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EDITORIALI
Letteratura pag. 8
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Editoriali, recensioni e saggi di LETTERATURA
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pubblicato
l' 8 Novembre 2011
“LA NUOVA PRIMAVERA DEI GIOVANI”
di
Maria Zanoni
Il
romanzo di Egidio Chiarella “La nuova primavera dei giovani” (Ibiskos
Editrice - 2011) merita più di una lettura, più di una riflessione,
più di una disquisizione.
In stile scorrevole e con chiarezza
di linguaggio, il testo analizza temi interessanti e delicati, alla
luce di un'etica di ordine universale improntata all'antropologia
cristiana.
Sono 183 pagine che fanno intuire,
pensare, ragionare, ricercare, capire.
I tanti interrogativi esistenziali,
le problematiche di scottante attualità, che sono dei personaggi,
sono dello scrittore e sono anche del lettore, sembrano prendere il
sopravvento, e, coinvolgendo nel profondo, invitano alla
riflessione, al confronto dialettico sui grandi temi della cultura
contemporanea.
Pagina dopo pagina si scopre e si
apprezza
una cultura straordinaria,
un'invidiabile apertura mentale di chi scrive per comunicare un
vissuto, un ricco patrimonio di cultura ideale, e si
scopre
l’autenticità del narrato, nel suo intrinseco potere di trasformare
la società.
Il
genere “romanzo” per Chiarella non è solo un modello letterario, ma
anche esistenziale. Qui lo scrittore s’incammina attraverso gli
intricati meandri del racconto realistico che accoglie volentieri
l’invenzione, il verosimile intrigante, a volte necessario, che
porta con sé ricordi e metafore, nella consapevole ricerca di sé.
Già nel
titolo prorompe la voce interiore dell’Autore, la speranza riposta
nelle nuove generazioni, che, “guardando verso il cielo”, con i
piedi ben fermi sulla terra, sappiano coltivare i giusti valori, per
opporsi ai pericoli
ed alle insidie del sistema di vita post-moderno.
Con buona volontà ed un grande
amore cristiano, lo scrittore pensa all’impegno educativo nei
confronti della giovane generazione come l’azione esercitata dagli
adulti, come intervento sociale intergenerazionale, atto a favorire
la maturazione umana e culturale degli adolescenti, nonchè la loro
sicurezza sociale.
Il prof. Teo (anche la scelta del
nome porta con sé valori metaforici) e Padre Anselmo nei loro
contributi alle discussioni, non trasmettono modelli culturali
preconfezionati e stantii, non travasano nei giovani interlocutori
la cultura degli adulti, bensì offrono loro la possibilità di
sviluppare coscienza critica, di evidenziare le capacità e le
potenzialità di giovani desiderosi di essere protagonisti del
futuro.
Il legame spirituale tra le vecchie
e le nuove generazioni è rappresentato dagli ideali e dai valori
morali. Solo così è possibile un dialogo intergenerazionale, in una
società in cui prevale l’egoismo sfrenato, il giovanilismo a tutti i
costi, la ricerca del benessere, del tutto e subito, senza limiti.
In tale contesto il dialogo, la comunicazione sociale, diventano
estremamente difficili.
Sono diversi i linguaggi, il
vissuto e le esperienze di ognuno, quindi le culture, i metodi, le
scelte. La distanza tra “vecchi e giovani” (per dirla con
Pirandello) può essere ridotta, se non colmata, con l’educazione
sociale, con il giusto dialogo.
Così Teo-Anselmo-Egidio, narrando,
sostiene, aiuta, promuove la crescita umana ed intellettuale di
tanti Vanessa, Luigi, Elena, Alessandro, Vittorio...
Tra le righe, nel confronto
dialettico-sociale, si suggerisce la propensione all’ascolto ed al
rispetto dell’idea dell’altro, per l’arricchimento personale. Così
le discussioni della vacanza-studio su etica, economia, religione,
vanità, cupidigia, diventano strumento di orientamento nello studio
e nel lavoro, guida alla ricerca di una propria collocazione nella
società, con prospettive di futuro e di migliore qualità di vita,
all’interno di processi storici in continua evoluzione. Dunque,
diventano stimolo ad un rinnovamento della società, ad un nuovo
Risorgimento Italiano.
E non dimentichiamo che da molti
anni Egidio Chiarella si sta spendendo in prima persona anche per il
nuovo rinascimento di una regione martoriata come la Calabria. Alla
Fiera della Cultura a Roma nel 2006, infatti, rivolgendosi ai
numerosissimi giovani presenti al meeting, ha incitato all’impegno,
per arginare l’emigrazione delle giovani eccellenze calabresi.
Ed in questo
suo recente lavoro, mettendo in gioco prima di tutto se stesso,
riafferma con forza l’esigenza-necessità di un’agorà, “una Sinagoga
del Sabato”, dove il
confronto ed il dibattito siano il perno attorno al quale ruota lo
sviluppo sociale, economico e culturale del Paese.
Chiarella, in questa sua
pubblicazione, usando un linguaggio adeguato e proponendo contenuti
interessanti, sa ben dosare le sue verità generazionali, in quanto
educatore, e sa ben aprirsi agli apporti giovanili, altrettanto
interessanti.
E qui ha giocato certamente un
ruolo decisivo per l’uomo impegnato da anni nel sociale e nella
politica, la vicinanza, il ritorno temporaneo al contatto diretto
con giovani studenti, nel luogo più appropriato per delucidare
problemi, cercare soluzioni e dare risposte. Proprio allora, il
Prof. ha preso coscienza che le nuove generazioni studentesche sono
cambiate e, nel bene o nel male, sono diventate compagne di un
difficoltoso viaggio alla ricerca della definizione della propria
identità, nel rispetto della reciproca libertà.
Oggi i giovani hanno molto da
insegnare, in alcuni campi, agli adulti, soprattutto in questo tempo
d’incontro con altre culture. Anni addietro l’insegnante aveva un
ruolo fisso in cui l’esperienza era determinante, e se era anche
anziano era più autorevole. Nella complessa società odierna, è
autorevole e dà certezze chi è innovativo e propone idee nuove,
anche se giovane.
Ma con il crollo delle ideologie,
con la mancanza di punti di riferimento, si rischia di perdersi in
questo grande mare; ecco allora il bisogno di una guida che ponga in
primo piano il confronto. E proprio la crisi dei valori ideali
appare oggi determinante nel generale smarrimento e senso di
solitudine nelle giovani generazioni.
Per il Prof. Chiarella è la
famiglia che, in simbiosi con la Scuola e la Chiesa, deve riservare
la giusta dose di attenzione ai giovani, “svolgendo il suo
fondamentale ruolo educativo”, onde evitare che si determini “nel
progresso sociale e civile di una comunità un vulnus capace di
ritardare il suo stesso avanzamento democratico”.
Nella seconda parte del volume,
dopo una lucida analisi della condizione della Scuola italiana, è
riservato ampio spazio al confronto su impegnativi temi religiosi.
“La carità cristiana, l’amore... la
pietà... la solidarietà... sono il tentativo concreto di intervenire
per la nostra parte, piccola o grande che sia, nel rinnovamento
materiale e spirituale del nostro pianeta” (fa dire lo scrittore a
Padre Anselmo - sua anima teologica).
Il volume chiude con l’auspicio di
un serio programma di interveti in cui in sinergia tra loro “le
energie migliori della politica, della produttività locale, della
cultura, delle associazioni laiche, d’intesa con le Presidenze delle
Regioni e la Conferenza Episcopale locale” possano lavorare per
superare la crisi in atto, offrendo un futuro ai giovani, assetati
di “Libertà”, quella vera.
In conclusione, questo romanzo di
uno scrittore impegnato, come Chiarella, è a “tesi”. Ha qualcosa da
offrire al mondo, perchè venga condiviso. Scommessa impegnativa, ma
possibile.
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pubblicato il
1° ottobre 2011
Giuseppe Garibaldi nel racconto di Alexandre Dumas
L’antropologia del viaggio risorgimentale
di Pierfranco Bruni
Anche il Risorgimento e i processi che hanno
caratterizzato l’Ottocento italiano hanno bisogno di una lettura
e interpretazione etno – antropologica a cominciare dal rapporto
tra Garibaldi e il Sud e Garibaldi e la presenza di scrittori
viaggianti come Alexandre Dumas.
Perché nel Risorgimento (o nel dibattito sul
discusso Risorgimento come processo storico o come concetto
etico e filosofico) resistono quei personaggi ai quali
l’immaginario rivoluzionario ha segnato una dimensione centrale?
Ci sono domande che restano ancora appese al filo del pensiero
non tanto storico quanto “retorico”.
Ma la retorica del rivoluzionario ha una sua
importanza proprio nel momento in cui i fenomeni storici si
prestano ad una chiave di lettura più articolata. Cosa resta il
Mazzini carbonaro o il Mazzini “profeta” secondo la lettura di
Giovanni Gentile? Cosa resta il Garibaldi rivoluzionario dei
Mille o quello di Caprera? Perché primeggia la figura di Maria
Sofia su quella di Francesco II? Perché il brigantaggio politico
è diventato non solo elemento di contesa “ideologica” (lo è
dalle sottolineature che nel 1924 Togliatti offriva nei suoi
articoli) ma di attualità per capire sia la fase post unitaria
sia per dare voce a un Risorgimento con più chiavi di lettura?
La letteratura, a volte, ci offre sguardi
peculiari per comprendere sia la storia che i personaggi
soprattutto perché penetra fenomeni che sono etno –
antropologici. Il Risorgimento oggi può essere letto senza una
visione complessiva degli aspetti antropologici o etnici?
Garibaldi stesso non è forse un personaggio che rientra
nell’antropologia risorgimentale?
È naturale che la figura di Giuseppe Garibaldi
non può essere consegnata soltanto al mito ma è necessario una
rivisitazione storica del rapporto tra Mazzini e Garibaldi e tra
Cavour e lo stesso Garibaldi. Dopo l’incontro tra Garibaldi e
Vittorio Emanuele II le sorti del “libertario” Garibaldi mutano
completamente.
Lo stesso Garibaldi si rende conto che
sono venuti meno gli accordi per una regolarizzazione e
legittimazione, nel nome della libertà, dell’Unità d’Italia
intesa come atto di pacificazione e di equilibrio all’interno
dei due Regni: quello Sabaudo e quello Borbonico. Garibaldi
viene isolato per poter realizzare il progetto cavouriano e
sabaudo che era ben altro. Proprio sulla scia di questo
disaccordo si innesta la questione del brigantaggio politico.
Una delle figure splendide che emerge nello spaccato tra il 1859
e 1861 è quella di Maria Sofia di Baviera, consorte, appunto di
Francesco II di Borbone.
Soprattutto la letteratura ha raccontato uno spaccato di storia
filtrata attraverso la raffigurazione e la centralità di alcuni
personaggi. Ma il fenomeno del brigantaggio va riconsegnato ad
uno studio approfondito e ad una visione ideologica meno
precaria e anche attraverso la peculiarità antropologica di
alcuni romanzi: penso a “L’eredità della Priora” di Carlo
Alianello. Già Vincenzo Padula sosteneva che era necessaria una
distinzione tra brigantaggio politico e il brigantaggio
dell’inizio dell’Ottocento, i quali sono due aspetti
completamente diversi sia dal punto di vista della temperie
storica sia in merito alla contestualizzazione socio –
economica.
C’è da dire che all’interno del fenomeno complessivo sulle fasi
del brigantaggio politico e ad una ricontestualizzazione
dell’Unità d’Italia all’interno del Risorgimento il brigantaggio
è da considerarsi un processo spontaneo e non va dimenticato che
briganti come Carmine Crocco o Ninco Nanco nascono proprio dalle
file garibaldine.
L’immaginario storico entra in un contesto propriamente etno –
antropologica dei territori. Il racconto popolare, in questi
casi, è testimonianza vibrante. Carmine Crocco aveva partecipato
alla spedizione dei Mille e da garibaldino diventa un anti
sabaudo per difendere il ceto popolare ma davanti alla
militarizzazione dei Cialdini guidati dalle teorie cavouriane e
all’imperversare della guerra civile assume le difese di quei
“cafoni” che lottano per un pezzo di terra.
Ma Garibaldi è un personaggio nel mito perché
l’immagine che si è data è quella di un rivoluzionario e resiste
sino a quando il rivoluzionario come immaginario (pur nella
storia) resta centrale. Nel momento in ci viene isolato,
esiliato, allontanato entra nel paesaggio della memoria e lo si
recupera soltanto attraverso un’operazione che è quella mitico –
letteraria.
A raccontare le avventure garibaldine non ci sono soltanto gli
scrittori italiani ma anche quelli stranieri, i quali
definiscono, in una dimensione geografica ma anche geo-politica,
una lettura storica che diventa interpretazione e dimensione
antropologica.
Alexandre Dumas (Alexandre
Dumas, padre, 1803 – 1870) che scrive le
memorabili ”Memoires de Garibaldi” risalente al 1860 e poi “I
garibaldini” (Les
Garibaldiens, 1861) scritto proprio al
seguito della spedizione dei Mille usa delle pennellate non
soltanto letterarie o incise in una particolare angolatura
storica ma si serve soprattutto di una penetrazione
antropologica ponendo accanto alle “imprese” la descrizione dei
luoghi, del paesaggio, della realtà che si racconta all’interno
di un vissuto che è dato dalla vicinanza tra lo scrittore e
Garibaldi stesso.
Si tratta di un percorso narrante che scava nei fatti e che
riporta sulla scena anche degli aneddoti che permettono, oltre
la retorica, di scavare nel vivo, l’impresa garibaldina. Uno
spaccato interessantissimo perché attraverso Dumas si ricrea una
atmosfera particolare che è quella che vede protagonista
certamente Garibaldi ma emerge il bisogno di credere di poter
cambiare un mondo che andava in sfacelo.
Ma cosa fa Dumas? Vive in prima persona le avventure garibaldine
all’interno di una partecipazione che non è propriamente
politica ma culturale ed è qui che le sfaccettature
antropologiche prendono il sopravvento. Viaggia in quel Regno di
Napoli attraversando paesi e comunità. Garibaldi lo nomina
direttore dei musei e a seguito dei garibaldini commenta e
annota imprese e paesaggi.
Viene stimato e considerato tanto che in Calabria il Comune di
San Marco Argentano lo storicizza con queste parole: “L’illustre
Alesandro Doumas è dichiarato cittadino di Sammarco Argentano,
considerando che si devono raccomandare alla gratitudine dei
posteri italiani quegli egreggi [sic] uomini che a qualunque
nazione appartengono si adoperano a rendere opportuni servigi
all’Italia; considerando che i due periodi di tempo
abbisognanti di ajuto sono stati per l’Italia la splendida
rivoluzione del ’60 ed i giorni nefasti del brigantaggio,
considerando che l’illustre Alesandro [sic] Dumas fu appunto uno
di quei egreggi [sic], che resero all’Italia il nobile uffizio
di aiutare la rivoluzione con ogni sorte di mezzi e d’illuminare
la pubblica opinione sulle cagioni del brigantaggio e sui rimedi
d’esso”. Si trova scritto così su una delibera del
Consiglio Comunale di San Marco Argentano alla data del 22
novembre del 1863.
A raccontare altre notarelle sul Dumas al seguito di Garibaldi è
stato Giuseppe Cesare Abba nel suo Da Quarto al Volturno.
Noterelle di uno dei mille.
Anche qui il valore antropologico assume una rilevante
significativa. Il viaggiatore e scrittore Dumas ha contribuito a
dare un senso al mito garibaldino e lo ha fatto vivendo in prima
persona la storia di una impresa. Una storia che non può fare a
meno di quegli elementi che sono intrisi di uno scavo etno –
antropologico vero e proprio.
Cosa resta del personaggio?
O cosa resta dei personaggi. Il fatto è che in questa Unità
d’Italia non basta soltanto la storia tout court dei territori.
Il Risorgimento ha valore se non lo si lega soltanto alle
imprese e alla storia politica. Ma si trasmette grazie, nella
sua complessità, a quei fattori che hanno una rilevanza
fortemente legata al territorio. Ovvero a presupposti fortemente
radicanti.
L’immaginario ha un senso
e proprio per questo un Risorgimento e una lettura dell’Unità
d’Italia (nella fase pre e post) nella sua completezza
necessitano di una scavo profondamente antropologico in cui le
presenze linguistiche, etniche, simboliche nelle varianti più
possibili possano costituire incisi nella civiltà di un popolo.
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pubblicato il
1° ottobre 2011
Il centenario
della morte di Pascoli
UN POETA “SDOPPIATO” TRA CARDUCCI E I CONTEMPORANEI
Incomprensibile
a Vincenzo Cardarelli
di Pierfranco Bruni
Tra Giosue Carducci (morto
nel 1907) e la poesia moderna (in un certo qual modo a cominciare da
“La pioggia nel pineto” di Gabriele D’Annunzio) c’è di mezzo un
poeta che ha rotto alcuni schemi sia semantici che espressivi (la
poesia come innovazione linguistica) che è certamente Giovanni
Pascoli. Non possiamo non sottolineare il mosaico ottocentesco
carducciano che pur confrontandosi con modelli europei per
quell’epoca molto sperimentali restava, appunto, ben ancorato nella
tradizione tardo Ottocento.
Carducci muore nello stesso
anno di un poeta innovativo e moderno come Sergio Corazzini.
Attraverso la poesia di Corazzini, in quel vibrante segno
“crepuscolare”, ci si apre realmente ad un Novecento poetico
Futurista ed Ermetico. Ma è D’Annunzio che pone una problematica
linguistica importante proprio attraverso linee semantiche e
puramente espressive.
Tracciati che campeggeranno
in tutto il Novecento: da Montale a Cardarelli, da Ungaretti a
Pavese. Pascoli resta una via di mezzo e propone una chiave di
lettura di un verso aperto sicuramente ai linguaggi comunicativi ma
anche non dimentico di una forte tradizione il cui humus è nella
lezione carducciana.
È proprio Vincenzo Cardarelli
a proporre una lettura provocatoria ma che ha la sua particolare
importanza soprattutto per una interpretazione complessiva
dell’opera di Pascoli pensando al prossimo centenario della morte.
Cardarelli usò queste parole: “Io non ho da fare a Pascoli altra
obbiezione se non questa: cioè ch’egli è più uno stornellatore, un
verseggiatore elaborato, colto, fine quanto si vuole, che un poeta.
Come dire più discretamente quanto poca individualità di linguaggio
e di forme metriche (ho detto, senz’altro, i due elementi
costitutivi della poesia) si riscontri nelle liriche di Pascoli? Chi
sa quel che significhi mettere un pensiero, una sensazione,
un’immagine in forma di discorso lirico non di maniera, dare alle
parole un tono non indifferente, sa pure (se è lecito parlare con la
nostra autorità di lettori, dimenticando di essere anche noi gente
che s’arrischia a fare poesia) che cosa io voglio dire”.
Una precisazione dura ma
singolare che oggi andrebbe ripresa per un più accorta
interpretazione.
Nonostante tutto Giovanni
Pascoli lo si trova come chiavistello in molti poeti dal linguaggio
moderno. Si pensi ad alcuni squarci di Sandro Penna. Un Penna
fortemente dannunziano per alcuni affreschi di paesaggi. Comunque la
rilettura di Giovanni Pascoli nel contesto contemporaneo ci pone di
fronte a questioni di natura puramente letteraria e naturalmente di
ordine storico – critico. Pascoli, chiaramente, è stato letto
attraverso diverse chiavi interpretative. Ma ciò che resta
fondamentale e non dovrebbe essere discusso è la preziosità del
senso della memoria che è dentro la parola “pascoliana”.
La memoria resta comunque
soltanto come passato. Un passato che è (ed ha) bisogno di fedeltà.
E’ una memoria che non si apre alla possibilità di futuro perchè è
senza avvenire. O meglio, il futuro resta sempre la riproposta del
segno della memoria. E’ chiaro che è interessante discutere su
Pascoli e il senso della memoria nella letteratura del Novecento.
Accanto a Pascoli troviamo i
crepuscolari per la storia che li contraddistingue e li
caratterizza. Accanto a Pascoli troviamo un certo decadentismo.
Accanto a Pascoli troviamo una fisionomia precisa della letteratura
europea. Ma Pascoli resta un punto intorno al quale ritornare a
meditare. Sia per ciò che riguarda il suo dettato poetico e il suo
viaggio all’interno del tempo-sogno-cronaca. Sia per ciò che
riguarda la sua fase teoretica.
La poetica del fanciullino
non è assolutamente da trascurare perché ci offre delle possibilità
di ricerca che non sono soltanto poetiche, ma anche antropologiche e
filosofiche, letterarie e mitiche. Nel fanciullino c’è il mito e c’è
soprattutto la riscoperta del mito come riappropriazione
dell’infanzia intesa come spontaneità.
La memoria nostalgia
ridisegna il circuito lirico di Pascoli. In questo dialogo ciò che
si coglie immediatamente è il sogno. O meglio. Dalla
memoria-nostalgia nasce il sogno del passato. Ieri era sempre bello.
Oggi la tristezza ci intrappola. E’ questo ciò che domina la voce di
Pascoli.
In una intervista rilasciata
ad Ugo Ojetti Pascoli diceva: “La poesia non è in ogni caso
razionalità, non procede per sillogismi e non è nemmeno logicità,
non tende a convincere la mente... il segreto della poesia non sta
nella rima o nel verso, ma in una improvvisa rivelazione del mondo”.
Rivelazione come magia.
Rivelazione come mistero. Ma è soltanto nel passato, che diventa
memoria-sogno, che la poesia si fa rivelazione del mondo.
Giovanni Pascoli era nato a
San Mauro di Romagna nel 1855. Muore a Bologna per un male
incurabile nel 1912. Myricae è del 1891. Ci sono state
diverse ristampe. Quella definitiva è del 1900. Nel 1897 apparvero i
Primi poemetti. Nel 1903 i Canti di Castelvecchio. Dal
1904 al 1913 abbiamo i Poemi conviviali, Odi ed Inni,
Nuovi poemetti, Canzoni di re Enzo, Poemi italici,
Poemi del Risorgimento. Pascoli ha scritto anche delle prose
e dei libri di critica.
Con Myricae si apre il
mondo poetico pascoliano. Già in questo primo libro c’è ormai una
precisa identità poetica non solo sul piano espressivo ma anche
tematico. I poli tematici che caratterizzano l’intera dimensione
pascoliana sono tutti calati in questo primo libro. Il paese, le
radici, il padre, la famiglia, la natura non sono echi. Sono esiti
fondamentali.
In Pascoli attraverso il
significato poetico della memoria-nostalgia emerge il sogno
del ritorno. Il ritorno è un sogno perché la memoria è sogno. C’è
una poesia dal titolo il “Sogno” in cui primi quattro versi
recitano: “Per un attimo fui nel mio villaggio,/nella mia casa.
Nulla era mutato./Stanco tornavo, come da un viaggio;/stanco, al mio
padre, ai morti, ero tornato”.
In fondo Pascoli è il poeta
del ritorno. E appunto nel ritorno che la sua vita si compie e si
realizza così il grande messaggio della nostalgia. Un ritorno che si
dichiara nella metafora ma che non può giocare la sua partita fino
allo strazio. Il dolore è ferita che sanguina. Ma il ritorno resta
comunque un sogno-metafora perché in Pascoli non c’è il futuro. C’è
la profonda melanconia che lacera l’anima ma non c’è la religiosità
o l’illusione dell’attesa compiuta.
La mancanza di futuro
d’altronde è l’impossibilità del ritorno. In una poesia dei Canti
di Castelvecchio si ascoltano gli ultimi versi: “Oh! Tardi! Il
nido ch’è due nidi al cuore,/ha fame in mezzo a tante cose morte;/e
l’anno è morto, ed anche il giorno muore,/e il tuono muglia, e il
vento urla più forte,/e l’acqua fruscia, ed è già notte oscura,/e
quello ch’era non sarà mai più” ( da “In ritardo”).
“Pascoli – scrive Francesco
Grisi nel suo I Crepuscoli (Newton Compton) – è sempre
sdoppiato. C’è la vita (che è quella che è) e la sua esistenza (che
non coincide con la sua vita). Esamina e si dispera nel suo
sdoppiamento. Vorrebbe fare coincidere i due momenti. Ma è una
speranza irrealizzabile. In Pascoli e nel crepuscolari non c’è
avvenire. Si dibattono disperatamente anche con un certo languore
narcisistico. Ma Pascoli, a suo modo, è un moralista. E mistero con
le sue stazioni di servizio: l’abbandono, la volontaria viltà,
l’aberrazione, l’infamia, la solitudine. E, al limite, un delirio
liberatorio che, riconoscendo in sé il peccato, gli dà la forza e il
diritto di denunciare”.
Lo sdoppiamento in Pascoli è
talmente forte tanto da sentirsi sempre più solo. La solitudine non
è più sogno. E appunto la solitudine che fa rompere a Pascoli il
miraggio del ritorno. La solitudine fa capire a Pascoli che la
vita ha le sue rotture.
E allora la memoria-nostalgia è
sogno e Pascoli viene straziato da questo sogno: “Nel mio cantuccio
d’ombra romita/lascia ch’io pianga su la mia vita!” (da Canti di
Castelvecchio in “L’ora di Barga”).
L’attualità di Pascoli? E’
chiaro che con Pascoli andrebbe riletta la letteratura del primo
Novecento. La sua attualità è nel saper leggere non solo la sua
poesia ma l’intero contesto storico e letterario in cui è vissuto.
Non so se è possibile parlare di un Pascoli attuale. Credo, invece,
che ogni poeta vive all’interno del proprio contesto con rimandi
letterari e linguistici che provengono da una precisa formazione.
In Pascoli resta vitale un
percorso carducciano. Cosa che non si evidenzia in modo
straordinario in D’Annunzio. Ma Pascoli, comunque, resta un filtro
importante per le generazioni successive e forse anche un filtro
necessario. Ma oggi non è più un riferimento come non lo è
chiaramente Carducci.
D’Annunzio invece resiste.
Soprattutto per alcuni aspetti poetici risulta ancora l’apripista
per una poesia che non ha accettato le griglie semantiche
tradizionali. La stessa poetica di Montale non è pensabile senza
comprendere i riferimenti dannunziani. Così lo si avverte in
Cardarelli, in Pavese e in quella recita mediterranea che va da
Salvatore Quasimodo a Raffaele Carrieri.
Ma la storia della poesia è
nell’intreccio delle poetiche che si dichiarano attraverso i poeti e
le dimensioni liriche. C’è un Novecento poetico (con i suoi richiami
e i suoi rimandi a un mondo pregresso) che non si dissolve e resta
come testimonianza a dimostrazione di temperie che vanno rilette
senza dimenticare il presente e senza dimenticare di confrontarsi
con il linguaggio contemporaneo (nel quotidiano della letteratura) e
senza sfuggire al rapporto tra letteratura e ricerca linguistica
all’interno dei vari passaggi epocali. in questo percorso pascoliano
è l’ulissismo presente nella poesia di Pascoli con un
approfondimento dei Poemi conviviali.
Ulissismo e mediterraneo. Ma
cerchiamo di dare un senso a questo annuncio celebrante dell’opera
di Pascoli.
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pubblicato il 18
maggio 2011
Il Mediterraneo
delle parole oltre il Mediterraneo delle statue
Da Kavafis a Calabrò,
da Elitis a Pascoli, da Pavese a Seferis, da Teodorakis ad Abshu
di Pierfranco Bruni
Il Mediterraneo delle statue e del
racconto affidato ai musei. Il Mediterraneo delle parole e dei
linguaggi. Il Mediterraneo degli incontri imprevedibili tra Ulisse,
Cristo e Maometto. Il Mediterraneo ancora degli Orienti (i più
Orienti che abbiano nella nostra storia e nelle nostre memorie) e
dell’Occidente. Ma in un Mediterraneo che ha un cruore cristiano,
musulmano, berbero, ebraico, armeno (intrecciamo religioni e
civiltà), greco e Magno – greco la letteratura diventa il meridiano
dell’attesa.
Non solo il pensiero meridiano
disegnato da Albert Camus ma anche quell’orizzonte degli abbracci
tra il mare, metafora del tutto, e il deserto (metafora del comunque
sempre), ovvero dell’acqua e della terra. La Bibbia ci recita la
durezza dello sguardo dei padri del deserto con la dolcezza delle
parole e così ci porta, altresì, lungo il cantico che Salomone ha
raccolto come i cantici dell’ebbrezza tra le colombe e i danzatori
dervisci.
C’è una poesia nella grecità
soffusa che ha un immaginario turco, islamico, berbero come i
cavalli del deserto che si dirigono verso le acque dei fiumi o le
distese dei mari. C’è una letteratura che non ha inteso mai
confrontarsi con la ragione, divieto manifesta di una poetica dello
sguardo e del mistero. Il “Capitano Ulisse” di Alberto Savinio ci
indirizza verso le isole dell’impossibile che diventano decifrabili
ma indefinibili se manca l’amplesso tra Odisseo e Circe.
Un Mediterraneo, dunque, non delle
fate ma delle streghe. “Da Lipari ad Alicudi/piano piano si
fredda/il mare/ch’è un immenso bacile d’olio grigio”: una geografia
degli incisi nella parola delle metafore percettibili ma mai
descrivibili con Corrado Calabrò che al mediterraneo ha dato il
senso dei linguaggi. Ma il Mediterraneo è l’immenso mare degli
Adriatici, dei Tirreni, dei paesaggi sullo Jonio, dello suardo
intenso di Cleopatra e dei fili intrecciati nella Mesopotamia dei
segni..
Odisseo cammina tra le grotte della
finzione per condurci non chissà dove ma per portarci mano nel vento
lungo la comprensione di ciò che il Mediterraneo è stato. Quello che
è stato non è. Non possiamo vivere il Mediterraneo dei nostri giorni
pensando soltanto ad Omero. Perché, come recita Odisseo Elitis, il
ricordo è libertà. “La grecia che con passo sicuro entra nel mare/La
Grecia che sempre mi reca in viaggio/Su monti nudi gloriosi di
neve”.
Elitis ci recita il canto delle
“tessitrici del sole”. Una mediterranea grecità e Calabrò intaglia
i suoi versi dalla fisicità greca a quella dei “mercanti di pietra”
che hanno la simbologia segnata negli occhi. Questo è Mediterraneo.
Ed è il Mediterraneo di Costantino Kavafis che ci fa rivivere
l’incanto e il disincanto dei Troiani: “Sono gli sforzi di noi
sventurati,/sono, gli sforzi nostri, gli sforzi dei Troiani. (…)/Dei
nostri giorni piangono memorie, sentimenti./Pianto amaro di Priamo e
d’Ecuba su noi”. Un viaggiare nella grecità del Mediterraneo senza
perdere l’essenza dello sguardo di Ritsos o di Hikmet sino a
toccare la lirica sufi e il mare che ad Ulisse sempre ci conduce.
Perchè alla fine tutto ci conduce
ad Ulisse? Giorgio Seferis nelle nostalgie che cerchiamo e attutiamo
ci sfida: “Il mare: e come è divenuto questo il mare?/Anni indugiai
sui monti,/accecato da Lucciole./Ora su questo litorale aspetto/che
attracchi un uomo/un relitto, una zattera”. Sino all’Ulisse di
Pascoli e a quella figura di Penelope o a Pavese che raccoglie nel
mito di Calipso il cammino dell’immortalità. Cosa accetti Odisseo?
La vita che è l’amore o l’immortalità? La Calipso di Pavese nel
cuore del Mediterraneo di Leucò. E Pascoli nei suoi “Poemi
Conviviali” (l’unici testo che di Pascoli oggi resta): “E gli dicea
la veneranda moglie:/’Divo Odisseo, mi sembra oggi quel giorno/che
ti rividi. Io ti sedea di contro,/qui, nel mio seggio. Stanco eri
di mare,/eri, divo Odisseo, sazio di sangue!/Come ora. Muto io ti
vedeva al lume/del focolare, fissi gli occhi in giù”.
Ma questo è il Mediterraneo che
abbiamo sempre accolto nel nostro pellegrinaggio di voci e di
destini. Un pellegrinaggio metafisico che raccoglie, tra l’altro,
sia le istanze di Omero, di Virgilio ma soprattutto di San Paolo. Ma
la poesia non ha mai confini e non si lascia aggredire dagli
orizzonti spersi tra le nuvole. La poesia ci tocca e toccandoci ci
penetra. Penetrare. La poesia è un lento penetrare. Il Mediterraneo
non può essere capito se si escludono le parole, le immagini, gli
sguardi. E l’amore è nella intensità delle perdute nostalgie.
La grecità di Calabrò: “Entra – se
puoi – nell’anima,/entra nei miei occhi senza farmi male/così come,
all’ingresso del porto,/le navi s’introducono
incorporee/nell’azzurra vetrata del Naxos.//Appena oltrepassata
Filicudi/s’erge nel mare una stele votiva/dall’acqua blu cobalto che
sprofonda”. Già, le isole sono una metafora nella fisicità dei
luoghi ma non sono musealizzabili.
Il Mediterraneo greco ha la danza
delle odalische o delle zingare (come ci canta Franco Battiato) o
dei dervisci tra i camini delle fate della Cappadocia. Ma l’amore è
l’immenso travolgente luogo dell’esistere: “Solo chi l’ha bevuto
racconta/-come una storia di pesca fatata-/d’una vela scorrente
sull’acqua,/gravida del pallore della luna,/che una sera si trova
riflessa/nella vetrata che l’aspetta in sorte”: è ancora Corrado
Calabrò nel suo sottosuolo dell’anima che intriga il fremito dei
corpi con la stregoneria che il mare, la donna,il viaggio si portano
dentro.
Ed è un Mediterraneo stregato o
stregone che raccoglie l’orizzonte e le linee della cristianità con
le eresie di Nazhim Abashu, poeta musulmano convertitosi al
cristianesimo, che incentra la danza delle sue parole sul senso
della croce e poi sprigiona sulla “talassia” del vento le erosioni
e il terribile eros: “Se non ci fosse il vento delle maree
mediterranee/io sarei rimasto a custodire la sabbia di Tunisi/ma tu,
amante mia, porti negli occhi le banderuole de naufragi e della
salvezza”.
Cosa è questo Mediterraneo della
parola. La parola è sempre un fluttuare di acque nell’anima che è
destino di civiltà. “L’Egeo s’è rizzato e mi guarda/-Sei tu? Mi
chiede./-Sì, gli rispondo, sono io/insieme ad un altro,/non lo
conosci?/ma quest’altro/sei tu!/L’Egeo s’è coricato/il Sole ha
tossito/son rimasto solo/del tutto solo”. Mikes Theodorakis in
questi suoi versi il gioco delle geografie è sempre più un incastro.
Ma è una canzone libera in cui la grecità è nello scavo dei luoghi e
del luogo che si porta dentro come una paese del fascino
intoccabile.
Chi può mettere una mano su questo
mistero? Il mistero è intoccabile e forse è invisibile se non
attraverso le emozioni della percezione. Il Mediterraneo delle
parole o anche delle etnie che si incontrano nei linguaggi. Ma cosa
ci permette di comunicare e di attraversare questa comunicazione? La
poesia. Impercettibile come le conchiglie, le foglie, le stelle di
Odisseo Elitis. Ma le parole possono essere affidate alla
musealizzazione?
Il Mediterraneo che troviamo nei
Musei, le statue del Mediterraneo, le archeologie del Mediterraneo,
le maschere, i vasi, i frammenti sono la memoria scavata che ritorna
a farsi sentire e ci chiede di essere ascoltata. Il Mediterraneo
delle parole è il “Mediterraneo dei silenzi mai definiti nelle voci”
ci dice Abshu e questo Mediterraneo non ha neppure bisogno di
memorie perché in ogni parola la dimensione delle immagini non ha
stratigrafie di terreni ma palpiti, sensazioni, percezioni.
Il Mediterraneo della poesia è
altro dal Mediterraneo dei musei. Le parole non hanno fisicità e non
sono oggetto. “Non toccarmi l’anima/tu donna dei Mediterranei
perduti/ho già camminato sulla sabbia del tuo deserto/e non ho
sguardi da consegnarti/il rumore che ascolti non ha tempo/il suono
della cetra ha l’odore dell’incenso/e le stanze che abiti sono paesi
di infinito/il Mediterraneo lo porti con te”.
È Nazhim Abshu nel teatro dei
Mediterranei che includono ad definirsi tra le parole intoccabili,
inafferrabili, leggere come il vento che soffia nel fluttuare delle
maree. In questo fluttuare le parole inafferrabili sono le parole
del mistero avvolgente: da Kavafis a Savinio, da Camus a Calabrò, da
Elitis a Pascoli, da Pavese a Seferis, da Teodorakis ad Abshu.
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pubblicato il 18
maggio 2011
PASSEGIANDO TRA LE
VIE DI FRANCESCO GRISI
NELL’UMANITA’ DI
CUTRO
Tra i luoghi e il racconto della
Magna Grecia
di
Pierfranco Bruni
Passeggiando tra le vie di Cutro in
due giornate di sole e di pioggia. Per ricordare e raccontare i
luoghi di Francesco Grisi. Lo scrittore che nonostante sia nato a
Vittorio Veneto il 9 maggio del 1927 era fortemente legato a questa
Magna Grecia dagli accenti ellenici e dai colori sfumati, tra le
albe e i crepuscoli, di un Mediterraneo che recita i segni e i
numeri di Pitagora.
Due giornate sempre costantemente
accompagnati dal sindaco Salvatore Migale. Questo sindaco che volle
fortemente che Grisi restasse cittadino onorario di Cutro e al quale
l’Amministrazione Comunale ha dedicato la Biblioteca Comunale in un
immaginario che è recita e vita.
I genitori di Francesco erano
cutresi. Il padre, maresciallo dei Carabinieri, con la sua
famiglia, si trovava di istanza a Vittorio Veneto. Ma la
calabresità di Francesco resta nel sangue. Nel sangue delle parole.
Di quelle parole che bussano sempre alla porta del cuore e danno un
senso agli sguardi lungi tra gli orizzonti e il mare.
Abbiamo trascorso due giornate
nella città di Francesco. Per la seconda edizione del Premio
Nazionale alla cultura e per un Convegno dedicato agli scritti
Risorgimentali e mazziniani di Grisi. Scritti che hanno sempre un
narrato e una favola antica tra gli squarci delle voci e le canzoni
che Dorotea, la bella Dorotea con l’accento da brigante e da regina,
ha siglato lungo le conversazioni del nostro discorrere.
Cutro. Giù il mare e appena
lasciata la strada chiamata 106 si legge l’ombra, tra la lontananza
e la vicinanza sempre più diretta, il paese – città dal quale
Francesco partiva con lo sciaraballe del nonno per raggiungere Santa
Severina dove egli aveva studiato negli anni della giovinezza.
Cutro. Una cittadina che è un
riferimento tra una chiesa, quella chiamata delle “Monachelle”.
Splendido complesso d’arte e di restauro, appena inaugurata e il
Crocefisso dai tre volti o meglio delle tre espressioni, di cui
Francesco sottolinea i particolari. Basta una angolatura per leggere
i segni di un Cristo che sorride, che vive l’agonia e che muore tra
le attese della rivelazione. E lascia dentro il silenzio voci
antiche.
Il Convegno con i versi mazziniani
inediti e il Tempio di Pitagora che scava nella memoria e nel sogno
e ancora con il canto di Dorotea che dava un senso agli occhi
turchini o alla passeggiata su Posidonia in una danza ritmata.
Tutto ha un senso. Anche la
finestra della nonna dove i colombi si posavano per raccogliere
briciole di mollica di pane. Quella nonna e quei palazzi tra le
strade dei ricordi che restano a fissare il tempo perduto.
Una Calabria che ha una ospitalità
profonda in quell’anima che è leggenda e linguaggio popolare. Il
sindaco ha preannunciato che al prossimo appuntamento ci sarà un
busto che ricorderà l’ironia di Francesco. E poi un Parco
Letterario. E per no? E poi la biblioteca che custodisce alcuni
segreti sulla cui parete centrale d’apertura campeggia la sua firma
in grande come se fosse un inciso, un graffito. Anzi un benvenuto.
Abbiamo parlato del sacro, del
mistero, del sogno e dei viaggi in una Calabria bella e selvaggia
che sa di pane e di sardella. Cutro. Città nazionale degli scacchi.
Città che ha storia raccolte nei destini. Un gioco nel gioco con gli
applausi che dureranno nei secoli avrebbe detto Francesco Grisi.
E i colori sono destino. Sono
andato via con nostalgia ma con i graffi dei simboli nello scavo dei
miti di un Mediterraneo diffuso tra gli accenti delle donne. Delle
donne di Cutro che hanno occhi come olive e sorrisi marcati sul viso
tra gli scogli del tempo che cammina nel nostro vivere.
Ho passeggiato nelle mattine delle
albe incerte tra i vicoli di Cutro ed ho trovato il fascino di una
accoglienza che è stile, gentilezza, umanità e in un abbraccio c’è
stata una accoglienza che in nessun altro luogo ho trovato. Anche i
vigili, nello loro divise, hanno il calore dell’umanità. Francesco
lo diceva spesso. Sono andato via con malinconia.
Ma l’appuntamento, gli appuntamenti
andranno avanti. Altri Convegni, altri incontri. Raccoglieremo le
relazioni del Convegno sul Risorgimento grisiano in un volume.
Presto. Per ritornare a Cutro e discutere con i cutresi di
Francesco, della Calabria, della storia di una terra che ha
l’attraversamento del mistero nel corpo e negli occhi. Occhi di
oliva o occhi turchini. In una danza che è tutta mediterranea come
la prima sera al Kiterion dove il sorriso è di casa. Il Premio, il
Convegno, il discutere possono essere un pretesto per ritornare, a
futura memoria, a Francesco Grisi. Ma nulla si dimentica. Come
quell’accento che ci fa capire, con Pavese, che qui un tempo era
tutto greco.
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pubblicato il 28
Febbraio 2011
Il romanzo di una vita nella vita che si fa romanzo di Bruni
Il destino tra il narrare e l’alchimia della memoria
e del sogno
di Annette Vicy
“E’
un libro tra le pagine della vita che si racconta come foglie in un
giardino con un paesaggio di stagioni e di colori tra le età e i
destini che sempre si incrociano e vivono anche oltre”.
“LA BICICLETTA DI MIO PADRE”
di Pierfranco Bruni, nelle librerie in questi giorni, è il romanzo
di una vita. O forse è il romanzo che si fa vita. Edito dalla Casa
editrice Pellegrini in una veste elegante con sopra coperta nera,
vive lungo le vie di una recita in cui tutto è possibile. Si
incontrano luoghi, nomi, amori e amore, follia, morte e tragico
sentire. Ci si pone in ascolto. Un romanzo che ha la dolcezza del
tremore, la sensualità dei corpi che si stringono e si amano ma
conoscono l’abbandono e il distacco, il gioco incantevole della
provvidenza e la capacità di confrontarsi con la provvisorietà. Il
padre è la voce nel silenzio del camminamento. La bicicletta è il
tempo finito e l’immagine di uno specchio che tutto riflette.
Si vive tra i dettagli e in un
incantesimo che non bisogna mai capirlo ma raccoglierlo tra le
pieghe del vissuto nel vivere. Il deserto o il mare. Il personaggio
– io narrante si pone tra le rughe di questi fogli che non sono
ingialliti. E la risposta è sempre una ruga in più.
Pierfranco Bruni con questo romanzo
conferma di essere un maestro della parola e un fantasista dei
destini dei personaggi che compaiono e smarriti ritorno a far festa
sotto la tenda e intorno ai falò.
Bruni quasi in conclusione al
romanzo scrive in una breve annotazione: "Ho veramente combattuto la
mia buona battaglia? Devo spiegare le vele. Potrei essere uno
sciamano? Tutto si confonde? Tutto si intreccia. Ma oltre il deserto
c'è sempre il mare. Ho soltanto segnato le rughe che nascondono le
mie giovinezze. Potrò mai dimenticare i paesi e le donne della mia
vita? Le donne? O gli amori? Gli amori che non ho nascosto e la
passione che mi recita il vero infinito amore? È rimasta appesa ad
una parete della mia grande casa di paese la bicicletta nera di mio
padre. Resto un lanciatore di sogni e di alchimie".
Un romanzo tra le pieghe dei sogni
e del vento del tempo nel quale si racconta la vita di un
intellettuale che non smette di metaforizzare la vita vissuta
attraverso i segni che si leggono nella magia dei giorni. Sembra un
diario. Forse lo è tra le pagine di mezzo. Ma c’è una storia che
sembra lacerarsi non dal rimpianto, non c’è mai rimpianto, ma dalla
memoria nella quale convivono sia i ricordi che la nostalgia.
Pierfranco Bruni ci offre un
romanzo vissuto sulla scacchiera di un linguaggio elegante il cui
senso dell’estetica è un entrare e penetrare il tessuto della
poesia.
La bicicletta potrebbe essere
soltanto un pretesto o ancora una metafora del tempo che è sempre un
viaggiare. Ma proprio grazie alla bicicletta si riprende il cammino
sotto l’onda di una profonda spiritualità sia cristiana che sufica
con un interloquire con la misteriosa visione sciamanica del tempo.
San Paolo stesso sembra un maestro
nello stile sciamanico e il paesaggio è quello delle lune e del
mare. Dunque, un intellettuale che ha capito che non occorre cercare
e neppure cercarsi ma aspettare e il vero luogo dell’essere resta
la pazienza legata all’attesa.
C’è attesa perché l’amore è
l’armoniosa conquista dell’attesa nella pazienza senza il bisogno di
cercare.
Questo intellettuale che non crede
alla ragione prende tra le mani il seno del mistero che diventa
sfuggevole perché è indefinibile ma giungono i suoni della vita e di
un amore che sembra fuggire ma resta dentro l’anima e nella
sensualità che scava nello sguardo.
Un romanzo molto forte e
straordinariamente intriso di una pacata alchimia. Bruni gioca con
l’alchimia dialogando con il passare delle sensazioni. Dopo “Paese
del vento”, “Quando fioriscono i rovi”, “L’ultima primavera” e “Il
mare e la conchiglia” questo romanzo sembra chiudere un ciclo.
Cinque romanzi in cui la storia è
assente perché la ragione non è nella parola e nell’onirico vivere
in quanto nell’io narrante si formano i personaggi.
Come in “La bicicletta di mio
padre”. I personaggi si intrecciano con l’io narrante e il
linguaggio è un fiume che recita il mistero. L’autore si rivolge
spesso al “caro lettore” per renderlo personaggio e per portarlo sul
teatro di una recita mai fittizia ma metaforica tra il tempo e il
sogno in una dimensione che ha la sua alchimia tra gli archetipi e i
labirinti.
Ma tutto sembra avere senso o non
senso. Il romanzo è sempre un viaggio incompiuto come la vita che si
la cera nel tempo.
Bruni è dentro questo mosaico i cui
tasselli sono corde di musica bell’infinito e nell’indefinibile. Un
romanzo importante di uno scrittore tra le sponde degli orizzonti
che hanno tramonti ma anche le albe e le aurore.
Si è detto più volte che questo
romanzo è il romanzo di una vita.
Con questo romanzo Pierfranco Bruni
riconcilia la scrittura al fascino di un narrare senza storie ma con
grandi immagini che si definiscono nel segno di una provvidenza che
è speranza e religioso oblio tra le parole e la memoria che continua
a vivere tra le pagine di un viaggiatore che si è fermato per
ascoltare una partita tra le ombre, le nebbie e le lune oltre la
luce.
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pubblicato il 20
Febbraio 2011
TUNISI NEL MEDITERRANEO DEGLI ESCLUSI
di Pierfranco Bruni
Ci sono giochi di luci sul
Mediterraneo che fanno ombre tra le nuvole e la pioggia. La Sponda
Sud, come canta Eugenio Bennato, è il nostro destino che abita la
memoria. Una memoria che vive tra i tragitti delle attese nella
storia che si ripete mai uguale ma si ripete con i popoli che vivono
le diaspore e le fughe nella disperazione.
Questo nostro Mediterraneo di
tramonti e di albe è infuocato dalle etnie, dalle lingue, dalle
tradizioni, dai costumi e da una impercettibile malinconia che
recita la poesia di un Occidente che penetra in un Oriente tra la
durata dei riti e la trasgressione delle eresie. Ma Tunisi è una
rivolta.
Ho ricordi che affiorano tra i
bagliori dei lanci nelle piazze. Le donne tunisine, algerine,
marocchine hanno gli occhi rivolti al mare ma il loro sguardo ha la
durezza e la tenerezza del deserto. Sono stato a Tunisi. Di recente.
Una donna con il foulard sul capo
mi ha detto, mentre aspettavo il mio turno in aeroporto, con voce
dal ritmo francese e arabo: “Tu sei Mediterraneo ma non appartieni
alla nostra gente. Sei di un Mediterraneo nobile che ha intrecciato
le civiltà ma non vive tra i luoghi del nostro mare o negli spazi
dei deserti. Conosci il nostro mare e il deserto come una fotografia
e anche se il tuo viso è avvolto dalle nostre pashmine e dai nostri
colori tu sei altrove. Potrai mai capire i nostri distacchi, le
nostre lontananze, la nostra parola”.
Mi ha preso la mano e ancora mi ha
detto: “Noi, donne di Tunisi siamo anche la nostra parola. Tunisine,
arabe, francesi, siciliane. Abbiamo di fronte i limoni e gli
aranceti ma i sapori e le onde degli odori hanno un’altra natura.
Hai avvertito il dolciastro della Medina? Ti ho visto nella Medina,
l’altra sera fumavi il calice della pazienza ma era incerto, quasi
pauroso. Non sei uno dei nostri anche se ne porti i segni e il tuo
guardare ha la profondità della pazienza”.
E poi: “Siamo vissuti e viviamo tra
le strade di questa città ma il nostro cuore è impastato di acqua e
di terra. Di acqua di mare, acqua salata e di sabbia, una sabbia che
ha granelli sottili. Abbiamo sempre il timore di una sabbia d’acqua
o di una pioggia di sabbia. Per noi andare via è strappare la sabbia
che si fa acqua e l’acqua che vive nella sabbia della nostra
storia”.
Mi ha guardato a lungo. Poi con gli
occhi abbassati si è allontanata. Non sono riuscito a raggiungerla.
Ho perso il ritmo dei passi e la fila si è allungata. Una corsa
nell’aeroporto di Tunisi ma non ho trovato il suo profumo di donna
nella malinconia della partenza o di donna nella nostalgia del
ritorno.
Tunisi è un immaginario nella
realtà. La Tunisi che ho conosciuta alcuni anni fa. Dei miei
incontri. In un albergo di Tunisi ho finito di scrivere la seconda
edizione del mio libro su Marika e Aldo Moro. Non sono passaste
molte lune eppure il tempo cammina e cammina sulle onde che
scivolano nell’alta marea.
Oggi la tragedia si intreccia ai
suoni orientali. Tunisi, Algeri e poi la Libia con la sua stringente
mediterraneità tutta araba tra i solchi dei cammelli e il vento che
giunge dalla Sicilia.
Quest’Africa del Nord è nel nostro
Sud. Dovremmo non disperdere i ricordi e neppure i pensieri. Sono
davanti al mare di Sicilia e ascolto le voci. Chissà che fine ha
fatto la mia tunisina dall’accento arabo – francese – siciliano?
“Ma certo, noi facciamo parte di un
Mediterraneo degli esclusi”. Con queste parole si allontanò da me.
Continuo a riflettere su questa frase tanto che diventerà il titolo
di un mo libro. Il Mediterraneo degli esclusi. La vita, la poesia, i
poeti, gli amori, i viaggi. Un diario che racconterà frammenti di
destini.
Ma cosa ci resta in queste
dimenticanze che urlano l’oblio di una civiltà? Mi ritornano come un
fulmine viola le mie passeggiate tra le viuzze della Medina di
Tunisi. Uno scialle bianco e nero sul capo e sulle spalle. La
Moschea con i suoi tappeti. Puntuale l’urlo della preghiera. Ma
quando si prega non ha importanza essere cristiani o musulmani.
Mi affascina l’Islam. L’Islam di
Nazhim. I suoi versi mi lacerano l’anima. Ma Nazhim era nato proprio
a Tunisi. Nella città dei fuochi e delle fiamme che cristallizzano
il cielo.
“Mai mi allontanerò dalla
Medina./Cristo restituiscimi il porto./Tu conosci le
parole./Maddalena. Maria. Giuda./Il cuore di pietra nel solco del
mare./La sabbia del tuo deserto io parlerò./Parlerò le tue
lingue/con l’inquietudine in frantumi./L’acqua del tuo mare io
parlerò./Resto come vela nel porto dei nostri destini./Cristo./Le
mie preghiere sono nella tua stagione/e il quotidiano è una ferita
nel sale dei giorni./Con te/io vivo”. Nazhim Abshu mi accompagna con
il suo pensare, i suoi versi, la sua avventura.
Mi restano questi versi tra le
pieghe di un quaderno dalla copertina nera. Ancora ci sono le luci
nel Mediterraneo. Tunisi mi sconvolge. Cerco altri ricordi. Sono
nella fuga dei misteri o nel volo dei dervisci danzanti che ruotano
nel cerchio magico dell’infinito.
Un sogno mi ripete: “Se hai
coraggio dimentica. Se il ricordo ti assilla non allontanarti. Il
paesaggio della memoria non ha orologio o clessidra. Resta nei
tracciati della magia. Un mistero è una magia. Cristo è nel culto
degli sciamani. Ma solo il silenzio renderà bello l’eterno. Abbiamo
bisogno di bellezza e la provvisorietà è nel giro tondo
dell’imprevedibile”.
Qui finisce il sogno. Questo sogno.
Non so se mi sarà data la possibilità di ritornare a Tunisi. La
Sponda Sud. Ma non ho rimpianti e non credo al caso. Non mi
interessa la razionalità. Cerco di capire la Provvidenza e mi affido
non alla ragione ma al mistero che custodisce i segreti. il vento di
Tunisi mi riporta echi e lo sguardo della donna conosciuta in
aeroporto mi accompagna.
Mi accompagna. La donna con il
foulard. Con la sua dolcezza e con la sua sparizione. Il suo
Mediterraneo degli esclusi è nel mio diario. Ma perché mi ha parlato
del Mediterraneo degli esclusi? Donna di Tunisi con il viso avvolto
negli azzurri e gli occhi che fissano il mistero.
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pubblicato il
25 Ottobre 2010
A 150 anni
dall’Unità d’Italia
GIUSEPPE GARIBALDI: SOCIALISTA E
LIBERALE?
Marx non
amava Garibaldi!
E Garibaldi era
lontano dal materialismo marxista
di
Pierfranco Bruni
E' tempo di consuntivi non
solo politici ma anche storici. Le riletture si fanno sulla base di
una ricostruzione e di una interpretazione. Si parla e si parlerà
ancora di Giuseppe Garibaldi (Nizza 1807 – Caprera 1882) in
occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia.
Ci sono alcune considerazioni
di ordine ormai storico e non più ideologico.
Su quale storiografia si basa il
“pensiero” politico di Garibaldi? Una provocazione? Direi di no. Ma
una osservazione certamente sì.
Che Giuseppe Garibaldi non fosse
amato da Carlo Marx è un fatto risaputo. Diciamo che a Marx non era
simpatico Garibaldi. Lo aveva addirittura “stroncato”. Ciò è stato
confermato anche da “l’Unità” non molto tempo fa.
Si potrebbe parlare di un
Garibaldi eretico? Ma ancora una volta storia, leggenda e mito si
ritrovano insieme nel tentare di ridefinire il personaggio. La
rilettura di Giuseppe Garibaldi attraverso il volume (il
cinquantaduesimo) del Dizionario Biografico degli Italiani
aveva già posto delle riflessioni anche politicamente provocatorie
che dovrebbero aprire una pagina significativa della nostra storia.
Un Garibaldi “altro” potrebbe anche mutare o approfondire una
visione dell’Unità d’Italia e del Risorgimento stesso.
Mi sorge spontanea una
domanda che, a dire il vero, mi ero già posto nei mesi scorsi, in
una rilettura complessiva dalla storia unitaria ai nostri giorni, e
che ora ritrovo nella sua attualità ma anche nella sua sostanza
storica.
Eccola.
E se, chiaramente alla luce di una
rilettura, Giuseppe Garibaldi fosse, tutto sommato, un “pensatore”
dell’azione nazionalista? O un “garibaldino”, rivoluzionario per
dirla tutta, la cui idea principale era quella dell’identità
nazionale? Fuori da qualsiasi concetto internazionalista? Proprio
così.
Ma sì. La domanda non è
peregrina. Bandiera del Psi all’epoca craxiana. Il Craxi
nazionalista e difensore della Patria. Mito indiscusso del leader
socialista in quegli anni dai consensi inebrianti. Craxi, in quel
tempo, si sentiva un Garibaldi redivivo. O con quali socialisti
starebbe oggi Garibaldi? Tra l’ironia e la rilettura, piuttosto
spinta sulle comparazioni, Omar Calabrese aveva sottolineato un
paragone che andrebbe letterariamente approfondito.
Infatti si era così espresso: “…
nella giungla dove Sandokan fugge con la Perla di Labuan, par di
vedere Garibaldi con Anita nella pineta di Ravenna”. Calabrese ha
condotto il suo discorso spingendosi sulla popolarità di Garibaldi.
Eroe popolare ma anche eroe del popolo.
Renato Zangheri, invece,
aveva posto l'accento sul Garibaldi socialista e sul ruolo dei
contadini nell’avventura garibaldina. Ha precisato: “I contadini
avevano assistito passivamente al moto unitario. Ma quando entrarono
nella vita dello Stato negli ultimi decenni dell’’800 e nei primi
del ‘900, lo fecero in gran parte sotto le bandiere del socialismo.
Un socialismo riassunto soprattutto dalla figura di Garibaldi”.
Franco Della Paruta ha parlato del
Garibaldi “convinto internazionalista in America Latina”. Carlo Jean
si è soffermato sul condottiero risorgimentale.
Credo che la figura di
Garibaldi vada riproposta attraverso una precisa contestualizzazione
storica in un quadro di rilettura generale pre e post unitaria.
Fu socialista e nazionalista,
monarchico e liberale. Insomma non lo si può lasciare ad una lettura
scolastica, ma va approfondita la sua posizione all’interno di una
temperie che nel corso di questi decenni ha vissuto dei veri e
propri processi di ricerca e interpretativi.
A parte questo, il discorso
su Garibaldi nazionalista può assumere una riflessione seria.
Si ricominci a discutere del ruolo
che ha avuto il Garibaldi nazionale e nazionalista in tutte le
vicende politiche che lo hanno visto protagonista. Nazionalista e
liberale lo fu in tempi non sospetti. Ma si parlò di un Garibaldi
“interventista dei nazionalisti” come si parlò di un Garibaldi
“profeta della dittatura” e poi di un Garibaldi “progressista del
Fronte popolare”. Ma ci sono dati che vanno confutati.
I liberali italiani, dopo che
la Legione italiana, da lui fondata nel 1843, difese Montevideo da
un cruento assedio e dopo la battaglia di San Antonio al Salto
dell’Otto febbraio 1846 nella quale gli italiani ebbero una
straordinaria vittoria (fu in questa battaglia che i legionari
garibaldini adottarono la camicia rossa), organizzarono una
sottoscrizione in tutta Italia per insignirlo con una spada d’onore.
Ciò è soltanto un mero
episodio trascurabilissimo in confronto a tutte le posizioni assunte
da Garibaldi nel corso della sua attività politica. Soprattutto
bisognerebbe rileggere le sue “Memorie” per rendersi conto della
vera statura del generale e della grandezza dell’uomo politico, il
cui senso della rivoluzione è rompere gli steccati per creare
libertà alla tradizione, alla Nazione, alla Patria, alla famiglia,
attraverso quei modelli di libertà che provengono certamente dal
liberalismo ma anche dal nazionalismo.
In molte occasioni si
potrebbe accostare Garibaldi ad Antonio Salandra. Il primo
Presidente del Consiglio che unificò la conquista per la terra ad
una politica liberale. Un primo ministro che veniva dal Sud, dalla
Puglia, e conosceva molto bene il rapporto tra le lotte per la terra
e una concreta politica agraria.
Molte tappe segnate da
Garibaldi sono da considerarsi in quel profilo politico, in cui
l’idea dell’Italia si definiva nell’Idea dell’Identità Nazionale.
Un personaggio forse eretico. O un generale eretico nazionalista. E
lo ha testimoniato più volte nel corso del suo impegno e della sua
attività. Sino a quando fu relegato a Caprera, dalla quale si
allontanò soltanto dopo la caduta di Napoleone III per andare in
aiuto della Francia che era stata invasa.
Non va trascurato il fatto che
nonostante fosse stato eletto in quattro dipartimenti non volle
partecipare mai alle sedute dell’assemblea di Bordeaux. Nel 1874
venne poi eletto nel Parlamento italiano. Si occupò di sovranità
nazionale e dei problemi inerenti le realtà contadine.
La guerra, per Garibaldi, era
un fatto nazionale e di popolo. Era sempre una guerra per la libertà
e non un fatto militare soltanto. Una guerra è sempre, secondo
Garibaldi, un coinvolgimento di popolo e come tale va considerata:
come portatrice dei valori di una Nazione.
Ristudiare Garibaldi certamente
offre, oggi, una diversità di valenze.
La storia non finisce e non ha
parentesi. Rileggere Garibaldi tra il mito e la storia significa
anche reimpostare un processo storico che parte dalla preparazione
dell’Unità d’Italia, ovvero dalle fasi post - unitarie.
Garibaldi, personaggio che va letto
attraverso due profili che, comunque, non possono vivere separati:
la storia e il mito. Insieme costituiscono il fascino di questo eroe
dei “due mondi”.
Proprio per queste ci sono
spaccati che vanno compresi, e in un tempo di perdute ideologie è
necessario riflettere con maturità e consapevolezza. Giuseppe
Garibaldi resta una personalità controversa. Si pensi soltanto ai
suoi anni di riposo (o meglio di esilio) o ancora alla sua
“vertenza” liberale riguardante proprio l’Unità d’Italia.
Garibaldi fu un Generale che non
accettò il marxismo e non condivise i cosiddetti percorsi proletari.
D’altronde perché Bettino Craxi, che la storia del socialismo la
conosceva bene, lo aveva indicato come riferimento partendo proprio
da un certo teorico del socialismo che rispondeva al nome di
Proudhon (Besancon 1809 – Parigi 1865)?
Il socialismo ha nel suo Dna l’idea
di identità nazionale. Quell’identità nazionale per la quale i
socialisti interventisti difesero la Patria proprio nella Prima
guerra mondiale.
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