parole
e immagini, le abitudini del lettore online.
E per chi è a caccia di grandi numeri tra i propri
visitatori, è opportuno, e non solo etico, non tralasciare
nessuno. In definitiva, bisogna saper progettare e
realizzare il miglior sistema dei collegamenti ai vari
documenti dell’ipertesto, per rendere a chiunque il sito
facile da navigare, in una parola: “usabile”.
Ad oggi, il formato che meglio garantisce la possibilità di
un collegamento di database e l’elasticità per accogliere
sempre più informazioni, è quello “a portale”.
Nel web il portale ordina, indirizza, seleziona, organizza e
facilita l’accesso alle molteplici risorse presenti in modo
caotico ed indifferenziato nel cyberspazio, sempre più
ridondante di dati e d’informazioni non strutturate.
Il portale culturale, poi, deve misurarsi con la validità,
l’affidabilità e il senso delle risorse che individua e
organizza, nonché con la loro manutenzione e gestione.
Ricordando la definizione di bene culturale quale
«espressione dei valori storici, culturali, naturali,
morfologici ed estetici del territorio» e che presenta un
«interesse artistico, storico, archeologico,
etno-antropologico, archivistico e bibliografico quale
testimonianza avente valore di civiltà», possiamo
agevolmente immaginare quanto la rete Internet e la
struttura ipertestuale dei contenuti digitali possano
facilitare comprensione e fruizione dei beni culturali,
mettendo a disposizione notevoli e differenti risorse,
dislocate in luoghi diversi.
Possiamo solo immaginare il numero d’informazioni e dati
ascrivibili al medesimo “bene culturale”, e capiamo quale
importante ruolo di sollecitazione culturale possa
esercitare un portale della cultura.
Ma attenzione: non si può realizzare una pagina o un sito
web prendendo testi pensati e scritti per la carta e
salvandoli in html. La scrittura online è molto più
complicata, perché Internet si evolve in continuazione, e
non si fa in tempo ad elaborare, non tanto delle regole
quanto delle idee, che queste sono già superate. L’ipertesto
sta al cyberspazio come il libro alla stampa.
Imparare a scrivere per il web è particolarmente importante
e urgente, perché, passata l'euforia per la novità del
mezzo, su Internet oggi si cercano soprattutto i contenuti;
e poi perché, contrariamente all'editoria tradizionale,
riservata comunque a pochi, su Internet possiamo scrivere e
pubblicare tutti. Senza strettoie, senza ostacoli e persino
senza soldi.
La prima cosa che chi scrive per il web deve sapere è che
Internet non ha lettori nel senso tradizionale del termine:
l’80% dei navigatori non legge riga per riga, piuttosto
"scorre" la pagina, cercando rapidamente, come su una mappa
visiva, quello che più gli interessa.
Di sicuro sarà capitato un po’ a tutti, cercando qualcosa,
per una misteriosa catena di associazioni, di essere
approdati a tutt’altre informazioni, che si sono rivelate la
risposta preziosa a un quesito in sospeso da tempo;
esperienza che gli inglesi chiamano serendipity.
Qualsiasi ricerca nel WEB è fatta velocemente, sia perché
navigare costa, sia perché Internet è un mondo sterminato e
la voglia di andare a trovare altrove quello che stiamo
cercando è sempre in agguato.
Solo chi cattura nei primi 30 secondi l'attenzione del
lettore lo fa fermare sulla pagina. E allora? Allora bisogna
disseminare la pagina di segnali che dicano immediatamente
di cosa si parla e che rendano subito chiaro il contenuto
della pagina. Può sembrare uno svantaggio e una corsa contro
il tempo, ma chi scrive per il web ha dalla sua parte due
grandi alleati: il design e l'ipertesto.
Il design è parte integrante del processo della scrittura.
Anche il testo viene presentato come grafica e come
immagine. La grafica, a sua volta, può essere letta come un
testo e può fornire maggiori dati e informazioni di
un'intera pagina scritta. In uno scenario simile, anche il
vuoto e lo spazio bianco acquistano la loro importanza:
indirizzano e fanno fermare lo sguardo.
Ecco perché testo e grafica vanno sempre concepiti insieme.
Chi scrive non deve trasformarsi improvvisamente in un
grafico, ma necessita di alcune informazioni: sullo schermo
si legge con maggiore difficoltà, quindi:
o testi brevi per chi consulta il web,
o titoli e sottotitoli chiari: la pagina web è uno spazio in
cui il lettore deve potersi orientare e ritrovare,
o stessa struttura per documenti che trattano lo stesso tema
o dello stesso tipo.
In Internet il testo acquista una nuova dimensione: cresce e
si espande in profondità invece che in lunghezza. Chi scrive
per il pianeta digitale deve, quindi, assolutamente imparare
ad usare l’ipertesto e a sfruttarne tutte le potenzialità.
Scrivere un documento ipertestuale significa chiedersi chi è
il nostro lettore, cosa vuole sapere prima, cosa dopo, cosa
considera più importante e cosa invece un dettaglio.
Significa non solo scrivere un testo, ma organizzare
l'informazione, scegliere i link, cioè le porte che
conducono avanti nel percorso di lettura, e dare a queste
porte dei nomi semplici e brevi, ma che facciano immaginare
e capire al lettore cosa troverà oltre. Scegliere un link e
titolarlo è, infatti, uno dei compiti più difficili e fa
parte del "nuovo" talento editoriale.
Bisogna pensare alla pagina web che si sta scrivendo come ad
una mappa o ad un paesaggio visto dall'alto. È così che il
lettore la guarderà, farà su e giù con gli occhi cercando
quello che gli serve. Farne, quindi, un percorso chiaro,
fatto di luoghi e di segnali ben precisi: titoli,
sottotitoli, testi brevi, spazi bianchi, indici, parole
chiave scritte in un altro corpo ed un altro colore, frecce,
liste numerate o a punti; tutto ciò consente di creare un
sito davvero fruibile.
Concludendo:
Un sito WEB culturale di qualità celebra la diversità
fornendo l’accesso a tutti i contenuti culturali digitali.
Dall'assoluta disponibilità deriva l'essere-per-tutti.
Le informazioni web sono tali in quanto sono disponibili a
tutti, la cultura - in Internet - è alla portata di tutti.
Si tratta di un notevole passo avanti e allo stesso tempo di
un evento che costringe la cultura stessa a ripensarsi. Ad
affinarsi. Lo scopo, rimane il diffondere la conoscenza,
individuando politiche e strategie per campagne di
comunicazioni mirate alla valorizzazione delle identità ed
alla fruizione del nostro immenso patrimonio culturale,
fatto di “SEGNI DEL TEMPO”. |
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pubblicato il 21 Mag 2006
MERAVIGLIE E STUPORI
BENI CULTURALI ED ANTROPOLOGIA
di Francesco FUSCA *
Relazione
di presentazione del volume SEGNI DEL TEMPO di M. Zanoni
alla Biblioteca Nazionale di Cosenza (20 maggio 2006)
Il Viaggio di Maria Zanoni prosegue.
La tappa tagliata oggi -2.006- s’intitola: Segni del Tempo
–Beni culturali ed identità- e porta la Prefazione di
Pierfranco Bruni.
Altre significative tappe di ricerca tagliate sono:
• 1989, Castrovillari - L’immagine e il Tempo-;
• 1999, Riti e Miti -Immagini/Storia/Tradizioni dei Paesi
del Pollino;
• 2001, Immagine donna -Ruolo femminile / Società
/Territorio in Castrovillari antica;
• 2003, Salute e pane asciutto -Mediterraneo tra cultura
dell’alimentazione e stile di vita (scritto in
collaborazione con M. Antonella Cauteruccio).
Una lettura trasversale e comparata, che riflette sul
percorso formativo e di studio dell’autrice, ci indica il
ricamo sottile dell’immaginario fil rouge di una ricerca
antropologica svolta con dedizione e soprattutto con
passione.
In effetti, i libri di Maria Zanoni si leggono
piacevolmente, mentre scorrono le pagine e le immagini, tra
un sorriso compiaciuto per le belle cose e una delicata
riflessione su come noi eravamo: le Persone, la Natura, i
Fatti, le Vicende umane e naturali, e su come siamo…
La studiosa di Castrovillari non è alla ricerca di eroi e di
eroine, di personaggi storici; non indugia su fatti ed
avvenimenti eclatanti e roboanti, ma accende i riflettori -e
illumina a giorno- sugli episodi e accadimenti, sulle
persone e cose di tutti i giorni, e li accarezza con una
mano trèpida e pia che fa tanta tenerezza, suscitando così
sana bonomìa.
Tuttavia, nei Segni del Tempo la Zanoni compie una scelta
strategica di ricerca e forse un salto di qualità…
Le perplessità sono d’obbligo per chi, come noi, è
innamorato delle piccole cose, delle persone e dei
personaggi di paese e di contrada, di aspetti della Natura
che vanno scomparendo sia per l’incùria umana -e tutti
dicono che stiamo progredendo, l’Umanità, che ci stiamo
sviluppando e sempre più civilizzando!- sia per un mal
celato ma diffuso vezzo di vivere alla giornata il
quotidiano, in un vomitevole “mordi e fuggi” e in un quanto
mai beffardo “usa e getta” di tutto e, ahimè!, di tutti…
Insomma, “bene culturale” non deve essere solo la chiesa
famosa, il reperto archeologico significativo, il
manoscritto di secoli addietro, ma anche la pietra consumata
dalle acque del fiume, la crepa di una casa diroccata, una
ragnatela, una formica, il respiro del filo dell’erba e i
fiori di campo…
La Poesia -è di essa che chiaramente si parla!- è nelle
piccole cose come nelle grandi, è nei personaggi famosi
della Storia universale dell’Uomo come negli uomini e nelle
donne semplici, nei contadini e nei pescatori, negli
emigranti… di ogni luogo della Terra e di ogni tempo…
Maria Zanoni -considerando complessivamente il lavoro sin
qui svolto- lascia cogliere cambiamenti che sostanzialmente
vanno nella direzione di una visione armoniosa
dell’Antropologia e della Letteratura, della Storia
dell’arte e dell’Archeologia, della Gastronomia…, che si
dispiegano e chiaramente si manifestano nell’odierna,
suggestiva e colta proposta di ricerca.
In effetti, scorrendo i capitoli attraverso cui si snoda il
volume, noi cogliamo i “luoghi fisici” della Calabria -che
sono, senza ombra di dubbio, “luoghi dell’anima!- che
disegnano alcuni tratti salienti della costellazione e del
paesaggio mediterranei, e che affondano nell’antichità più
calda le emozioni ed i sentimenti di radici nobili, colte e
civili.
Un’occhiata ai capitoli illumina e suggerisce -per la
migliore Scuola italiana e della Cittadinanza europea dei
venticinque Paesi-membri, da quella dell’infanzia sino alla
scuola secondaria superiore- itinerari di ricerca, spunti ed
occasioni di lavoro interdisciplinare, curiosità legittime
per gli studi letterari ed artistici, per gli usi e costumi,
e per le tradizioni di generazioni e generazioni di un
Popolo fiero e passionale, quello calabrese, nel quale si
stagliano armoniosamente sotto il profilo socio-culturale
anche Minoranze etniche e linguistiche come, a mo’
d’esempio, gli Arbëreshë e cioè gli Albanesi d’Italia.
Quali dunque i capitoli dei Segni del Tempo?
Eccoli: Il viaggio; Tra storia e mito; Terra di confine; La
ricostruzione; La via dei parchi; La via tirrenica; La via
jonica; Antiche tradizioni; Luoghi e sapori; Musei e siti
archeologici; Cartina Torri e castelli di Calabria; Musei
Demo-etno-antropologici.
In conclusione. Una conclusione quanto mai aperta, quella
che riguarda Maria Zanoni, si può così sintetizzare: (A) la
studiosa di Castrovillari ha intrecciato e continua fondere
l’impegno e il lavoro quale promotrice e moltiplicatrice
culturale attiva e propositiva da circa trent’anni (nel
campo dell’Arte, della Letteratura, ecc.) con lo studio e la
produzione di personali opere significative; (B) ella, nel
suo lavoro professionale di docente nelle Scuole secondarie
superiori, incita e promuove nei giovani e nelle giovani
quei sentimenti e quel “dar senso” alla vita attraverso
l’impegno nello studio, perché solo la Cultura (ma, oggi
meglio le Culture, le Civiltà, le Lingue…) libera o almeno
slega un po’ dalle catene dell’ignoranza, in una strana
“società conoscitiva” dove imbonitori e imbroglioni di ogni
sorta e risma la fanno facilmente franca…
* Poeta di Spezzano Albanese (CS) – Poèt ka Spixana
-
Ispettore tecnico – Dirigente del MIUR
Nella foto da sin: Francesco Fusca, Elvira Graziani,
Maria Zanoni e Pierfranco Bruni. |
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pubblicato il 29 Apr 2006
SEGNI DEL TEMPO - BENI CULTURALI E
IDENTITA'
Il nuovo libro di Maria Zanoni
IL VALORE DI UN RAPPORTO TRA "ETNO" E STORIA
di Pierfranco Bruni
"Beni
culturali e identità". Uno studio attento che precisa non
solo alcuni particolari percorsi ma puntualizza, in forme
teoriche, un dettato su come ragionare sul sistema del
patrimonio culturale.
Maria Zanoni sottolinea nella sua ricerca alcuni capisaldi.
Uno di questi è il concetto di “continuità” all’interno di
un viaggio sul territorio. Il bene culturale è cultura
popolare, è paesaggio, è antropologia nel “graffiato” delle
immagini ed è storia che riporta sulla scena il passato pur
vivendo il presente. Due temi significativi che occupano,
d’altronde, il dibattito dei nostri giorni.
Ed è in questo contesto che Maria Zanoni intreccia elementi
storici con questioni antropologiche, fenomeni linguistici
con aspetti archeologici. Un bene culturale “interpretato” a
tutto tondo. L’esame riguarda uno spaccato straordinario di
Calabria. Un territorio all’interno di una temperie e di una
visione completamente mediterranea. Gli elementi
mediterranei fanno da sfondo, anche se in molte occasioni,
diventano centrali per penetrare la coscienza stessa degli
ambienti, dei paesaggi e delle storie locali. Ma il percorso
è abbastanza articolato.
Si pensi ad una Calabria che sul piano della cultura etnica
riferita alle minoranze linguistiche è interessata da ben
tre poli di riferimento. Gli Italo–Albanesi, i Grecanici,
gli Occitani–Valdesi. Queste tre realtà sono raccontate
grazie ad una lettura non solo antropologica ma storica
riferita alle strutture presenti in queste comunità la linea
della cultura basiliana mi sembra un fatto significativo
come lo studio su alcuni palmenti senza dimenticare il
“diario” di bordo che va per castelli e chiese. Ma il
concetto di bene culturale ha un’altra chiave di lettura che
è quella collegata al mondo contadino e alle attività
produttive.
Dalle etnie presenti sul territorio alle cosiddette culture
del tempo ritrovato. Valori e civiltà sono modelli di
comparazione con il presente.
Ritornando al discorso sulle minoranze etnico –
linguistiche, definire un tracciato che va dalla chiesa di
San Basile ai supporti storici e artistici di Frascineto,
Civita, Lungro e alle forme di tradizione e di antropologia
mirata e dello sguardo di Spezzano Albanese in un raccordo
con la “grecanicità” dei paesi dell’interno della provincia
di Reggio Calabria e alla lettura del “sito” di San Sisto
dei Valdesi e di Guardia Piemontese è un dato di
straordinaria rilevanza culturale, perché mette a nudo,
nella sua straordinaria meraviglia, un’immagine articolata
di una eredità che non smette di confrontarsi con il
contemporaneo.
Ma Maria Zanoni compie un vero e proprio viaggio in quei
“segni del tempo” che costituiscono la memoria di una
civiltà.
La Calabria è una testimonianza, ma è da considerarsi una
testimonianza all’interno di un ambito molto più vasto qual
è appunto la cultura del Mediterraneo. La presenza delle
etnie con quella più vasta della cultura del patrimonio
archeologico, storico e antropologico è una “ricostruzione”
tangibile di un legame che si sistematizza all’interno dei
territori. Ed è qui che il concetto di “etno” si incontra
con quello di “mito” e questo con quello di “rito”. Ma il
bene culturale è la chiave di lettura per addentrarsi in
questo puntuale ed affascinante “pellegrinaggio”. I siti qui
restano fondamentali.
I beni culturali sono tracciati di tempo che testimoniano il
vissuto delle civiltà. Sono l’espressione di una
trasmissione di eredità che documentano identità, simboli e
modelli di appartenenza. Soprattutto quando l’esperienza del
bene culturale è fatta di linguaggi, di archeologia, di
storia, di arte, di letteratura. Messaggi che lasciano segni
e a questi segni bisogna fare riferimento per leggere un
territorio, interpretarlo, definirlo in quella complessità
che è un intreccio di elementi geografici, storici,
estetici.
Il bene culturale è una dimensione in cui i valori diventano
partecipazione all’interno di una realtà che coniuga passato
e presente, ovvero quotidianità e memoria. Ed è questo un
“messaggio” implicito nella ricerca della Zanoni.
È su questo piano che occorre penetrare il tessuto di un
patrimonio che è sempre vivibile nel momento in cui il
territorio stesso è un raccordo tra ambiente, paesaggio e
determinazione storico–culturale. Il territorio è dentro un
ambiente e si osserva nel suo presente ma è il portato di
“infiltrazioni” che definiscono modelli di appartenenza. In
questo caso il rapporto tra archeologia e storia è
significativo. Non si può definire culturalmente e quindi
storicamente un sito se lo stesso non lo si legge nella
funzionalità di un quotidiano in cui il territorio si trova
a vivere.
Proprio per questo una proposta di interpretazione
archeologica deve avere naturalmente un suo senso attraverso
una chiarificazione che ci offre soltanto una attenta
valutazione del valore etnico. L’etnia sia in un contesto
archeologico che storico ci porta ad una verifica di quel
rapporto tutto giocato tra l’antico e il moderno, o meglio
tra ciò che è stato, ciò che si è trasmesso e ciò che è. Ciò
che si cattura immediatamente è il legame tra una relazione
di passato e il vivere il tempo nel quale si opera.
La ricerca di Maria Zanoni non smette di porre
all’attenzione tale importante problematica. Questi due
aspetti permettono di offrire un’immagine più completa a
quello che in senso piuttosto generale (o generico)
chiamiamo bene culturale. Come può essere spiegata
l’archeologia se non attraverso modelli in cui il
presupposto antropologico risulti fondante per un
inquadramento ragionato del territorio. Ma le etnie o il
presupposto “etno” ormai è da riconsiderare in tutto quel
percorso che richiama la valenza di una comprensione della
storia grazie ad uno scavo di metodologia anche estetica nel
tempo.
Il tempo va indagato. Sembra dirci questo studio, in virtù
di una rappresentazione del bene culturale.
Infatti il bene culturale è rappresentazione, ma diventa
tale solo se si compie quel percorso che porta
dall’archeologia alla storia modulando l’approfondimento sul
territorio attraverso la presenza etnologica, antropologica,
demologica. E qui ci sono tutti questi elementi.
Le immagini parlano.
La Zanoni, d’altronde lavora sulle immagini e la fotografia
è fondamentale proprio in quell’antropologia dello sguardo.
Così anche i cosiddetti linguaggi “tagliati” o lingue
sommerse devono essere presi in considerazione come
tracciati di un bene culturale nel quale è necessaria la
comparazione tra tempo archeologico e tempo storico. Non si
tratta di “eccessi di cultura” ma di ridefinire anche una
questione relativa al “taglio” concettuale di bene
culturale. Nella interazione tra archeologia e storia il
paesaggio della cultura ha una straordinaria importanza
proprio perché si avverte la continuità della storia anche
nella lettura dell’ambiente. Questo ci permette di non usare
frammentazioni e di realizzare un corpus unico tra le varie
stagioni della civiltà e le epoche.
Il bene culturale si porta sempre con sé i “segni del tempo”
(i segni del tempo della Zanoni sono i segni del tempo di un
rapporto tra popolo e civiltà) che diventano delle regole
che, comunque, permettono di non assentarci/si dal tempo che
viviamo mentre ne analizziamo i segni pregressi.
Anche l’archeologia, in una tale definizione, non appartiene
soltanto allo studio di un passato lontano ma si stabilisce
nella consequenzialità di un rapporto con il presente dei
territori.
Allora l’interpretazione di un sito è una forza non slegata
dalla nostra attualità perchè il rapporto tra passato e
presente, come si diceva, si delinea nel momento in cui ci
troviamo di fronte all’idea del bene culturale. Per capire
come viveva un popolo all’interno di una civiltà e di una
temperie del IV secolo a.C. bisognerebbe rapportare quel
popolo alle esigenze di quel tempo, grazie a dei parametri
ben strutturati alle esigenze di una cultura contemporanea.
Le rilevanze storiche non possono fare a meno di un impatto
con due concetti chiave: il tempo e lo spazio.
Oggi ci muoviamo dentro queste due dimensioni per parlare
del passato, invece, si entra nella storia. Ma il bene
culturale non può fare a meno di questo incontro. Ecco
perché il valore “etno” assume una sua sistematicità nel
rappresentare e nel comprendere il bene culturale come
identità e come realizzazione di una consapevolezza degli
strumenti e della società moderna e contemporanea.
L’antico, in fondo, è quasi sempre parcellizzato nel
moderno. Nel campo dei beni culturali recuperare la
componente etnologica (in una lettura integrata e comparata
dei territori) significa dare senso ad una manifestazione
articolata delle culture presenti in un determinato
contesto.
Questo mi sembra un dato sul quale bisognerebbe riflettere,
anche perchè il ruolo dei beni culturali si è abbastanza
ampliato ed è diventato trainante in molti settori grazie,
tra l’altro, proprio a un legame duttile con i contesti
territoriali. I beni culturali si presentano chiaramente
diversificati, ma il territorio deve offrire una lettura
omogenea, nella quale il presente non perda i connotati e il
passato non affoghi il presente stesso.
La ricerca della Zanoni apre delle prospettive interessanti
proprio su questi versanti. E il valore dell’ “etno” è una
dimensione che interessa l’etica e l’estetica del bene
culturale all’interno di un progetto il cui dialogo tra
cultura, civiltà e popoli resta indelebile.
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