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EDITORIALI
Letteratura pag. 1
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Editoriali, recensioni e saggi di LETTERATURA
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pubblicato il 3 Nov
2006
Alberto Bevilacqua
tra memoria e quotidiano
Ascoltando “Lui che ti tradiva”. Una narrazione di grande
rilievo estetico.
di Pierfranco Bruni
Ci sono sempre dettagli. Nella vita. In quella vita che si fa
letteratura. In quella vita che racconta. In quella vita che si
strazia tra le parole e la memoria. E la memoria è sempre un
attraversare i confini e i deserti, i viaggi e le maree.
L’ultimo romanzo di Alberto Bevilacqua è un attraversare i
deserti e le maree. I nubifragi di una esistenza nel ritagliare
pezzi di infanzia, di giovinezza, di umanità, di storia. La sua
vita e quella di sua madre. La sua vita con il destino di una
disperazione nel quotidiano vivere. La presenza – ombra del
padre. Le città che diventano luoghi dell’anima e ingombro
geografico. Questo nuovo romanzo di Alberto Bevilacqua è un
“assoluto”. Titolo: “Lui che ti tradiva” (Mondadori, pagg. 238,
€ 17,00).
Le storie sono un continuum. Un raccordo tra gli spazi
dell’esistere e il vivere. La madre continua ad essere vera nel
racconto e nelle avventure mentre la confessione dello scrittore
diventa una nenia, un canto, una melodia nel segno di una
profonda grecità. C’è sempre il tempo che diventa un “gioco di
incastri” nel vissuto di un labirinto. Non per caso questo
romanzo giunge dopo i due testi di “Tu che mi ascolti”
(nonostante “Il Gengis” che appartiene ad un’altra visione
sempre determinante). Questa madre – sangue – terra – acqua –
memoria è un filo che lega il tempo alla storia. Dicevo che si
tratta veramente di una “narrazione massima” perché qui, tra
queste pagine, c’è l’ontologia di uno scrittore e la metafisica
di un uomo.
In un precedente romanzo Bevilacqua sottolineava: "Una storia
finisce sempre con qualche rintocco, colpi di coda, dettagli. A
volte sono il trapasso verso un'altra storia che va a
cominciare. Un'anteprima, non una chiusura". Il romanzo dal
quale è tratta questa citazione è: “Gli anni struggenti”. C'è
sempre qualcosa che va oltre. E in quell'oltre ci sono i
sentieri dei segreti, i sogni che bussano alla porta della
memoria, i giochi infiniti dell'esistere nell'intreccio stesso
dell'esistere. "Rintocco". "Dettagli". Il viaggio che compie
Alberto Bevilacqua nel suo ultimo romanzo è un viaggio non solo
nei frammenti di un tempo ritrovato. E' anche un viaggio
nell'intreccio delle metafore.
Ogni romanzo in Bevilacqua ha una sua unitarietà, un suo corpus
ma tutto il percorso è un unicum che va letto in una
interpretazione globale. Lo scrittore è l'avventuriero che si
lascia trascinare dalla parola immergendosi (lasciandosi
immergere) nelle avventure ma anche in un io che attraversa le
coscienze di tutti i personaggi. I grandi scrittori sono un
lungo racconto. O un viaggio che ci introduce in altre attese.
Appunto rintocchi e dettagli.
Il mistero, il sogno, il tempo. L'amore, il viaggio, il
"sentimento del sorriso". Sono il tracciato di una identità
letteraria (narrativa e poetica) che trova in Alberto Bevilacqua
un punto di sicuro riferimento. La letteratura diventa esistenza
perché dentro di essa ci sono i parametri del vivere, del
morire, del ritrovarsi. Ci sono le àncore di una memoria che si
raccoglie nel sublime, nel gioco come immenso, nel desiderio che
si fa passione. E la memoria è tempo che intreccia i filamenti
del quotidiano con le ragnatele, appunto, di un sogno - sognato
che ci ritrova in quel che è il nostro viaggio.
Un libro particolare, intenso, che racconta una tensione vitale
sulla corda dell'esistere e del morire. Una pagina in cui il
tempo domina e le immagini vengono costantemente raccontate dal
tempo e filtrate dai sogni che recitano una inquieta tragedia.
La madre – figlio. O il figlio – madre. Una rivelazione che si
intreccia alla figura emblematica del padre. Di questo padre
fascista che vive nei ricordi e in futura un passato di glorie
ma che vive il rapporto con la moglie –a amante sui filtri del
sublime. Si ascolta in “Lui che ti tradiva”: “Non è più notte,
non è ancora giorno. L’ora che tu hai definito così bene:
‘Amorosa di attese…Quando sembra che il mondo cammini sulle
punte’”.
L'attraversamento onirico in Alberto Bevilacqua si intreccia tra
le metafore e le ironie che rappresentano l'immaginario
narrativo che si serve della dimensione della memoria. I luoghi
oltre ad essere gli spazi di una geografia corale costituiscono
quella geografia dei ricordi che fa della scrittura di
Bevilacqua un percorso identitario di una letteratura che naviga
tra le onde del mistero. Una letteratura nella quale lo scontro
- incontro tra realtà e ragnatela della fantasia è sempre
dettato da una meticolosa ricerca della parola ma anche da una
penetrazione all'interno di quella dimensione che non ha nulla
di enigmatico ma che assurge a codice del mistero.
Il mistero dunque come rivelazione. E il sentiero del mistero
che si fa comunque orizzonte lo si ascolta nella sfogliatura
delle sensazioni dei romanzi (e della poesia) di Bevilacqua.
Percorsi nei quali il viaggio è sempre una metafora. Un lungo e
indefinibile viaggio.
Non smetto di ritornare a quell’antico e straordinario testo che
è “Lettera alla madre sulla felicità” che resta fulcro centrale
che unisce ilprimo e ciò che ora stiamo leggendo – vivendo. Ci
sono temi in Bevilacqua che focalizzano quel sentire il viaggio
come identità. O meglio il viaggio come radicamento. In “Lettera
alla madre sulla felicità”, appunto, si legge: "Ci sono due
favole che gli uomini non cesseranno mai di ascoltare, perché
sono le uniche vere: quella della nave sperduta che cerca nelle
acque mediterranee un'isola amata e quella di un dio che si fa
crocifiggere sul Golgota". Il mito e il sacro sono intrecciati.
Ma entrambi appartengono all'isola del mistero – vita – tempo.
Lo scrittore, il personaggio, l’io narrante. Un unico intreccio
in una pagina letteraria che entra nella vita, si impossessa del
presente e della memoria e gioca con il tempo per andare sempre
oltre. L’ironia, la tragedia, il tempo. Alberto Bevilacqua è
sempre oltre la storia perché resta dentro la vita. Sempre.
Lo scrittore nel raccontare segue le vicende, si appassiona agli
intrecci e soffre nel delineare il quadro. La storia con le sue
verità o con il suo immaginario non è soltanto uno scenario
fittizio. E’ invece lo scenario dentro il quale si compie il
tutto.
La storia si traduce in memoria ed è decodificata grazie alla
maestria della parola che racconta e raccontando definisce tempi
e spazi, atmosfere e realtà, proiezioni e prospettive in un
paesaggio letterario che Bevilacqua ha vissuto. Un paesaggio
fatto di segni e di itinerari onirici. Uno scrittore, che si
raccoglie nel poeta, che è un punto di riferimento nella nostra
letteratura contemporanea.
In “Lui che ti tradiva” si raccoglie il senso e l’orizzonte di
una vita. Di uno scrittore, bambino – adulto, che si cerca tra
le parole della madre, nelle immagini del padre, tra i luoghi
non luoghi dell’essere e del tempo traducendo il tutto in una
letteratura che scorre insieme al sangue nelle vene di un
misterioso appuntamento. Lo scrittore vive di appuntamenti.
Bevilacqua è un punto di riferimento. È lo scrittore riferimento
di un secolo passato e che continua a vivere tra gli spazi degli
anni e dei linguaggi. La letteratura è viaggio come le
esistenze.
Chiude così il romanzo di Bevilacqua: “Penso al viaggio che
desiderava fare con me, finalmente in pace, nel posto più
misterioso. Gli ho giurato che lo faremo./E forse quel viaggio
ci porterà insieme tutti e tre./Per ascoltarci”. Porsi in
ascolto. Nel tempo e con il tempo nella vita e oltre la vita. Un
romanzo che resta. |
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pubblicato il 21
Maggio 2006
Le METAFORE ANTICHE di Franceschini
di Pierfranco Bruni
Metafore
antiche come le stagioni che sono vita nel romanzo di Dario
Franceschini dal titolo “Nelle vene quell’acqua d’argento”
“Aveva sempre confuso il silenzio con il freddo”. Una bella
immagine che sa di metafora nella quale la vita entra nella
letteratura e la letteratura recita la vita. Ma quell’Aveva
misura il tempo sulla corda dei ricordi. E’ l’incipit del
romanzo di Dario Franceschini. Il silenzio, comunque, sembra una
assonanza, un lievito, una dimensione tra l’ironico e l’onirico.
Un pavesiano sentimento del ricordo (fatto di memorie e di oblio
che scavano nella coscienza e nel sogno) e una geografia dei
luoghi e del sentire che sarebbe certamente piaciuta a
Giovannino Guareschi. Ma forse anche una atmosfera che avrebbe
amato Grazia Deledda.
Un andare lento in quella nostalgia che conosce non solo
frammenti di abbandoni ma anche dolcezze in un intreccio di
realtà e metafore in cui tempo ed esistenza sono tracciato
letterario e vissuto di luoghi. I luoghi non sono ambienti o
paesaggi fine a se stessi. Sono piuttosto un vivere il luogo e
il paesaggio nella sfumature delle esistenze e del passaggio di
un tempo che, come dirò più vanti, non è mai immobile.
Non mi ha sorpreso. Navigare tra i “fiumi” di un’acqua che ha
filamenti d’argento, per usare una allegoria lirica, è sempre
entrare nel di dentro di destini che, pur se non accomunano,
lasciano chiaramente il segno. Mi riferisco sempre al romanzo di
Dario Franceschini dal titolo straordinariamente emblematico
“Nelle vene quell’acqua d’argento”, edito da Bompiani.
Franceschini, come si sa, è un politico, impegnato nel mondo
della cultura e della cultura ne ha fatto un perno. Cultura
politica, cultura letteraria attraversata dai segni intangibile
della memoria. Infatti questo romanzo è un camminare sulle
tracce di un passato che non si dimentica, che non va
dimenticato e che resta con i personaggi che campeggiano su una
scena fatta di storia, di spazi geografici e di paesaggi e
soprattutto di tempo. Non si tratta di un tempo immobile.
Neppure del tempo della meraviglia. Ma il tempo della
letteratura raccoglie, come in questo caso, l’essere, il
presente e il ciò che è stato. Il quotidiano non si vive nella
letteratura. E questo romanzo è proprio la dimostrazione di ciò.
Penetrare la memoria che è nel tempo significa, tra l’altro,
recuperare quel tempo che viaggia dentro di noi. Il viaggiare
del tempo è un viaggiare nel tempo senza mai assentarsi dalle
nostre consapevolezze. Il tempo come urto con la storia. Infatti
nel romanzo di Franceschini non ci sono concessioni alla storia
e il realismo si supera grazie alle immagini che vi campeggiano
perché sono queste che danno il senso di una memoria mai
scalfibile.
E poi i valori riempiono la parola che è fatta di anima. Tracce
deamicisiane (come nelle pagine dedicate alla morte dello
scolaro Bruno Baldini) sono una singolarità del sentimento che
sfoglia le pagine della vita. Una dopo l’altra queste pagine
sono il vero frontespizio del vissuto che si adagia nel
quotidiano.
Diamo solo una sottolineatura immediata della trama senza andare
oltre perché il romanzo bisogna leggerlo per la bellezza che
emana. Dunque. Perché Pietro Bottardi (nome del personaggio che
campeggia nel contesto di tutto il narrato) va alla ricerca del
suo compagno di scuola? Per rispondere ad una domanda rimasta in
sospeso o per cercare altre risposte? O forse per capire se
stesso?
La giovinezza è stata attraversata da interrogativi, da anni che
non hanno portato via il sapore dell’età e l’immaginario che si
rispecchia nelle acque è un cerchio magico tra gli echi che
giungono da lontano. Pietro segue le linee del fiume e sa che il
fiume non è per niente uno specchio. Anzi. Non ci permette di
essere quelli che siamo stati. Metaforicamente non si ha la
possibilità di bagnarsi nelle stesse acque. Ma il ricordo vive
nei giorni dell’attesa.
Il suo compagno, Massimo Civolani, ha scelto di vere nella
“terra del fiume”. Terra e fiume. Un intreccio di viaggi o un
intreccio nell’indefinibile viaggio nelle acque della
rigenerazione. Il fiume è come la vita e la vita è nello
scorrere di quei sentieri che sono esistenziali e spirituali. I
rimpianti sono altrove perché nel mosaico del tempo la nostalgia
è un “esistente” che ci accompagna senza trasgredire il presente
ma affidandoci i passi del tempo. E qui si vive nel frammentare
la vita recuperando la musica, l’arte e i linguaggi che
permettono di non assentaci mai soprattutto da noi stessi.
Pietro Bottardi non si assenta mai.
Ci sono foglietti ingialliti che vengono ritrovati per
riportarci a un qualcosa che non c’è più. Sensazioni che sono
esistenza o che fanno una esistenza: “…Come uno scrittore che
non racconta le cose che ha visto ma che segna soltanto con la
penna le storie già finite che vivono dentro di lui”. Così è
annotato in questo foglietto giallo ritrovato in un cassetto.
Franceschini, in fondo, è uno scrittore che segna le storie che,
metaforicamente o meno, resistono al tempo. Siamo fatti di
foglietti ingialliti. Ed è in questa letteratura che l’uomo non
resta una desinenza ma una vita.
Il tempo sono i passi che ci vivono e che viviamo. I passi sono
il colore che illumina sapendo che le radici sono dentro di noi
perché nelle vene c’è quell’acqua d’argento che è, appunto, la
metafora del ritrovarsi sempre. Un romanzo rivelazione? Ma io
direi che si tratta di un bel romanzo che non è da collocarsi
nello “stile” degli scrittori latino – americani ma va nel solco
della tradizione italiana. Una tradizione ben consolidata.
Ecco perché ho citato Guareschi. In quella tradizione italiana
in cui linguaggio, senso dei luoghi, personaggi costituiscono
una vera identità non solo letteraria ma anche profondamente
radicata in quei valori della cultura popolare. Una eredità
italiana che si è ben testimoniata attraverso scrittori e
romanzi. Le stagioni, i segni, il tempo tra le pieghe dei
ricordi, le immagini lungo l’esistere della parola. Sempre di
viaggio si tratta. Io dei romanzi tento di cogliere le
sfumature, i dettagli, le pieghe. Un romanzo è sempre un viaggio
e come tutti i viaggi è fatto di partenze. Ma chissà dove ci
condurrà? Un romanzo di acque e di terre. Metafore antiche come
le stagioni che sono vita. Così nel romanzo di Dario
Franceschini. |
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pubblicato il 1 Nov
2005
Il senso dei luoghi
di Vito Teti
di Maria Zanoni
Il
senso dei luoghi - Memoria e storia dei paesi abbandonati.
Vito Teti, docente di Etnologia all'Università della
Calabria, dove dirige il Centro di antropologie e Letterature
del Mediterraneo, nel volume "Il senso dei luoghi" –
edito da Donzelli nel 2004, invita a guardare i luoghi
abbandonati con occhi diversi, in una dimensione cognitiva ed
affettiva nuova.
In 569 pagine, ricche di illustrazioni-documenti, scopriamo
il senso della nostra identità.
"Proprio paesi abbandonati, paesi a rischio abbandono, centri
senz'anima e senza piazze, senza posti di ritrovo, desolati, a
volte mortificati, devastati, oggetto d'incuria e di
speculazioni, proprio questi non-luoghi aspirano a diventare
luoghi, ad essere riconosciuti come luoghi, ad affermarsi come
nuovi luoghi" – dice l'Autore nell'Introduzione.
Vito Teti legge il territorio, per salvare le nostre
"radici".
E lo legge attraverso documenti e monumenti che il territorio
conserva, attraverso processi culturali il cui portato storico
assume valenze etiche ed esistenziali.
Lontano da vagheggiamenti di un mitico passato e da nostalgie di
ritorno alle origini, l'antropologo lascia spazio alle memorie
dello scrittore.
I luoghi abbandonati, che l'occhio distratto non vede, perdono
il loro senso di solitudine, di smarrimento e di silenzio per
diventare punto di riferimento.
Le rovine, i muri diruti, le pietre raccontano storia;
rinascono a nuova vita, e con i segni del tempo trasmettono
sensazioni, emozioni, memorie, culture, identità.
Per far rivivere queste realtà, per renderle vitali e
protagoniste, è necessario un robusto progetto didattico e
scientifico che sfrutti varie sinergie che possano realizzare
processi di promozione, oltre che di difesa.
Un progetto di ampio respiro che investa la Scuola,
prioritariamente, gli Enti locali e faccia i conti con l'Europa.
È finito per sempre il tempo di piangersi addosso.
È il momento di operare per salvare l'immenso e prezioso
patrimonio culturale, storico, naturale, artistico,
enogastronomico che la Calabria possiede, per vincere la sfida e
riscattare il volto pulito della regione.
Le linee di sviluppo nel campo delle politiche territoriali
devono passare attraverso la valorizzazione dell'identità e
della specificità di luoghi e culture, senza trascurare le
individualità territoriali che derivano da valenze
folklorico-antropologiche.
La visita guidata, scientificamente programmata dalla scuola,
supportata dallo spessore culturale del racconto folklorico nel
territorio è in grado di fornire ai luoghi una identità
specifica, capace di suscitare interesse e coinvolgimento, ai
fini della conoscenza, sicuramente più forte di altri modi di
far turismo a volte frettolosi e superficiali.
Il paesaggio ha una dimensione simbolico-immaginaria in cui,
più che in altre, è da ricercare l'identità dei luoghi.
La nostra terra ha molto da raccontare: ogni fase della sua
storia mantiene un legame imprescindibile con i gusti, con i
sapori, con i luoghi che hanno accompagnato gli eventi.
Far rivivere i luoghi, e quindi l'economia, significa
riqualificare l'esperienza quotidiana dei territori, quella
legata alle tradizioni, alle botteghe storiche, agli antichi
mestieri, esaltando le caratteristiche di coinvolgimento e di
ritualità che sono insite in queste produzioni.
Solo così ci riappropriamo del senso dei luoghi, per capirli,
valorizzarli, amarli e comunicarli. |
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pubblicato il 12 Mag 2005
Umberto Eco:
Riflessioni illustrate sulla Bellezza
di Maria Zanoni
Nell’Aula
Magna dell’Università della Calabria, gremitissima, il 6 maggio
2005 Umberto Eco ha tenuto una Lezione Magistrale
sulla Bellezza. L’incontro, promosso dal Dipartimento di
Filologia dell’Unical e dall’Istituto Italiano di Studi
filosofici, è stato un bagno di folla per il grande pensatore,
esteta del linguaggio, nato ad Alessandria nel 1932, che vanta
più di 30 Lauree Honoris causa.
In un clima di cordialità, il corpo accademico e quello
studentesco, gli intellettuali e la gente comune respirano
emozioni.
Come nel suo libro «Storia della bellezza», (Bompiani
2004, pagg. 438, € 30,00), l’Autore de Il nome della rosa, fa un
lucido e prezioso excursus, analizzando l'idea di bellezza in
occidente dall'antichità classica ai nostri giorni, attraverso
l’iconografia della storia dell’Arte e dell’Estetica.
Sullo schermo alle spalle del carismatico scrittore, scorrono
più di cento immagini, testimonianze di come gli artisti sono
anche strumento per ricostruire i modi in cui gli uomini della
strada di tutti i tempi sentono il Bello.
Il celebre semiologo indaga le varie forme che la Bellezza sia
fisica che divina (dei corpi umani e animali, della natura,
degli astri e della luce) ha assunto nelle diverse epoche
storiche.
Da «Storia della bellezza» proponiamo un brano che prende in
esame il XX secolo.
”Immaginiamo uno storico dell'arte del futuro o un esploratore
in arrivo dallo spazio che si pongano entrambi questa domanda:
qual è l'idea di Bellezza che domina il XX secolo? In fondo noi
non abbiamo fatto altro, in questa cavalcata nella storia della
Bellezza, che porci domande analoghe circa la Grecia antica, il
Rinascimento, il primo o il secondo Ottocento. È vero che si è
fatto il possibile per individuare i contrasti che agitavano uno
stesso periodo, in cui per esempio potevano coincidere. Il gusto
neoclassico e l'estetica del Sublime, ma, in fondo, si aveva pur
sempre la sensazione, guardando «da lontano», che ogni secolo
presentasse delle caratteristiche unitarie, o al massimo una
sola contraddizione fondamentale.
Può darsi che, guardando anche loro «da lontano», gli interpreti
del futuro individuino qualcosa come veramente caratteristico
del Novecento, e che diano per esempio ragione a Marinetti,
dicendo che la Nike di Samotracia del secolo appena passato era
una bella macchina da corsa, ignorando magari Picasso o Mondrian.
Noi, da parte nostra, non possiamo guardare cosi da lontano;
possiamo accontentarci di rilevare che la prima metà del
Novecento, e al massimo gli anni Sessanta del secolo (dopo sarà
più difficile), è teatro di una lotta drammatica tra la Bellezza
della provocazione e la Bellezza del consumo.
La Bellezza della provocazione è quella proposta dai vari
movimenti d'avanguardia e dallo sperimentalismo artistico: dal
futurismo al cubismo, dall'espressionismo al surrealismo, da
Picasso sino ai grandi maestri dell'arte informale e oltre.
L'arte delle avanguardie non pone il problema della Bellezza. Si
sottintende certo che le nuove immagini siano artisticamente
«belle», e debbano procurare lo stesso piacere procurato ai
propri contemporanei da un quadro di Giotto o di Raffaello, ma
questo proprio perché la provocazione avanguardistica viola
tutti i canoni estetici sino a questo momento rispettati.
L'arte non si propone più di fornire un'immagine della Bellezza
naturale, né vuole procurare il pacificato piacere della
contemplazione di forme armoniche. Al contrario, essa vuole
insegnare a interpretare il mondo con occhi diversi, a godere
del ritorno a modelli arcaici o esotici: l'universo del sogno o
delle fantasie dei malati di mente, le visioni suggerite dalla
droga, la riscoperta della materia, la riproposta stralunata di
oggetti d'uso in contesti improbabili (vedi nuovo oggetto, dada
ecc), le pulsioni dell'inconscio.
Una sola corrente dell'arte contemporanea ha recuperato un'idea
di armonia geometrica che può ricordarci l'epoca delle estetiche
della proporzione, ed è l'arte astratta.
Ribellandosi sia alla sudditanza della natura sia a quella della
vita quotidiana, essa ci ha proposto pure forme, dalle geometrie
di Mondrian alle grandi tele monocrome di Klein, Rothko o
Manzoni.
Ma è stata esperienza comune di chi visitava una mostra o un
museo nei decenni passati ad ascoltare i visitatori che - di
fronte a un quadro astratto - si domandavano «che cosa
rappresenta» e protestavano con l'immancabile «ma è arte,
questa?».
E quindi anche questo ritorno «neopitagorico» all'estetica delle
proporzioni e del numero si attua contro la sensibilità
corrente, contro l'idea che l'uomo comune ha della Bellezza.
Infine ci sono molte correnti dell'arte contemporanea (happenings,
eventi in cui l'artista incide o mutila il proprio
corpo, coinvolgimenti del pubblico in fenomeni luminosi o
sonori) in cui pare che sotto il segno dell'arte si svolgano
piuttosto cerimonie di sapore rituale, non dissimili dagli
antichi riti misterici, che non hanno per fine la contemplazione
di qualcosa di bello, bensì una esperienza quasi religiosa,
anche se di una religiosità primitiva e carnale, da cui sono
assenti gli dei.
E d'altra parte di carattere misterico sono le esperienze
musicali che folle immense fanno in discoteca o nei concerti
rock, dove, tra luci stroboscopiche e suoni ad altissimo volume,
si pratica un modo di «stare insieme» (non di rado accompagnato
dall'assunzione di sostanze eccitanti) che può apparire anche
«bello» (nel senso tradizionale di un gioco circense) a chi lo
contempla standone fuori, ma non viene vissuto come tale da chi
vi è immerso. Chi la vive potrà anche parlare di una «bella
esperienza», ma nel senso in cui si parla di una bella nuotata,
di una bella corsa in motocicletta o di un amplesso
soddisfacente.
Il nostro visitatore del futuro non potrà comunque evitare di
fare un'altra curiosa scoperta. Coloro che visitano una mostra
d'arte d'avanguardia, che comperano una scultura
«incomprensibile» o che partecipano a uno happening, sono
vestiti e pettinati secondo i canoni della moda, portano jeans o
vestiti firmati, si truccano secondo il modello di Bellezza
proposto dalle riviste patinate, dal cinema, dalla televisione,
e cioè dai mass media.
Essi seguono gli ideali di Bellezza proposti dal mondo del
consumo commerciale, quello contro cui si è battuta per
cinquanta e più anni l'arte delle avanguardie.
Come interpretare questa contraddizione?
Senza cercare di spiegarla: essa è la contraddizione tipica del
XX secolo; A questo punto il visitatore del futuro dovrà cercare
di chiedersi quale è stato il modello di Bellezza proposto dai
mass media, e scoprirà che il secolo è attraversato da una
doppia cesura.
La prima è tra modello e modello nel corso dello stesso
decennio. Tanto per fare qualche esempio, il cinema propone
negli stessi anni il modello della donna fatale incarnato da
Greta Garbo e da Rita Hayworth, e quello della «ragazza della
porta accanto» impersonato da Claudette Colbert o da Doris Day.
Consegna come eroe del West il massiccio e virilissimo John
Wayne e il mansueto e vagamente femmineo Dustin Hoffman.
Sono contemporanei Gary Cooper e Fred Astaire, e l'esile Fred
danza con il tarchiato Gene Kelly.
La moda offre abiti femminili sontuosi come quelli che vediamo
sfilare in Roberta, e nel contempo i modelli androgini di Coco
Chanel.
I mass media sono totalmente democratici, offrono il modello di
Bellezza per chi è già fornito di grazia aristocratica dalla
natura e per la proletaria dalle forme opulente; l'agile Delia
Scala costituisce un esempio per chi non può adeguarsi alla
«maggiorata fisica» Anita Ekberg; per chi non ha la Bellezza
maschia e raffinata di Richard Gere, c'è il fascino esile di Al
Pacino e la simpatia proletaria di Robert De Niro.
E infine, per chi non può arrivare a possedere la Bellezza di
una Maserati, c'è la conveniente Bellezza della Mini Morris.
La seconda cesura spacca in due il secolo.
Tutto sommato gli ideali di Bellezza a cui si rifanno i mass
media dei primi sessant'anni del Novecento si richiamano alle
proposte delle arti «maggiori». Signore dello schermo come
Francesca Bertini o Rina De Liguoro sono parenti prossime delle
donne languenti di D'Annunzio, le figure femminili che appaiono
nelle pubblicità degli anni Venti e Trenta richiamano la
Bellezza filiforme del floreale, del Liberty e dell'Art Déco.
La pubblicità di vari prodotti risente dell'ispirazione
futurista, cubista e poi surrealista. Ispirati dall'Art Nouveau
sono i fumetti di Little Nemo, mentre l'urbanistica d'altri
mondi che appare in Flash Gordon ricorda le utopie di architetti
modernisti come Sant'Elia, e addirittura anticipa le forme dei
missili a venire. I fumetti di Dick Tracy esprimono una lenta
assuefazione alla stessa pittura d'avanguardia.
E in fondo, basta seguire Topolino e Minnie, dagli anni Trenta
agli anni Cinquanta, per vedere come il disegno si adegui allo
sviluppo della sensibilità estetica dominante. Ma quando da un
lato la Pop Art s'impadronisce, a livello di arte sperimentale e
di provocazione, delle immagini del mondo del commercio,
dell'industria e dei mass media, e dall'altro lato i Beatles
rivisitano con grande sapienza anche forme musicali che
provengono dalla tradizione, lo spazio tra arte di provocazione
e arte di consumo si assottiglia. Non solo, ma se sembra che
esista ancora una distinzione qualitativa tra arte «colta» e
arte «popolare», l'arte colta, in quel clima che è definito
post-moderno, offre contemporaneamente nuove sperimentazioni al
di là del figurativo e ritorni al figurativo, a rivisitazioni
della tradizione.
Dal canto loro i mass media non presentano più alcun modello
unificato, alcun ideale unico di Bellezza. Possono recuperare,
anche in una pubblicità destinata a durare una sola settimana,
tutte le esperienze dell'avanguardia, e al tempo stesso offrire
modelli anni Venti, anni Trenta, anni Quaranta, anni Cinquanta,
persino nella riscoperta di forme desuete delle automobili di
metà secolo.
I mass media ripropongono un'iconografia ottocentesca, il
realismo fiabesco, l'opulenza giunonica di Mae West e la grazia
ano-ressica delle ultime indossatrici, la Bellezza nera di Naomi
Campbell e quella anglosassone di Kate Moss, la grazia del tip
tap tradizionale di A Chorus Line e le architetture futuristiche
e agghiaccianti di Blade Runner, la donna fatale di tante
trasmissioni televisive o di tanta pubblicità e la ragazza acqua
e sapone alla Julia Roberts o alla Cameron Diaz, Rambo e
Platinette, George Clooney dai capelli corti e i neo-cyborg che
metallizzano il volto e trasformano i capelli in una foresta di
cuspidi colorate o si radono a zero.
Il nostro esploratore del futuro non potrà più individuare
l'ideale estetico diffuso dai mass media del XX secolo e oltre.
Dovrà arrendersi di fronte all'orgia della tolleranza, al
sincretismo totale, all'assoluto e inarrestabile politeismo
della Bellezza.”
Nella foto: Maria Zanoni e lo scrittore Umberto Eco nell'Aula
Magna dell'Unical
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pubblicato il 11
Maggio 2005
Addio al poeta
MARIO LUZI
di Pierfranco Bruni
La poesia è fatta di tempo e di luoghi. Le metafore che
circondano le parole nell’immenso destino del sogno sono,
appunto, quei luoghi che recitano lo spazio. Mario Luzi (Firenze
1914 – 2005) è un poeta nel tempo dello spazio nel quale i
luoghi dell’essere sono fatti di sguardi ancorati alla memoria.
Un intreccio che è conoscenza e dimensione dell’essere. La
poesia, dunque. Una didattica sulla poesia. Bisognerebbe
riflettere. Dovremmo spingerci verso una metodologia della
didattica della poesia. Ma in modo serio. Il poeta è nel tempo.
Chi continua negli esercizi linguistici non conosce il tempo
perché non conosce l'emozione, lo stupore, la meraviglia, il
dolore, la gioia, la passione. Luzi ha sempre creduto
all’insegnamento della parola poetica. Tanti i suoi libri da
quel 1935 quando uscì La barca. Sino a L’adorazione dei Magi e
dei pastori: un classico nella sua costante ricerca di infinito.
La parola come la vita in Luzi. La parola nella vita. E,
chiaramente, viceversa. Spesso si dibatte sulla funzione della
poesia. Un gioco infinito ma anche indefinibile. Ci cattura. Ci
aggredisce. Ci abbandona. Vive dentro di noi. Vive fuori di noi.
Ma non voglio parlare di questo. Il poeta è uno scrittore. Lo
scrittore non sempre è un poeta. Il poeta è attraversato dalle
alchimie. Lo scrittore forse del pensare, di quel pensare che
può conoscere magia e mistero ma può anche non conoscere i
sentieri dell'incantesimo. Voglio andare oltre. I luoghi dello
scrittore. I luoghi del poeta. I vizi. Gli assurdi.
Il poeta e lo scrittore hanno una loro geografia. Metaforica e
fisica. Le case e il sogno. O la fantasia e l'allegoria. Il
tempo. Il tempo nella geografia dell'anima e nella geografia del
vedere, del toccare. I luoghi dello scrittore (quelli fisici
inizialmente) diventano ben presto i luoghi e gli spazi della
letteratura. Il più delle volte la geografia dello scrittore si
impossessa dello stesso linguaggio. Un linguaggio che è recita
di tempo e di modelli esistenziali. Lo scrittore si forma con il
linguaggio recuperando alla memoria i segni del quotidiano. Una
volta recuperati questi gesti bisogna assorbirli e non renderli
rappresentativi.
La rappresentazione uccide l'atto poetico, uccide la favola, la
magia, il mistero. Perché rende l'effetto creativo stesso come
elemento di un realismo immediato. Lo stesso luogo non può
essere una dimensione che conduce alla descrizione. Deve
servirsi della metafora perché è la metafora che si impossessa
di tutto il vissuto.
Mario Luzi in Vero e verso Scritti sui poeti e sulla letteratura
ha sottolineato: "Il mistero è invece l'habitat, possiamo dire,
ordinario del poeta, per quanto realistica possa essere la sua
tesi o ipotesi di lavoro. Ci sono poeti che si professano,
appunto, realisti e fondano la propria poetica sul realismo -
anch'esso richiederebbe una più precisa definizione - prendiamo
Brecht, per esempio: neanche lui potrebbe negare che c'è un
margine di mistero nella trasformazione che il suo realismo, la
sua capacità di analisi realistica del mondo è poi costretta a
subire nel processo creativo, nel tradursi in un testo poetico".
Ed è vero quello che dice Luzi. Anche in Brecht si può leggere
la dimensione della memoria oltre il realismo. La poesia come
messaggio universale ma è tale perché si assottiglia il rapporto
con il reale e prende il sopravvento il misterioso. Il tempo in
letteratura non conosce il presente ma lo attraverso e lo
conosce successivamente ma nel momento in cui lo ha conosciuto è
già passato. In questo passato si definisce la nostalgia che in
letteratura la si legge anche come patos.
Lo scrittore deve fare i conti con questi attraversamenti. In
fondo il suo mondo (che è fatto di sentieri di parole e di
sentieri di anima) non è un giocare con il presente e i luoghi
della sua esistenza diventano metafora letterariamente ma anche
antropologicamente. I luoghi dell'essere sono i luoghi del
tempo. Sono i luoghi che fanno della parola un immenso
universale. Un indefinito. La Sicilia per Pirandello, la
Calabria per Alvaro, il Piemonte per Pavese, la Sardegna per
Deledda, la Liguria per Caproni, la Toscana per Pratolini,
Napoli per Domenico Rea. Soltanto esempi. Ma ci sono precise
indicazioni che creano una ragnatela di suggerimenti onirici. I
luoghi di Luzi sono nel cerchio magico delle immagini –
metafore.
Il luogo viene sempre ad essere vissuto come destino di
appartenenza. In Luzi c’è un’appartenenza fatta di cose e di
simboli. appartenere ad un luogo che è stato un a - priori.
Ovvero un riferimento ancestrale. Perché sì. Questo luogo di
solito è il luogo dell'infanzia che si traduce come il luogo
delle origini e le origini sono un richiamo che ci porta al
senso della nascita. Origini come radici. Un legame che unisce
ancora di più un orizzonte non solo letterario ma umano.
In questo proscenio il tempo e lo spazio sono decifrazione,
appunto, di un mistero. Ma sia il tempo che lo spazio
definiscono il luogo o i luoghi, come già si diceva. Ancora
Luzi: "Mistero, d'altronde, non deve essere pensato come
impossibilità, o rinunzia a conoscere, ma come modo altro della
conoscenza, come modo particolare di conoscenza; conoscenza per
mistero è una elargizione della fede, un dono dell'iniziazione
confortato dal pensiero teologico, ma lo è anche per altri campi
tra cui, appunto, la poesia".
La poesia come motivazione. L'ancestrale desiderio di ritrovare
il luogo è un costante bisogno di ritrovar - si. Ritrovarsi,
dunque, è un indefinibile desiderio che cattura, tra l'altro, il
bisogno di conoscenza. Riconoscer - si nei luoghi è riconoscere
un tempo e uno spazio. Ritrovarsi, riconoscersi, ritornare.
Appunto il viaggio che va verso il sentimento del nostos.
Lo scrittore ha come filo conduttore un legame, appunto,
ancestrale, forse inconscio, ma che diventa simbolico. Il
linguaggio si nutre di simboli. Altrimenti si perde, si
dimentica. Ecco perché il luogo ha sempre un valore metafisico.
Non potrebbe essere diversamente. E dentro il luogo ci sono i
luoghi. Il paese, il quartiere, la via, la piazza, il bar,
l'incontro. Tutto questo lo si potrebbe riassumere come la
"circostanza" del paesamento.
Lo scrittore cerca di allontanarsi dallo spaesamento facendo
ritorno al centro. Il centro del luogo o dei piccoli luoghi è il
ritornare. Ma questo luogo che è la metafisica di una esistenza
e la metafora della parola che richiama echi antichi non è altro
che il destino che accomuna in una identità che ha sempre una
sua visione omerica. Questo luogo non può che essere definito
allegoricamente con il concetto che rimanda alla metafora, ormai
antica ma sempre valida, di Itaca.
Lo scrittore che cerca il paesamento o che si cerca nello
spaesamento è sempre uno scrittore della nostalgia. Un paese
vuol dire non essere soli raccontava Pavese. "Pensa a Itaca,
sempre,/il tuo destino ti ci porterà" recitava Kavafis. Bisogna
sempre pensare a quest'Itaca. Quando la si è lasciata la si
porta dentro. Quando si vive fisicamente Itaca continuerà ad
essere la nostra meta. E', in fondo, il viaggio. Lo scrittore
che dimentica è lo scrittore che si è lasciato intrappolare
dall'assenza. Uno scrittore attraversato dall'assenza sa di
essere aggredito dal vuoto.
L'assenza è assentarsi. Per lo scrittore è smarrirsi. La perdita
del luogo letterariamente diventa una "vacanza" ma soprattutto
la si legge come un lutto e quindi come l'intrappolamento
dell'angoscia. E' da questa angoscia che lo scrittore deve
cercare di uscir fuori. La fuga, in questo caso, è piuttosto una
fuga dall'angoscia che mira a riconquistare un destino. Ma in
Luzi non c’è deriva. C’è una ontologia dello spazio e del tempo.
La letteratura è la metafora del luogo perché in essa si
recupera l'agonia dello smarrimento in una dimensione non del
rifuggir - si nel luogo ma ritrovare il luogo e quindi lacerare
così anche il sentimento della distanza. Ritornare è in fondo è
"ricostruire un universo perduto" (come dice Luzi).
Sostanzialmente l'idea omerica è un destino e resta tale in un
tempo che non può essere reale e che in letteratura si traduce
nell'orizzonte della memoria.
La letteratura è un orizzonte che va oltre la linea ma lo
scrittore non è un confine. Il poeta è un vagare. La poesia non
è un percorso. E' una geografia del tempo e dell'essere. Si è
stati si dice in poesia. Non si è. Perché se si è, si è già
stati. La poesia è una metafora che intaglia nell'essere
attraverso anche la fisicità. Un giocare con l'anima, con le
disarmonie - armonie del cuore, con le linee del corpo.
Insomma vivere la poesia non è in un vivere astratto. La realtà
esiste ma la realtà conosce le maschere e le finzioni. Forse nel
sogno. Forse oltre… Bisogna proprio riprendersi il perduto per
essere nell'anima della poesia ricostruendosi nel tempo che
fugge. E' il tempo che fugge una geografia indefinibile, come è
indefinibile la nostalgia della parola che sfiora le labbra in
una leggera carezza tra amanti nella tenerezza, nella passione,
nel respiro di un silenzio. A volte la poesia è anche silenzio.
Bisogna saperla ascoltare. Il silenzio della poesia di Luzi è
incanto dello sguardo. Oltre ogni luogo reale ma nel luogo del
sempre.
Il poeta è il silenzio. Ma il silenzio è un linguaggio
nell'indefinibilità dell'essere e del tempo. I rimandi letterari
sono necessari, ma perché cercarli? Verranno da soli. Oltre i
luoghi. O nei luoghi. Oppure, chissà? Il viaggio di Mario Luzi è
un incidere nel solco di una memoria che supera ogni steccato
geografico perché è la geografia dell’essere che si fa
misterioso cammino. Un io nel simbolico che chiosa la favola
indefinibile dell’uomo che non può dimenticare.
Un viaggio che si fa oggi ancora di più indefinibile. Ed è quel
viaggio nell’amore che va oltre i limiti. Così in una poesia del
2004 da Dottrina dell’estremo principiante: “L’amore aiuta a
vivere, a durare,/l’amore annulla e dà principio. E quando/chi
soffre o langue e spera, se anche spera, che un soccorso
s’annunci di lontano,/è in lui, un soffio basta a
suscitarlo./Questo ho imparato e dimenticato mille volte,/ora da
te mi torna fatto chiaro,/ora prende vivezza e verità.//La mia
pena è durare oltre quest’attimo”.
Nella foto: il poeta
Mario Luzi, spentosi lunedì 9 maggio 2005 |
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pubblicato il 2 Maggio
2005
Maria Zanoni
rilegge Roberto Vecchioni
Luci
a San Siro... di questa sera: Roberto Vecchioni in concerto al
Politeama di Catanzaro.
Una straordinaria performance teatrale, più che il solito
concerto.
Un ritorno al "lirismo" che privilegia la parola, la "sua"
musicalità, l'incanto che può esibire quando è nuda e cruda
davanti a tutti.
L'Artista canta, sussurra, colloquia, accompagnato solo da due
musicisti: uno al pianoforte, l'altro al contrabbasso.
Un “recital” che sta tra il cabaret espressionista, il recitar
cantando e il canto-confessione (come dice Vecchioni stesso); e
si presenta come un varietà da camera in cui le canzoni sono
ovviamente protagoniste.
Le canzoni che confessano disagio, dolore e speranza attraverso
la favola, il mito, le identificazioni storiche, gli amici, i
grandi "vecchi", come afferma lo stesso cantante che spesso ama
ricordare: “Più si va avanti negli anni e più si
ringiovanisce nella coscienza e nel cuore. Puoi sfidare le
cose. Non te ne frega più niente. Dici le cose che vuoi dire. Il
senso delle cose, piccole o grandi che siano, si confonde e
scompare, mentre il senso dell'amore rimane intatto ed eterno”.
E come non condividere?!?
Vecchioni dialoga magistralmente con il pubblico, tra letture di
brani di favole e omaggi a Van Gogh, a Gauguin, a Pessoa, a
Dante Alighieri, in mezzo ad una scenografia che non distrae, ma
fa pensare: libri accanto al pianoforte; e ancora libri vicino
ad una sedia.
E il “cantante-poeta-prof” racconta storie di vita, anche della
sua vita; e, col tipico gusto dell'appassionato di crittografia,
nelle pieghe occulte dei suoi versi racconta storia e
letteratura.
Ho ri-scoperto Roberto Vecchioni in una calda serata d’agosto
2004 in Calabria.
Lì ho conosciuto il cantante, il poeta, l’uomo.
E non era quello incontrato negli anni sessanta.
Erano diverse le parole, le note, le sensazioni, le emozioni;
diversi anche i sorrisi, gli incanti, i ricordi all’animo di chi
(come me) andava al concerto più per una sfida, una curiosità,
che per il piacere di godersi il cantante preferito e rivivere
emozioni.
Parlavo spesso di Vecchioni con un’amica carissima e mi
chiedevo: cosa potrà trovare nei testi e nella musica di un
attempato cantautore una giovane “innamoratissima del mitico
Roberto”?
E spesso riflettevo su quanto dice sul viaggio poetico e
musicale di Roberto Vecchioni il mio amico Pierfranco Bruni nel
suo libro “Fabrizio De Andrè – il cantico del sognatore
mediterraneo”.
Bruni, saggista attento, indagando sulla poesia italiana, rileva
che “la poesia, come forma tradizionale negli anni Sessanta si
trovava a vivere un processo di dissolvimento non solo della
parola, ma nei contenuti. E in aiuto alla poesia venne la
canzone d’autore. Da una parte (per citare soltanto alcuni nomi)
i Gino Paoli, i Luigi Tenco, i Bruno Lauzi e dall’altra Fabrizio
De Andrè, Lucio Battisti, Francesco De Gregori, Franco Battiato,
Riccardo Cocciante e poi Claudio Baglioni, Antonello Venditti,
Roberto Vecchioni.
La novità esemplare fu che la maggior parte di questi cantautori
proveniva da una scuola di pensiero che, nonostante
sottolineasse l’impegno e il realismo, cantava l’amore,
l’emozione degli incontri, il rimpianto del tempo che passa, la
lontananza, la nostalgia, l’abbandono. [...] La parola così
ritornava a vivere. Anzi ad essere presente nei codici del
sentimento che si faceva vita. La presenza della poesia e dei
poeti era un attraversamento non di mestiere ma di parametri
emozionali, che davano senso all’incontro tra parola e musica.
[...] Si pensi al recupero della tradizione poetica di Roberto
Vecchioni. [...] L’autore di El bandolero stanco conosce molto
bene la letteratura e nei suoi testi ci sono segnali precisi che
vanno da Pavese, a Pascoli, a Rimbaud, a Penna, ad Alda Merini,
dalla letteratura greca a quella latina e così via. [...] un
viaggio nel cerchio magico della parola-mistero”.
Il confronto di opinioni con i miei amici creò in me curiosità e
nello stesso tempo un po’ di rimorso per aver “trascurato” uno
dei grandi.
Le canzoni di Vecchioni erano passate sulla mia pelle di liceale
senza lasciare segno evidente.
Erano quelli gli anni della contestazione giovanile che si
consumava nelle grandi città, ma che nelle nostre realtà di
provincia aveva scenari diversi.
Era il tempo in cui le canzoni davano emozioni e creavano
legami; accompagnavano i primi amori, le delusioni, le
lontananze, le nostalgie.
E così, le note delle canzoni di Mina, Celentano, Morandi, dei
Beatles e poi ancora di Battisti e Baglioni scandivano il tempo
della mia vita, accompagnando le mie solitudini e caricando i
momenti di gioia.
Eravamo alla metà degli anni Settanta, quando da una radio
locale conducevo un programma di musica e poesia, scegliendo
dall’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters liriche
significative e struggenti che affascinavano e trascinavano
verso la poesia un pubblico sempre più distratto e intrappolato
dal consumismo e dalle mode del momento.
Intanto Fabrizio De Andrè realizzava l’album “Non al denaro non
all’amore né al cielo” in cui il cantautore ligure ha riletto
l’opera dello scrittore americano.
Quanto tempo è passato da allora... Oggi, nella stagione dei
bilanci, quel senso di curiosità-rimorso, mi ha portato a
riscoprire Roberto Vecchioni e la sua poesia che valica i
confini del tempo.
È così che ho iniziato un viaggio alla scoperta dei legami che
uniscono le canzoni alla poesia, alla letteratura e alla storia,
per dimostrare come ci si possa avvicinare alla storia e alla
letteratura, non soltanto attraverso le pagine dei manuali, ma
anche con le canzoni.
Non a caso Vecchioni afferma sull’enciclopedia Treccani: “La
canzone d'autore, pur partendo da due modelli semantici
preesistenti (il linguaggio poetico e la notazione musicale) non
si presenta come somma aritmetica dell'uno e dell'altra.
Essa è già alla sua origine unità inscindibile di racconto
elaborato su figure letterarie proprie e tessuto metrico che
accompagna liberamente le parole.
Non si possono separare musica e testo e non si può prescindere
dall'interpretazione che diventa terzo elemento semantico
essenziale: siamo di fronte alla nascita di una forma d'arte e
più particolarmente di un genere letterario nuovo”.
E ancora, non a caso, nell’anno scolastico 1999-2000 il prof
Vecchioni ha promosso oltre 40 appuntamenti con le scuole
superiori e le università italiane, incontrando oltre 50.000
studenti sul tema "Musica e poesia", illustrando l'evoluzione
storica della canzone d'autore, impegnandosi a diversi livelli
per il riconoscimento pieno della canzone come forma poetica a
se stante, forma espressiva ricca e potente che muove sui tre
canali semantici della scrittura poetica, del brano musicale e
dell'interpretazione teatrale.
Oltremodo incuriosita da una affermazione del prof Vecchioni:
"Quando a scuola tengo una lezione di storia" "non parlo mai di
date, di fatti, ma di antropologia”, ho cominciato a leggere con
attenzione i suoi libri.
Viaggi del tempo immobile (1996), è la storia di
Teliqalipukt, il protagonista immortale con il compito di
raccontare i propri vissuti con uomini storici illustri. È
l’Artista che racconta ad un gruppo di bambini le paure, gli
amori, i sentimenti, il lato più umano, insomma, di vari
personaggi della Storia: Alessandro Magno e Fernand De Saussure,
Saffo, Andromaca e Miguel de Cervantes, Napoleone e Rimbaud.
Le parole non le portano le cicogne (2000) tratta
dell’incontro di una diciassettenne inquieta, Vera, con un
vecchio linguista dolcissimo ed eccentrico, Otto November, che
le svela quanta forza e vitalità custodisca ogni lingua, non con
enfasi accademica, ma con il linguaggio semplice della vita.
Il libraio di Selinunte (2004) narra la storia di un uomo
misterioso, un libraio che narra i suoi libri più che venderli e
che riesce a stabilire un magico legame solo con Frullo, un
ragazzo tredicenne che, nascosto dietro due pile di libri, lo
ascolta leggere ogni sera i passi più belli dei grandi poeti e
romanzieri di ogni tempo. E quelle parole, per Frullo come per
ogni lettore, spalancano di colpo un universo di emozioni e di
storie che hanno un'eco lunga, come una favola infinita.
La “nostalgia di vivere” è il motivo di fondo che anima i
personaggi letterari e storici di cui è ricca la produzione
artistica del cantautore brianzolo.
Fernando Pessoa, Saffo, Alda Merini, Thomas Mann, sono gli
autori cantati da Vecchioni che esprimono questo sentimento di
grande attaccamento alla vita, nei quali l’autore proietta
sempre qualcosa di sé.
Nella canzone Lettere d’amore entriamo nell’animo del
poeta portoghese Pessoa, che, alla fine dei suoi giorni,
fortemente attaccato alla vita, comprende di aver cercato di
capire il mondo scrivendo migliaia di pagine, ma di essersi
dimenticato di scrivere lettere d’amore.
...e capì che “invece di continuare a tormentarsi
con un mondo assurdo
basterebbe toccare il corpo di una donna,
rispondere a uno sguardo... E scrivere d'amore,
e scrivere d'amore”....
Nelle parole della Canzone per Alda Merini, traspare la
volontà di affermare il proprio disperato desiderio di vivere:
basta anche un niente per essere felici,
basta vivere come le cose che dici,
e di vederti in tutti gli amori che hai
per non perderti, perderti, perderti mai.
Il brano La bellezza mi regala forti emozioni.
Nella canzone, ispirata al racconto La morte a Venezia di Thomas
Mann, traspare il rimpianto per il tempo che passa. Ma la
concezione che Vecchioni ha del tempo è particolare: è come se i
suoi personaggi dilatassero il tempo della propria esistenza
rimanendo ancorati a piccoli frammenti di vita.
Passa la bellezza
nei tuoi occhi neri,
scende sui tuoi fianchi
e sono sogni i tuoi pensieri...
Venezia "inverosimile
più di ogni altra città"
è un canto di sirene,
l'ultima opportunità
ho la morte e la vita tra le mani
coi miei trucchi da vecchio senza dignità:
se avessi vent'anni
ti verrei a cercare,
se ne avessi quaranta, ragazzo,
ti potrei comprare,
a cinquanta, come invece ne ho
ti sto solo a guardare ...
E le note di Marika, dall’ultimo album "Rotary club of
Malindi":
“Canta Marika canta che da domani tornano le stelle,
canta noi siamo il sangue che scorre nella tua pelle,
canta non ti fermare, non ti voltare, gira tra la gente,
siamo nelle tue mani, un vento sale un vento scende
dietro è il domani, domani è il presente”
mi riportano alla mente la Marika, dagli occhi dolci, grandi,
pungenti, dal sorriso antico, che sapeva amare, “trafitta dal
vento della morte in un giorno d’estate” che anima le pagine de
“L’ultima primavera” (1998) di Pierfranco Bruni.
“Dopo la morte di Marika... non ho mai visto / il cielo / urlare
di sangue / come in questi giorni / mentre le mie parole
(continua Bruni) inchiodano silenzi / mentre / le voci di sabbia
/ impallidiscono...”
E’ la stessa Marika dell’ultimo romanzo di Bruni Quando
fioriscono i rovi. (2004):
“Marika, occhi di oceano che restano nel vento della memoria”...
“Sei dentro di me come un’aurora che entra nel giorno”...
“Lo so che ritrovarti è soltanto un arcobaleno di metafore
ma lasciami questa nostalgia che è graffiata nell’anima”...
Una metafora nella finzione e nella realtà, che continua a
vivere nella coscienza dei nostri giorni.
Cesare Pavese ne Il mestiere di vivere ha scritto:
“Non si ricordano i giorni, si ricordano gli attimi”.
E sono proprio gli attimi che la musica spesso aiuta a fermare e
a riscoprire.
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