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EDITORIALI 

Letteratura  pag. 1

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Editoriali, recensioni e saggi di LETTERATURA


pubblicato il 23 ottobre 2009

Oriana Fallaci nell’Ottantesimo della nascita

e a tre anni dalla morte.

Una scrittrice sui confini dei Mediterranei

di Pierfranco Bruni

Ottant’anni fa nasceva Oriani Fallaci, nel 1929. Moriva il 15 settembre di tre anni fa, 2006. Non solo una giornalista ma una scrittrice che ha penetrato i sentieri delle parole attraversando luoghi e vivendo avventure e destini. Non può che stare con orgoglio e senza pregiudizi nella storia della letteratura italiana del Novecento.

Una scrittrice che ha saputo raccontare la nostra contemporaneità tra le tragedie della modernità. Passare per le parole e giungere al limitare degli orizzonti. Quegli orizzonti, che per la Fallaci, segnano il confine tra l’Occidente e il Mediterraneo.

 Il deserto, forse l’esilio e le donne che sembrano impastate da intreccio che recita rivoluzione e senso di una assenza. Passate le parole restano le immagini e le immagini fanno la storia, la storia di una visione della vita e dello spazio nel quale si abita la nostra esistenza. Ma forse più della rivoluzione può la consapevolezza di vivere dentro una temperie fatta di scontri, di guerre, di viaggi tra il mare, il deserto, le sabbie, le frontiere, le trincee e gli amori spezzati proprio nel momento in cui si affollano le comprensioni o le interpretazioni dei destini.

Una storia. Certo, quella di Oriana Fallaci che non ha mai conosciuto rinunce ma è stata dentro quegli orizzonti tra Occidente e Oriente. Una metà di un Mediterraneo che è dentro in ognuno di noi.

Una giornalista che è entrata nella letteratura. Anzi una scrittrice che ha “fisicamente” e letterariamente “cucinato” il linguaggio giornalistico con quello di una scrittura rapida, in cui il narrato, il vissuto, il sofferto, il visto si è trasformato nelle lunghe sfide che hanno abbracciato la vita trasformandola in un destino proprio sul filo della letteratura. Anche le sue interviste hanno raccontato, anche le sue interviste hanno fatto storia, anche le sue interviste sono il narrato di un pezzo di esistenza non solo di Oriana Fallaci ma di un contesto che è quello di una civiltà che si è giocata la propria eredità ed identità tra i rossi tramonti abbruniti degli spari tra le trincee dove gli uomini muoiono veramente e i popoli si sradicano e la ricerca di una affermazione di umanità.

 L’Occidente con gli Stati Uniti d’America sono stati il perno di una formazione culturale dentro la quale la controrivoluzionaria Fallaci ha definito la sua non stanzialità e il suo nomadismo legati ad un bisogno di sapere e di conoscere. Nel 1969 pubblica la sua esperienza di un anno di guerra in Vietnam in un libro dal titolo: “Niente è così sia”. Ma sono gli anni di una contestazione non solo studentesca ma esistenziale. La Fallaci, come Pasolini, guarda con sospetto i figli di papà che inneggiano a  Che Guevara e crede ben poco alla risoluzione di quelle piazze occupate in Italia o in Francia. Sembra tutto ben poca cosa rispetto a ciò che avviene in India, in Pakistan, in Sud America, in Medio Oriente.

 C’è un Occidente, in quegli anni, che esplora con l’Apollo 12 la luna e un Medio Oriente in costante conflitto. La Fallaci non vuole restare soltanto una testimone dei fatti che raccontano sempre mosaici di vita. Il suo rapporto con Alekos Panagulis, conosciuto, in Grecia, il 21 agosto del 1973 è uno dei tasselli importanti, straordinari, unici sia per il suo cammino letterario sia soprattutto per quello intimo, sentimentale, esistenziale. L’incontro tra i due avviene proprio nel giorno in cui Panagulis esce dal carcere. Un incontro che diventa una unione di passione e di condivisioni. Il loro rapporto dura soltanto tre anni, perché Panagulis muore in un misterioso incidente stradale il 1 maggio del 1976.

Una storia, dunque, che racconta la Grecia dei colonnelli e la vita di Un uomo.

 Il suo romanzo del 1979 ha per titolo, appunto, “Un uomo”. La stessa Fallaci parlando di questo libro, in una intervista, dirà: “Un libro sulla solitudine dell’individuo che rifiuta d’essere catalogato, schematizzato, incasellato dalle mode, dalle ideologie, dalle società, dal Potere. Un libro sulla tragedia del poeta che non vuol essere e non è un uomo – massa, strumento di coloro che comandano, di coloro che promettono, di coloro che spaventano…”. Un romanzo nella grecità profonda e moderna come era stato il suo primo romanzo del 1962 dal titolo: “Penelope alla guerra”, nel quale si racconta la storia di una donna che non vuole attendere il suo Ulisse e si metaforizza in una Penelope che viaggia e lascia le mura di Itaca per penetrare il senso di una identità in una ricerca verso le libertà come valore di una consapevolezza.

 Anche qui si registra uno scontro diretto con le eredità mediterranee alle quali la Fallaci si oppone con una forza umana tutta occidentale e scavata nel proprio tempo senza cedere a nostalgie o rimpianti che risultano come misure della storia. Due tappe fondamentali nella scrittrice Fallaci sino ad arrivare agli anni Novanta, passando attraverso le storie e la storia e soprattutto nel tanto discusso e non ipocrita “Lettera ad un bambino mai nato” che oggi si presenta come un atto quasi profetico se si pensa che la prima edizione vide la luce nel 1975, che vengono caratterizzati dall’imponente romanzo “Insciallah”, pubblicato nel 1990.

 Il romanzo – saggio nasce all’interno di una “sua spedizione” tra le truppe italiane che erano state inviate nel 1983 a Beirut. Un racconto affascinante tragico, dolorante e contemplante ma anche irruente. “Non di rado infatti sfuggo all’esilio delle scartoffie e non osservato osservo. Ascolto, spio, rubo alla realtà. Poi la correggo, la realtà, la reinvesto, la ricreo, e con l’amletico scudiero ecco il discepolo generale che crede di poter sconfiggere la Morte, ecco il suo disincanto ed estroso consigliere, ecco il suo erudito e bizzarro capo di Stato Maggiore, ecco i suoi ufficiali ora bellicosi e ora mansueti, ecco la moltitudine sfaccettata della sua truppa…” (Da una lettera del Professore, nel testo).

Un filo consistente lega  “Insciallah” con gli scritti successivi. Un Medio Oriente che è sempre più terra di deserti, di scontri, di viaggi nella tragedia e un Occidente che si affaccia sia geograficamente che culturalmente ad un Mediterraneo fatto di tanti altri Mediterranei che si raccontano nelle loro avventure e nei loro ambigui territori: alla ricerca di una cristianità profonda e di un fondamentalismo islamico che approderà alla tragedia dell’11 settembre.

 Cosa sono, in fondo, gli ultimi suoi libri: “La forza della ragione”,  “La rabbia e l’orgoglio” e “L’Apocalisse” che racchiude anche “Oriana Fallaci intervista se stessa”? Sono un superamento culturale sia della storia e identità musulmana sia delle eredità mediterranee. Il tutto nell’orgoglio di un Occidente che dovrebbe però smettere di tessere e ritessere quella  tela metaforica e reale incarnata da Penelope. Ormai Penelope è andata alla guerra. L’orizzonte di sabbia e di deserto, di mare e di acqua e le contraddizioni delle metropoli e di un Occidente sempre più americanizzato sono in costante conflitto.

La Fallaci ci invita ad una scelta. Il Mediterraneo resta un orizzonte nella storia ma anche nelle pretese del futuro, il Medio Oriente è un islamismo che invade e l’Occidente della civiltà moderna  non può che essere nella nostra contemporaneità. Ma c’è una storia che si trasforma in memoria e c’è un uomo che è dentro la vita di Oriana che non smette di parlare come un eroe nella bellezza delle parole, di quelle parole che per restare non possono che essere  passione. La passione della scrittura.

La passione della parola in una scrittrice tra confini. L’Oriente e l’Occidente. E le donne che restano impastate nella sabbia del deserto e nelle piramidi delle vetrate dei grattacieli occidentali. Una storia dalla quale raccogliere un seme.

 

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pubblicato il 5 settembre 2009

Tra la notte del 26 e 27 agosto di 59 anni fa moriva Cesare Pavese

Uno scrittore nell’attesa della cristianità.

E a 60 anni dalla pubblicazione de “La casa in collina”

 

 

di Marilena Cavallo

  

59 anni fa si toglieva la vita, nell’Albergo Roma di Torino, Cesare Pavese. Era la notte tra il 26 e il 27 agosto del 1950.

Uno scrittore che ha lasciato chiaramente un segno indelebile all’interno del contesto letterario del Novecento non solo dal punto di vista problematico ma anche per gli aspetti linguistici che ha innervato nei processi comunicativi della letteratura moderna. Uno scrittore che ha attraversato la stagione  del neorealismo non focalizzando l’attenzione sulla realtà ma sulle metafore espresse dalla condizione esistenziale della contemporaneità.

Pavese è stato uno scrittore calato fino in fondo nella sua contemporaneità e nel suo presente attingendo però sempre modelli dalla cultura classica e in particolare dai mito greco – romani. La pagina del mito è stata un riferimento fondante nei processi umani calati nella poetica dei simboli. Pavese ha ricostruito i tasselli della storia attraverso la griglia di una visione simbolica in cui il simbolo è parte integrante dell’immaginario. Un immaginario che è figlio non della stessa ma del sogno.

Dalla poesia ai romanzi il percorso di Pavese è stato sempre sia poeticamente che linguisticamente coerente. “La luna e i falò” non deve essere letto soltanto come il romanzo che ha percorso le tragedie della guerra civile ma soprattutto come il romanzo in cui i personaggi sono ben definiti e consolidati dalla consapevolezza di vivere dentro un destino. Mai avventura ma destino. Così come quelli che si rintracciano in “La casa in collina”, pubblicato proprio sessant’anni fa, le cui matrici hanno, tra l’altro, una forte valenza, lirico – religiosa. Un romanzo – cerniera tra stagioni di testimonianza creativa e pensiero critico.

La religiosità in Pavese non sta nella riflessione di una “ragione” o nella intuizione di un processo storico ma nella sua religiosità ci sono gli elementi di un raccordo tra il mistero (che non è ricerca) e il bisogno di preghiera.

Infatti, Pavese, soprattutto negli ultimi anni e dopo “Dialoghi con Leucò” che del 1947, vive in una dimensione quasi metafisica che lo avvicina ad una cultura della spiritualità. Giunge alla religiosità non superando l’immaginario del mito ma attraversandolo completamente. È come se si consumasse il dato di una cultura “pagana” per entrare in una “identità”, chiamiamola così, cristiana. Perché non si può parlare di “fenomeno” religioso in Pavese ma sostanzialmente si dovrà insistere su una visione prettamente cristiana.

In Pavese c’è il “territorio” dell’umanità che viene espresso grazie ai personaggi e questo territorio diventa, con la definizione dei personaggi stessi, un tessuto che presenta una simbologia cristiana. Pavese si toglie la vita in una notte di fine agosto in una città in solitudine, come molti quotidiani di quel tempo hanno cesellato. Sul comodino accanto al letto un solo libro. Non l’ultimo. Ma il suo libro, ovvero “Dialoghi con Leucò”.

Perché si può definire il “suo” libro. Perché dentro questi “Dialoghi” c’è una riscoperta e quindi una rilettura del rapporto tra l’uomo terra e l’uomo mistero, tra l’uomo – umanità e l’uomo – onirico. Quel suo “scendere nel gorgo muti” di “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi” è la cifra di una esistenza sia omerica che virgiliana che va oltre lo stesso mito perché si affaccia sui lidi della provvidenza e forse della profezia.

Oggi riproporre Pavese non significa soltanto riproporre uno scrittore ma definire una letteratura che è quella non del “nostos” e tanto meno una letteratura dentro le griglie dello storicismo ma una scrittura e una poetica della quotidiana tragedia del vivere pur nella costante attesa di una pascaliana cristianità: un po’ alla De Unamuno, forse alla Kiekegaard e certamente sulla linea di Mircea Elide e di Maria Zambrano.

Il mito che dialoga con il sacro. Ulisse che annuncia il viaggio di Enea e che a sua volta traccia alcuni segni che impegneranno San Paolo. Ebbene, credo che Pavese, ormai, vada letto in modo comparato nell’affascinante viaggio tra letteratura, mistero, mito e sacro. Anche i suoi romanzi, come “Il carcere”, o i racconti, come “Paesi tuoi”, troverebbero una interpretazione che va oltre la storia per restare letteratura dentro la letteratura.

 

 

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pubblicato il 5 settembre 2009

Il 4 settembre di 20 anni fa moriva Georges Simenon

di Marilena Cavallo

 

Il 4 settembre del  1989 (venti anni fa) moriva Georges Simenon. Se c'è un elemento fortemente esistenziale che ha caratterizzato i personaggi di Georges Simenon (dalle opere dedicate al commissario Maigret ai romanzi che condensano un respiro più ampiamente problematico) è certamente la solitudine. Una solitudine che ha sempre offerto una chiave di lettura tutta intrisa di quella malinconia cara ai chansonnier.

      Georges Simenon. Uno scrittore che ha saputo trasmettere le vibrazioni della vita nelle sue diverse sfaccettature: dalla cronaca al sublime. Ebbene sì, ogni suo racconto (ovvero ogni suo raccontare) ha una "leggerezza" epidermica. Il linguaggio ha la pazienza e i toni dei tiepidi autunni o delle albe affogate nella nebbia. Un linguaggio nella pacatezza delle descrizioni e in uno scenario che invita alla meditazione.

      Maigret, un personaggio da romanzo? Una letteratura che aveva un sapore ricco di significati umani. Una letteratura, in fondo, che univa la storia dei personaggi con quelle avventure che raccontavano periferie, quartieri lacerati, città in bianco e nero. Quei racconti sono rimasti come riferimento non solo dal punto di vista letterario e culturale ma soprattutto dal punto di vista cinematografico o televisivo.

      Ma Simenon non è solo Maigret. Una scrittura limpida. Direi scattante, avvolgente, misteriosa, gaudiosa. Una scrittura coronata da una costante cadenza malinconica. Non solo Maigret, il nostro commissario con quel Gino Cerci dal panciotto bonario e dalla pipa che invogliava ad una serenità e ad una pazienza patriarcale. Non solo Maigret con quel passo felpato sotto le note di "un giorno dopo l'altro la vita se ne va" che ci riporta, tra l'altro, la struggente musica di un Luigi Tenco che ha accompagnato le avventure di questo disincantato commissario. Ma Simenon è lo scrittore di "Lettera al mio giudice", di "Lettera a mia madre" di "L'uomo che guardava passare i treni".

      Maigret è un personaggio che resta nell'immaginario popolare e non si cancella soprattutto nella cultura di alcune generazioni che hanno amato il poliziesco, il giallo, l'avventura senza mai smarrire il cuore dell'uomo. In ogni criminale, in ogni omicida, in ogni assassino, in ogni ladro c'è sempre un briciolo di umanità che andrebbe salvaguardata. L'uomo Maigret andava alla ricerca di questa mollica di umanità. Forse anche questo era una lezione impartita dal commissario e dallo scrittore.

      Enigmatico e kafkiano, a volte, il romanzo di Simenon. Oltre Maigret. I personaggi ridisegnano la loro quotidianità anzi si ridisegnano nella quotidianità. Un piccolo spaccato da "L'uomo che guardava passare i treni" del 1938: Popinga continuava a camminare. Quei vagabondaggi per le strade, alla luce dei negozi, in mezzo alla folla che gli passava accanto ignara, erano quasi tutta la sua vita. E le mani, nelle tasche del cappotto, carezzavano meccanicamente lo spazzolino da denti, il pennello e il rasoio". 

      Oltre Maigret, dunque. Si pensi a "Le finestre di fronte" scritto nel 1932. Riferendosi anche a questo romanzo Goffredo Parise scrisse: "Ha un predecessore… profetico: Franz Kafka… Simenon con pochi tratti, come un grande pittore… costruisce scene costumi e nomi e personaggi che paiono coperti dalla cipria bianca della pittura surrealista e metafisica. La sua semplice chiara prosa di umile scrittore di gialli è percorsa dal vento dei Balcani, evoca, con la sola parola Mar Nero, un mare nero, descrive gli uomini a due dimensioni: una di faccia e l'altra di profilo. Ma il profilo è una lama sottile di rasoio geometrico". Delle pennellate che lo hanno reso sempre sorprendente e mai banale. Così come in tutte le inchieste di Maigret ma soprattutto negli "altri" romanzi che lo hanno definito nella storia della letteratura del nostro secolo.

      Era nato a Liegi (Belgio) il 12 febbraio del 1903. Muore a Losanna nel 1989. Il primo libro pubblicato con il suo vero nome risale solo al 1929: "Pietr il lettore". E' questo scritto che mette in moto il personaggio Maigret. Nel 1944 - 1946 viene costretto ad un periodo di esilio per le sue simpatie naziste. Si trasferisce negli Stati Uniti. Importante "Tre camere a Manhattan" del 1946. Una vita impiegata intorno alla parola e alla ricerca di quei personaggi che sono nella vita. Senza metafore letterarie perché le metafore sono, appunto, nella vita.

      "Siamo arrivati fin dove abbiamo potuto. Abbiamo fatto tutto quello che potevamo. Abbiamo voluto l'amore nella sua totalità". Si legge in "Lettera al mio giudice". La passione, l'amore, i sentimenti sono percorsi nella vita della letteratura. "…la grandezza di Simenon si rivela intatta anche nell'affrontare il tema della passione d'amore: i deliri della gelosia, l'accanimento del sospetto, l'alcol che intontisce con provvisori oblii, la paura di dover tornare nel deserto della solitudine e dell'abbandono…". E' Giulio Nascimbeni che scrive.

      Tutto un mondo di straordinaria emozione che affascina e che rende quotidiano il personaggio in una storia che racconta frammenti di quotidiano.

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pubblicato il 24 agosto 2009

Ricordando Franco Cuomo tra le strade di Taranto

a due anni dalla morte

  di Pierfranco Bruni

Sono trascorsi due anni dalla scomparsa di Franco Cuomo. Finora non abbiamo tenuto fede all’impegno assunto due anni fa: quello di organizzare un convegno, una giornata di studi e di riflessioni, una meditazione a più voci sull’opera dello scrittore che ha attraversato la storia del templarismo attraverso un vissuto narrato. Nel corso di questi due anni sono stati pubblicati anche alcuni inediti. Libri postumi.

Di recente si è parlato del suo libro (opera teatrale) su “Il caso Matteotti”, 2009. Forse un testo insolito rispetto ai suoi studi e alle sue ricerche ma lo scrittore c’è tutto, l’anima invasa dal ricercatore, anzi dell’indagatore esplode con forza e stile. Ma poi esplode “Il tradimento del Templare” (2008) con la sua caratterizzazione e il suo scavo che è stato preceduto da “Gli ordini cavallereschi, nel mito e nella storia di ogni tempo e paese”, 2008.

Due anni dalla morte. Voglio qui riproporre un ricordo che non smette di accompagnarmi.  Ho un ricordo molto suggestivo e significativo di Franco Cuomo (Napoli, 22 aprile 1938 Roma, 23 luglio 2007). A volte restìo nell’aprirsi completamente al dialogo. Ma c’erano occasioni che con poche parole si aprivano orizzonti. Amava molto la città di Taranto e i colori della Magna Grecia. Più volte ho avuto modo di incontralo.

In una Taranto primaverile e quasi estiva di alcuni anni fa, dopo un incontro svoltosi al Castello Aragonese in un piazzale strapieno di gente che ascoltava e poneva domande sui temi cari a Franco, passeggiando mi disse (e lo ricordo benissimo) con la sua voce lenta e il suo accento con cadenze quasi “medioevali”: “Sai, abbiamo parlato dei Templari, dei viaggio dei Crociati, dei simboli e dei personaggi che hanno saputo rappresentare un mondo e una civiltà ma alla base di tutto si poneva un interrogativo. La letteratura salva dalla quotidianità? Io non credo, per le cose che ho raccontato ed ho scritto, che possa salvare dal quotidiano”.

Discutemmo a lungo di letteratura e di aspetti legati alla a questioni letterarie. Mi parlò con voce lenta dicendomi: “La letteratura cerca di salvare la bellezza. Dame e cavalieri sono nella storia ma senza la bellezza non avrebbero senso. Piuttosto la letteratura permette di capire con un’altra visione, che non è quella storicistica ma è testimonianza spirituale, la storia. Perché, vedi, continuava a ripetermi, la storia senza il mito e la leggenda non ha  un orizzonte. Ciò che ci fa sentire partecipi all’interno dei processi storici è la comprensione della storia come lettura delle civiltà in una tensione che permane nella capacità di vivere le avventure e i destini dei popoli come espressione spirituale. Parlando dei Templari, continuò, non abbiamo parlato della storia dei Templari ma della capacità nostra, oggi, di riuscire a penetrare grazie ai simboli un mondo che non c’è più ma che continua ad essere, comunque, presente. Da questo punto di vista, lo ricordo molto bene quando mi parlava di questo anche perché più volte siamo ritornati su tali argomenti, la bellezza non salva la storia ma ci salva dalla cronaca della storia”.

Mi diceva tutto questo passeggiando, con lunghe soste, sul Lungomare di Taranto. È vero la bellezza ci salva dalla cronaca della storia. Ci siamo incontrati diverse volte. Anche a Roma. Proprio a Roma ebbe la fortuna di conoscerlo. Era stato Francesco Grisi a presentarmelo. Aveva da poco pubblicato “Gunther d'Amalfi, cavaliere templare”. Era, credo il 1989. ma ci sono stati altri momenti importanti.

Era amico di Grisi. Me ne aveva parlato anni prima in occasione del Premio Strega del 1986, anno in cui Grisi arrivò in finale. E insistette molto affinché Franco Cuomo fosse inserito nella cinquina dello Strega del 1990 proprio con il romanzo dedicato a Gunther d’Amalfi. Con Grisi nel Ninfeo di Villa Giulia ci fermammo a commentare non solo il Premio ma si sottolineò sulla necessità di cambiare le modalità dei Premi.

La presentazione dei sui libri dal 1995 al 1999 a Taranto era un appuntamento fisso. Dedicammo anche in onore ai suoi studi una serie di manifestazioni sui Templari e sulla presenza dei Crociati. Presentammo nel 1996 “Il codice Macbeth. Il ritorno di Gunther d'Amalfi”.

E proprio in quell’occasione i nostri rapporti si intensificarono. Nel 1997 parlammo di “Santa Rita degli Impossibili. La storia d'amore e di sangue, di vendetta e di perdono di Rita da Cascia” con una interessante conversazione sulla storia di Santa Rita. Dopo quella presentazione io sentii la necessità (un bisogno vero) di recarmi a Cascia. Il mistero che incontra la storia o viceversa.

Parlando di Santa Rita  Franco mi disse: “Ricordati che, alla fine delle superbie e delle inquietudini,il perdono vince su tutto. Noi sapremo mai perdonare?”. Nello stesso anno presentammo “Le grandi profezie”. E di questo libro ci fu una conversazione privata tra me Grisi e Cuomo. Grisi sosteneva che abbiamo sempre la necessità di credere alle profezie e Cuomo ribatteva che sono, appunto, le profezie che guidano il viaggio.

Importanti furono le nostre conversazioni, i nostri silenzi, le attese. Quando poi nel 1998 discutemmo di “Il romanzo di Carlo Magno. 1, Il predestinato” quel discorso sulla profezia divenne il segno tangibile di una ricerca storica che non può vivere e non può resistere senza il segno della profezia e della speranza. “La storia continua ad avere bisogno del mistero per  realizzarsi come leggenda  e per penetrare gli uomini e le civiltà”. Questo mi disse Franco Cuomo.

Insomma una storia che non  ha bisogno della realtà ma deve entrare nei “sottosuoli” dell’anima. L’ho seguito nel corso del suo attraversamento letterario sino all’ultimo suo romanzo: “Anime perdute. Notturno veneziano con messa nera e fantasmi d'amore” passando tra  “Il tatuaggio”, “I sotterranei del cielo”, “Harun ar-Rashid, il califfo delle Mille e una notte” e altri titoli ancora continuando però a “inseguire” e a non dimenticare il ciclo di Carlo Magno. Io sono rimasto legato, comunque, a due testi che mi hanno aperto una visuale sul concetto di leggenda, di mito e di simbolo.

Mi riferisco a “I semidei” del 1995  “Il signore degli specchi” del 1991. Due percorsi, se così si vogliono definire, che costituiscono un battere nel cuore delle metafore. Una letteratura, quella di Cuomo, che è riuscita sempre a teatralizzare non solo i personaggi ma anche i destini e le avventure. Certo, Cuomo ha raccontato storie ma le storie (o la storia) di Cuomo hanno una dimensione che non si perde tra i rigagnoli della ragione perché continua a raccontarsi come leggenda. E se la storia non diventa anche leggenda per uno scrittore non è altro che una sottoscrizioni di fatti e di cronologie.

      La letteratura per Franco Cuomo era andare oltre la resistenza stessa delle date. C’è un altro libro che tuttora potrebbe rivelazione tracciati di sicura comprensione per capire l’età nella quale viviamo. Si tratta di “Nel nome di Dio” e risale al 1994. Un sottotitolo suggestivo che ci introduce in un’epoca di incanti e incantesimi tra le sponde dell’Occidente ed Oriente: “Roghi, duelli rituali e altre ordalie nell’Occidente medievale cristiano”.

L’Occidente tra i miti e le leggende. È più che mai attuale e resta nel sempre. “Non chiedere mai spiegazioni, mi disse in uno degli ultimi incontri, ma cerca di capire il senso, o la maschera, o il doppio che si vive nel segreto del mistero delle civiltà e dei popoli. Non chiedere giustificazioni. La storia non potrà mai darle. La letteratura potrà aiutarti se riuscirai a  non assentarti da una letteratura che è dentro il fascino del misterioso”. Conserverò nel cuore queste parole.

Uno scrittore che accanto alla recita della parola ha saputo raccontare senza lasciarsi rapire completamente dalla storia. Infatti il suo viaggio resta sempre dentro i segni della profezia come quel volume pubblicato nel 2007 che chiude una stagione “Le grandi profezie”. Si supera la storia con la profezia. Franco Cuomo attraversando il Medioevo ha raccontato le vie della profezia attraverso personaggi e luoghi. Tra i personaggi e i luoghi un impegno. Ritorneremo a parlare di Franco.

 

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pubblicato il 22 agosto 2009

Fernanda Pivano

Da Cesare Pavese a Fabrizio De André

Attraversando il viaggio della letteratura americana

Oltre un ricordo

 di Pierfranco Bruni

 

Dalla letteratura americana ai processi letterari che hanno segnato la nostra contemporaneità. Da allieva di Cesare Pavese ad intima amica di Fabrizio De André e Dori Ghezzi. Fernanda Pivano, scomparsa recentemente, (era nata il 18 luglio del 1917 e morta il 18 agosto scorso), importante personalità della cultura italiana,  ha  ben saputo leggere e interpretare la letteratura italiana e americana attraverso la traduzione di autori e testi che hanno caratterizzato i processi di incontro tra la poesia americana e quella italiana.

Significativo resta l’insegnamento (e il legame) di Cesare Pavese come anche la sua conoscenza e amicizia con un poeta scomparso dieci anni fa, ovvero Fabrizio De André. Una indagatrice che ha saputo offrire un dibattito all’interno delle geografie poetiche che hanno caratterizzato il nostro tempo. I  suoi studi e le traduzioni relative a Jack Kerouac sono un riferimento centrale di quella letteratura che ha siglato i “miti dell’America” attraverso la beat generation. Avevo avuto modo di conoscere Fernanda proprio in occasione di un incontro dedicato a Fabrizio De André. 

Ma Fernanda Pivano va ricordata anche per le sue straordinarie prove narrative tra le quali si sottolinea un romanzo dal titolo ‘La mia Casbah’ che presenta una forte liricità e un attraversamento di codici esistenziali. Un romanzo aperto al diario nella sottolineatura del canto e controcanto.

Fernanda Pivano fu una dei primi studiosi a definire De André un vero poeta del nostro tempo. A lei si devono quelle chiarificazioni tra testo musicale e percorso linguistico ben enucleato in un libro dal titolo: ‘I miei amici cantautori’.

Una studiosa dei fenomeni musicali, degli anni Cinquanta tanto che proprio nel testo appena citato ebbe a scrivere: “Gli anni Cinquanta erano stati per la musica più creativi, innovatori e tecnologiche impegnati di quando sia mai accaduto nella storia: erano nati un po’ come conclusione – e insieme reazione - del movimento futurista e un po’ come sfruttamento dei nuovi mezzi tecnici di riproduzione e registrazione del suono allora disponibili”.

 

Nel di dentro delle sue ricerche che vanno dalla traduzione dell’Antologia di Spoon River alle opere di Hemingway credo che il suo legame con Cesare Pavese sia stato un momento particolare che ha segnato anche il suo approfondimento letterario. Infatti le lettere di Pavese a Fernanda Pivano sono veri e propri tasselli di una letteratura altra rispetto al contesto della fine degli anni Quaranta. Proprio a cominciare da una lettera datata 22 agosto 1940 si evince il legame umano e letterario che univa Cesare e Fernanda.

 

Ma Pavese si spingeva anche oltre. Il 20 ottobre sempre del 1940 annotava: “Ma è vero che F. non conosce l’amore? Certamente non ne conosce l’ultima istanza, ma un suo atteggiamento davanti al problema esiste, e con ciò s’intravede qualche lineamento del suddetto segreto”.

Il 13 febbraio del 1943 da Roma Cesare scriveva a Fernanda: “Fernanda, sono molto infelice. Tuttavia L’accarezzo con riserbo…”. Sempre da Roma il 4 giugno del 1943 Cesare annotava: “Donarsi vuol dire non aver tempo di guardare al passato e quindi non compiangersi”.

 

Alla  data del 2 febbraio 1946 c’è una brevissima lettera nella quale si legge: “Il cordone ombelicale è veramente tagliato, la prefazione e "ha stile" – il giudizio non è soltanto mio. Il maestro non ha più niente da fare. /Come semplice revisore attende il manoscritto col testo per dare l’ultima occhiata. Poi, buona fortuna nei mari della vita”.

Si tratta di una lettera autografa rimasta in possesso di Fernanda Pivano. La prefazione alla quale fa riferimento Pavese è a “Storia di me e dei miei racconti” di Sherwood Anderson. Sono soltanto dei piccoli segni che chiaramente andrebbero approfonditi non soltanto per capire il legame letterario e umano tra la Pivano e Pavese ma anche per capire una temperie penetrando i tessuti di un’epoca qual è stata quella degli anni Quaranta – Cinquanta.

Pavese, dunque, è stato un maestro per la Pivano e proprio partendo dalle lezioni pavesiane ha potuto padroneggiare il rapporto con la canzone. Un rapporto che partiva dalla capacità liriche e dalle intercettazioni linguistiche di poeti e scrittori moderni.

Infatti Fernanda si è confrontata con autori e cantanti come De André, Bob Dylan, come Jim Morrison, come Patti Smith, come Francesco Guccini e molti altri. Partendo dalla parola, dalla poesia, dal linguaggio della liricità è entrata dentro le stanze della musica.

D’altronde il suo vissuto con la letteratura americana e la frequentazione con testi di scrittori d’oltre Oceano hanno permesso di stabilire sempre un dialogo tra le eredità culturali e le contaminazioni che restano vitali nei linguaggi della poesia e della canzone. Restano vitali, comunque, quelle eredità provenienti da Cesare Pavese.

Eredità che hanno matrici in una griglia di simboli che si enucleano nell’analisi dei personaggi effettuata in Ernest Hemingway. Il senso del tempo e il formidabile vissuto del viaggio sono nuclei centrali nella tensione letteraria e umana della Pivano. Un raccordo che è possibile leggere con chiarezza proprio quando Fernanda sottolineava l’importanza della poetica di De André.

 

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pubblicato il 20 luglio 2009

La piazza o le piazze tra la solitudine e le nostalgie

in Cesare Pavese

  di Pierfranco Bruni

 La poesia di Cesare Pavese è costantemente intagliata all’interno di un paesaggio in cui la voce predominante è caratterizzata dai luoghi. Luoghi come realtà geografica luoghi come elemento fisico ma soprattutto luoghi distribuiti tra i giochi dei ricordi e quindi della memoria e l’indefinibile ricostruzione di una metafora fatta di segni onirici e di costruzioni esistenziali.

      Ma ci sono anche dei luoghi che pur essendo una rappresentazione del reale si definiscono nella cancellazione della realtà stessa per manifestarsi come modello estetico tra l’apparenza dell’immaginario e la fissazione della storicità.

      È proprio questo luogo, ovvero luogo per definizione tra estasi e storia, che ci interessa in modo particolare in virtù del fatto che Pavese non è mai uno scrittore realista ma la sua scrittura delinea un essere dell’immagine e un essere del linguaggio completamente fuori dagli schemi di una didattica del neorealismo. Probabilmente uno scrittore dello sguardo. Questo sì. E i luoghi in virtù di ciò sono comunque sempre un disegno ben ricamato nella costruzione della metafora. Ma quali sono questi luoghi in Pavese?

      Il mare e le Langhe sono luoghi ben definiti o meglio si potrebbe dire l’acqua e la terra. La città e il paese costituiscono la penetrazione dell’inconscio tra l’essere della solitudine e lo spazio dell’inconoscibile. E poi la campagna che lega la solitudine al mito e il mito in Pavese si spiega sempre attraverso una griglia simbolica. Un luogo che ritorna spesso, non solo nella poesia ma anche negli altri scritti, è il concetto di strada.

      La strada in Pavese è l’allegoria dell’andare del non fermarsi mai o meglio del percorso o meglio ancora dell’osservare o ancora del guardare cosa accade nella strada cosa accade al di fuori della casa. La strada come attraversamento ed è la strada che conduce alla piazza. C’è da dire che non sono molte le poesia in cui compare la piazza ma è un luogo di una presenza sia fisica che interiore.

      Certamente tra i versi dedicati alla piazza campeggia la dannunziana poesia dal titolo “Passerò per Piazza di Spagna” datata 28 marzo 1950 ed è parte integrante della raccolta “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi” pubblicata postuma. È una poesia che fa parte dell’ultimo mazzo dei versi pavesiani e l’intreccio tra lo strascinamento esistenziale e la fotografia  è ben integrato. Ma anche qui in questa poesia dedicata alla piazza non mancano le strade. Per ben quattro volte è citato il termine strada, anzi tre volte al plurale e uno al singolare. Si conferma quello che si diceva prima: le strade buttano nella piazza e le strade fanno la piazza in Pavese.

      Una visione chiaramente geografica-antropologica (si pensi a “Abbozzo di Paesaggio” del marzo 1936 dove si legge: “Sulla piazza la gente non può litigare,/ma s’accolgono tutti con capre e maiali/contro i muri. Da un muro di cinta scrostato/s’erge saldo l’ammasso fiorito di un albero”, oppure a “Jazz melanconico-” del giugno 1929: “Il giardino profondo, sulla piazza,/di oscurità e freschezza”) che penetra il tessuto altamente lirico di Pavese. Anche il titolo diventa un attraversamento. Non si parla della Piazza di Spagna in se ma del passare per Piazza di Spagna ovvero quel “passerò”  non sta ad indicare una forma statica bensì dinamica. Pavese non si ferma in Piazza di Spagna. Qui entra in gioco la componente lirico esistenziale e la dinamicità in questo caso specifico segna ancore di più l’inquieto esistere, l’inquieto essere, l’inquieto uomo-luogo di Pavese.

      Pavese è l’uomo-luogo per eccellenza. È una delle poesie più belle dell’intero corpus pavesiano e risente come già si sottolineava l’influenza marcata del Dannunzio alcionico e del Dannunzio che recita la chimera. Il Dannunzio aulico ma questo non è né un difetto né un vizio è invece la dimostrazione che il Novecento Italiano non potrà mai fare a meno di Dannunzio.

      Dannunzio nella poesia italiana non è un’ombra, è la certezza del rinnovamento ed è quindi linguaggio nuovo nel solco della contemporaneità. Ebbene in Pavese e in questa poesia in particolare la piazza diventa il luogo dentro i luoghi. Si ascoltano i primi cinque versi :

 

   Sarò un cielo chiaro.

   S’apriranno le strade

   sul colle di pini e di pietra.

   Il tumulto delle strade

   non muterà quell’aria ferma.

 

      Il paesaggio dunque non è una rappresentazione figurativa soltanto perché la spinta onirica è abbastanza avvertibile in una cesellatura dove il mosaico che emerge è siglato dalla contestualizzazione della natura. Il cielo, il colle , la pietra. E poi compaiono le strade. Nelle strade c’è tumulto ma questo tumulto non cambierà l’aria-atmosfera che rimane ferma perché la piazza ancora una volta diviene il contenitore dei luoghi e delle sfumature paesaggistiche. Paesaggio che si vede e paesaggio interiore del poeta sono una dichiarazione dell’esistere e dell’essere.

      L’onirico aulismo dannunziano continua così :

 

   I fiori, spruzzati

  di colori alle fontane,

  occhieggeranno come donne

  divertite. Le scale

  le terrazze le rondini

 canteranno nel sole.

 S’aprirà quella strada,

 le pietre canteranno,

 il cuore batterà sussultando

 come l’acqua nelle fontane –

 sarà questa voce

 che salirà le tue scale.

 

      La frequentazione della musicalità porta Pavese ad un felice ascolto della ripetizione non solo della ritmicità ma delle parole che diventano in questo caso parole chiave. Non troviamo soltanto una nuova ripetizione del termine strada ma ricompare anche  il termine pietre e poi si ripete il verbo aprire, prima coniugato nella terza persona plurale nel tempo futuro ora, lasciando il tempo, nella terza persona singolare.

       La metafora più incisiva sembra quella proposta nel verso “le pietre canteranno”. Nel terzo verso la pietra era abbinata al colle quindi in una forma bloccata nell’immaginario in questa fase successiva la pietra acquista voce e il tutto ancora una volta all’interno della piazza.  Nei versi finali che andremo a citare la pietra avrà un suo odore. Così :

 

 Le finestre sapranno

 l’odore della pietra e dell’aria

 mattutina. S’aprirà una porta.

 Il tumulto delle strade

 sarà il tumulto del cuore

 nella luce smarrita.

 

      Si insiste con il lirismo ripetitivo e con l’uso dei vocaboli già menzionati. Se all’inizio “il tumulto delle strade” non concedeva mutazione in quest’ultimi versi c’è una abbinata tra strade e cuore. Le intermittenze proustiane del cuore in Pavese si chiariscono come tumulto e il tumulto delle strade penetrerà il tumulto del cuore e in questo caso si comprende come quella luce o quell’aria che era ferma risulta smarrita.   

      Qui si intaglia la figura della donna pur avendola già citata all’interno della poesia. Qui assume propriamente il tu. L’ultimo verso recita :

 

 Sarai tu – ferma e chiara.

 

      Ecco, dunque, il passaggio pavesiano per Piazza di Spagna che diventa una metafora fondante perché Pavese si serve della piazza per dipanare quel nodo che è il suo essere in bilico tra la vita e la morte. Così non è in una poesia precedente dal titolo “Lavorare stanca” dell’omonima raccolta .

      La poesia in questione, ovvero “Lavorare stanca” risale al 1934 e si nota immediatamente un incastro tra la strada e la piazza. Si parla ancora una volta di un attraversamento e non di un fermarsi. Si conferma, quindi, che la strada e la piazza non sono luoghi della staticità perché, come dice Pavese, per andare via di casa bisogna che si attraversino le strade come in questo verso che è l’incipit della poesia in questione :

 

 Traversare una strada per scappare di casa…

 

      E in questo caso le strade e le piazze sono vuote o peggio ancora deserte. C’è un insistere di questa immagine :

  Non è certo attendendo nella piazza deserta

 ancora :

  Nella notte la piazza ritorna deserta

oppure :

  Non è giusto restare sulla piazza deserta

 

      E prima ancora  si parla di piazza che sono vuote. Ma questa solitudine che si vive nella piazza è legata chiaramente all’attesa. Nonostante che la piazza sia deserta si resta in attesa. Ma per sconfiggere questa solitudine c’è bisogno di girare per le strade. Il tema della solitudine in pavese è ricorrente e per sconfiggerla, come ci dice anche in questa poesia, c’è bisogno della donna. Il deserto della piazza  può essere debellato cercando  “quella donna per strada”, ci dice Pavese, che “ci sarà certamente”.

      Solitudine-donna-strada-piazza. È su queste coordinate che il luogo-uomo Pavese offre una chiave di lettura che sulla da una diretta partecipazione realista per raccogliere i risultati di una antica metafora che si spiega nel mito-rito-simbolo. Ed è forse qui che si gioca la partita del luogo-piazza che in Pavese viene ad essere assorbito con un vero e proprio archetipo.

      La piazza deserta non è ancora la piazza che aulisce di matrice dannunziana ma attraversadola, come più volte è stato detto, ci fa sentire le strade che si aprono in una luce che si smarrisce come si è potuto notare in “Passerò per Piazza di Spagna” . Non si avverte, comunque, in queste due poesie alcun segno tangibile che possa rimandarci ad una visione di natura popolare pur essendo presente nell’interezza dell’opera pavesiana.

      Il fattore antropologico ha una sua valenza soprattutto nella poesia “Lavorare stanca” ma è l’antropologia che recepisce il senso di solitudine che campeggia. Così il luogo- piazza non resta il luogo-natura-paesaggio (come anche in “Gente non convinta” dell’estate 1933 dove si legge: “Questa pioggia che cade per piazze e per strade…”) ma è il luogo-esistenza perché nella piazza vivendo il tumulto, come ci dice Pavese, si cattura il tempo  e la dissolvenza del tempo lungo il tracciato di un destino che vive nel viaggio della vita. Ed essendo un attraversamento per Pavese non può che essere un viaggio in attesa.

      L’attesa per Pavese è oltre ogni realismo. E la piazza resta sempre attesa. L’attesa che si registra in “Città in campagna” del 1933 nella quale si legge: “Le vie fresche di mezza mattina eran piene di portici/e di gente. Gridavano in piazza. Girava il gelato/bianco e rosa: pareva le nuvole sode nel cielo”. Oppure l’attesa che si fa risveglio e cerca di rivelarsi alla piazza: “Donne fosche spalancano imposte alla piazza”. Si tratta di un verso di “Tolleranza” del dicembre 1935. E tutto si vive nello spazio della piazza: “È laggiù che quest’oggi sarà il calore/l’osteria la veglia le voci roche/la fatica. Sarà sulla piazza aperta./Ci saranno quegli occhi che scuotono il sangue”.

      Il suono e il “calore”  della “piazza aperta” si ascoltano lungo i corridoi di un ricordare che riporta echi. Ma anche luci Così in questi versi del “Carrettiere” del dicembre del 1939. ci sono le luci altrove. Quelle luci de “Il ritorno-” del marzo del 1929: “Tante tante persone – quante luci/accendono le piazze - /tante figure lente lente lente/ci han calpestato l’anima”. Ma la piazza aperta è un richiamo “della grande piazza” che si ascolta nei versi del 1927 che preparano i versi di  Lavorare stanca.

      La piazza e le strade non sono un ossimoro ma un intercalare di una continuità di quella tensione esistenziale dentro la geografia della propria anima. Sono le “piazze e le strade” de “L’estate di San Martino” del dicembre 1932 o la solitudine che accomuna strade e piazze: “Nelle strade deserte come piazze, s’accumula un grave silenzio”, da “Poetica”, datata settembre 1935 – 1936.

      La piazza non solo come rievocazione, non solo come cultura della comunicazione e della partecipazione, non solo come consapevolezza della solitudine ma come elemento della dissolvenza della retorica. Pavese vive dentro di sé la metafora della vita e in questa metafora la piazza diventa ethnos.

      Un consolidare lo spazio (in una allegoria che richiama lo “spiazzo”) con il vivere il tempo dentro un luogo. L’essere è il luogo della condivisione. Una vita alla ricerca della condivisione. Forse anche oltre le metafora che imprigionano il quotidiano e diventano mito.

      La piazza nel mito. È così presente la grecità in Pavese tanto che la piazza – spazio è una vera e propria incisione nel cammeo del rito – mito. L’antica agorà è in Pavese.

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pubblicato il 21 giugno 2009

 

La scomparsa del poeta lucano Vito  Riviello

Un incontro con i “maghi dell’inchiostro”

 

di Pierfranco Bruni

 

  

Il tema della terra, dei paesi che recitano la vita nel quotidiano, dei luoghi che si aprono agli spazi – piazza e poi quelle radici che raccontano oltre la storia in un intrecciare di immagini e ironia. Dentro questo misurare la parole con il tempo si avvolge il tracciato poetico di Vito Riviello.

Nato a Potenza nel 1933 e morto a Roma il 18 giugno scorso. Più volte avevo avuto modo di incontralo, negli anni passati, a Roma. E quel suo sguardo, quel suo accento, quel porgersi tra il silenzio e il sussurro restano incisi indimenticabili.

Un poeta che non ha mai creduto alla ufficialità del “fare” poesia ma si è inventato, attraverso le emozioni e i sentieri del magico antropologico e gioioso il linguaggio della poesia. Un linguaggio e una poesia che non hanno mai rinunciato a un gesto di teatralità. Perché la sua parola si è nutrita di teatralità e di un immaginario il cui senso scenico ha dato corpo proprio ad un recitativo che si è “strutturato” in un canto esistenziale.

Il suo primo libro risale al 1955: “Città fra paesi”. Un Sud non melanconico e triste ma forse sarcastico, beffardo, certamente meravigliosamente ironico. Ma in Riviello l’ironico è sempre raffigurazione di un rappresentativo teatrale nel quale gli oggetti, i luoghi, le strutture sono parte integrante di un dare e dire del sentimento.

Così: “Potenza del fiume e Potenza della montagna/siamo una cosa sola/dalla collina alla valle./Ci sono autobus verdi e chiari,/rari sono i muli che passano/e hanno un uomo smarrito sul dorso./Siamo città fra paesi/antica capitale di fontane e di chiese”.

È una poesia che non dimentica le cifre di una terra che è antropologicamente radicata ad una cultura contadina ma di questa non ne fa una icona. Anzi la cultura contadina è un passaggio di dimensioni metaforiche che incidono un solco e tracciano una trama all’interno di quella visione poetica meridionale contemporanea che ha fili stretti che vanno da Rocco Scotellaro a Pio Rasulo. Riviello è come se attraversasse la poetica scotellariana per inserirsi in uno spaccato certamente di poesia e canto meridionali ma riesce a cogliere un orizzonte che è quello della spazialità.

In versi del 1975  dal libro “L’astuzia della realtà” si può cogliere: “Bastava ricorrere ai sogni/per verificarsi sulla piazza/ai grandi vuoti planetari”. Un verso che si apre a ventaglio sulle metafisiche dello spazio – tempo inserendosi in una tradizione che deve avere la forza di ritrovarsi nella innovazione dei linguaggi.

D’altronde la poesia ha la capacità, la forza, la volontà di non confondersi con la restaurazione della tradizione linguistica. Una lezione quella di Riviello che può leggersi anche come un modello di antropologia poetica nella modernità degli incontri di lingue e di culture. Tanto che nel 1999 pubblica un testo dal titolo: “E arrivò il giorno della prassi”.

Una registrazione di una poetica del pensiero ma anche della inventiva. Nello stesso anno, non fare un contrappeso, dà alle stampe anche “La luna nei portoni”. Il poeta resta profondamente legato alla sua Lucania. Una Lucania che non è una geografia soltanto ma un viaggio nell’essere e nel tempo. In quel tempo che non smarrisce l’essere.

“L’ombra è un uomo che passa nella luce/innalza laterizi,/il nemico, non il grido della civetta,/è negli interstizi dialettici/d’una provocazione maledetta” (da “L’astuzia della realtà”). Un poeta che ha sperimentato non solo le forme linguistiche ma si è saputo confrontare con l’universalità delle esistenze.

Da questo punto di vista credo che Riviello si sia distaccato chiaramente dalla problematicità del meridionalismo fatto poetica ed ha proposto uno spaccato fortemente legato non tanto alla aulicità del verso ma ai contenuti del fraseggio. C’è, comunque, in Riviello, il tema del sogno che si mostra spesso ricorrente. “Se dal torbido sogno/mi svegliassi antilope/apprenderei la virtù dei fiori” (da “Dagherrotipo”, 1978).

Questo sogno che si fa pazienza è una trama persistente sin dai primi versi che hanno una connotazione ben precisa. Penso ai versi di “Mia città” (dal libro citato del 1955). Forse è in quella poetica dell’incipit che si ascolta l’amore e il rifugio, la città e la vita, la piazza e l’incontro.

“Mia città di pallidi contrasti/così come il sole si oppone alla luna/per un tramonto campagnolo”. Un profilo poetico che ha matrici profonde. Una poesia retta dalla distinzione nella comicità del popolare.

Riviello è come se avesse trovato in quella poesia popolare duo – trecentesco una chiave di lettura da offrire come modello non solo poetico ma letterario al tardo Novecento. Il beffardo e il giocoso hanno sempre riempito di stili la sua poesia. Come per dire che “In questa casa aperta di cultura/si recita un teatro nero/di linguaggio”.

Teatro come piazza. La piazza come luogo di una geografia mai virtuale ma simbolica. Resta una simbolicità attraversata dai segni del tempo. Forse una metafora. Ma questo teatro che è piazza è l’attraversamento delle vite. La poesia di Riviello, per usare un suo verso, “s’addice ai maghi dell’inchiostro”. 

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pubblicato il 21 giugno 2009

Il calabrese Geppo Tedeschi e il Futurismo

Un poeta “necessario” nella tradizione della innovazione

    di Pierfranco Bruni

 

Il Futurismo di Geppo Tedeschi è interamente attraversato da una diversità di aspetti che andrebbero sezionati in veri e propri momenti, ma ciò che interessa è l’anima con la quale il canto, il grido, il segno vengono coniugati sulla pagina. Non va dimenticato che la sua ricerca è un andare nel profondo. Oggi si caratterizza grazie a un paesaggio epocale che fa storia, che dà volto all’immagine di una civiltà per la quale l’uomo costituisce l’età dell’essere.

Ascoltiamo da Il Golfo di Spezia: “Onde più onde / fermatevi un poco / per ascoltare com’Ave Maria / la nostra futurista poesia! nemica a tutto fiato / dei baluardi, a muffa, / del passato. / poi tornerete a navigare / tra sole tempesta e risacca / per le strade / de l’acqua”. O un passaggio da Idrovolanti in siesta sul Golfo di Napoli (ed è qui una delle caratteristiche essenziali): “Dibattito progresso commozione d’idrovolanti in siesta sulle precise ore 2 del pomeriggio NO Nooo rombano i motori al tavolo da lavoro così non si può concepire il grande Poema GOLFO DI NAPOLI Conviene urge dirigere l’ascesa verso i 2000. Allora solo allora pizzicando 100 grossi motivi di bomba balistite pirite — MARCIA TRIONFALE AIDA si può benissimo decantare questo golfo legionario MEDAGLIA AL VALORE artista futurista fregolismo con la tuba di CASTEL DELL’OVO”.

Questo è soltanto l’inizio (per ragioni di stile lo riportiamo nella sua forma originale) e ci fa capire il gusto e la personalità di Geppo Tedeschi. Il binomio che maggiormente viene fuori è appunto parola-immagine. La parola (siamo in pieno futurismo) si serve dell’immagine. Diviene libera. L’immagine gioca a sua volta con la parola. Le immagini hanno una loro figurazione che si concentra tutta nel dettato poetico che è nella voce del verso.

Ma il poema continua con il gesto della parola e si offre con queste battute che in un certo qual modo spiegano la risposta futurista di Tedeschi: “SCATTANO I MAGNETI Trebbiamo trebbieremo trebbiare con le nostre scintille stella viola rosa minio la foschia notte tempesta. Siamo la luce eterna degli EROI La lampada votivo dello sventa-gliato paesaggio mediterraneo declamante strade ascensione progresso commercio precisano L’ELICHE. Scagliamo frantumiamo glorifichiamo il sorriso operoso tipico napoletanismo chitarra a trentasei corde per le serenate a POSILLIPO. C’innalziamo c’innalzeremo SEMPRE in meandri inesplicabili. Vita morte cielo mare. Così ogni giorno così ogni ora COSI SIA”.

Quale valore può avere questo paesaggio di versi? Abbiamo parlato di gioco. Non si tratta, comunque, di un gioco tout court. È un gioco di Costruzioni, ma è soprattutto un incasellamento di idee. E le idee si fanno parola, si fanno gusto e assumono i risvolti della grandezza.

Nell’Aeropoema citato vi sono i tratti dell’originalità. Una originalità che ci porta a scoprire versanti significativi. Così si esprime Marinetti: “L’originalità degli aeroporti sorella della originalità degli aeropittori aeroscultori aeromusicisti aeroarchitetti, ci porta all’infinitamente grande ed allo stratosferico mentre la poesia dei tecnicismi di altri futurismi non meno ispirati ci porta nell’infinitamente piccolo della biochimia dei commerci e delle metamorfosi industriali di un canneto mutato in seta e di un latte mutato in vestito”. Un segnale preciso che ci indica in che modo Geppo Tedeschi si rivolgeva alla cultura di una stagione fervida di interessi e di attività. Il suo poema dedicato (ne abbiamo già citato un passaggio) a Il Golfo di Spezia resta in questo senso una testimonianza emblematica.

Tedeschi raccoglie la sfida lanciata appunto da Marinetti a tutti i poeti d’Italia. Questo poema è stato declamato, insieme ad altri, il 3 e 4 ottobre del 1933, nel Teatro Civico della Spezia. Tedeschi aveva accolto la sfida di Marinetti, il quale si era espresso in questi termini: “Vi sfido tutti a battermi, se lo potete, il primo ottobre. Il mio Golfo della Spezia nascerà quando mi recherò a settembre nelle sue acque radiose e musicali per nuotare e poetare insieme”.

La sfida non aveva soltanto un valore letterario e poetico. Aveva una sua indicazione civile. Ed è proprio questa indicazione che ha avuto un immenso riscontro. Da qui il discorso diventa più complesso. Si entra nel vero e proprio viaggio letterario di Geppo Tedeschi. Si entra in quella dimensione che è movimento. E il movimento è trasmissione. Tra il movimento e la trasmissione si instaura quella tensione che è tensione armonica. La tensione armonica e il gesto libero nella poesia di Geppo Tedeschi formano un circuito dove la parola si incontra col dettato poetico. Il gesto è nella parola. La parola compie un gesto. Vi è, dunque, una armonia che si stende lungo un tracciato che ha sostanzialmente un peso dovuto sia al tipo di ricerca che all’individuazione di una identità culturale. E questa identità è una identità futurista. Il gesto è un gesto futurista.

Così la parola nella quale si condensano le attività linguistiche di un’arte e di un gusto che restano testimonianze di un uomo e di un’epoca. Testimonianza ma anche esperienze e con le esperienze la capacità di capire il volto di una civiltà nella quale il tempo e la caduta del tempo costituiscono una delle chiavi interpretative. Ma per capire questa civiltà non occorrono grosse interpretazioni e imponenti pretese. La poesia di Geppo Tedeschi è certamente una poesia che ha ritagliato una cornice all’interno di un contesto frastagliato e complesso. Una cornice importante la quale non può certamente essere trascurata sia in una realtà letteraria italiana che regionale. La letteratura calabrese del Novecento deve tener conto della poesia e della presenza di Geppo Tedeschi. Deve tener conto del Futurismo e della sua evoluzione.

F. T. Marinetti nella Prefazione alla I Edizione di Corto Circuiti (1938) scrive: “L’aeropoesia futurista calabrese di Geppo Tedeschi ha già dato a l’Italia molti versi liberi e parole in libertà che perfezionando i principi di sintesi e di dinamismo in questi CORTI CIRCUITI offrono al lettore intelligente e sensibile splendide originalissime fusioni di valvole, fusioni viola-arancione, cioè bruciate nel tragico della vita virilmente spremuta fino ad esplodere con lo splendore solare delle coste calabre sicule africane”.

E’ una osservazione toccante. Lo è per vari motivi. Sul piano letterario esamina alcuni punti focali e li mette a confronto con il gusto del colore. Sul piano umano fa emergere un dato mai trascurato che è quello dell’appartenenza alla terra calabra. Marinetti ci teneva a sottolineare questo aspetto. In Geppo Tedeschi questi due momenti si fonderanno. Basta ricordare i versi raccolti in Ruralismo calabrese (1942) o addirittura Tempo di aquiloni (1963). In queste due raccolte il colore e l’immagine, la proiezione della memoria e la terra dànno vita ad una esplosione musicale intensa e densa di contorni.

Marinetti nella sua Prefazione prosegue: “Talvolta la sua poesia breve e musicalissima, mi fa pensare a certi suonatori ambulanti di fiera e villaggi amanti di strumenti fonici come i guerrieri medievali erano armati di ferro, ardire crudeltà”. Un gioco di contorni ma anche di scene. Un gioco di vedute ma anche di ansie. Un gioco che conosce molto bene la parola e il senso. Un gioco che non si assenta dall’armonico suono. E ancora Marinetti che afferma: “La sua poesia suona sinteticamente e simultaneamente tutta con piedi, ginocchia, pancia, testa, mani e bocca. Per calamitare cosmicamente anime e corpi primaverili la poesia del Futurista Geppo Tedeschi è talvolta paragonabile all’assieme delle tastiere dei grandi organi delle cattedrali modernizzate che io defluisco, con parola nuova, politastiera…”.

“Lo fiutano e scaccando le vetrate diventano cielo musicale e rumorista nel cruscotto di un aeroplano, questa politastiera d’azzurri”.

Siamo vicini al gesto del rito. Prima si sono citati i “guerrieri medievali” ora si è dentro una “politastiera”. Ma le due cose hanno una comunanza, ed è quella della parola detta come segno di una sacralità. Certo in Geppo Tedeschi questo avvicinamento ad una dimensione del sacro è qualcosa di profondo. Lo si avverte nel respiro della parola. Lo si sente nell’affiato del verso. Lo si constata nel paesaggio del poema. Lo si ascolta nella tensione religiosa dei versi raccolti in Tempo di aquiloni. Qui la poesia dal titolo “Non sappiamo più leggere” è un esempio sicuro.

Così recita: “Non sappiamo più leggere / la parola abbraccio. / Abbiamo smarrito! la via! che Tu ài battuto / concludendo in Croce. / Disarma il nostro cuore / e fai che s’apra! ad ali di colomba. / Signore che inalberi / il giorno, / che apri la notte / che accendi le stelle”. Siamo oltre ad una dichiarazione di poesia futurista. Ma è indubbiamente una tappa di arrivo fondamentale nella quale confluiscono stagioni di ricerca e sentimenti.

Ma il suo futurismo resta legato all’età del poema. Ci riferiamo alla prima edizione (che risale al 1932) del Poema Gli affari del primo porto Mediterraneo di Genova, a Il Golfo di Spezia (prima edizione 1933), a Idrovolanti in siesta sul Golfo di Napoli (si tratta di un Aeropoema del 1937), a Corti circuiti (1938), al Poema “Ala” Parole in libertà Lotta tra la serra e il gomitolo, a Il suonivendolo (la cui prima edizione risale al 1939). Al 1940 risalgono I canti con l’acceleratore dove si avverte una tensione linguistica protesa verso un costante rinnovamento. Ma il Futurismo di Tedeschi (d’altronde tutta la poesia futurista) va verso un continuo sviluppo e si apre a continue riprese di rinnovamento. Ma con Ruralismo calabrese del 1942 (aeropoema futurista) il viaggio ha ulteriori sviluppi sia tematici che linguistici. L’immagine di un ritorno alla terra non conosce soste.

La Calabria è calata, con la sua atmosfera e quindi con i suoi colori, nel tempo delle parole. Malinconia e riprese nostalgiche si agitano all’interno di questa ricerca. Vi è un defluire della parola: “Malinconia amaranto, / venata di prime stelle. / Stelle stelle. / Quante stelle. / Amico vento, / pastore cli fronde, / legnaiuolo di monti e pianure, / tira sassi alle rose, / a primavera, / diavolo della polvere, / viandante brontolone, / ricco di fiabe come un paiuolo, / porta a l’Italia bella, / questo fagotto di baci”. La prima edizione è del 1942. Al 1943 appartiene Rosolacci tra il grano. Qui le voci della natura si intrecciano con la luce e i suoni. Ma il chiarore più vivo è un sentire l’infanzia come “arietta d’autunno”. Al 1951 appartiene Canne d’argento. Allo stesso anno, con prefazione di Giuseppe Lipparini, la raccolta Liriche epigrafi-che. Zufoli sul colle è del 1957. Tempo di aquiloni, già citata, è del 1963. Epigrafe porta la data del 1973. In Tempo di aquiloni il dettato poetico si arricchisce maggiormente di brevi immagini che sostengono un quadro ben robusto. Hanno una limpidità notevole. Il messaggio è tutto proteso in avanti. La memoria, il senso del ricordo, il recupero della perdita hanno un fascino coinvolgente.

La tematica futurista si incontra con altre esigenze esistenziali. Il paese viene presentato attraverso chiaroscuri che hanno una sottile liricità.

Sono molto belli e veri questi spaccati: “Paese, di tufo e di pietre! tutto inciso di giorni! desolati. / Mio povero paese / che aspetti, / rassegnato, / che la pietà del tempo, / ti dirupi”. Oppure: “Crepuscolo d’agosto / sognatore. / Ostia di luna, / scampanio di chiese. / In quest’ora. / Solenne e flautata, / brillano i focolari / al mio paese”. Sembra che il profilo dei versi anni Trenta sia mutato, ma sostanzialmente è mutato soltanto il gioco degli incastri. Le immagini formano una ragnatela su una dimensione che assume sembianze mitiche. Il ricordo, il tempo che fugge, il “crepuscolo” del paese (lo si è già detto) sono cose raccolte in una atmosfera mitica, la quale (è qui il suo futurismo) non ha rivolgimenti verso la nenia del passato ma guarda avanti. Ed è questo proiettarsi in avanti che rende viva e nuova la poesia di Geppo Tedeschi.

La distinzione è nel linguaggio. La poesia non sfugge al linguaggio. In queste poesie è subentrata la consapevolezza degli addii. Si ascolta: “Mi riscaldo alla fiamma / dei ricordi”. “Tramontano le stagioni. / Ognuna con il peso / degli addii. / Ma tu non mi tramonti / dal pensiero, / profilo sotto a mistica / distanza. / Mi sei fuggita, ratta / come l’acqua / e come l’acqua / non sei più tornata”. Fra questi versi c’è una poesia dedicata al padre.

Il titolo è appunto “Padre” che in un certo qual modo emblemizza in questa fase del viaggio e raccoglie tracce e significati di un meditare profondo e travagliato. In Geppo Tedeschi il dato meditativo è sempre un travaglio che cuce ferite lontane. La poe-sia recita: “Ti chiamai ieri, a lungo, / dalla proda. / Mi dissero che i morti, / a mezzogiorno, / ànno il sonno leggero / e trasparente. / Ma l’eco, in fretta, / tornò la voce. / Sulla strada, / abbagliata d’alta luce, / nenie, incomplete, / cantava un carraio. / Giovine e bello / palpitava il grano”.

La poesia di Geppo Tedeschi si presenta attraverso uno sviluppo che tocca diverse stagioni. Dagli anni del Futurismo alla poesia di oggi costituisce un viaggio affascinante. Ma la sua poesia non può essere isolata soltanto a un determinato periodo. Abbraccia un’epoca. La si deve cogliere per quello che riesce ad esprimere nella sua totalità. Certo si possono far prevalere dei momenti particolari invece di altri ma non si possono creare delle esclusioni forzate.

Giuseppe Lipparini nella Prefazione a Liriche epigrafiche osserva: “Futurista era, non tanto per ragioni teoriche quanto per l’impianto spontaneo della sua indole meridionale.

“Gli piacevano le belle immagini ampie ed ariose, amava il paesaggio, per la ricchezza dei colori e per quel senso rioposante di lontananze spezzate. E aspirava soprattutto, alla rara virtù della concentrazione poetica.

“Ma anche nel futurismo non gli riusciva di essere eccessivo o stravagante; c’era sempre in lui, forse per una lontana parentela con gli Elleni della Magna Grecia, un senso della misura che gli faceva da freno”.

Siamo al 1951. Molte esperienze sono state già vissute e consumate. Molte idee hanno trovato un loro sviluppo a sé. E Geppo Tedeschi è già in una stagione poetica nuova.

La sua poesia futurista rimane al centro della sua ricerca. I suoi Poemi segnano il momento più alto in un vantaggio che andrà sempre oltre.

Nel suo Futurismo, nel suo andare fra le parole e le azioni, l’anima della sua terra non va mai smarrita. Anzi compare spesso e spesso viene ricordata anche dai suoi critici. Questo segno di appartenenza alle origini (alla sua terra) avrà delle evoluzioni. Costituirà alla fine (ci riferiamo alle poesie ultime) una vera e propria dimensione poe-tica.

Ma il dato importante è che Geppo Tedeschi va riconsiderato per la complessità della sua opera e della sua ricerca. Va riconsiderato perché è un poeta che conta. E un poeta che merita. Ed è un poeta che apre prospettive nuove ad una meditazione più giusta e più vera sul Novecento letterario italiano e calabrese.

Che dire alla fine? E certo, e lo ripetiamo, che Tedeschi va recuperato, collocato nella storia della letteratura contemporanea. E un rappresentante notevole, e lo abbiamo visto, non solo del Futurismo ma della poesia calabrese. Grazie al suo Futurismo si sono create altre aperture e si possono creare ancora diverse interpretazioni critiche.

Ma il suo Futurismo ci conduce ad approfondire pieghe eterogenee che sono all’interno della letteratura calabrese. Scrittori e poeti, che la critica ufficiale non cita, d’ora in poi non possono restare nel dimenticatoio. Fra questi Giuseppe Troccoli, Costabile Guidi, Beatrice Capizzano Verri, Giuseppe Carrieri. Carrieri, infatti, è un altro personaggio che si è dedicato alla ricerca futurista. Molti suoi scritti, i primi, formano una condensazione di motivi che si aprono a quella tensione armonica che abbiamo riscontrato in Geppo Tedeschi. Certo, il Futurismo in Calabria ha una sua storia. Una sua storia ben radicata fatta di innovazioni e proposte. È vero, come sostiene Nicola Silvi, che “Il destino dell’artista meridionale è proprio quello di innovare”. E innovare vuol dire andare oltre.

Non è più pensabile restare nella cerchia degli ormai noti. Bisogna saper distinguere. E distinguere vuol dire anche scegliere. Ma il dato fondamentale è che occorre riscrivere molte pagine di storta della letteratura. Non ci si può più fidare di critiche anchilosate, stantie e ideologizzate. Ci si chiede se la letteratura calabrese avrà un suo futuro. Lo avrà se si riuscirà a superare lo scoglio del già detto. È stato detto o è stato scritto ciò che faceva più comodo, ma è un grave errore dimenticarsi di ciò che il Futurismo ha rappresentato in una terra lacerata culturalmente come è la Calabria.

Ebbene, Geppo Tedeschi, questo poeta nato nel 1907 a Oppido Mamertina e morto a Roma nel 1993, ha dato alla parola una universalità che è difficile riscontrare in altri poeti contemporanei. Ha cantato e ha parlato della sua terra con un candore e un linguaggio vivo, reale e lirico. Non si è mai smarrito in un racconto sterile. Non si è mai abbandonato ad una denuncia senza senso. La poesia non è mai denuncia. È testimonianza soprattutto.

In Geppo Tedeschi la trasmissione diventa testimonianza, perché la vita è testimonianza, perché vivere è testimoniarsi. E la testimonianza di Geppo Tedeschi è viva in un passato che non si dimentica e in un avvenire cha ha bisogno ancora di un passato che ha luci e colori, gesti e significati. La sua forza è nella traducibilità. I valori della sua poesia hanno àncore antiche che non segnano il passo ma si aprono ad un dialogo costante e lucido con la ricerca poetica contemporanea.

 

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pubblicato il 9 giugno 2009

Vincenzo Cardarelli.  Un poeta nello stile della nostalgia

a 50 anni dalla morte.

 di Pierfranco Bruni

Le nostalgie camminano lungo una vita. Un poeta italiano di cui si celebra il cinquantenario della morte il prossimo 15 giugno, Vincenzo Cardarelli, ha raccontato e recitato le nostalgie oltre Proust e dentro l’alcionico sentire la vita come estasi e bellezza. La nostalgia come stile. La nostalgia come prosa d’arte.

      Nel numero 7 (luglio 1959) della rivista “l’osservatore politico letterario”, dedicato a Vincenzo Cardarelli (1887 – 1959), G. Titta Rosa sottolinea l’importanza dello “stile popolare” e il “gusto dell’arte” che vibrano nella poesia e nella prosa di Cardarelli. La nostalgia del tempo e la malinconia dei paesaggi (i cui luoghi non sono, in Cardarelli, soltanto luoghi geografici, bensì luoghi dell’infanzia, della metafora di una memoria che riporta immagini e sensazioni e questi si trasformano in leggeri ricordi portati a spasso dal vento, da quel vento che ha tocchi di antiche civiltà) sono un viaggio che la poesia compie tra i sentieri incantati dei miti.

      Gli Etruschi (i veri antenati di Cardarelli e della sua terra: Tarquinia), l’Etruria, la civiltà del paese, il ritornare al paese e il simbolizzare il paese come una eredità sono elementi di una poetica i cui temi fondamentali sono tutti giocati sul sentimento del ritorno e sulla allegoria del viaggio. Ma è la nostalgia la componente fondamentale non della sua ricerca (in Cardarelli non si parla di ricerca poetica ma di orizzonte poetico e di tensione lirico – sentimentale – onirico) ma dei suoi segni archetipici. 

      L’amore e il tempo, la partenza e l’attesa, il sogno (che non è il sognare soltanto ma è la “frase” della fantasia e del fantasticare nell’isola della creatività che assorbe il vissuto) e il ricordare sono percorsi di un labirinto dentro il quale la poesia si fa dolore – vita – grazia – magia. I suoi “Prologhi”, i suoi “Viaggi nel tempo”, le sue “Favole della Genesi” e poi quel “Sole a picco” riportano con la poetica del viaggio ciò che Titta Rosa ha chiamato “sapienza antica”.

      Tutto ha il sapore delle radici. Il senso dell’appartenenza alla Patria è un radicamento forte. Perché per Cardarelli radici significa appunto radicamento. La storia che si trasforma in memoria è un altro tassello di questo radicamento in una “passeggiata” tra i simboli che lo catturano. Il tema dell’amicizia e dell’identità è un progetto esistenziale ed etico che si raccoglie tra i segni del mito e del rito (si pensi, a tal proposito, alla poesia intitolata: “Camicia nera” da “Poesie disperse”, anche se il linguaggio e i toni sono aridi e poco lirici ma sul piano letterario e linguistico, al di là del contenuto che resta, è una “prova poetica”).

      E poi le parole hanno una bellezza non tanto solare ma piuttosto lunare. La luna, in Cardarelli, è la metafora della luce che ha toni scuri e nella sua luce c’è l’assorbimento del tempo antelucano, del sole che è stato (“saluto nel sol d’estate/la forza dei giorni più uguali”), dei meriggi (quei meriggi estivi?), dei tramonti (quel penetrare l’autunno e l’ottobre?), delle stagioni che salutano (“Benvenuta estate./Alla tua decisa maturità/m’affido”).

      E il sole è nella luna. La luna come melanconia e strappo del tempo lungo i giorni che sembrano coriandoli appesi alle età del vivere. Ma cosa è la poesia per Cardarelli? In una sua sottolineatura ha cesellato: “La mia lirica (attenti alle pause e

alle distanze) non suppone che sintesi. La luce senza colore, esistenza senza attributo, inni senza interiezioni, impassibilità e lontananza, ordini e non figure, ecco quel che vi posso dare”.

      L’essenza nell’intreccio dell’esistenza del dolore e della consapevolezza. Ma anche della meditazione sul viaggio che si fa tempo e sul tempo che è viaggio. In quel suo riscoprire il senso dell’orizzonte delle origini la parola non è una cronaca ma una metafisica che si aggrappa all’anima e la poesia che non si rappresenta mai è soltanto il “racconto” o la recita lieve della testimonianza di una spiritualità nel paesaggio stesso dell’anima. Un paesaggio in cui la nostalgia è veramente uno stile. Nella parola e in quella cifra della memoria che riconcilia nel desiderio di recitare un destino tra i segni del non dimenticato.

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pubblicato il 2 giugno 2009

NANTAS SALVALAGGIO MI HA RACCONTATO LA TARANTO DELL’ODORE DI MARE

Morto ad 86 anni. Uno scrittore raffinato, un giornalista elegante

 

di Pierfranco Bruni

 Da Venezia a Taranto. Era il 1998. Taranto festeggiava la “festa” dei libri con un Salone dedicato alla piccola e media editoria nel Sud. Quasi una settimana per discutere di libri, mercato editoriale e letteratura. Un raccordo che stava prendendo piede intorno a un progetto di cultura. Ospite della manifestazione, per parlare di personaggi, di giornalismi e di linguaggi, Nantas Salvalaggio.  Era nato nel 1923 a Venezia. È morto l’altro ieri a Roma. Uno scrittore raffinato e un giornalista elegante, amico, con il quale abbiamo condiviso un sodalizio umano ma anche letterario.

Tra i maestri della bella parola. Un curioso che sapeva leggere tra le pieghe il sorriso e il dolore. Aveva pubblicato, in quei mesi, un libro, da me recensito sulle pagine del “Corriere”, dal titolo “Ricco e parole” e subito dopo un titolo particolare che recita: “Signora dell’acqua. Splendori e infamie della Repubblica di Venezia”. Ma io ero rimasto legato a un romanzo precedente dal quale leggemmo alcuni passi.

Un romanzo che ancora oggi ha uno splendore linguistico intrecciato ad una storia di vita e di metafore: “Passione d’inverno”, che risale al 1995 e che presentammo, insieme a Francesco Grisi, a Caserta. Taranto, ricordo le sue parole, ha l’odore dell’acqua e del vento e mi riporta a qualcosa che ho già dentro di me. Sì, questa Taranto, ho annotato i suoi incisi in un quaderno dalla copertina nera, ha l’umidità dello scirocco adriatico pur essendo un mare greco, mediterraneo,ionico.

Ci fermammo sul ponte di pietra e poi seduti su un muretto a Piazza Castello mi accennò al suo incontro con Marilyn. La vita che si fa romanzo. E nonostante noi cerchiamo di far diventare tutto romanzo, compresi i nostri amori veri, il tempo ci incide la sua memoria. Fu il primo giornalista italiano a intervistare Marylin.

Mi confidò che Marilyn giunse all’appuntamento in ritardo e con un sorriso smagliante e malinconico gli disse: “Sa, non lo faccio apposta ad arrivare tardi. Il guaio è che non so mai cosa mettermi”. Parlammo. Fino a tarda sera. Conosceva già da alcuni anni Nantas. Quello sguardo attento. Quel passo danzante. E ogni qual volta ci siamo incontrati mi ricordò sempre l’odore di brughiera che aveva respirato passeggiando sul lungomare di Taranto. Un odore che non cancellerò, perché sono gli odori, mi disse in una presentazione del mio libro su Carlo Belli a Palazzo delle Esposizioni di Roma, che mi inebriano e mi tuffano in un immaginario in cui non c’è bisogno di fantasia ma di silenzio. A volte abbiamo tanto bisogno di silenzio ma i ricordi diventano fantasmi e hanno voce e ci infastidiscono turbandoci. Sono stato amico di Nantas. È stata la prima persona che ha letto, ancora in bozze, il mio “Canto di Requiem”, il poemetto dedicato a Giovanni Paolo II e i suoi consigli furono importanti. Poi lo recensì su una testata nazionale. Così anche per un mio libro successivo: “Il mare e la conchiglia”.

Il fascino della sua scrittura ha lasciato solchi come cammei. Sono cammei i suoi ultimi romanzi. Mi riferisco a “Un amore a Venezia” del 2003 e “Ho amato Marilyn” del 2006. Storie che si intrecciano a destini. E destini che non smettono di tracciare vissuto e altri destini nelle ore che avanzano dentro la clessidra dell’età.

Cosa raccontare “… quando senti le fantasie venir meno, al principio dell’ultimo giro, allora scopri che il tempo è il più atroce degli inganni. Ma come, la commedia è già finita? Siamo al calar del sipario e ai titoli di coda? Ma se appena ieri…”. È il Salvalaggio di Marilyn. Il giornalista, il direttore di importanti testate, il “costruttore” di importanti riviste, il commentatore vivono dentro lo scrittore.

Lo scrittore che sembra recitare senza inventare. Lo scrittore che vive dentro i tasti della vita attraverso personaggi e amori. Troppo presto per parlare dei suoi libri. Almeno per me. Non posso in questo momento e forse non voglio. Non devo. Nantas è stato un maestro. Con la sua ironia  ha giocato fino in fondo con la vita. Con quella vita che non smette di farsi romanzo quando il romanzo si lega al raccontare le maglie dei destini. Parlando di Taranto Nantas certamente pensava all’acqua della sua Venezia.

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pubblicato il 30 maggio 2009

Tutelare i dialetti in un’Italia dei dialetti e non solo le lingue minoritarie “etniche”.

Si apre una interessante discussione per una proposta normativa.

 

di Pierfranco Bruni

 

“Credo che sia necessario, sottolinea Pierfranco Bruni, Presidente dell’Istituto di Cultura delle Lingue del CSR, ripensare alla cultura dei dialetti non solo attraverso una chiave di lettura antropologica ma anche grazie ad un percorso giuridico, che ponga le basi per una vera e propria legge di tutela sui dialetti, che non sia la stessa che tuteli le cosiddette lingue minoritarie”.

L’Italia è una Nazione, che si caratterizza culturalmente proprio per la varietà delle forme dialettali da non confondersi con “altre lingue”. Il dialetto è parte integrante del costume e della tradizione di una Regione ma anche di territori all’interno di una stessa Regione.  Ci sono varianti  nei dialetti della lingua italiana, che mostrano la vera storia di una comunità ben definita all’interno della comune identità ed eredità nazionale. Ecco perché occorre puntare ai dialetti come patrimonio culturale, partendo da un presupposto preciso che è quello che devono restare, i dialetti stessi, dei modelli in una visione tra recupero delle tradizioni e letture antropologiche.

Conoscere i dialetti non è la stessa cosa di tutelare etnie o lingue minoritarie. I dialetti sono, comunque, appartenenza della cultura italiana. Questo deve essere chiaro, soprattutto, alla luce di una nuova dialettica sulle lingue minoritarie e sulle particolarità etniche.

 

“Il dialetto, dichiara Pierfranco Bruni, nasce nel contesto del tessuto culturale nazionale e quindi tutelarlo significa anche rafforzare la stessa lingua italiana, la quale nasce, appunto, da modulazioni dialettali. Ogni Regione presenta le sue caratteristiche e, dal punto di vista linguistico, si pone con delle precise koinè espressive.

Il dialetto è altro rispetto ai processi linguistici ed etnici delle presenze minoritarie anche perché ad essere interessato è tutto il tessuto nazionale. D’altronde c’è una straordinaria letteratura dialettale che si mostra con una sua freschezza e interessa il Nord come il Sud dell’Italia con degli incisivi aspetti per i dialetti “isolani”. Si  riapre un capitolo anche sulla questione del sardo”.

Bruni si ripropone l’antico interrogativo: “Il sardo è una lingua o un dialetto? Il Friulano pone la stessa questione. Perché non dovrebbero porlo il siciliano e il napoletano? Quindi scientificamente sgombriamo il campo da equivoci. C’è una legge di tutela sulle lingue minoritarie, che va necessariamente riconsiderata e rivista in molti aspetti e ci sono dei dialetti da considerare come veri manifesti del mosaico linguistico della Nazione, che vanno salvaguardati per la loro importanza storica, per il loro contributo letterario, per il loro arricchire l’eredità della stessa lingua nazionale”.

Naturalmente alla base di una discussione su tali materie resta una norma fondante che è quella della lingua italiana senza cadere però  nell’accettazione di una lingua che possa perdere la sua struttura originaria per favorire inserti, che provengono da altre forme di “meticciato” linguistico.

“La lingua italiana, afferma ancora Bruni, è lingua nazionale di un popolo con le “dovute” varianti. Ma non si può parlare di bilinguismo “etnico” o storico ad oltranza. Ci sono casi da riconsiderare e fenomeni che andrebbero riletti come la presenza, non solo culturale, ma linguistica della lingua albanese in alcuni centri italo – albanesi, presenti addirittura in sette Regioni dell’Italia centro – meridionale.

Qui si pone un problema molto serio. Un conto è definire il rapporto tra etnia albanese presente in Italia e tutela della lingua albanese. Un altro dato invece è tutelare l’albanese come lingua.

Si dovrebbe ridefinire la contestualità attraverso una marcata distinzione tra l’arbereshe (italo – albanese) e lingua albanese. Il paradosso è che in alcune Università non si insegna l’arbereshe ma la lingua albanese come modello tutelante in Italia”.

Con forza Pierfranco Bruni insiste: “Non si possono naturalmente, con tutto il rispetto per i sapere avanzati, condividere sia culturalmente che giuridicamente queste scelte ma l’errore iniziale sta nella legge, che tutela le lingue minoritarie perché parla di lingua albanese e non di arbereshe. Una correzione va fatta urgentemente e tutta la normativa va rivista anche perché si entra in un groviglio di confusioni, che sono apparentemente culturali ma che si impongono come elementi meramente giuridici e non è poca cosa.

In virtù di ciò non dispiacerebbe aprire un serio dibattito sui dialetti italiani ma  i due aspetti, anche sul piano giuridico, vanno trattati in modo chiaramente distinti. Puntiamo alla tutela della cultura dei dialetti perché solo così si rafforzerà la storia, la tradizione e le culture nazionali della civiltà italiana.

Il dialetto, cesella sempre Bruni, è patrimonio condiviso di una Nazione ed è parte integrante nei processi integrativi tra lingua, storia e identità. Ben altra cosa sono le lingue minoritarie, che vanno, chiaramente, tutelate ma  andrebbero giuridicamente regolamentate.

Non capisco, conclude Bruni, perché anche dal punto di vista economico le lingue minoritarie possono attingere a contributi e la cultura dei dialetti resta ancora un campo sommerso, che non presenta alcuna forma di garanzia giuridica”.

Campi, ovviamente, distinti ma da riconsiderare e ricontestualizzare. I dialetti sono dentro la storia della Nazione e hanno fatto la lingua italiana. Partiamo da questo presupposto senza confondere gli aspetti ma con delle idee precise e con una volontà, che possa puntare sia alla tutela che alla valorizzazione. 

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pubblicato il 28 maggio 2009

SENECA IL FILOSOFO SULLA DIFENSIVA

ALLA RICERCA DI PAOLO

di Pierfranco Bruni

 

Nel tempo di Nerone (nato nel 37 e morto nel 68) si incrociano le vite di Seneca e San Paolo. Seneca è il sapiente della difensiva ma che non ha mai osteggiato il viaggio della cristianità. Non per questioni di virtù ma perché ha sempre interpretato le parole dei cristiani con lo spirito della comprensione verso quella ricerca della verità. Non di un verità ma della verità. Questo è uno dei nodi centrali del dialogo che Seneca ha voluta intrattenere con Paolo.

Mi sembra un fatto di grande importanza soprattutto se si rileggono lo scambio di missive apocrife tra i due. Lettere scritte sotto il Regno di Nerone. Non si può prescindere storicamente da questa condizione ma non si può neppure dimenticare l’avvicinamento che cercò Seneca nel condurre le parole di Paolo dentro il senato romano.

Pur essendo state definite Lettere Apocrife, quelle di Seneca a Paolo e viceversa, hanno una chiave di lettura significativa perché impongono realmente una riflessione non solo sulla religiosità ma sulla fede cristiana. Se poi Seneca si sia avvicinato a Paolo perché spinto dal bisogno di verità cristiana è un altro discorso ma resta il fatto che gli scritti di Seneca hanno sempre un particolare di attenzione verso la parola della fede. È un sapiente che non solo conosce i limiti e vive nella mediazione ma fa della tolleranza, questo sì, una virtù.

I suoi scritti già molto prima delle Lettere apocrife manifestano ciò. Penso ad un piccolo scritto dal titolo “La provvidenza”. Seneca scava nei contenuti di Dio e affronta il problema del male e dei giusti. Solo i giusti possono comprendere il segnale del male. Dirà sostanzialmente. Seneca sostiene che Dio mette alla prova. Questo mettere alla prova non è più un concetto laico ma entra nella sfera del divino e del misterioso.

Il cammino bisogna condurlo a termine anche a costo di cadere. Sostiene ancora Seneca. Un segnale che diventa forse un profezia.

Una filosofa che si è posta la questione del tempo cristiano in Seneca è stata Maria Zambrano e pone alcune attente riflessioni. Il senso del viaggio, del tempo, la “misura” della memoria, la nostalgia, la capacità di comprendere il sentimento dell’esilio (nella letteratura e nella filosofia), il rapporto tra destino, mito e sacro, la dimensione offerta dell’eresia o il bisogno di capire l’altro oltre la religiosità non sono altro che tracciati che fanno della filosofia di Marìa Zambrano  una scrittura nell’intreccio della metafisica dell’anima attraverso un “codice” dell’essere che è dettato dal Ritorno alla Tradizione.

Si confronta a tutto tondo, la Zambrano, con le letterature della distanza, dei distacchi ma soprattutto incide un solco nelle parole delle malinconie.

I suoi studi sono nel vento dei sogni e nel tempo della riconquista delle radici. Spagnola, nata nel 1904 e morta nel 1991, ha vissuto il suo tempo di esilio con le immagini delle memorie e in questo suo “mirare” tra i paesi delle sconfitte e delle eredità è riuscita a trovare nella figura e nell’opera di Seneca una di quelle chiavi di lettura con  le quali ha stabilito un dialogo non solo culturale ma soprattutto esistenziale.

Il suo Seneca, (Maria Zambrano, “Seneca”, Bruno Mondadori,) è quello dell’esilio in Corsica, è quello della solitudine, è quello della grecità che mutua il sentiero greco – romano in mediterraneità. È il Seneca che si incontra con Paolo e non si divede nella spaziatura tra cultura pagana e cultura cristiana. Il suo lavoro su Seneca ci riporta ad una interpretazione che va oltre le righe della filosofia stessa.

Per Maria Zambrano (uno dei pochi filosofi che ha riletto in modo comparativo il “personaggio” e l’antifiloso in Seneca) Seneca “non è un filosofo, ed è il filosofo, dicono, a dover essere maturo per la morte, e quasi intriso di essa, come scrivono Platone e Plotino. Non è neppure un mistico come il sapiente orientale, che cerca in vita di annullare la propria nascita, di nascere e poi di cancellare l’agitazione della nascita. È un sapiente sulla difensiva”.

Il punto di discussione che pone la Zambrano ruota proprio intorno al tema del tempo che diventa il tema della vita e della morte in un radicarsi nel mosaico del viaggio – ricerca. Anche il suo incontro con Paolo nella  temperie neroniana si fa “difensiva”. Nelle 14 lettere, considerate apocrife, tra Seneca e Paolo si sottolinea, anche dal punto di vista della “indulgenza” filosofica cristiana o meta-cristiana da parte dello stesso Seneca, una letteratura della difensiva che offre allo spazio – tempo la forza di dialogare sulla storia e persino sugli orizzonti della fede. Nella prima Lettera apocrifa di Seneca a Paolo si legge: “Voglio anche che tu sappia che con la lettura dei tuoi scritti, cioè di alcune tra le molte lettere, da te inviate a città o capoluoghi di provincia…ci siamo profondamente ricreati…”. È Seneca che cerca nelle parole di Paolo non una consolazione ma una via.

Ma è anche Paolo che si appropria della parola di Seneca per dedurre la parola del sapiente che viaggia lungo la strada della difensiva, soprattutto quando Seneca annuncia a Paolo di aver parlato e cercato di spiegare  a Nerone del linguaggio usato nelle Lettere paoline. Ma nelle Lettere apocrife tra Seneca e Paolo si leggono alcuni incisi straordinari.

Seneca scrive a Paolo: “…sei il vertice e la vetta di tutti i più alti monti, non vuoi dunque che mi rallegri se io sono così vicino a te, da essere considerato un altro te stesso?”. E poi più avanti: “Nelle tue lettere il mio posto è anche il tuo: magari potessi considerare come mia la tua posizione!” è Seneca nella XII Lettera a Paolo.

Mentre Paolo nella XIV Lettera risponderà: “…devi evitare le pratiche religiose dei Pagani e dei Giudei e ti farai nuovo testimone di Gesù Cristo, annunziando in forma elevata la perfetta sapienza, che appena raggiunta, farai penetrare nell’animo del sovrano terreno, dei membri della sua corte e dei suoi amici fidati…”.

Una chiave di lettura che potrebbe riaprire un discorso di estremo interesse non solo religioso in sé ma anche culturale tra la teologia di Paolo e il cammino verso una sapienza verità di Seneca.

Ma cosa fa Seneca, secondo Maria Zambrano? La filosofa spagnola (conterranea dello stesso Seneca) scrive: “…il filosofo stoico non è un filosofo che è diventato tale per amore della sapienza, per ansia di verità, ma che è andato alla ricerca della verità come rimedio per la sua vita”.

Quella ricerca che è stata considerata sempre un viaggio sia dentro il destino sia dentro la possibilità di leggere il messaggio cristiano. Una duplice valenza che ha posto a Seneca il problema sia metafisico sia dell’anima. Paolo ha avuto una importante presenza e la ha avuta proprio nel momento in cui Seneca si appresta a morire. Quel pensare alla morte si dividono, forse, i ritorni.

Per Seneca, come ci dice la Zambrano, la morte fu “un tragico fallimento, il fallimento dell’intellettuale di fronte al potere”. Per Paolo fu la speranza, il tempo dell’incontro cristiano, con Cristo. Seneca nel morire ha perso Cristo. Ha perso, forse, quella “Paternità” alla quale fa riferimento San Paolo nella Lettera ai Galati.

Ma è nel concetto di sopportazione e di serenità che il linguaggio di Seneca a Paolo e viceversa trova il segno tangibile di un incontro che è volto a “combattere la buona battaglia” con le vele spiegate.

Paolo nella VI lettera apocrifa dice a Seneca: “Dobbiamo portare rispetto a tutti, tanto più quando cercano pretesti per sfogare il loro sdegno”. Un messaggio proprio all’insegna della cristianità del viaggio. Seneca saprà cogliere questo invito. Con la sua morte.

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pubblicato il 24 maggio 2009

Taranto sulle rive dei poeti del Novecento

Pierri, Carrieri, Spagnoletti, Fornaro

 

di Marilena Cavallo

 

      Sulle rive della poesia ionica di Taranto parlando di Novecento. Ci sono sviluppi tematici e profili letterari importanti sia dal punto di vista geografico – poetico che umano. Taranto è dentro i profili  della poesia italiana del Novecento. C’è da dire che la poesia contemporanea trova nella dimensione dei luoghi una tensione lirica che diventa fondamentale per una contestualizzazione di una geografia che non è soltanto una visione del sentimento dell'anima e dell'essere ma di un sentimento dell'appartenenza.

      Il luogo come territorio, il paese o la città come rapporto fisico con l'esistente, le strade come metafora di un tracciato che indica un viaggio. Il tutto in un intreccio in cui il suono della memoria incontra il presente. Gli echi del tempo sono filtrati dalla realtà e la parola diventa un linguaggio ovattato da simboli che recitano il quotidiano che è custodito nel sempre. Poeti solari, nella affermazione dei luoghi.

      La poesia, ma la letteratura in senso più generale, trova nelle immagini un codice che è semantico certamente ma è sostanzialmente destoricizzato perché vive il luogo, ovvero il territorio, come partecipazione al tempo della memoria. un percorso come testimonianza.

      Allora. Michele Pierri (Napoli 1899 - Taranto 1988), Raffaele Carrieri (Taranto 1905 - Milano 1982), Giacinto Spagnoletti (Taranto 1920 - Roma 2003), Cosimo Fornaro (Taranto 1928 - 1992), sono un percorso in una poesia che ha tratteggiato quei luoghi della Magna Grecia che ha trovato in una città come Taranto l'incantesimo della magia delle radici. Il cuore del Mediterraneo che pulsa tra il mare e la ricerca delle radici.

      Quattro poeti che segnano, nella temperie contemporanea, pur in una diversità generazionale, una ridefinizione di un rapporto tra luogo dell'essere, luogo dell'esistere, luogo delle radici, luogo della partenza. Il territorio per questi poeti è una dimensione della spiritualità e il linguaggio della poesia costituisce l'ancoraggio a delle metafore che superano il tempo quotidiano. Un tempo fatto di allegorie.

      C'è un legame costante tra tempo e territorio e il tempo resta un sillabario che proviene da una straordinaria impaginazione dell'infanzia. Un'infanzia vissuta nel luogo e il dialogo tra luogo e poesia diventa un raccordo dell'immaginazione  che trova nel ricordo una chiave di espressione esistenziale. Immaginazione su un tempo e su un luogo e non finzione e non mascheramento. Il senso del ritorno è un sentimento.

      Pierri pur non essendo nato a Taranto in questa città si ritrova e rilegge i segmenti di una civiltà che lo portano a determinare una scelta che ha rimembranze remote, dipinte in un quotidiano vivere perché del luogo, di questo luogo, conosce gli intagli e i nascosti anditi della sua storia. Un poeta del sublime che ben ha saputo raccogliersi in una geografia dell'essere. Una geografia che si incastra nella memoria. 

      Carrieri ha recitato il mare nell'infinito destino dei viaggiatori che cercano un approdo. Il mare della sua infanzia è nell'indefinibile desiderio di raccogliere i cocci di una stagione di tempo che vive dentro l'anima. "L'infanzia/Del mare/Mescolai/Alla mia". L'intercalare espressivo è un salto rievocativo che non smarrisce, comunque, le tracce del mito che danno un senso indelebile alla storia stessa di un luogo.

      Giacinto Spagnoletti ha decodificato atmosfere e stagioni, paesaggi e passaggi di una città troppo legata ai suoi antichi radicamenti. Così. "Mi parevano così lunghi quei tramonti/soffocati dal gorgo delle rondini/e dagli addii delle campane./Tardi s'accendevano i fanali,/le acetilene scoprivano i meloni e le cozze/all'occhio dei passanti". La luce e le stagioni in un Mediterraneo che è ricordo d'infanzia.

      Nella ragnatela poetica  di Cosimo Fornaro ci sono lampi in cui il tremore dell'infanzia è una sottolineatura lirico - esistenziale di estremo appagamento. "Nella città il sole si coglie a spigoli o a strisce tra le file dei palazzi o gli angoli delle strade. Nei paesi no. Non lo si vede perché splende uniforme con una violenza che ossessiona, specie in estate".

      Il territorio è un'espressione del tempo - memoria che si articola in un intreccio parossistico alla cui base c'è l'incontro reale e metaforico con la dimensione dell'appartenenza. Il territorio è appartenenza e nella poesia si legge come un modello rappresentativo singolare. Ma è sul territorio che i poeti si ritrovano. Territorio dell'anima e della storia.

      Poeti che hanno delineato non dei messaggi ma hanno definito, appunto, delle immagini. Immagini che durano proprio perché sono state trattate attraverso il linguaggio che trasmette. Un altro autore che entra come riferimento tra i destini delle metafore che raccontano un territorio come sistema di appartenenza ad un luogo della geografia e dell'essere (per restare chiaramente all'identità di Taranto come testimonianza del presente e spiritualità della grecità) è senza alcun dubbio Giulio Cesare Viola (Taranto 1886 - Positano 1958). Uno scavo nella coscienza di un luogo ma anche una riaffermazione di una identità che ci porta a quel mondo classico che è presente in tutto gli altri poeti citati.

      Il luogo è appartenenza perché è radicamento. Una esperienza che non è sociologica ma letteraria. Il luogo per un poeta non giunge ad altre affermazioni se non attraverso ragioni che non siano poetiche. Perché è nella poesia che la geografia del territorio si fa essenza lirica. Cogliere nella parola questa essenza lirica è dare un significato ai valori di una identità. E' il luogo che manifesta i codici identitari. Luoghi che si intrecciano e che si parlano nella meraviglia di una consapevolezza.

      I poeti si portano dentro le allegorie dei luoghi, i quali non vengono mai sepolti ma recitati sulle onde di un vento che raccoglie nostalgie. Pierri per una sua esperienza tra testimonianze di città: Napoli e Taranto. Carrieri tra Taranto e Milano. Spagnoletti tra Taranto e Roma. Fornaro ha viaggiato nella sua Taranto recuperando il lirismo di quei luoghi che sono metafora dell'indefinibile. Poeti della nostalgia.

 

      I poeti sono, in fondo, i trasmettitori di relazioni simboliche che resistono all'urto della storia. Non una operazione educativa ma di scavo e conoscenza. D'altronde un grande poeta contemporaneo ha saputo recitare il passo e le voci di Leonida:

 

"Molto lontano dormo dalla terra

d'Italia e dalla mia patria, Taranto.

 Questo è per me più amaro della morte.

Tale è la vana vita d'ogni nomade.

Ma le muse mi amarono, e per tutte

le mie sventure mi diedero in cambio

a dolcezza del miele.

l nome di Leonida non è morto.

I doni delle Muse lo tramandano

per ogni tempo".

 

      Per questi poeti le partenze non sono state delle fughe e neppure dei tradimenti. Forse degli abbandoni. E ritornare è riappropriarsi di un tempo. Un tempo e un luogo. Tempo e luogo sono mediazione in una poesia che è dimensione del sacro. In fondo i luoghi nel tempo sono disegni in una memoria che è sacralità. La cultura del territorio è un luogo del mito che chiede al sacro di esprimersi. La poesia è in questo meraviglioso incontro che recita memoria e mistero. Proprio sulle rive della Magna Grecia la poesia del Novecento tarantino offre chiavi di lettura di straordinaria importanza che restano come pietre miliari per un confronto con tutta la letteratura del Novecento italiano.

 

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pubblicato il 24 maggio 2009

 

Dalla Calabria a Taranto nella Magna Grecia di George Gissing.

Ripercorrendo “Sulle rive dello Ionio” come Mediterraneo delle contaminazioni

 

di Pierfranco Bruni

 

       La Magna Grecia dei viaggiatori. È un tema affascinante e anche misterioso. Affascinante perché tocca nel de dentro alcuni particolari che per noi “viaggiatori” o “stanziali” italiani non riusciamo a catturare e tutto ciò che loro riescono a percepire ci sembra (e forse lo è) insodabile ma tale non è. Misterioso perché è il mistero che ci trasmettono a renderci la nostra terra più vicina al nostro destino e il senso del mistero diventa sempre più impenetrabile ma lo è perché è già dentro di noi quel senso di mistero al quale il più delle volte non diamo importanza.

      La Magna Grecia dei viaggiatori è fatta di tante piccole realtà che recitano civiltà e culture greche e romane. Ma la grecità è proprio il segno del nostro essere. Tra i viaggiatori di fine Ottocento George Gissing ha tracciato un raccordo tra la sapienza e la realtà nel presente (nel suo presente certamente). Ha raccontato, viaggiando,  storie di una Magna Grecia non unica. Non una sola Magna Grecia. Ma più di una storia della Magna Grecia chiaramente legata ai luoghi, ai territori, alle geografie.

      Da Napoli alla Calabria e da Taranto all’interno dell’intreccio tra Ionio e Tirreno. La Calabria di Crotone, di Catanzaro, di Reggio è uno spaccato indelebile. Indimenticabile. Quella Crottone della colonna di Pitagora dentro il mare ionio che è sempre più la testimonianza di un Mediterraneo infinito non come realtà geografica ma come luogo di una antica memoria. Così tutta la Calabria.

      Il viaggio di Gissing, in fondo, non è un viaggio alla ricerca della Magna Grecia, sulle rive dello ionio, ma è un viaggio nella saggezza del Mediterraneo. Mi sembrano molto incisive le pagine e le meditazioni su Taranto. Quella Taranto che si lega a Sibari, e prima a Metaponto o a Heraclea. Un viaggio al centro, appunto di un destino che è quello della mediterraneità.

      Taranto come chiave di lettura con la Calabria nel cuore. George Gissing giungendo a Taranto alloggia in un albergo che ha una vista sul porto. Giunge nella città dei due mari con l’intenzione di fermarsi per un paio di settimane. La prima immagine è quella di una città non ancora moderna o ammodernatasi in modo disarticolato e pregna di una atavica malinconia. In una sua prima annotazione si legge: “…grandi costruzioni di una pietra bianco giallastro tra le peggiori che l’architettura moderna possa concepire, sorgono là dove i Fenici, i Greci e i Romani costruivano nello stile di un nobile dei loro tempi”.
      Taranto non come cartolina ma come vissuto, come impatto immediato e mediatico, forse, all’interno di quegli intagli e di quei luoghi non luoghi che, chiaramente, la rendono più viva e più vera. Anche Crotone non è mai una foto scattata nell’immediato. Crotone è nei personaggi oltre che nei luoghi. Quella Crotone che assorbe civiltà, storie e misteri.

      Taranto, Gissing, inizialmente,la vive come un immaginario. Spesso se la costruisce nella mente. Visita il territorio. Passeggia in quelle tratture o in quelle mulattiere di mare e vi scava ricordi e memorie. Rincorre il Galeso, dove si troverà? Una volta trovato non gli dice nulla anzi si chiederà perché Orazio lo ha amato tanto. Ma poi la rilegge nella sua storia, la riscopre, la incastona in quella sua spiritualità inglese che ha abbandonato per far spazio ad una classicità Mediterranea con la quale  avvierà una indagine che è, soprattutto, esistenziale e non mancheranno appunti che risulteranno di grande importanza non solo per i viaggiatori stranieri ma per gli stessi italiani.
      Scriveva George Gissing nel suo “Sulle rive dello Ionio”, la cui prima edizione risale al 1901, una pagina significativa di una Taranto fine Ottocento e poneva all’attenzione degli aspetti e degli elementi di natura sia archeologica che antropologica. Gissing andò a Taranto né come viaggiatore né come pellegrino ma con l’obiettivo di riscoprire il senso di una eredità che è quella grecoromana.
      Gissing a Taranto, come attraversando la grecità soffusa e immensa della Calabria, non è il viaggiatore inglese giunto con lo scopo di lasciarsi ammagliare dal fascino della Magna Grecia perduta e rintracciabile soltanto in qualche pezzo archeologico o nei simboli di un mare che porta echi di Mediterraneo. Ma voleva capire il sentimento di una città attraverso quella pagina che pone insieme il dialetto di una città e il senso di una appartenenza nella misura o nella dilatazione del tempo.
      Infatti, egli scrive : “ Anche se Taranto fa ogni sforzo per adeguarsi alla modernità e al progresso, c’è una forza ritardatrice che per ora non accenna a diminuire: la profonda superstizione della gente”. Quindi, individua immediatamente un elemento che va oltre lo spirito del viaggiatore perché lo scavo che si impone è quello di una visione prettamente etno-antropologica che risale a i suoi studi giovanili e quindi ad un tempo che è stata la sua giovinezza.

      Il suo viaggio in Magna Grecia, quella Magna Grecia greca e romana successivamente, diventa così, un viaggio alla ricerca di se stesso e di viaggi in Italia ne compie tre. Il suo cercare e il suo ricercarsi nella grecità soffusa gli fa annotare : “I suoni della Grecia e dell’Italia mi attirano come nessuno altro; mi riportano alla mia giovinezza”. Ed è la giovinezza grecoromana che si agita nella sua formazione e che troviamo in molti altri suoi scritti sia narrativi che saggistici.
      Da Taranto a Crotone da Crotone a Reggio Calabria e da qui a Napoli: riferimenti che sottolineano ancora oggi una forte attualità perché questa sua letteratura di viaggio si impone necessariamente come letteratura-viaggio, in quanto riesce a distinguere la diversità dei luoghi e ad affermare un concetto molto forte che è quello di un Mediterraneo grecoromano che si confronta con gli altri mediterranei. Non c’è un Mediterraneo unico ma insistono diversi mediterranei che si mostrano con le loro differenze. Così come ci sono diverse realtà della Magna Grecia. La linea o il semi cerchio che va dal Golfo di Taranto a Crotone è il fascino del mistero che lega Archita a Pitagora e viceversa.
      La geografia –luogo di quella che fu la Magna Grecia e che storicamente e politicamente divenne Regno di Napoli non può che identificarsi unicamente, secondo Gissing, nel Mediterraneo grecizzato e latinizzato dentro il quale archeologicamente e storicamente le città come Taranto Sibari Crotone Reggio Calabria  hanno giocato un ruolo di primaria importanza anche dal punto di vista commerciale ma più profondamente culturale.
      Questo non significa che bisogna trascurare le contaminazioni con gli altri mediterranei e anche all’interno della stessa Magna Grecia. Taranto è stata Magna Grecia ma anche nell’Ottocento si è dovuta confrontare con quelle contaminazioni e con quei modelli di meticciato che “invadevano” tutto l’arco ionico.
      Taranto, è definita da Gissing, città dei pescatori tanto che nel suo testo afferma: “Questi pescatori sono i primitivi di Taranto; chi può dire per quanti secoli hanno tirato in secca le loro reti sulla scogliera? Quando Platone visitò la scuola di Taras, vide le stesse figure dalle gambe brune con un abito quasi identico, intente al loro racconto marino”.
      Gissing, comunque, non è un sognatore-scrittore che viaggia. Anche viaggiando riesce a cogliere la frammentarietà di un paesaggio attraverso il linguaggio della letteratura e il mosaico è sempre quello antropologico e gli offre la capacità di leggere con molta sincerità le pagine nascoste nei luoghi. Parlando dell’arsenale ebbe a scrivere : “ …se almeno si potesse credere che l’arsenale significasse davvero u bene per l’Italia…” .
      Ma spesso ritornava al mito grecoromano con una cesellatura racchiusa in questo scatto : “Socchiudendo gli occhi si poteva immaginare la vera Tarentum”. Gissing ci riporta chiaramente ad uno scrittore viaggiatore italiano che è Carlo Belli ma sono due epoche e forse due modelli culturali oltre ad essere due spaccati di una stessa geografia visti da un inglese e da un italiano di Rovereto.
      Comunque, Taranto è una chiave di lettura per questi scrittori che hanno lasciato un segno tangibile di una Magna Grecia in una età dove non c’è più la Grecia arcaica ma c’è una eredità che è dentro quel “destino” che è il Mediterraneo tra i luoghi che si stringono tra Taranto, Sibari, Crotone, Locri, Reggio.
      Per Gissing Taranto è stato destino nella Magna Grecia e in quella sua epoca (nato nel 1857 e morto nel 1905) tardo romantica resterà destino tanto da fargli dire che volgendo il suo pensiero all’Italia, a quell’Italia della Magna Grecia, ritornava spesso alle sue origini e alla sua formazione culturale.

      Questo destino di Taranto si intreccia con quello di Sibari distrutta nel 510 dai crotniati e della stessa Crotone e poi di Reggio. Una Magna Grecia definita che, tra le parole e le pagine di Gissing diventa infinita e forse indefinibile. Ma Gissing ci ha regalato immagini indimenticabili. Un viaggiatore tra le pieghe dei luoghi e dentro le letterature. In fondo la Magna Grecia resta non solo un territorio ma una cultura delle contaminazioni all’interno del Mediterraneo.

 

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pubblicato il 21 maggio 2009

Difesa della lingua italiana e “revisione” della normativa sulla tutela delle minoranze linguistiche in Italia a dieci anni dalla emanazione

Tra le lingue e le culture storiche che occorre tutelare bisogna necessariamente inserire anche quelle Armene, Rom e Sinti

 

di Pierfranco Bruni

 

Occorre difendere la lingua italiana sia dal punto di vista culturale che giuridico. C’è un dibattito in corso che interessa la tutela della lingua italiana. Un dibattito che parte da molto lontano. Occorre ristabilire una dialettica sia giuridica che culturale sulla modifica dell’Articolo 12 della costituzione. In un tale contesto credo che sia necessario rivedere e quindi riconsiderare anche la Legge (la 482/99) sulla tutela delle minoranze etnico – linguistiche storiche.

Una Legge che va rivista nella sua struttura, va riconsiderata alla luce di un decennio che ha visto diverse trasformazioni nel campo delle minoranze linguistiche in Italia e andrebbe riscritta. O meglio va ricontestualizzata. Ci sono alcuni motivi di fondo.

Prima di tutto (ovvero primo elemento) è necessario parlare di “presenze” minoritarie e non di minoranze vere e proprie. Il discorso è sottile ma qualifica e diversifica la questione sia politica che giuridica e culturale.

Secondo elemento non può interessare soltanto la lingua e le culture o la Pubblica Istruzione ma deve creare la possibilità di comparazioni altre e questo nonostante il successivo Regolamento non si evince con chiarezza.

Terzo elemento: bisogna alleggerirla e aprirla ad un confronto con le identità nazionali. Non la si può circoscrivere ad una tutela e ad una promozione della tutela soltanto delle minoranze non tenendo conto che queste minoranze sono “presenze” nel contesto territoriale italiano, regionale e provinciale. Contesto che ha già un suo dialetto.

Quarto elemento: le 12 minoranze linguistiche di cui parla la normativa sono ampiamente superate anche se ci si riferisce ai livelli storici. Un solo esempio: è necessario inserire nella tutela la lingua e la cultura armena come è da riconsiderare le culture e le lingue dei rom e dei sinti presenti sul territorio italiano.

Quinto elemento: non può essere considerata come un serbatoio dove attingere economie per una tutela che, a volte, è abbastanza mediocre dal punto di vista della proposta culturale.

Quindi occorre rivederla nella sua struttura e nella sua complessità. Gli stessi Sportelli Linguistici, nei territori interessati, dovrebbero avere una funzione di forte incisività culturale e invece sono molto limitati.

D’altronde il dibattito sulla modifica dell’Articolo 12 va a cambiare logicamente la Legge in questione e perciò occorre necessariamente ricontestualizzare la tutela delle minoranze storiche sulla base della difesa della lingua italiana e dell’identità italiana. Una riflessione di altro tipo, comunque, va rivolta a questa normativa sulla base di alcuni principi.

La presenza delle minoranze etnico-linguistiche in Italia, riconosciute come tali, va considerata almeno  secondo tre aspetti.

Il primo aspetto è, certamente, storico in quanto occorre capire e analizzare il rapporto tra la loro provenienza e la contestualità territoriale nella quale le stesse minoranze si sono stanziate. In tale aspetto rientra certamente una meditazione e una valutazione delle influenze che si sono verificate nel momento in cui le minoranze si sono insediate all’interno dello stesso territorio italiano e all’interno di un particolare assetto geografico. Perché un loro insediamento ha contribuito a creare una rete estesa di legami e di rapporti con le popolazioni già esistenti sul territorio e nelle strette vicinanza e quindi essendo state popolazioni aggiuntive al territorio si è verificato un incontro tra storia, modelli di civiltà e tra assetti territoriali stessi. Proprio per questo è necessario approfondire quelle valenze storiche che nel corso dei secoli hanno portato alla luce modelli di identità. 

Il secondo aspetto è, chiaramente, quello che riguarda gli elementi giuridici. In realtà una minoranza linguistica per resistere su un determinato territorio o all’interno dell’intero Paese Italia ha necessità di essere tutelata grazie a precise normative che devono garantire la salvaguardia della loro presenza attraverso apposite leggi stabilite sia a livello nazionale sia a livello regionale ovvero locale. Su questo tema si sono sviluppati diversi dibattiti ma resta fondamentale ciò che stabilisce la Costituzione della Repubblica Italiana. O meglio occorre far riferimento costantemente all’articolo 6 della Costituzione nel quale si sottolinea : “La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche”.

Eravamo nel 1948, da allora la discussione sia giuridica, istituzionale e parlamentare è stata abbastanza articolata e vasta. Proprio partendo dall’articolo 6 alcune regioni nelle quali ricadono le presenze minoritarie si sono sentite in dovere di proporre e attuare delle normative e delle leggi in grado di tutelare e promuovere le realtà etnico-linguistiche ricadenti, certamente, nel territorio di competenza. Sulla scorta di una discussione che è continuata per anni soltanto nel 1999 è stata promulgata una legge che sancisce “Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche”.

La legge in questione è del 15 dicembre 1999 n. 482 ed è stata pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n.297 del 20 dicembre 1999, il cui regolamento di attuazione è andato in vigore il 28 settembre 2001.

In questa legge si sancisce come recita l’articolo 2 : “In attuazione dell’articolo 6 della Costituzione e in armonia con i principi generali stabiliti dagli organismi europei e internazionali la Repubblica tutela la lingua e la cultura delle popolazioni albanesi, catalane, germaniche, greche e slovene e croate e di quelle parlanti il francese, il franco-provenzale, il friulano, il ladino, l’occitano e il sardo”.

La legge che è costituita da 20 articoli punta, certamente, a valorizzare il patrimonio linguistico e culturale ma anche sottolinea l’importanza della valorizzazione della lingua e delle culture. Quindi non solo tutela la lingua ma anche il  tessuto culturale di cui le minoranze sono portatrici. C’è da ribadire,comunque, un dato significativo sul quale la discussione è di estrema attualità : l’articolo 1 di questa legge ribadisce “La lingua ufficiale della repubblica è l’italiano”. In virtù di tali elementi si è aperta la discussione, di recente, proprio sull’articolo 12 della Costituzione in materia di riconoscimento dell’italiano quale lingua ufficiale della repubblica.

È necessario, chiaramente, approfondire i risultati che  hanno portato la legge n.482/ ’99 non solo dal punto di vista giuridico ma anche dal punto di vista storico e proporre che tipo di incidenza politico-culturale nel corso degli anni si è innescato anche alla luce della autonomia regionale.

Il terzo aspetto è prettamente culturale e interessa in modo particolare la ricostruzione di queste presenze e della loro incidenza storico-sociale. Ciò ha portato ad una discussione sul concetto di etnia, ovvero della valenza storica dell’etnia in Italia a partire sia dall’Unità d’Italia e successivamente dal 1948 alla L. n. 482/ ’99.

La questione riguarda le presenze minoritarie storiche e si guarda con attenzione a quelle presenze definite stanziali e non migratorie. Un inciso che è prettamente culturale  in quanto si ribadisce  il fatto che si tratta di presenze minoritarie all’interno di culture nazionali e non tout court di minoranze linguistiche. Ogni realtà di presenza minoritaria ha vissuto un impatto particolare con il territorio sia in termini di incisività storica sia sul piano culturale attraverso usi, costumi, tradizioni ed elementi etno-antropologici e letterari che andrebbero analizzati sia sotto il profilo storico sia sulla base di moduli normativi sia  attraverso una residuale presenza linguistica e perciò culturale.

Detto ciò, bisogna ritornare sul dettato sottolineato all’inizio. Occorre porre al centro la tutela della lingua italiana. Bisogna difendere l’Italiano e l’italianità nella lingua e nella cultura, nella storia e nelle eredità. Oggi più che mai va difeso il concetto stesso di italianità perché rimanda all’idea vera di Nazione. Senza nulla togliere alla presenze delle “isole” minoritarie ma bisogna avere la consapevolezza forte che restano delle isole linguistiche. Attenzione a non confondere il valore antropologico con quello storico, il valore di una letteratura nazionale con quello di una frammentazione “etnica”.

Ci sono realtà che vanno salvaguardate perché sono il portato di una storicità che va ben oltre il 1861. E’ necessario riflettere su tali questioni perché è necessario difendere una lingua e con la lingua l’eredità nazionale.

Le presenze minoritarie devono essere certamente tutelate ma all’interno di una tale temperie. Ecco perché la normativa del 1999 diventa ormai quasi obsoleta sia sul piano culturale sia sul versante di una analisi storica sia su quello giuridico. L’Articolo 6 della Costituzione è un riferimento certamente ma il dibattito e le posizioni sulla modifica dell’Articolo 12 impongono un diverso modo di approccio allo stesso Articolo 6 che riguarda, appunto, le minoranze linguistiche ed etniche storiche.

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pubblicato il 9 maggio 2009

Pio Rasulo in "La lunga notte della civetta"  racconta come la letteratura si fa antropologia

  

di Marilena Cavallo

 

      Pio Rasulo in "La lunga notte della civetta"  compie un viaggio nella civiltà di un popolo e di una cultura. Ora ripubblicato in una veste sobria e accattivante con in copertina un disegno di Carlo Levi. La prima edizione uscì addirittura nel 1963. questa nuova edizione è arricchita da un significativo saggio di Antonio Basile che fa posta fazione.

      Subito si legge: "Troppe cose m'avevano fatto credere che mai più avrei trovato su questi monti gli stessi pastori di allora, ridotti solo nel numero, quelle stesse case che per decenni hanno raccolto da ognuno pochi argomenti, parecchie speranze e molte preghiere. Avevo creduto che la guerra avesse distrutto anche il mondo vergine e acerbo, magico e primitivo: un mondo tradizionale, fatto sempre di uguali rapporti, che perpetua nel Sud la cosiddetta 'civiltà contadina'".

      In questo viaggio il significato e il significante si incontrano per raccontarsi la celebrazione del ricordo. E c'è tanta nostalgia. La nostalgia dei paesaggi che ritornano ed è come se si vestissero di sogno: "La nostalgia dei monti carichi di neve, del focolare domestico, del bel presepe artistico della piccola chiesa non li abbandona mai".

      E' sostanzialmente un attraversamento di paesi. Sono i paesi della Lucania. I paesi di Isabella Morra, di Rocco Scotellaro, di Leonardo Sinisgalli, di Carlo Levi, di Rocco Montano. Ci sono i contadini del Sud: quelli che recitano malinconia e nenia, fatica nei campi e alzate nelle ore antelucane. Usi e costumi. Riti e liturgie. Miti e leggende. Canti e rosario recitato.

      Tra i paesi della Lucania e della Puglia ci sono immagini mai dimenticate. Ogni paese o ogni cittadina ha il suo ritratto. Un ritratto che resta indelebile. Con i colori delle fotografie in bianco e nero riporta sulla scena gli antichi scenari rituffandoli nel presente. Un presente che era ieri e che oggi il tutto si legge con una pacata malinconia che sa di tempo depositato nel cuore. Tira fuori tutta quell'anima impregnata di tradizioni che lasciano segni nel cavo della mano.

      Immagini che decodificano un vissuto e disegnano il cammino di un tempo: "A Stigliano ci svegliò la notte del 17 gennaio uno strano tipo di rumorosa processione; a Pisticci c'è il rauco suono della 'cupa - cupa'". La nostalgia ritorna nello spezzettamento delle ore e il tutto si intreccia. I fenomeni storici con gli eventi naturali. Il brigantaggio con i suoi briganti con il canto religioso.

      La grande nostalgia di un popolo è nella magia della poesia. Una poesia che è anche linguaggio. Si legge: "Da Orazio ai nostri giorni centinaia di poeti lucani hanno sintetizzata liricamente la vita del loro popolo in ogni manifestazione, inquadrata secondo le istanze storiche, economiche e sociali del tempo. Quasi tutti hanno rilevato un attaccamento ed un amore pensoso per questa loro terra amara. Anche quando i versi esprimono ansia di evasione si sente in essi una nota dolente, permeata di sofferenza e di malinconica nostalgia".

      Citazioni che ci riportano a un mondo che è quello che resta nella nostra memoria e nel nostro vissuto e ritorno come viaggio della nostra (o nella nostra) interiorità. Veniamo tutti da un mondo contadino. È un insegnamento,quello di Rasulo, ricco di valori che richiamano i segni di una tradizione che è dentro il nostro tessuto territoriale e umano.

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pubblicato il 9 maggio 2009

L’attualità di Leonardo Sciascia a 20 anni dalla morte. Uno "scrittore-contro" nella contemporaneità

 

di Pierfranco Bruni

   

      Venti anni fa moriva Leonardo Sciascia. Impegno civile e letteratura. Due percorsi che hanno dato vita a un processo culturalmente omogeneo ma che è stato fondamentale per capire una “certa” Italia sia sul piano politico che su quello culturale. Sciascia era un contemporaneo nella contemporaneità ma riusciva a vivere il “suo” tempo nel tempo della storia e la storia, non quella che offriva nei suoi scritti o mostrava attraverso la sua dialettica e la sua capacità di afferrare gli eventi, era una frantumazione di particolari, di elementi culturali, di modelli esistenziali. I personaggi che portava sulla scena avevano sempre un’anima e i paesaggi che mostrava non erano sempre dei luoghi geografici ma dei riferimenti esistenziali che avevano una penetrazione etica, morale, letteraria.

      Nei suoi personaggi quell’anima non era sempre un’anima cosiddetta civile ma il più delle volte emergeva una coscienza enigmatica. Il mistero era per Sciascia un’avventura ma anche un destino. Uno scrittore calato nella profondità siciliana. Una sicilianità che significava Mediterraneo. Un incrocio tra civiltà abbandonate sulle onde del Mare arabo, sulle colline, lungo i corridoi dei paesi del Sud, nelle piazze che si traducevano in agorà, nel sospetto dei sogni, nella falsità degli uomini persi alla ricerca delle ricchezze improvvise o improvvisate. Ebbene Sciascia aveva la consapevolezza che i personaggi e gli uomini si sentivano aggrediti dal destino e dal peso delle avventure. E il tutto in una rocambolesca messa in scena nel teatro fittizio dei giorni.

      Un pirandelliano (o un pirandellismo) che incontra un’essenza gattopardiana (gattopardesca). Due capisaldi, al di là dei suoi testi sulla mafia e sulla condizione della sua Sicilia in un tempo di mafie e di sconfitte morali, sono certamente Pirandello e Tomasi di Lampedusa. Il mistero e la comprensione che ci deriva dalla storia. Un’unica chiave di lettura che ha un suo senso e che diventa un processo esistenziale il cui centro è segnato dall’incontro tra la natura e l’uomo.

      Da qui la malinconia che esplode dalle sue parole. Parole che sono sguardi, non attimi fuggenti, e marcano identità e radicamenti. La malinconia di Sciascia è già in Le parrocchie di Regalpetra. E poi in Il giorno della civetta pur essendo un romanzo in cui si parla di mafia. E ancora malinconia in quella ricerca di una verità che passa comunque attraverso il “sapore” della falsità. La verità è una falsità purificata. Mi riferisco a Il consiglio d’Egitto, a Morte dell’inquisitore e ancora A ciascuno il suo, a Il contesto e mi fermerei, in questa fase, a L’affaire Moro. Quest’ultimo lo considero un testo chiave.

      Perché ha dentro di sé almeno tre dimensioni. Quella storica. Quella romanzesca. Quella politica. Ovvero. L’analisi di un contesto che raccoglie l’aspetto sociale, ideologico, umano. La centralizzazione del personaggio Moro è una proiezione letteraria che si focalizza non solo in quella tragedia ma in uno scavo che permette di addentrarsi nell’avvenimento in sé ma anche nel destino di Moro stesso. Moro non è soltanto lo statista è, in Sciascia, un personaggio della tragedia. Qui l’aspetto letterario me sembra fondamentale ed eccezionale. Il dato politico non prescinde da un processo che è etico, morale ed esistenziale e ha radicamenti che vengono da molto lontano.

      Storia, letteratura e politica. Ovvero ancora: memoria depositata, metafora, cronaca. Tre forme del pensare, dell’essere e dell’agire che trovano nei suoi scritti una chiave di lettura che si condensa in quello stato di malinconia che si troverà in modo emblematico in Il cavaliere e la morte. Ritorna il pirandellismo e il gattopardismo. In uno scritto su Tomasi di Lampedusa Sciascia ha scritto: “Immutabile è il destino dell’uomo siciliano; immutabile dovunque, nell’atroce successione dei fatti che le idee muovono, il destino umano: un destino da contemplare, fuggendo dallo spavento della storia, nello spavento cosmico di Pascal”. E poi ha affermato che don Fabrizio in Il Gattopardo “si accorda alla precarietà della vita e alla infinità della morte”.

      Vita e morte sono i codici di una Sicilia che incarna non solo il suo mondo ma, secondo Sciascia, il mondo in sé. E questo mondo in sé è una costante rivelazione che si serve di due categorie: del senso dell’ambiguo e della certezza che la verità passa attraverso, come già si diceva, la finzione. Per Sciascia la scrittura è un messaggio in codice che trasporta sulla pagina frammenti di realtà. Ma la realtà è un filtro che processa il quotidiano e va dentro la storia.

      La menzogna che occupa la storia può essere sconfitta dall’intelligenza della critica. E’ su questo che Leonardo Sciascia ha percorso il suo viaggio culturale e letterario in particolare. Un viaggio che si legge soprattutto con il coraggio del rischio. Sciascia aveva il coraggio del rischio anche quando scrisse quel “brutto” articolo sui professionisti dell’antimafia. Forse non capito o forse troppo forzato ma che ha lasciato molti dubbi.

      Ora Sciascia è diventato un personaggio tra i personaggi che egli stesso ha costruito o “falsificato”. Un personaggio che non aveva condiviso l’incontro tra il rosso e il bianco del 1978. Che non aveva mai accettato l’immagine di una Sicilia “illuminata” dagli scoppi della lupara. Che non avrebbe chiaramente condiviso tutte le polemiche politiche sui fatti di mafia di questo decennio passato. E forse avrebbe completamente riscritto quell’articolo sui professionisti dell’antimafia. Aveva il coraggio di correggersi, di accettare, di ammettere valutazioni errate.

      Un uomo di cultura che poneva al centro l’uomo con le sue falsità e con le certezze del dubbio. Ecco perché nella sua scrittura il segno della metafora rappresentava un codice sia linguistico che problematico. Una letteratura della problematicità perché per Sciascia il tempo della cultura poteva coincidere con quella della politica attraverso gli uomini e attraverso un’etica dell’essere.

      Come il Mattia Pascal Sciascia “usava” una sua biblioteca. La biblioteca delle parole, dei linguaggi, del tempo, della memoria. Non ho condiviso alcune sue scelte ma non era fazioso. Non ho condiviso il suo fare letteratura sull’impressione fotografica del reale. Ma la memoria non sta al di là della realtà. E’ dentro la realtà. Una volta superata resta il fantastico. Ebbene, dal 1978 in poi: dal libro su Moro, in Sciascia ha prevalso il fantastico. Ed è questo lo scrittore che ancora dà lezioni, che è ritornato a parlarci di quella “corda pazza” con un sentire che va oltre la misura del quotidiano. Come una proiezione profetica.

      Molte volte le sue denunce che passavano sotto i codici della letteratura non mi convincevano. Il suo fare letteratura non coincideva con il concetto che ne avevo e che ne ho io della letteratura.  La sua passione, il suo far prevalere i valori della cultura o i valori della verità della cultura su quelli della demagogia politica, il dare degli orizzonti e il mettere costantemente in discussioni le varie posizioni, da qualsiasi parte esse potessero provenire, facevano di Sciascia non solo quell’intellettuale “contro”, che ho sempre stimato, ma ponevano all’attenzione il ruolo dell’intelligenza critica sul conformismo dilagante e Sciascia, appunto, era un interprete di questa intelligenza critica che veniva messa al servizio di una discussione problematicizzando i fatti e la storia stessa nella quale la contemporaneità era calata. Ma la letteratura che si spoglia della cronaca diventa anche profezia. E in Sciascia se si riesce a leggerlo con serenità c’è soprattutto il sentiero dell’ambiguo che gioca sulla corda del profetico, dell’avventura e del mistero – destino. La realtà comunque è altrove in letteratura. Sciascia lo aveva capito molto bene. Leonardo Sciascia  era nato Racalmuto l’8 gennaio 1921 e morto a Palermo il 20 novembre 1989. 

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pubblicato il 6 maggio 2009

FRANCESCO GRISI  DIALOGA CON GLI SCRITTORI DEL '900:

DA ITALO CALVINO A  DIEGO FABBRI

 di Pierfranco Bruni

 

Francesco Grisi è stato uno scrittore che si è costantemente testimoniato attraverso rapporti e amicizie che hanno segnato un ben preciso contesto della letteratura del nostro tempo. Uno spaccato, d'altronde, che ha messo in luce importanti legami grazie ai quali si è potuta documentare una pagina significativa della formazione che ha segnato lo scrittore e l'intellettuale Francesco Grisi. I suoi libri sono pieni di emozioni e di riscontri che richiamano anche un modello di partecipazioni tra letterati.

      Francesco Grisi in realtà ha vissuto una dimensione della sua vita non perdendo mai di vista l'intreccio umano tra la parola – sentimento e sacralità. Una scrittura che alla base non solo un sistema di vita ma anche una strategia in termini culturali. Lo scrittore lo si incontra sia nelle pagine narrative e nella sua poesia ma anche in quella dimensione dell'esistere che si ascolta dalle pagine, chiamiamole così, di critica letteraria. Grisi ha avuto delle frequentazioni molto belle con scrittori del novecento. Vanno ricordati i suoi legami con personaggi come Prezzolini, come Brancati, come Calvino, come Berto, come Buzzati, come Silone, come addirittura Mircea Eliade.

      Credo che tra gli scrittori frequentati da Grisi almeno due o tre hanno lasciato un segno indelebile nella sua vita di uomo e di pensiero. Mi riferisco in particolare a Giuseppe Berto, a Ignazio Silone e a un filosofo come Ugo Spirito. Di Berto più volte ha detto raccontando un fatto che a distanza di anni ha un sentore profetico per lo stesso Grisi.

      Ecco di Berto cosa ricorda:" Ero amico di Berto. Ci incontravamo spesso. Si parlava di tutto. Ma non si approfondiva nessun problema. La conversazione serviva solo per certificare. Vi erano anche i lunghi silenzi. Berto aveva sempre paura di entrare nella vita. Era un grovigli di contraddizioni. Trovata una verità la metteva subito in dubbio. Ma soffriva. La sua angoscia era quella di chi  è destinato a navigare sempre. Mai un porto dove fermarsi. I suoi amori vivono intensamente, prima. Irrimediabilmente finiti, dopo. Eppure credeva nell'amore.  Diceva che l'amore è un sentimento confuso perché da una parte è 'divinamente eccelso' (sono sue parole) e dall'altra affonda le radici nell'oscurità del sesso. E soffriva perché si sentiva incapace di conciliare. Anche fisicamente era strano. Un giorno si presentava con lo sguardo limpido che lo illuminava, sistemato e profumato. E il giorno dopo era pieno di rughe, invecchiato con gli occhi macchiati. Straccione".

      Si, si tratta proprio di un viaggio profetico. In questo ricordare Berto ci sono onde che ci riportano la realtà vissuta dallo stesso Grisi. Infatti vent'anni dopo Grisi sarà colpito dallo stesso male e morirà. Una letteratura impregnata di una forte marcatura esistenziale. Berto è stato molto amici di Grisi. Come lo è stato Ignazio Silone. Moriranno entrambi nel 1978.

      Tra Grisi e Silone una amicizia cominciata da molto lontano. Anche dopo la morte dello scrittore abruzzese Grisi lo ricorderà sempre con grande affetto. Un affetto che andava oltre la pagina letteraria. Ci lascia questa testimonianza:

"Nelle nostre conversazioni  nella sua casa a Roma in via di Villa Ricotti mi raccontava il suo faticoso processo di elaborazione e la forma di pretesto che i personaggi dovevano assumere. La razionalità illuminista  in Silone ( che illuminista non era ) affondava nella necessità di dare una funzione agli intrecci e ai sentimenti che dovevano concorrere a dimostrare una tesi…Durante gli ultimi anni della sua vita ci incontravamo spesso con Silone. Dopo la sua morte lo sentii come una guida esemplare per il nostro tempo così disperatamente antisiloniano".

      Elementi che provengono certamente dai suoi testi ma anche da un racconto personale che Grisi mi rendeva partecipe. Il mio rapporto con lui, è inutile ripeterlo, è stato fondamentale. Mi ha lasciato una testimonianza che tutt'ora ha una cocente attualità. La letteratura come coscienza del nostro vivere nel tempo e nel misterioso. Il suo parlarmi di esperienze letterarie è stato sempre un parlare di avventure nelle quali  gli incontri definivano elementi di una umana malinconia. Ricordo quando mi parlò di Calvino o di Eliade.

      Su Calvino mi disse:" Sai, una volta gli parlai di Roma e mi accorsi subito che Calvino era lontano, guardava il mare salutandomi. Lo vidi allontanarsi…piccolo di statura si rimpiccioliva ancora di più nella luce del tramonto…". Un'altra immagine mi ritorna pensando a Mircea Eliade. Mi si attesta con questa visione: " L'ultima volta che incontrai Mircea Eliade fu a Palermo in occasione del Premio Mediterraneo…Sulla spiaggia di Mondello si è abbandonato. Nel sole caldo felice per il colore verde del mare. Mircea Eliade mi diceva che la 'Sicilia non è isola ma bellezza diventata tradizione. E che la tradizione è depositata nel Sacro'".

      Eliade e il tempo della nostalgia. Sono soltanto alcuni tasselli di un mosaico molto più ampio che ha riguardato la storia letteraria di Francesco Grisi. Una storia, quella sua, che certamente è tracciata nei suoi libri ma anche, come si diceva, con  alcuni protagonisti della cultura contemporanea. Protagonisti nella testimonianza di uno scrittore che si è sempre raccontato. Si pensi alla sua forte amicizia con Diego Fabbri. E si pensi a un suo maestro, già richiamato prima, quale fu Ugo Spirito.

      "Sono stato un discepolo e un amico di questo personaggio così esemplare e contraddittorio". E' Grisi che parla di Spirito. " I miei incontri con Spirito sono stati sempre incompiuti. Anche se mi trattenevo con lui per molto tempo andavo via sempre con l'impressione di non aver detto tutto. Era come una terra da arare nel profondo. Il cuore della miniera era al centro della terra".

      Un incontro, appunto, con i contemporanei, come ha intitolato un suo libro antologico del 1970. Forse ci sono significati alti ma questo viaggio tra scrittori è un viaggio anche nella letteratura, nella teologia della parola, nella teologia della letteratura. In quella letteratura mai costruita ma vissuta come eterna consapevolezza di una memoria che non si perde e che ritorna a raccordare antichi e nuovi respiri.

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pubblicato il 3 maggio 2009

“FVTVRPVGLIA” DI GIUSEPPE MAZZARINO - Le attività sul Futurismo a Taranto.

 di Marilena Cavallo

 

Il Futurismo, suggestiva arte dal colore di futuro, poetica dal sapore aurorale, foriero di futuro, approda con questo saggio in Puglia, o meglio nelle Puglie, nelle tre terre di Messapia, di Peucezia e di Daunia, se non si vuole aggiungere una quarta “P”, quella della singolare esperienza di Taranto. Significativo il contributo di “FuturPuglia”, edito da Csr e Nemapress, di Giuseppe Mazzarino con Appendice di Pierfranco Bruni. Il Futurismo ha avuto una sua particolare impostazione anche in Puglia.

Lo dimostra il saggio citato e  le manifestazioni organizzate di recente dal Centro Studi e Ricerche “Francesco Grisi” a Taranto e in Provincia (da Grottaglie a Maruggio a Carosino). Tra qualche settimana una nuova iniziativa a Carosino porterà sulla scena una mostra di materiale futurista comprese copie originali della  storica rivista “Futurismo - Oggi” che era diretta da Enzo Benedetto, le cui copie sono custodite dal Centro Studi e Ricerche “Francesco Grisi” diretto da Pierfranco Bruni..

Parole in libertà per una Puglia allo specchio senza cornici, che restituisce il profilo Apulo degli stati d’animo, delle vibrazioni, delle gioie intense e dei desideri frenetici, custoditi nelle tavole parolibere o nei quadri  futuristi lungo un tracciato che rivoluziona innovando. Ma si innova proprio attraverso una idea precisa di rivoluzione. Soprattutto in questo caso.

All’interno di un variegato esame del volto nazionale e internazionale della prima vera sperimentazione di avanguardia letteraria e artistica, la fisionomia del panorama pugliese si definisce con caratteristiche “dinamiche”. Sono queste caratteristiche che danno quel sensononsenso ad un tracciato che sa di progetto. Il Futurismo anche in Puglia (o nelle Puglie) è stato Progetto.

Il travaglio della parola nel linguaggio scattante di Ungaretti, la ricerca di una parola nuova per il nuovo sentire di Quasimodo, attingono a risorse futuriste e insieme a nomi come quelli di Mario Carli, Emilio Notte, Franco Casavola, Pietro Pupino Carbonelli e tanti altri futuristi nati o operanti nelle Puglie, nomi “rimossi”, cancellati, disconosciuti e relegati nel dimenticatoio, tornano a testimoniare un percorso personale, regionale, nazionale ed internazionale grazie all’“insonnia febbrile” della forza dell’indagine letteraria e della critica artistica, che animano questo studio.

E poiché, come amava proclamare lo stesso Filippo Tommaso Marinetti, “non v’è più bellezza se non nella lotta”, “FUTURPUGLIE” lotta contro il silenzio sulla “meridionalità” del Futurismo e sugli errori di identità o di interpretazione rispetto ad alcuni autori. Autori che offrono una precisa chiave di lettura non solo artistico – letteraria ma anche storica.

L’analisi sembra “inneggiare” a quei letterati e artisti, che al “volante” di una letteratura nuova, hanno attraversato con un’asta ideale la terra pugliese, lanciandola in corsa nella più ampia esperienza italiana. La velocità, la dinamicità, l’idea della macchina non sono un documento ma i riferimenti di un mosaico che troviamo ben definito nei Manifesti. Proprio a partire da quello del 1909.

Si sveglia, dunque la “sonnacchiosa provincia” e anche la capitale barocca vive il suo bagno nella modernità, con gli immancabili Manifesti e l’invito rivolto ai giovani meridionali a “marciare e non marcire” e con la presenza in Puglia di riviste come la barese “+ - 2000” o la leccese “Vecchio e Nuovo”. Il Manifesto - programma ai giovani meridionali del 1918, pubblicato a Napoli, è un testo – testimonianza di grande efficacia e di sicura mobilitazione “ideale”.

Pagine queste accese, come un carbone sotto la cenere, pegno della “vampa futurista che incendiò anche la nostra regione”, pagine che restituiscono trentacinque anni di futurismo a una personale e nuova proposta di periodizzazione, sfidano la “damnatio memoriae” di alcuni interpreti del Futurismo pugliese, convinte che con le futuristiche istruzioni di un Mario Carli, si possa ancora “costruire la primavera”…è questa la “dinamite delle idee nuove”!

In questo testo i fili che tessono i Futuristi non formano un gomitolo ingarbugliato e pur non trattandosi di una tela omerica i fili comunque si intrecciano su un inciso che potrebbe costituire la chiave di lettura di una realtà – tempo futurista: “Chi ama la vita, l’energia, la gioia, la libertà, il progresso, il coraggio, la novità, la praticità, la velocità” è un “futurista nella vita”, come si legge nel primo punto delle “nozioni elementari” di “Che cos’è il futurismo” firmato da F.T. Marinetti, E. Settimelli, M. Carli.

Non una idea soltanto, dunque, ma un progetto, e questo studio pone in evidenza una eredità che non sarà legata al passato ma proprio ad un futuro che vive le necessità di innovare. Nei linguaggi, nelle arti, nei costumi. Forse nella vita stessa. Il Futurismo non è solo cultura o costume. È soprattutto una “struttura” mentale. I percorsi intrapresi dal Centro Studi e Ricerche “Francesco Grisi” lo dimostrano.

 

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pubblicato il 3 maggio 2009

L’uscita di sicurezza di Ignazio Silone - Lo scrittore era nato il 1° maggio di  109 anni fa in Abruzzo.

La politica, la letteratura l’eresia.

 di Pierfranco Bruni

 

Silone  era nato a Pescina dei Marsi, in provincia dell’Aquila, il 1° maggio del 1900, centonove anni fa, e morto a Ginevra il 22 agosto del 1978. Recentemente  come Centro Studi e Ricerche "Francesco Grisi" abbiamo pubblicato un testo (dal titolo Spirito e verità. Lettere inedite di scrittori contemporanei, Csr) nel quale compaiono due lettere inedite di Silone indirizzate, appunto, a Grisi.

      Due lettere che hanno un valore sia etico - letterario sia ideologico se si pensa che in una di queste lettere si legge: "…è piuttosto raro trovare in Italia un critico che sappia leggere e che avvicini un autore senza preconcetti estetici o ideologici". Un segno importante che definisce sostanzialmente un percorso culturale. Le lettere risalgono al 1957 la prima e al 1966 la seconda. Uno scrittore che ha raccontato il radicamento alla terra, l’appartenenza, ha “disegnato” il paesaggio dei suoi paesi e di un mondo che la memoria costantemente ripercorre.

      Da Fontamara a Severina. Ignazio Silone, lo scrittore della Marsica e dei cafoni, del cristiano senza chiesa, della terra come appartenenza, della nostalgia sempre assopita, della solitudine ancorata alla parola, della realtà che diventa storia, del superamento di quel comunismo che è stato vissuto non solo come tradimento ma come indefinibile incoscienza, di quella “uscita di sicurezza” che ha permesso di catturare non solo la libertà ma anche il senso della libertà. Silone  è stato comunista. Anzi è stato uno dei fondatori del comunismo e ne conosceva gli orrori e le sciagure, le finzioni e le maschere. Quando si rese conto che la sua storia incamerava l’oppressione dell’uomo ha tentato di guidare quell’uscita di sicurezza che lo ha condotto fuori le mura di quella inconsapevole bugia.

      Palmiro Togliatti su “Rinascita” dell’agosto – settembre del 1951 scrisse di Silone: “Quando Silone se ne andò, anzi fu messo fuori dalle nostre file (per conto suo ci sarebbe rimasto per dir bugie e tessere l’intrigo), l’avvenimento contò. Silone ci aiutò, in sostanza, non solo a approfondire e veder meglio, discutendo e lottando, parecchie cose; ma anche a riconoscere un tipo umano, determinate, singolari forme di ipocrisia, di slealtà, di fronte ai fatti e agli uomini”. E il confronto che Togliatti tesseva in quell’articolo era tra Vittorini e Silone. Entrambi “fuoriusciti” dalla casa madre del comunismo ed entrambi “illusi” inizialmente che nel comunismo potesse nascondersi il barlume della libertà. Pura illusione e mero inganno.

      Da quel romanzo che racconta i suoi paesani (i fontamaresi) al destino “religioso” di Severina. E’ un viaggio lungo, nel corso del quale l’avventura dell’uomo diventa prima l’avventura di una politica il cui disegno ideologico si è consumato in uno scontro tra fede e libertà e poi l’avventura dello scrittore che ha attraversato il fiume della politica stessa attraverso i codici e le definizioni della letteratura.

      Fontamara è certamente il romanzo rivelazione. E’ il romanzo dell’appartenenza alla terra, al suo Abruzzo, oltre ad essere il romanzo di una iniziazione a un processo narrativo che non sopprime mai l’io narrante. Questo io narrante assorbe la contestualità non solo di una realtà storica ma soprattutto di una “territorialità” esistenziale.

      Nella Prefazione al romanzo Silone avverte: “Un villaggio insomma come tanti altri; ma per chi vi nasce e cresce, il cosmo. L’intera storia universale vi si svolge: nascite morti amori odi invidie lotte disperazioni”. Questa è Fontamara. Una comunità, un paese, dove “La lingua italiana è per noi una lingua imparata a scuola, come possono essere il latino, il francese, l’esperanto”. Ma, soprattutto in letteratura, “ognuno” ha “il diritto di raccontare i fatti suoi a modo suo”.

       E’ questo il Silone di Fontamara che troviamo poi in Pane e vino e nella edizione riveduta di Vino e pane. E’ questo il Silone de Il seme sotto la neve, di Una manciata di more, de Il segreto di Luca, de La volpe e le camelie, de L’avventura di un povero cristiano, di Severina. E’ il Silone di Uscita di sicurezza e dei suoi saggi. La realtà e il sogno sembrano incontrarsi con la favola. “Un bel sogno”. “Una bella favola”. In Vino e pane: “Un bel sogno… I lupi e gli agnelli pascoleranno assieme nello stesso prato. I pesci grossi non mangeranno i pesci piccoli. Una bella favola. Ogni tanto se ne sente riparlare”.

      Ma cosa era la politica per Silone? Come la intendeva? Una manciata di more è una dichiarazione non riluttante che mette a confronto, al di là del gioco – destino dei personaggi, l’uomo con la politica. In un discorso tenuto a Milano nel 1949 Silone sottolinea: “…Nella nostra attuale posizione è implicita la confessione delle sconfitte politiche subite; noi siamo certamente le persone che sono state più sconfitte”. Ma Silone si aggrappa costantemente all’utopia: “Se l’utopia non si è spenta, né in religione, né in politica, è perché essa risponde a un bisogno profondamente radicato nell’uomo. (…) La storia dell’utopia è perciò la storia di una sempre delusa speranza, ma di una speranza tenace. Nessuna critica razionale può sradicarla, ed è importante saperla riconoscere anche sotto connotati diversi” (da L’avventura di un povero cristiano).

      L’utopia e l’eresia sono un intreccio non di valori ma di significati esistenziali. Trovano una loro esplicazione ultima proprio in Severina. Un romanzo postumo e incompiuto ma non minore nella produzione siloniana. Severina è la testimonianza del dolore ma anche dell’amore. Silone fa dire a Severina: “Io penso che non bisogna temere il dolore. Vi è un dolore inevitabile, inerente alla stessa condizione umana, e quello bisogna saperlo affrontare e diventare suo amico. Non bisogna temere, io penso, neppure la disperazione; perfino Gesù all’inizio della sua interminabile agonia, dell’agonia che ancora dura, si credè abbandonato ed ebbe un istante di scoraggiamento”.

      Il finale di Fontamara (“Dopo tante pene e tanti lutti, tante lacrime e tante piaghe, tanto odio, tante ingiustizie e tanta disperazione, che fare?”) rispecchia questa cesellatura ponendosi una domanda alla quale risponde la frase citata di Pier Celestino alla quale Severina risponde a sua volta con l’eresia per tentare di sconfiggere quel cristianesimo diventato ideologia.

      Silone si annovera tra quelle coscienze inquiete (sul piano umano e culturale) che hanno caratterizzato e segnato il Novecento letterario italiano. Uno scrittore che non aveva mai perso il senso dell’indignazione. Sino alla fine. Il suo ultimo romanzo (si deve molto di questo romanzo alla moglie Darina) è una confessione che richiama anche uno stile di vita.

      Proprio in questo ultimo romanzo si legge: “Non perdere mai la nostra indignazione morale di fronte all’ingiustizia. Non abbandonare mai la ricerca della verità, neanche in mezzo alla notte oscura. Per strada ritroveremo Cristo, che è la verità. Qualsiasi cosa avvenga, coloro che conserveranno intatta, in fondo all’anima, la fede nei sacri principi della vita saranno i più forti”. Severina è un personaggio metafora che chiude la parabola non solo letteraria di Silone ma anche esistenziale. 

      Oltre ogni steccato politico resta lo scrittore: quel Silone così eretico è così tanto bisognoso di speranza. Non c’è perdizione ma una costante penetrazione nel vissuto Cristo logico che ha comunque, anche qui, di un richiamo fortemente paolino. Forse in questa battuta il tutto della sua vita: “Per darsi, bisogna anzitutto possedersi”. E poi in quest’ultimo accenno di Severina a suor Gemma: “Spero, suor Gemma, spero. Mi resta la speranza”. Un bisogno forte d’amore. E lo si nota anche in Ed egli si nascose. Qui la speranza e l’amore devono fare i conti con la disperazione e con la follia. Ma il tutto si risolve. C’è la costante ricerca della libertà. Dice Fra Celestino ad Annina (nel testo appena citato): “Non disperare, Annina. Chi ama non può disperare”. E Annina in un’altra circostanza pronuncia a Don Paolo – Pietro Spina: “… l’amore è follia”.    

      Così in Severina. Un libro che è un diario e si lascia leggere, quest’ultimo, come la memoria in viaggio di uno scrittore. Insomma Silone nel suo ultimo scritto attraversa a frammenti la sua vita e la sua letteratura. Se si andasse a leggere attentamente quel capitoletto dal titolo: “et in hora mortis nostrae”, sempre del romanzo in questione, ci si renderebbe conto della vera forza eretica espressa da Silone. Così: “Il cristianesimo ufficiale è diventato un’ideologia. Solo facendo violenza su me stesso, potrei dichiarare di accettarlo; ma sarei in malafede”.

      Un Ignazio Silone dunque che è lontano dall’ideologia ma è lontano anche dalla fede come cultura. L'eretico di Fontamara, del libro dedicato a Celestino IV e del romanzo che centralizza la figura di suor Severina è oltre ogni visione politica.

 

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pubblicato il 10 aprile 2009

RACCONTO INEDITO DI FRANCESCO GRISI NEL DECENNALE DELLA SCOMPARSA

 Nella ricorrenza del decennale della scomparsa dello scrittore Francesco Grisi (nato nel 1927 e morto nel 1999) ,  il Centro Studi e Ricerche “Francesco Grisi”, diretto da Pierfranco Bruni, è lieto di porre all’attenzione alcune pagine inedite di Grisi che sono parte integrante del materiale inedito sul quale da anni sta lavorando lo stesso Pierfranco Bruni, biografo dello scrittore.

 

Di Grisi il Centro Studi e Ricerche ha già pubblicato alcuni testi completamente inediti, tra i quali figurano racconti e poesie. Ha pubblicato, tra l’altro, anche il primo romanzo di Grisi risalente al 1958 – 1959 dal titolo “I giorni non si somigliano tutti”.

Le pagine di “Forse un giorno ci ritroveremo nel cammino dell’antico” fanno evincere un paesaggio metaforico attraverso un linguaggio in cui il simbolo primeggia. La Calabria come la Magna Grecia sono riferimento di una visione non della storia ma del tempo che si definisce nella memoria.

 

Bruni ha dato alle stampe numerosi testi dedicati a Grisi scrittore, operatore culturale, futurista ed è previsto, nei prossimi mesi, un lavoro articolato che comprende la sua funzione nella cultura italiana degli anni Settanta con in appendice documenti inediti che scavano nei rapporti culturali che Grisi ha intrattenuto proprio nel corso degli anni.

Pierfranco Bruni: “Si evince uno spaccato di Calabria come metafora di una lunga memoria e di un tempo indefinibile. Ci sono elementi che ci riportano il Grisi delle stagioni più significative”

Il racconto che viene posto all’attenzione è parte integrante del volume che verrà pubblicato prossimamente.

  

Forse un giorno ci ritroveremo nel cammino dell’antico.

      Il mio tempo è fermo. O sono oltre. Cutro è una cartolina. Immaginario. Ci sono anni. La Calabria. Il mare è nell’anfora. Antica. Nato a Vittorio Veneto ma Cutro è nel sogno. Forse. O è solo una nostalgia. La danza si fa notte. La notte è una danza. Cammino. Lungo i passi della grecità. Amori perduto. Io perso. Poi. Ritrovato.

      Terre di Magna Grecia. Di Mare e di uliveti.

      Gli ulivi nelle notti di luna si inargentano. Le foglie tremano. E musicano con i granelli di sabbia.

      Nell’antica città pugnali e canti. Donne arabe con gli occhi neri e ebrei riccioluti si abbracciano nei letti di ferro. Ho amato. Tanto. Grandi amori. Una passione che è luna. L’età si chiude nel cerchio.

      Sibari. Taranto. Crotone. Allora. Si raccontavano.

      Uso simboli e metafore. Cammino con il bastone con il pomo d’argento. E vedo questo pezzo di futuro che è nel mio presente. Il tempo si racconta nella lacerazione tra presente e memoria.

      Il tempo dello scrittore non è soltanto quello che vive ma quello che è stato e quello che sarà.

      Allora.

      Il mare greco di Pitagora. Azzurro striato con tessiture di tremolante - ante verde. La memoria è futuro.

      Vorrei una tomba tra le pietre odorose di scoglio - zagare nel tempo di Pitagora. Tra giorni sarò greco in Cielo.

      I trionfi sono spesso una maschera dietro la quale si nasconde la fragilità della situazione. Queste leggende sono mito. Anche la religione si ammanta di miti. E la memoria illumina il passato come un arco arcobalenante nel cielo.

      Il percorso è tutto in questo incrocio. Un incrocio dove i simboli ondeggiano nel vento dei segni e non c’è bisogno di alcuna spiegazione, non c’è bisogno di alcuna giustificazione.

      Cosa resterà?

Voglio raccontare un frammento di una storia. Comprensibile. Non so. Ma ecco. Nel cammino dell’antico.

     

Il Mediterraneo è un sogno.

Tango.

Mara.

La fantasia colora le insegne dei giorni. Bella.

Era bella. Nella pazzia che invade. I cuori. Le anime.

Si vive scorrendo i giorni. Così.

Ancora.

Amami… Baciami con passione.

Stringimi.

O prendimi come sai fare tu.

Prendimi. Stringimi con ardore. Coglimi… Vento.

Non andare via. Pazzia nei giorni.

Mara del tango.

La mia vita è come un fiore. Fiorisce presto e presto muore.

E' sol per te il mio cuor!…

Ci sono i tramonti che non tramontano ancora.

Ammaliati dalla pazzia bellezza. Avanti con le memorie.

E. poi. Cosa ci resta.

Ancora.

Tango.

E' sol per te il mio cuor!…

Il sogno diventa vero.

La verità annulla il sogno?

Appesi a un filo di luna i ricordi fanno compagnia. Quando non ci

saranno più. Noi chissà dove saremo.

Allora.

Una nuova danza. Musica. Musica a cielo di luna.

Luna nel lago. Il lago negli occhi.

L'infinito si perde dentro gli occhi.

E aveva negli occhi…

Sguardo d'acqua e di terra.

Mara ha raccolto tutto il mistero.

Viviamo di misteri.

O di segreti.

Amami con passione. Prendimi con ardore

In questo amore. Unico…

 

      Raccolgo memorie antiche.

      Nella memoria, nessuno scompare e finisce. Non so come ma tutti risorgono. E quando li chiamiamo con la memoria vengono a trovarci. La vita è senza morire.

      La resurrezione. Viene per tutti. Peccatori e santi. Vinti e vincitori. Per quelli di prima e per quelli che non sono riusciti a destinarsi. 

      Le metafore chiudono il cerchio.

      Il viaggio si fa intenso e denso di significati e di contenuti.     

      Vorrei vivere vicino questo dolce mare e nel verde degli ulivi. E vedere dalla collina i delfini che danzano nel mare dei greci.

      Nella resurrezione la nascita e la morte sono un solo punto. Il cerchio si chiude.

      Sono un’ape che ha raccolto molto miele. E lo consegno agli uomini perché siano felici nella loro pazzia. 

      Nell’intreccio delle parole la vita si riempie di senso perché si racconta.

      Il mare.

      La colonna. San Francesco. Tommaso. Gioacchino. Tutto ha senso. Anche noi.

     La preghiera è partecipazione attenta alle cose del mondo che, anche per il miracoloso della preghiera, perdono la storia per diventare necessari passaggi attraverso i quali si compie la salvazione.

      Ogni cosa è necessario che avvenga. Anche la Via Crucis della perdizione.

      La preghiera riscatta la storia dal suo peccato di essere esistenza. E non significa un movimento di labbra, ma una partecipazione responsabile al destino di un uomo o di una società.

      Significa anche entrare nei disegni di Dio per liberarsi dalla schiavitù del potere, dell’abitudine, dalla desolante ipocrisia quotidiana.

      La esperienza del sacro scrive e ordina, distingue e non cede ai compromessi. 

      La concretezza del sacro accetta e ama la tradizione, rifiutando la novità del conformismo e lavora per il ‘nuovo’ che il tempo richiede dalla nostra passione.

      Voglio qui citare un mio maestro. Buonaiuti compie una operazione rischiosa: quella di seguire la generazione dell’esodo che ha vissuto questi anni introducendo i temi attraverso episodi personali. Quasi per dare agli argomenti una più eccitante veste di credibilità.

      La spartizione così netta tra storia e teologia che aveva condotto alla rigida disciplina teoretica sembra spezzarsi di fronte al dolore. Anche l’orgoglio reclama umiltà nell’ora dell’esodo.

      Forse perché vedo il mare e mi immagino di navigare verso la Terra Santa o verso l’Egitto.

      Mi hanno detto che laggiù nei paesi del deserto vi è una grande primavera di preghiere cristiane.

      Vedremo.

      Intanto resto qui. In questa immensa circonferenza che è la Magna Grecia. Ed è come se mi rivolgessi ad una dea.

      Così.

      Ti ho parlato degli ulivi. E dei girasoli. C'erano chitarre andaluse e danze zigane nelle parole ingemmate di sogni d'oro.

      La luna di seta bianca inargentava.

      Forse innocenza siderale era il tuo cuore.

      Ho cercato la tua mano esitante e silenziosa.

      Allora.  

      Un saluto frettoloso.

      Mi dicesti. Soltanto le favole sono la vita. E mi lasciasti la tua ombra acerba tra i platani morenti del quartiere.

      Lascio, comunque, la città dei due Mari.

      Mi incammino. Vado. Oltre. Magna Grecia. Un sogno. L'ironia. Il gioco. L'incontro. L'attesa. Ci sono gli applausi. Teatro. I futuristi recitano. So. Gli applausi dureranno nei secoli. Forse un giorno ci ritroveremo. Nel deserto. Tra i mari. Il Sud. Tra i mari del Sud.

Nella foto: Francesco Grisi con Pierfranco Bruni

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pubblicato il 4 aprile 2009

LA BUSSOLA PER I VIANDANTI DI OGGI

Il libro del Vescovo di Cassano Bertolone

di Luigi Franzese

“Briciole di speranza…per guardare oltre”:  è questo il titolo di una pubblicazione del Vescovo della Diocesi di Cassano Jonio, Mons. Vincenzo Betolone, edita da Ancora Editrice di Milano(pagine 110) con prefazione del Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, Mons. Gianfranco Ravasi e postfazione del Capo Servizio della Gazzetta del Sud, Arcangelo Badolati.

 

Il libro, in elegante veste tipografica della collana Focus (dedicato alla madre Carmela), racchiude, in una forma piana e scorrevole, una serie di riflessioni che domenicalmente il Presule espone attraverso le colonne del quotidiano messinese, in un apposito spazio a lui riservato, su temi più vari che spaziano da quelli strettamente teologici a quelli etici a questioni di grande rilevanza sociale come la pace nel mondo, il lavoro, la famiglia, la scuola, i diritti umani, l’impegno civico; tutti temi che attengono all’uomo d’oggi nella sua complessità.

 

Si tratta di un libro che rappresenta - come acutamente osserva Mons. Ravasi nella sua stringata ma efficace prefazione - la “bussola per i viandanti dei tempi presenti, inquieti cercatori di speranza persi tra le nebbie del materialismo e del consumismo”. Un volume da leggere che si presenta molto interessante  per le notevoli problematiche trattate che possono sicuramente rappresentare una base di partenza per ulteriori approfondimenti, confronti, dibattiti, riflessioni, attesa la grande valenza delle argomentazioni  in esso contenute di viva e pregnante attualità.

 

Mons. Vincenzo Bertolone è nato a San Biagio Platani (Agrigento) il 17 novembre 1946. Dopo la laurea in pedagogia al Magistero di Palermo, ha conseguito alla Pontificia Università “Angelicum” di Roma il dottorato in diritto canonico. Dal 1976 al settembre 2000 è stato membro del Consiglio Generale della sua Congregazione. Ha insegnato per oltre 15 anni religione nelle scuole statali.

 

Dall’ottobre del 1988 ha prestato servizio alla congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica, dove il 12 giugno 2004 è stato nominato Sottosegretario dal Papa Giovanni Paolo II°. E’ postulatore della causa di colonizzazione del Beato Giacomo Cusmano, del Beato Francesco Spoto e di Beatificazione della Serva di Dio Vincenzina Cusmano e del Servo di Dio Francesco Paolo Gravina.

 

Il Presule Bertolone ha al suo attivo numerose e pregevoli pubblicazioni quali: “Volto Redentore”, Le “Sette Lampade”(1997), “Il Mandorlo Fiorì”(1999), “I Sette  Doni della Grazia”(2000), “I Tre compagni di Viaggio” (2001), “Aspetti Giuridici e Attenzioni Carismatiche nelle Esperienze di Aggregazioni, Federazioni, Fusioni e Unioni di Istituti di Vita Consacrata”(2006),   “Sulle Orme del Divino Viandante”(2007).  

 

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pubblicato il 4 aprile 2009

Carducci, Pascoli e Croce: che noia!

Io Voglio morire da vivo

 

di Pierfranco Bruni

 

 Il Novecento letterario (e poetico in particolare anche dal punto di vista di una lettura critica) italiano con i soli Carducci, Pascoli e Croce sarebbe stato un secolo morto. Ovvero un secolo consegnato all’Ottocento. O meglio non un secolo capace di entrare nella vitalità di Giuseppe Ungaretti che segna linguisticamente la vera rottura con un Manzoni scolasticizzato e impoetico ma un’epoca della  contemplazione non miticizzata ma mistificata.

Pascoli e Carducci sono Ottocento con qualche piccolo barlume di luce non condizionante ma populista e retrò. Il condizionamento che traccerà la poesia nuova è il filtraggio alcionico. Il resto è noia, ipocrisia, asfissiante accademismo senza arte e fantasia.

L’ironia (l’umorismo pirandelliano e il ridere sorridendo) dei Futuristi è ben altra cosa. Come è ben altra cosa il “Marzo ventoso” di uno straordinario Carlo Micchelstaedter che muore suicida nel 1910 dopo averci consegnato un testamento, che uscirà postumo, che risponde alla filosofia dell’essere come azione.

 

Bisogna capire fino in fondo il moderno che entra nel contemporaneo e il contemporaneo che si spinge sino all’attualità. Le lezioni scolastiche e accademiche servono ad un crocianesimo soltanto e puramente teorico. La poesia è l’arte di superare la contemplazione e diventare follia.

 

Giovanni Papini, Giuseppe Prezzolini (che non amava i futuristi ma aveva posto come premessa letteraria alla sua storia tascabile della letteratura un manifesto  della tradizione innovativa), Sem Benelli sono artefici di un Novecento che si apre alla rivoluzione della lingua. La poesia è (anche) lingua e il poeta o lo scrittore usano i linguaggi (non la lingua, attenzione a non cadere nel trucco crociano di una estetica della doppiezza o di uno storicismo ambivalente alla Russo) perché il Novecento è la transizione di un completo gioco nell’immaginario simbolico che va da “Mal giocondo” di Pirandello ai versi di un Giorgio Caproni con i quali si entra nel XXI secolo avendo come riferimento la pazzia degli scapigliati che si aprono alla rivoluzione della vita.

Carducci e Pascoli non esistono più. Non possono pi+ù esistere. Non devono più esistere. Per carità non cerchiamo di salvarli. Insistere su questi significa essere rimasti bloccati ad un vocabolario letterario storicistico e non più vero.

Il linguaggio poetico che viviamo e che attraversa le corde del nostro esistere nelle emozioni è ormai la recita di “Voglio vederti danzare…” di Franco Battiato, di “Ho visto Nina volare…” di Fabrizio De André, di “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi” di Cesare Pavese, di “Io ti sento tacere da lontano…” di Vincenzo Cardarelli, di “Una barba a Salerno…” di Alfonso Gatto. I quali trovano in due riferimenti il modello innovante. Ovvero in Guido Gozzano di “Non amo che le rose che non colsi” e in “Cade la pioggia triste senza posa…” ancora di Carlo Michelstaedtr. Modelli che vanno molto al di là di un sanguidismo retorico o di un t’amo bove bio che ha uccido il senso della liricità della fantasia.

 

Gozzano e Michelstaedtr  sono ben oltre le parole e le intenzioni di Pascoli e Carducci e sono ben oltre l’imperialismo dittatoriale storicista ed estetico critico gogoliano di Croce.

La poesia moderna è chiaramente oltre Croce. Trova nella visione teorica di Giacomo Debenedetti l’interprete problematico vero e non l’intolleranza crociana. Smettiamola di metterci in cattedra tentando di fare lezioni a dei liceali. La vera arte è ben altra cosa. Come quella poesia che tocca l’esistenza vera e non l’ipocrisia del vivere.

 

La poesia è carne, è sangue, è malattia, è dolore, è disperazione, è ironia, è gioco, è allegria dei naufragi, è la sera che ci rende belli e mai ridicoli, è l’ironia, il sorriso, il riso, la teatralità, la tragedia e gli applausi.

Il Novecento senza l’idea futurista non ci sarebbe stato così come lo abbiamo vissuto e come continuiamo a viverlo. Ma si deve essere futuristi dentro per capirlo. Altrimenti l’ironia non vale il gioco e il gioco non è impellicciarsi passeggiando tra le vie della Romagna o della Sicilia o di Roma senatoriale ma  lasciarsi attraversare da un misterioso che incanta in quell’onirico che è la pazzia del tempo – spazio nella vita – azione. L’imbecillità di una pseudo letteratura regna nel tronfio referenzialismo senza arte, né teatro, ma con la recita che nessuno ascolta più.

 

Senza una rilettura dell’elogio della follia di Erasmo di Rotterdan si resta ancorati ad un mondo che non ci appartiene. Io sono così intriso di contemporaneità perché sono convinto che il relativo non mi appartiene mentre nella filosofia dell’essere la parola non è apparenza ma è completamente sacrificio.

Noi viviamo tra le memorie del sottosuolo. Altri continuano a vivere nel sottosuolo delle memorie. Ma la poesia è fatta di quel senso incantato recitato da un grande della contemporaneità che risponde al nome di Alberto Bevilacqua. Il resto, ripeto con i versi di Franco Califano che è poeta, è soltanto noia. E io voglio morire da vivo e non vivere da morto e tanto meno di noia.

 

Il teatro  è nella libertà che fa della letteratura la vita e non il sentore o l’ipocrisia della vita. Il resto è veramente noia. Dante resta una commedia del già visto. Pavese è il tragico che recita la contemporaneità. Pirandello conosce i segreti dell’uno e centomila per vivere il nessuno. D’Annunzio non smette di intrecciare le sue mani tra i capelli di Eleonora. Mentre Diego Fabbri conoscendo il vizio assurdo mette in scena un nuovo processo a Gesù.  I futuristi strapazzano il moralismo di turno e i moralisti in letteratura sono i veri non conoscitori dell’arte che è arte se la pazzia si fa recita.

È questa la vera contemporaneità  tra la scena del moderno e la ribalta dell’attuale. Mi auguro di non giudicare mai e di lasciarmi aggredire sempre dalla pazzia. Sia in letteratura che nella vita.

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pubblicato il 3 aprile 2009

NAVIGANDO COL MITO

 ULISSE E’ RIPARTITO – La poesia di Pierfranco Bruni: il racconto di un uomo tra mare e destino.

 di Gerardo Picardo

"Siamo stati due naufraghi appesi alle corde del porto": così parla alla sua donna, persa e ritrovata, l'eroe omerico raccontato da Pierfranco Bruni nei versi di ‘Ulisse è ripartito' (Ed. Pensa Multimedia, Lecce, pp. 73, euro 5).

Nella poesia di questo profondo scrittore calabrese c'è la storia di un uomo che affrontò il vento a viso aperto in un viaggio di soste e di ritorni a uno scoglio attorno a cui il tempo agita onde ineguali. Ma vi respira anche lo sforzo di riannodare il filo di una memoria ormai smarrita o non vissuta, sottraendo il sentimento al peso delle assenze.

Ulisse è ripartito, ma Penelope non viene. Dopo, per un pezzo, e' solitudine. Che è poi, scrive nella nota introduttiva Francesco Camarda, "la speranza della poesia in genere: ribadire il disagio per conservarlo a lungo nella memoria". Negli inquieti versi di Bruni abita la poetica del viaggio ma soprattutto del vivere. Racconta l'odore della pioggia, il vociare dei contadini calabresi, la malinconia che ritma i pensieri custoditi all'addiaccio insieme alla voglia di ritrovare un centro e una piazza dove far passeggiare giorni che lottino a mani nude il dolore.

‘'E che dire delle sue escursioni nelle terre di mezzo - scrive ancora Camarda - è il mare che Bruni può ancora attraversare guardandolo con occhi che gli diventano come quelli di Ulisse; occhi che se vedono una scogliera a Roseto Capo Spulico gli riaccendono la memoria di Itaca e il bisogno di tornarsene a casa''.

Da sempre Bruni gioca con le parole perché sono i segni e i miti a giocare per primi con lui: ‘'Se c'è un luogo dove Bruni ci suggerisce di andare e' quel luogo da cui, in fondo, nessuno di noi si è mai mosso''. E se la consapevolezza si assume ‘'camminando'', come raccomanda il vecchio F. W. Nietzsche in ‘Aurora', Bruni raccoglie sulla terra dei giorni esperienze che sono conoscenza e lotta, raccontando di amori perduti e ritrovati sulla sabbia del nostro mare d'inverno.

Il mare stesso diventa nella sua poetica territorio di viaggio. Accatastiamo allora ‘topoi' e miti in compagnia del poeta, perché - annota sempre in queste pagine Katia de Abreu Chulata- ‘'siamo tutti naviganti noi lettori. E Bruni ci invita a navigare col mito, noi stessi siamo miti, siamo tutto e niente, acquisiamo forma compiendo il nostro viaggio. Il nostro profilo svanisce, invece, quando chiudiamo la pagina'' e smettiamo di credere all'innocenza dei sogni, delle barche che cercano il largo, delle lampare che illuminano pochi metri di legno a cavallo del mare.

Così, scrive Bruni, ‘'i nostri silenzi restano appesi sulla grondaia degli anni''. Ulisse è ripartito con la sua smania di terre e di volti , ma anche con l'amarezza dei congedi e delle armi spuntate dopo il combattimento, ‘'naviga nei naufragi e sa che le solitudini sono lacerazioni''. La nostalgia cuce albe e tramonti; se potesse avere voce, ‘'racconterebbe storie di paesi. Ma i viaggi sono destini che misurano distanze''. E mentre intorno i crepuscoli si sono arresi alla notte, ‘'anche ora le finzioni si intrecciano con l'attesa''.

Ha ragione Bruni: al Sud ‘'ci sono destini antichi che raccontano tristezze. Il vento è nell'ascolto degli anni''. In questo viaggio, la donna e' isola e porto, partenza e ritorni: ‘'Sei stata l'alba nel mio tramonto'', annota il poeta di Carosino rimarcando il bisogno di un sorriso, di una carne che resti accanto a lui nelle veglie, anche se ‘'non ho piu' l'ironia'' e ‘'gli anni hanno preso il sopravvento. L'orizzonte è un filo che taglia la luna''. E altrove, raccontando ancora dell'uomo che sostenne il meraviglioso e mortale canto delle Sirene, il poeta annota: ‘'Il mare mi ha condotto sino alle tue nostalgie. Ma non lasciare tracce, non ti cerchero'. Sei l'aurora che ho dimenticato nelle sere d'autunno''.

Ora, nell'ascolto del tempo, l'Ulisse che con astuzia espugno' Troia, è ‘'un personaggio vestito di vento''. Li raccoglie tutti, i venti. Quelli dell'attesa e della speranza, quelli dell'ira di Eolo e dell'invidia degli dei. Sa che deve restare uomo anche dinanzi al dono di Circe e sa che deve riprendere il mare pure con una zattera perché ‘'le lontananze sono il nostro destino''. Forse ci sarà un altro tempo. Ma ora ‘'siamo destino nelle solitudini delle attese raccontate''.

Bruni, poeta che racconta amori senza giorni, è ‘'il custode delle nostalgie in quest'isola abbandonata da Ulisse e abitata dalle bifore''. L'Ulisse di Bruni è quello che lotta il destino ma è soprattutto l'uomo del viaggio che non ha termine. L'astuto greco ha occhi di mare nelle solitudini di un orizzonte perduto, ma ‘'non chiedermi perché ho accettato l'agonia dei silenzi''. Il vento ‘'è un ascolto di destini. Sotto la pioggia ho giocato con la tua ombra'' e ‘'non ci siamo arresi ai tramonti come in quelle sere di silenzi perduti''.

Resta il fuoco acceso di notte dai compagni di lotta sotto le mura di Ilio, il vino spremuto per Polifemo, l'ira di Nettuno che rende le acque un inferno.

E restano pure le spiagge che hanno conosciuto conquiste e addii. La sabbia si tinge di umano, di lacrime versate e di abbracci strappati ai porti. I giorni della memoria si annunciano anche per Ulisse, camminano sugli scogli, scompigliano gli otri delle sicurezze. Ancora una volta, forse, resta una donna a cullare la speranza dei giorni: lei che conosce il segreto del sale ha ‘'occhi di mare e di vento. Non ti lasciare aggredire dalla paure, i giochi della vita sono infiniti''. ‘'Come sempre hai tra le mani le rughe del destino. Ma non ne conosci i segni'', dice un verso che traccia il cammino al lettore.

Quanto a lui, Ulisse-Bruni, si definisce, e lo è, ‘'un viandante della nostalgia''. Anche per il poeta, infatti, come per l'uomo che un giorno rifiutò l'Olimpo per morire come tutti i suoi guerrieri, la sera non farà sconti. E' scritto nelle mappe di viaggio. Ma ‘'anche i naufragi si specchiano nella luna. Le mie parole hanno lasciato il vento''. Domani si toglierà l'ancora per cercare ancora una terra dove ‘'il destino ha lunghe ali di memoria''

 

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pubblicato il 29 marzo 2009

SAN PAOLO TRA DAMASCO E MALTA

  

di Piefranco Bruni

 

Damasco e Malta costituiscono luoghi riferimento per San Paolo. La conversione–chiamata e porto–naufragio.

Dimensioni dell’esistere e dell’essere ma soprattutto testimonianza di una spiritualità che ha richiami all’interno di un viaggio che nel primo caso ha obiettivi “speculativi” in cui dalla intolleranza si passa alla capacità della comprensione e dell’ascolto.

Damasco è il luogo del passaggio da una visione materiale ad una completamente spirituale e immateriale e il passaggio si avverte nel porsi in ascolto dell’altro. La chiamata, in fondo, diventa un porsi in ascolto di. Ma è anche un non rifiutare il “senso” dell’ascolto. E il tutto avviene nella completa iniziale indecifrabilità che si trasforma immediatamente, appunto, nella consapevolezza dell’ascolto.

Malta è la tappa intermedia e per questo diventa metaforicamente luogo – porto ma soprattutto luogo in attesa di. Ovvero resta l’attraversamento del viaggio che definisce una prospettiva. Damasco sembra l’inaspettato e forse in una prima lettura è l’inaspettato segno profetico. Malta è il proseguimento che condurrà oltre il mare. Malta è l’isola ed è quindi il mare, o meglio è il viaggiare tra le acque. Mentre Damasco è il deserto e il viaggiare è conoscere la sabbia, la terra.

 

Terra e acqua sono le due interpretazioni del viaggio paolino che definisce il luogo fondante che è il Mediterraneo in una testimonianza che è fatta di orizzonte. A Damasco comincia una missione. A Malta la missione è profezia nella evangelizzazione. Certo nel deserto Paolo non è ancora il Fondatore di comunità e il suo compito è ben altro.

La voce di Cristo diventa la rottura del tempo e dello spazio. A Malta, invece, si vive la continuità del tempo e dello spazio. Il Mediterraneo ha anche un altro scenario in quanto l’Occidente è già una realtà ben definita che ha ben assorbito la tradizione e la cultura di un Oriente che sembra lontano ma che vive proprio dentro quella continuità che è non solo testimonianza ma processo cristiano.

 

A Damasco c’è sostanzialmente una tensione esistenziale ma a Malta la tensione è vissuta nella fede. A Malta Paolo ha già il trasporto di Gerusalemme e di Atene mentre si avvia a completarsi nella compiutezza di Roma. Da Damasco a Malta c’è quel camminamento che lega Gerusalemme, Atene e Roma. È come se l’Oriente entrasse dentro l’Occidente in una territorializzazione dell’anima che si fa tradizione ma è anche la rivelazione che sia l’Oriente che l’Occidente non possono fare a meno l’uno dell’altro e si completano.

Malta, in fondo, diventa il luogo della completazione non solo geografica ma testamentaria e il concetto di deserto – mare completa anche il sentire del viaggio come trasparenza di un camminare sia al di fuori che nel di dentro. Appunto il Mediterraneo diventa una teologia del viaggio.

 

Scrive Jacques Guillet in “Paolo, l’apostolo delle genti” (2004): “Il Mediterraneo intero diventava il centro di un impero immenso, che si estendeva dall’Atlantico al Mar Rosso, che i suoi abitanti potevano senza millanteria qualificare come mondiale. Era la fine delle guerre tra città, delle invasioni provenienti dall’esterno. Erano i mari e le strade aperti per circolare, per commerciare, per comunicare”.

In questo Mediterraneo Paolo portava la sua parola e la portava comunicando sia attraverso le Lettere sia negli incontri. A Damasco, dunque, comincia quella “iniziazione” che si definisce come realtà di un viaggio in un mosaico che si fa attesa. A Malta l’attesa è carisma perché il cristianesimo, già di per sé, è profezia. Il progetto di Paolo è costantemente un attraversare il tempo nel viaggio dell’esistere.

 

Un esistere che è storia ma anche misterioso che si intreccia nella tradizione. Certo, Damasco è il punto di partenza ma si arriva a Damasco dopo la lapidazione di Stefano. Da Stefano alla strada per Damasco Paolo non brucia il tempo ma continua a vivere il tempo.

Da Damasco in poi il viaggio può considerarsi un vero e proprio mosaico. Malta è uno degli ultimi tasselli. Dopo Malta e dopo aver lasciato il mare (le acque) è nuovamente la strada che fa da scenario. Il viaggio iniziato su una strada si interrompe lungo una strada. Ma continua nelle coscienze e nel tempo della fede.

 

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pubblicato il 23 marzo 2009

 

Santo Domingo tra Giovanni Paolo II e i versi di Dante.

Un viaggio nel fascino dell’indefinibile

 

di Pierfranco Bruni

 

I viaggi sono incontri e la vita si vive tra gli incontri. Forse parlarsi è un dovere. O un diritto. Ma è solo la capacità di comunicare o forse il segno di un affetto che va oltre ogni barriera culturale. Parlarsi con la poesia. Con i versi dei poeti italiani che recitano l’amore e le contraddizioni, il senso del tempo e la tragica resistenza degli incontri. Certo che la poesia è linguaggio universale. Altrimenti che senso avrebbero i nostri viaggi tra città e luoghi che sembrano insondabili.

 

Sono stato a Santo Domingo, nella Repubblica Domenicana, in visita istituzionale e per i “soliti” incontri che permettono comunque di creare legami e di capire il rapporto tra la lingua italiano e le  lingue, tra la cultura italiana  e le culture altre. Un fascino dell’esotico e di una estate che non smette di essere mai mare, sabbia, palme, piante di banane e musica. Echi che lasciano un segno anche quando si è lontani. La musica scava il vento tra gli Oceani e i profumi andalusi.

 

La musica delle donne che ballano scalze sulla sabbia o su un tappeto di bicchieri e riportano alla erosione delle monotonie perché qui la donna è bellezza ed eros. Un fascino che cattura. Hanno bisogno di capire e noi abbiamo bisogno di osservare, di entrare in un mondo che ci sembra di conoscere ma così non è. Quanta italianità tra le strade di Santo Domingo. Sembrano vie familiari. Sarà certamente per i viaggi antichi ma soprattutto per la straordinaria presenza di Cristofaro Colombo. Cristobar…

Qui Cristoforo è stato di “casa”. Non si tratta di una metafora. Ma la casa c’è veramente. Quel Cristoforo che amava Isabella. D’altronde la lingua che si parla è una calda parola spagnola. Non poteva essere diversamente. L’accoglienza è stata di una manifestazione d’affetto eccezionale.

 

L’Italia, ospite d’onore, ovvero la cultura italiana. Abbiamo parlato di lingua e linguaggi ed io soprattutto di letteratura italiana del Novecento: da Giovanni Verga a Giuseppe Prezzolini. Verga è molto amato. Ma non è il Verga scolasticizzato. È quello che di “Tigre reale”, è quello degli amori perduto e perdenti. Così Prezzolini… Il Prezzolini di “Dio è un rischio” che pone interrogativi e non deposita alcuna risposta. Ma Santo Domingo è mare. È il mare del sogno. È la città dei casinò e non dei casini. È la città della festa. La festa dei giorni. I giorni che si fanno festa.

 

Qui veramente la notte è una festa mobile che direbbe il caro Ernest. E la festa te la senti addosso per l’intera giornata come ti senti dentro la musica o come ti porti negli occhi le donne che danzano a suono di merengue o di salsa. Che meraviglia quella ragazza con riccioli tra i capelli e una gonna da zingare che volteggiava su un tappeto di bicchieri al ritmo di una passionalità inebriante. Meraviglioso e meraviglioso il sorriso della gente pur in una non ricchezza mai ostentata. Belli gli occhi di quella donna che ti tirava nel gioco del ballo e dovevi ballare perché tutto è  parte del gioco delle notti di quella città. Con le luci che sono riflessi.

 

E la cultura italiana? Sì, che giornate intese al Salone del Libro. Una conferenza dietro l’altra e con studenti che vogliono sapere e chiedono, interrogano e non smettono di offrire poesia. Amano la poesia. Soprattutto la poesia d’amore. Accanto a Lorca, a Neruda, a Cervantes, a Becher e a quelli propri della loro terra non ci sono soltanto Dante e Petrarca ma Collodi, Pirandello e addirittura Isabella Morra. Che ci fa Isabella Morra a Santo Domingo? Anche negli alberghi è sempre festa.

 

Una studentessa giovane mi ha chiesto: “Come si fa a diventare poeta?”. Abbiamo letto anche le poesie di Giovanni Paolo II ed io ho tenuto conferenza “particolare” sulla funzione poetica del verso woitiliano con una riflessione sulle immagini della Cappella Sistina scattate nelle parole che non solo recitano ma anche raccontano. Ed è una festa nel Corso centrale di Santo Domingo. Il caldo e l’estate non conoscono pause. Le piazze sono indefinibili. Le piazze restano dentro l’anima nel canto che ha gocce di rugiada.

 

La piazza con Cristoforo Colombo si apre ai negozi di corallo e ai mercatini dove il sigaro dominicano sfida quello cubano. Nell’aria si respira tabacco e odori di frutta. Esotica. Nei ristoranti le fettine di banana fritta o arrostita ha un sapore dolciastro e piacevole ma noi abbiamo cercato spesso ristoranti con cucina italiana. Che provinciali…  E’ un paese cattolico. Non ci sono dubbi tanto che ricordano con amore l’opera e la figura di Giovanni Paolo II. D’altronde il primo viaggio all’estero che fece il Pontefice fu proprio Santo Domingo e ci sono le testimonianze, i segni, i simboli. I domenicani sono orgogliosi di quel Papa e nella principale ancora campeggiano le scritte che rimandano al passaggio di Giovanni Paolo II.

 

Ho tanti ricordi dei giorni trascorsi in quella terra che mi ha molto colpito e mi ha lasciato dei tracciati indelebili. Il giorno prima della partenza, in una casa nobiliare, anzi in una villa elegantissima, si svolge un ricevimento in nostro onore. Ambasciatori, consoli, istituzioni. Una serata dove la musica era diventata assordante. Ad un certo punto della nottata irrompono una quindicina di ballerine vestite tutte di piume colorate e con delle maschere che rimandavano a delle divinità.

Che spettacolo… Fummo completamente presi alla sprovvista. Ci chiesero di recitare dei versi di un poeta italiano. Dovevamo improvvisare. Ognuno di noi si improvvisò attore ricordando e declamando poesia. Io subito ripescai alcune versi di una poesia di Cardarelli.

 

Furono delle scene indimenticabili. Ogni ballerina – danzante si avvicinò agli attori improvvisati. Si tolse la maschera e con un sottile filo di corda la pose sul nostro viso legandola dietro la testa. Le ballerine – danzanti rimasero senza più maschera mentre noi eravamo diventati delle divinità. Fu un gioco affascinante e fummo tirati al centro della villa con il battito di una musica e di un canto latino – americano. Che strazio di gioia e di emozione. L’emozione continua ancora oggi soltanto a pensarci.

 

La notte finì e ci colse il giorno. Non capimmo più nulla. Dovevamo ripartire per l’Europa, per l’Italia. Ci attendeva un fuso orario di sei ore. Arrivai a Parigi completamente stravolto. Quanta cultura italiana nella Repubblica di Santo Domingo, in quell’isola dominicana dove le parole di Cristofaro Colombo e della cultura genovese e genovese – spagnola resta un nucleo importante. Non mi sono meravigliato poi tanto quanto tra i ritmi e le note delle canzoni cantate dai giovani al Salone del Libro c’erano anche i testi di Fabrizio De André. Genovese, mediterraneo, Alvaro Mutis

 

C’è stata una promessa strappata all’ultimo momento: quella di ritornare a Santo Domingo per un seminario proprio sui testi di Fabrizio De André. Certo che lo farò. La musica è poesia e la poesia si fa musica. Mi sono ritrovato nella valigia anelli di corallo e collane. Non solo un corallo rosso, rosa o verde ma un corallo splendente nero. Un corallo che cambia colore con la luce della luna e con i riflessi del mare. E poi la danza è un ritmo che non ha spazio e neppure tempo perché continua nel volteggiare del vento tra gli echi e le nostalgie.

 

La poesia non è fatta solo di parole ma anche di sguardi. Così mi ha detto un ragazzo che con attenzione ha seguito una delle mie conferenze. È proprio vero. Guardandolo negli occhi gli ho recitato: “Io l’ho veduta già vestita a verde,/sì fatta ch’ella avrebbe messo in petra/l’amor ch’io porto pur a la sua ombra:/ond’io l’ho chesta in un bel prato d’erba,/innamorata com’anco fu la donna,/e chiuso intorno d’altissimi colli”. Dante. Il Dante che da noi viene giudicato minore. Il Dante che non è metafisico ma si gioca l’anima tra gli spigoli delle Rime. Mi ha guardato in silenzio e mi ha chiesto: “pur favur me regala cheste parole?”. Con la dolcezza e con gli occhi grandi.

 

Ho capito in quel momento come la universalità della poesia non conosce frontiere o confini e va verso orizzonti. Che bel viaggio! Un viaggio interminabile tra le parole di Giovanni Paolo II che insistono tra i miei ricordi e l’amore in Rime di Dante. L’amore che si fa fede e la fede che è carità. L’amore degli incontri nelle sere di Santo Domingo. Ho puntato al casinò. Ma non ho vinto. La poesia è nell’amore e l’amore ha gli occhi della nostalgia. Santo Domingo resta una festa tra i libri raccontati e i libri proposti.

 

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pubblicato il 23 marzo 2009

 

RICORDANDO IL POETA GIUSEPPE BONAVIRI

scomparso il 21 marzo

 

di Pierfranco Bruni

 

Ho un ricordo molto bello di Giuseppe Bonaviri, da me studiato molti anni fa e inserito, di recente, in due antologie della poesia italiana del Novecento tradotte in lingua spagnola, la prima, e indirizzata al Salone del Libro di Santo Domingo e una antologia in lingua albanese (la seconda) con le finalità di diffondere la letteratura italiana nei Paesi esteri e soprattutto per realizzare un  rapporto tra la poesia italiana e le culture di lingua spagnola e albanese.

Bonaviri, che era nato nel 1924, resta una pietra miliare in quei processi lirici  il cui intreccio tra cultura adriatica e mediterranea realizza un dato centrale in una visione di lingue che hanno creato dei legami importanti con le realtà etniche. Bonaviri, che veniva dalla Sicilia, ha portato con sé un humus profondamente legato ad un etnhos  che ha saputo amalgamare parola, tradizione e cultura popolare.

 

Trovandomi, per una conferenza sulle eredità etniche dell’Italia, all’Università di Tunisi, nel corso del mio discorrere, mi fu chiesto, improvvisamente, di  parlare proprio di Giuseppe Bonaviri. La richiesta mi colse di sorpresa anche perché non rientrava nei miei programmi ma, comunque, intavolammo una bella discussione sia con i docenti sia con gli studenti che erano di lingua francese, tunisina e italiana. Perché mi chiesero di soffermarmi su Bonaviri? Perché Bonaviri era molto amato in quella Università ed era studiato da una docente che costantemente leggeva, durante le lezioni, i versi di Bonaviri.

 

Proprio in quella occasione scoprii degli elementi non soltanto letterari negli scritti di Bonaviri ma anche degli aspetti ben precisi che avevano connotati antropologici. E su questo intavolammo un vero e proprio discorso. Lessi e commentammo insieme una poesia che porta il titolo: “Valencia”. Ma certamente Bonaviri è uno scrittore e un poeta che ha attraversato una linea letteraria che è quella prettamente contornata da un immaginario profondamente mediterraneo e i suoi personaggi, che raccontano non solo nella realtà ma anche nella metafora, disegnano un preciso tracciato che è quello di una definizione dell’avventura che i personaggi stessi vivono e il senso del destino che cammina sempre dentro un processo che esula la dimensione puramente culturale per farsi esistenza.

 

C’è in un suo scritto del 1998, “L’infinito lunare”, un percorso che tocca le corde dell’anima sia per lo scenario sia per una atmosfera ben disegnata in una visione in cui la metafora della parola supera ogni ostacolo legato a un realismo mai interpretato nell’opera di Bonaviri. Dalla Sicilia a Frosinone. Un siciliano che era ben consapevole di quell’isola che è sempre stata il  nodo – snodo della sua malinconia che traspare lungo le parole annunciate, sottolineate, pronunciate a parole lente.

Ebbene, a Tunisi parlammo di Giuseppe Bonaviri poeta. Come ne parlai a Scutari, a Tetova, a Santo Domingo. Ma gli studenti tunisini sprizzavano gioia quando comincia a leggere: “Sui sassi secchi del tuo fiume/la sera si è spenta in lampeggiamenti./In cielo lenta, spaurita e fùmida/la luna s’alza”.

 

Siamo in pieno Novecento e quelle “Notti sull’altura” del 1971 sono il percorso di una vita come la misura di un dialogo mai interrotto nei suoi scritti tra spazio e tempo che troviamo in un suo libro del  1976 e ristampato nel 1999 dal titolo: “L’enorme tempo”. Ma tutto diventa “O corpo sospiroso” del 1982 oppure si vive spesso in quell’ “incominciamento” (1983) che porta le rughe nelle parole e il linguaggio è una attesa nella indefinibilità del quotidiano.

Giuseppe Bonaviri, morto il 21 marzo scorso resta un riferimento poetico che ha inciso in quel passaggio tra una letteratura segnata dallo storicismo  e una letteratura che ben ha saputo giocarsi la partita all’interno di una eredità metaforica.

 

      Bonaviri, passando attraverso la metafora, ha fatto della sua letteratura una visione magica. E magico è il suo linguaggio a cominciare da uno dei suoi primi libri che risale al 1954: “Il santo della stradalunga” sino ad un tocco di vera alchimia che si trova in “I cavalli lunari” del 2004.

      Uno scrittore che  passeggiando tra le strade della nostalgia ha recitato e raccontato il “sensibile” di una vita nel tocco di una memoria che è dentro la vita stessa sempre nel segno della tradizione.

 

Nella foto: Lo scrittore Bonaviri  

 

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pubblicato il 21 marzo 2009

 

Indro Montanelli nel centenario della nascita.

La sensibilità umana del Letterato nel romanzo "Il generale Della Rovere 

 

di Micol Bruni

 

Indro Montanelli nel centenario della nascita. Non solo il giornalista ma anche lo scrittore, il letterato, i suoi romanzi. Indro Montanelli nato in provincia di Firenze a Fucecchio il 22 aprile 1909. Morto a Milano il 22 luglio del 2001.

      "Vorrei mettere ordine nei miei pensieri, vorrei vedere più chiaramente in me, in te, in noi. Vorrei riepilogare tutta questa cosa assurda. Volevo farlo con te. Ti aspettavo per farlo. Ma poi tu mi soffocasti coi baci le parole in bocca. Oh, giorni inutili e divini. Quanto ritorneranno?" (Indro Montanelli).

      L'intreccio tra storia e sentimenti, in letteratura, diventa, in alcuni scrittori, una ragnatela fitta di significati esistenziali. In questi significati si amalgamano la realtà (la cronaca, ovvero) presente e quella che si è depositata nella memoria. il passato che ritorna e ricostruisce avvenimenti, fatti, dimensioni umane.

      Sembra, il brano citato. Un "pezzo" di un romanzo d'amore, forse di passioni, forse ancora di scontri e riappacificazioni oniriche ed erotiche. Nulla di tutto questo. O meglio c'è anche questo ma non è questo il punto centrale della "costruzione" narrante.

      Si tratta di un brano come si diceva di Indro Montanelli. Il grande giornalista che viene ricordato chiaramente come un maestro del giornalismo italiano ma ha scritto, tra l'altro, libri di narrativa che in una storia della letteratura vanno certamente tenuti in considerazione.

      Ci sono due romanzi che si aprono ad una prospettiva di natura narrativa che dovrebbe permetterci una verifica proprio in merito a quel rapporto giocato tra letteratura e storia. Storia di testimonianze, di vissuto ma anche storia di personaggi.

 

      Mi riferisco a Qui non riposano (pubblicato per la prima volta nel 1945 in Svizzera, dal quale è tratto il brano citato all'inizio) e Il generale della Rovere. Due romanzi in cui è vivo il trasporto della storia (del fascino degli avvenimenti che la storia trascrive, decodifica, definisce) nella letteratura. Un dato abbastanza importante in un protagonista della scrittura qual è stato Indro Montanelli.

      Il giornalismo gli serve per capire fino in fondo la realtà della storia e da qui si parte per dare una struttura narrante ai fatti. A quei fatti che diventano, in questo caso preciso, dimensione umana e per restare tali la letteratura è uno strumento fondamentale. Perché Montanelli non si ferma (resto nel campo letterario) a decifrare fatti e circostanze ma delinea, attraverso i fatti stessi, il destino dei personaggi.

 

      Si pensi, appunto al generale Della Rovere. Si pensi, appunto, alla sua ricerca sui documenti che trovano una base importante nel raccontare le vicende di Qui non riposano. Questo però non lo allontana dal giocare con un linguaggio, come d'altronde i veri scrittori sanno fare, intriso di immediate realtà e di infuocata ironia. Ma Montanelli, anche in narrativa, non gira intorno ai problemi, non usa la metafora come modello precipuo per un percorso letterario. Anzi di metafora non se ne parla proprio. Proprio nell'incipit del primo capitolo di Qui non riposano si legge: "Io non sono mai stato fascista. Io non sono mai stato antifascista. Io sono soltanto il barone Eduardo Candura, napoletano. E', secondo questi due soli attributi - barone e napoletano - che chiederò al buon Dio di essere giudicato. Agli uomini non posso chiedere nulla, visto che già mi hanno contestato e rifiutato il diritto di tirare a campare".

 

      Parte da qui, al di là, della storia che si mette in scena, una visione in cui il gioco delle parti (tra personaggio e io narrante) è tirato da un unico regista - attore.

      Non c'è meraviglia. Tutto ha una sua parcellizzazione ma lo scrittore conosce molto bene i confini dello scrittore e i limiti del giornalista. Si caratterizza per la precisazione dei personaggi, i quali costituiscono il punto nevralgico del momento narrativo. Montanelli si poneva la questione della letteratura e del letterato.

      Ci credeva in questa funzione. Raccontare è un po' come vivere. A volte ci permette di rivivere. Altre volte ci permette di sistemare. Altre volte ancora ci permette di focalizzare il tempo presente.

 

      In Premessa a XX Battaglione eritreo (trattasi del suo secondo libro) si raccoglie questo inciso: "Sono letterato. E, a parte il brutto e il meschino di questa parola, il mio mestiere mi innamora… Rubo al sonno la mezz'ora di sosta per tornire la frase, per polire la parola e renderla densa; mi trascino dietro, fra il bagaglio ridotto al minimo per esigenza di guerra, un manoscritto ingombrante. E tutto sono pronto a sacrificare fuorché questo. Dirò di più: sono in Africa anche per ragioni letterarie: non a cercare 'colore', ma a cercarvi una coscienza di uomo: Necessaria: a tutti, ma specialmente a un artista".

 

      Ebbene, Montanelli il problema letterario se lo pone. E se lo pone da giornalista e da scrittore. O meglio se lo pone da letterato. La letteratura, in altri termini, ci permette di "cercare" anche "una coscienza di uomo".  Avere consapevolezza di ciò in un legame tra realtà e definizione di un linguaggio che sia in grado di non consumarsi. La letteratura sta proprio qui: nel non permettere alla scrittura di consumarsi, di non permettere alla scrittura di cadere nell'oblio, di non permettere che possa diventare monotonia.

 

      Tutto ciò Montanelli lo aveva ben capito e lo teneva in forte considerazione. Il generale Della Rovere, dal quale è stato tratto un film da Roberto Rossellini nel 1959, è appunto un romanzo in cui si intrecciano esperienze, conoscenza del linguaggio e sensibilità umana. Non per caso i personaggi sono, nel bene e nel male, una legittimazione di un fare letteratura attraverso  l'acquisizione degli avvenimenti che provengono dalla cronaca e della realtà ma entrano nella storia.

      D'altronde lo stesso autore in una nota dell'edizione del 1959 puntualizzava riferendosi a questo scritto e a quel rapporto menzionato tra storia e letteratura: "…non pretende di essere assolutamente vero, sebbene abbia per protagonista un personaggio realmente esistito". E ancora di più precisa: "L'ho scritto cioè come una storia, non come una pagina di Storia". 

 

      Lo scrittore è qui. E tutto questo senza cedere ad una alcuna rappresentazione d'ambiente. Ci sarebbero altri testi da citare compresi quelli teatrali ma quelli qui sottolineati danno una dimensione considerevole e straordinaria per molti aspetti di un Montanelli che va oltre il giornalismo e che va oltre la storia. La letteratura e il letterato sono riferimenti che non passano.

Nella foto: Indro Montanelli

 

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pubblicato il 18 marzo 2009

 

Nel centenario della nascita di Carlo Bernari

 

 di Pierfranco Bruni

 

 Carlo Bernari, nato a Napoli il 13 ottobre 1909 e morto a Roma il 22 ottobre 2002, è uno scrittore meridionale che ha raccontato, attraverso i suoi scritti e i suoi testi narrativi, il passaggio da una narrativa realista ad un modello di scritture in cui la griglia simbolica ha cercato di impossessarsi del gioco delle metafore. Ma il suo impegno letterario resta legato ad un romanzo che ha inciso un solco nel contesto letterario del Novecento.

      Mi riferisco a “Tre operai”. Un romanzo scritto tra il 1982 – 29 e che traccia in termini storici anche qui un passaggio epocale nel quale sono coinvolte alcune città tra le quali Taranto, Napoli, Crotone. Infatti, i tre personaggi centrali si raccontano proprio grazie ad un vissuto in queste città in un contesto economico e storico che vedeva il mondo operistico vivere una fase di trasformazione e le città assumevano delle sembianze in cui la trasformazione dal mondo contadino al mondo operaio è ben evidente. Un paesaggio realistico all’interno di un processo storico che poneva la “questione meridionale” al di fuori degli schemi di una dimensione prettamente contadina.

      Il sud è socialmente marcato sia per le visioni geografiche sia per la costruzione dei personaggi sia per come le tematiche vengono affrontate in quanto si ripropone una antica questione che è quella meridionale ma nonostante ciò rimane sempre un romanzo e va considerato come tale anche dal punto di vista critico e interpretativo in una visione direttamente letteraria.

      Il personaggio femminile di nome Anna diventa l’asse intorno al quale si smuove il sentimento della femminilità, della maternità e della responsabilità. C’è, comunque. Alla base un dato ispirativi che pone all’attenzione il destino di un personaggio che non si fa elemento contemplativo ma risulta come chiave di lettura tra la storia che si fa elemento etico e la fantasia che è lo sprigionamento di un intreccio estetico – popolare. La prima edizione di questo romanzo vede la luce nel 1934 da Rizzoli e successivamente da Mondatori nel ’51 e nel ’65.

     C’è da dire, comunque, che Bernari non è solo in questo romanzo (il suo vero cognome era Bernard) ma anche in altri testi narrativi come “Quasi un secolo” del 1940 , “Prologo alla tenebre” del 1947, “Speranzella” del 1949, “Siamo tutti bambini” del 1951, “Vesuvio e pane” dell’anno successivo, “Domani e poi domani” del 1957, “Amore amaro” dell’anno successivo nel ’58 e poi non possono essere dimenticati testi come “Bibbia napoletana” del 1961, “Era l’anno del sole quieto” del 1964 sino a “Le radiosi giornate” del 1969.

      Bernari non è stato soltanto un narratore  perché ha tracciato delle linee anche dal punto di vista saggistico e il saggio apparso su “Paragone” n. 182 del febbraio del 1966 dal titolo “Mann e noi” rappresenta una chiave di lettura ad intreccio tra la tragicità manniana decadente e una sovrapposizione meta - realista. Significativo resta anche il saggio su Corrado Alvaro risalente al 1957 nel quale Bernari fa un’analisi dei luoghi e delle case alvariane.

 

      Il Bernari che resta e che oggi  potrebbe avere una singolarità tematico – sentimentale è quello che ha saputo intrecciare sul registro psicologico il vissuto di un amore. Tra i romanzi citati il titolo “Domani e poi domani” resta una di quelle pagine indissolubili tanto da misurare la scrittura sul quadrante di una partitura musicale e la storia di un amoroso racconto è un pentagramma recitato sul ritmo dell’amore – amante.

      Si racconta la storia di Nicola per Virginia, una venticinquenne bellissima che cercava un amore ma nello stesso tempo una figura paterna alla quale afferrarsi . Tra i due c’è di mezzo la cifra del tempo. Un tempo indefinibile che segna la storia di questo amore sulla griglia degli abbandoni. In questo romanzo ci sono immagini di una bellezza travolgente e di paesaggi che restano sentieri dell’anima ma il distacco alla fine sigla il disegno di un’avventura che è parte integrante della vita sia di Nicola che di Virginia.

      Il titolo stesso di questo romanzo diventa una metafora. Ma nella complessità dell’opera letteraria di Bernari il raccontare stesso senza la metafora diventa artificioso e nonostante il suo realismo iniziale l’ironia forse con un pizzico marottiano è un gioco consistente. D’altronde come epigrafe al romanzo “Domani e poi domani” Bernari impone una frase del Macbeth di Shakespeare che dà il titolo al romanzo stesso: “…Domani, e poi domani e poi domani. Striscia da un giorno all’altro ogni domani, fino a raggiungere l’ultima sillaba del termine prescritto…”.

      Forse in questa ironia è il Bernari che traccia una testimonianza forte all’interno di un rapporto tra linguaggio e personaggio. Credo che sia proprio qui che si giochi il significato di una letteratura che ha un respiro fortemente europeo. La “provincia” non è una realtà geografica ma è un sentiero del pensare che si sviluppa in un modello che pone all’attenzione non più il rappresentativo o il documentario ma una tensione che è esistenziale e metaforica.

 Nella foto: ritratto di Carlo Bernari dell'artista Alberto Sughi

 

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pubblicato il 1° marzo 2009

 

Il Futurismo e la sua anima filosofica

 

di Pierfranco Bruni

 

       Ma certo che il Futurismo è stato un movimento rivoluzionario. Rivoluzione come fantasia e come misterioso che si incarna nel presente che va oltre.

Filippo Tommaso Marinetti ha incantato con il suo rivoluzionario sentire e agire la cultura italiana a cominciare dai Manifesti. Il Marinetti che scriveva: “Noi crediamo alla possibilità di un numero incalcolabile di trasformazioni umane, e dichiariamo senza sorridere che nella carne dell’uomo dormono le ali” suggeriva di non smettere di sognare. Il sogno è nel Futurismo. Lo dice bene Giordano Bruni Guerri nel suo libro dal titolo: “Filippo Tommaso Marinetti” (Mondadori), il cui sottotitolo è una precisa dichiarazione che troviamo nel tracciato dei Manifesti. Ovvero: “Invenzioni, avventure e passioni”. Marinetti trova nelle passioni il rivoluzionario. 

      Pensare, in virtù di ciò, che il Futurismo non abbia una sua filosofia credo che sia errato in quanto ci sono elementi, che non solo annunciano le tesi esposte nel primo Manifesto futurista del 1909 ma preparano alla nascita di quella rivista che poi ha dato le basi teoriche al Futurismo. Mi riferisco alla rivista “Poesia” uscita nel 1904 e che vede il suo consolidarsi negli anni successivi.

      La filosofia di cui si parla non sta soltanto nel progetto estetico o nel progetto antimaterico ma consiste nella visualizzazione di una rottura con la tradizione, che significa rottura di schemi ma altresì recupero di una eredità, che sostanzialmente vive come presente.

      Per il Futurismo il presente non viene dal passato ma si cementifica nella capacità di anticipare il futuro, di prevenirlo e di profetizzarlo. Da questo punto di vista è un movimento, che blocca la sua idea sul concetto di spazio non eludendo però il tempo ma per tempo non si identifica l’insieme dei passati ma è piuttosto quello che costantemente si annuncia. Forse anche per questo non c’è disputa tra la funzione del passato è quella del futuro perché tutto si definisce in quel concetto vivificante che è la psicologia della velocità.

      Il Futurismo non si misura con le cose ma con le azioni, che vengono prodotte proprio dalla filosofia nella cancellazione del tempo per dimensionarsi nello spazio. È lo spazio, infatti, che diventa attore e da questo punto di vista i comportamenti dei futuristi a volte sono più dei Manifesti stessi perché l’improvvisazione è la “regola” di una teatralità, che si mette in scena ma che si mette anche in discussione.

      Chiedersi se c’è un filo rosso tra i Manifesti e l’opera dei futuristi e il comportamento degli artisti potrebbe entrare nella norma della discussione. È naturale che questo filo rosso, in termini critici, si può rintracciare ma è anche naturale che gli artisti futuristi siano sempre, immediatamente, più in là nel ciò che i Manifesti promulgano.

      Questo non significa che i futuristi non si attengono alle “regole” dei Manifesti ma significa un’altra cosa: si portano dentro quella filosofia del presente superato in un’area profetica di costante interventismo e pur mai venendo meno alle tesi stesse dei Manifesti sperimentano operando.

      La vera filosofia è l’assenza del tempo passato in virtù di un interventismo sul presente mai però disdegnando quel concetto di tradizione che non sta nei comportamenti ma nella rottura degli schemi precostituiti proprio nella temperie del primissimo Novecento.

      I futuristi e in primis Marinetti tendono a sottolineare che ci sono alcuni concetti chiave dai quali non si può prescindere e questi concetti chiave sono rappresentati da quattro parole che vengono scritte  con la prima lettera maiuscola e sono : “Divinità”, “Uguaglianza”, “Giustizia”, “Libertà”. Minimamente non è da pensare ad una visione illuminista o post illuminista anzi tutto il contrario. Perché il concetto di divinità diventa la vera e proprio anima filosofica in un contesto in cui il subbuglio esistenziale stava diventando un’apatia spirituale.

      È naturale che il concetto di patria è la sintesi dell’anima filosofica e viene fuori tranquillamente con l’adesione dei futuristi alla Prima Guerra Mondiale. I futuristi sono interventisti perché nel loro essere artista c’è la dinamicità e la vitalità, che incarnano le quattro maiuscole prima citate.

      Il percorso che il Futurismo ha tracciato sia in Italia sia attraverso una relazionalità con altri paesi sia ai diversi futurismi, che ogni regione l’Italia ha incorporato, sono l’espressione più emblematica di un modello di libertà i cui linguaggi poetici e pittorici sono il marchio caratteriale. Molte volte il pensare futurista o l’essere futurista non coincide con la creatività futurista ed è qui che il gioco si intreccia con la fantasia, con il vissuto e con il programma dei Manifesti.

      Essere futurista in Puglia o essere futurista in Calabria o essere futurista a Milano non cambia l’anima filosofica perché il suo tracciato è sempre quello della dinamicità e della rottura del mosaico, che non può essere ricostruito come tempo della continuità. In fondo il Futurismo non ha continuità e non spreca le proprie energie nella continuità. Proprio per questo nasce come movimento nazionale nel quale confluiscono le varie istanze regionali e nei vari territori ciò che diventa fondante è il pensiero che si trasforma in un agire.

      La dinamicità in fondo diventa teatralità perché il futurista ama la piazza perché è il protagonista della conduzione nella recita e il teatro nella loro recita è, appunto, scendere nelle strade per creare un modello di partecipazione. Vivono il luogo non come il di dentro ma come non luogo il di dentro e scoprono una forma antropologica del fare letteratura e del fare arte attraverso la gestualità e, quindi, attraverso il colore. Ciò lo si nota proprio ripercorrendo le varie esperienze che il Futurismo ha lasciato e le realtà dove ha operato.

      Da questo punto di vista la recita ha sempre bisogno degli applausi e non c’è distinzione tra il Nord e il Sud. Annota Marinetti in Firenze biondazzura sposerebbe futurista morigerato: “O fiorentini avete il merito di aver dato a me e ai miei amici futuristi per la prima volta ciò che non avemmo mai il gusto degli applausi”. E non c’è distinzione tra Firenze e Reggio Calabria tra Roma e la Puglia. La scena è unica e il teatro è una recita, come si diceva, che non smette la sua improvvisazione ma anche la sua provvisorietà. La provvisorietà per i futuristi non è male, diventa celebrazione perché ogni teatralizzazione è festa.

      Perché chiedersi se il Futurismo ha un senso o ha avuto un senso? Quando il pubblico applaude l’importante non è che lo spettacolo sia riuscito o meno, ciò che si deve cogliere è l’ardore e l’entusiasmo dell’atto creativo. Certo il Futurismo resta non ciò che abbiamo vissuto ma tutto ciò che il futuro vive nel presente. Potrebbe sembrare un gioco di parole ma si potrebbe pensare oggi alla modernità senza ascoltare le voci di Marinetti o senza fantasticare con i sogni di Boccioni e poi di Balla, Carrà, Sironi? Non credo che sia possibile.

      Noi viviamo la modernità perché il Futurismo ha distrutto la storia, ha anticipato il tempo e ricostruito lo spazio in una “logica” che è fuori dal sapere ma che continua a vivere dentro un sentire folgorato dalla profanazione del cimiteriale e divinamente innescato in una sorprendente ironia, che non si serve dell’importanza del capire ma si serve del naturalmente non naturale, che è in quella plasticità dinamica, mai in disuso, è sempre consequenziale e profetica.

      Da qui allora comincia un viaggio senza diritti o rovesci. Può piacere o meno. Ma la non storia, non tempo e lo spazio sublimale sono nel volo inesplicabile, indecifrabile come il vento, incatturabile come la velocità di un Futurismo senza il quale la letteratura e l’arte, in questo quotidiano che è il futuro, non ci sarebbero, come ci sono in questo impraticabile momento, che è già svolazzante oltre o aldilà di noi.

      Dunque, c’è un’anima filosofica nel Futurismo? Ma certo che esiste e insiste ritrovandoci tra i coriandoli di un carnevale che avanza nel successivo di questo mio dire. Forse è una pazzia, ma Marinetti non è soltanto nella nostra contemporaneità, è il moderno con il quale possiamo dialogare nonostante la pazzia fattasi piazza.

      Se dovessi scegliere, e di scegliere sceglierò, ed ho già scelto, mi lascerei turlupinare da un Marinetti e non dalla ragione sedentaria o “satanica” di un Pascoli o di un Carducci. L’utopia ha bisogno di applausi e come disse Ezra Pound noi gioiamo affinché gli applausi durino nei secoli. Rivoluzione dunque? Marinetti resta rivoluzionario sino alla fine.

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pubblicato il 18 gennaio 2009

 

SAN PAOLO E LA LETTERATURA CRISTIANA

La Confessione come biografia di una verità

 

di Pierfranco Bruni

 

  La letteratura cristiana trova nelle Lettere di San Paolo non soltanto un percorso teologico ma una definizione del concetto di “confessione” che esula da quello propriamente letterario di “conversione”. Al di là della questione stessa teologica c’è una indicazione che si argomenta attraverso un dire letterario che si muove intorno a concetti chiave che rientrano nella visione di una poetica del mistero e del viaggio. Da questo punto di vista non ci sono dubbi nel sostenere che Paolo lega il concetto di viaggio con quello della “conversione”. Ma non si tratta della “sua” conversione o della sua chiamata.

Paolo è il viaggiatore che cerca di convertire sulla scia non solo del cristianesimo ma su quella della voce della cristianità che è quella direttamente proveniente da Cristo. Convertire genti e popoli. Lo si legge anche nei Vangeli Apocrifi riferendosi a  Gesù. Paolo ha un compito che è quello di “provvedere” alla conversione alla parola di Cristo popoli e genti. In questo popoli e genti c’è la cultura, oltre che la fede, dell’antropologia dell’umanesimo al cui centro però non c’è l’uomo in sé, troppo umanesimo alla nicciana maniera sarebbe, ma c’è il mistero che si collega alla grazia e alla carità.

Il tempo di Paolo non è nel tempo di Gesù e non è neppure il tempo di Gesù. Ma resta inevitabilmente un tempo improcrastinabile. Improcrastinabile perché c’è la storia che si diffonde dentro la memoria e il tempo successivamente definito da Agostino è lo spazio che cuce il limite della mortalità del corpo con l’immortalità dell’anima. È un tempo che non conosce evasioni perché si concentra tutto nelle Lettere di Paolo e il filo conduttore non sta nella “predicazione” o nei messaggi che hanno la loro precipua importanza  ma nel suggerimento, a volte velato a volte scoperto, della manifestazione del convertire. Ma Paolo è stato un convertito? Paolo è stato il chiamato di Gesù ed ha vissuto nel di dentro il dono della grazia che ha raccontato con la sua testimonianza lungo i viaggi.

Il tema del viaggio, dunque, non ha una geografia soltanto territoriale e fisica. Ha una dimensione dell’esistere che diventa sacralità della presenza, appunto, nel tempo. Il modello che proietta Paolo nel tempo è quello del cambiamento. Un cambiamento per amore. La visione di Platone è ben penetrante proprio nel momento in cui vita e verità si fanno coincidere.

Maria Zambrano in un suo scritto dal titolo: “La confessione come genere letterario” propone, riflettendo su Platone, questa osservazione: “…è Platone e non Aristotele ad averci insegnato che tra la vita e la verità c’è stato un intermediario: è l’amore, l’amore veramente tale, che ordina la vita e la conduce verso la verità”. Le Lettere di Paolo possono anche considerarsi come delle confessioni, certamente oltre la lezione agostiniana stessa, nelle quali i popoli non solo degli interlocutori ma sono i portatori di culture che si sforzano di comprendere linguaggi che sembrano non appartenere loro. E Paolo parla loro con la parola che assume il linguaggio originario ed è come “costruisse” una metafora poetica ma la poesia, soprattutto quella che viene dal mistero, ha un linguaggio chiaramente sacro. Con Paolo comincia veramente la prima lezione di una letteratura cristiana alta. Al mito non sostituisce il sacro. Attenzione, perché Paolo non compie sostituzioni e non ha alcun interesse. Pone accanto alla decodificazioni mitica del tempo quella del sacro.

Così mito e sacro si incontrano intorno ad un tema forte che è quello del viaggio – viaggiare. Con Paolo entriamo nella “modernità” del linguaggio. Con Mosè siamo ancora ad un cifra biblica antica che non si apre a prospettive di immagini e di linguaggi che toccheranno l’inquieto dell’uomo e del cuore. Con Paolo, invece, c’è l’assorbimento dell’inquietudine che entra dentro la geografia del viaggio moderno che è tuttora chiave di lettura nella nostra quotidianità. Ecco perché Paolo che è stato “chiamato” sembra sostituire al termine di conversione quello di confessione.

Agostino andrà ancora più avanti perché con la confessione si apre alla “città di Dio”. Ma senza l’autonomia di Paolo nei confronti dell’Antico Testamento e senza il racconto di Luca negli Atti degli Apostoli non avremmo capito il valore dell’intreccio tra conversione e confessione. Paolo nelle Lettere si confessa e si testimonia cercando di rendere testimonianza di un tempo reale, oltre che di un tempo sacro, e mai di un tempo virtuale.

Sempre la Zambrano nel testo citato cesella: “Tuttavia la Confessione che è confessione dell’interiorità dell’uomo, manifesta per parte sua la ricerca di una realtà completa”. Da Paolo a Sant’Agostino c’è un Tempo indefinibile che diventa tempo sacro perché si esce completamente dal mito e si entra in una vera e propria metafisica oltre qualsiasi ragione.

Uno dei romanzi moderni che ha saputo raccogliere questa lezione è il “documento spirituale” di Dostoevskij. I personaggi di Dostoevskij si muovono intorno ad una confessione completa che tocca l’anima e il cuore e parimenti lasciano segni attraverso la parola che ci fa linguaggio onirico. È pur vero che Sant’Agostino, dopo la sua confessione, non si immerge nella felicità presentita, nel Paradiso sognato. L’attende il lavoro, la vera azione: la vocazione. Perché ha già trovato i suoi simili, li ha trovati dentro di sé” (Maria Zambrano). Nel tema del viaggio paolino campeggia quello della “carità”.

In fondo “la carità crede tutto” dice San Paolo nella Lettera ai Corinzi e Sant’Agostino riprende questo concetto e lo proietta all’interno della letteratura che caratterizzerà la poesia del Due – Trecento. Ogni poesia è confessione ma non quella che ascolteremo tra gli echi romantici o decadenti ma una confessione che tocca le corde dell’estasi. E perché Paolo è dentro la coscienza letteraria della modernità? Perché, in fondo, è riuscito a tramandare il messaggio della confessione e della testimonianza.

La sua letteratura non è soltanto teologia della parola cristiana ma è teologia della parola dell’esistere non solo dentro il tempo ma accanto al tempo e i suoi viaggi tra le storie del Mediterraneo superano la profezia dell’attesa e si fanno, appunto, capacità della provvidenza a raccontare il mistero. Non so se il sacro si possa caratterizzare per un suo ordine. Non so neppure se per amare Paolo necessita rispettare delle regole. Ma io riesco a vivere Paolo non al di fuori di me ma dentro le mie incertezze che cercano di diventare verità o di trasformarsi in verità. Consapevole che l’amore non è solo destino dentro di noi ma grazia.

Il naufragio del suo ultimo viaggio, quello che lo condurrà a Roma, è un naufragio reale ma è anche l’inizio di un rapporto tra sacro e vita. Paolo può essere letto oltre la teologia cristiana. Forse no. O forse Paolo è cristianità comunque. Gli Atti degli Apostoli lo raccontano.

Il pellegrinaggio è il pellegrinaggio di un popolo che va oltre le onde del dubbio. Pur nel dubbio la cristianità di Paolo è il disegno di un camminamento che solca i labirinti della buona battaglia che tutti cerchiamo di vivere. Con Paolo, comunque, il Mediterraneo entra nella geografia del presente e il Mediterraneo è una cultura della tradizione nelle religiosi che si fanno fede. Solo nella fede si rompe lo steccato tra conversione e confessione.

Paolo ha vissuto la conversione come chiamata (o viceversa) ma si è stabilito, in termini letterari cristiani, nella confessione. La sua confessione è la biografia di una verità.

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pubblicato il 15 Apr 2008

LETTERATURA DIALETTALE E IDENTITA’

di MARIA ZANONI

“I Prùffici d’u ricùnculu” è il titolo di una raccolta di racconti in rima, in vernacolo castrovillarese, del poeta Luigi Russo, pubblicata recentemente, a dieci anni dalla Sua prematura scomparsa, dalla Fondazione che porta il Suo nome.

Il volume, in elegante veste grafica, appartiene alla preziosa eredità letteraria di oltre 16mila versi, in lingua ed in dialetto, intreccio di storia e memoria, che Russo ci ha lasciato, che è una risorsa inestimabile da tutelare e comunicare alle giovani generazioni.

In una società multiculturale e plurilinguistica che sta progressivamente perdendo la propria identità, promuovere letteratura dialettale significa riappropriarsi delle proprie radici identitarie, cogliendo la modernità dei complessi valori portati dalla letteratura in vernacolo.

Questo bene culturale prezioso è da tramandare, perchè riflette la condizione esistenziale della società dei secoli passati, ricca di valori socio-culturali complessi. E’ finito il tempo di considerare il dialetto “la lingua del popolo senza libro”. E’ ora di “studiare” i tratti caratterizzanti di un mezzo espressivo tra i più efficaci della cultura italiana, che accomuna, con il suo legame alle tradizioni, ed oggi è sempre più vicino alle culture giovanili, passando anche attraverso la musica ed il teatro.

I Prùffici d’u ricùnculu (che liberamente tradotto significa: le critiche del crocchio dei vicini, dalla lingua tagliente come forbici affilate) ci dà uno spaccato della vita quotidiana di un paese e di un’epoca. Un paese, come tanti in Calabria: il paese dell’anima, dove il vico fa le veci del salotto.

A “vanèdda”, con le porte sempre aperte e una sediolina sempre davanti, era centro di socialità che rafforzava legami parentali e di comparaggio; ma era anche fucina di pettegolezzi e malignità, in un tempo in cui le relazioni sociali erano di natura emotiva e personalizzata e la famiglia era centro di affetti.

“A vanedda” diventa palcoscenico di un teatro. ‘A vanedda ‘a chiazza, così come ‘u scuvàto, santuvìtu, ‘u tunnu, ‘a minzàna, recitano le loro storie. Storie di “gualàni”, di “masti cusitùri”, di “mbrillàri”, di “carruchiàni”, di “santòcchie”, picùzzi, “traminzàni e jiudicatùri”. E il paesaggio, sentito con intensa, appassionata liricità, quando non si presenta come valore estetico autonomo, fa da imponente cornice alla vicenda umana, al lavoro, al dolore, alla storia della terra del poeta.

Negli endecasillabi, classicamente misurati, i detti, i proverbi, modi di dire coloriti ed efficacissimi, recitano emozioni, apparteneze, orgoglio di “calabresità”.

Io, studiosa di dialettologia, ho da sempre letto i versi di Luigi Russo. E non li ho soltanto letti. Li ho anche recitati. Spesso li ho immaginati, li ho guardati, ne ho ascoltato i palpiti e le voci, sfogliando le pagine dei poderosi volumi, come album di fotografie ingiallite dal tempo. Ho dialogato con i “suoi” personaggi, ogni volta con emozione nuova. L’emozione che suscita una poesia viva, atto di presenza, intreccio di memoria e cultura, che non permette smarrimenti.

Il poeta coglie voci, lontane nel tempo, ma vivissime nella sua memoria. Egli tramuta in versi sensazioni e fatti di vita quotidiana, emozioni e nostalgie in quantità tale da dare anima e vita a luoghi ed eventi di questa terra castrovillarese, da lui tanto amata, di un patrimonio che va scomparendo. Ogni libro è, dunque, un atto d’amore e una testimonianza, perché il poeta percepisce la realtà con l'occhio del cuore. E tutto questo per riscatto di quella memoria che risulta sempre più necessaria alle nuove generazioni, per non perdere il contatto, senza enfasi né esaltazioni, con l’identità dei progenitori.

Tempo e memoria operano la trasfigurazione lirica della realtà e le danno il ruolo di rivendicazione di un’identità comune da mantenere stabile. Ai versi è affidato, dunque, un messaggio che supera l’occasione, la circostanza. Non è il solito rimpianto di cose lontane e perdute. È ricordo, senza commemorazioni lamentose o idilliache. È un che di vivo, di gioioso; e le sensazioni che il paese nativo suscita nel poeta, i fatti che rientrano nella sua esperienza di vita, sono il segno tangibile di un intimo sentire che convince e affascina. I tanti personaggi che s'incontrano nelle pagine di Luigi Russo sono disegnati, avvolti da un velo di nostalgia, con sottile umorismo, spesso malinconico, che di tanto in tanto diviene caldo accento evocativo.

È poesia, che ama la gente semplice e la sentenziosità, la saggezza popolare, in cui si esprime il buon senso tipico dell'ambiente rurale che si manifesta, appunto, in certi caratteristici atteggiamenti del linguaggio o addirittura nel proverbio. È poesia, niente affatto popolare nel suo intrinseco, che nasce da eletto sentire e da severe meditazioni, come dimostrato, d'altra parte, dalla perfetta padronanza del dialetto, innalzato a mezzo espressivo duttilissimo, e capace di aderire a tutte le pieghe e le sfumature dell'animo del poeta. Una poesia dialettale che ha il potere di annunciare una sorta di ritorno alle origini; che ci riporta ad un mondo “a misura d’uomo”, lontano dalla solitudine e dalle inquietudini di una vita massificata e malsana. Nei versi di Russo troviamo quelle tradizioni regionali e paesane, quel gusto della vita umile e cordiale del popolo, che nel dialetto trovano il più efficace mezzo per tradursi in poesia. Il tono semplice, caldo e discorsivo, di tante pagine rivela un impasto linguistico stilisticamente omogeneo, ma anche ricco nel lessico, da adeguarsi pienamente alle più varie necessità espressive, in modo particolare alle tipiche strutture della parlata popolare. Il verso è pulito, ricco di immagini e di termini particolarmente efficaci.

La “sua” gente, quella nobilitata dalla fatica e dal sacrificio, contemplata anche nella vita familiare, è quella della Sua fanciullezza, sono le caratteristiche figure che gli sono rimaste nel cuore. È tutta una civiltà contadina, con la sua frugalità e le sue semplici usanze, che riaffiora in affettuose, nostalgiche immagini. C'è il passato, la tradizione, le leggende, ci sono i grandi eventi pubblici, i problemi sociali del suo paese in questo volume postumo. E questi motivi predominanti ne attraggono infiniti altri, correlati con le più vaste vicende nazionali, dandoci l'esatta misura degli orizzonti ideali e dell'umana sensibilità del poeta.

Luigi Russo, voce altamente significativa della poesia in vernacolo, avrebbe avuto ancora tanto da dirci, se il crudele destino non gli avesse strappato la penna di mano.

La foto "u ricunculu" è tratta dal volume : Castrovillari immagine e tempo - di M. Zanoni - 1989.

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pubblicato il 2 Feb 2008

NEL CENTENARIO DELLA NASCITA DI PAVESE

“Cesare Pavese. Il mare, le donne, il sentimento tragico”

In occasione del centenario della nascita di Cesare Pavese Pierfranco Bruni analizza temi e problematiche di uno scrittore significativo del Novecento Italiano attraverso percorsi letterari e umani.
Proprio per la ricorrenza del centenario della nascita di Cesare Pavese (1908 – 2008) Pierfranco Bruni pubblica il suo terzo libro dedicato a Cesare Pavese. Un saggio tascabile che analizza l’intreccio tra luoghi, sentimenti e vita. Si tratta di un importante lavoro, in distribuzione in questi giorni, diviso in otto capitoli nei quali si tratteggia un percorso non solo letterario ma anche umano.

Travolgente sono le pagine riguardanti il rapporto tra Pavese e l’attrice americana Constance Dowling. Pagine di una singolare liricità che portano sulla scena un amore e una tragedia recitata nei versi di “Verrà la morte…”.

Su questo testo Bruni si sofferma con acute angolature entrando nei particolari dell’amore e della morte di Pavese. Un titolo abbastanza suggestivo: “Cesare Pavese. Il mare, le donne, il sentimento tragico”, edito da Pellegrini nella prestigiosa collana “Zaffiri”, Pp. 96, € 10.00 (www.pellegrinieditore.it).

"Non si può ormai disconoscere che Cesare Pavese, sostiene Pierfranco Bruni, abbia rappresentato un punto di riferimento di quella cultura letteraria che è stata espressione di modelli simbolici e metaforici che hanno segnato una rottura con la letteratura realista. La mia rilettura pavesiana può costituire una interpretazione dialettica intorno alla quale può nascere un utile dibattito su tutta la letteratura italiana degli anni Quaranta”.

Lo studio su Pavese è un libro che analizza la figura e l'opera di Pavese ma non in termini di tracciato biografico. Piuttosto ne valorizza gli esiti problematici sul piano sia etico che estetico. Una chiave di lettura affascinante.

D'altronde Pierfranco Bruni aveva già pubblicato, in più occasioni, testi su Pavese e la letteratura del Novecento. Risale al 1986 un suo primo libro su Pavese per il quale ottenne il riconoscimento del Premio alla Cultura della Presidenza del Consiglio e al 2004 un nuovo lavoro sul Pavese tra mito e storia al quale fu assegnata la Medaglia d’Ora della Presidenza della Repubblica – Premio Ciaia.

Pierfranco Bruni, tra l'altro, rilegge il sentimento della memoria e della nostalgia nell'opera di Pavese e ricostruisce anche il suo rapporto d'amore con l'attrice americana Constance: la sua ultima donna prima del suicidio avvenuto nell'agosto del 1950.

La ricerca di Bruni, comunque, analizza, a tutto tondo, la poetica di Pavese. Uno scrittore (e un poeta) che resta in quella letteratura della memoria e del mito che ha una presenza considerevole nel contesto italiano del Novecento. La metafora di Omero avvicina Pavese a quegli scrittori inquieti e tragici che appartengono al viaggio dell’ulissismo. Una proposta innovativa che pone Pavese tra due simboli: quello di Ulisse e quello di Enea. Personaggi del viaggio. Ma tutta la problematica letteraria di Pavese, secondo Bruni, vive lungo la metafora del viaggio.

Bruni scava nei testi di Pavese e chiama costantemente in causa il mito, i simboli e quella cultura classica che ha formato l’itinerario letterario delle opere narrative e poetiche dello scrittore de “La luna e i falò” e di “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”. Le donne che campeggiano in questo scritto di Bruni sono realtà ma anche rappresentazione onirica e fanno parte di quella dimensione del sentimento tragico che è dimensione dell’essere dello scrittore.

I due capitoli finali sono dedicati alla Calabria e alla grecità e al rapporto tra Pavese e la politica. Proprio su quest’ultimo capitolo emergono delle pagine che faranno discutere perché Bruni fa riflettere su alcune missive che Pavese scrisse, dal confino a Brancaleone, a Benito Mussolini. In una di queste si legge: "…mai io mi ero sognato di fare della politica, di qualunque genere, e tanto meno dell'antifascismo".

Il libro di Bruni, comunque, analizza, a tutto tondo, la poetica di Pavese. Uno scrittore e un poeta che resta in quella letteratura della memoria e del mito ben consistente nel contesto italiano del Novecento. Gli elementi letterari si intrecciano con quelli di natura antropologica. Una visione innovativa che pone l’opera di Pavese al centro di una rilettura profondamente radicata al testo.

Il lavoro di Bruni si iscrive in quel contesto di promozione del Novecento letterario italiano che trova in molti scrittori contemporanei una chiave di lettura emblematica per un approfondimento del rapporto recupero dei luoghi - cultura popolare.

 

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pubblicato il 16 Gen 2008

Dario Franceschini. Oltre la politica

La letteratura che è follia improvvisa. Un romanzo del mistero e senza “relativismi”.

di Pierfranco Bruni

Ho già avuto modo di recensire il precedente romanzodi Dario Franceschini. Ora, Franceschini, pubblica un nuovo percorso narrativo. Un romanzo significativo che dovremmo considerare al di là dell’autore stesso (dico questo perché il nome dello scrittore nel bene e nel male corre il rischio di condurre ad un probabile condizionamento). Io non sto tra questi perché la mia posizione ideologica (anzi la mia visione culturale non coincide con quella di Dario: non coincide per un semplice fatto: io da cattolico cristiano non avrei mai accettato di governare con il relativismo estremizzato, dimostrato anche in questi giorni. Non me ne voglia il bravo Dario ma un cattolico cristiano deve sempre difendere il suo Pontefice anche a costo di barricate e non sedersi intorno a coloro che considerato tutto relativo: dalla difesa della vita ai veri valori etici, ma questo è un altro discorso, ma che ci stai a fare con “questi”?).

Entriamo un po’ nel merito della scrittura e dei viaggi letterari. Più che una recensione ho considerato quel mio scritto, sul primo romanzo di Franceschini, un confronto tra linguaggi e letteratura. Linguaggi dell’anima più che della parole e ho sottolineato, in quella circostanza, elementi puramente letterari ed espressivamente emotivi. Ma letteratura ed emozione costituiscono un modello di approccio ad una scrittura che vada oltre i limiti di una narratività illogica. L’arte non ha logica… La cultura dovrebbe averla…

Oggi assistiamo alla illogicità della letteratura. Non ci dobbiamo spaventare se da Saviano a Camilleri assistiamo all’impeto della sfida dove di letterario c’è ben poco. Oggi viviamo la letteratura come espressione di un marketing. Cerchiamo di essere meno ipocriti e di dirci, almeno tra addetti ai lavori, un po’, soltanto un po’, di verità. Siamo in una irreversibile crisi del linguaggio letterario. Irreversibile se si continua ad insistere sui “Gomorra” che starebbero bene per una buona pagina giornalistica ma non in una trasposizione letteraria.

Da Saviano a De Cataldo (i giudici vanno di moda anche in letteratura) non c’è il minimo sentire di tracciato letterario. La letteratura cede il passo al tribunalese e alle inchieste ma anche al caramelloso preconfessionale alla Erri De Luca che non mi piace anche se alcuni ambienti cattolici si ostinano… Molto meglio Veltroni narratore che questi. Ma non meglio di Franceschini, certamente.

Non ci sono dubbi che il recente romanzo di Dario Franceschini dal titolo spagnoleggiante o sudamericano: “La follia improvvisa di Ignazio Rando”, Bompiani, è un ottimo romanzo. Bravo Dario.Come, d’altronde ho considerato “Nelle vene quell’acqua d’argento”. Una mite malinconia pervadeva il primo romanzo con sottolineatura di forte metafora. Una enigmatica metafora attraversa questo nuovo romanzo. E, lo dico senza alcuna spocchia (non mi frega niente di quello che pensano gli altri ma io vivo di letteratura e con la letteratura da circa quarant’anni e non faccio né il politico e tanto meno il magistrato) perché la mia esperienza e i miei studi mi fanno guardare al di là del bene e del male.

“La follia improvvisa di Ignazio Rando” è certamente il romanzo più bello che ho letto negli ultimi tre o quattro anni. Non mi si venga a dire che i Premi Strega siano romanzi da consigliare. Non apriamo questo “verseggiare”. I Veronesi i Baricco, i Busi, i De Carlo, i Piperno e una volta anche i Tondelli (che si è voluto innalzare a maestro ma di che…’) sono al di qual del bene e del male.

La letteratura è ben altra cosa. È un’emozione chiamata non verità ma poesia, grazia, mistero, fantasia. Ebbene dobbiamo avere il coraggio di sprigionare le tensioni esistenziali che vivono dentro di noi soprattutto noi che il mestiere della letteratura lo pratichiamo non per gioco e neppure per tirare la carretta di fine mese. Il romanzo di Franceschini ha una freschezza borghesiana. Forse intinta in una venetara kafkiana dove la storia scompare e rimane la testimonianza del personaggio.

Il personaggio che si fa destino e si aggrappa alla nostra anima come si è aggrappata alla nostra anima il tempo che scorreva nelle vene dell’acqua d’argento. Ma perché, caro Dario, “…in piedi si è già in mezzo al cielo”? Non darmi la risposta. Non puoi darmela. Non cercarla. Lasciala al lettore. Ognuno di noi si interrogherà a proprio piacimento. Ma tu lasciala sospesa tra il cielo e il vento. Non è ragione la letteratura.

I relativisti ci punzecchiano con la ragione scambiandola con il sentimento. Vogliono dare un senso a tutto. Ma noi non cerchiamo un senso. Piuttosto un orizzonte. Sì, un orizzonte come il tuo, il mio, il nostro Ignazio Rando. Il resto non ha mancia. E siamo tutto in viaggio verso i mulini al vento perché restiamo in fondo dei fantasmi o dei funamboli.

“Ignazio camminava sul bordo del marciapiede cercando di cadere sulla strada. Certo il sasso sulla spalla lo sbilanciava, per questo era più difficile stare in equilibrio. Metteva i piedi l’uno davanti all’altro, lentamente, come facevano u funamboli ed era bravo, perbacco”.

Forse, voglio cogliere questa provocazione, Ignazio Rando vive un po’ dentro di noi. E vive senza che noi ci accorgiamo della sua presenza. Ma cosa è la presenza e l’assenza in letteratura. È un romanzo scrittore con un sapere letterario, ben costruito, con delle ombre poetiche che toccano l’anima e con una geografia che scompare per lasciare proprio questa ombra alla metafora.

Non racconto la trama. Cerco di raccontare sensazioni. Sono quelle che mi ha lasciato l’impatto con questo romanzo. Vedete che straordinaria immagine: “Dalla finestra da cui proveniva il canto si affaccia una donna bellissima. È lei che canta ma la sua voce è quella di un uomo. Noi continuiamo a ballare e io cerco a ogni giro di vederla bene, aspettando la luce del giorno che cresce. Poi la riconosco. Sei tu. Tu che canti con la mia voce”.

Immagini che ci immettono nella ragnatela delle emozioni, nella follia di una parola che si fa incanto. Superando sempre sia la storia che la ragione. Possono piacere o meno queste mie considerazioni. Nessuno è obbligato ad accettarle. Ma vi posso giurare, sotto il giuramento di uno scrittore che non fa il magistrato e neppure il prelato, che “La follia improvvisa di Ignazio Rando” è proprio un vero romanzo. E poi c’è la follia. Cosa sarebbe la letteratura senza la follia… Dario non trascurare la parola che si fa emozione.

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pubblicato il 23 Dic 2007

IL SACRO E LA LETTERATURA

Uno studio di Pierfranco e Micol Bruni analizza il Novecento letterario italiano attraverso gli scritti dello scrittore calabrese Francesco Grisi edito dal Centro Studi e Ricerche “Francesco Grisi” con il patrocinio del Ministero per i Beni e le Attività Culturali.

Incontri tra scrittori: da Ignazio Silone che parlava di "preconcetti estetici o ideologici” a Mario Pomilio che difendeva l'autonomia della letteratura.

Una ricca documentazione ricostruisce spaccati della letteratura italiana del secondo Novecento attraverso testimonianze dirette.

Una ricerca che pone all’attenzione il legame tra scrittori cattolici e formazione sottolinea il valore della letteratura cristiana del Novecento Italiano. Uno studio articolato, nel quale il rapporto tra sacro e letteratura partendo da Francesco Grisi, diventa fondamentale. Hanno lavorato a questa pubblicazione, in distribuzione in questi giorni, Pierfranco e Micol Bruni portando alla luce, tra l’altro, una significativa documentazione epistolare che fa emergere una temperie di grandi incontri e discussioni.

“…è piuttosto raro trovare in Italia un critico che sappia leggere e che avvicini un autore senza preconcetti estetici o ideologici”. Così scriveva Ignazio Silone, l'autore del famoso romanzo "Fontamara" allo scrittore Francesco Grisi in una lettera datata Roma 24 luglio 1957. Grisi aveva scritto un brillante articolo per "La Fiera Letteraria" nel quale analizzava tutta la produzione di Silone. Lo scrittore abruzzese in una lettera si rivolgeva proprio in questi termini al giornalista e scrittore, Grisi, con il quale ha poi intrattenuto un rapporto di vera amicizia sino alla sua scomparsa avvenuta nell'estate del 1978.

Questa lettera, insieme ad altre 68 lettere e carteggi vari di scrittori italiani del Novecento, sono state studiate da Pierfranco e Micol Bruni e analizzate in un saggio dal titolo: “Francesco Grisi. Il sacro e la letteratura” pubblicato per conto del CSR “Francesco Grisi” con il patrocinio del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Si tratta di un testo dove si evidenziano i rapporti di Grisi con il Novecento letterario e dove emergono importanti spaccati letterari del Novecento. Pierfranco Bruni sottolinea l’importanza che Grisi ebbe con scrittori come Diego Fabbri, Ignazio Silone, Mario Pomilio, Giuseppe Berto, Ettore Paratore.

Una significativa documentazione emerge da questa ricerca. Come il carteggio tra Mario Pomilio e lo stesso Grisi. Un Pomilio che difende l'autonomia della letteratura. come la difende Antonio Barolini. Pesante, invece, è una lettera del giornalista della Rai Andrea Barbato, indirizzata ad Antonio Barolini. Si scaglia contro gli intellettuali non conformisti alla sinistra durante la nascita del Sindacato Libero Scrittori avvenuta nel 1970 prendendo le distanze dal Sindacato Nazionale Scrittori di matrice social - comunista. Interessante, dal punto di vista politico - culturale, è anche la testimonianza di Libero Bigiaretti.

Sorprendente è, tra l'altro, la lettera di Riccardo Bacchelli datata Milano 20 maggio 1964, nella quale emerge lo spirito critico dello scrittore de "Il Mulino del Po". Triste e ironica, invece, la lettera di Marotta datata Roma 11 luglio 1962, nella quale si sottolineano gli impegni dello scrittore napoletano e i suoi rapporti con il mondo dello spettacolo, della canzone e della cultura.

"Si tratta di un lavoro accurato, precisano Pierfranco e Micol Bruni, che presenta delle novità particolari che riguardano sia la letteratura nel suo aspetto creativo e religioso sia la letteratura letta in un rapporto con la vita politica degli anni compresi tra il 1968 e gli anni Settanta. Si avverte il disagio di molti scrittori cattolici (e laici) nei confronti della cultura egemone di sinistra”.

Nelle pagine, scorrono intagli storici che indagano il legame tra letteratura e sacro, mostrando una vera e propria teologia del pensiero dove le parole nascono dal silenzio e sono esse stesse un atto di fede.

Francesco Grisi, che ha fatto ‘diversi mestieri’, ricorda il saggio (ha infatti insegnato all’Università, ha scritto libri, è stato giornalista), era esperto in umanità. Sapeva che ‘l’orologio è cronaca’ e che c’è un altro tempo da fermare: sono le attese dei paesi del Sud perennemente appesi ai burroni di roccia e di precarietà, c’è un messaggio da cogliere nella poesia greca e in quel mito che – insieme a Mircea Eliade - è un eterno presente. Un oltre che la sua penna e la sua tavolozza di colori forti raccontavano con arguzia.

Ci sono simboli ondeggiano nel vento dei segni, la vita “è sempre un cerchio – annotano i Bruni – non è una linea retta. Si parte da un punto e si ritorna lì, a vedere incantesimi’’, a giocare con alchimie e delfini che danzano nel mare dei greci che conosce le rotte di Ulisse.

Anche per questo “Grisi e’ un viaggiatore che sa che oltre il vento d’altura gli orizzonti sono infiniti, e la memoria e’ una marea’’. Nelle sue pagine dense di glosse, c’è però un “costato che è la preghiera’’. Lo testimoniano anche i suoi scritti su Francesco d’Assisi o su Jacopone da Todi, fino alle riflessioni su Giovanni Paolo II. A sostenere la narrazione, la convinzione che per gli abitanti della terra “ogni cosa e’ necessario che avvenga. Anche la Via Crucis della perdizione’’.

Il verbo è andare avanti, graffiare di verità le sere, anche quando ‘I giorni non si somigliano tutti’, per dirla col titolo di un romanzo postumo di Grisi. In questo percorso, la speranza diventa un linguaggio, perché “l’attesa di religiosità – rimarcano Pierfranco e Micol Bruni– è una ruga che si avverte e che non va dimenticata”. Una ferita, forse, propria a intellettuali che “non si lasciano trascinare dalle mode”.

Una ricerca sulla quale Pierfranco Bruni continua a lavorare attraverso altro materiale inedito compreso materiale fotografico. Questo saggio si inserisce negli studi che il Centro di Ricerche “Francesco Grisi” compie da quasi un decennio sul rapporto tra fede e letteratura. Il sacro e la letteratura sono dentro il “materiale” letterario che ha formato il progetto poetico e narrante di Grisi.

Nella foto: P. Bruni

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pubblicato il 9 Mag 2007

MARIA ZANONI SI RACCONTA IN POESIA

Maria Zanoni, ricercatrice di Antropologia, racconta la sua esperienza di donna in poesia.

Nella vita ci sono momenti in cui uno scrittore sente il desiderio di raccontarsi. E lo fa pubblicando una raccolta di poesie.
È capitato a me, dando alle stampe “Azzurro nell’anima” per le edizioni Arte 26.
Si tratta di una silloge di liriche a tema unico, l’amore, che ho custodito in un cassetto per ben 35 anni. Tanto tempo... Ma la vita intesse destini contro cui la volontà nulla può. Misteriosa alchimia della scrittura...
Forse, dopo varie pubblicazioni di natura socio-antropologica, la convinzione di partecipare agli altri sentimenti ed emozioni è maturata dando ascolto agli insegnamenti del grande Pablo Neruda: “Lentamente muore chi non cambia la marcia, chi non rischia. Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce i puntini sulle "i" piuttosto che un insieme di emozioni”...
Allora la scrittrice di tradizioni popolari si mette in gioco e, nella stagione dei bilanci, decide di fare un salto senza rete. A 20 anni tutto sarebbe stato più semplice...
In genere un giovane che aspira a diventare scrittore, con slancio ambizioso, pubblica un libro, a sue spese o con un editore compiacente, quasi a coronare i suoi sogni giovanili, e non si rende conto che quello è ancora il momento di maturare ed affinarsi. E poi, ahimè, spesso si smarrisce e nessuno sente più parlare di lui.
E non parliamo delle donne-poeta (o poetesse?!?).
Proprio questo dilemma su come definire il genere femminile che si esprime in versi, la dice lunga sul fatto che la storia annoveri poche donne in poesia. Anche se oggi stiamo recuperando un ritardo di secoli.
Ma Dacia Maraini, parlando delle donne in poesia, nel suo libro-manifesto “Donne mie” dice: “È una voce fiacca, grezza e mutilata / che viene da lontano, da fuori della storia, dall'inferno degli sfruttati”.
E Dario Bellezza, nel 1974, riferendosi al testo della Maraini scriveva: “...proprio nella letteratura le donne smentiscono quell'odiosa e razzistica imposizione della barbarie maschile di definire una donna un essere inferiore, non per ragioni talvolta storiche e sociali, alle quali fanno bene le donne a ribellarsi, ma arrivano, i fessi, i fascisti del sesso, a dire che la donna sarebbe inferiore per struttura biologica. Non è vero, non esiste più grosso torto fatto ad un essere umano di questo, anzi quando nasciamo siamo tutti uguali, maschi e femmine, senza distinzione. In letteratura abbiamo una quantità sterminata di forti scrittrici, anche se le storie letterarie le occultano, perché le storie letterarie sono state sempre fatte dagli uomini” – conclude il critico.
Il problema resta sempre attuale ed aperto, anche se i tempi sono cambiati.
Oggi, sono numerose le donne che cercano di dare voce poetica ai loro sentimenti, affiancandosi agli uomini, come in ogni campo, non per insidiare quella supremazia che finora hanno avuto, ma solo per condividere la gioia che la poesia dà in ogni momento, sempre e comunque.
In realtà, anche le donne di indole più concreta, più impegnate nel sociale, hanno momenti in cui il loro senso poetico può trasformarsi in poesia. Non esistono doveri così assoluti e condizionanti che possano soffocare completamente l’afflato poetico.
Anche perchè la poesia non è sempre e comunque ispirata da avvenimenti, dolori, avventure.
Il problema per una donna-poeta, soprattutto nella società meridionale, invece, è, ne sono fortemente convinta, quello di avere il coraggio di esporsi, di mostrare a tutti il proprio cuore; e se decide di mettere in piazza le passioni socio-politiche corre il rischio di essere tacciata di femminismo, nella società ancora a dominio maschile.
L’arte e la poesia, piuttosto, sono per le persone più sensibili e fragili una valvola di sfogo nelle avversità della vita, in una società piena di violenza, in una realtà colma di materialismo ed egoismo, nella quale ci orientiamo a fatica.
La sensibilità, tutta femminile, può trasformare in versi il guardarsi nell’animo e scrutare nel mistero profondo dell’esistenza.
Infatti, il critico d’Arte Adriana De Gaudio, nella postfazione al mio volume, dice: “Non deve stupire se Maria Zanoni, studiosa di tradizioni popolari, ricercatrice di antropologia culturale, riesce a guardare la realtà, che la circonda, anche con il terzo occhio, quello dell’anima, e a trovare nella poesia, nonostante le miserie e le nefandezze umane che ci circondano, la bellezza dell’amore. Amore immenso, che nell’azzurro, senza il limite dell’orizzonte, trova l’acme per elevarsi ed esprimersi. [...] La diversa gamma cromatica scandisce il bioritmo della poetessa, regola, a seconda della variazione e intensità tonale, la voce del cuore che, vibrando dal profondo, cattura l’ispirazione in un verseggiare liricamente modulato. L’uso della metafora, della similitudine, dell’iperbole, traduce in efficaci immagini visive, il flusso del pensiero. [...] Una testimonianza veridica, un messaggio poetico da intendere non semplicemente come un “pezzo di vita”, ma un invito a proseguire il viaggio terreno, conservando sempre la curiosità, lo stupore, l’entusiasmo” - conclude la De Gaudio.
Dunque, che i poeti vanno cercati e incoraggiati lo dicono in tanti.
Lo stesso grande Papa Giovanni Paolo II, nella Pasqua del ’99 rivolgendosi agli artisti, affermò: “La società ha bisogno di artisti, come ha bisogno di scienziati, di tecnici, di lavoratori, per la crescita della persona e lo sviluppo della comunità attraverso le altissime forme dell’Arte.”
E il dubbio mi sfiora. Quanto può interessare ancora, oggi, nella società dell’immagine, la poesia (emozione ed astrazione)?
Eppure ci sono tanti giovani che coltivano con passione quest’arte.
Che si chiamino Filomena, laureata in Marketing territoriale, che adora i versi del poeta turco Nazim Hikmet e si regala la sua opera omnia; o che si chiamino Ciro, che sta nel campo della Giurisprudenza e fa della poesia la sua ragione di vita, poco importa.
La poesia vive e continua a testimoniare la condizione umana. E non solo per un’èlite di attempati cultori.
La poesia è vita. Nonostante “Carmina non dant panem”, come mi ripete spesso il mio amico Ciccio.
In verità questa mia silloge di 40 poesie, non titolate e senza data volutamente, scelte tra quelle dei primi anni settanta mescolate ad altre più recenti, mi riporta ai primi versi giovanili, affidati ad un foglietto, onnipresente nella tasca posteriore dei jeans.
Eh, già, quei jeans per poche di noi ragazze del sud, uscite dal Sessantotto, senza averne coscienza, erano, nel nostro sentire, ansia di libertà (o illusione di libertà???).
Questo volume, che fa dell’azzurro un simbolo, non è una sorta di autobiografia lirica, fatta di mille frammenti di vita. Questi frammenti sono fatti di sogni, colori, immagini, voci, rimpianti, ricordi.
Non a caso la copertina riporta un mio dipinto olio su tela del 1977. Una coppia di amanti che si dileguano su uno sfondo senza orizzonte, ancora una volta azzurro. I due corpi, nudi, che si confondono e si fondono nell’abbraccio, uscirono dalla mia tavolozza di dilettante, ispirata a Paolo e Francesca danteschi.
Chi avrebbe immaginato, trent’anni fa, che avrebbero fatto da coperta ai versi, strappati a fogli ingialliti su cui il tempo ha scolorito le parole scritte con la Olivetti Lettera 22 (ambìto regalo della maturità classica, amata compagna di viaggio, tradita per un computer).
So bene che non compete a me dare giudizi di merito sul mio lavoro; e non lo faccio.
Provo a sfidare me stessa, raccontandomi. E mi racconto verseggiando sul mio anelito giovanile di libertà, sui sogni e le conquiste. Allora, per dirla con William Shakespeare: “Il mio occhio si è fatto pittore e ha tracciato forme... sulla tavola del mio cuore”.
Questa mia poesia d’amore è l’azzurro della mia anima, senza tempo e senza spazio. È il sentimento di tutti i tempi, quello che la poetessa Maria Pawlikoswka paragona alla Nike di Samotracia che “con lo stesso ardore tende le braccia mutilate e vola”. “Ansia senza limite” – direbbe Neruda.
Non ci sono storie vere tra le righe della mia poesia, lo dice bene il critico letterario Pierfranco Bruni nella prefazione, di cui il volume si pregia.
“Un afflato lirico nelle maglie di una tensione tutta giocata sul filo dell’onirico – dice lo studioso di poesia del ‘900. Si intesse il gioco delle parole nella griglia dei sentimenti che raccontano emozioni. Non storie. La storia è altrove. Resta “bloccata” nel labirinto dell’anima. Poesia lacerata nei giorni vissuti. Così questo percorso poetico di Maria Zanoni. Poesia alta e scavata. Linguaggio nel sublime. Sentieri incantati. L’azzurro non è una parola. È una dimensione dello spirito nella vita che consuma le ore dell’amore. La poesia è un tratto dell’esistenza nel cammino che accompagna Maria Zanoni. Un tratto che racchiude il misterioso incanto-disincanto di una armonia-disarmonia di passioni che sono una esplosione nel tempo del perdere e del ritrovarsi. Se c’è una storia d’amore, poco importa, perchè il poeta sta sempre al di là della storia stessa, la quale si racconta quando tutto è trascorso, ma non finito. Perchè nulla finisce realmente. [...] L’azzurro è, dunque, una metafora, ma forse è anche qualcosa che va oltre e sa di più di un cielo che si lascia dipingere da un vento d’altura. [...] Ma questi versi di Maria Zanoni sono un viatico nel quale si va alla ricerca della luna che tramonta in un orizzonte di rossi crepuscoli per recitare “corse senza tempo” restando “tra la scogliera / e il mare”. E come tutte le belle poesie (il termine belle sta a significare anche la giusta misura dei versi e lo sviluppo estetico del “poemetto”) lo strazio e lo strappo dell’anima (o nell’anima) assume un colore (che sa di luna, di chiarore, di intenso, di denso e quindi di profondo) che va appunto oltre la favola della metafora, come già si diceva. – afferma Bruni - E perchè tutto questo? Non dimentichiamo un fatto che risulta, in tale contesto, significativo: la Zanoni dipinge i colori delle parole. L’Artista dell’azzurro e delle forme rende vitale il senso del misterioso che cela ora il volto dei personaggi nei suoi lavori pittorici, ora il valore delle parole nella autenticità di una espressione che resta costantemente onirica. La bellezza e l’amore non sono le maschere dell’azzurro. L’amore e la bellezza sono una sensualità mai definita del tutto, ma mai rivelata completamente. È qui il punto che, comunque, non chiude il mosaico, ma aggiunge tasselli nel silenzio degli incanti o nel silenzio di un incontro che trova però nella poesia lo sguardo dell’amplesso: “Abbracci di fuoco / si concedono / senza ricatti”. Oppure: “...ci respiriamo l’anima / a fior di labbra”. C’è, come si sottolineava, sensualità. Intenso amore, ovvero eros che chiede al ricordo di farsi vita. Una poesia nel tempo. Il tempo non assoluto. Ma il tempo del poeta è nella misura della propria testimonianza. [...] È vera poesia del sogno che fa sognare nella recita dei ricordi”.


Nella foto: La scrittrice Dacia Maraini con Maria Zanoni nel 2003

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pubblicato il 4 maggio 2007

LA METAFORA DELLA CONCHIGLIA

 La Letteratura di Pierfranco Bruni tra attese, ricordi e misteri.

di Maria Zanoni

Tre lunghi racconti, legati da un unico filo conduttore: il senso del vivere tra sogno e realtà.
“Il mare e la conchiglia” (Pellegrini editore) nuovo romanzo di Pierfranco Bruni è ”una metafora, oltre la metafora”.
E profuma di mare l’elegante copertina patinata color verde Paolo Veronese (ottima scelta grafica della curatrice della veste editoriale del volume, Micol Bruni) che riporta un’opera pittorica del 1987 dell’indimenticabile scrittore Francesco Grisi.
Bruni, scrittore della “mediterraneità” si racconta in 109 pagine, tra le nostalgie, i sogni, le emozioni, le attese. E le sue parole “si confondono nel cerchio magico”... mentre “ la luna cade sui tramonti”.
È la memoria l’eco restituito dalla conchiglia. E lo scrittore, che si sente “un bandolero stanco” continua a vivere “di tramonti e calcolati oblii”.
Allora mi chiedo: dove finisce il racconto e dove inizia la poesia!?!
La narrazione, ricca di riflessioni, diventa poesia. E lo scrittore che medita si confonde con il poeta che sogna. La realtà è fagocitata dalle sensazioni, dalle emozioni che emergono dai ricordi. Ogni pagina è tripudio di segni e meditazioni, tessere di un mosaico ricco, variegato ed equilibrato nei colori dell’anima. Anche “i silenzi sono segni” che il poeta affida al “paese del vento”, perchè li custodisca.
Lo scrivere di Bruni, anzi, il mestiere-fatica di vivere, nasce da una vena malinconica e pensosa, da una vera umanità narrante, sospesa “sempre tra i rigagnoli di un’attesa” che “custodisce ore bruciate dai crepuscoli”. I suoi libri (tanti, che ormai ho perso il conto) sono “una costante interrogazione sulla Terra Promessa”, che cercano risposte nella fede, sulle tracce di San Paolo.
Pierfranco Bruni è il poeta della nostalgia, “viandante” in terra di Magna Grecia, “marinaio nel vento” del Mediterraneo, che “ascolta il silenzio – il silenzio oltre le parole – in un tempo di disincanti, in un’epoca che “ha ucciso i sogni” e i giorni trascorrono nella mediocrità, tra amarezze e disillusioni.
“In un tempo di lunghe malinconie lo scrittore è l’unico a non sentirsi indispensabile”. E coglie il senso del vivere tra poesia e letteratura, tra immagini e simboli.
In queste pagine si ripete quanto afferma Stefano Zecchi in prefazione ad un precedente romanzo di Bruni, “Paese del vento”: “Compaiono simboli dell’architettura complessa in una successione che sa sapientemente alternare la forza dirompente del sogno o l’intensità malinconica della memoria”.
“D’altronde la letteratura è un’immaginazione che inganna e salva” – dice Bruni - che trova nel “vizio” della letteratura l’àncora di salvezza, dopo il naufragio e le disillusioni della politica. E il passato si veste di nostalgia, nell’avventura del testimoniare la propria esistenza.
Ma l’esistenza vera del poeta non appartiene alla storia, ma al sogno. È allora che il ricordo-nostalgia di una donna mediterranea diventa frenesia, follia, amore impossibile dello “scrittore vanesio” per il quale “la vanità è un gioco pericoloso”. Ed il rapporto passionale con il paese natìo è un’ossessione ancestrale che vive inconsciamente nel suo animo e genera inquietudine lacerante che la letteratura registra come sentimento nostalgico.
Le nostalgie colmano le solitudini della vita. Ecco, allora, che affiorano i ricordi, raccolti dalla memoria. Gli incontri “romani”, a casa del caro amico-maestro Francesco Grisi, a discutere e ascoltare di Letteratura, con Alberto Bevilacqua ed altri intellettuali. “Il tempo è mistero e Roma diventa una conchiglia sulla spiaggia dello spazio e del tempo. Il mistero è nella conchiglia”. Scriveva, allora, il poeta della memoria.
Il viaggio di Bruni tra fantasia e mistero continua, fedele all’insegnamento di Francesco: “Chi ha vissuto il tempo delle idee deve testimoniarsi”, alimentandosi di “quei valori forti che non trovano più spazio nella testimonianza politica''. In queste pagine, oltre al ricordo dei terribili “anni settanta”, continua, più o meno apertamente, la riflessione e nello stesso tempo l’invito alle nuove generazioni a ritornare ad una politica che abbia forti contenuti culturali, confrontandosi nel presente con i valori della tradizione, con la dimensione spirituale dell’individuo. L’agire politico deve ritrovare un senso etico ed estetico, al di là di ogni forma di potere. Lo dice ben chiaro Bruni nel saggio di qualche anno fa “Oltre la foresta. L’estetica della politica” (Edizioni Centro Studi e Ricerche Grisi).
“La politica dei valori è nel ritrovare la cultura della comunità di un popolo, di una civiltà, di un territorio, di una città. Se non ha questo indirizzo la politica è solo lo scenario per una recita malinconica”.
E ricompaiono le malinconie, “tra amori mancati e anni smarriti”. Emergono tra le righe la tristezza del distacco e il desiderio del ritorno al “paese del vento”. Un’altalena di partenze e ritorni che solo la poesia può cristallizzare. In un continuo, frenetico viaggiare tra la Roma degli impegni ministeriali, i paesi balcanici degli scambi etnico-culturali, la “sua” Taranto e la terra delle radici, degli affetti, dei sacri legami, affiorano dal fondo del cuore dello scrittore i vicoli del suo paese, “i lunghi silenzi dell’infanzia che ora si fanno attesa”.
La vita dello scrittore è fatta di attese, di fantasie e misteri, di voci raccolte in una conchiglia. La Letteratura per Bruni non è occasionalità. È destino.
E, così, sul filo della memoria e della “indefinibile” nostalgia, tra mediterraneità e metafora del ritorno, il viaggio continua.


pubblicato sul quotidiano La Provincia Cosentina - Tracce - pag. 35 - Venerdì 4 maggio 2007

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pubblicato il 24 Dic 2007

Poesia e luoghi

Se la poesia recita la piazza

di Pierfranco Bruni

C’è un legame significativo tra la poesia e i luoghi, tra la lingua e le eredità di una cultura popolare, tra processi storici e linguaggi all’interno di una geografia sia letteraria che esistenziale. Sulla base di tale sottolineatura il discorso tra la poesia e il “luogo” piazza diventa fondamentale in una chiave di interpretazione in cui la lingua diventa linguaggio e il linguaggio si serve di modelli di contaminazioni che definiscono elementi di partecipazione.

È proprio il concetto di piazza a trovare nella poesia italiana un riferimento importante non solo come “metafora” di una rappresentazione di un luogo definito ma soprattutto come incontro tra culture. La piazza resta, in poesia, quell’agorà in cui spazio e tempo si definiscono nella misura in cui il luogo diventa una metafora di dialogo. La poesia che è espressioni di sentimenti, di sensazioni e di esperienze linguistiche si racconta anche grazie all’essere del luogo.

Ci sono poeti nella letteratura italiana del Novecento che hanno “recitato” la piazza e hanno fatto della piazza un tempo della loro esistenza. Da Vincenzo Cardarelli a Giuseppe Ungaretti, da Salvatore Quasimodo a Vittorio Bodini, da Cesare Pavese a Rocco Scotellaro, da Corrado Alvaro a Francesco Grisi, da Alfonso Gatto a Sandro Penna, da Raffaele Carrieri a Leonardo Sinisgalli: il percorso si incide tra immagini e linguaggi in cui la parola resta un battuto lirico per eccellenza.

La piazza la si recita come un spazio geografico vero e proprio ma anche come una allegoria del recupero di una centralità di un tempo che non è cronologico o storico ma profondamente onirico. Un tracciato con dodici poeti che designano un cammino oltre ogni realtà figurata. Certamente come riferimento resta Gabriele D’Annunzio. Un D’Annunzio con le sue piazze dove si racconta e racconta gli intagli di un luogo che è anche recita.

Ma D’Annunzio è il poeta italiano che ha segnato il percorso di tutta una poesia nuova dalla quale il Novecento letterario si è fortemente contestualizzato sia dal punto di vista linguistico che oggettivo e soggettivo. La poesia non solo ha recitato nelle piazze ma, con questo tracciato, la poesia recita la piazza. E lo fa usando, appunto, gli strumenti più consoni che sono quelli della lingua, dei linguaggi e della cultura popolare. I poeti qui citati sono la testimonianza vitale di un incontro tra il luogo e l’essere stesso della parola. Si pensi a Rocco Scodellare che usa una lingua profondamente radicata nella cultura contadina e il paese – luogo è tutto un incontro nella piazza.

Il paese stesso diventa piazza. Come in Leonardo Sinisgalli dove la poesia si fa quadretto e si racconta di un vivere nel suono dei gioco dei ragazzi che si incontrano nella piazza del paese. Si pensi a Vincenzo Cardarelli dove il paesaggio è tutto un giocare e intrecciare immagini di un luogo di infanzia tra strade e vicoli alla ricerca di un riferimento qual è appunto la piazza stessa. Si pensi ad Ungaretti in cui l’incastro delle metafore è un viaggiare tra fiumi e porti proprio alla ricerca di uno spazio che possa contenere l’indefinibile.

E il sud con il suo vento o i navigli al nord sono finestre nel cuore di un poeta che ha abbandonato la piazza e il paese per andare altrove sono in Quasimodo il bisogno di ritrovarsi. Un ritrovarsi con immagini fisse sulle case e tra le strade trova in Vittorio Bodini una realtà definita in una memoria che è nostalgia. E al nostos, ritornare ai luoghi dell’infanzia e alla piazza di un paese che custodisce solitudini, pensa spesso Francesco Grisi in un immaginario che è quello Magno Greco.

E tutta la Magna Grecia si fa immensa piazza in Raffaele Carrieri che recitando la sua città riporta nel canto le nenie e i lamenti di donne che raccontano vita. Come in Cesare Pavese che è come se dipingesse quelle donne che con l’anfora in testa si recano alla fontana in un paese che è esistenza in quanto è luogo di incontri tra le parole che si contaminano con una soffusa grecità. Quella grecità che assorbe i suoni del Mediterraneo nel mito mai sconfitto e mai perduto di un Corrado Alvaro.

Si pensi ancora alle piazzette di Sandro Penna, le quali piazzette sono un volteggiare di onde tra i colori delle ore che trascorrono lente nell’ascolto dell’attesa. O alla piazze metafora che si fa isola nel recitativo poetico di Alfonso Gatto. Molti di questi poeti hanno in comune un “sentire” di piazza che significa un lasciarsi catturare dalle immagini che la piazza stessa traduce ma anche la comunanza la si avverte nel constatare che c’è una piazza di paese o addirittura li si incontra ascoltando versi dedicati alla romana Piazza di Spagna.

Una piazza per eccellenza tra un sentire, un immaginare e un vedere. Ma non c’è mai una piazza soltanto affidata alla descrizione o alla rappresentazione pittorica. La piazza è il vero e proprio contro altare di un altro elemento che si sorregge in poesia ed è il labirinto. La piazza è vissuto come staticità, forse anche come ozio, come raccordo di incontri e di parlate. Mentre il labirinto è piuttosto una metafora di un viaggio inquieto dal quale bisogna uscire per ritrovarsi. E ci si ritrova in piazza perché soprattutto nel paese la piazza è simile all’incontro che si vive intorno al focolare domestico.

Il labirinto è un viaggio frenetico, una fuga, uno sradicamento. La piazza, invece, è sempre un appuntamento. C’è una poesia che recita la piazza e recitandola si serve di vari linguaggi che sono affidati certamente alla tradizione. La piazza nella cultura contadina ha ancora qualcosa di rituale e di mitico. Si pensi alla piazza di un paese in una domenica mattina. È il ripopolamento. Ci si ritrova. Ecco perché diventa il centro, ovvero l’agora. Dove tutto si vive e dove tutto si consuma. Ma anche dove tutto ritorna ad essere un incontro. “La piazza è un silenzio/Ricordi di voci nelle sere estive/Si raccontavano partenze e mai ritorni/Il tempo si scandiva ogni mezz’ora/Si ascoltavano i passi e poi c’era il vento/Anche noi pensavamo già di andar via tra i colori sbiaditi dei giorni/Forse siamo andati via/O forse siamo ancora lì/ In attesa di un viaggio nella solitudine di una partenza”.

Dunque perché la poesia recita la piazza? Ma cosa sarebbe la poesia senza la metafora – luogo – tempo - lingua della piazza? E se la poesia recita la piazza le parole nel tempo della disarmonia possono avere ancora un senso.

La poesia la piazza le parole

di Pierfranco Bruni e Marilena Cavallo

Pellegrini editore

 

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pubblicato il 3 Nov 2006

Alberto Bevilacqua tra memoria e quotidiano

Ascoltando “Lui che ti tradiva”. Una narrazione di grande rilievo estetico.

di Pierfranco Bruni

Ci sono sempre dettagli. Nella vita. In quella vita che si fa letteratura. In quella vita che racconta. In quella vita che si strazia tra le parole e la memoria. E la memoria è sempre un attraversare i confini e i deserti, i viaggi e le maree. L’ultimo romanzo di Alberto Bevilacqua è un attraversare i deserti e le maree. I nubifragi di una esistenza nel ritagliare pezzi di infanzia, di giovinezza, di umanità, di storia. La sua vita e quella di sua madre. La sua vita con il destino di una disperazione nel quotidiano vivere. La presenza – ombra del padre. Le città che diventano luoghi dell’anima e ingombro geografico. Questo nuovo romanzo di Alberto Bevilacqua è un “assoluto”. Titolo: “Lui che ti tradiva” (Mondadori, pagg. 238, € 17,00).

Le storie sono un continuum. Un raccordo tra gli spazi dell’esistere e il vivere. La madre continua ad essere vera nel racconto e nelle avventure mentre la confessione dello scrittore diventa una nenia, un canto, una melodia nel segno di una profonda grecità. C’è sempre il tempo che diventa un “gioco di incastri” nel vissuto di un labirinto. Non per caso questo romanzo giunge dopo i due testi di “Tu che mi ascolti” (nonostante “Il Gengis” che appartiene ad un’altra visione sempre determinante). Questa madre – sangue – terra – acqua – memoria è un filo che lega il tempo alla storia. Dicevo che si tratta veramente di una “narrazione massima” perché qui, tra queste pagine, c’è l’ontologia di uno scrittore e la metafisica di un uomo.

In un precedente romanzo Bevilacqua sottolineava: "Una storia finisce sempre con qualche rintocco, colpi di coda, dettagli. A volte sono il trapasso verso un'altra storia che va a cominciare. Un'anteprima, non una chiusura". Il romanzo dal quale è tratta questa citazione è: “Gli anni struggenti”. C'è sempre qualcosa che va oltre. E in quell'oltre ci sono i sentieri dei segreti, i sogni che bussano alla porta della memoria, i giochi infiniti dell'esistere nell'intreccio stesso dell'esistere. "Rintocco". "Dettagli". Il viaggio che compie Alberto Bevilacqua nel suo ultimo romanzo è un viaggio non solo nei frammenti di un tempo ritrovato. E' anche un viaggio nell'intreccio delle metafore.

Ogni romanzo in Bevilacqua ha una sua unitarietà, un suo corpus ma tutto il percorso è un unicum che va letto in una interpretazione globale. Lo scrittore è l'avventuriero che si lascia trascinare dalla parola immergendosi (lasciandosi immergere) nelle avventure ma anche in un io che attraversa le coscienze di tutti i personaggi. I grandi scrittori sono un lungo racconto. O un viaggio che ci introduce in altre attese. Appunto rintocchi e dettagli.

Il mistero, il sogno, il tempo. L'amore, il viaggio, il "sentimento del sorriso". Sono il tracciato di una identità letteraria (narrativa e poetica) che trova in Alberto Bevilacqua un punto di sicuro riferimento. La letteratura diventa esistenza perché dentro di essa ci sono i parametri del vivere, del morire, del ritrovarsi. Ci sono le àncore di una memoria che si raccoglie nel sublime, nel gioco come immenso, nel desiderio che si fa passione. E la memoria è tempo che intreccia i filamenti del quotidiano con le ragnatele, appunto, di un sogno - sognato che ci ritrova in quel che è il nostro viaggio.

Un libro particolare, intenso, che racconta una tensione vitale sulla corda dell'esistere e del morire. Una pagina in cui il tempo domina e le immagini vengono costantemente raccontate dal tempo e filtrate dai sogni che recitano una inquieta tragedia. La madre – figlio. O il figlio – madre. Una rivelazione che si intreccia alla figura emblematica del padre. Di questo padre fascista che vive nei ricordi e in futura un passato di glorie ma che vive il rapporto con la moglie –a amante sui filtri del sublime. Si ascolta in “Lui che ti tradiva”: “Non è più notte, non è ancora giorno. L’ora che tu hai definito così bene: ‘Amorosa di attese…Quando sembra che il mondo cammini sulle punte’”.

L'attraversamento onirico in Alberto Bevilacqua si intreccia tra le metafore e le ironie che rappresentano l'immaginario narrativo che si serve della dimensione della memoria. I luoghi oltre ad essere gli spazi di una geografia corale costituiscono quella geografia dei ricordi che fa della scrittura di Bevilacqua un percorso identitario di una letteratura che naviga tra le onde del mistero. Una letteratura nella quale lo scontro - incontro tra realtà e ragnatela della fantasia è sempre dettato da una meticolosa ricerca della parola ma anche da una penetrazione all'interno di quella dimensione che non ha nulla di enigmatico ma che assurge a codice del mistero.

Il mistero dunque come rivelazione. E il sentiero del mistero che si fa comunque orizzonte lo si ascolta nella sfogliatura delle sensazioni dei romanzi (e della poesia) di Bevilacqua. Percorsi nei quali il viaggio è sempre una metafora. Un lungo e indefinibile viaggio.

Non smetto di ritornare a quell’antico e straordinario testo che è “Lettera alla madre sulla felicità” che resta fulcro centrale che unisce ilprimo e ciò che ora stiamo leggendo – vivendo. Ci sono temi in Bevilacqua che focalizzano quel sentire il viaggio come identità. O meglio il viaggio come radicamento. In “Lettera alla madre sulla felicità”, appunto, si legge: "Ci sono due favole che gli uomini non cesseranno mai di ascoltare, perché sono le uniche vere: quella della nave sperduta che cerca nelle acque mediterranee un'isola amata e quella di un dio che si fa crocifiggere sul Golgota". Il mito e il sacro sono intrecciati. Ma entrambi appartengono all'isola del mistero – vita – tempo.

Lo scrittore, il personaggio, l’io narrante. Un unico intreccio in una pagina letteraria che entra nella vita, si impossessa del presente e della memoria e gioca con il tempo per andare sempre oltre. L’ironia, la tragedia, il tempo. Alberto Bevilacqua è sempre oltre la storia perché resta dentro la vita. Sempre.

Lo scrittore nel raccontare segue le vicende, si appassiona agli intrecci e soffre nel delineare il quadro. La storia con le sue verità o con il suo immaginario non è soltanto uno scenario fittizio. E’ invece lo scenario dentro il quale si compie il tutto.

La storia si traduce in memoria ed è decodificata grazie alla maestria della parola che racconta e raccontando definisce tempi e spazi, atmosfere e realtà, proiezioni e prospettive in un paesaggio letterario che Bevilacqua ha vissuto. Un paesaggio fatto di segni e di itinerari onirici. Uno scrittore, che si raccoglie nel poeta, che è un punto di riferimento nella nostra letteratura contemporanea.

In “Lui che ti tradiva” si raccoglie il senso e l’orizzonte di una vita. Di uno scrittore, bambino – adulto, che si cerca tra le parole della madre, nelle immagini del padre, tra i luoghi non luoghi dell’essere e del tempo traducendo il tutto in una letteratura che scorre insieme al sangue nelle vene di un misterioso appuntamento. Lo scrittore vive di appuntamenti. Bevilacqua è un punto di riferimento. È lo scrittore riferimento di un secolo passato e che continua a vivere tra gli spazi degli anni e dei linguaggi. La letteratura è viaggio come le esistenze.

Chiude così il romanzo di Bevilacqua: “Penso al viaggio che desiderava fare con me, finalmente in pace, nel posto più misterioso. Gli ho giurato che lo faremo./E forse quel viaggio ci porterà insieme tutti e tre./Per ascoltarci”. Porsi in ascolto. Nel tempo e con il tempo nella vita e oltre la vita. Un romanzo che resta.

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pubblicato il 1 Nov 2005

Il senso dei luoghi di Vito Teti

di Maria Zanoni

Il senso dei luoghi - Memoria e storia dei paesi abbandonati.

Vito Teti, docente di Etnologia all'Università della Calabria, dove dirige il Centro di antropologie e Letterature del Mediterraneo, nel volume "Il senso dei luoghi" – edito da Donzelli nel 2004, invita a guardare i luoghi abbandonati con occhi diversi, in una dimensione cognitiva ed affettiva nuova.

In 569 pagine, ricche di illustrazioni-documenti, scopriamo il senso della nostra identità.

"Proprio paesi abbandonati, paesi a rischio abbandono, centri senz'anima e senza piazze, senza posti di ritrovo, desolati, a volte mortificati, devastati, oggetto d'incuria e di speculazioni, proprio questi non-luoghi aspirano a diventare luoghi, ad essere riconosciuti come luoghi, ad affermarsi come nuovi luoghi" – dice l'Autore nell'Introduzione.

Vito Teti legge il territorio, per salvare le nostre "radici".

E lo legge attraverso documenti e monumenti che il territorio conserva, attraverso processi culturali il cui portato storico assume valenze etiche ed esistenziali.

Lontano da vagheggiamenti di un mitico passato e da nostalgie di ritorno alle origini, l'antropologo lascia spazio alle memorie dello scrittore.

I luoghi abbandonati, che l'occhio distratto non vede, perdono il loro senso di solitudine, di smarrimento e di silenzio per diventare punto di riferimento.

Le rovine, i muri diruti, le pietre raccontano storia; rinascono a nuova vita, e con i segni del tempo trasmettono sensazioni, emozioni, memorie, culture, identità.

Per far rivivere queste realtà, per renderle vitali e protagoniste, è necessario un robusto progetto didattico e scientifico che sfrutti varie sinergie che possano realizzare processi di promozione, oltre che di difesa.

Un progetto di ampio respiro che investa la Scuola, prioritariamente, gli Enti locali e faccia i conti con l'Europa.

È finito per sempre il tempo di piangersi addosso.
È il momento di operare per salvare l'immenso e prezioso patrimonio culturale, storico, naturale, artistico, enogastronomico che la Calabria possiede, per vincere la sfida e riscattare il volto pulito della regione.

Le linee di sviluppo nel campo delle politiche territoriali devono passare attraverso la valorizzazione dell'identità e della specificità di luoghi e culture, senza trascurare le individualità territoriali che derivano da valenze folklorico-antropologiche.

La visita guidata, scientificamente programmata dalla scuola, supportata dallo spessore culturale del racconto folklorico nel territorio è in grado di fornire ai luoghi una identità specifica, capace di suscitare interesse e coinvolgimento, ai fini della conoscenza, sicuramente più forte di altri modi di far turismo a volte frettolosi e superficiali.

Il paesaggio ha una dimensione simbolico-immaginaria in cui, più che in altre, è da ricercare l'identità dei luoghi.

La nostra terra ha molto da raccontare: ogni fase della sua storia mantiene un legame imprescindibile con i gusti, con i sapori, con i luoghi che hanno accompagnato gli eventi.

Far rivivere i luoghi, e quindi l'economia, significa riqualificare l'esperienza quotidiana dei territori, quella legata alle tradizioni, alle botteghe storiche, agli antichi mestieri, esaltando le caratteristiche di coinvolgimento e di ritualità che sono insite in queste produzioni.

Solo così ci riappropriamo del senso dei luoghi, per capirli, valorizzarli, amarli e comunicarli.

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pubblicato il 12 Mag 2005

Umberto Eco: Riflessioni illustrate sulla Bellezza

di Maria Zanoni

Nell’Aula Magna dell’Università della Calabria, gremitissima, il 6 maggio 2005 Umberto Eco ha tenuto una Lezione Magistrale sulla Bellezza. L’incontro, promosso dal Dipartimento di Filologia dell’Unical e dall’Istituto Italiano di Studi filosofici, è stato un bagno di folla per il grande pensatore, esteta del linguaggio, nato ad Alessandria nel 1932, che vanta più di 30 Lauree Honoris causa.

In un clima di cordialità, il corpo accademico e quello studentesco, gli intellettuali e la gente comune respirano emozioni.

Come nel suo libro «Storia della bellezza», (Bompiani 2004, pagg. 438, € 30,00), l’Autore de Il nome della rosa, fa un lucido e prezioso excursus, analizzando l'idea di bellezza in occidente dall'antichità classica ai nostri giorni, attraverso l’iconografia della storia dell’Arte e dell’Estetica.

Sullo schermo alle spalle del carismatico scrittore, scorrono più di cento immagini, testimonianze di come gli artisti sono anche strumento per ricostruire i modi in cui gli uomini della strada di tutti i tempi sentono il Bello.
Il celebre semiologo indaga le varie forme che la Bellezza sia fisica che divina (dei corpi umani e animali, della natura, degli astri e della luce) ha assunto nelle diverse epoche storiche.

Da «Storia della bellezza» proponiamo un brano che prende in esame il XX secolo.

”Immaginiamo uno storico dell'arte del futuro o un esploratore in arrivo dallo spazio che si pongano entrambi questa domanda: qual è l'idea di Bellezza che domina il XX secolo? In fondo noi non abbiamo fatto altro, in questa cavalcata nella storia della Bellezza, che porci domande analoghe circa la Grecia antica, il Rinascimento, il primo o il secondo Ottocento. È vero che si è fatto il possibile per individuare i contrasti che agitavano uno stesso periodo, in cui per esempio potevano coincidere. Il gusto neoclassico e l'estetica del Sublime, ma, in fondo, si aveva pur sempre la sensazione, guardando «da lontano», che ogni secolo presentasse delle caratteristiche unitarie, o al massimo una sola contraddizione fondamentale.

Può darsi che, guardando anche loro «da lontano», gli interpreti del futuro individuino qualcosa come veramente caratteristico del Novecento, e che diano per esempio ragione a Marinetti, dicendo che la Nike di Samotracia del secolo appena passato era una bella macchina da corsa, ignorando magari Picasso o Mondrian. Noi, da parte nostra, non possiamo guardare cosi da lontano; possiamo accontentarci di rilevare che la prima metà del Novecento, e al massimo gli anni Sessanta del secolo (dopo sarà più difficile), è teatro di una lotta drammatica tra la Bellezza della provocazione e la Bellezza del consumo.
La Bellezza della provocazione è quella proposta dai vari movimenti d'avanguardia e dallo sperimentalismo artistico: dal futurismo al cubismo, dall'espressionismo al surrealismo, da Picasso sino ai grandi maestri dell'arte informale e oltre.

L'arte delle avanguardie non pone il problema della Bellezza. Si sottintende certo che le nuove immagini siano artisticamente «belle», e debbano procurare lo stesso piacere procurato ai propri contemporanei da un quadro di Giotto o di Raffaello, ma questo proprio perché la provocazione avanguardistica viola tutti i canoni estetici sino a questo momento rispettati.

L'arte non si propone più di fornire un'immagine della Bellezza naturale, né vuole procurare il pacificato piacere della contemplazione di forme armoniche. Al contrario, essa vuole insegnare a interpretare il mondo con occhi diversi, a godere del ritorno a modelli arcaici o esotici: l'universo del sogno o delle fantasie dei malati di mente, le visioni suggerite dalla droga, la riscoperta della materia, la riproposta stralunata di oggetti d'uso in contesti improbabili (vedi nuovo oggetto, dada ecc), le pulsioni dell'inconscio.

Una sola corrente dell'arte contemporanea ha recuperato un'idea di armonia geometrica che può ricordarci l'epoca delle estetiche della proporzione, ed è l'arte astratta.
Ribellandosi sia alla sudditanza della natura sia a quella della vita quotidiana, essa ci ha proposto pure forme, dalle geometrie di Mondrian alle grandi tele monocrome di Klein, Rothko o Manzoni.
Ma è stata esperienza comune di chi visitava una mostra o un museo nei decenni passati ad ascoltare i visitatori che - di fronte a un quadro astratto - si domandavano «che cosa rappresenta» e protestavano con l'immancabile «ma è arte, questa?».

E quindi anche questo ritorno «neopitagorico» all'estetica delle proporzioni e del numero si attua contro la sensibilità corrente, contro l'idea che l'uomo comune ha della Bellezza. Infine ci sono molte correnti dell'arte contemporanea (happenings, eventi in cui l'artista incide o mutila il proprio
corpo, coinvolgimenti del pubblico in fenomeni luminosi o sonori) in cui pare che sotto il segno dell'arte si svolgano piuttosto cerimonie di sapore rituale, non dissimili dagli antichi riti misterici, che non hanno per fine la contemplazione di qualcosa di bello, bensì una esperienza quasi religiosa, anche se di una religiosità primitiva e carnale, da cui sono assenti gli dei.

E d'altra parte di carattere misterico sono le esperienze musicali che folle immense fanno in discoteca o nei concerti rock, dove, tra luci stroboscopiche e suoni ad altissimo volume, si pratica un modo di «stare insieme» (non di rado accompagnato dall'assunzione di sostanze eccitanti) che può apparire anche «bello» (nel senso tradizionale di un gioco circense) a chi lo contempla standone fuori, ma non viene vissuto come tale da chi vi è immerso. Chi la vive potrà anche parlare di una «bella esperienza», ma nel senso in cui si parla di una bella nuotata, di una bella corsa in motocicletta o di un amplesso soddisfacente.

Il nostro visitatore del futuro non potrà comunque evitare di fare un'altra curiosa scoperta. Coloro che visitano una mostra d'arte d'avanguardia, che comperano una scultura «incomprensibile» o che partecipano a uno happening, sono vestiti e pettinati secondo i canoni della moda, portano jeans o vestiti firmati, si truccano secondo il modello di Bellezza proposto dalle riviste patinate, dal cinema, dalla televisione, e cioè dai mass media.
Essi seguono gli ideali di Bellezza proposti dal mondo del consumo commerciale, quello contro cui si è battuta per cinquanta e più anni l'arte delle avanguardie.
Come interpretare questa contraddizione?
Senza cercare di spiegarla: essa è la contraddizione tipica del XX secolo; A questo punto il visitatore del futuro dovrà cercare di chiedersi quale è stato il modello di Bellezza proposto dai mass media, e scoprirà che il secolo è attraversato da una doppia cesura.

La prima è tra modello e modello nel corso dello stesso decennio. Tanto per fare qualche esempio, il cinema propone negli stessi anni il modello della donna fatale incarnato da Greta Garbo e da Rita Hayworth, e quello della «ragazza della porta accanto» impersonato da Claudette Colbert o da Doris Day. Consegna come eroe del West il massiccio e virilissimo John Wayne e il mansueto e vagamente femmineo Dustin Hoffman.
Sono contemporanei Gary Cooper e Fred Astaire, e l'esile Fred danza con il tarchiato Gene Kelly.
La moda offre abiti femminili sontuosi come quelli che vediamo sfilare in Roberta, e nel contempo i modelli androgini di Coco Chanel.

I mass media sono totalmente democratici, offrono il modello di Bellezza per chi è già fornito di grazia aristocratica dalla natura e per la proletaria dalle forme opulente; l'agile Delia Scala costituisce un esempio per chi non può adeguarsi alla «maggiorata fisica» Anita Ekberg; per chi non ha la Bellezza maschia e raffinata di Richard Gere, c'è il fascino esile di Al Pacino e la simpatia proletaria di Robert De Niro.
E infine, per chi non può arrivare a possedere la Bellezza di una Maserati, c'è la conveniente Bellezza della Mini Morris.

La seconda cesura spacca in due il secolo.
Tutto sommato gli ideali di Bellezza a cui si rifanno i mass media dei primi sessant'anni del Novecento si richiamano alle proposte delle arti «maggiori». Signore dello schermo come Francesca Bertini o Rina De Liguoro sono parenti prossime delle donne languenti di D'Annunzio, le figure femminili che appaiono nelle pubblicità degli anni Venti e Trenta richiamano la Bellezza filiforme del floreale, del Liberty e dell'Art Déco.
La pubblicità di vari prodotti risente dell'ispirazione futurista, cubista e poi surrealista. Ispirati dall'Art Nouveau sono i fumetti di Little Nemo, mentre l'urbanistica d'altri mondi che appare in Flash Gordon ricorda le utopie di architetti modernisti come Sant'Elia, e addirittura anticipa le forme dei missili a venire. I fumetti di Dick Tracy esprimono una lenta assuefazione alla stessa pittura d'avanguardia.

E in fondo, basta seguire Topolino e Minnie, dagli anni Trenta agli anni Cinquanta, per vedere come il disegno si adegui allo sviluppo della sensibilità estetica dominante. Ma quando da un lato la Pop Art s'impadronisce, a livello di arte sperimentale e di provocazione, delle immagini del mondo del commercio, dell'industria e dei mass media, e dall'altro lato i Beatles rivisitano con grande sapienza anche forme musicali che provengono dalla tradizione, lo spazio tra arte di provocazione e arte di consumo si assottiglia. Non solo, ma se sembra che esista ancora una distinzione qualitativa tra arte «colta» e arte «popolare», l'arte colta, in quel clima che è definito post-moderno, offre contemporaneamente nuove sperimentazioni al di là del figurativo e ritorni al figurativo, a rivisitazioni della tradizione.

Dal canto loro i mass media non presentano più alcun modello
unificato, alcun ideale unico di Bellezza. Possono recuperare, anche in una pubblicità destinata a durare una sola settimana, tutte le esperienze dell'avanguardia, e al tempo stesso offrire modelli anni Venti, anni Trenta, anni Quaranta, anni Cinquanta, persino nella riscoperta di forme desuete delle automobili di metà secolo.
I mass media ripropongono un'iconografia ottocentesca, il realismo fiabesco, l'opulenza giunonica di Mae West e la grazia ano-ressica delle ultime indossatrici, la Bellezza nera di Naomi Campbell e quella anglosassone di Kate Moss, la grazia del tip tap tradizionale di A Chorus Line e le architetture futuristiche e agghiaccianti di Blade Runner, la donna fatale di tante trasmissioni televisive o di tanta pubblicità e la ragazza acqua e sapone alla Julia Roberts o alla Cameron Diaz, Rambo e Platinette, George Clooney dai capelli corti e i neo-cyborg che metallizzano il volto e trasformano i capelli in una foresta di cuspidi colorate o si radono a zero.

Il nostro esploratore del futuro non potrà più individuare l'ideale estetico diffuso dai mass media del XX secolo e oltre.
Dovrà arrendersi di fronte all'orgia della tolleranza, al sincretismo totale, all'assoluto e inarrestabile politeismo della Bellezza.”

Nella foto: Maria Zanoni e lo scrittore Umberto Eco nell'Aula Magna dell'Unical

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pubblicato il 11 Maggio 2005

Addio al poeta MARIO LUZI

di Pierfranco Bruni

La poesia è fatta di tempo e di luoghi. Le metafore che circondano le parole nell’immenso destino del sogno sono, appunto, quei luoghi che recitano lo spazio. Mario Luzi (Firenze 1914 – 2005) è un poeta nel tempo dello spazio nel quale i luoghi dell’essere sono fatti di sguardi ancorati alla memoria. Un intreccio che è conoscenza e dimensione dell’essere. La poesia, dunque. Una didattica sulla poesia. Bisognerebbe riflettere. Dovremmo spingerci verso una metodologia della didattica della poesia. Ma in modo serio. Il poeta è nel tempo. Chi continua negli esercizi linguistici non conosce il tempo perché non conosce l'emozione, lo stupore, la meraviglia, il dolore, la gioia, la passione. Luzi ha sempre creduto all’insegnamento della parola poetica. Tanti i suoi libri da quel 1935 quando uscì La barca. Sino a L’adorazione dei Magi e dei pastori: un classico nella sua costante ricerca di infinito.

La parola come la vita in Luzi. La parola nella vita. E, chiaramente, viceversa. Spesso si dibatte sulla funzione della poesia. Un gioco infinito ma anche indefinibile. Ci cattura. Ci aggredisce. Ci abbandona. Vive dentro di noi. Vive fuori di noi. Ma non voglio parlare di questo. Il poeta è uno scrittore. Lo scrittore non sempre è un poeta. Il poeta è attraversato dalle alchimie. Lo scrittore forse del pensare, di quel pensare che può conoscere magia e mistero ma può anche non conoscere i sentieri dell'incantesimo. Voglio andare oltre. I luoghi dello scrittore. I luoghi del poeta. I vizi. Gli assurdi.

Il poeta e lo scrittore hanno una loro geografia. Metaforica e fisica. Le case e il sogno. O la fantasia e l'allegoria. Il tempo. Il tempo nella geografia dell'anima e nella geografia del vedere, del toccare. I luoghi dello scrittore (quelli fisici inizialmente) diventano ben presto i luoghi e gli spazi della letteratura. Il più delle volte la geografia dello scrittore si impossessa dello stesso linguaggio. Un linguaggio che è recita di tempo e di modelli esistenziali. Lo scrittore si forma con il linguaggio recuperando alla memoria i segni del quotidiano. Una volta recuperati questi gesti bisogna assorbirli e non renderli rappresentativi.

La rappresentazione uccide l'atto poetico, uccide la favola, la magia, il mistero. Perché rende l'effetto creativo stesso come elemento di un realismo immediato. Lo stesso luogo non può essere una dimensione che conduce alla descrizione. Deve servirsi della metafora perché è la metafora che si impossessa di tutto il vissuto.

Mario Luzi in Vero e verso Scritti sui poeti e sulla letteratura ha sottolineato: "Il mistero è invece l'habitat, possiamo dire, ordinario del poeta, per quanto realistica possa essere la sua tesi o ipotesi di lavoro. Ci sono poeti che si professano, appunto, realisti e fondano la propria poetica sul realismo - anch'esso richiederebbe una più precisa definizione - prendiamo Brecht, per esempio: neanche lui potrebbe negare che c'è un margine di mistero nella trasformazione che il suo realismo, la sua capacità di analisi realistica del mondo è poi costretta a subire nel processo creativo, nel tradursi in un testo poetico".

Ed è vero quello che dice Luzi. Anche in Brecht si può leggere la dimensione della memoria oltre il realismo. La poesia come messaggio universale ma è tale perché si assottiglia il rapporto con il reale e prende il sopravvento il misterioso. Il tempo in letteratura non conosce il presente ma lo attraverso e lo conosce successivamente ma nel momento in cui lo ha conosciuto è già passato. In questo passato si definisce la nostalgia che in letteratura la si legge anche come patos.

Lo scrittore deve fare i conti con questi attraversamenti. In fondo il suo mondo (che è fatto di sentieri di parole e di sentieri di anima) non è un giocare con il presente e i luoghi della sua esistenza diventano metafora letterariamente ma anche antropologicamente. I luoghi dell'essere sono i luoghi del tempo. Sono i luoghi che fanno della parola un immenso universale. Un indefinito. La Sicilia per Pirandello, la Calabria per Alvaro, il Piemonte per Pavese, la Sardegna per Deledda, la Liguria per Caproni, la Toscana per Pratolini, Napoli per Domenico Rea. Soltanto esempi. Ma ci sono precise indicazioni che creano una ragnatela di suggerimenti onirici. I luoghi di Luzi sono nel cerchio magico delle immagini – metafore.

Il luogo viene sempre ad essere vissuto come destino di appartenenza. In Luzi c’è un’appartenenza fatta di cose e di simboli. appartenere ad un luogo che è stato un a - priori. Ovvero un riferimento ancestrale. Perché sì. Questo luogo di solito è il luogo dell'infanzia che si traduce come il luogo delle origini e le origini sono un richiamo che ci porta al senso della nascita. Origini come radici. Un legame che unisce ancora di più un orizzonte non solo letterario ma umano.

In questo proscenio il tempo e lo spazio sono decifrazione, appunto, di un mistero. Ma sia il tempo che lo spazio definiscono il luogo o i luoghi, come già si diceva. Ancora Luzi: "Mistero, d'altronde, non deve essere pensato come impossibilità, o rinunzia a conoscere, ma come modo altro della conoscenza, come modo particolare di conoscenza; conoscenza per mistero è una elargizione della fede, un dono dell'iniziazione confortato dal pensiero teologico, ma lo è anche per altri campi tra cui, appunto, la poesia".

La poesia come motivazione. L'ancestrale desiderio di ritrovare il luogo è un costante bisogno di ritrovar - si. Ritrovarsi, dunque, è un indefinibile desiderio che cattura, tra l'altro, il bisogno di conoscenza. Riconoscer - si nei luoghi è riconoscere un tempo e uno spazio. Ritrovarsi, riconoscersi, ritornare. Appunto il viaggio che va verso il sentimento del nostos.

Lo scrittore ha come filo conduttore un legame, appunto, ancestrale, forse inconscio, ma che diventa simbolico. Il linguaggio si nutre di simboli. Altrimenti si perde, si dimentica. Ecco perché il luogo ha sempre un valore metafisico. Non potrebbe essere diversamente. E dentro il luogo ci sono i luoghi. Il paese, il quartiere, la via, la piazza, il bar, l'incontro. Tutto questo lo si potrebbe riassumere come la "circostanza" del paesamento.

Lo scrittore cerca di allontanarsi dallo spaesamento facendo ritorno al centro. Il centro del luogo o dei piccoli luoghi è il ritornare. Ma questo luogo che è la metafisica di una esistenza e la metafora della parola che richiama echi antichi non è altro che il destino che accomuna in una identità che ha sempre una sua visione omerica. Questo luogo non può che essere definito allegoricamente con il concetto che rimanda alla metafora, ormai antica ma sempre valida, di Itaca.

Lo scrittore che cerca il paesamento o che si cerca nello spaesamento è sempre uno scrittore della nostalgia. Un paese vuol dire non essere soli raccontava Pavese. "Pensa a Itaca, sempre,/il tuo destino ti ci porterà" recitava Kavafis. Bisogna sempre pensare a quest'Itaca. Quando la si è lasciata la si porta dentro. Quando si vive fisicamente Itaca continuerà ad essere la nostra meta. E', in fondo, il viaggio. Lo scrittore che dimentica è lo scrittore che si è lasciato intrappolare dall'assenza. Uno scrittore attraversato dall'assenza sa di essere aggredito dal vuoto.

L'assenza è assentarsi. Per lo scrittore è smarrirsi. La perdita del luogo letterariamente diventa una "vacanza" ma soprattutto la si legge come un lutto e quindi come l'intrappolamento dell'angoscia. E' da questa angoscia che lo scrittore deve cercare di uscir fuori. La fuga, in questo caso, è piuttosto una fuga dall'angoscia che mira a riconquistare un destino. Ma in Luzi non c’è deriva. C’è una ontologia dello spazio e del tempo.

La letteratura è la metafora del luogo perché in essa si recupera l'agonia dello smarrimento in una dimensione non del rifuggir - si nel luogo ma ritrovare il luogo e quindi lacerare così anche il sentimento della distanza. Ritornare è in fondo è "ricostruire un universo perduto" (come dice Luzi). Sostanzialmente l'idea omerica è un destino e resta tale in un tempo che non può essere reale e che in letteratura si traduce nell'orizzonte della memoria.

La letteratura è un orizzonte che va oltre la linea ma lo scrittore non è un confine. Il poeta è un vagare. La poesia non è un percorso. E' una geografia del tempo e dell'essere. Si è stati si dice in poesia. Non si è. Perché se si è, si è già stati. La poesia è una metafora che intaglia nell'essere attraverso anche la fisicità. Un giocare con l'anima, con le disarmonie - armonie del cuore, con le linee del corpo.

Insomma vivere la poesia non è in un vivere astratto. La realtà esiste ma la realtà conosce le maschere e le finzioni. Forse nel sogno. Forse oltre… Bisogna proprio riprendersi il perduto per essere nell'anima della poesia ricostruendosi nel tempo che fugge. E' il tempo che fugge una geografia indefinibile, come è indefinibile la nostalgia della parola che sfiora le labbra in una leggera carezza tra amanti nella tenerezza, nella passione, nel respiro di un silenzio. A volte la poesia è anche silenzio. Bisogna saperla ascoltare. Il silenzio della poesia di Luzi è incanto dello sguardo. Oltre ogni luogo reale ma nel luogo del sempre.

Il poeta è il silenzio. Ma il silenzio è un linguaggio nell'indefinibilità dell'essere e del tempo. I rimandi letterari sono necessari, ma perché cercarli? Verranno da soli. Oltre i luoghi. O nei luoghi. Oppure, chissà? Il viaggio di Mario Luzi è un incidere nel solco di una memoria che supera ogni steccato geografico perché è la geografia dell’essere che si fa misterioso cammino. Un io nel simbolico che chiosa la favola indefinibile dell’uomo che non può dimenticare.

Un viaggio che si fa oggi ancora di più indefinibile. Ed è quel viaggio nell’amore che va oltre i limiti. Così in una poesia del 2004 da Dottrina dell’estremo principiante: “L’amore aiuta a vivere, a durare,/l’amore annulla e dà principio. E quando/chi soffre o langue e spera, se anche spera, che un soccorso s’annunci di lontano,/è in lui, un soffio basta a suscitarlo./Questo ho imparato e dimenticato mille volte,/ora da te mi torna fatto chiaro,/ora prende vivezza e verità.//La mia pena è durare oltre quest’attimo”.
 

Nella foto: il poeta Mario Luzi, spentosi lunedì 9 maggio 2005

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pubblicato il 21 Maggio 2006

Le METAFORE ANTICHE di Franceschini

di Pierfranco Bruni

Metafore antiche come le stagioni che sono vita nel romanzo di Dario Franceschini dal titolo “Nelle vene quell’acqua d’argento”

“Aveva sempre confuso il silenzio con il freddo”. Una bella immagine che sa di metafora nella quale la vita entra nella letteratura e la letteratura recita la vita. Ma quell’Aveva misura il tempo sulla corda dei ricordi. E’ l’incipit del romanzo di Dario Franceschini. Il silenzio, comunque, sembra una assonanza, un lievito, una dimensione tra l’ironico e l’onirico. Un pavesiano sentimento del ricordo (fatto di memorie e di oblio che scavano nella coscienza e nel sogno) e una geografia dei luoghi e del sentire che sarebbe certamente piaciuta a Giovannino Guareschi. Ma forse anche una atmosfera che avrebbe amato Grazia Deledda.
Un andare lento in quella nostalgia che conosce non solo frammenti di abbandoni ma anche dolcezze in un intreccio di realtà e metafore in cui tempo ed esistenza sono tracciato letterario e vissuto di luoghi. I luoghi non sono ambienti o paesaggi fine a se stessi. Sono piuttosto un vivere il luogo e il paesaggio nella sfumature delle esistenze e del passaggio di un tempo che, come dirò più vanti, non è mai immobile.
Non mi ha sorpreso. Navigare tra i “fiumi” di un’acqua che ha filamenti d’argento, per usare una allegoria lirica, è sempre entrare nel di dentro di destini che, pur se non accomunano, lasciano chiaramente il segno. Mi riferisco sempre al romanzo di Dario Franceschini dal titolo straordinariamente emblematico “Nelle vene quell’acqua d’argento”, edito da Bompiani.
Franceschini, come si sa, è un politico, impegnato nel mondo della cultura e della cultura ne ha fatto un perno. Cultura politica, cultura letteraria attraversata dai segni intangibile della memoria. Infatti questo romanzo è un camminare sulle tracce di un passato che non si dimentica, che non va dimenticato e che resta con i personaggi che campeggiano su una scena fatta di storia, di spazi geografici e di paesaggi e soprattutto di tempo. Non si tratta di un tempo immobile.
Neppure del tempo della meraviglia. Ma il tempo della letteratura raccoglie, come in questo caso, l’essere, il presente e il ciò che è stato. Il quotidiano non si vive nella letteratura. E questo romanzo è proprio la dimostrazione di ciò. Penetrare la memoria che è nel tempo significa, tra l’altro, recuperare quel tempo che viaggia dentro di noi. Il viaggiare del tempo è un viaggiare nel tempo senza mai assentarsi dalle nostre consapevolezze. Il tempo come urto con la storia. Infatti nel romanzo di Franceschini non ci sono concessioni alla storia e il realismo si supera grazie alle immagini che vi campeggiano perché sono queste che danno il senso di una memoria mai scalfibile.
E poi i valori riempiono la parola che è fatta di anima. Tracce deamicisiane (come nelle pagine dedicate alla morte dello scolaro Bruno Baldini) sono una singolarità del sentimento che sfoglia le pagine della vita. Una dopo l’altra queste pagine sono il vero frontespizio del vissuto che si adagia nel quotidiano.
Diamo solo una sottolineatura immediata della trama senza andare oltre perché il romanzo bisogna leggerlo per la bellezza che emana. Dunque. Perché Pietro Bottardi (nome del personaggio che campeggia nel contesto di tutto il narrato) va alla ricerca del suo compagno di scuola? Per rispondere ad una domanda rimasta in sospeso o per cercare altre risposte? O forse per capire se stesso?
La giovinezza è stata attraversata da interrogativi, da anni che non hanno portato via il sapore dell’età e l’immaginario che si rispecchia nelle acque è un cerchio magico tra gli echi che giungono da lontano. Pietro segue le linee del fiume e sa che il fiume non è per niente uno specchio. Anzi. Non ci permette di essere quelli che siamo stati. Metaforicamente non si ha la possibilità di bagnarsi nelle stesse acque. Ma il ricordo vive nei giorni dell’attesa.
Il suo compagno, Massimo Civolani, ha scelto di vere nella “terra del fiume”. Terra e fiume. Un intreccio di viaggi o un intreccio nell’indefinibile viaggio nelle acque della rigenerazione. Il fiume è come la vita e la vita è nello scorrere di quei sentieri che sono esistenziali e spirituali. I rimpianti sono altrove perché nel mosaico del tempo la nostalgia è un “esistente” che ci accompagna senza trasgredire il presente ma affidandoci i passi del tempo. E qui si vive nel frammentare la vita recuperando la musica, l’arte e i linguaggi che permettono di non assentaci mai soprattutto da noi stessi. Pietro Bottardi non si assenta mai.
Ci sono foglietti ingialliti che vengono ritrovati per riportarci a un qualcosa che non c’è più. Sensazioni che sono esistenza o che fanno una esistenza: “…Come uno scrittore che non racconta le cose che ha visto ma che segna soltanto con la penna le storie già finite che vivono dentro di lui”. Così è annotato in questo foglietto giallo ritrovato in un cassetto. Franceschini, in fondo, è uno scrittore che segna le storie che, metaforicamente o meno, resistono al tempo. Siamo fatti di foglietti ingialliti. Ed è in questa letteratura che l’uomo non resta una desinenza ma una vita.
Il tempo sono i passi che ci vivono e che viviamo. I passi sono il colore che illumina sapendo che le radici sono dentro di noi perché nelle vene c’è quell’acqua d’argento che è, appunto, la metafora del ritrovarsi sempre. Un romanzo rivelazione? Ma io direi che si tratta di un bel romanzo che non è da collocarsi nello “stile” degli scrittori latino – americani ma va nel solco della tradizione italiana. Una tradizione ben consolidata.
Ecco perché ho citato Guareschi. In quella tradizione italiana in cui linguaggio, senso dei luoghi, personaggi costituiscono una vera identità non solo letteraria ma anche profondamente radicata in quei valori della cultura popolare. Una eredità italiana che si è ben testimoniata attraverso scrittori e romanzi. Le stagioni, i segni, il tempo tra le pieghe dei ricordi, le immagini lungo l’esistere della parola. Sempre di viaggio si tratta. Io dei romanzi tento di cogliere le sfumature, i dettagli, le pieghe. Un romanzo è sempre un viaggio e come tutti i viaggi è fatto di partenze. Ma chissà dove ci condurrà? Un romanzo di acque e di terre. Metafore antiche come le stagioni che sono vita. Così nel romanzo di Dario Franceschini.

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pubblicato il 2 Maggio 2005

Maria Zanoni rilegge Roberto Vecchioni

Luci a San Siro... di questa sera: Roberto Vecchioni in concerto al Politeama di Catanzaro.

Una straordinaria performance teatrale, più che il solito concerto.
Un ritorno al "lirismo" che privilegia la parola, la "sua" musicalità, l'incanto che può esibire quando è nuda e cruda davanti a tutti.

L'Artista canta, sussurra, colloquia, accompagnato solo da due musicisti: uno al pianoforte, l'altro al contrabbasso.
Un “recital” che sta tra il cabaret espressionista, il recitar cantando e il canto-confessione (come dice Vecchioni stesso); e si presenta come un varietà da camera in cui le canzoni sono ovviamente protagoniste.
Le canzoni che confessano disagio, dolore e speranza attraverso la favola, il mito, le identificazioni storiche, gli amici, i grandi "vecchi", come afferma lo stesso cantante che spesso ama ricordare: “Più si va avanti negli anni e più si ringiovanisce nella coscienza e nel cuore. Puoi sfidare le cose. Non te ne frega più niente. Dici le cose che vuoi dire. Il senso delle cose, piccole o grandi che siano, si confonde e scompare, mentre il senso dell'amore rimane intatto ed eterno”.

E come non condividere?!?

Vecchioni dialoga magistralmente con il pubblico, tra letture di brani di favole e omaggi a Van Gogh, a Gauguin, a Pessoa, a Dante Alighieri, in mezzo ad una scenografia che non distrae, ma fa pensare: libri accanto al pianoforte; e ancora libri vicino ad una sedia.
E il “cantante-poeta-prof” racconta storie di vita, anche della sua vita; e, col tipico gusto dell'appassionato di crittografia, nelle pieghe occulte dei suoi versi racconta storia e letteratura.

Ho ri-scoperto Roberto Vecchioni in una calda serata d’agosto 2004 in Calabria.
Lì ho conosciuto il cantante, il poeta, l’uomo.

E non era quello incontrato negli anni sessanta.
Erano diverse le parole, le note, le sensazioni, le emozioni; diversi anche i sorrisi, gli incanti, i ricordi all’animo di chi (come me) andava al concerto più per una sfida, una curiosità, che per il piacere di godersi il cantante preferito e rivivere emozioni.

Parlavo spesso di Vecchioni con un’amica carissima e mi chiedevo: cosa potrà trovare nei testi e nella musica di un attempato cantautore una giovane “innamoratissima del mitico Roberto”?
E spesso riflettevo su quanto dice sul viaggio poetico e musicale di Roberto Vecchioni il mio amico Pierfranco Bruni nel suo libro “Fabrizio De Andrè – il cantico del sognatore mediterraneo”.

Bruni, saggista attento, indagando sulla poesia italiana, rileva che “la poesia, come forma tradizionale negli anni Sessanta si trovava a vivere un processo di dissolvimento non solo della parola, ma nei contenuti. E in aiuto alla poesia venne la canzone d’autore. Da una parte (per citare soltanto alcuni nomi) i Gino Paoli, i Luigi Tenco, i Bruno Lauzi e dall’altra Fabrizio De Andrè, Lucio Battisti, Francesco De Gregori, Franco Battiato, Riccardo Cocciante e poi Claudio Baglioni, Antonello Venditti, Roberto Vecchioni.

La novità esemplare fu che la maggior parte di questi cantautori proveniva da una scuola di pensiero che, nonostante sottolineasse l’impegno e il realismo, cantava l’amore, l’emozione degli incontri, il rimpianto del tempo che passa, la lontananza, la nostalgia, l’abbandono. [...] La parola così ritornava a vivere. Anzi ad essere presente nei codici del sentimento che si faceva vita. La presenza della poesia e dei poeti era un attraversamento non di mestiere ma di parametri emozionali, che davano senso all’incontro tra parola e musica.
[...] Si pensi al recupero della tradizione poetica di Roberto Vecchioni. [...] L’autore di El bandolero stanco conosce molto bene la letteratura e nei suoi testi ci sono segnali precisi che vanno da Pavese, a Pascoli, a Rimbaud, a Penna, ad Alda Merini, dalla letteratura greca a quella latina e così via. [...] un viaggio nel cerchio magico della parola-mistero”.

Il confronto di opinioni con i miei amici creò in me curiosità e nello stesso tempo un po’ di rimorso per aver “trascurato” uno dei grandi.

Le canzoni di Vecchioni erano passate sulla mia pelle di liceale senza lasciare segno evidente.
Erano quelli gli anni della contestazione giovanile che si consumava nelle grandi città, ma che nelle nostre realtà di provincia aveva scenari diversi.
Era il tempo in cui le canzoni davano emozioni e creavano legami; accompagnavano i primi amori, le delusioni, le lontananze, le nostalgie.
E così, le note delle canzoni di Mina, Celentano, Morandi, dei Beatles e poi ancora di Battisti e Baglioni scandivano il tempo della mia vita, accompagnando le mie solitudini e caricando i momenti di gioia.

Eravamo alla metà degli anni Settanta, quando da una radio locale conducevo un programma di musica e poesia, scegliendo dall’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters liriche significative e struggenti che affascinavano e trascinavano verso la poesia un pubblico sempre più distratto e intrappolato dal consumismo e dalle mode del momento.
Intanto Fabrizio De Andrè realizzava l’album “Non al denaro non all’amore né al cielo” in cui il cantautore ligure ha riletto l’opera dello scrittore americano.

Quanto tempo è passato da allora... Oggi, nella stagione dei bilanci, quel senso di curiosità-rimorso, mi ha portato a riscoprire Roberto Vecchioni e la sua poesia che valica i confini del tempo.
È così che ho iniziato un viaggio alla scoperta dei legami che uniscono le canzoni alla poesia, alla letteratura e alla storia, per dimostrare come ci si possa avvicinare alla storia e alla letteratura, non soltanto attraverso le pagine dei manuali, ma anche con le canzoni.

Non a caso Vecchioni afferma sull’enciclopedia Treccani: “La canzone d'autore, pur partendo da due modelli semantici preesistenti (il linguaggio poetico e la notazione musicale) non si presenta come somma aritmetica dell'uno e dell'altra.
Essa è già alla sua origine unità inscindibile di racconto elaborato su figure letterarie proprie e tessuto metrico che accompagna liberamente le parole.
Non si possono separare musica e testo e non si può prescindere dall'interpretazione che diventa terzo elemento semantico essenziale: siamo di fronte alla nascita di una forma d'arte e più particolarmente di un genere letterario nuovo”.

E ancora, non a caso, nell’anno scolastico 1999-2000 il prof Vecchioni ha promosso oltre 40 appuntamenti con le scuole superiori e le università italiane, incontrando oltre 50.000 studenti sul tema "Musica e poesia", illustrando l'evoluzione storica della canzone d'autore, impegnandosi a diversi livelli per il riconoscimento pieno della canzone come forma poetica a se stante, forma espressiva ricca e potente che muove sui tre canali semantici della scrittura poetica, del brano musicale e dell'interpretazione teatrale.
Oltremodo incuriosita da una affermazione del prof Vecchioni: "Quando a scuola tengo una lezione di storia" "non parlo mai di date, di fatti, ma di antropologia”, ho cominciato a leggere con attenzione i suoi libri.

Viaggi del tempo immobile (1996), è la storia di Teliqalipukt, il protagonista immortale con il compito di raccontare i propri vissuti con uomini storici illustri. È l’Artista che racconta ad un gruppo di bambini le paure, gli amori, i sentimenti, il lato più umano, insomma, di vari personaggi della Storia: Alessandro Magno e Fernand De Saussure, Saffo, Andromaca e Miguel de Cervantes, Napoleone e Rimbaud.

Le parole non le portano le cicogne (2000) tratta dell’incontro di una diciassettenne inquieta, Vera, con un vecchio linguista dolcissimo ed eccentrico, Otto November, che le svela quanta forza e vitalità custodisca ogni lingua, non con enfasi accademica, ma con il linguaggio semplice della vita.

Il libraio di Selinunte (2004) narra la storia di un uomo misterioso, un libraio che narra i suoi libri più che venderli e che riesce a stabilire un magico legame solo con Frullo, un ragazzo tredicenne che, nascosto dietro due pile di libri, lo ascolta leggere ogni sera i passi più belli dei grandi poeti e romanzieri di ogni tempo. E quelle parole, per Frullo come per ogni lettore, spalancano di colpo un universo di emozioni e di storie che hanno un'eco lunga, come una favola infinita.

La “nostalgia di vivere” è il motivo di fondo che anima i personaggi letterari e storici di cui è ricca la produzione artistica del cantautore brianzolo.
Fernando Pessoa, Saffo, Alda Merini, Thomas Mann, sono gli autori cantati da Vecchioni che esprimono questo sentimento di grande attaccamento alla vita, nei quali l’autore proietta sempre qualcosa di sé.

Nella canzone Lettere d’amore entriamo nell’animo del poeta portoghese Pessoa, che, alla fine dei suoi giorni, fortemente attaccato alla vita, comprende di aver cercato di capire il mondo scrivendo migliaia di pagine, ma di essersi dimenticato di scrivere lettere d’amore.

...e capì che “invece di continuare a tormentarsi
con un mondo assurdo
basterebbe toccare il corpo di una donna,
rispondere a uno sguardo...
E scrivere d'amore,
e scrivere d'amore”....


Nelle parole della Canzone per Alda Merini, traspare la volontà di affermare il proprio disperato desiderio di vivere:
basta anche un niente per essere felici,
basta vivere come le cose che dici,
e di vederti in tutti gli amori che hai
per non perderti, perderti, perderti mai.


Il brano La bellezza mi regala forti emozioni.
Nella canzone, ispirata al racconto La morte a Venezia di Thomas Mann, traspare il rimpianto per il tempo che passa. Ma la concezione che Vecchioni ha del tempo è particolare: è come se i suoi personaggi dilatassero il tempo della propria esistenza rimanendo ancorati a piccoli frammenti di vita.

Passa la bellezza
nei tuoi occhi neri,
scende sui tuoi fianchi
e sono sogni i tuoi pensieri...
Venezia "inverosimile
più di ogni altra città"
è un canto di sirene,
l'ultima opportunità
ho la morte e la vita tra le mani
coi miei trucchi da vecchio senza dignità:
se avessi vent'anni
ti verrei a cercare,
se ne avessi quaranta, ragazzo,
ti potrei comprare,
a cinquanta, come invece ne ho
ti sto solo a guardare ...


E le note di Marika, dall’ultimo album "Rotary club of Malindi":

“Canta Marika canta che da domani tornano le stelle,
canta noi siamo il sangue che scorre nella tua pelle,
canta non ti fermare, non ti voltare, gira tra la gente,
siamo nelle tue mani, un vento sale un vento scende
dietro è il domani, domani è il presente”


mi riportano alla mente la Marika, dagli occhi dolci, grandi, pungenti, dal sorriso antico, che sapeva amare, “trafitta dal vento della morte in un giorno d’estate” che anima le pagine de “L’ultima primavera” (1998) di Pierfranco Bruni.
“Dopo la morte di Marika... non ho mai visto / il cielo / urlare di sangue / come in questi giorni / mentre le mie parole (continua Bruni) inchiodano silenzi / mentre / le voci di sabbia / impallidiscono...”
E’ la stessa Marika dell’ultimo romanzo di Bruni Quando fioriscono i rovi. (2004):
“Marika, occhi di oceano che restano nel vento della memoria”...
“Sei dentro di me come un’aurora che entra nel giorno”...
“Lo so che ritrovarti è soltanto un arcobaleno di metafore
ma lasciami questa nostalgia che è graffiata nell’anima”...
Una metafora nella finzione e nella realtà, che continua a vivere nella coscienza dei nostri giorni.
Cesare Pavese ne Il mestiere di vivere ha scritto:
“Non si ricordano i giorni, si ricordano gli attimi”.
E sono proprio gli attimi che la musica spesso aiuta a fermare e a riscoprire.

 

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