|
sei in
EDITORIALI
Letteratura pag. 4
*********
|
Editoriali, recensioni e saggi di LETTERATURA
|
|
|
|
|
pubblicato il 30 maggio
2009
Tutelare i dialetti in un’Italia dei dialetti
e non solo le lingue minoritarie
“etniche”.
Si apre una interessante discussione per una proposta
normativa.
di Pierfranco Bruni
“Credo che sia necessario, sottolinea Pierfranco Bruni,
Presidente dell’Istituto di Cultura delle Lingue del CSR,
ripensare alla cultura dei dialetti non solo attraverso una
chiave di lettura antropologica ma anche grazie ad un percorso
giuridico, che ponga le basi per una vera e propria legge di
tutela sui dialetti, che non sia la stessa che tuteli le
cosiddette lingue minoritarie”.
L’Italia è una Nazione, che si caratterizza culturalmente
proprio per la varietà delle forme dialettali da non confondersi
con “altre lingue”. Il dialetto è parte integrante del costume e
della tradizione di una Regione ma anche di territori
all’interno di una stessa Regione. Ci sono varianti nei
dialetti della lingua italiana, che mostrano la vera storia di
una comunità ben definita all’interno della comune identità ed
eredità nazionale. Ecco perché occorre puntare ai dialetti come
patrimonio culturale, partendo da un presupposto preciso che è
quello che devono restare, i dialetti stessi, dei modelli in una
visione tra recupero delle tradizioni e letture antropologiche.
Conoscere i dialetti non è la stessa cosa di tutelare etnie o
lingue minoritarie. I dialetti sono, comunque, appartenenza
della cultura italiana. Questo deve essere chiaro, soprattutto,
alla luce di una nuova dialettica sulle lingue minoritarie e
sulle particolarità etniche.
“Il dialetto, dichiara Pierfranco Bruni, nasce nel
contesto del tessuto culturale nazionale e quindi tutelarlo
significa anche rafforzare la stessa lingua italiana, la quale
nasce, appunto, da modulazioni dialettali. Ogni Regione presenta
le sue caratteristiche e, dal punto di vista linguistico, si
pone con delle precise koinè espressive.
Il dialetto è altro rispetto ai processi linguistici ed etnici
delle presenze minoritarie anche perché ad essere interessato è
tutto il tessuto nazionale. D’altronde c’è una straordinaria
letteratura dialettale che si mostra con una sua freschezza e
interessa il Nord come il Sud dell’Italia con degli incisivi
aspetti per i dialetti “isolani”. Si riapre un capitolo anche
sulla questione del sardo”.
Bruni si ripropone l’antico interrogativo: “Il sardo è una
lingua o un dialetto? Il Friulano pone la stessa questione.
Perché non dovrebbero porlo il siciliano e il napoletano? Quindi
scientificamente sgombriamo il campo da equivoci. C’è una legge
di tutela sulle lingue minoritarie, che va necessariamente
riconsiderata e rivista in molti aspetti e ci sono dei dialetti
da considerare come veri manifesti del mosaico linguistico della
Nazione, che vanno salvaguardati per la loro importanza storica,
per il loro contributo letterario, per il loro arricchire
l’eredità della stessa lingua nazionale”.
Naturalmente alla base di una discussione su tali materie resta
una norma fondante che è quella della lingua italiana senza
cadere però nell’accettazione di una lingua che possa perdere
la sua struttura originaria per favorire inserti, che provengono
da altre forme di “meticciato” linguistico.
“La lingua italiana, afferma ancora Bruni, è lingua nazionale di
un popolo con le “dovute” varianti. Ma non si può parlare di
bilinguismo “etnico” o storico ad oltranza. Ci sono casi da
riconsiderare e fenomeni che andrebbero riletti come la
presenza, non solo culturale, ma linguistica della lingua
albanese in alcuni centri italo – albanesi, presenti addirittura
in sette Regioni dell’Italia centro – meridionale.
Qui si pone un problema molto serio. Un conto è definire il
rapporto tra etnia albanese presente in Italia e tutela della
lingua albanese. Un altro dato invece è tutelare l’albanese come
lingua.
Si dovrebbe ridefinire la contestualità attraverso una marcata
distinzione tra l’arbereshe (italo – albanese) e lingua
albanese. Il paradosso è che in alcune Università non si insegna
l’arbereshe ma la lingua albanese come modello tutelante in
Italia”.
Con forza Pierfranco Bruni insiste: “Non si possono
naturalmente, con tutto il rispetto per i sapere avanzati,
condividere sia culturalmente che giuridicamente queste scelte
ma l’errore iniziale sta nella legge, che tutela le lingue
minoritarie perché parla di lingua albanese e non di arbereshe.
Una correzione va fatta urgentemente e tutta la normativa va
rivista anche perché si entra in un groviglio di confusioni, che
sono apparentemente culturali ma che si impongono come elementi
meramente giuridici e non è poca cosa.
In virtù di ciò non dispiacerebbe aprire un serio dibattito sui
dialetti italiani ma i due aspetti, anche sul piano giuridico,
vanno trattati in modo chiaramente distinti. Puntiamo alla
tutela della cultura dei dialetti perché solo così si rafforzerà
la storia, la tradizione e le culture nazionali della civiltà
italiana.
Il dialetto, cesella sempre Bruni, è patrimonio condiviso di una
Nazione ed è parte integrante nei processi integrativi tra
lingua, storia e identità. Ben altra cosa sono le lingue
minoritarie, che vanno, chiaramente, tutelate ma andrebbero
giuridicamente regolamentate.
Non capisco, conclude Bruni, perché anche dal punto di vista
economico le lingue minoritarie possono attingere a contributi e
la cultura dei dialetti resta ancora un campo sommerso, che non
presenta alcuna forma di garanzia giuridica”.
Campi, ovviamente, distinti ma da riconsiderare e
ricontestualizzare. I dialetti sono dentro la storia della
Nazione e hanno fatto la lingua italiana. Partiamo da questo
presupposto senza confondere gli aspetti ma con delle idee
precise e con una volontà, che possa puntare sia alla tutela che
alla valorizzazione. |
|
inizio pag. |
pubblicato il 28 maggio
2009
SENECA IL FILOSOFO SULLA DIFENSIVA
ALLA RICERCA DI PAOLO
di Pierfranco Bruni
Nel tempo di Nerone (nato nel 37 e morto nel 68) si incrociano
le vite di Seneca e San Paolo. Seneca è il sapiente della
difensiva ma che non ha mai osteggiato il viaggio della
cristianità. Non per questioni di virtù ma perché ha sempre
interpretato le parole dei cristiani con lo spirito della
comprensione verso quella ricerca della verità. Non di un verità
ma della verità. Questo è uno dei nodi centrali del dialogo che
Seneca ha voluta intrattenere con Paolo.
Mi sembra un fatto di grande importanza soprattutto se si
rileggono lo scambio di missive apocrife tra i due. Lettere
scritte sotto il Regno di Nerone. Non si può prescindere
storicamente da questa condizione ma non si può neppure
dimenticare l’avvicinamento che cercò Seneca nel condurre le
parole di Paolo dentro il senato romano.
Pur essendo state definite Lettere Apocrife, quelle di Seneca a
Paolo e viceversa, hanno una chiave di lettura significativa
perché impongono realmente una riflessione non solo sulla
religiosità ma sulla fede cristiana. Se poi Seneca si sia
avvicinato a Paolo perché spinto dal bisogno di verità cristiana
è un altro discorso ma resta il fatto che gli scritti di Seneca
hanno sempre un particolare di attenzione verso la parola della
fede. È un sapiente che non solo conosce i limiti e vive nella
mediazione ma fa della tolleranza, questo sì, una virtù.
I suoi scritti già molto prima delle Lettere apocrife
manifestano ciò. Penso ad un piccolo scritto dal titolo “La
provvidenza”. Seneca scava nei contenuti di Dio e affronta il
problema del male e dei giusti. Solo i giusti possono
comprendere il segnale del male. Dirà sostanzialmente. Seneca
sostiene che Dio mette alla prova. Questo mettere alla prova non
è più un concetto laico ma entra nella sfera del divino e del
misterioso.
Il cammino bisogna condurlo a termine anche a costo di cadere.
Sostiene ancora Seneca. Un segnale che diventa forse un
profezia.
Una filosofa che si è posta la questione del tempo cristiano in
Seneca è stata Maria Zambrano e pone alcune attente riflessioni.
Il senso del viaggio, del tempo, la “misura” della memoria, la
nostalgia, la capacità di comprendere il sentimento dell’esilio
(nella letteratura e nella filosofia), il rapporto tra destino,
mito e sacro, la dimensione offerta dell’eresia o il bisogno di
capire l’altro oltre la religiosità non sono altro che tracciati
che fanno della filosofia di Marìa Zambrano una scrittura
nell’intreccio della metafisica dell’anima attraverso un
“codice” dell’essere che è dettato dal Ritorno alla Tradizione.
Si confronta a tutto tondo, la Zambrano, con le letterature
della distanza, dei distacchi ma soprattutto incide un solco
nelle parole delle malinconie.
I suoi studi sono nel vento dei sogni e nel tempo della
riconquista delle radici. Spagnola, nata nel 1904 e morta nel
1991, ha vissuto il suo tempo di esilio con le immagini delle
memorie e in questo suo “mirare” tra i paesi delle sconfitte e
delle eredità è riuscita a trovare nella figura e nell’opera di
Seneca una di quelle chiavi di lettura con le quali ha
stabilito un dialogo non solo culturale ma soprattutto
esistenziale.
Il suo Seneca, (Maria Zambrano, “Seneca”, Bruno Mondadori,) è
quello dell’esilio in Corsica, è quello della solitudine, è
quello della grecità che mutua il sentiero greco – romano in
mediterraneità. È il Seneca che si incontra con Paolo e non si
divede nella spaziatura tra cultura pagana e cultura cristiana.
Il suo lavoro su Seneca ci riporta ad una interpretazione che va
oltre le righe della filosofia stessa.
Per Maria Zambrano (uno dei pochi filosofi che ha riletto in
modo comparativo il “personaggio” e l’antifiloso in Seneca)
Seneca “non è un filosofo, ed è il filosofo, dicono, a dover
essere maturo per la morte, e quasi intriso di essa, come
scrivono Platone e Plotino. Non è neppure un mistico come il
sapiente orientale, che cerca in vita di annullare la propria
nascita, di nascere e poi di cancellare l’agitazione della
nascita. È un sapiente sulla difensiva”.
Il punto di discussione che pone la Zambrano ruota proprio
intorno al tema del tempo che diventa il tema della vita e della
morte in un radicarsi nel mosaico del viaggio – ricerca. Anche
il suo incontro con Paolo nella temperie neroniana si fa
“difensiva”. Nelle 14 lettere, considerate apocrife, tra Seneca
e Paolo si sottolinea, anche dal punto di vista della
“indulgenza” filosofica cristiana o meta-cristiana da parte
dello stesso Seneca, una letteratura della difensiva che offre
allo spazio – tempo la forza di dialogare sulla storia e persino
sugli orizzonti della fede. Nella prima Lettera apocrifa di
Seneca a Paolo si legge: “Voglio anche che tu sappia che con la
lettura dei tuoi scritti, cioè di alcune tra le molte lettere,
da te inviate a città o capoluoghi di provincia…ci siamo
profondamente ricreati…”. È Seneca che cerca nelle parole di
Paolo non una consolazione ma una via.
Ma è anche Paolo che si appropria della parola di Seneca per
dedurre la parola del sapiente che viaggia lungo la strada della
difensiva, soprattutto quando Seneca annuncia a Paolo di aver
parlato e cercato di spiegare a Nerone del linguaggio usato
nelle Lettere paoline. Ma nelle Lettere apocrife tra Seneca e
Paolo si leggono alcuni incisi straordinari.
Seneca scrive a Paolo: “…sei il vertice e la vetta di tutti i
più alti monti, non vuoi dunque che mi rallegri se io sono così
vicino a te, da essere considerato un altro te stesso?”. E poi
più avanti: “Nelle tue lettere il mio posto è anche il tuo:
magari potessi considerare come mia la tua posizione!” è Seneca
nella XII Lettera a Paolo.
Mentre Paolo nella XIV Lettera risponderà: “…devi evitare le
pratiche religiose dei Pagani e dei Giudei e ti farai nuovo
testimone di Gesù Cristo, annunziando in forma elevata la
perfetta sapienza, che appena raggiunta, farai penetrare
nell’animo del sovrano terreno, dei membri della sua corte e dei
suoi amici fidati…”.
Una chiave di lettura che potrebbe riaprire un discorso di
estremo interesse non solo religioso in sé ma anche culturale
tra la teologia di Paolo e il cammino verso una sapienza verità
di Seneca.
Ma cosa fa Seneca, secondo Maria Zambrano? La filosofa spagnola
(conterranea dello stesso Seneca) scrive: “…il filosofo stoico
non è un filosofo che è diventato tale per amore della sapienza,
per ansia di verità, ma che è andato alla ricerca della verità
come rimedio per la sua vita”.
Quella ricerca che è stata considerata sempre un viaggio sia
dentro il destino sia dentro la possibilità di leggere il
messaggio cristiano. Una duplice valenza che ha posto a Seneca
il problema sia metafisico sia dell’anima. Paolo ha avuto una
importante presenza e la ha avuta proprio nel momento in cui
Seneca si appresta a morire. Quel pensare alla morte si
dividono, forse, i ritorni.
Per Seneca, come ci dice la Zambrano, la morte fu “un tragico
fallimento, il fallimento dell’intellettuale di fronte al
potere”. Per Paolo fu la speranza, il tempo dell’incontro
cristiano, con Cristo. Seneca nel morire ha perso Cristo. Ha
perso, forse, quella “Paternità” alla quale fa riferimento San
Paolo nella Lettera ai Galati.
Ma è nel concetto di sopportazione e di serenità che il
linguaggio di Seneca a Paolo e viceversa trova il segno
tangibile di un incontro che è volto a “combattere la buona
battaglia” con le vele spiegate.
Paolo nella VI lettera apocrifa dice a Seneca: “Dobbiamo portare
rispetto a tutti, tanto più quando cercano pretesti per sfogare
il loro sdegno”. Un messaggio proprio all’insegna della
cristianità del viaggio. Seneca saprà cogliere questo invito.
Con la sua morte.
|
|
inizio pag. |
|
pubblicato il 24 maggio
2009
Taranto sulle rive dei poeti del Novecento
Pierri, Carrieri, Spagnoletti, Fornaro
di Marilena Cavallo
Sulle rive della
poesia ionica di Taranto parlando di Novecento. Ci sono sviluppi
tematici e profili letterari importanti sia dal punto di vista
geografico – poetico che umano. Taranto è dentro i profili della
poesia italiana del Novecento. C’è da dire che la poesia
contemporanea trova nella dimensione dei luoghi una tensione lirica
che diventa fondamentale per una contestualizzazione di una
geografia che non è soltanto una visione del sentimento dell'anima e
dell'essere ma di un sentimento dell'appartenenza.
Il luogo come
territorio, il paese o la città come rapporto fisico con
l'esistente, le strade come metafora di un tracciato che indica un
viaggio. Il tutto in un intreccio in cui il suono della memoria
incontra il presente. Gli echi del tempo sono filtrati dalla realtà
e la parola diventa un linguaggio ovattato da simboli che recitano
il quotidiano che è custodito nel sempre. Poeti solari, nella
affermazione dei luoghi.
La poesia, ma la
letteratura in senso più generale, trova nelle immagini un codice
che è semantico certamente ma è sostanzialmente destoricizzato
perché vive il luogo, ovvero il territorio, come partecipazione al
tempo della memoria. un percorso come testimonianza.
Allora. Michele
Pierri (Napoli 1899 - Taranto 1988), Raffaele Carrieri (Taranto 1905
- Milano 1982), Giacinto Spagnoletti (Taranto 1920 - Roma 2003),
Cosimo Fornaro (Taranto 1928 - 1992), sono un percorso in una poesia
che ha tratteggiato quei luoghi della Magna Grecia che ha trovato in
una città come Taranto l'incantesimo della magia delle radici. Il
cuore del Mediterraneo che pulsa tra il mare e la ricerca delle
radici.
Quattro poeti che
segnano, nella temperie contemporanea, pur in una diversità
generazionale, una ridefinizione di un rapporto tra luogo
dell'essere, luogo dell'esistere, luogo delle radici, luogo della
partenza. Il territorio per questi poeti è una dimensione della
spiritualità e il linguaggio della poesia costituisce l'ancoraggio a
delle metafore che superano il tempo quotidiano. Un tempo fatto di
allegorie.
C'è un legame
costante tra tempo e territorio e il tempo resta un sillabario che
proviene da una straordinaria impaginazione dell'infanzia.
Un'infanzia vissuta nel luogo e il dialogo tra luogo e poesia
diventa un raccordo dell'immaginazione che trova nel ricordo una
chiave di espressione esistenziale. Immaginazione su un tempo e su
un luogo e non finzione e non mascheramento. Il senso del ritorno è
un sentimento.
Pierri pur non
essendo nato a Taranto in questa città si ritrova e rilegge i
segmenti di una civiltà che lo portano a determinare una scelta che
ha rimembranze remote, dipinte in un quotidiano vivere perché del
luogo, di questo luogo, conosce gli intagli e i nascosti anditi
della sua storia. Un poeta del sublime che ben ha saputo
raccogliersi in una geografia dell'essere. Una geografia che si
incastra nella memoria.
Carrieri ha
recitato il mare nell'infinito destino dei viaggiatori che cercano
un approdo. Il mare della sua infanzia è nell'indefinibile desiderio
di raccogliere i cocci di una stagione di tempo che vive dentro
l'anima. "L'infanzia/Del mare/Mescolai/Alla mia". L'intercalare
espressivo è un salto rievocativo che non smarrisce, comunque, le
tracce del mito che danno un senso indelebile alla storia stessa di
un luogo.
Giacinto
Spagnoletti ha decodificato atmosfere e stagioni, paesaggi e
passaggi di una città troppo legata ai suoi antichi radicamenti.
Così. "Mi parevano così lunghi quei tramonti/soffocati dal gorgo
delle rondini/e dagli addii delle campane./Tardi s'accendevano i
fanali,/le acetilene scoprivano i meloni e le cozze/all'occhio dei
passanti". La luce e le stagioni in un Mediterraneo che è ricordo
d'infanzia.
Nella ragnatela
poetica di Cosimo Fornaro ci sono lampi in cui il tremore
dell'infanzia è una sottolineatura lirico - esistenziale di estremo
appagamento. "Nella città il sole si coglie a spigoli o a strisce
tra le file dei palazzi o gli angoli delle strade. Nei paesi no. Non
lo si vede perché splende uniforme con una violenza che ossessiona,
specie in estate".
Il territorio è
un'espressione del tempo - memoria che si articola in un intreccio
parossistico alla cui base c'è l'incontro reale e metaforico con la
dimensione dell'appartenenza. Il territorio è appartenenza e nella
poesia si legge come un modello rappresentativo singolare. Ma è sul
territorio che i poeti si ritrovano. Territorio dell'anima e della
storia.
Poeti che hanno
delineato non dei messaggi ma hanno definito, appunto, delle
immagini. Immagini che durano proprio perché sono state trattate
attraverso il linguaggio che trasmette. Un altro autore che entra
come riferimento tra i destini delle metafore che raccontano un
territorio come sistema di appartenenza ad un luogo della geografia
e dell'essere (per restare chiaramente all'identità di Taranto come
testimonianza del presente e spiritualità della grecità) è senza
alcun dubbio Giulio Cesare Viola (Taranto 1886 - Positano 1958). Uno
scavo nella coscienza di un luogo ma anche una riaffermazione di una
identità che ci porta a quel mondo classico che è presente in tutto
gli altri poeti citati.
Il luogo è
appartenenza perché è radicamento. Una esperienza che non è
sociologica ma letteraria. Il luogo per un poeta non giunge ad altre
affermazioni se non attraverso ragioni che non siano poetiche.
Perché è nella poesia che la geografia del territorio si fa essenza
lirica. Cogliere nella parola questa essenza lirica è dare un
significato ai valori di una identità. E' il luogo che manifesta i
codici identitari. Luoghi che si intrecciano e che si parlano nella
meraviglia di una consapevolezza.
I poeti si
portano dentro le allegorie dei luoghi, i quali non vengono mai
sepolti ma recitati sulle onde di un vento che raccoglie nostalgie.
Pierri per una sua esperienza tra testimonianze di città: Napoli e
Taranto. Carrieri tra Taranto e Milano. Spagnoletti tra Taranto e
Roma. Fornaro ha viaggiato nella sua Taranto recuperando il lirismo
di quei luoghi che sono metafora dell'indefinibile. Poeti della
nostalgia.
I poeti sono, in
fondo, i trasmettitori di relazioni simboliche che resistono
all'urto della storia. Non una operazione educativa ma di scavo e
conoscenza. D'altronde un grande poeta contemporaneo ha saputo
recitare il passo e le voci di Leonida:
"Molto lontano dormo
dalla terra
d'Italia e dalla mia
patria, Taranto.
Questo è per me più
amaro della morte.
Tale è la vana vita
d'ogni nomade.
Ma le muse mi amarono,
e per tutte
le mie sventure mi
diedero in cambio
a dolcezza del miele.
l nome di Leonida non è
morto.
I doni delle Muse lo
tramandano
per ogni tempo".
Per questi poeti
le partenze non sono state delle fughe e neppure dei tradimenti.
Forse degli abbandoni. E ritornare è riappropriarsi di un tempo. Un
tempo e un luogo. Tempo e luogo sono mediazione in una poesia che è
dimensione del sacro. In fondo i luoghi nel tempo sono disegni in
una memoria che è sacralità. La cultura del territorio è un luogo
del mito che chiede al sacro di esprimersi. La poesia è in questo
meraviglioso incontro che recita memoria e mistero. Proprio sulle
rive della Magna Grecia la poesia del Novecento tarantino offre
chiavi di lettura di straordinaria importanza che restano come
pietre miliari per un confronto con tutta la letteratura del
Novecento italiano.
|
|
inizio pag. |
|
pubblicato il 24 maggio
2009
Dalla
Calabria a Taranto nella Magna Grecia di George Gissing.
Ripercorrendo “Sulle rive dello Ionio” come Mediterraneo
delle contaminazioni
di
Pierfranco Bruni
La Magna Grecia dei viaggiatori. È un tema affascinante e anche
misterioso. Affascinante perché tocca nel de dentro alcuni
particolari che per noi “viaggiatori” o “stanziali” italiani non
riusciamo a catturare e tutto ciò che loro riescono a percepire
ci sembra (e forse lo è) insodabile ma tale non è. Misterioso
perché è il mistero che ci trasmettono a renderci la nostra
terra più vicina al nostro destino e il senso del mistero
diventa sempre più impenetrabile ma lo è perché è già dentro di
noi quel senso di mistero al quale il più delle volte non diamo
importanza.
La Magna Grecia dei viaggiatori è fatta di tante piccole realtà
che recitano civiltà e culture greche e romane. Ma la grecità è
proprio il segno del nostro essere. Tra i viaggiatori di fine
Ottocento George Gissing ha tracciato un raccordo tra la
sapienza e la realtà nel presente (nel suo presente certamente).
Ha raccontato, viaggiando, storie di una Magna Grecia non
unica. Non una sola Magna Grecia. Ma più di una storia della
Magna Grecia chiaramente legata ai luoghi, ai territori, alle
geografie.
Da Napoli alla Calabria e da Taranto all’interno dell’intreccio
tra Ionio e Tirreno. La Calabria di Crotone, di Catanzaro, di
Reggio è uno spaccato indelebile. Indimenticabile. Quella
Crottone della colonna di Pitagora dentro il mare ionio che è
sempre più la testimonianza di un Mediterraneo infinito non come
realtà geografica ma come luogo di una antica memoria. Così
tutta la Calabria.
Il viaggio di Gissing, in fondo, non è un viaggio alla ricerca
della Magna Grecia, sulle rive dello ionio, ma è un viaggio
nella saggezza del Mediterraneo. Mi sembrano molto incisive le
pagine e le meditazioni su Taranto. Quella Taranto che si lega a
Sibari, e prima a Metaponto o a Heraclea. Un viaggio al centro,
appunto di un destino che è quello della mediterraneità.
Taranto come chiave di lettura con la Calabria nel cuore. George
Gissing giungendo a Taranto alloggia in un albergo che ha una
vista sul porto. Giunge nella città dei due mari con
l’intenzione di fermarsi per un paio di settimane. La prima
immagine è quella di una città non ancora moderna o
ammodernatasi in modo disarticolato e pregna di una atavica
malinconia. In una sua prima annotazione si legge: “…grandi
costruzioni di una pietra bianco giallastro tra le peggiori che
l’architettura moderna possa concepire, sorgono là dove i
Fenici, i Greci e i Romani costruivano nello stile di un nobile
dei loro tempi”.
Taranto non come cartolina ma come vissuto, come impatto
immediato e mediatico, forse, all’interno di quegli intagli e di
quei luoghi non luoghi che, chiaramente, la rendono più viva e
più vera. Anche Crotone non è mai una foto scattata
nell’immediato. Crotone è nei personaggi oltre che nei luoghi.
Quella Crotone che assorbe civiltà, storie e misteri.
Taranto, Gissing, inizialmente,la vive come un immaginario.
Spesso se la costruisce nella mente. Visita il territorio.
Passeggia in quelle tratture o in quelle mulattiere di mare e vi
scava ricordi e memorie. Rincorre il Galeso, dove si troverà?
Una volta trovato non gli dice nulla anzi si chiederà perché
Orazio lo ha amato tanto. Ma poi la rilegge nella sua storia, la
riscopre, la incastona in quella sua spiritualità inglese che ha
abbandonato per far spazio ad una classicità Mediterranea con la
quale avvierà una indagine che è, soprattutto, esistenziale e
non mancheranno appunti che risulteranno di grande importanza
non solo per i viaggiatori stranieri ma per gli stessi italiani.
Scriveva George Gissing nel suo “Sulle rive dello Ionio”,
la cui prima edizione risale al 1901, una pagina significativa
di una Taranto fine Ottocento e poneva all’attenzione degli
aspetti e degli elementi di natura sia archeologica che
antropologica. Gissing andò a Taranto né come viaggiatore né
come pellegrino ma con l’obiettivo di riscoprire il senso di una
eredità che è quella grecoromana.
Gissing a Taranto, come attraversando la grecità soffusa e
immensa della Calabria, non è il viaggiatore inglese giunto con
lo scopo di lasciarsi ammagliare dal fascino della Magna Grecia
perduta e rintracciabile soltanto in qualche pezzo archeologico
o nei simboli di un mare che porta echi di Mediterraneo. Ma
voleva capire il sentimento di una città attraverso quella
pagina che pone insieme il dialetto di una città e il senso di
una appartenenza nella misura o nella dilatazione del tempo.
Infatti, egli scrive : “ Anche se Taranto fa ogni sforzo
per adeguarsi alla modernità e al progresso, c’è una forza
ritardatrice che per ora non accenna a diminuire: la profonda
superstizione della gente”. Quindi, individua immediatamente un
elemento che va oltre lo spirito del viaggiatore perché lo scavo
che si impone è quello di una visione prettamente
etno-antropologica che risale a i suoi studi giovanili e quindi
ad un tempo che è stata la sua giovinezza.
Il suo viaggio in Magna Grecia, quella Magna Grecia greca e
romana successivamente, diventa così, un viaggio alla ricerca di
se stesso e di viaggi in Italia ne compie tre. Il suo cercare e
il suo ricercarsi nella grecità soffusa gli fa annotare : “I
suoni della Grecia e dell’Italia mi attirano come nessuno altro;
mi riportano alla mia giovinezza”. Ed è la giovinezza
grecoromana che si agita nella sua formazione e che troviamo in
molti altri suoi scritti sia narrativi che saggistici.
Da Taranto a Crotone da Crotone a Reggio Calabria e da qui
a Napoli: riferimenti che sottolineano ancora oggi una forte
attualità perché questa sua letteratura di viaggio si impone
necessariamente come letteratura-viaggio, in quanto riesce a
distinguere la diversità dei luoghi e ad affermare un concetto
molto forte che è quello di un Mediterraneo grecoromano che si
confronta con gli altri mediterranei. Non c’è un Mediterraneo
unico ma insistono diversi mediterranei che si mostrano con le
loro differenze. Così come ci sono diverse realtà della Magna
Grecia. La linea o il semi cerchio che va dal Golfo di Taranto a
Crotone è il fascino del mistero che lega Archita a Pitagora e
viceversa.
La geografia –luogo di quella che fu la Magna Grecia e che
storicamente e politicamente divenne Regno di Napoli non può che
identificarsi unicamente, secondo Gissing, nel Mediterraneo
grecizzato e latinizzato dentro il quale archeologicamente e
storicamente le città come Taranto Sibari Crotone Reggio
Calabria hanno giocato un ruolo di primaria importanza anche
dal punto di vista commerciale ma più profondamente culturale.
Questo non significa che bisogna trascurare le
contaminazioni con gli altri mediterranei e anche all’interno
della stessa Magna Grecia. Taranto è stata Magna Grecia ma anche
nell’Ottocento si è dovuta confrontare con quelle contaminazioni
e con quei modelli di meticciato che “invadevano” tutto l’arco
ionico.
Taranto, è definita da Gissing, città dei pescatori tanto
che nel suo testo afferma: “Questi pescatori sono i primitivi di
Taranto; chi può dire per quanti secoli hanno tirato in secca le
loro reti sulla scogliera? Quando Platone visitò la scuola di
Taras, vide le stesse figure dalle gambe brune con un abito
quasi identico, intente al loro racconto marino”.
Gissing, comunque, non è un sognatore-scrittore che
viaggia. Anche viaggiando riesce a cogliere la frammentarietà di
un paesaggio attraverso il linguaggio della letteratura e il
mosaico è sempre quello antropologico e gli offre la capacità di
leggere con molta sincerità le pagine nascoste nei luoghi.
Parlando dell’arsenale ebbe a scrivere : “ …se almeno si potesse
credere che l’arsenale significasse davvero u bene per
l’Italia…” .
Ma spesso ritornava al mito grecoromano con una
cesellatura racchiusa in questo scatto : “Socchiudendo gli occhi
si poteva immaginare la vera Tarentum”. Gissing ci riporta
chiaramente ad uno scrittore viaggiatore italiano che è Carlo
Belli ma sono due epoche e forse due modelli culturali oltre ad
essere due spaccati di una stessa geografia visti da un inglese
e da un italiano di Rovereto.
Comunque, Taranto è una chiave di lettura per questi
scrittori che hanno lasciato un segno tangibile di una Magna
Grecia in una età dove non c’è più la Grecia arcaica ma c’è una
eredità che è dentro quel “destino” che è il Mediterraneo tra i
luoghi che si stringono tra Taranto, Sibari, Crotone, Locri,
Reggio.
Per Gissing Taranto è stato destino nella Magna Grecia e
in quella sua epoca (nato nel 1857 e morto nel 1905) tardo
romantica resterà destino tanto da fargli dire che volgendo il
suo pensiero all’Italia, a quell’Italia della Magna Grecia,
ritornava spesso alle sue origini e alla sua formazione
culturale.
Questo destino di Taranto si intreccia con quello di Sibari
distrutta nel 510 dai crotniati e della stessa Crotone e poi di
Reggio. Una Magna Grecia definita che, tra le parole e le pagine
di Gissing diventa infinita e forse indefinibile. Ma Gissing ci
ha regalato immagini indimenticabili. Un viaggiatore tra le
pieghe dei luoghi e dentro le letterature. In fondo la Magna
Grecia resta non solo un territorio ma una cultura delle
contaminazioni all’interno del Mediterraneo.
|
|
inizio pag. |
|
pubblicato il 21 maggio
2009
Difesa della lingua italiana e “revisione” della normativa
sulla tutela delle minoranze linguistiche in Italia a dieci anni
dalla emanazione
Tra le lingue e le culture storiche che occorre tutelare bisogna
necessariamente inserire anche quelle Armene, Rom e Sinti
di Pierfranco Bruni
Occorre difendere la lingua italiana sia dal punto di vista
culturale che giuridico. C’è un dibattito in corso che interessa
la tutela della lingua italiana. Un dibattito che parte
da molto lontano. Occorre ristabilire una dialettica sia
giuridica che culturale sulla modifica dell’Articolo 12 della
costituzione. In un tale contesto credo che sia necessario
rivedere e quindi riconsiderare anche la Legge (la 482/99) sulla
tutela delle minoranze etnico – linguistiche storiche.
Una Legge che va rivista nella sua struttura, va riconsiderata
alla luce di un decennio che ha visto diverse trasformazioni nel
campo delle minoranze linguistiche in Italia e andrebbe
riscritta. O meglio va ricontestualizzata. Ci sono alcuni motivi
di fondo.
Prima di tutto (ovvero primo elemento) è necessario
parlare di “presenze” minoritarie e non di minoranze vere
e proprie. Il discorso è sottile ma qualifica e diversifica la
questione sia politica che giuridica e culturale.
Secondo elemento non può interessare soltanto la lingua e
le culture o la Pubblica Istruzione ma deve creare la
possibilità di comparazioni altre e questo nonostante il
successivo Regolamento non si evince con chiarezza.
Terzo elemento: bisogna alleggerirla e aprirla ad un
confronto con le identità nazionali. Non la si può circoscrivere
ad una tutela e ad una promozione della tutela soltanto delle
minoranze non tenendo conto che queste minoranze sono “presenze”
nel contesto territoriale italiano, regionale e provinciale.
Contesto che ha già un suo dialetto.
Quarto elemento: le 12 minoranze linguistiche di cui
parla la normativa sono ampiamente superate anche se ci si
riferisce ai livelli storici. Un solo esempio: è necessario
inserire nella tutela la lingua e la cultura armena come è da
riconsiderare le culture e le lingue dei rom e dei sinti
presenti sul territorio italiano.
Quinto elemento: non può essere considerata come un
serbatoio dove attingere economie per una tutela che, a volte, è
abbastanza mediocre dal punto di vista della proposta culturale.
Quindi occorre rivederla nella sua struttura e nella sua
complessità. Gli stessi Sportelli Linguistici, nei
territori interessati, dovrebbero avere una funzione di forte
incisività culturale e invece sono molto limitati.
D’altronde il dibattito sulla modifica dell’Articolo 12 va a
cambiare logicamente la Legge in questione e perciò occorre
necessariamente ricontestualizzare la tutela delle minoranze
storiche sulla base della difesa della lingua italiana e
dell’identità italiana. Una riflessione di altro tipo, comunque,
va rivolta a questa normativa sulla base di alcuni principi.
La presenza delle minoranze etnico-linguistiche in Italia,
riconosciute come tali, va considerata almeno secondo tre
aspetti.
Il primo aspetto è, certamente, storico
in
quanto occorre capire e analizzare il rapporto tra la loro
provenienza e la contestualità territoriale nella quale le
stesse minoranze si sono stanziate. In tale aspetto rientra
certamente una meditazione e una valutazione delle influenze che
si sono verificate nel momento in cui le minoranze si sono
insediate all’interno dello stesso territorio italiano e
all’interno di un particolare assetto geografico. Perché un loro
insediamento ha contribuito a creare una rete estesa di legami e
di rapporti con le popolazioni già esistenti sul territorio e
nelle strette vicinanza e quindi essendo state popolazioni
aggiuntive al territorio si è verificato un incontro tra storia,
modelli di civiltà e tra assetti territoriali stessi. Proprio
per questo è necessario approfondire quelle valenze storiche che
nel corso dei secoli hanno portato alla luce modelli di
identità.
Il secondo aspetto è, chiaramente, quello che riguarda
gli elementi giuridici. In
realtà una minoranza linguistica per resistere su un determinato
territorio o all’interno dell’intero Paese Italia ha necessità
di essere tutelata grazie a precise normative che devono
garantire la salvaguardia della loro presenza attraverso
apposite leggi stabilite sia a livello nazionale sia a livello
regionale ovvero locale. Su questo tema si sono sviluppati
diversi dibattiti ma resta fondamentale ciò che stabilisce la
Costituzione della Repubblica Italiana. O meglio occorre far
riferimento costantemente all’articolo 6 della Costituzione nel
quale si sottolinea : “La Repubblica tutela con apposite norme
le minoranze linguistiche”.
Eravamo nel 1948, da allora la
discussione sia giuridica, istituzionale e parlamentare è stata
abbastanza articolata e vasta. Proprio partendo dall’articolo 6
alcune regioni nelle quali ricadono le presenze minoritarie si
sono sentite in dovere di proporre e attuare delle normative e
delle leggi in grado di tutelare e promuovere le realtà
etnico-linguistiche ricadenti, certamente, nel territorio di
competenza. Sulla scorta di una discussione che è continuata per
anni soltanto nel 1999 è stata promulgata una legge che sancisce
“Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche
storiche”.
La legge in questione è del 15 dicembre 1999 n. 482
ed è stata pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n.297 del 20
dicembre 1999, il cui regolamento di attuazione è andato in
vigore il 28 settembre 2001.
In questa legge si sancisce come recita l’articolo 2 : “In
attuazione dell’articolo 6 della Costituzione e in armonia con i
principi generali stabiliti dagli organismi europei e
internazionali la Repubblica tutela la lingua e la cultura delle
popolazioni albanesi, catalane, germaniche, greche e slovene e
croate e di quelle parlanti il francese, il franco-provenzale,
il friulano, il ladino, l’occitano e il sardo”.
La legge che è costituita da 20 articoli punta, certamente, a
valorizzare il patrimonio linguistico e culturale ma anche
sottolinea l’importanza della valorizzazione della lingua e
delle culture. Quindi non solo tutela la lingua ma anche il
tessuto culturale di cui le minoranze sono portatrici. C’è da
ribadire,comunque, un dato significativo sul quale la
discussione è di estrema attualità : l’articolo 1 di questa
legge ribadisce “La lingua ufficiale della repubblica è
l’italiano”. In virtù di tali elementi si è aperta la
discussione, di recente, proprio sull’articolo 12 della
Costituzione in materia di riconoscimento dell’italiano quale
lingua ufficiale della repubblica.
È necessario, chiaramente, approfondire i risultati che hanno
portato la legge n.482/ ’99 non solo dal punto di vista
giuridico ma anche dal punto di vista storico e proporre che
tipo di incidenza politico-culturale nel corso degli anni si è
innescato anche alla luce della autonomia regionale.
Il terzo aspetto è prettamente culturale
e interessa in modo particolare la ricostruzione di queste
presenze e della loro incidenza storico-sociale. Ciò ha portato
ad una discussione sul concetto di etnia, ovvero della valenza
storica dell’etnia in Italia a partire sia dall’Unità d’Italia e
successivamente dal 1948 alla L. n. 482/ ’99.
La questione riguarda le presenze
minoritarie storiche e si guarda con attenzione a quelle
presenze definite stanziali e non migratorie. Un inciso che è
prettamente culturale in quanto si ribadisce il fatto che si
tratta di presenze minoritarie all’interno di culture nazionali
e non tout court di minoranze linguistiche. Ogni realtà di
presenza minoritaria ha vissuto un impatto particolare con il
territorio sia in termini di incisività storica sia sul piano
culturale attraverso usi, costumi, tradizioni ed elementi
etno-antropologici e letterari che andrebbero analizzati sia
sotto il profilo storico sia sulla base di moduli normativi sia
attraverso una residuale presenza linguistica e perciò
culturale.
Detto ciò, bisogna ritornare sul dettato sottolineato
all’inizio. Occorre porre al centro la tutela della lingua
italiana. Bisogna difendere l’Italiano e l’italianità nella
lingua e nella cultura, nella storia e nelle eredità. Oggi
più che mai va difeso il concetto stesso di italianità perché
rimanda all’idea vera di Nazione. Senza nulla togliere alla
presenze delle “isole” minoritarie ma bisogna avere la
consapevolezza forte che restano delle isole linguistiche.
Attenzione a non confondere il valore antropologico con quello
storico, il valore di una letteratura nazionale con quello di
una frammentazione “etnica”.
Ci sono realtà che vanno salvaguardate perché sono il portato di
una storicità che va ben oltre il 1861. E’ necessario riflettere
su tali questioni perché è necessario difendere una lingua e con
la lingua l’eredità nazionale.
Le presenze minoritarie devono essere certamente tutelate ma
all’interno di una tale temperie. Ecco perché la normativa del
1999 diventa ormai quasi obsoleta sia sul piano culturale sia
sul versante di una analisi storica sia su quello giuridico.
L’Articolo 6 della Costituzione è un riferimento certamente ma
il dibattito e le posizioni sulla modifica dell’Articolo 12
impongono un diverso modo di approccio allo stesso Articolo 6
che riguarda, appunto, le minoranze linguistiche ed etniche
storiche.
|
|
inizio pag. |
pubblicato il 9 maggio
2009
Pio Rasulo in "La lunga notte
della civetta" racconta come la letteratura si fa
antropologia
di Marilena Cavallo
Pio Rasulo in "La lunga notte della civetta"
compie un viaggio nella civiltà di un popolo e di una cultura.
Ora ripubblicato in una veste sobria e accattivante con in
copertina un disegno di Carlo Levi. La prima edizione uscì
addirittura nel 1963. questa nuova edizione è arricchita da un
significativo saggio di Antonio Basile che fa posta fazione.
Subito si legge: "Troppe cose m'avevano fatto credere che
mai più avrei trovato su questi monti gli stessi pastori di
allora, ridotti solo nel numero, quelle stesse case che per
decenni hanno raccolto da ognuno pochi argomenti, parecchie
speranze e molte preghiere. Avevo creduto che la guerra avesse
distrutto anche il mondo vergine e acerbo, magico e primitivo:
un mondo tradizionale, fatto sempre di uguali rapporti, che
perpetua nel Sud la cosiddetta 'civiltà contadina'".
In questo viaggio il significato e il significante si
incontrano per raccontarsi la celebrazione del ricordo. E c'è
tanta nostalgia. La nostalgia dei paesaggi che ritornano ed è
come se si vestissero di sogno: "La nostalgia dei monti carichi
di neve, del focolare domestico, del bel presepe artistico della
piccola chiesa non li abbandona mai".
E' sostanzialmente un attraversamento di paesi. Sono i
paesi della Lucania. I paesi di Isabella Morra, di Rocco
Scotellaro, di Leonardo Sinisgalli, di Carlo Levi, di Rocco
Montano. Ci sono i contadini del Sud: quelli che recitano
malinconia e nenia, fatica nei campi e alzate nelle ore
antelucane. Usi e costumi. Riti e liturgie. Miti e leggende.
Canti e rosario recitato.
Tra i paesi della Lucania e della Puglia ci sono immagini
mai dimenticate. Ogni paese o ogni cittadina ha il suo ritratto.
Un ritratto che resta indelebile. Con i colori delle fotografie
in bianco e nero riporta sulla scena gli antichi scenari
rituffandoli nel presente. Un presente che era ieri e che oggi
il tutto si legge con una pacata malinconia che sa di tempo
depositato nel cuore. Tira fuori tutta quell'anima impregnata di
tradizioni che lasciano segni nel cavo della mano.
Immagini che decodificano un vissuto e disegnano il
cammino di un tempo: "A Stigliano ci svegliò la notte del 17
gennaio uno strano tipo di rumorosa processione; a Pisticci c'è
il rauco suono della 'cupa - cupa'". La nostalgia ritorna nello
spezzettamento delle ore e il tutto si intreccia. I fenomeni
storici con gli eventi naturali. Il brigantaggio con i suoi
briganti con il canto religioso.
La grande nostalgia di un popolo è nella magia della
poesia. Una poesia che è anche linguaggio. Si legge: "Da Orazio
ai nostri giorni centinaia di poeti lucani hanno sintetizzata
liricamente la vita del loro popolo in ogni manifestazione,
inquadrata secondo le istanze storiche, economiche e sociali del
tempo. Quasi tutti hanno rilevato un attaccamento ed un amore
pensoso per questa loro terra amara. Anche quando i versi
esprimono ansia di evasione si sente in essi una nota dolente,
permeata di sofferenza e di malinconica nostalgia".
Citazioni che ci riportano a un mondo che è quello che
resta nella nostra memoria e nel nostro vissuto e ritorno come
viaggio della nostra (o nella nostra) interiorità. Veniamo tutti
da un mondo contadino. È un insegnamento,quello di Rasulo, ricco
di valori che richiamano i segni di una tradizione che è dentro
il nostro tessuto territoriale e umano.
|
|
inizio pag. |
|
pubblicato il 9 maggio
2009
L’attualità di Leonardo Sciascia a 20 anni dalla morte. Uno
"scrittore-contro" nella contemporaneità
di Pierfranco Bruni
Venti anni fa moriva Leonardo
Sciascia. Impegno civile e letteratura. Due percorsi che hanno
dato vita a un processo culturalmente omogeneo ma che è stato
fondamentale per capire una “certa” Italia sia sul piano
politico che su quello culturale. Sciascia era un contemporaneo
nella contemporaneità ma riusciva a vivere il “suo” tempo nel
tempo della storia e la storia, non quella che offriva nei suoi
scritti o mostrava attraverso la sua dialettica e la sua
capacità di afferrare gli eventi, era una frantumazione di
particolari, di elementi culturali, di modelli esistenziali. I
personaggi che portava sulla scena avevano sempre un’anima e i
paesaggi che mostrava non erano sempre dei luoghi geografici ma
dei riferimenti esistenziali che avevano una penetrazione etica,
morale, letteraria.
Nei suoi personaggi quell’anima
non era sempre un’anima cosiddetta civile ma il più delle volte
emergeva una coscienza enigmatica. Il mistero era per Sciascia
un’avventura ma anche un destino. Uno scrittore calato nella
profondità siciliana. Una sicilianità che significava
Mediterraneo. Un incrocio tra civiltà abbandonate sulle onde del
Mare arabo, sulle colline, lungo i corridoi dei paesi del Sud,
nelle piazze che si traducevano in agorà, nel sospetto dei
sogni, nella falsità degli uomini persi alla ricerca delle
ricchezze improvvise o improvvisate. Ebbene Sciascia aveva la
consapevolezza che i personaggi e gli uomini si sentivano
aggrediti dal destino e dal peso delle avventure. E il tutto in
una rocambolesca messa in scena nel teatro fittizio dei giorni.
Un pirandelliano (o un
pirandellismo) che incontra un’essenza gattopardiana
(gattopardesca). Due capisaldi, al di là dei suoi testi sulla
mafia e sulla condizione della sua Sicilia in un tempo di mafie
e di sconfitte morali, sono certamente Pirandello e Tomasi di
Lampedusa. Il mistero e la comprensione che ci deriva dalla
storia. Un’unica chiave di lettura che ha un suo senso e che
diventa un processo esistenziale il cui centro è segnato
dall’incontro tra la natura e l’uomo.
Da qui la malinconia che esplode
dalle sue parole. Parole che sono sguardi, non attimi fuggenti,
e marcano identità e radicamenti. La malinconia di Sciascia è
già in Le parrocchie di Regalpetra. E poi in Il giorno
della civetta pur essendo un romanzo in cui si parla di
mafia. E ancora malinconia in quella ricerca di una verità che
passa comunque attraverso il “sapore” della falsità. La verità è
una falsità purificata. Mi riferisco a Il consiglio d’Egitto,
a Morte dell’inquisitore e ancora A ciascuno il suo,
a Il contesto e mi fermerei, in questa fase, a
L’affaire Moro. Quest’ultimo lo considero un testo chiave.
Perché ha dentro di sé almeno tre
dimensioni. Quella storica. Quella romanzesca. Quella politica.
Ovvero. L’analisi di un contesto che raccoglie l’aspetto
sociale, ideologico, umano. La centralizzazione del personaggio
Moro è una proiezione letteraria che si focalizza non solo in
quella tragedia ma in uno scavo che permette di addentrarsi
nell’avvenimento in sé ma anche nel destino di Moro stesso. Moro
non è soltanto lo statista è, in Sciascia, un personaggio della
tragedia. Qui l’aspetto letterario me sembra fondamentale ed
eccezionale. Il dato politico non prescinde da un processo che è
etico, morale ed esistenziale e ha radicamenti che vengono da
molto lontano.
Storia, letteratura e politica.
Ovvero ancora: memoria depositata, metafora, cronaca. Tre forme
del pensare, dell’essere e dell’agire che trovano nei suoi
scritti una chiave di lettura che si condensa in quello stato di
malinconia che si troverà in modo emblematico in Il cavaliere
e la morte. Ritorna il pirandellismo e il gattopardismo. In
uno scritto su Tomasi di Lampedusa Sciascia ha scritto:
“Immutabile è il destino dell’uomo siciliano; immutabile
dovunque, nell’atroce successione dei fatti che le idee muovono,
il destino umano: un destino da contemplare, fuggendo dallo
spavento della storia, nello spavento cosmico di Pascal”. E poi
ha affermato che don Fabrizio in Il Gattopardo “si
accorda alla precarietà della vita e alla infinità della morte”.
Vita e morte sono i codici di una
Sicilia che incarna non solo il suo mondo ma, secondo Sciascia,
il mondo in sé. E questo mondo in sé è una costante rivelazione
che si serve di due categorie: del senso dell’ambiguo e della
certezza che la verità passa attraverso, come già si diceva, la
finzione. Per Sciascia la scrittura è un messaggio in codice che
trasporta sulla pagina frammenti di realtà. Ma la realtà è un
filtro che processa il quotidiano e va dentro la storia.
La menzogna che occupa la storia
può essere sconfitta dall’intelligenza della critica. E’ su
questo che Leonardo Sciascia ha percorso il suo viaggio
culturale e letterario in particolare. Un viaggio che si legge
soprattutto con il coraggio del rischio. Sciascia aveva il
coraggio del rischio anche quando scrisse quel “brutto” articolo
sui professionisti dell’antimafia. Forse non capito o forse
troppo forzato ma che ha lasciato molti dubbi.
Ora Sciascia è diventato un
personaggio tra i personaggi che egli stesso ha costruito o
“falsificato”. Un personaggio che non aveva condiviso l’incontro
tra il rosso e il bianco del 1978. Che non aveva mai accettato
l’immagine di una Sicilia “illuminata” dagli scoppi della
lupara. Che non avrebbe chiaramente condiviso tutte le polemiche
politiche sui fatti di mafia di questo decennio passato. E forse
avrebbe completamente riscritto quell’articolo sui
professionisti dell’antimafia. Aveva il coraggio di correggersi,
di accettare, di ammettere valutazioni errate.
Un uomo di cultura che poneva al
centro l’uomo con le sue falsità e con le certezze del dubbio.
Ecco perché nella sua scrittura il segno della metafora
rappresentava un codice sia linguistico che problematico. Una
letteratura della problematicità perché per Sciascia il tempo
della cultura poteva coincidere con quella della politica
attraverso gli uomini e attraverso un’etica dell’essere.
Come il Mattia Pascal Sciascia
“usava” una sua biblioteca. La biblioteca delle parole, dei
linguaggi, del tempo, della memoria. Non ho condiviso alcune sue
scelte ma non era fazioso. Non ho condiviso il suo fare
letteratura sull’impressione fotografica del reale. Ma la
memoria non sta al di là della realtà. E’ dentro la realtà. Una
volta superata resta il fantastico. Ebbene, dal 1978 in poi: dal
libro su Moro, in Sciascia ha prevalso il fantastico. Ed è
questo lo scrittore che ancora dà lezioni, che è ritornato a
parlarci di quella “corda pazza” con un sentire che va oltre la
misura del quotidiano. Come una proiezione profetica.
Molte volte le sue denunce che
passavano sotto i codici della letteratura non mi convincevano.
Il suo fare letteratura non coincideva con il concetto che ne
avevo e che ne ho io della letteratura. La sua passione,
il suo far prevalere i valori della cultura o i valori della
verità della cultura su quelli della demagogia politica, il dare
degli orizzonti e il mettere costantemente in discussioni le
varie posizioni, da qualsiasi parte esse potessero provenire,
facevano di Sciascia non solo quell’intellettuale “contro”, che
ho sempre stimato, ma ponevano all’attenzione il ruolo
dell’intelligenza critica sul conformismo dilagante e Sciascia,
appunto, era un interprete di questa intelligenza critica che
veniva messa al servizio di una discussione problematicizzando i
fatti e la storia stessa nella quale la contemporaneità era
calata. Ma la letteratura che si spoglia della cronaca diventa
anche profezia. E in Sciascia se si riesce a leggerlo con
serenità c’è soprattutto il sentiero dell’ambiguo che gioca
sulla corda del profetico, dell’avventura e del mistero –
destino. La realtà comunque è altrove in letteratura. Sciascia
lo aveva capito molto bene.
Leonardo Sciascia era nato
Racalmuto l’8 gennaio 1921 e morto a Palermo il 20 novembre
1989. |
|
inizio pag. |
|
pubblicato il 6 maggio 2009
FRANCESCO GRISI DIALOGA CON GLI SCRITTORI DEL '900:
DA ITALO CALVINO A DIEGO FABBRI
di Pierfranco Bruni
Francesco Grisi è stato uno scrittore che si è costantemente
testimoniato attraverso rapporti e amicizie che hanno segnato un
ben preciso contesto della letteratura del nostro tempo. Uno
spaccato, d'altronde, che ha messo in luce importanti legami
grazie ai quali si è potuta documentare una pagina significativa
della formazione che ha segnato lo scrittore e l'intellettuale
Francesco Grisi. I suoi libri sono pieni di emozioni e di
riscontri che richiamano anche un modello di partecipazioni tra
letterati.
Francesco
Grisi in realtà ha vissuto una dimensione della sua vita non
perdendo mai di vista l'intreccio umano tra la parola –
sentimento e sacralità. Una scrittura che alla base non solo un
sistema di vita ma anche una strategia in termini culturali. Lo
scrittore lo si incontra sia nelle pagine narrative e nella sua
poesia ma anche in quella dimensione dell'esistere che si
ascolta dalle pagine, chiamiamole così, di critica letteraria.
Grisi ha avuto delle frequentazioni molto belle con scrittori
del novecento. Vanno ricordati i suoi legami con personaggi come
Prezzolini, come Brancati, come Calvino, come Berto, come
Buzzati, come Silone, come addirittura Mircea Eliade.
Credo che tra gli scrittori
frequentati da Grisi almeno due o tre hanno lasciato un segno
indelebile nella sua vita di uomo e di pensiero. Mi riferisco in
particolare a Giuseppe Berto, a Ignazio Silone e a un filosofo
come Ugo Spirito. Di Berto più volte ha detto raccontando un
fatto che a distanza di anni ha un sentore profetico per lo
stesso Grisi.
Ecco di Berto cosa ricorda:" Ero
amico di Berto. Ci incontravamo spesso. Si parlava di tutto. Ma
non si approfondiva nessun problema. La conversazione serviva
solo per certificare. Vi erano anche i lunghi silenzi. Berto
aveva sempre paura di entrare nella vita. Era un grovigli di
contraddizioni. Trovata una verità la metteva subito in dubbio.
Ma soffriva. La sua angoscia era quella di chi è destinato
a navigare sempre. Mai un porto dove fermarsi. I suoi amori
vivono intensamente,
prima. Irrimediabilmente finiti, dopo. Eppure credeva
nell'amore. Diceva che l'amore è un sentimento confuso
perché da una parte è 'divinamente eccelso' (sono sue parole) e
dall'altra affonda le radici nell'oscurità del sesso. E soffriva
perché si sentiva incapace di conciliare. Anche fisicamente era
strano. Un giorno si presentava con lo sguardo limpido che lo
illuminava, sistemato e profumato. E il giorno dopo era pieno di
rughe, invecchiato con gli occhi macchiati. Straccione".
Si,
si tratta proprio di un viaggio profetico. In questo ricordare
Berto ci sono onde che ci riportano la realtà vissuta dallo
stesso Grisi. Infatti vent'anni dopo Grisi sarà colpito dallo
stesso male e morirà. Una letteratura impregnata di una forte
marcatura esistenziale. Berto è stato molto amici di Grisi. Come
lo è stato Ignazio Silone. Moriranno entrambi nel 1978.
Tra Grisi e Silone una amicizia
cominciata da molto lontano. Anche dopo la morte dello scrittore
abruzzese Grisi lo ricorderà sempre con grande affetto. Un
affetto che andava oltre la pagina letteraria. Ci lascia questa
testimonianza:
"Nelle nostre conversazioni nella sua casa a Roma in via
di Villa Ricotti mi raccontava il suo faticoso processo di
elaborazione e la forma di pretesto che i personaggi dovevano
assumere. La razionalità illuminista in Silone ( che
illuminista non era ) affondava nella necessità di dare una
funzione agli intrecci e ai sentimenti che dovevano concorrere a
dimostrare una tesi…Durante gli ultimi anni della sua vita ci
incontravamo spesso con Silone. Dopo la sua morte lo sentii come
una guida esemplare per il nostro tempo così disperatamente
antisiloniano".
Elementi che provengono
certamente dai suoi testi ma anche da un racconto personale che
Grisi mi rendeva partecipe. Il mio rapporto con lui, è inutile
ripeterlo, è stato fondamentale. Mi ha lasciato una
testimonianza che tutt'ora ha una cocente attualità. La
letteratura come coscienza del nostro vivere nel tempo e nel
misterioso. Il suo parlarmi di esperienze letterarie è stato
sempre un parlare di avventure nelle quali gli incontri
definivano elementi di una umana malinconia. Ricordo quando mi
parlò di Calvino o di Eliade.
Su Calvino mi disse:" Sai, una
volta gli parlai di Roma e mi accorsi subito che Calvino era
lontano, guardava il mare salutandomi. Lo vidi
allontanarsi…piccolo di statura si rimpiccioliva ancora di più
nella luce del tramonto…". Un'altra immagine mi ritorna pensando
a Mircea Eliade. Mi si attesta con questa visione: " L'ultima
volta che incontrai Mircea Eliade fu a Palermo in occasione del
Premio Mediterraneo…Sulla spiaggia di Mondello si è abbandonato.
Nel sole caldo felice per il colore verde del mare. Mircea
Eliade mi diceva che la 'Sicilia non è isola ma bellezza
diventata tradizione. E che la tradizione è depositata nel
Sacro'".
Eliade e il tempo della
nostalgia. Sono soltanto alcuni tasselli di un mosaico molto più
ampio che ha riguardato la storia letteraria di Francesco Grisi.
Una storia, quella sua, che certamente è tracciata nei suoi
libri ma anche, come si diceva, con alcuni protagonisti
della cultura contemporanea. Protagonisti nella testimonianza di
uno scrittore che si è sempre raccontato. Si pensi alla sua
forte amicizia con Diego Fabbri. E si pensi a un suo maestro,
già richiamato prima, quale fu Ugo Spirito.
"Sono stato un discepolo e un
amico di questo personaggio così esemplare e contraddittorio".
E' Grisi che parla di Spirito. " I miei incontri con Spirito
sono stati sempre incompiuti. Anche se mi trattenevo con lui per
molto tempo andavo via sempre con l'impressione di non aver
detto tutto. Era come una terra da arare nel profondo. Il cuore
della miniera era al centro della terra".
Un incontro, appunto, con i
contemporanei, come ha intitolato un suo libro antologico del
1970. Forse ci sono significati alti ma questo viaggio tra
scrittori è un viaggio anche nella letteratura, nella teologia
della parola, nella teologia della letteratura. In quella
letteratura mai costruita ma vissuta come eterna consapevolezza
di una memoria che non si perde e che ritorna a raccordare
antichi e nuovi respiri. |
|
inizio pag. |
|
pubblicato il 3 maggio 2009
“FVTVRPVGLIA” DI GIUSEPPE MAZZARINO - Le attività sul
Futurismo a Taranto.
di Marilena
Cavallo
Il Futurismo,
suggestiva arte dal colore di futuro, poetica dal sapore aurorale,
foriero di futuro, approda con questo saggio in Puglia, o meglio
nelle Puglie, nelle tre terre di Messapia, di Peucezia e di Daunia,
se non si vuole aggiungere una quarta “P”, quella della singolare
esperienza di Taranto. Significativo il contributo di “FuturPuglia”,
edito da Csr e Nemapress, di Giuseppe Mazzarino con Appendice di
Pierfranco Bruni. Il Futurismo ha avuto una sua particolare
impostazione anche in Puglia.
Lo dimostra il saggio
citato e le manifestazioni organizzate di recente dal Centro Studi
e Ricerche “Francesco Grisi” a Taranto e in Provincia (da Grottaglie
a Maruggio a Carosino). Tra qualche settimana una nuova iniziativa a
Carosino porterà sulla scena una mostra di materiale futurista
comprese copie originali della storica rivista “Futurismo -
Oggi” che era diretta da Enzo Benedetto, le cui copie sono custodite
dal Centro Studi e Ricerche “Francesco Grisi” diretto da Pierfranco
Bruni..
Parole in libertà per
una Puglia allo specchio senza cornici, che restituisce il profilo
Apulo degli stati d’animo, delle vibrazioni, delle gioie intense e
dei desideri frenetici, custoditi nelle tavole parolibere o nei
quadri futuristi lungo un tracciato che rivoluziona innovando.
Ma si innova proprio attraverso una idea precisa di rivoluzione.
Soprattutto in questo caso.
All’interno di un
variegato esame del volto nazionale e internazionale della prima
vera sperimentazione di avanguardia letteraria e artistica, la
fisionomia del panorama pugliese si definisce con caratteristiche
“dinamiche”. Sono queste caratteristiche che danno quel
sensononsenso ad un tracciato che sa di progetto. Il Futurismo anche
in Puglia (o nelle Puglie) è stato Progetto.
Il travaglio della
parola nel linguaggio scattante di Ungaretti, la ricerca di una
parola nuova per il nuovo sentire di Quasimodo, attingono a risorse
futuriste e insieme a nomi come quelli di Mario Carli, Emilio Notte,
Franco Casavola, Pietro Pupino Carbonelli e tanti altri futuristi
nati o operanti nelle Puglie, nomi “rimossi”, cancellati,
disconosciuti e relegati nel dimenticatoio, tornano a testimoniare
un percorso personale, regionale, nazionale ed internazionale grazie
all’“insonnia febbrile” della forza dell’indagine letteraria e della
critica artistica, che animano questo studio.
E poiché, come amava
proclamare lo stesso Filippo Tommaso Marinetti, “non v’è più
bellezza se non nella lotta”, “FUTURPUGLIE” lotta contro il silenzio
sulla “meridionalità” del Futurismo e sugli errori di identità o di
interpretazione rispetto ad alcuni autori. Autori che offrono una
precisa chiave di lettura non solo artistico – letteraria ma anche
storica.
L’analisi sembra
“inneggiare” a quei letterati e artisti, che al “volante” di una
letteratura nuova, hanno attraversato con un’asta ideale la terra
pugliese, lanciandola in corsa nella più ampia esperienza italiana.
La velocità, la dinamicità, l’idea della macchina non sono un
documento ma i riferimenti di un mosaico che troviamo ben definito
nei Manifesti. Proprio a partire da quello del 1909.
Si sveglia, dunque la
“sonnacchiosa provincia” e anche la capitale barocca vive il suo
bagno nella modernità, con gli immancabili Manifesti e l’invito
rivolto ai giovani meridionali a “marciare e non marcire” e con la
presenza in Puglia di riviste come la barese “+ - 2000” o la leccese
“Vecchio e Nuovo”. Il Manifesto - programma ai giovani meridionali
del 1918, pubblicato a Napoli, è un testo – testimonianza di grande
efficacia e di sicura mobilitazione “ideale”.
Pagine queste accese,
come un carbone sotto la cenere, pegno della “vampa futurista che
incendiò anche la nostra regione”, pagine che restituiscono
trentacinque anni di futurismo a una personale e nuova proposta di
periodizzazione, sfidano la “damnatio memoriae” di alcuni interpreti
del Futurismo pugliese, convinte che con le futuristiche istruzioni
di un Mario Carli, si possa ancora “costruire la primavera”…è questa
la “dinamite delle idee nuove”!
In questo testo i fili
che tessono i Futuristi non formano un gomitolo ingarbugliato e pur
non trattandosi di una tela omerica i fili comunque si intrecciano
su un inciso che potrebbe costituire la chiave di lettura di una
realtà – tempo futurista: “Chi ama la vita, l’energia, la gioia, la
libertà, il progresso, il coraggio, la novità, la praticità, la
velocità” è un “futurista nella vita”, come si legge nel primo punto
delle “nozioni elementari” di “Che cos’è il futurismo” firmato da
F.T. Marinetti, E. Settimelli, M. Carli.
Non una idea soltanto,
dunque, ma un progetto, e questo studio pone in evidenza una eredità
che non sarà legata al passato ma proprio ad un futuro che vive le
necessità di innovare. Nei linguaggi, nelle arti, nei costumi. Forse
nella vita stessa. Il Futurismo non è solo cultura o costume. È
soprattutto una “struttura” mentale. I percorsi intrapresi dal
Centro Studi e Ricerche “Francesco Grisi” lo dimostrano.
|
|
inizio pag. |
|
pubblicato il 3 maggio
2009
L’uscita di sicurezza di Ignazio Silone - Lo
scrittore era nato il 1° maggio di 109 anni fa in Abruzzo.
La politica, la letteratura l’eresia.
di Pierfranco Bruni
Silone era nato a Pescina dei Marsi, in provincia dell’Aquila,
il 1° maggio del 1900, centonove anni fa, e morto a Ginevra il 22
agosto del 1978. Recentemente come Centro Studi e Ricerche
"Francesco Grisi" abbiamo pubblicato un testo (dal titolo Spirito
e verità. Lettere inedite di scrittori contemporanei, Csr) nel
quale compaiono due lettere inedite di Silone indirizzate, appunto,
a Grisi.
Due lettere che hanno un valore sia
etico - letterario sia ideologico se si pensa che in una di queste
lettere si legge: "…è piuttosto raro trovare in Italia un critico
che sappia leggere e che avvicini un autore senza preconcetti
estetici o ideologici". Un segno importante che definisce
sostanzialmente un percorso culturale. Le lettere risalgono al 1957
la prima e al 1966 la seconda. Uno scrittore che ha raccontato il
radicamento alla terra, l’appartenenza, ha “disegnato” il paesaggio
dei suoi paesi e di un mondo che la memoria costantemente
ripercorre.
Da Fontamara a
Severina. Ignazio Silone, lo scrittore della Marsica e dei
cafoni, del cristiano senza chiesa, della terra come appartenenza,
della nostalgia sempre assopita, della solitudine ancorata alla
parola, della realtà che diventa storia, del superamento di quel
comunismo che è stato vissuto non solo come tradimento ma come
indefinibile incoscienza, di quella “uscita di sicurezza” che ha
permesso di catturare non solo la libertà ma anche il senso della
libertà. Silone è stato comunista. Anzi è stato uno dei
fondatori del comunismo e ne conosceva gli orrori e le sciagure, le
finzioni e le maschere. Quando si rese conto che la sua storia
incamerava l’oppressione dell’uomo ha tentato di guidare
quell’uscita di sicurezza che lo ha condotto fuori le mura di quella
inconsapevole bugia.
Palmiro Togliatti su “Rinascita” dell’agosto – settembre del 1951
scrisse di Silone: “Quando Silone se ne andò, anzi fu messo fuori
dalle nostre file (per conto suo ci sarebbe rimasto per dir bugie e
tessere l’intrigo), l’avvenimento contò. Silone ci aiutò, in
sostanza, non solo a approfondire e veder meglio, discutendo e
lottando, parecchie cose; ma anche a riconoscere un tipo umano,
determinate, singolari forme di ipocrisia, di slealtà, di fronte ai
fatti e agli uomini”. E il confronto che Togliatti tesseva in
quell’articolo era tra Vittorini e Silone. Entrambi “fuoriusciti”
dalla casa madre del comunismo ed entrambi “illusi” inizialmente che
nel comunismo potesse nascondersi il barlume della libertà. Pura
illusione e mero inganno.
Da quel romanzo che racconta i suoi paesani (i fontamaresi) al
destino “religioso” di Severina. E’ un viaggio lungo, nel corso del
quale l’avventura dell’uomo diventa prima l’avventura di una
politica il cui disegno ideologico si è consumato in uno scontro tra
fede e libertà e poi l’avventura dello scrittore che ha attraversato
il fiume della politica stessa attraverso i codici e le definizioni
della letteratura.
Fontamara è certamente il romanzo rivelazione. E’ il romanzo
dell’appartenenza alla terra, al suo Abruzzo, oltre ad essere il
romanzo di una iniziazione a un processo narrativo che non sopprime
mai l’io narrante. Questo io narrante assorbe la contestualità non
solo di una realtà storica ma soprattutto di una “territorialità”
esistenziale.
Nella Prefazione al romanzo Silone avverte: “Un villaggio insomma
come tanti altri; ma per chi vi nasce e cresce, il cosmo. L’intera
storia universale vi si svolge: nascite morti amori odi invidie
lotte disperazioni”. Questa è Fontamara. Una comunità, un paese,
dove “La lingua italiana è per noi una lingua imparata a scuola,
come possono essere il latino, il francese, l’esperanto”. Ma,
soprattutto in letteratura, “ognuno” ha “il diritto di raccontare i
fatti suoi a modo suo”.
E’ questo il Silone di Fontamara che troviamo poi in Pane
e vino e nella edizione riveduta di Vino e pane. E’
questo il Silone de Il seme sotto la neve, di Una manciata
di more, de
Il segreto di Luca, de La volpe e le camelie, de
L’avventura di un povero cristiano, di Severina. E’ il
Silone di Uscita di sicurezza e dei suoi saggi. La realtà e
il sogno sembrano incontrarsi con la favola. “Un bel sogno”. “Una
bella favola”. In Vino e pane: “Un bel sogno… I lupi e gli
agnelli pascoleranno assieme nello stesso prato. I pesci grossi non
mangeranno i pesci piccoli. Una bella favola. Ogni tanto se ne sente
riparlare”.
Ma cosa era la
politica per Silone? Come la intendeva? Una manciata di more
è una dichiarazione non riluttante che mette a confronto, al di là
del gioco – destino dei personaggi, l’uomo con la politica. In un
discorso tenuto a Milano nel 1949 Silone sottolinea: “…Nella nostra
attuale posizione è implicita la confessione delle sconfitte
politiche subite; noi siamo certamente le persone che sono state più
sconfitte”. Ma Silone si aggrappa costantemente all’utopia: “Se
l’utopia non si è spenta, né in religione, né in politica, è perché
essa risponde a un bisogno profondamente radicato nell’uomo. (…) La
storia dell’utopia è perciò la storia di una sempre delusa speranza,
ma di una speranza tenace. Nessuna critica razionale può sradicarla,
ed è importante saperla riconoscere anche sotto connotati diversi”
(da L’avventura di un povero cristiano).
L’utopia e l’eresia sono un intreccio non di valori ma di
significati esistenziali. Trovano una loro esplicazione ultima
proprio in Severina. Un romanzo postumo e incompiuto ma non
minore nella produzione siloniana. Severina è la testimonianza del
dolore ma anche dell’amore. Silone fa dire a Severina: “Io penso che
non bisogna temere il dolore. Vi è un dolore inevitabile, inerente
alla stessa condizione umana, e quello bisogna saperlo affrontare e
diventare suo amico. Non bisogna temere, io penso, neppure la
disperazione; perfino Gesù all’inizio della sua interminabile
agonia, dell’agonia che ancora dura, si credè abbandonato ed ebbe un
istante di scoraggiamento”.
Il finale di
Fontamara (“Dopo tante pene e tanti lutti, tante lacrime e tante
piaghe, tanto odio, tante ingiustizie e tanta disperazione, che
fare?”) rispecchia questa cesellatura ponendosi una domanda alla
quale risponde la frase citata di Pier Celestino alla quale Severina
risponde a sua volta con l’eresia per tentare di sconfiggere quel
cristianesimo diventato ideologia.
Silone si annovera tra quelle coscienze inquiete (sul piano umano e
culturale) che hanno caratterizzato e segnato il Novecento
letterario italiano. Uno scrittore che non aveva mai perso il senso
dell’indignazione. Sino alla fine. Il suo ultimo romanzo (si deve
molto di questo romanzo alla moglie Darina) è una confessione che
richiama anche uno stile di vita.
Proprio in questo ultimo romanzo si legge: “Non perdere mai la
nostra indignazione morale di fronte all’ingiustizia. Non
abbandonare mai la ricerca della verità, neanche in mezzo alla notte
oscura. Per strada ritroveremo Cristo, che è la verità. Qualsiasi
cosa avvenga, coloro che conserveranno intatta, in fondo all’anima,
la fede nei sacri principi della vita saranno i più forti”. Severina
è un personaggio metafora che chiude la parabola non solo letteraria
di Silone ma anche esistenziale.
Oltre ogni steccato politico resta lo scrittore: quel Silone così
eretico è così tanto bisognoso di speranza. Non c’è perdizione ma
una costante penetrazione nel vissuto Cristo logico che ha comunque,
anche qui, di un richiamo fortemente paolino. Forse in questa
battuta il tutto della sua vita: “Per darsi, bisogna anzitutto
possedersi”. E poi in quest’ultimo accenno di Severina a suor Gemma:
“Spero, suor Gemma, spero. Mi resta la speranza”. Un bisogno forte
d’amore. E lo si nota anche in Ed egli si nascose. Qui la
speranza e l’amore devono fare i conti con la disperazione e con la
follia. Ma il tutto si risolve. C’è la costante ricerca della
libertà. Dice Fra Celestino ad Annina (nel testo appena citato):
“Non disperare, Annina. Chi ama non può disperare”. E Annina in
un’altra circostanza pronuncia a Don Paolo – Pietro Spina: “…
l’amore è follia”.
Così in Severina. Un libro che è un diario e si lascia
leggere, quest’ultimo, come la memoria in viaggio di uno scrittore.
Insomma Silone nel suo ultimo scritto attraversa a frammenti la sua
vita e la sua letteratura. Se si andasse a leggere attentamente quel
capitoletto dal titolo: “et in hora mortis nostrae”, sempre del
romanzo in questione, ci si renderebbe conto della vera forza
eretica espressa da Silone. Così: “Il cristianesimo ufficiale è
diventato un’ideologia. Solo facendo violenza su me stesso, potrei
dichiarare di accettarlo; ma sarei in malafede”.
Un Ignazio Silone dunque che è lontano dall’ideologia ma è lontano
anche dalla fede come cultura. L'eretico di Fontamara, del
libro dedicato a Celestino IV e del romanzo che centralizza la
figura di suor Severina è oltre ogni visione politica.
|
|
inizio pag. |
|
pubblicato il 10 aprile 2009
RACCONTO INEDITO DI FRANCESCO GRISI NEL DECENNALE DELLA
SCOMPARSA
Nella
ricorrenza del decennale della scomparsa dello scrittore
Francesco Grisi
(nato nel 1927 e morto nel 1999) , il Centro Studi e
Ricerche “Francesco Grisi”, diretto da Pierfranco Bruni, è lieto
di porre all’attenzione alcune pagine inedite di Grisi
che sono parte integrante del materiale inedito sul quale da
anni sta lavorando lo stesso Pierfranco Bruni, biografo dello
scrittore.
Di Grisi il Centro Studi e Ricerche ha già pubblicato alcuni
testi completamente inediti, tra i quali figurano racconti e
poesie. Ha pubblicato, tra l’altro, anche il primo romanzo di
Grisi risalente al 1958 – 1959 dal titolo “I giorni non si
somigliano tutti”.
Le pagine di “Forse un giorno ci ritroveremo nel cammino
dell’antico” fanno evincere un paesaggio metaforico attraverso
un linguaggio in cui il simbolo primeggia. La Calabria come la
Magna Grecia sono riferimento di una visione non della storia ma
del tempo che si definisce nella memoria.
Bruni ha dato alle stampe numerosi testi dedicati a Grisi
scrittore, operatore culturale, futurista ed è previsto, nei
prossimi mesi, un lavoro articolato che comprende la sua
funzione nella cultura italiana degli anni Settanta con in
appendice documenti inediti che scavano nei rapporti culturali
che Grisi ha intrattenuto proprio nel corso degli anni.
Pierfranco Bruni: “Si evince uno
spaccato di Calabria come metafora di una lunga memoria e di un
tempo indefinibile. Ci sono elementi che ci riportano il Grisi
delle stagioni più significative”
Il racconto che viene posto all’attenzione è parte integrante
del volume che verrà pubblicato prossimamente.
Forse un giorno ci ritroveremo nel cammino dell’antico.
Il mio tempo è fermo. O sono oltre. Cutro è una cartolina.
Immaginario. Ci sono anni. La Calabria. Il mare è nell’anfora.
Antica. Nato a Vittorio Veneto ma Cutro è nel sogno. Forse. O è
solo una nostalgia. La danza si fa notte. La notte è una danza.
Cammino. Lungo i passi della grecità. Amori perduto. Io perso.
Poi. Ritrovato.
Terre di Magna Grecia. Di Mare e
di uliveti.
Gli ulivi nelle notti di luna si
inargentano. Le foglie tremano. E musicano con i granelli di
sabbia.
Nell’antica città pugnali e
canti. Donne arabe con gli occhi neri e ebrei riccioluti si
abbracciano nei letti di ferro. Ho amato. Tanto. Grandi amori.
Una passione che è luna. L’età si chiude nel cerchio.
Sibari. Taranto. Crotone. Allora.
Si raccontavano.
Uso simboli e metafore. Cammino
con il bastone con il pomo d’argento. E vedo questo pezzo di
futuro che è nel mio presente. Il tempo si racconta nella
lacerazione tra presente e memoria.
Il tempo dello scrittore non è
soltanto quello che vive ma quello che è stato e quello che
sarà.
Allora.
Il mare greco di Pitagora.
Azzurro striato con tessiture di tremolante - ante verde. La
memoria è futuro.
Vorrei una tomba tra le pietre
odorose di scoglio - zagare nel tempo di Pitagora. Tra giorni
sarò greco in Cielo.
I trionfi sono spesso una
maschera dietro la quale si nasconde la fragilità della
situazione. Queste leggende sono mito. Anche la religione si
ammanta di miti. E la memoria illumina il passato come un arco
arcobalenante nel cielo.
Il percorso è tutto in questo
incrocio. Un incrocio dove i simboli ondeggiano nel vento dei
segni e non c’è bisogno di alcuna spiegazione, non c’è bisogno
di alcuna giustificazione.
Cosa resterà?
Voglio raccontare un frammento di una storia. Comprensibile. Non
so. Ma ecco. Nel cammino dell’antico.
Il Mediterraneo è un sogno.
Tango.
Mara.
La fantasia colora le insegne dei
giorni. Bella.
Era bella. Nella pazzia che invade. I
cuori. Le anime.
Si vive scorrendo i giorni. Così.
Ancora.
Amami… Baciami con passione.
Stringimi.
O prendimi come sai fare tu.
Prendimi. Stringimi con ardore. Coglimi… Vento.
Non andare via. Pazzia nei giorni.
Mara del tango.
La mia vita è come un fiore. Fiorisce presto e presto
muore.
E' sol per te il mio cuor!…
Ci sono i tramonti che non tramontano ancora.
Ammaliati dalla pazzia bellezza. Avanti con le memorie.
E. poi. Cosa ci resta.
Ancora.
Tango.
E' sol per te il mio cuor!…
Il sogno diventa vero.
La verità annulla il sogno?
Appesi a un filo di luna i ricordi fanno compagnia. Quando
non ci
saranno più. Noi chissà dove saremo.
Allora.
Una nuova danza. Musica. Musica a cielo di luna.
Luna nel lago. Il lago negli occhi.
L'infinito si perde dentro gli occhi.
E aveva negli occhi…
Sguardo d'acqua e di terra.
Mara ha raccolto tutto il mistero.
Viviamo di misteri.
O di segreti.
Amami con passione. Prendimi con ardore
In questo amore. Unico…
Raccolgo memorie antiche.
Nella memoria, nessuno scompare e
finisce. Non so come ma tutti risorgono. E quando li chiamiamo
con la memoria vengono a trovarci. La vita è senza morire.
La resurrezione. Viene per tutti.
Peccatori e santi. Vinti e vincitori. Per quelli di prima e per
quelli che non sono riusciti a destinarsi.
Le metafore chiudono il cerchio.
Il viaggio si fa intenso e denso
di significati e di contenuti.
Vorrei vivere vicino questo dolce
mare e nel verde degli ulivi. E vedere dalla collina i delfini
che danzano nel mare dei greci.
Nella resurrezione la nascita e
la morte sono un solo punto. Il cerchio si chiude.
Sono un’ape che ha raccolto molto
miele. E lo consegno agli uomini perché siano felici nella loro
pazzia.
Nell’intreccio delle parole la
vita si riempie di senso perché si racconta.
Il mare.
La colonna. San Francesco.
Tommaso. Gioacchino. Tutto ha senso. Anche noi.
La preghiera è partecipazione
attenta alle cose del mondo che, anche per il miracoloso della
preghiera, perdono la storia per diventare necessari passaggi
attraverso i quali si compie la salvazione.
Ogni cosa è necessario che
avvenga. Anche la Via Crucis della perdizione.
La preghiera riscatta la storia
dal suo peccato di essere esistenza. E non significa un
movimento di labbra, ma una partecipazione responsabile al
destino di un uomo o di una società.
Significa anche entrare nei
disegni di Dio per liberarsi dalla schiavitù del potere,
dell’abitudine, dalla desolante ipocrisia quotidiana.
La esperienza del sacro scrive e
ordina, distingue e non cede ai compromessi.
La concretezza del sacro accetta
e ama la tradizione, rifiutando la novità del conformismo e
lavora per il ‘nuovo’ che il tempo richiede dalla nostra
passione.
Voglio qui citare un mio maestro.
Buonaiuti compie una operazione rischiosa: quella di seguire la
generazione dell’esodo che ha vissuto questi anni introducendo i
temi attraverso episodi personali. Quasi per dare agli argomenti
una più eccitante veste di credibilità.
La spartizione così netta tra
storia e teologia che aveva condotto alla rigida disciplina
teoretica sembra spezzarsi di fronte al dolore. Anche l’orgoglio
reclama umiltà nell’ora dell’esodo.
Forse perché vedo il mare e mi
immagino di navigare verso la Terra Santa o verso l’Egitto.
Mi hanno detto che laggiù nei
paesi del deserto vi è una grande primavera di preghiere
cristiane.
Vedremo.
Intanto resto qui. In questa
immensa circonferenza che è la Magna Grecia. Ed è come se mi
rivolgessi ad una dea.
Così.
Ti ho parlato degli ulivi. E dei
girasoli. C'erano chitarre andaluse e danze zigane nelle parole
ingemmate di sogni d'oro.
La luna di seta bianca
inargentava.
Forse innocenza siderale era il
tuo cuore.
Ho cercato la tua mano esitante e
silenziosa.
Allora.
Un saluto frettoloso.
Mi dicesti. Soltanto le favole
sono la vita. E mi lasciasti la tua ombra acerba tra i
platani morenti del quartiere.
Lascio, comunque, la città dei
due Mari.
Mi incammino. Vado. Oltre. Magna
Grecia. Un sogno. L'ironia. Il gioco. L'incontro. L'attesa. Ci
sono gli applausi. Teatro. I futuristi recitano. So. Gli
applausi dureranno nei secoli. Forse un giorno ci ritroveremo.
Nel deserto. Tra i mari. Il Sud. Tra i mari del Sud.
Nella foto: Francesco Grisi con Pierfranco Bruni |
|
inizio pag. |
|
pubblicato il 4 aprile 2009
LA BUSSOLA PER I VIANDANTI DI OGGI
Il libro del Vescovo di
Cassano Vincenzo Bertolone
di Luigi Franzese
“Briciole
di speranza…per guardare oltre”: è questo il titolo di una
pubblicazione del Vescovo della Diocesi di Cassano Jonio, Mons.
Vincenzo Betolone, edita da Ancora Editrice di Milano (pagine
110) con prefazione del Presidente del Pontificio Consiglio
della Cultura, Mons. Gianfranco Ravasi e postfazione del Capo
Servizio della Gazzetta del Sud, Arcangelo Badolati.
Il libro, in elegante veste tipografica della collana Focus
(dedicato alla madre Carmela), racchiude, in una forma piana e
scorrevole, una serie di riflessioni che domenicalmente il
Presule espone attraverso le colonne del quotidiano messinese,
in un apposito spazio a lui riservato, su temi più vari che
spaziano da quelli strettamente teologici a quelli etici a
questioni di grande rilevanza sociale come la pace nel mondo, il
lavoro, la famiglia, la scuola, i diritti umani, l’impegno
civico; tutti temi che attengono all’uomo d’oggi nella sua
complessità.
Si tratta di un libro che rappresenta - come acutamente osserva
Mons. Ravasi nella sua stringata ma efficace prefazione - la
“bussola per i viandanti dei tempi presenti, inquieti cercatori
di speranza persi tra le nebbie del materialismo e del
consumismo”. Un volume da leggere che si presenta molto
interessante per le notevoli problematiche trattate che possono
sicuramente rappresentare una base di partenza per ulteriori
approfondimenti, confronti, dibattiti, riflessioni, attesa la
grande valenza delle argomentazioni in esso contenute di viva e
pregnante attualità.
Mons. Vincenzo Bertolone è nato a San Biagio Platani (Agrigento)
il 17 novembre 1946. Dopo la laurea in pedagogia al Magistero di
Palermo, ha conseguito alla Pontificia Università “Angelicum” di
Roma il dottorato in diritto canonico. Dal 1976 al settembre
2000 è stato membro del Consiglio Generale della sua
Congregazione. Ha insegnato per oltre 15 anni religione nelle
scuole statali.
Dall’ottobre del 1988 ha prestato servizio alla congregazione
per gli istituti di vita consacrata e le società di vita
apostolica, dove il 12 giugno 2004 è stato nominato
Sottosegretario dal Papa Giovanni Paolo II°. E’ postulatore
della causa di colonizzazione del Beato Giacomo Cusmano, del
Beato Francesco Spoto e di Beatificazione della Serva di Dio
Vincenzina Cusmano e del Servo di Dio Francesco Paolo Gravina.
Il Presule Bertolone ha al suo attivo numerose e pregevoli
pubblicazioni quali: “Volto Redentore”, Le “Sette
Lampade”(1997), “Il Mandorlo Fiorì”(1999), “I Sette Doni della
Grazia”(2000), “I Tre compagni di Viaggio” (2001), “Aspetti
Giuridici e Attenzioni Carismatiche nelle Esperienze di
Aggregazioni, Federazioni, Fusioni e Unioni di Istituti di Vita
Consacrata”(2006), “Sulle Orme del Divino Viandante”(2007).
|
|
|
|
|
|
inizio pag. |
|
|
|