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EDITORIALI
Letteratura pag. 1
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Editoriali, recensioni e saggi di LETTERATURA
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pubblicato il 23 ottobre
2009
Oriana Fallaci
nell’Ottantesimo della nascita
e a tre anni
dalla morte.
Una scrittrice
sui confini dei Mediterranei
di Pierfranco Bruni
Ottant’anni
fa nasceva Oriani F allaci, nel 1929. Moriva il 15 settembre di tre
anni fa, 2006. Non solo una giornalista ma una scrittrice che ha
penetrato i sentieri delle parole attraversando luoghi e vivendo
avventure e destini. Non può che stare con orgoglio e senza
pregiudizi nella storia della letteratura italiana del Novecento.
Una scrittrice che ha saputo
raccontare la nostra contemporaneità tra le tragedie della
modernità. Passare per le parole e giungere al limitare degli
orizzonti. Quegli orizzonti, che per la Fallaci, segnano il confine
tra l’Occidente e il Mediterraneo.
Il deserto, forse l’esilio e le
donne che sembrano impastate da intreccio che recita rivoluzione e
senso di una assenza. Passate le parole restano le immagini e le
immagini fanno la storia, la storia di una visione della vita e
dello spazio nel quale si abita la nostra esistenza. Ma forse più
della rivoluzione può la consapevolezza di vivere dentro una
temperie fatta di scontri, di guerre, di viaggi tra il mare, il
deserto, le sabbie, le frontiere, le trincee e gli amori spezzati
proprio nel momento in cui si affollano le comprensioni o le
interpretazioni dei destini.
Una storia. Certo, quella di Oriana
Fallaci che non ha mai conosciuto rinunce ma è stata dentro quegli
orizzonti tra Occidente e Oriente. Una metà di un Mediterraneo che è
dentro in ognuno di noi.
Una giornalista che è entrata nella
letteratura. Anzi una scrittrice che ha “fisicamente” e
letterariamente “cucinato” il linguaggio giornalistico con quello di
una scrittura rapida, in cui il narrato, il vissuto, il sofferto, il
visto si è trasformato nelle lunghe sfide che hanno abbracciato la
vita trasformandola in un destino proprio sul filo della
letteratura. Anche le sue interviste hanno raccontato, anche le sue
interviste hanno fatto storia, anche le sue interviste sono il
narrato di un pezzo di esistenza non solo di Oriana Fallaci ma di un
contesto che è quello di una civiltà che si è giocata la propria
eredità ed identità tra i rossi tramonti abbruniti degli spari tra
le trincee dove gli uomini muoiono veramente e i popoli si sradicano
e la ricerca di una affermazione di umanità.
L’Occidente con gli Stati Uniti
d’America sono stati il perno di una formazione culturale dentro la
quale la controrivoluzionaria Fallaci ha definito la sua non
stanzialità e il suo nomadismo legati ad un bisogno di sapere e di
conoscere. Nel 1969 pubblica la sua esperienza di un anno di guerra
in Vietnam in un libro dal titolo: “Niente è così sia”. Ma sono gli
anni di una contestazione non solo studentesca ma esistenziale. La
Fallaci, come Pasolini, guarda con sospetto i figli di papà che
inneggiano a Che Guevara e crede ben poco alla risoluzione di
quelle piazze occupate in Italia o in Francia. Sembra tutto ben poca
cosa rispetto a ciò che avviene in India, in Pakistan, in Sud
America, in Medio Oriente.
C’è un Occidente, in quegli anni,
che esplora con l’Apollo 12 la luna e un Medio Oriente in costante
conflitto. La Fallaci non vuole restare soltanto una testimone dei
fatti che raccontano sempre mosaici di vita. Il suo rapporto con
Alekos Panagulis, conosciuto, in Grecia, il 21 agosto del 1973 è uno
dei tasselli importanti, straordinari, unici sia per il suo cammino
letterario sia soprattutto per quello intimo, sentimentale,
esistenziale. L’incontro tra i due avviene proprio nel giorno in cui
Panagulis esce dal carcere. Un incontro che diventa una unione di
passione e di condivisioni. Il loro rapporto dura soltanto tre anni,
perché Panagulis muore in un misterioso incidente stradale il 1
maggio del 1976.
Una storia, dunque, che racconta la
Grecia dei colonnelli e la vita di Un uomo.
Il suo romanzo del 1979 ha per
titolo, appunto, “Un uomo”. La stessa Fallaci parlando di questo
libro, in una intervista, dirà: “Un libro sulla solitudine
dell’individuo che rifiuta d’essere catalogato, schematizzato,
incasellato dalle mode, dalle ideologie, dalle società, dal Potere.
Un libro sulla tragedia del poeta che non vuol essere e non è un
uomo – massa, strumento di coloro che comandano, di coloro che
promettono, di coloro che spaventano…”. Un romanzo nella grecità
profonda e moderna come era stato il suo primo romanzo del 1962 dal
titolo: “Penelope alla guerra”, nel quale si racconta la storia di
una donna che non vuole attendere il suo Ulisse e si metaforizza in
una Penelope che viaggia e lascia le mura di Itaca per penetrare il
senso di una identità in una ricerca verso le libertà come valore di
una consapevolezza.
Anche qui si registra uno scontro
diretto con le eredità mediterranee alle quali la Fallaci si oppone
con una forza umana tutta occidentale e scavata nel proprio tempo
senza cedere a nostalgie o rimpianti che risultano come misure della
storia. Due tappe fondamentali nella scrittrice Fallaci sino ad
arrivare agli anni Novanta, passando attraverso le storie e la
storia e soprattutto nel tanto discusso e non ipocrita “Lettera ad
un bambino mai nato” che oggi si presenta come un atto quasi
profetico se si pensa che la prima edizione vide la luce nel 1975,
che vengono caratterizzati dall’imponente romanzo “Insciallah”,
pubblicato nel 1990.
Il romanzo – saggio nasce
all’interno di una “sua spedizione” tra le truppe italiane che erano
state inviate nel 1983 a Beirut. Un racconto affascinante tragico,
dolorante e contemplante ma anche irruente. “Non di rado infatti
sfuggo all’esilio delle scartoffie e non osservato osservo. Ascolto,
spio, rubo alla realtà. Poi la correggo, la realtà, la reinvesto, la
ricreo, e con l’amletico scudiero ecco il discepolo generale che
crede di poter sconfiggere la Morte, ecco il suo disincanto ed
estroso consigliere, ecco il suo erudito e bizzarro capo di Stato
Maggiore, ecco i suoi ufficiali ora bellicosi e ora mansueti, ecco
la moltitudine sfaccettata della sua truppa…” (Da una lettera del
Professore, nel testo).
Un filo consistente lega
“Insciallah” con gli scritti successivi. Un Medio Oriente che è
sempre più terra di deserti, di scontri, di viaggi nella tragedia e
un Occidente che si affaccia sia geograficamente che culturalmente
ad un Mediterraneo fatto di tanti altri Mediterranei che si
raccontano nelle loro avventure e nei loro ambigui territori: alla
ricerca di una cristianità profonda e di un fondamentalismo islamico
che approderà alla tragedia dell’11 settembre.
Cosa sono, in fondo, gli ultimi
suoi libri: “La forza della ragione”, “La rabbia e l’orgoglio” e
“L’Apocalisse” che racchiude anche “Oriana Fallaci intervista se
stessa”? Sono un superamento culturale sia della storia e identità
musulmana sia delle eredità mediterranee. Il tutto nell’orgoglio di
un Occidente che dovrebbe però smettere di tessere e ritessere
quella tela metaforica e reale incarnata da Penelope. Ormai
Penelope è andata alla guerra. L’orizzonte di sabbia e di deserto,
di mare e di acqua e le contraddizioni delle metropoli e di un
Occidente sempre più americanizzato sono in costante conflitto.
La Fallaci ci invita ad una scelta.
Il Mediterraneo resta un orizzonte nella storia ma anche nelle
pretese del futuro, il Medio Oriente è un islamismo che invade e
l’Occidente della civiltà moderna non può che essere nella nostra
contemporaneità. Ma c’è una storia che si trasforma in memoria e c’è
un uomo che è dentro la vita di Oriana che non smette di parlare
come un eroe nella bellezza delle parole, di quelle parole che per
restare non possono che essere passione. La passione della
scrittura.
La passione della parola in una
scrittrice tra confini. L’Oriente e l’Occidente. E le donne che
restano impastate nella sabbia del deserto e nelle piramidi delle
vetrate dei grattacieli occidentali. Una storia dalla quale
raccogliere un seme.
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pubblicato il 5
settembre
2009
Tra la notte del 26 e 27 agosto di 59 anni fa moriva Cesare
Pavese
Uno scrittore nell’attesa della cristianità.
E a 60 anni dalla pubblicazione de “La casa in collina”
di Marilena Cavallo
59 anni fa si toglieva la vita, nell’Albergo Roma di Torino,
Cesare Pavese. Era la notte tra il 26 e il 27 agosto del 1950.
Uno scrittore che ha lasciato chiaramente un segno indelebile
all’interno del contesto letterario del Novecento non solo dal
punto di vista problematico ma anche per gli aspetti linguistici
che ha innervato nei processi comunicativi della letteratura
moderna. Uno scrittore che ha attraversato la stagione del
neorealismo non focalizzando l’attenzione sulla realtà ma sulle
metafore espresse dalla condizione esistenziale della
contemporaneità.
Pavese è stato uno scrittore calato fino in fondo nella sua
contemporaneità e nel suo presente attingendo però sempre
modelli dalla cultura classica e in particolare dai mito greco –
romani. La pagina del mito è stata un riferimento fondante nei
processi umani calati nella poetica dei simboli. Pavese ha
ricostruito i tasselli della storia attraverso la griglia di una
visione simbolica in cui il simbolo è parte integrante
dell’immaginario. Un immaginario che è figlio non della stessa
ma del sogno.
Dalla poesia ai romanzi il percorso di Pavese è stato sempre sia
poeticamente che linguisticamente coerente. “La luna e i falò”
non deve essere letto soltanto come il romanzo che ha percorso
le tragedie della guerra civile ma soprattutto come il romanzo
in cui i personaggi sono ben definiti e consolidati dalla
consapevolezza di vivere dentro un destino. Mai avventura ma
destino. Così come quelli che si rintracciano in “La casa in
collina”, pubblicato proprio sessant’anni fa, le cui matrici
hanno, tra l’altro, una forte valenza, lirico – religiosa. Un
romanzo – cerniera tra stagioni di testimonianza creativa e
pensiero critico.
La religiosità in Pavese non sta nella riflessione di una
“ragione” o nella intuizione di un processo storico ma nella sua
religiosità ci sono gli elementi di un raccordo tra il mistero
(che non è ricerca) e il bisogno di preghiera.
Infatti, Pavese, soprattutto negli ultimi anni e dopo “Dialoghi
con Leucò” che del 1947, vive in una dimensione quasi metafisica
che lo avvicina ad una cultura della spiritualità. Giunge alla
religiosità non superando l’immaginario del mito ma
attraversandolo completamente. È come se si consumasse il dato
di una cultura “pagana” per entrare in una “identità”,
chiamiamola così, cristiana. Perché non si può parlare di
“fenomeno” religioso in Pavese ma sostanzialmente si dovrà
insistere su una visione prettamente cristiana.
In Pavese c’è il “territorio” dell’umanità che viene espresso
grazie ai personaggi e questo territorio diventa, con la
definizione dei personaggi stessi, un tessuto che presenta una
simbologia cristiana. Pavese si toglie la vita in una notte di
fine agosto in una città in solitudine, come molti quotidiani di
quel tempo hanno cesellato. Sul comodino accanto al letto un
solo libro. Non l’ultimo. Ma il suo libro, ovvero “Dialoghi con
Leucò”.
Perché si può definire il “suo” libro. Perché dentro questi
“Dialoghi” c’è una riscoperta e quindi una rilettura del
rapporto tra l’uomo terra e l’uomo mistero, tra l’uomo – umanità
e l’uomo – onirico. Quel suo “scendere nel gorgo muti” di “Verrà
la morte e avrà i tuoi occhi” è la cifra di una esistenza sia
omerica che virgiliana che va oltre lo stesso mito perché si
affaccia sui lidi della provvidenza e forse della profezia.
Oggi riproporre Pavese non significa soltanto riproporre uno
scrittore ma definire una letteratura che è quella non del
“nostos” e tanto meno una letteratura dentro le griglie dello
storicismo ma una scrittura e una poetica della quotidiana
tragedia del vivere pur nella costante attesa di una pascaliana
cristianità: un po’ alla De Unamuno, forse alla Kiekegaard e
certamente sulla linea di Mircea Elide e di Maria Zambrano.
Il mito che dialoga con il sacro. Ulisse che annuncia il viaggio
di Enea e che a sua volta traccia alcuni segni che impegneranno
San Paolo. Ebbene, credo che Pavese, ormai, vada letto in modo
comparato nell’affascinante viaggio tra letteratura, mistero,
mito e sacro. Anche i suoi romanzi, come “Il carcere”, o i
racconti, come “Paesi tuoi”, troverebbero una interpretazione
che va oltre la storia per restare letteratura dentro la
letteratura.
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pubblicato il 5
settembre
2009
Il 4
settembre di 20 anni fa moriva Georges Simenon
di
Marilena Cavallo
Il 4
settembre del 1989 (venti anni fa) moriva Georges Simenon. Se c'è
un elemento fortemente esistenziale che ha caratterizzato i
personaggi di Georges Simenon (dalle opere dedicate al commissario
Maigret ai romanzi che condensano un respiro più ampiamente
problematico) è certamente la solitudine. Una solitudine che ha
sempre offerto una chiave di lettura tutta intrisa di quella
malinconia cara ai chansonnier.
Georges Simenon. Uno scrittore che ha saputo trasmettere le
vibrazioni della vita nelle sue diverse sfaccettature: dalla cronaca
al sublime. Ebbene sì, ogni suo racconto (ovvero ogni suo
raccontare) ha una "leggerezza" epidermica. Il linguaggio ha la
pazienza e i toni dei tiepidi autunni o delle albe affogate nella
nebbia. Un linguaggio nella pacatezza delle descrizioni e in uno
scenario che invita alla meditazione.
Maigret, un personaggio da romanzo? Una letteratura che aveva
un sapore ricco di significati umani. Una letteratura, in fondo, che
univa la storia dei personaggi con quelle avventure che raccontavano
periferie, quartieri lacerati, città in bianco e nero. Quei racconti
sono rimasti come riferimento non solo dal punto di vista letterario
e culturale ma soprattutto dal punto di vista cinematografico o
televisivo.
Ma Simenon non è solo Maigret. Una scrittura limpida. Direi
scattante, avvolgente, misteriosa, gaudiosa. Una scrittura coronata
da una costante cadenza malinconica. Non solo Maigret, il nostro
commissario con quel Gino Cerci dal panciotto bonario e dalla pipa
che invogliava ad una serenità e ad una pazienza patriarcale. Non
solo Maigret con quel passo felpato sotto le note di "un giorno dopo
l'altro la vita se ne va" che ci riporta, tra l'altro, la struggente
musica di un Luigi Tenco che ha accompagnato le avventure di questo
disincantato commissario. Ma Simenon è lo scrittore di "Lettera al
mio giudice", di "Lettera a mia madre" di "L'uomo che guardava
passare i treni".
Maigret è un personaggio che resta nell'immaginario popolare e
non si cancella soprattutto nella cultura di alcune generazioni che
hanno amato il poliziesco, il giallo, l'avventura senza mai smarrire
il cuore dell'uomo. In ogni criminale, in ogni omicida, in ogni
assassino, in ogni ladro c'è sempre un briciolo di umanità che
andrebbe salvaguardata. L'uomo Maigret andava alla ricerca di questa
mollica di umanità. Forse anche questo era una lezione impartita dal
commissario e dallo scrittore.
Enigmatico e kafkiano, a volte, il
romanzo di Simenon. Oltre Maigret. I personaggi ridisegnano la loro
quotidianità anzi si ridisegnano nella quotidianità. Un piccolo
spaccato da "L'uomo che guardava passare i treni" del 1938: Popinga continuava a camminare.
Quei vagabondaggi per le strade, alla luce dei negozi, in mezzo alla
folla che gli passava accanto ignara, erano quasi tutta la sua vita.
E le mani, nelle tasche del cappotto, carezzavano meccanicamente lo
spazzolino da denti, il pennello e il rasoio".
Oltre Maigret, dunque. Si pensi a "Le finestre di fronte"
scritto nel 1932. Riferendosi anche a questo romanzo Goffredo Parise
scrisse: "Ha un predecessore… profetico: Franz Kafka… Simenon con
pochi tratti, come un grande pittore… costruisce scene costumi e
nomi e personaggi che paiono coperti dalla cipria bianca della
pittura surrealista e metafisica. La sua semplice chiara prosa di
umile scrittore di gialli è percorsa dal vento dei Balcani, evoca,
con la sola parola Mar Nero, un mare nero, descrive gli uomini a due
dimensioni: una di faccia e l'altra di profilo. Ma il profilo è una
lama sottile di rasoio geometrico". Delle pennellate che lo hanno
reso sempre sorprendente e mai banale. Così come in tutte le
inchieste di Maigret ma soprattutto negli "altri" romanzi che lo
hanno definito nella storia della letteratura del nostro secolo.
Era nato a Liegi (Belgio) il 12 febbraio del 1903. Muore a
Losanna nel 1989. Il primo libro pubblicato con il suo vero nome
risale solo al 1929: "Pietr il lettore". E' questo scritto che mette
in moto il personaggio Maigret. Nel 1944 - 1946 viene costretto ad
un periodo di esilio per le sue simpatie naziste. Si trasferisce
negli Stati Uniti. Importante "Tre camere a Manhattan" del 1946. Una
vita impiegata intorno alla parola e alla ricerca di quei personaggi
che sono nella vita. Senza metafore letterarie perché le metafore
sono, appunto, nella vita.
"Siamo arrivati fin dove abbiamo potuto. Abbiamo fatto tutto
quello che potevamo. Abbiamo voluto l'amore nella sua totalità". Si
legge in "Lettera al mio giudice". La passione, l'amore, i
sentimenti sono percorsi nella vita della letteratura. "…la
grandezza di Simenon si rivela intatta anche nell'affrontare il tema
della passione d'amore: i deliri della gelosia, l'accanimento del
sospetto, l'alcol che intontisce con provvisori oblii, la paura di
dover tornare nel deserto della solitudine e dell'abbandono…". E'
Giulio Nascimbeni che scrive.
Tutto un mondo di straordinaria emozione che affascina e che
rende quotidiano il personaggio in una storia che racconta frammenti
di quotidiano.
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pubblicato il 24 agosto
2009
Ricordando Franco Cuomo tra le strade di Taranto
a due anni dalla morte
di
Pierfranco Bruni
Sono
trascorsi due anni dalla scomparsa di Franco Cuomo. Finora non
abbiamo tenuto fede all’impegno assunto due anni fa: quello di
organizzare un convegno, una giornata di studi e di riflessioni, una
meditazione a più voci sull’opera dello scrittore che ha
attraversato la storia del templarismo attraverso un vissuto
narrato. Nel corso di questi due anni sono stati pubblicati anche
alcuni inediti. Libri postumi.
Di
recente si è parlato del suo libro (opera teatrale) su “Il caso
Matteotti”, 2009. Forse un testo insolito rispetto ai suoi studi e
alle sue ricerche ma lo scrittore c’è tutto, l’anima invasa dal
ricercatore, anzi dell’indagatore esplode con forza e stile. Ma poi
esplode “Il tradimento del Templare” (2008) con la sua
caratterizzazione e il suo scavo che è stato preceduto da “Gli
ordini cavallereschi, nel mito e nella storia di ogni tempo e paese”,
2008.
Due
anni dalla morte. Voglio qui riproporre un ricordo che non smette di
accompagnarmi. Ho un ricordo molto suggestivo e significativo di
Franco Cuomo (Napoli,
22 aprile
1938 –
Roma,
23 luglio
2007).
A volte restìo nell’aprirsi completamente al dialogo. Ma c’erano
occasioni che con poche parole si aprivano orizzonti. Amava molto la
città di Taranto e i colori della Magna Grecia. Più volte ho avuto
modo di incontralo.
In
una Taranto primaverile e quasi estiva di alcuni anni fa, dopo un
incontro svoltosi al Castello Aragonese in un piazzale strapieno di
gente che ascoltava e poneva domande sui temi cari a Franco,
passeggiando mi disse (e lo ricordo benissimo) con la sua voce lenta
e il suo accento con cadenze quasi “medioevali”: “Sai, abbiamo
parlato dei Templari, dei viaggio dei Crociati, dei simboli e dei
personaggi che hanno saputo rappresentare un mondo e una civiltà ma
alla base di tutto si poneva un interrogativo. La letteratura salva
dalla quotidianità? Io non credo, per le cose che ho raccontato ed
ho scritto, che possa salvare dal quotidiano”.
Discutemmo a lungo di letteratura e di aspetti legati alla a
questioni letterarie. Mi parlò con voce lenta dicendomi: “La
letteratura cerca di salvare la bellezza. Dame e cavalieri sono
nella storia ma senza la bellezza non avrebbero senso. Piuttosto la
letteratura permette di capire con un’altra visione, che non è
quella storicistica ma è testimonianza spirituale, la storia.
Perché, vedi, continuava a ripetermi, la storia senza il mito e la
leggenda non ha un orizzonte. Ciò che ci fa sentire partecipi
all’interno dei processi storici è la comprensione della storia come
lettura delle civiltà in una tensione che permane nella capacità di
vivere le avventure e i destini dei popoli come espressione
spirituale. Parlando dei Templari, continuò, non abbiamo parlato
della storia dei Templari ma della capacità nostra, oggi, di
riuscire a penetrare grazie ai simboli un mondo che non c’è più ma
che continua ad essere, comunque, presente. Da questo punto di
vista, lo ricordo molto bene quando mi parlava di questo anche
perché più volte siamo ritornati su tali argomenti, la bellezza non
salva la storia ma ci salva dalla cronaca della storia”.
Mi
diceva tutto questo passeggiando, con lunghe soste, sul Lungomare di
Taranto. È vero la bellezza ci salva dalla cronaca della storia. Ci
siamo incontrati diverse volte. Anche a Roma. Proprio a Roma ebbe la
fortuna di conoscerlo. Era stato Francesco Grisi a presentarmelo.
Aveva da poco pubblicato “Gunther d'Amalfi, cavaliere templare”.
Era, credo il 1989. ma ci sono stati altri momenti importanti.
Era
amico di Grisi. Me ne aveva parlato anni prima in occasione del
Premio Strega del 1986, anno in cui Grisi arrivò in finale. E
insistette molto affinché Franco Cuomo fosse inserito nella cinquina
dello Strega del 1990 proprio con il romanzo dedicato a Gunther
d’Amalfi. Con Grisi nel Ninfeo di Villa Giulia ci fermammo a
commentare non solo il Premio ma si sottolineò sulla necessità di
cambiare le modalità dei Premi.
La
presentazione dei sui libri dal 1995 al 1999 a Taranto era un
appuntamento fisso. Dedicammo anche in onore ai suoi studi una serie
di manifestazioni sui Templari e sulla presenza dei Crociati.
Presentammo nel 1996 “Il codice Macbeth. Il ritorno di Gunther
d'Amalfi”.
E
proprio in quell’occasione i nostri rapporti si intensificarono. Nel
1997 parlammo di “Santa Rita degli Impossibili. La storia d'amore e
di sangue, di vendetta e di perdono di Rita da Cascia” con una
interessante conversazione sulla storia di Santa Rita. Dopo quella
presentazione io sentii la necessità (un bisogno vero) di recarmi a
Cascia. Il mistero che incontra la storia o viceversa.
Parlando di Santa Rita Franco mi disse: “Ricordati che, alla fine
delle superbie e delle inquietudini,il perdono vince su tutto. Noi
sapremo mai perdonare?”. Nello stesso anno presentammo “Le grandi
profezie”. E di questo libro ci fu una conversazione privata tra me
Grisi e Cuomo. Grisi sosteneva che abbiamo sempre la necessità di
credere alle profezie e Cuomo ribatteva che sono, appunto, le
profezie che guidano il viaggio.
Importanti furono le nostre conversazioni, i nostri silenzi, le
attese. Quando poi nel 1998 discutemmo di “Il romanzo di Carlo
Magno. 1, Il predestinato” quel discorso sulla profezia divenne il
segno tangibile di una ricerca storica che non può vivere e non può
resistere senza il segno della profezia e della speranza. “La storia
continua ad avere bisogno del mistero per realizzarsi come
leggenda e per penetrare gli uomini e le civiltà”. Questo mi disse
Franco Cuomo.
Insomma una storia che non ha bisogno della realtà ma deve entrare
nei “sottosuoli” dell’anima. L’ho seguito nel corso del suo
attraversamento letterario sino all’ultimo suo romanzo: “Anime
perdute. Notturno veneziano con messa nera e fantasmi d'amore”
passando tra “Il tatuaggio”, “I sotterranei del cielo”, “Harun
ar-Rashid, il califfo delle Mille e una notte” e altri titoli ancora
continuando però a “inseguire” e a non dimenticare il ciclo di Carlo
Magno. Io sono rimasto legato, comunque, a due testi che mi hanno
aperto una visuale sul concetto di leggenda, di mito e di simbolo.
Mi
riferisco a “I semidei” del 1995 “Il signore degli specchi” del
1991. Due percorsi, se così si vogliono definire, che costituiscono
un battere nel cuore delle metafore. Una letteratura, quella di
Cuomo, che è riuscita sempre a teatralizzare non solo i personaggi
ma anche i destini e le avventure. Certo, Cuomo ha raccontato storie
ma le storie (o la storia) di Cuomo hanno una dimensione che non si
perde tra i rigagnoli della ragione perché continua a raccontarsi
come leggenda. E se la storia non diventa anche leggenda per uno
scrittore non è altro che una sottoscrizioni di fatti e di
cronologie.
La letteratura per Franco Cuomo era andare oltre la resistenza
stessa delle date. C’è un altro libro che tuttora potrebbe
rivelazione tracciati di sicura comprensione per capire l’età nella
quale viviamo. Si tratta di “Nel nome di Dio” e risale al 1994. Un
sottotitolo suggestivo che ci introduce in un’epoca di incanti e
incantesimi tra le sponde dell’Occidente ed Oriente: “Roghi, duelli
rituali e altre ordalie nell’Occidente medievale cristiano”.
L’Occidente tra i miti e le leggende. È più che mai attuale e resta
nel sempre. “Non chiedere mai spiegazioni, mi disse in uno degli
ultimi incontri, ma cerca di capire il senso, o la maschera, o il
doppio che si vive nel segreto del mistero delle civiltà e dei
popoli. Non chiedere giustificazioni. La storia non potrà mai darle.
La letteratura potrà aiutarti se riuscirai a non assentarti da una
letteratura che è dentro il fascino del misterioso”. Conserverò nel
cuore queste parole.
Uno
scrittore che accanto alla recita della parola ha saputo raccontare
senza lasciarsi rapire completamente dalla storia. Infatti il suo
viaggio resta sempre dentro i segni della profezia come quel volume
pubblicato nel 2007 che chiude una stagione “Le grandi profezie”. Si
supera la storia con la profezia. Franco Cuomo attraversando il
Medioevo ha raccontato le vie della profezia attraverso personaggi e
luoghi. Tra i personaggi e i luoghi un impegno. Ritorneremo a
parlare di Franco.
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pubblicato il 22 agosto
2009
Fernanda Pivano
Da Cesare Pavese a Fabrizio De André
Attraversando il viaggio della letteratura americana
Oltre un ricordo
di
Pierfranco Bruni
Dalla letteratura americana ai processi letterari che hanno segnato
la nostra contemporaneità. Da allieva di Cesare Pavese ad intima
amica di Fabrizio De André e Dori Ghezzi. Fernanda Pivano, scomparsa
recentemente, (era nata il 18 luglio del 1917 e morta il 18 agosto
scorso), importante personalità della cultura italiana, ha ben
saputo leggere e interpretare la letteratura italiana e americana
attraverso la traduzione di autori e testi che hanno caratterizzato
i processi di incontro tra la poesia americana e quella italiana.
Significativo resta l’insegnamento (e il legame) di Cesare Pavese
come anche la sua conoscenza e amicizia con un poeta scomparso dieci
anni fa, ovvero Fabrizio De André. Una indagatrice che ha saputo
offrire un dibattito all’interno delle geografie poetiche che hanno
caratterizzato il nostro tempo. I suoi studi e le traduzioni
relative a Jack Kerouac sono un riferimento centrale di quella
letteratura che ha siglato i “miti dell’America” attraverso la beat
generation. Avevo avuto modo di conoscere Fernanda proprio in
occasione di un incontro dedicato a Fabrizio De André.
Ma
Fernanda Pivano va ricordata anche per le sue straordinarie prove
narrative tra le quali si sottolinea un romanzo dal titolo ‘La mia
Casbah’ che presenta una forte liricità e un attraversamento di
codici esistenziali. Un romanzo aperto al diario nella
sottolineatura del canto e controcanto.
Fernanda Pivano fu una dei primi studiosi a definire De André un
vero poeta del nostro tempo. A lei si devono quelle chiarificazioni
tra testo musicale e percorso linguistico ben enucleato in un libro
dal titolo: ‘I miei amici cantautori’.
Una
studiosa dei fenomeni musicali, degli anni Cinquanta tanto che
proprio nel testo appena citato ebbe a scrivere: “Gli anni Cinquanta
erano stati per la musica più creativi, innovatori e tecnologiche
impegnati di quando sia mai accaduto nella storia: erano nati un po’
come conclusione – e insieme reazione - del movimento futurista e un
po’ come sfruttamento dei nuovi mezzi tecnici di riproduzione e
registrazione del suono allora disponibili”.
Nel
di dentro delle sue ricerche che vanno dalla traduzione
dell’Antologia di Spoon River alle opere di Hemingway credo
che il suo legame con Cesare Pavese sia stato un momento particolare
che ha segnato anche il suo approfondimento letterario. Infatti le
lettere di Pavese a Fernanda Pivano sono veri e propri tasselli di
una letteratura altra rispetto al contesto della fine degli anni
Quaranta. Proprio a cominciare da una lettera datata 22 agosto 1940
si evince il legame umano e letterario che univa Cesare e Fernanda.
Ma
Pavese si spingeva anche oltre. Il 20 ottobre sempre del 1940
annotava: “Ma è vero che F. non conosce l’amore? Certamente non ne
conosce l’ultima istanza, ma un suo atteggiamento davanti al
problema esiste, e con ciò s’intravede qualche lineamento del
suddetto segreto”.
Il
13 febbraio del 1943 da Roma Cesare scriveva a Fernanda: “Fernanda,
sono molto infelice. Tuttavia L’accarezzo con riserbo…”. Sempre da
Roma il 4 giugno del 1943 Cesare annotava: “Donarsi vuol dire non
aver tempo di guardare al passato e quindi non compiangersi”.
Alla data del 2 febbraio 1946 c’è una brevissima lettera nella
quale si legge: “Il cordone ombelicale è veramente tagliato, la
prefazione e "ha stile" – il giudizio non è soltanto mio. Il maestro
non ha più niente da fare. /Come semplice revisore attende il
manoscritto col testo per dare l’ultima occhiata. Poi, buona fortuna
nei mari della vita”.
Si
tratta di una lettera autografa rimasta in possesso di Fernanda
Pivano. La prefazione alla quale fa riferimento Pavese è a “Storia
di me e dei miei racconti” di Sherwood Anderson. Sono soltanto dei
piccoli segni che chiaramente andrebbero approfonditi non soltanto
per capire il legame letterario e umano tra la Pivano e Pavese ma
anche per capire una temperie penetrando i tessuti di un’epoca qual
è stata quella degli anni Quaranta – Cinquanta.
Pavese, dunque, è stato un maestro per la Pivano e proprio partendo
dalle lezioni pavesiane ha potuto padroneggiare il rapporto con la
canzone. Un rapporto che partiva dalla capacità liriche e dalle
intercettazioni linguistiche di poeti e scrittori moderni.
Infatti Fernanda si è confrontata con autori e cantanti come De
André, Bob Dylan, come Jim Morrison, come Patti Smith, come
Francesco Guccini e molti altri. Partendo dalla parola, dalla
poesia, dal linguaggio della liricità è entrata dentro le stanze
della musica.
D’altronde il suo vissuto con la letteratura americana e la
frequentazione con testi di scrittori d’oltre Oceano hanno permesso
di stabilire sempre un dialogo tra le eredità culturali e le
contaminazioni che restano vitali nei linguaggi della poesia e della
canzone. Restano vitali, comunque, quelle eredità provenienti da
Cesare Pavese.
Eredità che hanno matrici in una griglia di simboli che si enucleano
nell’analisi dei personaggi effettuata in Ernest Hemingway. Il senso
del tempo e il formidabile vissuto del viaggio sono nuclei centrali
nella tensione letteraria e umana della Pivano. Un raccordo che è
possibile leggere con chiarezza proprio quando Fernanda sottolineava
l’importanza della poetica di De André.
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pubblicato il 20 luglio
2009
La piazza o le piazze tra la solitudine e le nostalgie
in Cesare Pavese
di
Pierfranco Bruni
La
poesia di Cesare Pavese è costantemente intagliata all’interno di un
paesaggio in cui la voce predominante è caratterizzata dai luoghi.
Luoghi come realtà geografica luoghi come elemento fisico ma
soprattutto luoghi distribuiti tra i giochi dei ricordi e quindi
della memoria e l’indefinibile ricostruzione di una metafora fatta
di segni onirici e di costruzioni esistenziali.
Ma ci sono anche dei luoghi che pur essendo una
rappresentazione del reale si definiscono nella cancellazione della
realtà stessa per manifestarsi come modello estetico tra l’apparenza
dell’immaginario e la fissazione della storicità.
È proprio questo luogo, ovvero luogo per definizione tra
estasi e storia, che ci interessa in modo particolare in virtù del
fatto che Pavese non è mai uno scrittore realista ma la sua
scrittura delinea un essere dell’immagine e un essere del linguaggio
completamente fuori dagli schemi di una didattica del neorealismo.
Probabilmente uno scrittore dello sguardo. Questo sì. E i luoghi in
virtù di ciò sono comunque sempre un disegno ben ricamato nella
costruzione della metafora. Ma quali sono questi luoghi in Pavese?
Il mare e le Langhe sono luoghi ben definiti o meglio si
potrebbe dire l’acqua e la terra. La città e il paese costituiscono
la penetrazione dell’inconscio tra l’essere della solitudine e lo
spazio dell’inconoscibile. E poi la campagna che lega la solitudine
al mito e il mito in Pavese si spiega sempre attraverso una griglia
simbolica. Un luogo che ritorna spesso, non solo nella poesia ma
anche negli altri scritti, è il concetto di strada.
La strada in Pavese è l’allegoria dell’andare del non fermarsi
mai o meglio del percorso o meglio ancora dell’osservare o ancora
del guardare cosa accade nella strada cosa accade al di fuori della
casa. La strada come attraversamento ed è la strada che conduce alla
piazza. C’è da dire che non sono molte le poesia in cui compare la
piazza ma è un luogo di una presenza sia fisica che interiore.
Certamente tra i versi dedicati alla piazza campeggia la
dannunziana poesia dal titolo “Passerò per Piazza di Spagna” datata
28 marzo 1950 ed è parte integrante della raccolta “Verrà la morte e
avrà i tuoi occhi” pubblicata postuma. È una poesia che fa parte
dell’ultimo mazzo dei versi pavesiani e l’intreccio tra lo
strascinamento esistenziale e la fotografia è ben integrato. Ma
anche qui in questa poesia dedicata alla piazza non mancano le
strade. Per ben quattro volte è citato il termine strada, anzi tre
volte al plurale e uno al singolare. Si conferma quello che si
diceva prima: le strade buttano nella piazza e le strade fanno la
piazza in Pavese.
Una visione chiaramente geografica-antropologica (si pensi a
“Abbozzo di Paesaggio” del marzo 1936 dove si legge: “Sulla piazza
la gente non può litigare,/ma s’accolgono tutti con capre e
maiali/contro i muri. Da un muro di cinta scrostato/s’erge saldo
l’ammasso fiorito di un albero”, oppure a “Jazz melanconico-” del
giugno 1929: “Il giardino profondo, sulla piazza,/di oscurità e
freschezza”) che penetra il tessuto altamente lirico di Pavese.
Anche il titolo diventa un attraversamento. Non si parla della
Piazza di Spagna in se ma del passare per Piazza di Spagna ovvero
quel “passerò” non sta ad indicare una forma statica bensì
dinamica. Pavese non si ferma in Piazza di Spagna. Qui entra in
gioco la componente lirico esistenziale e la dinamicità in questo
caso specifico segna ancore di più l’inquieto esistere, l’inquieto
essere, l’inquieto uomo-luogo di Pavese.
Pavese è l’uomo-luogo per eccellenza. È una delle poesie più
belle dell’intero corpus pavesiano e risente come già si
sottolineava l’influenza marcata del Dannunzio alcionico e del
Dannunzio che recita la chimera. Il Dannunzio aulico ma questo non è
né un difetto né un vizio è invece la dimostrazione che il Novecento
Italiano non potrà mai fare a meno di Dannunzio.
Dannunzio nella poesia italiana non è un’ombra, è la certezza
del rinnovamento ed è quindi linguaggio nuovo nel solco della
contemporaneità. Ebbene in Pavese e in questa poesia in particolare
la piazza diventa il luogo dentro i luoghi. Si ascoltano i primi
cinque versi :
Sarò un cielo chiaro.
S’apriranno le strade
sul colle di pini e di pietra.
Il tumulto delle strade
non muterà quell’aria ferma.
Il paesaggio dunque non è una rappresentazione figurativa
soltanto perché la spinta onirica è abbastanza avvertibile in una
cesellatura dove il mosaico che emerge è siglato dalla
contestualizzazione della natura. Il cielo, il colle ,
la pietra. E poi compaiono le strade. Nelle strade c’è
tumulto ma questo tumulto non cambierà l’aria-atmosfera che
rimane ferma perché la piazza ancora una volta diviene il
contenitore dei luoghi e delle sfumature paesaggistiche. Paesaggio
che si vede e paesaggio interiore del poeta sono una dichiarazione
dell’esistere e dell’essere.
L’onirico aulismo dannunziano continua così :
I fiori, spruzzati
di colori alle fontane,
occhieggeranno come donne
divertite. Le scale
le terrazze le rondini
canteranno nel sole.
S’aprirà quella strada,
le pietre canteranno,
il cuore batterà sussultando
come l’acqua nelle fontane –
sarà questa voce
che salirà le tue scale.
La frequentazione della musicalità porta Pavese ad un felice
ascolto della ripetizione non solo della ritmicità ma delle parole
che diventano in questo caso parole chiave. Non troviamo soltanto
una nuova ripetizione del termine strada ma ricompare anche
il termine pietre e poi si ripete il verbo aprire,
prima coniugato nella terza persona plurale nel tempo futuro ora,
lasciando il tempo, nella terza persona singolare.
La
metafora più incisiva sembra quella proposta nel verso “le pietre
canteranno”. Nel terzo verso la pietra era abbinata al colle quindi
in una forma bloccata nell’immaginario in questa fase successiva la
pietra acquista voce e il tutto ancora una volta all’interno della
piazza. Nei versi finali che andremo a citare la pietra avrà un suo
odore. Così :
Le
finestre sapranno
l’odore della pietra e dell’aria
mattutina.
S’aprirà una porta.
Il tumulto delle strade
sarà il tumulto del cuore
nella luce smarrita.
Si insiste con il lirismo ripetitivo e con l’uso dei vocaboli
già menzionati. Se all’inizio “il tumulto delle strade” non
concedeva mutazione in quest’ultimi versi c’è una abbinata tra
strade e cuore. Le intermittenze proustiane del cuore in Pavese si
chiariscono come tumulto e il tumulto delle strade penetrerà il
tumulto del cuore e in questo caso si comprende come quella luce o
quell’aria che era ferma risulta smarrita.
Qui si intaglia la figura della donna pur avendola già citata
all’interno della poesia. Qui assume propriamente il tu. L’ultimo
verso recita :
Sarai
tu – ferma e chiara.
Ecco, dunque, il passaggio pavesiano per Piazza di Spagna che
diventa una metafora fondante perché Pavese si serve della piazza
per dipanare quel nodo che è il suo essere in bilico tra la vita e
la morte. Così non è in una poesia precedente dal titolo “Lavorare
stanca” dell’omonima raccolta .
La poesia in questione, ovvero “Lavorare stanca” risale al
1934 e si nota immediatamente un incastro tra la strada e la piazza.
Si parla ancora una volta di un attraversamento e non di un
fermarsi. Si conferma, quindi, che la strada e la piazza non sono
luoghi della staticità perché, come dice Pavese, per andare via di
casa bisogna che si attraversino le strade come in questo verso che
è l’incipit della poesia in questione :
Traversare
una strada per scappare di casa…
E in questo caso le strade e le piazze sono vuote o peggio
ancora deserte. C’è un insistere di questa immagine :
Non
è certo attendendo nella piazza deserta
ancora :
Nella notte la piazza ritorna deserta
oppure :
Non
è giusto restare sulla piazza deserta
E prima ancora si parla di piazza che sono vuote. Ma questa
solitudine che si vive nella piazza è legata chiaramente all’attesa.
Nonostante che la piazza sia deserta si resta in attesa. Ma per
sconfiggere questa solitudine c’è bisogno di girare per le strade.
Il tema della solitudine in pavese è ricorrente e per sconfiggerla,
come ci dice anche in questa poesia, c’è bisogno della donna. Il
deserto della piazza può essere debellato cercando “quella donna
per strada”, ci dice Pavese, che “ci sarà certamente”.
Solitudine-donna-strada-piazza. È su queste coordinate che il
luogo-uomo Pavese offre una chiave di lettura che sulla da una
diretta partecipazione realista per raccogliere i risultati di una
antica metafora che si spiega nel mito-rito-simbolo. Ed è forse qui
che si gioca la partita del luogo-piazza che in Pavese viene ad
essere assorbito con un vero e proprio archetipo.
La piazza deserta non è ancora la piazza che aulisce di
matrice dannunziana ma attraversadola, come più volte è stato detto,
ci fa sentire le strade che si aprono in una luce che si smarrisce
come si è potuto notare in “Passerò per Piazza di Spagna” . Non si
avverte, comunque, in queste due poesie alcun segno tangibile che
possa rimandarci ad una visione di natura popolare pur essendo
presente nell’interezza dell’opera pavesiana.
Il fattore antropologico ha una sua valenza soprattutto nella
poesia “Lavorare stanca” ma è l’antropologia che recepisce il senso
di solitudine che campeggia. Così il luogo- piazza non resta il
luogo-natura-paesaggio (come anche in “Gente non convinta”
dell’estate 1933 dove si legge: “Questa pioggia che cade per piazze
e per strade…”) ma è il luogo-esistenza perché nella piazza vivendo
il tumulto, come ci dice Pavese, si cattura il tempo e la
dissolvenza del tempo lungo il tracciato di un destino che vive nel
viaggio della vita. Ed essendo un attraversamento per Pavese non può
che essere un viaggio in attesa.
L’attesa per Pavese è oltre ogni realismo. E la piazza resta
sempre attesa. L’attesa che si registra in “Città in campagna” del
1933 nella quale si legge: “Le vie fresche di mezza mattina eran
piene di portici/e di gente. Gridavano in piazza. Girava il
gelato/bianco e rosa: pareva le nuvole sode nel cielo”. Oppure
l’attesa che si fa risveglio e cerca di rivelarsi alla piazza:
“Donne fosche spalancano imposte alla piazza”. Si tratta di un verso
di “Tolleranza” del dicembre 1935. E tutto si vive nello spazio
della piazza: “È laggiù che quest’oggi sarà il calore/l’osteria la
veglia le voci roche/la fatica. Sarà sulla piazza aperta./Ci saranno
quegli occhi che scuotono il sangue”.
Il suono e il “calore” della “piazza aperta” si ascoltano
lungo i corridoi di un ricordare che riporta echi. Ma anche luci
Così in questi versi del “Carrettiere” del dicembre del 1939. ci
sono le luci altrove. Quelle luci de “Il ritorno-” del marzo del
1929: “Tante tante persone – quante luci/accendono le piazze -
/tante figure lente lente lente/ci han calpestato l’anima”. Ma la
piazza aperta è un richiamo “della grande piazza” che si ascolta nei
versi del 1927 che preparano i versi di Lavorare stanca.
La piazza e le strade non sono un ossimoro ma un intercalare
di una continuità di quella tensione esistenziale dentro la
geografia della propria anima. Sono le “piazze e le strade” de
“L’estate di San Martino” del dicembre 1932 o la solitudine che
accomuna strade e piazze: “Nelle strade deserte come piazze,
s’accumula un grave silenzio”, da “Poetica”, datata settembre 1935 –
1936.
La piazza non solo come rievocazione, non solo come cultura
della comunicazione e della partecipazione, non solo come
consapevolezza della solitudine ma come elemento della dissolvenza
della retorica. Pavese vive dentro di sé la metafora della vita e in
questa metafora la piazza diventa ethnos.
Un consolidare lo spazio (in una allegoria che richiama lo
“spiazzo”) con il vivere il tempo dentro un luogo. L’essere è il
luogo della condivisione. Una vita alla ricerca della condivisione.
Forse anche oltre le metafora che imprigionano il quotidiano e
diventano mito.
La piazza nel mito. È così presente la grecità in Pavese tanto
che la piazza – spazio è una vera e propria incisione nel cammeo del
rito – mito. L’antica agorà è in Pavese.
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pubblicato il 21 giugno
2009
La scomparsa del poeta lucano Vito Riviello
Un incontro con i “maghi dell’inchiostro”
di Pierfranco Bruni
Il
tema della terra, dei paesi che recitano la vita nel quotidiano,
dei luoghi che si aprono agli spazi – piazza e poi quelle radici
che raccontano oltre la storia in un intrecciare di immagini e
ironia. Dentro questo misurare la parole con il tempo si avvolge
il tracciato poetico di Vito Riviello.
Nato a Potenza nel 1933 e morto a Roma il 18 giugno scorso. Più
volte avevo avuto modo di incontralo, negli anni passati, a
Roma. E quel suo sguardo, quel suo accento, quel porgersi tra il
silenzio e il sussurro restano incisi indimenticabili.
Un poeta che non ha mai creduto alla ufficialità del “fare”
poesia ma si è inventato, attraverso le emozioni e i sentieri
del magico antropologico e gioioso il linguaggio della poesia.
Un linguaggio e una poesia che non hanno mai rinunciato a un
gesto di teatralità. Perché la sua parola si è nutrita di
teatralità e di un immaginario il cui senso scenico ha dato
corpo proprio ad un recitativo che si è “strutturato” in un
canto esistenziale.
Il suo primo libro risale al 1955: “Città fra paesi”. Un Sud non
melanconico e triste ma forse sarcastico, beffardo, certamente
meravigliosamente ironico. Ma in Riviello l’ironico è sempre
raffigurazione di un rappresentativo teatrale nel quale gli
oggetti, i luoghi, le strutture sono parte integrante di un dare
e dire del sentimento.
Così: “Potenza del fiume e Potenza della montagna/siamo una cosa
sola/dalla collina alla valle./Ci sono autobus verdi e
chiari,/rari sono i muli che passano/e hanno un uomo smarrito
sul dorso./Siamo città fra paesi/antica capitale di fontane e di
chiese”.
È una poesia che non dimentica le cifre di una terra che è
antropologicamente radicata ad una cultura contadina ma di
questa non ne fa una icona. Anzi la cultura contadina è un
passaggio di dimensioni metaforiche che incidono un solco e
tracciano una trama all’interno di quella visione poetica
meridionale contemporanea che ha fili stretti che vanno da Rocco
Scotellaro a Pio Rasulo. Riviello è come se attraversasse la
poetica scotellariana per inserirsi in uno spaccato certamente
di poesia e canto meridionali ma riesce a cogliere un orizzonte
che è quello della spazialità.
In versi del 1975 dal libro “L’astuzia della realtà” si può
cogliere: “Bastava ricorrere ai sogni/per verificarsi sulla
piazza/ai grandi vuoti planetari”. Un verso che si apre a
ventaglio sulle metafisiche dello spazio – tempo inserendosi in
una tradizione che deve avere la forza di ritrovarsi nella
innovazione dei linguaggi.
D’altronde la poesia ha la capacità, la forza, la volontà di non
confondersi con la restaurazione della tradizione linguistica.
Una lezione quella di Riviello che può leggersi anche come un
modello di antropologia poetica nella modernità degli incontri
di lingue e di culture. Tanto che nel 1999 pubblica un testo dal
titolo: “E arrivò il giorno della prassi”.
Una registrazione di una poetica del pensiero ma anche della
inventiva. Nello stesso anno, non fare un contrappeso, dà alle
stampe anche “La luna nei portoni”. Il poeta resta profondamente
legato alla sua Lucania. Una Lucania che non è una geografia
soltanto ma un viaggio nell’essere e nel tempo. In quel tempo
che non smarrisce l’essere.
“L’ombra è un uomo che passa nella luce/innalza laterizi,/il
nemico, non il grido della civetta,/è negli interstizi
dialettici/d’una provocazione maledetta” (da “L’astuzia della
realtà”). Un poeta che ha sperimentato non solo le forme
linguistiche ma si è saputo confrontare con l’universalità delle
esistenze.
Da questo punto di vista credo che Riviello si sia distaccato
chiaramente dalla problematicità del meridionalismo fatto
poetica ed ha proposto uno spaccato fortemente legato non tanto
alla aulicità del verso ma ai contenuti del fraseggio. C’è,
comunque, in Riviello, il tema del sogno che si mostra spesso
ricorrente. “Se dal torbido sogno/mi svegliassi
antilope/apprenderei la virtù dei fiori” (da “Dagherrotipo”,
1978).
Questo sogno che si fa pazienza è una trama persistente sin dai
primi versi che hanno una connotazione ben precisa. Penso ai
versi di “Mia città” (dal libro citato del 1955). Forse è in
quella poetica dell’incipit che si ascolta l’amore e il rifugio,
la città e la vita, la piazza e l’incontro.
“Mia città di pallidi contrasti/così come il sole si oppone alla
luna/per un tramonto campagnolo”. Un profilo poetico che ha
matrici profonde. Una poesia retta dalla distinzione nella
comicità del popolare.
Riviello è come se avesse trovato in quella poesia popolare duo
– trecentesco una chiave di lettura da offrire come modello non
solo poetico ma letterario al tardo Novecento. Il beffardo e il
giocoso hanno sempre riempito di stili la sua poesia. Come per
dire che “In questa casa aperta di cultura/si recita un teatro
nero/di linguaggio”.
Teatro come piazza. La piazza come luogo di una geografia mai
virtuale ma simbolica. Resta una simbolicità attraversata dai
segni del tempo. Forse una metafora. Ma questo teatro che è
piazza è l’attraversamento delle vite. La poesia di Riviello,
per usare un suo verso, “s’addice ai maghi dell’inchiostro”. |
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pubblicato il 21 giugno
2009
Il calabrese Geppo Tedeschi e il Futurismo
Un poeta “necessario” nella tradizione della
innovazione
di
Pierfranco Bruni
 Il
Futurismo di Geppo Tedeschi è interamente attraversato da una
diversità di aspetti che andrebbero sezionati in veri e propri
momenti, ma ciò che interessa è l’anima con la quale il
canto, il grido, il segno vengono coniugati sulla pagina. Non va
dimenticato che la sua ricerca è un andare nel profondo. Oggi si
caratterizza grazie a un paesaggio epocale che fa storia, che dà
volto all’immagine di una civiltà per la quale l’uomo costituisce
l’età dell’essere.
Ascoltiamo da Il
Golfo di Spezia: “Onde più onde / fermatevi un poco / per
ascoltare com’Ave Maria / la nostra futurista poesia! nemica a tutto
fiato / dei baluardi, a muffa, / del passato. / poi tornerete a
navigare / tra sole tempesta e risacca / per le strade / de
l’acqua”. O un passaggio da Idrovolanti in siesta sul Golfo di
Napoli (ed è qui una delle caratteristiche essenziali):
“Dibattito progresso commozione d’idrovolanti in siesta sulle
precise ore 2 del pomeriggio NO Nooo rombano i motori al tavolo da
lavoro così non si può concepire il grande Poema GOLFO DI NAPOLI
Conviene urge dirigere l’ascesa verso i 2000. Allora solo allora
pizzicando 100 grossi motivi di bomba balistite pirite — MARCIA
TRIONFALE AIDA si può benissimo decantare questo golfo legionario
MEDAGLIA AL VALORE artista futurista fregolismo con la tuba di
CASTEL DELL’OVO”.
Questo è soltanto
l’inizio (per ragioni di stile lo riportiamo nella sua forma
originale) e ci fa capire il gusto e la personalità di Geppo
Tedeschi. Il binomio che maggiormente viene fuori è appunto
parola-immagine. La parola (siamo in pieno futurismo) si serve
dell’immagine. Diviene libera. L’immagine gioca a sua volta con la
parola. Le immagini hanno una loro figurazione che si concentra
tutta nel dettato poetico che è nella voce del verso.
Ma il poema continua
con il gesto della parola e si offre con queste battute che in un
certo qual modo spiegano la risposta futurista di Tedeschi:
“SCATTANO I MAGNETI Trebbiamo trebbieremo trebbiare con le nostre
scintille stella viola rosa minio la foschia notte tempesta. Siamo
la luce eterna degli EROI La lampada votivo dello sventa-gliato
paesaggio mediterraneo declamante strade ascensione progresso
commercio precisano L’ELICHE. Scagliamo frantumiamo glorifichiamo il
sorriso operoso tipico napoletanismo chitarra a trentasei corde per
le serenate a POSILLIPO. C’innalziamo c’innalzeremo SEMPRE in
meandri inesplicabili. Vita morte cielo mare. Così ogni giorno così
ogni ora COSI SIA”.
Quale valore può avere
questo paesaggio di versi? Abbiamo parlato di gioco. Non si tratta,
comunque, di un gioco tout court. È un gioco di Costruzioni,
ma è soprattutto un incasellamento di idee. E le idee si fanno
parola, si fanno gusto e assumono i risvolti della grandezza.
Nell’Aeropoema
citato vi sono i tratti dell’originalità. Una originalità che ci
porta a scoprire versanti significativi. Così si esprime Marinetti:
“L’originalità degli aeroporti sorella della originalità degli
aeropittori aeroscultori aeromusicisti aeroarchitetti, ci porta
all’infinitamente grande ed allo stratosferico mentre la poesia dei
tecnicismi di altri futurismi non meno ispirati ci porta
nell’infinitamente piccolo della biochimia dei commerci e delle
metamorfosi industriali di un canneto mutato in seta e di un latte
mutato in vestito”. Un segnale preciso che ci indica in che modo
Geppo Tedeschi si rivolgeva alla cultura di una stagione fervida di
interessi e di attività. Il suo poema dedicato (ne abbiamo già
citato un passaggio) a Il Golfo di Spezia resta in questo
senso una testimonianza emblematica.
Tedeschi raccoglie la
sfida lanciata appunto da Marinetti a tutti i poeti d’Italia. Questo
poema è stato declamato, insieme ad altri, il 3 e 4 ottobre del
1933, nel Teatro Civico della Spezia. Tedeschi aveva accolto la
sfida di Marinetti, il quale si era espresso in questi termini: “Vi
sfido tutti a battermi, se lo potete, il primo ottobre. Il mio Golfo
della Spezia nascerà quando mi recherò a settembre nelle sue acque
radiose e musicali per nuotare e poetare insieme”.
La sfida non aveva
soltanto un valore letterario e poetico. Aveva una sua indicazione
civile. Ed è proprio questa indicazione che ha avuto un immenso
riscontro. Da qui il discorso diventa più complesso. Si entra nel
vero e proprio viaggio letterario di Geppo Tedeschi. Si entra in
quella dimensione che è movimento. E il movimento è trasmissione.
Tra il movimento e la trasmissione si instaura quella tensione che è
tensione armonica. La tensione armonica e il gesto libero nella
poesia di Geppo Tedeschi formano un circuito dove la parola
si incontra col dettato poetico. Il gesto è nella parola. La parola
compie un gesto. Vi è, dunque, una armonia che si stende lungo un
tracciato che ha sostanzialmente un peso dovuto sia al tipo di
ricerca che all’individuazione di una identità culturale. E questa
identità è una identità futurista. Il gesto è un gesto futurista.
Così la parola nella
quale si condensano le attività linguistiche di un’arte e di
un gusto che restano testimonianze di un uomo e di un’epoca.
Testimonianza ma anche esperienze e con le esperienze la capacità di
capire il volto di una civiltà nella quale il tempo e la caduta del
tempo costituiscono una delle chiavi interpretative. Ma per capire
questa civiltà non occorrono grosse interpretazioni e imponenti
pretese. La poesia di Geppo Tedeschi è certamente una poesia che ha
ritagliato una cornice all’interno di un contesto frastagliato e
complesso. Una cornice importante la quale non può certamente essere
trascurata sia in una realtà letteraria italiana che regionale. La
letteratura calabrese del Novecento deve tener conto della poesia e
della presenza di Geppo Tedeschi. Deve tener conto del Futurismo e
della sua evoluzione.
F. T. Marinetti nella
Prefazione alla I Edizione di Corto Circuiti (1938)
scrive: “L’aeropoesia futurista calabrese di Geppo Tedeschi ha già
dato a l’Italia molti versi liberi e parole in libertà che
perfezionando i principi di sintesi e di dinamismo in questi CORTI
CIRCUITI offrono al lettore intelligente e sensibile splendide
originalissime fusioni di valvole, fusioni viola-arancione, cioè
bruciate nel tragico della vita virilmente spremuta fino ad
esplodere con lo splendore solare delle coste calabre sicule
africane”.
E’ una osservazione
toccante. Lo è per vari motivi. Sul piano letterario esamina alcuni
punti focali e li mette a confronto con il gusto del colore. Sul
piano umano fa emergere un dato mai trascurato che è quello
dell’appartenenza alla terra calabra. Marinetti ci teneva a
sottolineare questo aspetto. In Geppo Tedeschi questi due momenti
si fonderanno. Basta ricordare i versi raccolti in Ruralismo
calabrese (1942) o addirittura Tempo di aquiloni (1963).
In queste due raccolte il colore e l’immagine, la proiezione della
memoria e la terra dànno vita ad una esplosione musicale intensa e
densa di contorni.
Marinetti nella sua
Prefazione prosegue: “Talvolta la sua poesia breve e
musicalissima, mi fa pensare a certi suonatori ambulanti di fiera e
villaggi amanti di strumenti fonici come i guerrieri medievali erano
armati di ferro, ardire crudeltà”. Un gioco di contorni ma anche di
scene. Un gioco di vedute ma anche di ansie. Un gioco che conosce
molto bene la parola e il senso. Un gioco che non si assenta
dall’armonico suono. E ancora Marinetti che afferma: “La sua poesia
suona sinteticamente e simultaneamente tutta con piedi, ginocchia,
pancia, testa, mani e bocca. Per calamitare cosmicamente anime e
corpi primaverili la poesia del Futurista Geppo Tedeschi è talvolta
paragonabile all’assieme delle tastiere dei grandi organi delle
cattedrali modernizzate che io defluisco, con parola nuova,
politastiera…”.
“Lo fiutano e scaccando
le vetrate diventano cielo musicale e rumorista nel cruscotto di un
aeroplano, questa politastiera d’azzurri”.
Siamo vicini al gesto
del rito. Prima si sono citati i “guerrieri medievali” ora si è
dentro una “politastiera”. Ma le due cose hanno una comunanza, ed è
quella della parola detta come segno di una sacralità. Certo in
Geppo Tedeschi questo avvicinamento ad una dimensione del sacro è
qualcosa di profondo. Lo si avverte nel respiro della parola. Lo si
sente nell’affiato del verso. Lo si constata nel paesaggio del
poema. Lo si ascolta nella tensione religiosa dei versi raccolti in
Tempo di aquiloni. Qui la poesia dal titolo “Non sappiamo più
leggere” è un esempio sicuro.
Così recita: “Non
sappiamo più leggere / la parola abbraccio. / Abbiamo
smarrito! la via! che Tu ài battuto / concludendo in Croce.
/ Disarma il nostro cuore / e fai che s’apra! ad ali
di colomba. / Signore che inalberi / il giorno, / che
apri la notte / che accendi le stelle”. Siamo oltre ad una
dichiarazione di poesia futurista. Ma è indubbiamente una tappa di
arrivo fondamentale nella quale confluiscono stagioni di ricerca e
sentimenti.
Ma il suo futurismo
resta legato all’età del poema. Ci riferiamo alla prima
edizione (che risale al 1932) del Poema Gli affari del primo
porto Mediterraneo di Genova, a Il Golfo di Spezia (prima
edizione 1933), a Idrovolanti in siesta sul Golfo di Napoli
(si tratta di un Aeropoema del 1937), a Corti circuiti (1938),
al Poema “Ala” Parole in libertà Lotta tra la serra e il
gomitolo, a Il suonivendolo (la cui prima edizione risale
al 1939). Al 1940 risalgono I canti con l’acceleratore dove
si avverte una tensione linguistica protesa verso un costante
rinnovamento. Ma il Futurismo di Tedeschi (d’altronde tutta la
poesia futurista) va verso un continuo sviluppo e si apre a continue
riprese di rinnovamento. Ma con Ruralismo calabrese del 1942
(aeropoema futurista) il viaggio ha ulteriori sviluppi sia
tematici che linguistici. L’immagine di un ritorno alla terra non
conosce soste.
La Calabria è calata,
con la sua atmosfera e quindi con i suoi colori, nel tempo delle
parole. Malinconia e riprese nostalgiche si agitano all’interno di
questa ricerca. Vi è un defluire della parola: “Malinconia amaranto,
/ venata di prime stelle. / Stelle stelle. / Quante stelle.
/ Amico vento, / pastore cli fronde, / legnaiuolo di
monti e pianure, / tira sassi alle rose, / a primavera, /
diavolo della polvere, / viandante brontolone, / ricco di
fiabe come un paiuolo, / porta a l’Italia bella, / questo
fagotto di baci”. La prima edizione è del 1942. Al 1943 appartiene
Rosolacci tra il grano. Qui le voci della natura si
intrecciano con la luce e i suoni. Ma il chiarore più vivo è un
sentire l’infanzia come “arietta d’autunno”. Al 1951 appartiene
Canne d’argento. Allo stesso anno, con prefazione di Giuseppe
Lipparini, la raccolta Liriche epigrafi-che. Zufoli sul colle
è del 1957. Tempo di aquiloni, già citata, è del 1963.
Epigrafe porta la data del 1973. In Tempo di aquiloni il
dettato poetico si arricchisce maggiormente di brevi immagini che
sostengono un quadro ben robusto. Hanno una limpidità notevole. Il
messaggio è tutto proteso in avanti. La memoria, il senso del
ricordo, il recupero della perdita hanno un fascino coinvolgente.
La tematica futurista
si incontra con altre esigenze esistenziali. Il paese viene
presentato attraverso chiaroscuri che hanno una sottile liricità.
Sono molto belli e veri
questi spaccati: “Paese, di tufo e di pietre! tutto inciso di
giorni! desolati. / Mio povero paese / che aspetti,
/ rassegnato, / che la pietà del tempo, / ti
dirupi”. Oppure: “Crepuscolo d’agosto / sognatore. /
Ostia di luna, / scampanio di chiese. / In quest’ora. /
Solenne e flautata, / brillano i focolari / al mio
paese”. Sembra che il profilo dei versi anni Trenta sia mutato, ma
sostanzialmente è mutato soltanto il gioco degli incastri. Le
immagini formano una ragnatela su una dimensione che assume
sembianze mitiche. Il ricordo, il tempo che fugge, il “crepuscolo”
del paese (lo si è già detto) sono cose raccolte in una atmosfera
mitica, la quale (è qui il suo futurismo) non ha rivolgimenti verso
la nenia del passato ma guarda avanti. Ed è questo proiettarsi in
avanti che rende viva e nuova la poesia di Geppo Tedeschi.
La distinzione è nel
linguaggio. La poesia non sfugge al linguaggio. In queste poesie è
subentrata la consapevolezza degli addii. Si ascolta: “Mi riscaldo
alla fiamma / dei ricordi”. “Tramontano le stagioni. /
Ognuna con il peso / degli addii. / Ma tu non mi tramonti /
dal pensiero, / profilo sotto a mistica / distanza. / Mi sei
fuggita, ratta / come l’acqua / e come l’acqua / non sei più
tornata”. Fra questi versi c’è una poesia dedicata al padre.
Il titolo è appunto
“Padre” che in un certo qual modo emblemizza in questa fase del
viaggio e raccoglie tracce e significati di un meditare profondo e
travagliato. In Geppo Tedeschi il dato meditativo è sempre un
travaglio che cuce ferite lontane. La poe-sia recita: “Ti chiamai
ieri, a lungo, / dalla proda. / Mi dissero che i
morti, / a mezzogiorno, / ànno il sonno leggero / e
trasparente. / Ma l’eco, in fretta, / tornò la voce. / Sulla
strada, / abbagliata d’alta luce, / nenie, incomplete, / cantava un
carraio. / Giovine e bello / palpitava il grano”.
La poesia di Geppo
Tedeschi si presenta attraverso uno sviluppo che tocca diverse
stagioni. Dagli anni del Futurismo alla poesia di oggi costituisce
un viaggio affascinante. Ma la sua poesia non può essere isolata
soltanto a un determinato periodo. Abbraccia un’epoca. La si deve
cogliere per quello che riesce ad esprimere nella sua totalità.
Certo si possono far prevalere dei momenti particolari invece di
altri ma non si possono creare delle esclusioni forzate.
Giuseppe Lipparini
nella Prefazione a Liriche epigrafiche osserva:
“Futurista era, non tanto per ragioni teoriche quanto per l’impianto
spontaneo della sua indole meridionale.
“Gli piacevano le belle
immagini ampie ed ariose, amava il paesaggio, per la ricchezza dei
colori e per quel senso rioposante di lontananze spezzate. E
aspirava soprattutto, alla rara virtù della concentrazione poetica.
“Ma anche nel futurismo
non gli riusciva di essere eccessivo o stravagante; c’era sempre in
lui, forse per una lontana parentela con gli Elleni della Magna
Grecia, un senso della misura che gli faceva da freno”.
Siamo al 1951. Molte
esperienze sono state già vissute e consumate. Molte idee hanno
trovato un loro sviluppo a sé. E Geppo Tedeschi è già in una
stagione poetica nuova.
La sua poesia futurista
rimane al centro della sua ricerca. I suoi Poemi segnano il momento
più alto in un vantaggio che andrà sempre oltre.
Nel suo Futurismo, nel
suo andare fra le parole e le azioni, l’anima della sua terra non va
mai smarrita. Anzi compare spesso e spesso viene ricordata anche dai
suoi critici. Questo segno di appartenenza alle origini (alla sua
terra) avrà delle evoluzioni. Costituirà alla fine (ci riferiamo
alle poesie ultime) una vera e propria dimensione poe-tica.
Ma il dato importante è
che Geppo Tedeschi va riconsiderato per la complessità della sua
opera e della sua ricerca. Va riconsiderato perché è un poeta che
conta. E un poeta che merita. Ed è un poeta che apre prospettive
nuove ad una meditazione più giusta e più vera sul Novecento
letterario italiano e calabrese.
Che dire alla fine? E
certo, e lo ripetiamo, che Tedeschi va recuperato, collocato nella
storia della letteratura contemporanea. E un rappresentante
notevole, e lo abbiamo visto, non solo del Futurismo ma della poesia
calabrese. Grazie al suo Futurismo si sono create altre aperture e
si possono creare ancora diverse interpretazioni critiche.
Ma il suo Futurismo ci
conduce ad approfondire pieghe eterogenee che sono all’interno della
letteratura calabrese. Scrittori e poeti, che la critica ufficiale
non cita, d’ora in poi non possono restare nel dimenticatoio. Fra
questi Giuseppe Troccoli, Costabile Guidi, Beatrice Capizzano Verri,
Giuseppe Carrieri. Carrieri, infatti, è un altro personaggio che si
è dedicato alla ricerca futurista. Molti suoi scritti, i primi,
formano una condensazione di motivi che si aprono a quella tensione
armonica che abbiamo riscontrato in Geppo Tedeschi. Certo, il
Futurismo in Calabria ha una sua storia. Una sua storia ben radicata
fatta di innovazioni e proposte. È vero, come sostiene Nicola Silvi,
che “Il destino dell’artista meridionale è proprio quello di
innovare”. E innovare vuol dire andare oltre.
Non è più pensabile
restare nella cerchia degli ormai noti. Bisogna saper
distinguere. E distinguere vuol dire anche scegliere. Ma il dato
fondamentale è che occorre riscrivere molte pagine di storta della
letteratura. Non ci si può più fidare di critiche anchilosate,
stantie e ideologizzate. Ci si chiede se la letteratura calabrese
avrà un suo futuro. Lo avrà se si riuscirà a superare lo scoglio del
già detto. È stato detto o è stato scritto ciò che faceva più
comodo, ma è un grave errore dimenticarsi di ciò che il
Futurismo ha rappresentato in una terra lacerata culturalmente come
è la Calabria.
Ebbene, Geppo Tedeschi,
questo poeta nato nel 1907 a Oppido Mamertina e morto a Roma nel
1993, ha dato alla parola una universalità che è difficile
riscontrare in altri poeti contemporanei. Ha cantato e ha parlato
della sua terra con un candore e un linguaggio vivo, reale e lirico.
Non si è mai smarrito in un racconto sterile. Non si è mai
abbandonato ad una denuncia senza senso. La poesia non è mai
denuncia. È testimonianza soprattutto.
In Geppo Tedeschi la
trasmissione diventa testimonianza, perché la vita è testimonianza,
perché vivere è testimoniarsi. E la testimonianza di Geppo Tedeschi
è viva in un passato che non si dimentica e in un avvenire cha ha
bisogno ancora di un passato che ha luci e colori, gesti e
significati. La sua forza è nella traducibilità. I valori della sua
poesia hanno àncore antiche che non segnano il passo ma si aprono ad
un dialogo costante e lucido con la ricerca poetica contemporanea.
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pubblicato il 9 giugno
2009
Vincenzo Cardarelli. Un poeta nello stile della
nostalgia
a 50 anni dalla morte.
di Pierfranco Bruni
 Le
nostalgie camminano lungo una vita. Un poeta italiano di cui si
celebra il cinquantenario della morte il prossimo 15 giugno,
Vincenzo Cardarelli, ha raccontato e recitato le nostalgie oltre
Proust e dentro l’alcionico sentire la vita come estasi e bellezza.
La nostalgia come stile. La nostalgia come prosa d’arte.
Nel numero 7
(luglio 1959) della rivista “l’osservatore politico letterario”,
dedicato a Vincenzo Cardarelli (1887 – 1959), G. Titta Rosa
sottolinea l’importanza dello “stile popolare” e il “gusto
dell’arte” che vibrano nella poesia e nella prosa di Cardarelli. La
nostalgia del tempo e la malinconia dei paesaggi (i cui luoghi non
sono, in Cardarelli, soltanto luoghi geografici, bensì luoghi
dell’infanzia, della metafora di una memoria che riporta immagini e
sensazioni e questi si trasformano in leggeri ricordi portati a
spasso dal vento, da quel vento che ha tocchi di antiche civiltà)
sono un viaggio che la poesia compie tra i sentieri incantati dei
miti.
Gli Etruschi (i
veri antenati di Cardarelli e della sua terra: Tarquinia),
l’Etruria, la civiltà del paese, il ritornare al paese e il
simbolizzare il paese come una eredità sono elementi di una poetica
i cui temi fondamentali sono tutti giocati sul sentimento del
ritorno e sulla allegoria del viaggio. Ma è la nostalgia la
componente fondamentale non della sua ricerca (in Cardarelli non si
parla di ricerca poetica ma di orizzonte poetico e di tensione
lirico – sentimentale – onirico) ma dei suoi segni archetipici.
L’amore e il
tempo, la partenza e l’attesa, il sogno (che non è il sognare
soltanto ma è la “frase” della fantasia e del fantasticare
nell’isola della creatività che assorbe il vissuto) e il ricordare
sono percorsi di un labirinto dentro il quale la poesia si fa dolore
– vita – grazia – magia. I suoi “Prologhi”, i suoi “Viaggi
nel tempo”, le sue “Favole della Genesi” e poi quel “Sole
a picco” riportano con la poetica del viaggio ciò che Titta Rosa
ha chiamato “sapienza antica”.
Tutto ha il
sapore delle radici. Il senso dell’appartenenza alla Patria è un
radicamento forte. Perché per Cardarelli radici significa appunto
radicamento. La storia che si trasforma in memoria è un altro
tassello di questo radicamento in una “passeggiata” tra i simboli
che lo catturano. Il tema dell’amicizia e dell’identità è un
progetto esistenziale ed etico che si raccoglie tra i segni del mito
e del rito (si pensi, a tal proposito, alla poesia intitolata:
“Camicia nera” da “Poesie disperse”, anche se il linguaggio e
i toni sono aridi e poco lirici ma sul piano letterario e
linguistico, al di là del contenuto che resta, è una “prova
poetica”).
E poi le parole
hanno una bellezza non tanto solare ma piuttosto lunare. La luna, in
Cardarelli, è la metafora della luce che ha toni scuri e nella sua
luce c’è l’assorbimento del tempo antelucano, del sole che è stato
(“saluto nel sol d’estate/la forza dei giorni più uguali”), dei
meriggi (quei meriggi estivi?), dei tramonti (quel penetrare
l’autunno e l’ottobre?), delle stagioni che salutano (“Benvenuta
estate./Alla tua decisa maturità/m’affido”).
E il sole è nella
luna. La luna come melanconia e strappo del tempo lungo i giorni che
sembrano coriandoli appesi alle età del vivere. Ma cosa è la poesia
per Cardarelli? In una sua sottolineatura ha cesellato: “La mia
lirica (attenti alle pause e
alle distanze) non
suppone che sintesi. La luce senza colore, esistenza senza
attributo, inni senza interiezioni, impassibilità e lontananza,
ordini e non figure, ecco quel che vi posso dare”.
L’essenza
nell’intreccio dell’esistenza del dolore e della consapevolezza. Ma
anche della meditazione sul viaggio che si fa tempo e sul tempo che
è viaggio. In quel suo riscoprire il senso dell’orizzonte delle
origini la parola non è una cronaca ma una metafisica che si
aggrappa all’anima e la poesia che non si rappresenta mai è soltanto
il “racconto” o la recita lieve della testimonianza di una
spiritualità nel paesaggio stesso dell’anima. Un paesaggio in cui la
nostalgia è veramente uno stile. Nella parola e in quella cifra
della memoria che riconcilia nel desiderio di recitare un destino
tra i segni del non dimenticato.
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pubblicato il 2 giugno
2009
NANTAS SALVALAGGIO MI HA RACCONTATO LA TARANTO
DELL’ODORE DI MARE
Morto ad 86 anni. Uno scrittore raffinato, un
giornalista elegante
di Pierfranco Bruni
 Da
Venezia a Taranto. Era il 1998. Taranto festeggiava la “festa” dei
libri con un Salone dedicato alla piccola e media editoria nel Sud.
Quasi una settimana per discutere di libri, mercato editoriale e
letteratura. Un raccordo che stava prendendo piede intorno a un
progetto di cultura. Ospite della manifestazione, per parlare di
personaggi, di giornalismi e di linguaggi, Nantas Salvalaggio.
Era nato nel 1923 a Venezia. È morto l’altro ieri a Roma. Uno
scrittore raffinato e un giornalista elegante, amico, con il quale
abbiamo condiviso un sodalizio umano ma anche letterario.
Tra i maestri della
bella parola. Un curioso che sapeva leggere tra le pieghe il
sorriso e il dolore. Aveva pubblicato, in quei mesi, un libro, da me
recensito sulle pagine del “Corriere”, dal titolo “Ricco e parole” e
subito dopo un titolo particolare che recita: “Signora dell’acqua.
Splendori e infamie della Repubblica di Venezia”. Ma io ero rimasto
legato a un romanzo precedente dal quale leggemmo alcuni passi.
Un romanzo che ancora
oggi ha uno splendore linguistico intrecciato ad una storia di vita
e di metafore: “Passione d’inverno”, che risale al 1995 e che
presentammo, insieme a Francesco Grisi, a Caserta. Taranto, ricordo
le sue parole, ha l’odore dell’acqua e del vento e mi riporta a
qualcosa che ho già dentro di me. Sì, questa Taranto, ho annotato i
suoi incisi in un quaderno dalla copertina nera, ha l’umidità dello
scirocco adriatico pur essendo un mare greco, mediterraneo,ionico.
Ci fermammo sul ponte
di pietra e poi seduti su un muretto a Piazza Castello mi accennò al
suo incontro con Marilyn. La vita che si fa romanzo. E nonostante
noi cerchiamo di far diventare tutto romanzo, compresi i nostri
amori veri, il tempo ci incide la sua memoria. Fu il primo
giornalista italiano a intervistare Marylin.
Mi confidò che Marilyn
giunse all’appuntamento in ritardo e con un sorriso smagliante e
malinconico gli disse: “Sa, non lo faccio apposta ad arrivare tardi.
Il guaio è che non so mai cosa mettermi”. Parlammo. Fino a tarda
sera. Conosceva già da alcuni anni Nantas. Quello sguardo attento.
Quel passo danzante. E ogni qual volta ci siamo incontrati mi
ricordò sempre l’odore di brughiera che aveva respirato passeggiando
sul lungomare di Taranto. Un odore che non cancellerò, perché sono
gli odori, mi disse in una presentazione del mio libro su Carlo
Belli a Palazzo delle Esposizioni di Roma, che mi inebriano e mi
tuffano in un immaginario in cui non c’è bisogno di fantasia ma di
silenzio. A volte abbiamo tanto bisogno di silenzio ma i ricordi
diventano fantasmi e hanno voce e ci infastidiscono turbandoci. Sono
stato amico di Nantas. È stata la prima persona che ha letto, ancora
in bozze, il mio “Canto di Requiem”, il poemetto dedicato a Giovanni
Paolo II e i suoi consigli furono importanti. Poi lo recensì su una
testata nazionale. Così anche per un mio libro successivo: “Il mare
e la conchiglia”.
Il fascino della sua
scrittura ha lasciato solchi come cammei. Sono cammei i suoi ultimi
romanzi. Mi riferisco a “Un amore a Venezia” del 2003 e “Ho amato
Marilyn” del 2006. Storie che si intrecciano a destini. E destini
che non smettono di tracciare vissuto e altri destini nelle ore che
avanzano dentro la clessidra dell’età.
Cosa raccontare “…
quando senti le fantasie venir meno, al principio dell’ultimo giro,
allora scopri che il tempo è il più atroce degli inganni. Ma come,
la commedia è già finita? Siamo al calar del sipario e ai titoli di
coda? Ma se appena ieri…”. È il Salvalaggio di Marilyn. Il
giornalista, il direttore di importanti testate, il “costruttore” di
importanti riviste, il commentatore vivono dentro lo scrittore.
Lo scrittore che sembra
recitare senza inventare. Lo scrittore che vive dentro i tasti della
vita attraverso personaggi e amori. Troppo presto per parlare dei
suoi libri. Almeno per me. Non posso in questo momento e forse non
voglio. Non devo. Nantas è stato un maestro. Con la sua ironia ha
giocato fino in fondo con la vita. Con quella vita che non smette di
farsi romanzo quando il romanzo si lega al raccontare le maglie dei
destini. Parlando di Taranto Nantas certamente pensava all’acqua
della sua Venezia.
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pubblicato il 30 maggio
2009
Tutelare i dialetti in un’Italia dei dialetti
e non solo le lingue minoritarie
“etniche”.
Si apre una interessante discussione per una proposta
normativa.
di Pierfranco Bruni
“Credo che sia necessario, sottolinea Pierfranco Bruni,
Presidente dell’Istituto di Cultura delle Lingue del CSR,
ripensare alla cultura dei dialetti non solo attraverso una
chiave di lettura antropologica ma anche grazie ad un percorso
giuridico, che ponga le basi per una vera e propria legge di
tutela sui dialetti, che non sia la stessa che tuteli le
cosiddette lingue minoritarie”.
L’Italia è una Nazione, che si caratterizza culturalmente
proprio per la varietà delle forme dialettali da non confondersi
con “altre lingue”. Il dialetto è parte integrante del costume e
della tradizione di una Regione ma anche di territori
all’interno di una stessa Regione. Ci sono varianti nei
dialetti della lingua italiana, che mostrano la vera storia di
una comunità ben definita all’interno della comune identità ed
eredità nazionale. Ecco perché occorre puntare ai dialetti come
patrimonio culturale, partendo da un presupposto preciso che è
quello che devono restare, i dialetti stessi, dei modelli in una
visione tra recupero delle tradizioni e letture antropologiche.
Conoscere i dialetti non è la stessa cosa di tutelare etnie o
lingue minoritarie. I dialetti sono, comunque, appartenenza
della cultura italiana. Questo deve essere chiaro, soprattutto,
alla luce di una nuova dialettica sulle lingue minoritarie e
sulle particolarità etniche.
“Il dialetto, dichiara Pierfranco Bruni, nasce nel
contesto del tessuto culturale nazionale e quindi tutelarlo
significa anche rafforzare la stessa lingua italiana, la quale
nasce, appunto, da modulazioni dialettali. Ogni Regione presenta
le sue caratteristiche e, dal punto di vista linguistico, si
pone con delle precise koinè espressive.
Il dialetto è altro rispetto ai processi linguistici ed etnici
delle presenze minoritarie anche perché ad essere interessato è
tutto il tessuto nazionale. D’altronde c’è una straordinaria
letteratura dialettale che si mostra con una sua freschezza e
interessa il Nord come il Sud dell’Italia con degli incisivi
aspetti per i dialetti “isolani”. Si riapre un capitolo anche
sulla questione del sardo”.
Bruni si ripropone l’antico interrogativo: “Il sardo è una
lingua o un dialetto? Il Friulano pone la stessa questione.
Perché non dovrebbero porlo il siciliano e il napoletano? Quindi
scientificamente sgombriamo il campo da equivoci. C’è una legge
di tutela sulle lingue minoritarie, che va necessariamente
riconsiderata e rivista in molti aspetti e ci sono dei dialetti
da considerare come veri manifesti del mosaico linguistico della
Nazione, che vanno salvaguardati per la loro importanza storica,
per il loro contributo letterario, per il loro arricchire
l’eredità della stessa lingua nazionale”.
Naturalmente alla base di una discussione su tali materie resta
una norma fondante che è quella della lingua italiana senza
cadere però nell’accettazione di una lingua che possa perdere
la sua struttura originaria per favorire inserti, che provengono
da altre forme di “meticciato” linguistico.
“La lingua italiana, afferma ancora Bruni, è lingua nazionale di
un popolo con le “dovute” varianti. Ma non si può parlare di
bilinguismo “etnico” o storico ad oltranza. Ci sono casi da
riconsiderare e fenomeni che andrebbero riletti come la
presenza, non solo culturale, ma linguistica della lingua
albanese in alcuni centri italo – albanesi, presenti addirittura
in sette Regioni dell’Italia centro – meridionale.
Qui si pone un problema molto serio. Un conto è definire il
rapporto tra etnia albanese presente in Italia e tutela della
lingua albanese. Un altro dato invece è tutelare l’albanese come
lingua.
Si dovrebbe ridefinire la contestualità attraverso una marcata
distinzione tra l’arbereshe (italo – albanese) e lingua
albanese. Il paradosso è che in alcune Università non si insegna
l’arbereshe ma la lingua albanese come modello tutelante in
Italia”.
Con forza Pierfranco Bruni insiste: “Non si possono
naturalmente, con tutto il rispetto per i sapere avanzati,
condividere sia culturalmente che giuridicamente queste scelte
ma l’errore iniziale sta nella legge, che tutela le lingue
minoritarie perché parla di lingua albanese e non di arbereshe.
Una correzione va fatta urgentemente e tutta la normativa va
rivista anche perché si entra in un groviglio di confusioni, che
sono apparentemente culturali ma che si impongono come elementi
meramente giuridici e non è poca cosa.
In virtù di ciò non dispiacerebbe aprire un serio dibattito sui
dialetti italiani ma i due aspetti, anche sul piano giuridico,
vanno trattati in modo chiaramente distinti. Puntiamo alla
tutela della cultura dei dialetti perché solo così si rafforzerà
la storia, la tradizione e le culture nazionali della civiltà
italiana.
Il dialetto, cesella sempre Bruni, è patrimonio condiviso di una
Nazione ed è parte integrante nei processi integrativi tra
lingua, storia e identità. Ben altra cosa sono le lingue
minoritarie, che vanno, chiaramente, tutelate ma andrebbero
giuridicamente regolamentate.
Non capisco, conclude Bruni, perché anche dal punto di vista
economico le lingue minoritarie possono attingere a contributi e
la cultura dei dialetti resta ancora un campo sommerso, che non
presenta alcuna forma di garanzia giuridica”.
Campi, ovviamente, distinti ma da riconsiderare e
ricontestualizzare. I dialetti sono dentro la storia della
Nazione e hanno fatto la lingua italiana. Partiamo da questo
presupposto senza confondere gli aspetti ma con delle idee
precise e con una volontà, che possa puntare sia alla tutela che
alla valorizzazione. |
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pubblicato il 28 maggio
2009
SENECA IL FILOSOFO SULLA DIFENSIVA
ALLA RICERCA DI PAOLO
di Pierfranco Bruni
Nel tempo di Nerone (nato nel 37 e morto nel 68) si incrociano
le vite di Seneca e San Paolo. Seneca è il sapiente della
difensiva ma che non ha mai osteggiato il viaggio della
cristianità. Non per questioni di virtù ma perché ha sempre
interpretato le parole dei cristiani con lo spirito della
comprensione verso quella ricerca della verità. Non di un verità
ma della verità. Questo è uno dei nodi centrali del dialogo che
Seneca ha voluta intrattenere con Paolo.
Mi sembra un fatto di grande importanza soprattutto se si
rileggono lo scambio di missive apocrife tra i due. Lettere
scritte sotto il Regno di Nerone. Non si può prescindere
storicamente da questa condizione ma non si può neppure
dimenticare l’avvicinamento che cercò Seneca nel condurre le
parole di Paolo dentro il senato romano.
Pur essendo state definite Lettere Apocrife, quelle di Seneca a
Paolo e viceversa, hanno una chiave di lettura significativa
perché impongono realmente una riflessione non solo sulla
religiosità ma sulla fede cristiana. Se poi Seneca si sia
avvicinato a Paolo perché spinto dal bisogno di verità cristiana
è un altro discorso ma resta il fatto che gli scritti di Seneca
hanno sempre un particolare di attenzione verso la parola della
fede. È un sapiente che non solo conosce i limiti e vive nella
mediazione ma fa della tolleranza, questo sì, una virtù.
I suoi scritti già molto prima delle Lettere apocrife
manifestano ciò. Penso ad un piccolo scritto dal titolo “La
provvidenza”. Seneca scava nei contenuti di Dio e affronta il
problema del male e dei giusti. Solo i giusti possono
comprendere il segnale del male. Dirà sostanzialmente. Seneca
sostiene che Dio mette alla prova. Questo mettere alla prova non
è più un concetto laico ma entra nella sfera del divino e del
misterioso.
Il cammino bisogna condurlo a termine anche a costo di cadere.
Sostiene ancora Seneca. Un segnale che diventa forse un
profezia.
Una filosofa che si è posta la questione del tempo cristiano in
Seneca è stata Maria Zambrano e pone alcune attente riflessioni.
Il senso del viaggio, del tempo, la “misura” della memoria, la
nostalgia, la capacità di comprendere il sentimento dell’esilio
(nella letteratura e nella filosofia), il rapporto tra destino,
mito e sacro, la dimensione offerta dell’eresia o il bisogno di
capire l’altro oltre la religiosità non sono altro che tracciati
che fanno della filosofia di Marìa Zambrano una scrittura
nell’intreccio della metafisica dell’anima attraverso un
“codice” dell’essere che è dettato dal Ritorno alla Tradizione.
Si confronta a tutto tondo, la Zambrano, con le letterature
della distanza, dei distacchi ma soprattutto incide un solco
nelle parole delle malinconie.
I suoi studi sono nel vento dei sogni e nel tempo della
riconquista delle radici. Spagnola, nata nel 1904 e morta nel
1991, ha vissuto il suo tempo di esilio con le immagini delle
memorie e in questo suo “mirare” tra i paesi delle sconfitte e
delle eredità è riuscita a trovare nella figura e nell’opera di
Seneca una di quelle chiavi di lettura con le quali ha
stabilito un dialogo non solo culturale ma soprattutto
esistenziale.
Il suo Seneca, (Maria Zambrano, “Seneca”, Bruno Mondadori,) è
quello dell’esilio in Corsica, è quello della solitudine, è
quello della grecità che mutua il sentiero greco – romano in
mediterraneità. È il Seneca che si incontra con Paolo e non si
divede nella spaziatura tra cultura pagana e cultura cristiana.
Il suo lavoro su Seneca ci riporta ad una interpretazione che va
oltre le righe della filosofia stessa.
Per Maria Zambrano (uno dei pochi filosofi che ha riletto in
modo comparativo il “personaggio” e l’antifiloso in Seneca)
Seneca “non è un filosofo, ed è il filosofo, dicono, a dover
essere maturo per la morte, e quasi intriso di essa, come
scrivono Platone e Plotino. Non è neppure un mistico come il
sapiente orientale, che cerca in vita di annullare la propria
nascita, di nascere e poi di cancellare l’agitazione della
nascita. È un sapiente sulla difensiva”.
Il punto di discussione che pone la Zambrano ruota proprio
intorno al tema del tempo che diventa il tema della vita e della
morte in un radicarsi nel mosaico del viaggio – ricerca. Anche
il suo incontro con Paolo nella temperie neroniana si fa
“difensiva”. Nelle 14 lettere, considerate apocrife, tra Seneca
e Paolo si sottolinea, anche dal punto di vista della
“indulgenza” filosofica cristiana o meta-cristiana da parte
dello stesso Seneca, una letteratura della difensiva che offre
allo spazio – tempo la forza di dialogare sulla storia e persino
sugli orizzonti della fede. Nella prima Lettera apocrifa di
Seneca a Paolo si legge: “Voglio anche che tu sappia che con la
lettura dei tuoi scritti, cioè di alcune tra le molte lettere,
da te inviate a città o capoluoghi di provincia…ci siamo
profondamente ricreati…”. È Seneca che cerca nelle parole di
Paolo non una consolazione ma una via.
Ma è anche Paolo che si appropria della parola di Seneca per
dedurre la parola del sapiente che viaggia lungo la strada della
difensiva, soprattutto quando Seneca annuncia a Paolo di aver
parlato e cercato di spiegare a Nerone del linguaggio usato
nelle Lettere paoline. Ma nelle Lettere apocrife tra Seneca e
Paolo si leggono alcuni incisi straordinari.
Seneca scrive a Paolo: “…sei il vertice e la vetta di tutti i
più alti monti, non vuoi dunque che mi rallegri se io sono così
vicino a te, da essere considerato un altro te stesso?”. E poi
più avanti: “Nelle tue lettere il mio posto è anche il tuo:
magari potessi considerare come mia la tua posizione!” è Seneca
nella XII Lettera a Paolo.
Mentre Paolo nella XIV Lettera risponderà: “…devi evitare le
pratiche religiose dei Pagani e dei Giudei e ti farai nuovo
testimone di Gesù Cristo, annunziando in forma elevata la
perfetta sapienza, che appena raggiunta, farai penetrare
nell’animo del sovrano terreno, dei membri della sua corte e dei
suoi amici fidati…”.
Una chiave di lettura che potrebbe riaprire un discorso di
estremo interesse non solo religioso in sé ma anche culturale
tra la teologia di Paolo e il cammino verso una sapienza verità
di Seneca.
Ma cosa fa Seneca, secondo Maria Zambrano? La filosofa spagnola
(conterranea dello stesso Seneca) scrive: “…il filosofo stoico
non è un filosofo che è diventato tale per amore della sapienza,
per ansia di verità, ma che è andato alla ricerca della verità
come rimedio per la sua vita”.
Quella ricerca che è stata considerata sempre un viaggio sia
dentro il destino sia dentro la possibilità di leggere il
messaggio cristiano. Una duplice valenza che ha posto a Seneca
il problema sia metafisico sia dell’anima. Paolo ha avuto una
importante presenza e la ha avuta proprio nel momento in cui
Seneca si appresta a morire. Quel pensare alla morte si
dividono, forse, i ritorni.
Per Seneca, come ci dice la Zambrano, la morte fu “un tragico
fallimento, il fallimento dell’intellettuale di fronte al
potere”. Per Paolo fu la speranza, il tempo dell’incontro
cristiano, con Cristo. Seneca nel morire ha perso Cristo. Ha
perso, forse, quella “Paternità” alla quale fa riferimento San
Paolo nella Lettera ai Galati.
Ma è nel concetto di sopportazione e di serenità che il
linguaggio di Seneca a Paolo e viceversa trova il segno
tangibile di un incontro che è volto a “combattere la buona
battaglia” con le vele spiegate.
Paolo nella VI lettera apocrifa dice a Seneca: “Dobbiamo portare
rispetto a tutti, tanto più quando cercano pretesti per sfogare
il loro sdegno”. Un messaggio proprio all’insegna della
cristianità del viaggio. Seneca saprà cogliere questo invito.
Con la sua morte.
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pubblicato il 24 maggio
2009
Taranto sulle rive dei poeti del Novecento
Pierri, Carrieri, Spagnoletti, Fornaro
di Marilena Cavallo
Sulle rive della
poesia ionica di Taranto parlando di Novecento. Ci sono sviluppi
tematici e profili letterari importanti sia dal punto di vista
geografico – poetico che umano. Taranto è dentro i profili della
poesia italiana del Novecento. C’è da dire che la poesia
contemporanea trova nella dimensione dei luoghi una tensione lirica
che diventa fondamentale per una contestualizzazione di una
geografia che non è soltanto una visione del sentimento dell'anima e
dell'essere ma di un sentimento dell'appartenenza.
Il luogo come
territorio, il paese o la città come rapporto fisico con
l'esistente, le strade come metafora di un tracciato che indica un
viaggio. Il tutto in un intreccio in cui il suono della memoria
incontra il presente. Gli echi del tempo sono filtrati dalla realtà
e la parola diventa un linguaggio ovattato da simboli che recitano
il quotidiano che è custodito nel sempre. Poeti solari, nella
affermazione dei luoghi.
La poesia, ma la
letteratura in senso più generale, trova nelle immagini un codice
che è semantico certamente ma è sostanzialmente destoricizzato
perché vive il luogo, ovvero il territorio, come partecipazione al
tempo della memoria. un percorso come testimonianza.
Allora. Michele
Pierri (Napoli 1899 - Taranto 1988), Raffaele Carrieri (Taranto 1905
- Milano 1982), Giacinto Spagnoletti (Taranto 1920 - Roma 2003),
Cosimo Fornaro (Taranto 1928 - 1992), sono un percorso in una poesia
che ha tratteggiato quei luoghi della Magna Grecia che ha trovato in
una città come Taranto l'incantesimo della magia delle radici. Il
cuore del Mediterraneo che pulsa tra il mare e la ricerca delle
radici.
Quattro poeti che
segnano, nella temperie contemporanea, pur in una diversità
generazionale, una ridefinizione di un rapporto tra luogo
dell'essere, luogo dell'esistere, luogo delle radici, luogo della
partenza. Il territorio per questi poeti è una dimensione della
spiritualità e il linguaggio della poesia costituisce l'ancoraggio a
delle metafore che superano il tempo quotidiano. Un tempo fatto di
allegorie.
C'è un legame
costante tra tempo e territorio e il tempo resta un sillabario che
proviene da una straordinaria impaginazione dell'infanzia.
Un'infanzia vissuta nel luogo e il dialogo tra luogo e poesia
diventa un raccordo dell'immaginazione che trova nel ricordo una
chiave di espressione esistenziale. Immaginazione su un tempo e su
un luogo e non finzione e non mascheramento. Il senso del ritorno è
un sentimento.
Pierri pur non
essendo nato a Taranto in questa città si ritrova e rilegge i
segmenti di una civiltà che lo portano a determinare una scelta che
ha rimembranze remote, dipinte in un quotidiano vivere perché del
luogo, di questo luogo, conosce gli intagli e i nascosti anditi
della sua storia. Un poeta del sublime che ben ha saputo
raccogliersi in una geografia dell'essere. Una geografia che si
incastra nella memoria.
Carrieri ha
recitato il mare nell'infinito destino dei viaggiatori che cercano
un approdo. Il mare della sua infanzia è nell'indefinibile desiderio
di raccogliere i cocci di una stagione di tempo che vive dentro
l'anima. "L'infanzia/Del mare/Mescolai/Alla mia". L'intercalare
espressivo è un salto rievocativo che non smarrisce, comunque, le
tracce del mito che danno un senso indelebile alla storia stessa di
un luogo.
Giacinto
Spagnoletti ha decodificato atmosfere e stagioni, paesaggi e
passaggi di una città troppo legata ai suoi antichi radicamenti.
Così. "Mi parevano così lunghi quei tramonti/soffocati dal gorgo
delle rondini/e dagli addii delle campane./Tardi s'accendevano i
fanali,/le acetilene scoprivano i meloni e le cozze/all'occhio dei
passanti". La luce e le stagioni in un Mediterraneo che è ricordo
d'infanzia.
Nella ragnatela
poetica di Cosimo Fornaro ci sono lampi in cui il tremore
dell'infanzia è una sottolineatura lirico - esistenziale di estremo
appagamento. "Nella città il sole si coglie a spigoli o a strisce
tra le file dei palazzi o gli angoli delle strade. Nei paesi no. Non
lo si vede perché splende uniforme con una violenza che ossessiona,
specie in estate".
Il territorio è
un'espressione del tempo - memoria che si articola in un intreccio
parossistico alla cui base c'è l'incontro reale e metaforico con la
dimensione dell'appartenenza. Il territorio è appartenenza e nella
poesia si legge come un modello rappresentativo singolare. Ma è sul
territorio che i poeti si ritrovano. Territorio dell'anima e della
storia.
Poeti che hanno
delineato non dei messaggi ma hanno definito, appunto, delle
immagini. Immagini che durano proprio perché sono state trattate
attraverso il linguaggio che trasmette. Un altro autore che entra
come riferimento tra i destini delle metafore che raccontano un
territorio come sistema di appartenenza ad un luogo della geografia
e dell'essere (per restare chiaramente all'identità di Taranto come
testimonianza del presente e spiritualità della grecità) è senza
alcun dubbio Giulio Cesare Viola (Taranto 1886 - Positano 1958). Uno
scavo nella coscienza di un luogo ma anche una riaffermazione di una
identità che ci porta a quel mondo classico che è presente in tutto
gli altri poeti citati.
Il luogo è
appartenenza perché è radicamento. Una esperienza che non è
sociologica ma letteraria. Il luogo per un poeta non giunge ad altre
affermazioni se non attraverso ragioni che non siano poetiche.
Perché è nella poesia che la geografia del territorio si fa essenza
lirica. Cogliere nella parola questa essenza lirica è dare un
significato ai valori di una identità. E' il luogo che manifesta i
codici identitari. Luoghi che si intrecciano e che si parlano nella
meraviglia di una consapevolezza.
I poeti si
portano dentro le allegorie dei luoghi, i quali non vengono mai
sepolti ma recitati sulle onde di un vento che raccoglie nostalgie.
Pierri per una sua esperienza tra testimonianze di città: Napoli e
Taranto. Carrieri tra Taranto e Milano. Spagnoletti tra Taranto e
Roma. Fornaro ha viaggiato nella sua Taranto recuperando il lirismo
di quei luoghi che sono metafora dell'indefinibile. Poeti della
nostalgia.
I poeti sono, in
fondo, i trasmettitori di relazioni simboliche che resistono
all'urto della storia. Non una operazione educativa ma di scavo e
conoscenza. D'altronde un grande poeta contemporaneo ha saputo
recitare il passo e le voci di Leonida:
"Molto lontano dormo
dalla terra
d'Italia e dalla mia
patria, Taranto.
Questo è per me più
amaro della morte.
Tale è la vana vita
d'ogni nomade.
Ma le muse mi amarono,
e per tutte
le mie sventure mi
diedero in cambio
a dolcezza del miele.
l nome di Leonida non è
morto.
I doni delle Muse lo
tramandano
per ogni tempo".
Per questi poeti
le partenze non sono state delle fughe e neppure dei tradimenti.
Forse degli abbandoni. E ritornare è riappropriarsi di un tempo. Un
tempo e un luogo. Tempo e luogo sono mediazione in una poesia che è
dimensione del sacro. In fondo i luoghi nel tempo sono disegni in
una memoria che è sacralità. La cultura del territorio è un luogo
del mito che chiede al sacro di esprimersi. La poesia è in questo
meraviglioso incontro che recita memoria e mistero. Proprio sulle
rive della Magna Grecia la poesia del Novecento tarantino offre
chiavi di lettura di straordinaria importanza che restano come
pietre miliari per un confronto con tutta la letteratura del
Novecento italiano.
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pubblicato il 24 maggio
2009
Dalla
Calabria a Taranto nella Magna Grecia di George Gissing.
Ripercorrendo “Sulle rive dello Ionio” come Mediterraneo
delle contaminazioni
di
Pierfranco Bruni
La Magna Grecia dei viaggiatori. È un tema affascinante e anche
misterioso. Affascinante perché tocca nel de dentro alcuni
particolari che per noi “viaggiatori” o “stanziali” italiani non
riusciamo a catturare e tutto ciò che loro riescono a percepire
ci sembra (e forse lo è) insodabile ma tale non è. Misterioso
perché è il mistero che ci trasmettono a renderci la nostra
terra più vicina al nostro destino e il senso del mistero
diventa sempre più impenetrabile ma lo è perché è già dentro di
noi quel senso di mistero al quale il più delle volte non diamo
importanza.
La Magna Grecia dei viaggiatori è fatta di tante piccole realtà
che recitano civiltà e culture greche e romane. Ma la grecità è
proprio il segno del nostro essere. Tra i viaggiatori di fine
Ottocento George Gissing ha tracciato un raccordo tra la
sapienza e la realtà nel presente (nel suo presente certamente).
Ha raccontato, viaggiando, storie di una Magna Grecia non
unica. Non una sola Magna Grecia. Ma più di una storia della
Magna Grecia chiaramente legata ai luoghi, ai territori, alle
geografie.
Da Napoli alla Calabria e da Taranto all’interno dell’intreccio
tra Ionio e Tirreno. La Calabria di Crotone, di Catanzaro, di
Reggio è uno spaccato indelebile. Indimenticabile. Quella
Crottone della colonna di Pitagora dentro il mare ionio che è
sempre più la testimonianza di un Mediterraneo infinito non come
realtà geografica ma come luogo di una antica memoria. Così
tutta la Calabria.
Il viaggio di Gissing, in fondo, non è un viaggio alla ricerca
della Magna Grecia, sulle rive dello ionio, ma è un viaggio
nella saggezza del Mediterraneo. Mi sembrano molto incisive le
pagine e le meditazioni su Taranto. Quella Taranto che si lega a
Sibari, e prima a Metaponto o a Heraclea. Un viaggio al centro,
appunto di un destino che è quello della mediterraneità.
Taranto come chiave di lettura con la Calabria nel cuore. George
Gissing giungendo a Taranto alloggia in un albergo che ha una
vista sul porto. Giunge nella città dei due mari con
l’intenzione di fermarsi per un paio di settimane. La prima
immagine è quella di una città non ancora moderna o
ammodernatasi in modo disarticolato e pregna di una atavica
malinconia. In una sua prima annotazione si legge: “…grandi
costruzioni di una pietra bianco giallastro tra le peggiori che
l’architettura moderna possa concepire, sorgono là dove i
Fenici, i Greci e i Romani costruivano nello stile di un nobile
dei loro tempi”.
Taranto non come cartolina ma come vissuto, come impatto
immediato e mediatico, forse, all’interno di quegli intagli e di
quei luoghi non luoghi che, chiaramente, la rendono più viva e
più vera. Anche Crotone non è mai una foto scattata
nell’immediato. Crotone è nei personaggi oltre che nei luoghi.
Quella Crotone che assorbe civiltà, storie e misteri.
Taranto, Gissing, inizialmente,la vive come un immaginario.
Spesso se la costruisce nella mente. Visita il territorio.
Passeggia in quelle tratture o in quelle mulattiere di mare e vi
scava ricordi e memorie. Rincorre il Galeso, dove si troverà?
Una volta trovato non gli dice nulla anzi si chiederà perché
Orazio lo ha amato tanto. Ma poi la rilegge nella sua storia, la
riscopre, la incastona in quella sua spiritualità inglese che ha
abbandonato per far spazio ad una classicità Mediterranea con la
quale avvierà una indagine che è, soprattutto, esistenziale e
non mancheranno appunti che risulteranno di grande importanza
non solo per i viaggiatori stranieri ma per gli stessi italiani.
Scriveva George Gissing nel suo “Sulle rive dello Ionio”,
la cui prima edizione risale al 1901, una pagina significativa
di una Taranto fine Ottocento e poneva all’attenzione degli
aspetti e degli elementi di natura sia archeologica che
antropologica. Gissing andò a Taranto né come viaggiatore né
come pellegrino ma con l’obiettivo di riscoprire il senso di una
eredità che è quella grecoromana.
Gissing a Taranto, come attraversando la grecità soffusa e
immensa della Calabria, non è il viaggiatore inglese giunto con
lo scopo di lasciarsi ammagliare dal fascino della Magna Grecia
perduta e rintracciabile soltanto in qualche pezzo archeologico
o nei simboli di un mare che porta echi di Mediterraneo. Ma
voleva capire il sentimento di una città attraverso quella
pagina che pone insieme il dialetto di una città e il senso di
una appartenenza nella misura o nella dilatazione del tempo.
Infatti, egli scrive : “ Anche se Taranto fa ogni sforzo
per adeguarsi alla modernità e al progresso, c’è una forza
ritardatrice che per ora non accenna a diminuire: la profonda
superstizione della gente”. Quindi, individua immediatamente un
elemento che va oltre lo spirito del viaggiatore perché lo scavo
che si impone è quello di una visione prettamente
etno-antropologica che risale a i suoi studi giovanili e quindi
ad un tempo che è stata la sua giovinezza.
Il suo viaggio in Magna Grecia, quella Magna Grecia greca e
romana successivamente, diventa così, un viaggio alla ricerca di
se stesso e di viaggi in Italia ne compie tre. Il suo cercare e
il suo ricercarsi nella grecità soffusa gli fa annotare : “I
suoni della Grecia e dell’Italia mi attirano come nessuno altro;
mi riportano alla mia giovinezza”. Ed è la giovinezza
grecoromana che si agita nella sua formazione e che troviamo in
molti altri suoi scritti sia narrativi che saggistici.
Da Taranto a Crotone da Crotone a Reggio Calabria e da qui
a Napoli: riferimenti che sottolineano ancora oggi una forte
attualità perché questa sua letteratura di viaggio si impone
necessariamente come letteratura-viaggio, in quanto riesce a
distinguere la diversità dei luoghi e ad affermare un concetto
molto forte che è quello di un Mediterraneo grecoromano che si
confronta con gli altri mediterranei. Non c’è un Mediterraneo
unico ma insistono diversi mediterranei che si mostrano con le
loro differenze. Così come ci sono diverse realtà della Magna
Grecia. La linea o il semi cerchio che va dal Golfo di Taranto a
Crotone è il fascino del mistero che lega Archita a Pitagora e
viceversa.
La geografia –luogo di quella che fu la Magna Grecia e che
storicamente e politicamente divenne Regno di Napoli non può che
identificarsi unicamente, secondo Gissing, nel Mediterraneo
grecizzato e latinizzato dentro il quale archeologicamente e
storicamente le città come Taranto Sibari Crotone Reggio
Calabria hanno giocato un ruolo di primaria importanza anche
dal punto di vista commerciale ma più profondamente culturale.
Questo non significa che bisogna trascurare le
contaminazioni con gli altri mediterranei e anche all’interno
della stessa Magna Grecia. Taranto è stata Magna Grecia ma anche
nell’Ottocento si è dovuta confrontare con quelle contaminazioni
e con quei modelli di meticciato che “invadevano” tutto l’arco
ionico.
Taranto, è definita da Gissing, città dei pescatori tanto
che nel suo testo afferma: “Questi pescatori sono i primitivi di
Taranto; chi può dire per quanti secoli hanno tirato in secca le
loro reti sulla scogliera? Quando Platone visitò la scuola di
Taras, vide le stesse figure dalle gambe brune con un abito
quasi identico, intente al loro racconto marino”.
Gissing, comunque, non è un sognatore-scrittore che
viaggia. Anche viaggiando riesce a cogliere la frammentarietà di
un paesaggio attraverso il linguaggio della letteratura e il
mosaico è sempre quello antropologico e gli offre la capacità di
leggere con molta sincerità le pagine nascoste nei luoghi.
Parlando dell’arsenale ebbe a scrivere : “ …se almeno si potesse
credere che l’arsenale significasse davvero u bene per
l’Italia…” .
Ma spesso ritornava al mito grecoromano con una
cesellatura racchiusa in questo scatto : “Socchiudendo gli occhi
si poteva immaginare la vera Tarentum”. Gissing ci riporta
chiaramente ad uno scrittore viaggiatore italiano che è Carlo
Belli ma sono due epoche e forse due modelli culturali oltre ad
essere due spaccati di una stessa geografia visti da un inglese
e da un italiano di Rovereto.
Comunque, Taranto è una chiave di lettura per questi
scrittori che hanno lasciato un segno tangibile di una Magna
Grecia in una età dove non c’è più la Grecia arcaica ma c’è una
eredità che è dentro quel “destino” che è il Mediterraneo tra i
luoghi che si stringono tra Taranto, Sibari, Crotone, Locri,
Reggio.
Per Gissing Taranto è stato destino nella Magna Grecia e
in quella sua epoca (nato nel 1857 e morto nel 1905) tardo
romantica resterà destino tanto da fargli dire che volgendo il
suo pensiero all’Italia, a quell’Italia della Magna Grecia,
ritornava spesso alle sue origini e alla sua formazione
culturale.
Questo destino di Taranto si intreccia con quello di Sibari
distrutta nel 510 dai crotniati e della stessa Crotone e poi di
Reggio. Una Magna Grecia definita che, tra le parole e le pagine
di Gissing diventa infinita e forse indefinibile. Ma Gissing ci
ha regalato immagini indimenticabili. Un viaggiatore tra le
pieghe dei luoghi e dentro le letterature. In fondo la Magna
Grecia resta non solo un territorio ma una cultura delle
contaminazioni all’interno del Mediterraneo.
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pubblicato il 21 maggio
2009
Difesa della lingua italiana e “revisione” della normativa
sulla tutela delle minoranze linguistiche in Italia a dieci anni
dalla emanazione
Tra le lingue e le culture storiche che occorre tutelare bisogna
necessariamente inserire anche quelle Armene, Rom e Sinti
di Pierfranco Bruni
Occorre difendere la lingua italiana sia dal punto di vista
culturale che giuridico. C’è un dibattito in corso che interessa
la tutela della lingua italiana. Un dibattito che parte
da molto lontano. Occorre ristabilire una dialettica sia
giuridica che culturale sulla modifica dell’Articolo 12 della
costituzione. In un tale contesto credo che sia necessario
rivedere e quindi riconsiderare anche la Legge (la 482/99) sulla
tutela delle minoranze etnico – linguistiche storiche.
Una Legge che va rivista nella sua struttura, va riconsiderata
alla luce di un decennio che ha visto diverse trasformazioni nel
campo delle minoranze linguistiche in Italia e andrebbe
riscritta. O meglio va ricontestualizzata. Ci sono alcuni motivi
di fondo.
Prima di tutto (ovvero primo elemento) è necessario
parlare di “presenze” minoritarie e non di minoranze vere
e proprie. Il discorso è sottile ma qualifica e diversifica la
questione sia politica che giuridica e culturale.
Secondo elemento non può interessare soltanto la lingua e
le culture o la Pubblica Istruzione ma deve creare la
possibilità di comparazioni altre e questo nonostante il
successivo Regolamento non si evince con chiarezza.
Terzo elemento: bisogna alleggerirla e aprirla ad un
confronto con le identità nazionali. Non la si può circoscrivere
ad una tutela e ad una promozione della tutela soltanto delle
minoranze non tenendo conto che queste minoranze sono “presenze”
nel contesto territoriale italiano, regionale e provinciale.
Contesto che ha già un suo dialetto.
Quarto elemento: le 12 minoranze linguistiche di cui
parla la normativa sono ampiamente superate anche se ci si
riferisce ai livelli storici. Un solo esempio: è necessario
inserire nella tutela la lingua e la cultura armena come è da
riconsiderare le culture e le lingue dei rom e dei sinti
presenti sul territorio italiano.
Quinto elemento: non può essere considerata come un
serbatoio dove attingere economie per una tutela che, a volte, è
abbastanza mediocre dal punto di vista della proposta culturale.
Quindi occorre rivederla nella sua struttura e nella sua
complessità. Gli stessi Sportelli Linguistici, nei
territori interessati, dovrebbero avere una funzione di forte
incisività culturale e invece sono molto limitati.
D’altronde il dibattito sulla modifica dell’Articolo 12 va a
cambiare logicamente la Legge in questione e perciò occorre
necessariamente ricontestualizzare la tutela delle minoranze
storiche sulla base della difesa della lingua italiana e
dell’identità italiana. Una riflessione di altro tipo, comunque,
va rivolta a questa normativa sulla base di alcuni principi.
La presenza delle minoranze etnico-linguistiche in Italia,
riconosciute come tali, va considerata almeno secondo tre
aspetti.
Il primo aspetto è, certamente, storico
in
quanto occorre capire e analizzare il rapporto tra la loro
provenienza e la contestualità territoriale nella quale le
stesse minoranze si sono stanziate. In tale aspetto rientra
certamente una meditazione e una valutazione delle influenze che
si sono verificate nel momento in cui le minoranze si sono
insediate all’interno dello stesso territorio italiano e
all’interno di un particolare assetto geografico. Perché un loro
insediamento ha contribuito a creare una rete estesa di legami e
di rapporti con le popolazioni già esistenti sul territorio e
nelle strette vicinanza e quindi essendo state popolazioni
aggiuntive al territorio si è verificato un incontro tra storia,
modelli di civiltà e tra assetti territoriali stessi. Proprio
per questo è necessario approfondire quelle valenze storiche che
nel corso dei secoli hanno portato alla luce modelli di
identità.
Il secondo aspetto è, chiaramente, quello che riguarda
gli elementi giuridici. In
realtà una minoranza linguistica per resistere su un determinato
territorio o all’interno dell’intero Paese Italia ha necessità
di essere tutelata grazie a precise normative che devono
garantire la salvaguardia della loro presenza attraverso
apposite leggi stabilite sia a livello nazionale sia a livello
regionale ovvero locale. Su questo tema si sono sviluppati
diversi dibattiti ma resta fondamentale ciò che stabilisce la
Costituzione della Repubblica Italiana. O meglio occorre far
riferimento costantemente all’articolo 6 della Costituzione nel
quale si sottolinea : “La Repubblica tutela con apposite norme
le minoranze linguistiche”.
Eravamo nel 1948, da allora la
discussione sia giuridica, istituzionale e parlamentare è stata
abbastanza articolata e vasta. Proprio partendo dall’articolo 6
alcune regioni nelle quali ricadono le presenze minoritarie si
sono sentite in dovere di proporre e attuare delle normative e
delle leggi in grado di tutelare e promuovere le realtà
etnico-linguistiche ricadenti, certamente, nel territorio di
competenza. Sulla scorta di una discussione che è continuata per
anni soltanto nel 1999 è stata promulgata una legge che sancisce
“Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche
storiche”.
La legge in questione è del 15 dicembre 1999 n. 482
ed è stata pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n.297 del 20
dicembre 1999, il cui regolamento di attuazione è andato in
vigore il 28 settembre 2001.
In questa legge si sancisce come recita l’articolo 2 : “In
attuazione dell’articolo 6 della Costituzione e in armonia con i
principi generali stabiliti dagli organismi europei e
internazionali la Repubblica tutela la lingua e la cultura delle
popolazioni albanesi, catalane, germaniche, greche e slovene e
croate e di quelle parlanti il francese, il franco-provenzale,
il friulano, il ladino, l’occitano e il sardo”.
La legge che è costituita da 20 articoli punta, certamente, a
valorizzare il patrimonio linguistico e culturale ma anche
sottolinea l’importanza della valorizzazione della lingua e
delle culture. Quindi non solo tutela la lingua ma anche il
tessuto culturale di cui le minoranze sono portatrici. C’è da
ribadire,comunque, un dato significativo sul quale la
discussione è di estrema attualità : l’articolo 1 di questa
legge ribadisce “La lingua ufficiale della repubblica è
l’italiano”. In virtù di tali elementi si è aperta la
discussione, di recente, proprio sull’articolo 12 della
Costituzione in materia di riconoscimento dell’italiano quale
lingua ufficiale della repubblica.
È necessario, chiaramente, approfondire i risultati che hanno
portato la legge n.482/ ’99 non solo dal punto di vista
giuridico ma anche dal punto di vista storico e proporre che
tipo di incidenza politico-culturale nel corso degli anni si è
innescato anche alla luce della autonomia regionale.
Il terzo aspetto è prettamente culturale
e interessa in modo particolare la ricostruzione di queste
presenze e della loro incidenza storico-sociale. Ciò ha portato
ad una discussione sul concetto di etnia, ovvero della valenza
storica dell’etnia in Italia a partire sia dall’Unità d’Italia e
successivamente dal 1948 alla L. n. 482/ ’99.
La questione riguarda le presenze
minoritarie storiche e si guarda con attenzione a quelle
presenze definite stanziali e non migratorie. Un inciso che è
prettamente culturale in quanto si ribadisce il fatto che si
tratta di presenze minoritarie all’interno di culture nazionali
e non tout court di minoranze linguistiche. Ogni realtà di
presenza minoritaria ha vissuto un impatto particolare con il
territorio sia in termini di incisività storica sia sul piano
culturale attraverso usi, costumi, tradizioni ed elementi
etno-antropologici e letterari che andrebbero analizzati sia
sotto il profilo storico sia sulla base di moduli normativi sia
attraverso una residuale presenza linguistica e perciò
culturale.
Detto ciò, bisogna ritornare sul dettato sottolineato
all’inizio. Occorre porre al centro la tutela della lingua
italiana. Bisogna difendere l’Italiano e l’italianità nella
lingua e nella cultura, nella storia e nelle eredità. Oggi
più che mai va difeso il concetto stesso di italianità perché
rimanda all’idea vera di Nazione. Senza nulla togliere alla
presenze delle “isole” minoritarie ma bisogna avere la
consapevolezza forte che restano delle isole linguistiche.
Attenzione a non confondere il valore antropologico con quello
storico, il valore di una letteratura nazionale con quello di
una frammentazione “etnica”.
Ci sono realtà che vanno salvaguardate perché sono il portato di
una storicità che va ben oltre il 1861. E’ necessario riflettere
su tali questioni perché è necessario difendere una lingua e con
la lingua l’eredità nazionale.
Le presenze minoritarie devono essere certamente tutelate ma
all’interno di una tale temperie. Ecco perché la normativa del
1999 diventa ormai quasi obsoleta sia sul piano culturale sia
sul versante di una analisi storica sia su quello giuridico.
L’Articolo 6 della Costituzione è un riferimento certamente ma
il dibattito e le posizioni sulla modifica dell’Articolo 12
impongono un diverso modo di approccio allo stesso Articolo 6
che riguarda, appunto, le minoranze linguistiche ed etniche
storiche.
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pubblicato il 9 maggio
2009
Pio Rasulo in "La lunga notte
della civetta" racconta come la letteratura si fa
antropologia
di Marilena Cavallo
Pio Rasulo in "La lunga notte della civetta"
compie un viaggio nella civiltà di un popolo e di una cultura.
Ora ripubblicato in una veste sobria e accattivante con in
copertina un disegno di Carlo Levi. La prima edizione uscì
addirittura nel 1963. questa nuova edizione è arricchita da un
significativo saggio di Antonio Basile che fa posta fazione.
Subito si legge: "Troppe cose m'avevano fatto credere che
mai più avrei trovato su questi monti gli stessi pastori di
allora, ridotti solo nel numero, quelle stesse case che per
decenni hanno raccolto da ognuno pochi argomenti, parecchie
speranze e molte preghiere. Avevo creduto che la guerra avesse
distrutto anche il mondo vergine e acerbo, magico e primitivo:
un mondo tradizionale, fatto sempre di uguali rapporti, che
perpetua nel Sud la cosiddetta 'civiltà contadina'".
In questo viaggio il significato e il significante si
incontrano per raccontarsi la celebrazione del ricordo. E c'è
tanta nostalgia. La nostalgia dei paesaggi che ritornano ed è
come se si vestissero di sogno: "La nostalgia dei monti carichi
di neve, del focolare domestico, del bel presepe artistico della
piccola chiesa non li abbandona mai".
E' sostanzialmente un attraversamento di paesi. Sono i
paesi della Lucania. I paesi di Isabella Morra, di Rocco
Scotellaro, di Leonardo Sinisgalli, di Carlo Levi, di Rocco
Montano. Ci sono i contadini del Sud: quelli che recitano
malinconia e nenia, fatica nei campi e alzate nelle ore
antelucane. Usi e costumi. Riti e liturgie. Miti e leggende.
Canti e rosario recitato.
Tra i paesi della Lucania e della Puglia ci sono immagini
mai dimenticate. Ogni paese o ogni cittadina ha il suo ritratto.
Un ritratto che resta indelebile. Con i colori delle fotografie
in bianco e nero riporta sulla scena gli antichi scenari
rituffandoli nel presente. Un presente che era ieri e che oggi
il tutto si legge con una pacata malinconia che sa di tempo
depositato nel cuore. Tira fuori tutta quell'anima impregnata di
tradizioni che lasciano segni nel cavo della mano.
Immagini che decodificano un vissuto e disegnano il
cammino di un tempo: "A Stigliano ci svegliò la notte del 17
gennaio uno strano tipo di rumorosa processione; a Pisticci c'è
il rauco suono della 'cupa - cupa'". La nostalgia ritorna nello
spezzettamento delle ore e il tutto si intreccia. I fenomeni
storici con gli eventi naturali. Il brigantaggio con i suoi
briganti con il canto religioso.
La grande nostalgia di un popolo è nella magia della
poesia. Una poesia che è anche linguaggio. Si legge: "Da Orazio
ai nostri giorni centinaia di poeti lucani hanno sintetizzata
liricamente la vita del loro popolo in ogni manifestazione,
inquadrata secondo le istanze storiche, economiche e sociali del
tempo. Quasi tutti hanno rilevato un attaccamento ed un amore
pensoso per questa loro terra amara. Anche quando i versi
esprimono ansia di evasione si sente in essi una nota dolente,
permeata di sofferenza e di malinconica nostalgia".
Citazioni che ci riportano a un mondo che è quello che
resta nella nostra memoria e nel nostro vissuto e ritorno come
viaggio della nostra (o nella nostra) interiorità. Veniamo tutti
da un mondo contadino. È un insegnamento,quello di Rasulo, ricco
di valori che richiamano i segni di una tradizione che è dentro
il nostro tessuto territoriale e umano.
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pubblicato il 9 maggio
2009
L’attualità di Leonardo Sciascia a 20 anni dalla morte. Uno
"scrittore-contro" nella contemporaneità
di Pierfranco Bruni
Venti anni fa moriva Leonardo
Sciascia. Impegno civile e letteratura. Due percorsi che hanno
dato vita a un processo culturalmente omogeneo ma che è stato
fondamentale per capire una “certa” Italia sia sul piano
politico che su quello culturale. Sciascia era un contemporaneo
nella contemporaneità ma riusciva a vivere il “suo” tempo nel
tempo della storia e la storia, non quella che offriva nei suoi
scritti o mostrava attraverso la sua dialettica e la sua
capacità di afferrare gli eventi, era una frantumazione di
particolari, di elementi culturali, di modelli esistenziali. I
personaggi che portava sulla scena avevano sempre un’anima e i
paesaggi che mostrava non erano sempre dei luoghi geografici ma
dei riferimenti esistenziali che avevano una penetrazione etica,
morale, letteraria.
Nei suoi personaggi quell’anima
non era sempre un’anima cosiddetta civile ma il più delle volte
emergeva una coscienza enigmatica. Il mistero era per Sciascia
un’avventura ma anche un destino. Uno scrittore calato nella
profondità siciliana. Una sicilianità che significava
Mediterraneo. Un incrocio tra civiltà abbandonate sulle onde del
Mare arabo, sulle colline, lungo i corridoi dei paesi del Sud,
nelle piazze che si traducevano in agorà, nel sospetto dei
sogni, nella falsità degli uomini persi alla ricerca delle
ricchezze improvvise o improvvisate. Ebbene Sciascia aveva la
consapevolezza che i personaggi e gli uomini si sentivano
aggrediti dal destino e dal peso delle avventure. E il tutto in
una rocambolesca messa in scena nel teatro fittizio dei giorni.
Un pirandelliano (o un
pirandellismo) che incontra un’essenza gattopardiana
(gattopardesca). Due capisaldi, al di là dei suoi testi sulla
mafia e sulla condizione della sua Sicilia in un tempo di mafie
e di sconfitte morali, sono certamente Pirandello e Tomasi di
Lampedusa. Il mistero e la comprensione che ci deriva dalla
storia. Un’unica chiave di lettura che ha un suo senso e che
diventa un processo esistenziale il cui centro è segnato
dall’incontro tra la natura e l’uomo.
Da qui la malinconia che esplode
dalle sue parole. Parole che sono sguardi, non attimi fuggenti,
e marcano identità e radicamenti. La malinconia di Sciascia è
già in Le parrocchie di Regalpetra. E poi in Il giorno
della civetta pur essendo un romanzo in cui si parla di
mafia. E ancora malinconia in quella ricerca di una verità che
passa comunque attraverso il “sapore” della falsità. La verità è
una falsità purificata. Mi riferisco a Il consiglio d’Egitto,
a Morte dell’inquisitore e ancora A ciascuno il suo,
a Il contesto e mi fermerei, in questa fase, a
L’affaire Moro. Quest’ultimo lo considero un testo chiave.
Perché ha dentro di sé almeno tre
dimensioni. Quella storica. Quella romanzesca. Quella politica.
Ovvero. L’analisi di un contesto che raccoglie l’aspetto
sociale, ideologico, umano. La centralizzazione del personaggio
Moro è una proiezione letteraria che si focalizza non solo in
quella tragedia ma in uno scavo che permette di addentrarsi
nell’avvenimento in sé ma anche nel destino di Moro stesso. Moro
non è soltanto lo statista è, in Sciascia, un personaggio della
tragedia. Qui l’aspetto letterario me sembra fondamentale ed
eccezionale. Il dato politico non prescinde da un processo che è
etico, morale ed esistenziale e ha radicamenti che vengono da
molto lontano.
Storia, letteratura e politica.
Ovvero ancora: memoria depositata, metafora, cronaca. Tre forme
del pensare, dell’essere e dell’agire che trovano nei suoi
scritti una chiave di lettura che si condensa in quello stato di
malinconia che si troverà in modo emblematico in Il cavaliere
e la morte. Ritorna il pirandellismo e il gattopardismo. In
uno scritto su Tomasi di Lampedusa Sciascia ha scritto:
“Immutabile è il destino dell’uomo siciliano; immutabile
dovunque, nell’atroce successione dei fatti che le idee muovono,
il destino umano: un destino da contemplare, fuggendo dallo
spavento della storia, nello spavento cosmico di Pascal”. E poi
ha affermato che don Fabrizio in Il Gattopardo “si
accorda alla precarietà della vita e alla infinità della morte”.
Vita e morte sono i codici di una
Sicilia che incarna non solo il suo mondo ma, secondo Sciascia,
il mondo in sé. E questo mondo in sé è una costante rivelazione
che si serve di due categorie: del senso dell’ambiguo e della
certezza che la verità passa attraverso, come già si diceva, la
finzione. Per Sciascia la scrittura è un messaggio in codice che
trasporta sulla pagina frammenti di realtà. Ma la realtà è un
filtro che processa il quotidiano e va dentro la storia.
La menzogna che occupa la storia
può essere sconfitta dall’intelligenza della critica. E’ su
questo che Leonardo Sciascia ha percorso il suo viaggio
culturale e letterario in particolare. Un viaggio che si legge
soprattutto con il coraggio del rischio. Sciascia aveva il
coraggio del rischio anche quando scrisse quel “brutto” articolo
sui professionisti dell’antimafia. Forse non capito o forse
troppo forzato ma che ha lasciato molti dubbi.
Ora Sciascia è diventato un
personaggio tra i personaggi che egli stesso ha costruito o
“falsificato”. Un personaggio che non aveva condiviso l’incontro
tra il rosso e il bianco del 1978. Che non aveva mai accettato
l’immagine di una Sicilia “illuminata” dagli scoppi della
lupara. Che non avrebbe chiaramente condiviso tutte le polemiche
politiche sui fatti di mafia di questo decennio passato. E forse
avrebbe completamente riscritto quell’articolo sui
professionisti dell’antimafia. Aveva il coraggio di correggersi,
di accettare, di ammettere valutazioni errate.
Un uomo di cultura che poneva al
centro l’uomo con le sue falsità e con le certezze del dubbio.
Ecco perché nella sua scrittura il segno della metafora
rappresentava un codice sia linguistico che problematico. Una
letteratura della problematicità perché per Sciascia il tempo
della cultura poteva coincidere con quella della politica
attraverso gli uomini e attraverso un’etica dell’essere.
Come il Mattia Pascal Sciascia
“usava” una sua biblioteca. La biblioteca delle parole, dei
linguaggi, del tempo, della memoria. Non ho condiviso alcune sue
scelte ma non era fazioso. Non ho condiviso il suo fare
letteratura sull’impressione fotografica del reale. Ma la
memoria non sta al di là della realtà. E’ dentro la realtà. Una
volta superata resta il fantastico. Ebbene, dal 1978 in poi: dal
libro su Moro, in Sciascia ha prevalso il fantastico. Ed è
questo lo scrittore che ancora dà lezioni, che è ritornato a
parlarci di quella “corda pazza” con un sentire che va oltre la
misura del quotidiano. Come una proiezione profetica.
Molte volte le sue denunce che
passavano sotto i codici della letteratura non mi convincevano.
Il suo fare letteratura non coincideva con il concetto che ne
avevo e che ne ho io della letteratura. La sua passione,
il suo far prevalere i valori della cultura o i valori della
verità della cultura su quelli della demagogia politica, il dare
degli orizzonti e il mettere costantemente in discussioni le
varie posizioni, da qualsiasi parte esse potessero provenire,
facevano di Sciascia non solo quell’intellettuale “contro”, che
ho sempre stimato, ma ponevano all’attenzione il ruolo
dell’intelligenza critica sul conformismo dilagante e Sciascia,
appunto, era un interprete di questa intelligenza critica che
veniva messa al servizio di una discussione problematicizzando i
fatti e la storia stessa nella quale la contemporaneità era
calata. Ma la letteratura che si spoglia della cronaca diventa
anche profezia. E in Sciascia se si riesce a leggerlo con
serenità c’è soprattutto il sentiero dell’ambiguo che gioca
sulla corda del profetico, dell’avventura e del mistero –
destino. La realtà comunque è altrove in letteratura. Sciascia
lo aveva capito molto bene.
Leonardo Sciascia era nato
Racalmuto l’8 gennaio 1921 e morto a Palermo il 20 novembre
1989. |
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pubblicato il 6 maggio 2009
FRANCESCO GRISI DIALOGA CON GLI SCRITTORI DEL '900:
DA ITALO CALVINO A DIEGO FABBRI
di Pierfranco Bruni
Francesco Grisi è stato uno scrittore che si è costantemente
testimoniato attraverso rapporti e amicizie che hanno segnato un
ben preciso contesto della letteratura del nostro tempo. Uno
spaccato, d'altronde, che ha messo in luce importanti legami
grazie ai quali si è potuta documentare una pagina significativa
della formazione che ha segnato lo scrittore e l'intellettuale
Francesco Grisi. I suoi libri sono pieni di emozioni e di
riscontri che richiamano anche un modello di partecipazioni tra
letterati.
Francesco
Grisi in realtà ha vissuto una dimensione della sua vita non
perdendo mai di vista l'intreccio umano tra la parola –
sentimento e sacralità. Una scrittura che alla base non solo un
sistema di vita ma anche una strategia in termini culturali. Lo
scrittore lo si incontra sia nelle pagine narrative e nella sua
poesia ma anche in quella dimensione dell'esistere che si
ascolta dalle pagine, chiamiamole così, di critica letteraria.
Grisi ha avuto delle frequentazioni molto belle con scrittori
del novecento. Vanno ricordati i suoi legami con personaggi come
Prezzolini, come Brancati, come Calvino, come Berto, come
Buzzati, come Silone, come addirittura Mircea Eliade.
Credo che tra gli scrittori
frequentati da Grisi almeno due o tre hanno lasciato un segno
indelebile nella sua vita di uomo e di pensiero. Mi riferisco in
particolare a Giuseppe Berto, a Ignazio Silone e a un filosofo
come Ugo Spirito. Di Berto più volte ha detto raccontando un
fatto che a distanza di anni ha un sentore profetico per lo
stesso Grisi.
Ecco di Berto cosa ricorda:" Ero
amico di Berto. Ci incontravamo spesso. Si parlava di tutto. Ma
non si approfondiva nessun problema. La conversazione serviva
solo per certificare. Vi erano anche i lunghi silenzi. Berto
aveva sempre paura di entrare nella vita. Era un grovigli di
contraddizioni. Trovata una verità la metteva subito in dubbio.
Ma soffriva. La sua angoscia era quella di chi è destinato
a navigare sempre. Mai un porto dove fermarsi. I suoi amori
vivono intensamente,
prima. Irrimediabilmente finiti, dopo. Eppure credeva
nell'amore. Diceva che l'amore è un sentimento confuso
perché da una parte è 'divinamente eccelso' (sono sue parole) e
dall'altra affonda le radici nell'oscurità del sesso. E soffriva
perché si sentiva incapace di conciliare. Anche fisicamente era
strano. Un giorno si presentava con lo sguardo limpido che lo
illuminava, sistemato e profumato. E il giorno dopo era pieno di
rughe, invecchiato con gli occhi macchiati. Straccione".
Si,
si tratta proprio di un viaggio profetico. In questo ricordare
Berto ci sono onde che ci riportano la realtà vissuta dallo
stesso Grisi. Infatti vent'anni dopo Grisi sarà colpito dallo
stesso male e morirà. Una letteratura impregnata di una forte
marcatura esistenziale. Berto è stato molto amici di Grisi. Come
lo è stato Ignazio Silone. Moriranno entrambi nel 1978.
Tra Grisi e Silone una amicizia
cominciata da molto lontano. Anche dopo la morte dello scrittore
abruzzese Grisi lo ricorderà sempre con grande affetto. Un
affetto che andava oltre la pagina letteraria. Ci lascia questa
testimonianza:
"Nelle nostre conversazioni nella sua casa a Roma in via
di Villa Ricotti mi raccontava il suo faticoso processo di
elaborazione e la forma di pretesto che i personaggi dovevano
assumere. La razionalità illuminista in Silone ( che
illuminista non era ) affondava nella necessità di dare una
funzione agli intrecci e ai sentimenti che dovevano concorrere a
dimostrare una tesi…Durante gli ultimi anni della sua vita ci
incontravamo spesso con Silone. Dopo la sua morte lo sentii come
una guida esemplare per il nostro tempo così disperatamente
antisiloniano".
Elementi che provengono
certamente dai suoi testi ma anche da un racconto personale che
Grisi mi rendeva partecipe. Il mio rapporto con lui, è inutile
ripeterlo, è stato fondamentale. Mi ha lasciato una
testimonianza che tutt'ora ha una cocente attualità. La
letteratura come coscienza del nostro vivere nel tempo e nel
misterioso. Il suo parlarmi di esperienze letterarie è stato
sempre un parlare di avventure nelle quali gli incontri
definivano elementi di una umana malinconia. Ricordo quando mi
parlò di Calvino o di Eliade.
Su Calvino mi disse:" Sai, una
volta gli parlai di Roma e mi accorsi subito che Calvino era
lontano, guardava il mare salutandomi. Lo vidi
allontanarsi…piccolo di statura si rimpiccioliva ancora di più
nella luce del tramonto…". Un'altra immagine mi ritorna pensando
a Mircea Eliade. Mi si attesta con questa visione: " L'ultima
volta che incontrai Mircea Eliade fu a Palermo in occasione del
Premio Mediterraneo…Sulla spiaggia di Mondello si è abbandonato.
Nel sole caldo felice per il colore verde del mare. Mircea
Eliade mi diceva che la 'Sicilia non è isola ma bellezza
diventata tradizione. E che la tradizione è depositata nel
Sacro'".
Eliade e il tempo della
nostalgia. Sono soltanto alcuni tasselli di un mosaico molto più
ampio che ha riguardato la storia letteraria di Francesco Grisi.
Una storia, quella sua, che certamente è tracciata nei suoi
libri ma anche, come si diceva, con alcuni protagonisti
della cultura contemporanea. Protagonisti nella testimonianza di
uno scrittore che si è sempre raccontato. Si pensi alla sua
forte amicizia con Diego Fabbri. E si pensi a un suo maestro,
già richiamato prima, quale fu Ugo Spirito.
"Sono stato un discepolo e un
amico di questo personaggio così esemplare e contraddittorio".
E' Grisi che parla di Spirito. " I miei incontri con Spirito
sono stati sempre incompiuti. Anche se mi trattenevo con lui per
molto tempo andavo via sempre con l'impressione di non aver
detto tutto. Era come una terra da arare nel profondo. Il cuore
della miniera era al centro della terra".
Un incontro, appunto, con i
contemporanei, come ha intitolato un suo libro antologico del
1970. Forse ci sono significati alti ma questo viaggio tra
scrittori è un viaggio anche nella letteratura, nella teologia
della parola, nella teologia della letteratura. In quella
letteratura mai costruita ma vissuta come eterna consapevolezza
di una memoria che non si perde e che ritorna a raccordare
antichi e nuovi respiri. |
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pubblicato il 3 maggio 2009
“FVTVRPVGLIA” DI GIUSEPPE MAZZARINO - Le attività sul
Futurismo a Taranto.
di Marilena
Cavallo
Il Futurismo,
suggestiva arte dal colore di futuro, poetica dal sapore aurorale,
foriero di futuro, approda con questo saggio in Puglia, o meglio
nelle Puglie, nelle tre terre di Messapia, di Peucezia e di Daunia,
se non si vuole aggiungere una quarta “P”, quella della singolare
esperienza di Taranto. Significativo il contributo di “FuturPuglia”,
edito da Csr e Nemapress, di Giuseppe Mazzarino con Appendice di
Pierfranco Bruni. Il Futurismo ha avuto una sua particolare
impostazione anche in Puglia.
Lo dimostra il saggio
citato e le manifestazioni organizzate di recente dal Centro Studi
e Ricerche “Francesco Grisi” a Taranto e in Provincia (da Grottaglie
a Maruggio a Carosino). Tra qualche settimana una nuova iniziativa a
Carosino porterà sulla scena una mostra di materiale futurista
comprese copie originali della storica rivista “Futurismo -
Oggi” che era diretta da Enzo Benedetto, le cui copie sono custodite
dal Centro Studi e Ricerche “Francesco Grisi” diretto da Pierfranco
Bruni..
Parole in libertà per
una Puglia allo specchio senza cornici, che restituisce il profilo
Apulo degli stati d’animo, delle vibrazioni, delle gioie intense e
dei desideri frenetici, custoditi nelle tavole parolibere o nei
quadri futuristi lungo un tracciato che rivoluziona innovando.
Ma si innova proprio attraverso una idea precisa di rivoluzione.
Soprattutto in questo caso.
All’interno di un
variegato esame del volto nazionale e internazionale della prima
vera sperimentazione di avanguardia letteraria e artistica, la
fisionomia del panorama pugliese si definisce con caratteristiche
“dinamiche”. Sono queste caratteristiche che danno quel
sensononsenso ad un tracciato che sa di progetto. Il Futurismo anche
in Puglia (o nelle Puglie) è stato Progetto.
Il travaglio della
parola nel linguaggio scattante di Ungaretti, la ricerca di una
parola nuova per il nuovo sentire di Quasimodo, attingono a risorse
futuriste e insieme a nomi come quelli di Mario Carli, Emilio Notte,
Franco Casavola, Pietro Pupino Carbonelli e tanti altri futuristi
nati o operanti nelle Puglie, nomi “rimossi”, cancellati,
disconosciuti e relegati nel dimenticatoio, tornano a testimoniare
un percorso personale, regionale, nazionale ed internazionale grazie
all’“insonnia febbrile” della forza dell’indagine letteraria e della
critica artistica, che animano questo studio.
E poiché, come amava
proclamare lo stesso Filippo Tommaso Marinetti, “non v’è più
bellezza se non nella lotta”, “FUTURPUGLIE” lotta contro il silenzio
sulla “meridionalità” del Futurismo e sugli errori di identità o di
interpretazione rispetto ad alcuni autori. Autori che offrono una
precisa chiave di lettura non solo artistico – letteraria ma anche
storica.
L’analisi sembra
“inneggiare” a quei letterati e artisti, che al “volante” di una
letteratura nuova, hanno attraversato con un’asta ideale la terra
pugliese, lanciandola in corsa nella più ampia esperienza italiana.
La velocità, la dinamicità, l’idea della macchina non sono un
documento ma i riferimenti di un mosaico che troviamo ben definito
nei Manifesti. Proprio a partire da quello del 1909.
Si sveglia, dunque la
“sonnacchiosa provincia” e anche la capitale barocca vive il suo
bagno nella modernità, con gli immancabili Manifesti e l’invito
rivolto ai giovani meridionali a “marciare e non marcire” e con la
presenza in Puglia di riviste come la barese “+ - 2000” o la leccese
“Vecchio e Nuovo”. Il Manifesto - programma ai giovani meridionali
del 1918, pubblicato a Napoli, è un testo – testimonianza di grande
efficacia e di sicura mobilitazione “ideale”.
Pagine queste accese,
come un carbone sotto la cenere, pegno della “vampa futurista che
incendiò anche la nostra regione”, pagine che restituiscono
trentacinque anni di futurismo a una personale e nuova proposta di
periodizzazione, sfidano la “damnatio memoriae” di alcuni interpreti
del Futurismo pugliese, convinte che con le futuristiche istruzioni
di un Mario Carli, si possa ancora “costruire la primavera”…è questa
la “dinamite delle idee nuove”!
In questo testo i fili
che tessono i Futuristi non formano un gomitolo ingarbugliato e pur
non trattandosi di una tela omerica i fili comunque si intrecciano
su un inciso che potrebbe costituire la chiave di lettura di una
realtà – tempo futurista: “Chi ama la vita, l’energia, la gioia, la
libertà, il progresso, il coraggio, la novità, la praticità, la
velocità” è un “futurista nella vita”, come si legge nel primo punto
delle “nozioni elementari” di “Che cos’è il futurismo” firmato da
F.T. Marinetti, E. Settimelli, M. Carli.
Non una idea soltanto,
dunque, ma un progetto, e questo studio pone in evidenza una eredità
che non sarà legata al passato ma proprio ad un futuro che vive le
necessità di innovare. Nei linguaggi, nelle arti, nei costumi. Forse
nella vita stessa. Il Futurismo non è solo cultura o costume. È
soprattutto una “struttura” mentale. I percorsi intrapresi dal
Centro Studi e Ricerche “Francesco Grisi” lo dimostrano.
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pubblicato il 3 maggio
2009
L’uscita di sicurezza di Ignazio Silone - Lo
scrittore era nato il 1° maggio di 109 anni fa in Abruzzo.
La politica, la letteratura l’eresia.
di Pierfranco Bruni
Silone era nato a Pescina dei Marsi, in provincia dell’Aquila,
il 1° maggio del 1900, centonove anni fa, e morto a Ginevra il 22
agosto del 1978. Recentemente come Centro Studi e Ricerche
"Francesco Grisi" abbiamo pubblicato un testo (dal titolo Spirito
e verità. Lettere inedite di scrittori contemporanei, Csr) nel
quale compaiono due lettere inedite di Silone indirizzate, appunto,
a Grisi.
Due lettere che hanno un valore sia
etico - letterario sia ideologico se si pensa che in una di queste
lettere si legge: "…è piuttosto raro trovare in Italia un critico
che sappia leggere e che avvicini un autore senza preconcetti
estetici o ideologici". Un segno importante che definisce
sostanzialmente un percorso culturale. Le lettere risalgono al 1957
la prima e al 1966 la seconda. Uno scrittore che ha raccontato il
radicamento alla terra, l’appartenenza, ha “disegnato” il paesaggio
dei suoi paesi e di un mondo che la memoria costantemente
ripercorre.
Da Fontamara a
Severina. Ignazio Silone, lo scrittore della Marsica e dei
cafoni, del cristiano senza chiesa, della terra come appartenenza,
della nostalgia sempre assopita, della solitudine ancorata alla
parola, della realtà che diventa storia, del superamento di quel
comunismo che è stato vissuto non solo come tradimento ma come
indefinibile incoscienza, di quella “uscita di sicurezza” che ha
permesso di catturare non solo la libertà ma anche il senso della
libertà. Silone è stato comunista. Anzi è stato uno dei
fondatori del comunismo e ne conosceva gli orrori e le sciagure, le
finzioni e le maschere. Quando si rese conto che la sua storia
incamerava l’oppressione dell’uomo ha tentato di guidare
quell’uscita di sicurezza che lo ha condotto fuori le mura di quella
inconsapevole bugia.
Palmiro Togliatti su “Rinascita” dell’agosto – settembre del 1951
scrisse di Silone: “Quando Silone se ne andò, anzi fu messo fuori
dalle nostre file (per conto suo ci sarebbe rimasto per dir bugie e
tessere l’intrigo), l’avvenimento contò. Silone ci aiutò, in
sostanza, non solo a approfondire e veder meglio, discutendo e
lottando, parecchie cose; ma anche a riconoscere un tipo umano,
determinate, singolari forme di ipocrisia, di slealtà, di fronte ai
fatti e agli uomini”. E il confronto che Togliatti tesseva in
quell’articolo era tra Vittorini e Silone. Entrambi “fuoriusciti”
dalla casa madre del comunismo ed entrambi “illusi” inizialmente che
nel comunismo potesse nascondersi il barlume della libertà. Pura
illusione e mero inganno.
Da quel romanzo che racconta i suoi paesani (i fontamaresi) al
destino “religioso” di Severina. E’ un viaggio lungo, nel corso del
quale l’avventura dell’uomo diventa prima l’avventura di una
politica il cui disegno ideologico si è consumato in uno scontro tra
fede e libertà e poi l’avventura dello scrittore che ha attraversato
il fiume della politica stessa attraverso i codici e le definizioni
della letteratura.
Fontamara è certamente il romanzo rivelazione. E’ il romanzo
dell’appartenenza alla terra, al suo Abruzzo, oltre ad essere il
romanzo di una iniziazione a un processo narrativo che non sopprime
mai l’io narrante. Questo io narrante assorbe la contestualità non
solo di una realtà storica ma soprattutto di una “territorialità”
esistenziale.
Nella Prefazione al romanzo Silone avverte: “Un villaggio insomma
come tanti altri; ma per chi vi nasce e cresce, il cosmo. L’intera
storia universale vi si svolge: nascite morti amori odi invidie
lotte disperazioni”. Questa è Fontamara. Una comunità, un paese,
dove “La lingua italiana è per noi una lingua imparata a scuola,
come possono essere il latino, il francese, l’esperanto”. Ma,
soprattutto in letteratura, “ognuno” ha “il diritto di raccontare i
fatti suoi a modo suo”.
E’ questo il Silone di Fontamara che troviamo poi in Pane
e vino e nella edizione riveduta di Vino e pane. E’
questo il Silone de Il seme sotto la neve, di Una manciata
di more, de
Il segreto di Luca, de La volpe e le camelie, de
L’avventura di un povero cristiano, di Severina. E’ il
Silone di Uscita di sicurezza e dei suoi saggi. La realtà e
il sogno sembrano incontrarsi con la favola. “Un bel sogno”. “Una
bella favola”. In Vino e pane: “Un bel sogno… I lupi e gli
agnelli pascoleranno assieme nello stesso prato. I pesci grossi non
mangeranno i pesci piccoli. Una bella favola. Ogni tanto se ne sente
riparlare”.
Ma cosa era la
politica per Silone? Come la intendeva? Una manciata di more
è una dichiarazione non riluttante che mette a confronto, al di là
del gioco – destino dei personaggi, l’uomo con la politica. In un
discorso tenuto a Milano nel 1949 Silone sottolinea: “…Nella nostra
attuale posizione è implicita la confessione delle sconfitte
politiche subite; noi siamo certamente le persone che sono state più
sconfitte”. Ma Silone si aggrappa costantemente all’utopia: “Se
l’utopia non si è spenta, né in religione, né in politica, è perché
essa risponde a un bisogno profondamente radicato nell’uomo. (…) La
storia dell’utopia è perciò la storia di una sempre delusa speranza,
ma di una speranza tenace. Nessuna critica razionale può sradicarla,
ed è importante saperla riconoscere anche sotto connotati diversi”
(da L’avventura di un povero cristiano).
L’utopia e l’eresia sono un intreccio non di valori ma di
significati esistenziali. Trovano una loro esplicazione ultima
proprio in Severina. Un romanzo postumo e incompiuto ma non
minore nella produzione siloniana. Severina è la testimonianza del
dolore ma anche dell’amore. Silone fa dire a Severina: “Io penso che
non bisogna temere il dolore. Vi è un dolore inevitabile, inerente
alla stessa condizione umana, e quello bisogna saperlo affrontare e
diventare suo amico. Non bisogna temere, io penso, neppure la
disperazione; perfino Gesù all’inizio della sua interminabile
agonia, dell’agonia che ancora dura, si credè abbandonato ed ebbe un
istante di scoraggiamento”.
Il finale di
Fontamara (“Dopo tante pene e tanti lutti, tante lacrime e tante
piaghe, tanto odio, tante ingiustizie e tanta disperazione, che
fare?”) rispecchia questa cesellatura ponendosi una domanda alla
quale risponde la frase citata di Pier Celestino alla quale Severina
risponde a sua volta con l’eresia per tentare di sconfiggere quel
cristianesimo diventato ideologia.
Silone si annovera tra quelle coscienze inquiete (sul piano umano e
culturale) che hanno caratterizzato e segnato il Novecento
letterario italiano. Uno scrittore che non aveva mai perso il senso
dell’indignazione. Sino alla fine. Il suo ultimo romanzo (si deve
molto di questo romanzo alla moglie Darina) è una confessione che
richiama anche uno stile di vita.
Proprio in questo ultimo romanzo si legge: “Non perdere mai la
nostra indignazione morale di fronte all’ingiustizia. Non
abbandonare mai la ricerca della verità, neanche in mezzo alla notte
oscura. Per strada ritroveremo Cristo, che è la verità. Qualsiasi
cosa avvenga, coloro che conserveranno intatta, in fondo all’anima,
la fede nei sacri principi della vita saranno i più forti”. Severina
è un personaggio metafora che chiude la parabola non solo letteraria
di Silone ma anche esistenziale.
Oltre ogni steccato politico resta lo scrittore: quel Silone così
eretico è così tanto bisognoso di speranza. Non c’è perdizione ma
una costante penetrazione nel vissuto Cristo logico che ha comunque,
anche qui, di un richiamo fortemente paolino. Forse in questa
battuta il tutto della sua vita: “Per darsi, bisogna anzitutto
possedersi”. E poi in quest’ultimo accenno di Severina a suor Gemma:
“Spero, suor Gemma, spero. Mi resta la speranza”. Un bisogno forte
d’amore. E lo si nota anche in Ed egli si nascose. Qui la
speranza e l’amore devono fare i conti con la disperazione e con la
follia. Ma il tutto si risolve. C’è la costante ricerca della
libertà. Dice Fra Celestino ad Annina (nel testo appena citato):
“Non disperare, Annina. Chi ama non può disperare”. E Annina in
un’altra circostanza pronuncia a Don Paolo – Pietro Spina: “…
l’amore è follia”.
Così in Severina. Un libro che è un diario e si lascia
leggere, quest’ultimo, come la memoria in viaggio di uno scrittore.
Insomma Silone nel suo ultimo scritto attraversa a frammenti la sua
vita e la sua letteratura. Se si andasse a leggere attentamente quel
capitoletto dal titolo: “et in hora mortis nostrae”, sempre del
romanzo in questione, ci si renderebbe conto della vera forza
eretica espressa da Silone. Così: “Il cristianesimo ufficiale è
diventato un’ideologia. Solo facendo violenza su me stesso, potrei
dichiarare di accettarlo; ma sarei in malafede”.
Un Ignazio Silone dunque che è lontano dall’ideologia ma è lontano
anche dalla fede come cultura. L'eretico di Fontamara, del
libro dedicato a Celestino IV e del romanzo che centralizza la
figura di suor Severina è oltre ogni visione politica.
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pubblicato il 10 aprile 2009
RACCONTO INEDITO DI FRANCESCO GRISI NEL DECENNALE DELLA
SCOMPARSA
Nella
ricorrenza del decennale della scomparsa dello scrittore
Francesco Grisi
(nato nel 1927 e morto nel 1999) , il Centro Studi e
Ricerche “Francesco Grisi”, diretto da Pierfranco Bruni, è lieto
di porre all’attenzione alcune pagine inedite di Grisi
che sono parte integrante del materiale inedito sul quale da
anni sta lavorando lo stesso Pierfranco Bruni, biografo dello
scrittore.
Di Grisi il Centro Studi e Ricerche ha già pubblicato alcuni
testi completamente inediti, tra i quali figurano racconti e
poesie. Ha pubblicato, tra l’altro, anche il primo romanzo di
Grisi risalente al 1958 – 1959 dal titolo “I giorni non si
somigliano tutti”.
Le pagine di “Forse un giorno ci ritroveremo nel cammino
dell’antico” fanno evincere un paesaggio metaforico attraverso
un linguaggio in cui il simbolo primeggia. La Calabria come la
Magna Grecia sono riferimento di una visione non della storia ma
del tempo che si definisce nella memoria.
Bruni ha dato alle stampe numerosi testi dedicati a Grisi
scrittore, operatore culturale, futurista ed è previsto, nei
prossimi mesi, un lavoro articolato che comprende la sua
funzione nella cultura italiana degli anni Settanta con in
appendice documenti inediti che scavano nei rapporti culturali
che Grisi ha intrattenuto proprio nel corso degli anni.
Pierfranco Bruni: “Si evince uno
spaccato di Calabria come metafora di una lunga memoria e di un
tempo indefinibile. Ci sono elementi che ci riportano il Grisi
delle stagioni più significative”
Il racconto che viene posto all’attenzione è parte integrante
del volume che verrà pubblicato prossimamente.
Forse un giorno ci ritroveremo nel cammino dell’antico.
Il mio tempo è fermo. O sono oltre. Cutro è una cartolina.
Immaginario. Ci sono anni. La Calabria. Il mare è nell’anfora.
Antica. Nato a Vittorio Veneto ma Cutro è nel sogno. Forse. O è
solo una nostalgia. La danza si fa notte. La notte è una danza.
Cammino. Lungo i passi della grecità. Amori perduto. Io perso.
Poi. Ritrovato.
Terre di Magna Grecia. Di Mare e
di uliveti.
Gli ulivi nelle notti di luna si
inargentano. Le foglie tremano. E musicano con i granelli di
sabbia.
Nell’antica città pugnali e
canti. Donne arabe con gli occhi neri e ebrei riccioluti si
abbracciano nei letti di ferro. Ho amato. Tanto. Grandi amori.
Una passione che è luna. L’età si chiude nel cerchio.
Sibari. Taranto. Crotone. Allora.
Si raccontavano.
Uso simboli e metafore. Cammino
con il bastone con il pomo d’argento. E vedo questo pezzo di
futuro che è nel mio presente. Il tempo si racconta nella
lacerazione tra presente e memoria.
Il tempo dello scrittore non è
soltanto quello che vive ma quello che è stato e quello che
sarà.
Allora.
Il mare greco di Pitagora.
Azzurro striato con tessiture di tremolante - ante verde. La
memoria è futuro.
Vorrei una tomba tra le pietre
odorose di scoglio - zagare nel tempo di Pitagora. Tra giorni
sarò greco in Cielo.
I trionfi sono spesso una
maschera dietro la quale si nasconde la fragilità della
situazione. Queste leggende sono mito. Anche la religione si
ammanta di miti. E la memoria illumina il passato come un arco
arcobalenante nel cielo.
Il percorso è tutto in questo
incrocio. Un incrocio dove i simboli ondeggiano nel vento dei
segni e non c’è bisogno di alcuna spiegazione, non c’è bisogno
di alcuna giustificazione.
Cosa resterà?
Voglio raccontare un frammento di una storia. Comprensibile. Non
so. Ma ecco. Nel cammino dell’antico.
Il Mediterraneo è un sogno.
Tango.
Mara.
La fantasia colora le insegne dei
giorni. Bella.
Era bella. Nella pazzia che invade. I
cuori. Le anime.
Si vive scorrendo i giorni. Così.
Ancora.
Amami… Baciami con passione.
Stringimi.
O prendimi come sai fare tu.
Prendimi. Stringimi con ardore. Coglimi… Vento.
Non andare via. Pazzia nei giorni.
Mara del tango.
La mia vita è come un fiore. Fiorisce presto e presto
muore.
E' sol per te il mio cuor!…
Ci sono i tramonti che non tramontano ancora.
Ammaliati dalla pazzia bellezza. Avanti con le memorie.
E. poi. Cosa ci resta.
Ancora.
Tango.
E' sol per te il mio cuor!…
Il sogno diventa vero.
La verità annulla il sogno?
Appesi a un filo di luna i ricordi fanno compagnia. Quando
non ci
saranno più. Noi chissà dove saremo.
Allora.
Una nuova danza. Musica. Musica a cielo di luna.
Luna nel lago. Il lago negli occhi.
L'infinito si perde dentro gli occhi.
E aveva negli occhi…
Sguardo d'acqua e di terra.
Mara ha raccolto tutto il mistero.
Viviamo di misteri.
O di segreti.
Amami con passione. Prendimi con ardore
In questo amore. Unico…
Raccolgo memorie antiche.
Nella memoria, nessuno scompare e
finisce. Non so come ma tutti risorgono. E quando li chiamiamo
con la memoria vengono a trovarci. La vita è senza morire.
La resurrezione. Viene per tutti.
Peccatori e santi. Vinti e vincitori. Per quelli di prima e per
quelli che non sono riusciti a destinarsi.
Le metafore chiudono il cerchio.
Il viaggio si fa intenso e denso
di significati e di contenuti.
Vorrei vivere vicino questo dolce
mare e nel verde degli ulivi. E vedere dalla collina i delfini
che danzano nel mare dei greci.
Nella resurrezione la nascita e
la morte sono un solo punto. Il cerchio si chiude.
Sono un’ape che ha raccolto molto
miele. E lo consegno agli uomini perché siano felici nella loro
pazzia.
Nell’intreccio delle parole la
vita si riempie di senso perché si racconta.
Il mare.
La colonna. San Francesco.
Tommaso. Gioacchino. Tutto ha senso. Anche noi.
La preghiera è partecipazione
attenta alle cose del mondo che, anche per il miracoloso della
preghiera, perdono la storia per diventare necessari passaggi
attraverso i quali si compie la salvazione.
Ogni cosa è necessario che
avvenga. Anche la Via Crucis della perdizione.
La preghiera riscatta la storia
dal suo peccato di essere esistenza. E non significa un
movimento di labbra, ma una partecipazione responsabile al
destino di un uomo o di una società.
Significa anche entrare nei
disegni di Dio per liberarsi dalla schiavitù del potere,
dell’abitudine, dalla desolante ipocrisia quotidiana.
La esperienza del sacro scrive e
ordina, distingue e non cede ai compromessi.
La concretezza del sacro accetta
e ama la tradizione, rifiutando la novità del conformismo e
lavora per il ‘nuovo’ che il tempo richiede dalla nostra
passione.
Voglio qui citare un mio maestro.
Buonaiuti compie una operazione rischiosa: quella di seguire la
generazione dell’esodo che ha vissuto questi anni introducendo i
temi attraverso episodi personali. Quasi per dare agli argomenti
una più eccitante veste di credibilità.
La spartizione così netta tra
storia e teologia che aveva condotto alla rigida disciplina
teoretica sembra spezzarsi di fronte al dolore. Anche l’orgoglio
reclama umiltà nell’ora dell’esodo.
Forse perché vedo il mare e mi
immagino di navigare verso la Terra Santa o verso l’Egitto.
Mi hanno detto che laggiù nei
paesi del deserto vi è una grande primavera di preghiere
cristiane.
Vedremo.
Intanto resto qui. In questa
immensa circonferenza che è la Magna Grecia. Ed è come se mi
rivolgessi ad una dea.
Così.
Ti ho parlato degli ulivi. E dei
girasoli. C'erano chitarre andaluse e danze zigane nelle parole
ingemmate di sogni d'oro.
La luna di seta bianca
inargentava.
Forse innocenza siderale era il
tuo cuore.
Ho cercato la tua mano esitante e
silenziosa.
Allora.
Un saluto frettoloso.
Mi dicesti. Soltanto le favole
sono la vita. E mi lasciasti la tua ombra acerba tra i
platani morenti del quartiere.
Lascio, comunque, la città dei
due Mari.
Mi incammino. Vado. Oltre. Magna
Grecia. Un sogno. L'ironia. Il gioco. L'incontro. L'attesa. Ci
sono gli applausi. Teatro. I futuristi recitano. So. Gli
applausi dureranno nei secoli. Forse un giorno ci ritroveremo.
Nel deserto. Tra i mari. Il Sud. Tra i mari del Sud.
Nella foto: Francesco Grisi con Pierfranco Bruni |
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pubblicato il 4 aprile 2009
LA BUSSOLA PER I VIANDANTI DI OGGI
Il libro del Vescovo di
Cassano Bertolone
di Luigi Franzese
“Briciole
di speranza…per guardare oltre”: è questo il titolo di una
pubblicazione del Vescovo della Diocesi di Cassano Jonio, Mons.
Vincenzo Betolone, edita da Ancora Editrice di Milano(pagine
110) con prefazione del Presidente del Pontificio Consiglio
della Cultura, Mons. Gianfranco Ravasi e postfazione del Capo
Servizio della Gazzetta del Sud, Arcangelo Badolati.
Il libro, in elegante veste tipografica della collana Focus
(dedicato alla madre Carmela), racchiude, in una forma piana e
scorrevole, una serie di riflessioni che domenicalmente il
Presule espone attraverso le colonne del quotidiano messinese,
in un apposito spazio a lui riservato, su temi più vari che
spaziano da quelli strettamente teologici a quelli etici a
questioni di grande rilevanza sociale come la pace nel mondo, il
lavoro, la famiglia, la scuola, i diritti umani, l’impegno
civico; tutti temi che attengono all’uomo d’oggi nella sua
complessità.
Si tratta di un libro che rappresenta - come acutamente osserva
Mons. Ravasi nella sua stringata ma efficace prefazione - la
“bussola per i viandanti dei tempi presenti, inquieti cercatori
di speranza persi tra le nebbie del materialismo e del
consumismo”. Un volume da leggere che si presenta molto
interessante per le notevoli problematiche trattate che possono
sicuramente rappresentare una base di partenza per ulteriori
approfondimenti, confronti, dibattiti, riflessioni, attesa la
grande valenza delle argomentazioni in esso contenute di viva e
pregnante attualità.
Mons. Vincenzo Bertolone è nato a San Biagio Platani (Agrigento)
il 17 novembre 1946. Dopo la laurea in pedagogia al Magistero di
Palermo, ha conseguito alla Pontificia Università “Angelicum” di
Roma il dottorato in diritto canonico. Dal 1976 al settembre
2000 è stato membro del Consiglio Generale della sua
Congregazione. Ha insegnato per oltre 15 anni religione nelle
scuole statali.
Dall’ottobre del 1988 ha prestato servizio alla congregazione
per gli istituti di vita consacrata e le società di vita
apostolica, dove il 12 giugno 2004 è stato nominato
Sottosegretario dal Papa Giovanni Paolo II°. E’ postulatore
della causa di colonizzazione del Beato Giacomo Cusmano, del
Beato Francesco Spoto e di Beatificazione della Serva di Dio
Vincenzina Cusmano e del Servo di Dio Francesco Paolo Gravina.
Il Presule Bertolone ha al suo attivo numerose e pregevoli
pubblicazioni quali: “Volto Redentore”, Le “Sette
Lampade”(1997), “Il Mandorlo Fiorì”(1999), “I Sette Doni della
Grazia”(2000), “I Tre compagni di Viaggio” (2001), “Aspetti
Giuridici e Attenzioni Carismatiche nelle Esperienze di
Aggregazioni, Federazioni, Fusioni e Unioni di Istituti di Vita
Consacrata”(2006), “Sulle Orme del Divino Viandante”(2007).
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pubblicato il 4 aprile 2009
Carducci, Pascoli e Croce: che noia!
Io Voglio morire da vivo
di Pierfranco Bruni
Il Novecento letterario (e poetico in particolare anche dal
punto di vista di una lettura critica) italiano con i soli
Carducci, Pascoli e Croce sarebbe stato un secolo morto.
Ovvero un secolo consegnato all’Ottocento. O meglio non un
secolo capace di entrare nella vitalità di Giuseppe
Ungaretti che segna linguisticamente la vera rottura con un
Manzoni scolasticizzato e impoetico ma un’epoca della
contemplazione non miticizzata ma mistificata.
Pascoli e Carducci sono Ottocento con qualche piccolo
barlume di luce non condizionante ma populista e retrò. Il
condizionamento che traccerà la poesia nuova è il filtraggio
alcionico. Il resto è noia, ipocrisia, asfissiante
accademismo senza arte e fantasia.
L’ironia (l’umorismo pirandelliano e il ridere sorridendo)
dei Futuristi è ben altra cosa. Come è ben altra cosa il
“Marzo ventoso” di uno straordinario Carlo Micchelstaedter
che muore suicida nel 1910 dopo averci consegnato un
testamento, che uscirà postumo, che risponde alla filosofia
dell’essere come azione.
Bisogna capire fino in fondo il moderno che entra nel
contemporaneo e il contemporaneo che si spinge sino
all’attualità. Le lezioni scolastiche e accademiche servono
ad un crocianesimo soltanto e puramente teorico. La poesia è
l’arte di superare la contemplazione e diventare follia.
Giovanni Papini, Giuseppe Prezzolini (che non amava i
futuristi ma aveva posto come premessa letteraria alla sua
storia tascabile della letteratura un manifesto della
tradizione innovativa), Sem Benelli sono artefici di un
Novecento che si apre alla rivoluzione della lingua. La
poesia è (anche) lingua e il poeta o lo scrittore usano i
linguaggi (non la lingua, attenzione a non cadere nel trucco
crociano di una estetica della doppiezza o di uno storicismo
ambivalente alla Russo) perché il Novecento è la transizione
di un completo gioco nell’immaginario simbolico che va da
“Mal giocondo” di Pirandello ai versi di un Giorgio Caproni
con i quali si entra nel XXI secolo avendo come riferimento
la pazzia degli scapigliati che si aprono alla rivoluzione
della vita.
Carducci e Pascoli non esistono più. Non possono pi+ù
esistere. Non devono più esistere. Per carità non cerchiamo
di salvarli. Insistere su questi significa essere rimasti
bloccati ad un vocabolario letterario storicistico e non più
vero.
Il linguaggio poetico che viviamo e
che attraversa le corde del nostro esistere nelle emozioni è
ormai la recita di “Voglio vederti danzare…” di Franco
Battiato, di “Ho visto Nina volare…” di Fabrizio De André,
di “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi” di Cesare Pavese, di
“Io ti sento tacere da lontano…” di Vincenzo Cardarelli, di
“Una barba a Salerno…” di Alfonso Gatto. I quali trovano in
due riferimenti il modello innovante. Ovvero in Guido
Gozzano di “Non amo che le rose che non colsi” e in “Cade la
pioggia triste senza posa…” ancora di Carlo Michelstaedtr.
Modelli che vanno molto al di là di un sanguidismo retorico
o di un t’amo bove bio che ha uccido il senso della liricità
della fantasia.
Gozzano e Michelstaedtr sono ben oltre le
parole e le intenzioni di Pascoli e Carducci e sono ben
oltre l’imperialismo dittatoriale storicista ed estetico
critico gogoliano di Croce.
La poesia moderna è chiaramente oltre Croce. Trova nella
visione teorica di Giacomo Debenedetti l’interprete
problematico vero e non l’intolleranza crociana. Smettiamola
di metterci in cattedra tentando di fare lezioni a dei
liceali. La vera arte è ben altra cosa. Come quella poesia
che tocca l’esistenza vera e non l’ipocrisia del vivere.
La poesia è carne, è sangue, è malattia, è dolore, è
disperazione, è ironia, è gioco, è allegria dei naufragi, è
la sera che ci rende belli e mai ridicoli, è l’ironia, il
sorriso, il riso, la teatralità, la tragedia e gli applausi.
Il Novecento senza l’idea futurista non ci sarebbe stato
così come lo abbiamo vissuto e come continuiamo a viverlo.
Ma si deve essere futuristi dentro per capirlo. Altrimenti
l’ironia non vale il gioco e il gioco non è impellicciarsi
passeggiando tra le vie della Romagna o della Sicilia o di
Roma senatoriale ma lasciarsi attraversare da un misterioso
che incanta in quell’onirico che è la pazzia del tempo –
spazio nella vita – azione. L’imbecillità di una pseudo
letteratura regna nel tronfio referenzialismo senza arte, né
teatro, ma con la recita che nessuno ascolta più.
Senza una rilettura dell’elogio della follia di Erasmo di
Rotterdan si resta ancorati ad un mondo che non ci
appartiene. Io sono così intriso di contemporaneità perché
sono convinto che il relativo non mi appartiene mentre nella
filosofia dell’essere la parola non è apparenza ma è
completamente sacrificio.
Noi viviamo tra le memorie del sottosuolo. Altri continuano
a vivere nel sottosuolo delle memorie. Ma la poesia è fatta
di quel senso incantato recitato da un grande della
contemporaneità che risponde al nome di Alberto Bevilacqua.
Il resto, ripeto con i versi di Franco Califano che è poeta,
è soltanto noia. E io voglio morire da vivo e non vivere da
morto e tanto meno di noia.
Il teatro è nella libertà che fa della letteratura la vita
e non il sentore o l’ipocrisia della vita. Il resto è
veramente noia. Dante resta una commedia del già visto.
Pavese è il tragico che recita la contemporaneità.
Pirandello conosce i segreti dell’uno e centomila per vivere
il nessuno. D’Annunzio non smette di intrecciare le sue mani
tra i capelli di Eleonora. Mentre Diego Fabbri conoscendo il
vizio assurdo mette in scena un nuovo processo a Gesù. I
futuristi strapazzano il moralismo di turno e i moralisti in
letteratura sono i veri non conoscitori dell’arte che è arte
se la pazzia si fa recita.
È questa la vera contemporaneità tra la scena del moderno e
la ribalta dell’attuale. Mi auguro di non giudicare mai e di
lasciarmi aggredire sempre dalla pazzia. Sia in letteratura
che nella vita.
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pubblicato il 3 aprile 2009
NAVIGANDO COL MITO
ULISSE
E’ RIPARTITO – La poesia di Pierfranco Bruni: il racconto di un
uomo tra mare e destino.
di
Gerardo Picardo
"Siamo
stati due naufraghi appesi alle corde del porto": così parla
alla sua donna, persa e ritrovata, l'eroe omerico raccontato da
Pierfranco Bruni nei versi di ‘Ulisse è ripartito' (Ed. Pensa
Multimedia, Lecce, pp. 73, euro 5).
Nella poesia di questo profondo scrittore calabrese c'è la
storia di un uomo che affrontò il vento a viso aperto in un
viaggio di soste e di ritorni a uno scoglio attorno a cui il
tempo agita onde ineguali. Ma vi respira anche lo sforzo di
riannodare il filo di una memoria ormai smarrita o non vissuta,
sottraendo il sentimento al peso delle assenze.
Ulisse è ripartito, ma Penelope non viene. Dopo, per un pezzo,
e' solitudine. Che è poi, scrive nella nota introduttiva
Francesco Camarda, "la speranza della poesia in genere: ribadire
il disagio per conservarlo a lungo nella memoria". Negli
inquieti versi di Bruni abita la poetica del viaggio ma
soprattutto del vivere. Racconta l'odore della pioggia, il
vociare dei contadini calabresi, la malinconia che ritma i
pensieri custoditi all'addiaccio insieme alla voglia di
ritrovare un centro e una piazza dove far passeggiare giorni che
lottino a mani nude il dolore.
‘'E che dire delle sue escursioni nelle terre di mezzo - scrive
ancora Camarda - è il mare che Bruni può ancora attraversare
guardandolo con occhi che gli diventano come quelli di Ulisse;
occhi che se vedono una scogliera a Roseto Capo Spulico gli
riaccendono la memoria di Itaca e il bisogno di tornarsene a
casa''.
Da sempre Bruni gioca con le parole perché sono i segni e i miti
a giocare per primi con lui: ‘'Se c'è un luogo dove Bruni ci
suggerisce di andare e' quel luogo da cui, in fondo, nessuno di
noi si è mai mosso''. E se la consapevolezza si assume
‘'camminando'', come raccomanda il vecchio F. W. Nietzsche in
‘Aurora', Bruni raccoglie sulla terra dei giorni esperienze che
sono conoscenza e lotta, raccontando di amori perduti e
ritrovati sulla sabbia del nostro mare d'inverno.
Il mare stesso diventa nella sua poetica territorio di viaggio.
Accatastiamo allora ‘topoi' e miti in compagnia del poeta,
perché - annota sempre in queste pagine Katia de Abreu Chulata-
‘'siamo tutti naviganti noi lettori. E Bruni ci invita a
navigare col mito, noi stessi siamo miti, siamo tutto e niente,
acquisiamo forma compiendo il nostro viaggio. Il nostro profilo
svanisce, invece, quando chiudiamo la pagina'' e smettiamo di
credere all'innocenza dei sogni, delle barche che cercano il
largo, delle lampare che illuminano pochi metri di legno a
cavallo del mare.
Così, scrive Bruni, ‘'i nostri silenzi restano appesi sulla
grondaia degli anni''. Ulisse è ripartito con la sua smania di
terre e di volti , ma anche con l'amarezza dei congedi e delle
armi spuntate dopo il combattimento, ‘'naviga nei naufragi e sa
che le solitudini sono lacerazioni''. La nostalgia cuce albe e
tramonti; se potesse avere voce, ‘'racconterebbe storie di
paesi. Ma i viaggi sono destini che misurano distanze''. E
mentre intorno i crepuscoli si sono arresi alla notte, ‘'anche
ora le finzioni si intrecciano con l'attesa''.
Ha ragione Bruni: al Sud ‘'ci sono destini antichi che
raccontano tristezze. Il vento è nell'ascolto degli anni''. In
questo viaggio, la donna e' isola e porto, partenza e ritorni:
‘'Sei stata l'alba nel mio tramonto'', annota il poeta di
Carosino rimarcando il bisogno di un sorriso, di una carne che
resti accanto a lui nelle veglie, anche se ‘'non ho piu'
l'ironia'' e ‘'gli anni hanno preso il sopravvento. L'orizzonte
è un filo che taglia la luna''. E altrove, raccontando ancora
dell'uomo che sostenne il meraviglioso e mortale canto delle
Sirene, il poeta annota: ‘'Il mare mi ha condotto sino alle tue
nostalgie. Ma non lasciare tracce, non ti cerchero'. Sei
l'aurora che ho dimenticato nelle sere d'autunno''.
Ora, nell'ascolto del tempo, l'Ulisse che con astuzia espugno'
Troia, è ‘'un personaggio vestito di vento''. Li raccoglie
tutti, i venti. Quelli dell'attesa e della speranza, quelli
dell'ira di Eolo e dell'invidia degli dei. Sa che deve restare
uomo anche dinanzi al dono di Circe e sa che deve riprendere il
mare pure con una zattera perché ‘'le lontananze sono il nostro
destino''. Forse ci sarà un altro tempo. Ma ora ‘'siamo destino
nelle solitudini delle attese raccontate''.
Bruni, poeta che racconta amori senza giorni, è ‘'il custode
delle nostalgie in quest'isola abbandonata da Ulisse e abitata
dalle bifore''. L'Ulisse di Bruni è quello che lotta il destino
ma è soprattutto l'uomo del viaggio che non ha termine. L'astuto
greco ha occhi di mare nelle solitudini di un orizzonte perduto,
ma ‘'non chiedermi perché ho accettato l'agonia dei silenzi''.
Il vento ‘'è un ascolto di destini. Sotto la pioggia ho giocato
con la tua ombra'' e ‘'non ci siamo arresi ai tramonti come in
quelle sere di silenzi perduti''.
Resta il fuoco acceso di notte dai compagni di lotta sotto le
mura di Ilio, il vino spremuto per Polifemo, l'ira di Nettuno
che rende le acque un inferno.
E restano pure le spiagge che hanno conosciuto conquiste e
addii. La sabbia si tinge di umano, di lacrime versate e di
abbracci strappati ai porti. I giorni della memoria si
annunciano anche per Ulisse, camminano sugli scogli,
scompigliano gli otri delle sicurezze. Ancora una volta, forse,
resta una donna a cullare la speranza dei giorni: lei che
conosce il segreto del sale ha ‘'occhi di mare e di vento. Non
ti lasciare aggredire dalla paure, i giochi della vita sono
infiniti''. ‘'Come sempre hai tra le mani le rughe del destino.
Ma non ne conosci i segni'', dice un verso che traccia il
cammino al lettore.
Quanto a lui, Ulisse-Bruni, si definisce, e lo è, ‘'un
viandante della nostalgia''. Anche per il poeta, infatti,
come per l'uomo che un giorno rifiutò l'Olimpo per morire come
tutti i suoi guerrieri, la sera non farà sconti. E' scritto
nelle mappe di viaggio. Ma ‘'anche i naufragi si specchiano
nella luna. Le mie parole hanno lasciato il vento''. Domani si
toglierà l'ancora per cercare ancora una terra dove ‘'il destino
ha lunghe ali di memoria'' |
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pubblicato il 29 marzo 2009
SAN PAOLO TRA DAMASCO E MALTA
di
Piefranco Bruni
Damasco
e Malta costituiscono luoghi riferimento per San Paolo.
La conversione–chiamata e porto–naufragio.
Dimensioni dell’esistere e dell’essere ma soprattutto
testimonianza di una spiritualità che ha richiami
all’interno di un viaggio che nel primo caso ha obiettivi
“speculativi” in cui dalla intolleranza si passa alla
capacità della comprensione e dell’ascolto.
Damasco è il luogo del passaggio da una visione materiale ad
una completamente spirituale e immateriale e il passaggio si
avverte nel porsi in ascolto dell’altro. La chiamata, in
fondo, diventa un porsi in ascolto di. Ma è anche un non
rifiutare il “senso” dell’ascolto. E il tutto avviene nella
completa iniziale indecifrabilità che si trasforma
immediatamente, appunto, nella consapevolezza dell’ascolto.
Malta è la tappa intermedia e per questo diventa
metaforicamente luogo – porto ma soprattutto luogo in attesa
di. Ovvero resta l’attraversamento del viaggio che definisce
una prospettiva. Damasco sembra l’inaspettato e forse in una
prima lettura è l’inaspettato segno profetico. Malta è il
proseguimento che condurrà oltre il mare. Malta è l’isola ed
è quindi il mare, o meglio è il viaggiare tra le acque.
Mentre Damasco è il deserto e il viaggiare è conoscere la
sabbia, la terra.
Terra e acqua sono le due interpretazioni del viaggio
paolino che definisce il luogo fondante che è il
Mediterraneo in una testimonianza che è fatta di orizzonte.
A Damasco comincia una missione. A Malta la missione è
profezia nella evangelizzazione. Certo nel deserto Paolo non
è ancora il Fondatore di comunità e il suo compito è ben
altro.
La voce di Cristo diventa la rottura del tempo e dello
spazio. A Malta, invece, si vive la continuità del tempo e
dello spazio. Il Mediterraneo ha anche un altro scenario in
quanto l’Occidente è già una realtà ben definita che ha ben
assorbito la tradizione e la cultura di un Oriente che
sembra lontano ma che vive proprio dentro quella continuità
che è non solo testimonianza ma processo cristiano.
A Damasco c’è sostanzialmente una tensione esistenziale ma a
Malta la tensione è vissuta nella fede. A Malta Paolo ha già
il trasporto di Gerusalemme e di Atene mentre si avvia a
completarsi nella compiutezza di Roma. Da Damasco a Malta
c’è quel camminamento che lega Gerusalemme, Atene e Roma. È
come se l’Oriente entrasse dentro l’Occidente in una territorializzazione dell’anima che si fa tradizione ma è
anche la rivelazione che sia l’Oriente che l’Occidente non
possono fare a meno l’uno dell’altro e si completano.
Malta, in fondo, diventa il luogo della completazione non
solo geografica ma testamentaria e il concetto di deserto –
mare completa anche il sentire del viaggio come trasparenza
di un camminare sia al di fuori che nel di dentro. Appunto
il Mediterraneo diventa una teologia del viaggio.
Scrive Jacques Guillet in “Paolo, l’apostolo delle genti”
(2004): “Il Mediterraneo intero diventava il centro di un
impero immenso, che si estendeva dall’Atlantico al Mar
Rosso, che i suoi abitanti potevano senza millanteria
qualificare come mondiale. Era la fine delle guerre tra
città, delle invasioni provenienti dall’esterno. Erano i
mari e le strade aperti per circolare, per commerciare, per
comunicare”.
In questo Mediterraneo Paolo portava la sua parola e la
portava comunicando sia attraverso le Lettere sia negli
incontri. A Damasco, dunque, comincia quella “iniziazione”
che si definisce come realtà di un viaggio in un mosaico che
si fa attesa. A Malta l’attesa è carisma perché il
cristianesimo, già di per sé, è profezia. Il progetto di
Paolo è costantemente un attraversare il tempo nel viaggio
dell’esistere.
Un esistere che è storia ma anche misterioso che si
intreccia nella tradizione. Certo, Damasco è il punto di
partenza ma si arriva a Damasco dopo la lapidazione di
Stefano. Da Stefano alla strada per Damasco Paolo non brucia
il tempo ma continua a vivere il tempo.
Da Damasco in poi il viaggio può considerarsi un vero e
proprio mosaico. Malta è uno degli ultimi tasselli. Dopo
Malta e dopo aver lasciato il mare (le acque) è nuovamente
la strada che fa da scenario. Il viaggio iniziato su una
strada si interrompe lungo una strada. Ma continua nelle
coscienze e nel tempo della fede. |
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pubblicato il 23 marzo 2009
Santo Domingo tra Giovanni Paolo II e i versi di Dante.
Un viaggio nel fascino dell’indefinibile
di Pierfranco Bruni
I viaggi sono incontri e la vita si vive tra gli
incontri. Forse parlarsi è un dovere. O un diritto. Ma è solo la
capacità di comunicare o forse il segno di un affetto che va
oltre ogni barriera culturale. Parlarsi con la poesia. Con i
versi dei poeti italiani che recitano l’amore e le
contraddizioni, il senso del tempo e la tragica resistenza degli
incontri. Certo che la poesia è linguaggio universale.
Altrimenti che senso avrebbero i nostri viaggi tra città e
luoghi che sembrano insondabili.
Sono stato a Santo Domingo, nella Repubblica Domenicana, in
visita istituzionale e per i “soliti” incontri che permettono
comunque di creare legami e di capire il rapporto tra la lingua
italiano e le lingue, tra la cultura italiana e le culture
altre. Un fascino dell’esotico e di una estate che non smette di
essere mai mare, sabbia, palme, piante di banane e musica. Echi
che lasciano un segno anche quando si è lontani. La musica scava
il vento tra gli Oceani e i profumi andalusi.
La
musica delle donne che ballano scalze sulla sabbia o su un
tappeto di bicchieri e riportano alla erosione delle monotonie
perché qui la donna è bellezza ed eros. Un fascino che cattura.
Hanno bisogno di capire e noi abbiamo bisogno di osservare, di
entrare in un mondo che ci sembra di conoscere ma così non è.
Quanta italianità tra le strade di Santo Domingo. Sembrano vie
familiari. Sarà certamente per i viaggi antichi ma soprattutto
per la straordinaria presenza di Cristofaro Colombo. Cristobar…
Qui Cristoforo è stato di “casa”. Non si tratta di una metafora.
Ma la casa c’è veramente. Quel Cristoforo che amava Isabella.
D’altronde la lingua che si parla è una calda parola spagnola.
Non poteva essere diversamente. L’accoglienza è stata di una
manifestazione d’affetto eccezionale.
L’Italia, ospite d’onore, ovvero la cultura italiana. Abbiamo
parlato di lingua e linguaggi ed io soprattutto di letteratura
italiana del Novecento: da Giovanni Verga a Giuseppe Prezzolini.
Verga è molto amato. Ma non è il Verga scolasticizzato. È quello
che di “Tigre reale”, è quello degli amori perduto e perdenti.
Così Prezzolini… Il Prezzolini di “Dio è un rischio” che pone
interrogativi e non deposita alcuna risposta. Ma Santo Domingo è
mare. È il mare del sogno. È la città dei casinò e non dei
casini. È la città della festa. La festa dei giorni. I giorni
che si fanno festa.
Qui veramente la notte è una festa mobile che direbbe il caro
Ernest. E la festa te la senti addosso per l’intera giornata
come ti senti dentro la musica o come ti porti negli occhi le
donne che danzano a suono di merengue o di salsa. Che meraviglia
quella ragazza con riccioli tra i capelli e una gonna da zingare
che volteggiava su un tappeto di bicchieri al ritmo di una
passionalità inebriante. Meraviglioso e meraviglioso il sorriso
della gente pur in una non ricchezza mai ostentata. Belli gli
occhi di quella donna che ti tirava nel gioco del ballo e dovevi
ballare perché tutto è parte del gioco delle notti di quella
città. Con le luci che sono riflessi.
E
la cultura italiana? Sì, che giornate intese al Salone del
Libro. Una conferenza dietro l’altra e con studenti che vogliono
sapere e chiedono, interrogano e non smettono di offrire poesia.
Amano la poesia. Soprattutto la poesia d’amore. Accanto a Lorca,
a Neruda, a Cervantes, a Becher e a quelli propri della loro
terra non ci sono soltanto Dante e Petrarca ma Collodi,
Pirandello e addirittura Isabella Morra. Che ci fa Isabella
Morra a Santo Domingo? Anche negli alberghi è sempre festa.
Una studentessa giovane mi ha chiesto: “Come si fa a diventare
poeta?”. Abbiamo letto anche le poesie di Giovanni Paolo II ed
io ho tenuto conferenza “particolare” sulla funzione poetica del
verso woitiliano con una riflessione sulle immagini della
Cappella Sistina scattate nelle parole che non solo recitano ma
anche raccontano. Ed è una festa nel Corso centrale di Santo
Domingo. Il caldo e l’estate non conoscono pause. Le piazze sono
indefinibili. Le piazze restano dentro l’anima nel canto che ha
gocce di rugiada.
La
piazza con Cristoforo Colombo si apre ai negozi di corallo e ai
mercatini dove il sigaro dominicano sfida quello cubano.
Nell’aria si respira tabacco e odori di frutta. Esotica. Nei
ristoranti le fettine di banana fritta o arrostita ha un sapore
dolciastro e piacevole ma noi abbiamo cercato spesso ristoranti
con cucina italiana. Che provinciali… E’ un paese cattolico.
Non ci sono dubbi tanto che ricordano con amore l’opera e la
figura di Giovanni Paolo II. D’altronde il primo viaggio
all’estero che fece il Pontefice fu proprio Santo Domingo e ci
sono le testimonianze, i segni, i simboli. I domenicani sono
orgogliosi di quel Papa e nella principale ancora campeggiano le
scritte che rimandano al passaggio di Giovanni Paolo II.
Ho
tanti ricordi dei giorni trascorsi in quella terra che mi ha
molto colpito e mi ha lasciato dei tracciati indelebili. Il
giorno prima della partenza, in una casa nobiliare, anzi in una
villa elegantissima, si svolge un ricevimento in nostro onore.
Ambasciatori, consoli, istituzioni. Una serata dove la musica
era diventata assordante. Ad un certo punto della nottata
irrompono una quindicina di ballerine vestite tutte di piume
colorate e con delle maschere che rimandavano a delle divinità.
Che spettacolo… Fummo completamente presi alla sprovvista. Ci
chiesero di recitare dei versi di un poeta italiano. Dovevamo
improvvisare. Ognuno di noi si improvvisò attore ricordando e
declamando poesia. Io subito ripescai alcune versi di una poesia
di Cardarelli.
Furono delle scene indimenticabili. Ogni ballerina – danzante si
avvicinò agli attori improvvisati. Si tolse la maschera e con un
sottile filo di corda la pose sul nostro viso legandola dietro
la testa. Le ballerine – danzanti rimasero senza più maschera
mentre noi eravamo diventati delle divinità. Fu un gioco
affascinante e fummo tirati al centro della villa con il battito
di una musica e di un canto latino – americano. Che strazio di
gioia e di emozione. L’emozione continua ancora oggi soltanto a
pensarci.
La
notte finì e ci colse il giorno. Non capimmo più nulla. Dovevamo
ripartire per l’Europa, per l’Italia. Ci attendeva un fuso
orario di sei ore. Arrivai a Parigi completamente stravolto.
Quanta cultura italiana nella Repubblica di Santo Domingo, in
quell’isola dominicana dove le parole di Cristofaro Colombo e
della cultura genovese e genovese – spagnola resta un nucleo
importante. Non mi sono meravigliato poi tanto quanto tra i
ritmi e le note delle canzoni cantate dai giovani al Salone del
Libro c’erano anche i testi di Fabrizio De André. Genovese,
mediterraneo, Alvaro Mutis…
C’è stata una promessa strappata all’ultimo momento: quella di
ritornare a Santo Domingo per un seminario proprio sui testi di
Fabrizio De André. Certo che lo farò. La musica è poesia e la
poesia si fa musica. Mi sono ritrovato nella valigia anelli di
corallo e collane. Non solo un corallo rosso, rosa o verde ma un
corallo splendente nero. Un corallo che cambia colore con la
luce della luna e con i riflessi del mare. E poi la danza è un
ritmo che non ha spazio e neppure tempo perché continua nel
volteggiare del vento tra gli echi e le nostalgie.
La
poesia non è fatta solo di parole ma anche di sguardi. Così mi
ha detto un ragazzo che con attenzione ha seguito una delle mie
conferenze. È proprio vero. Guardandolo negli occhi gli ho
recitato: “Io l’ho veduta già vestita a verde,/sì fatta ch’ella
avrebbe messo in petra/l’amor ch’io porto pur a la sua ombra:/ond’io
l’ho chesta in un bel prato d’erba,/innamorata com’anco fu la
donna,/e chiuso intorno d’altissimi colli”. Dante. Il Dante che
da noi viene giudicato minore. Il Dante che non è metafisico ma
si gioca l’anima tra gli spigoli delle Rime. Mi ha guardato in
silenzio e mi ha chiesto: “pur favur me regala cheste parole?”.
Con la dolcezza e con gli occhi grandi.
Ho
capito in quel momento come la universalità della poesia non
conosce frontiere o confini e va verso orizzonti. Che bel
viaggio! Un viaggio interminabile tra le parole di Giovanni
Paolo II che insistono tra i miei ricordi e l’amore in Rime di
Dante. L’amore che si fa fede e la fede che è carità. L’amore
degli incontri nelle sere di Santo Domingo. Ho puntato al
casinò. Ma non ho vinto. La poesia è nell’amore e l’amore ha gli
occhi della nostalgia. Santo Domingo resta una festa tra i libri
raccontati e i libri proposti. |
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pubblicato il 23 marzo 2009
RICORDANDO IL POETA GIUSEPPE BONAVIRI
scomparso il 21 marzo
di Pierfranco Bruni
 Ho
un ricordo molto bello di Giuseppe Bonaviri, da me
studiato molti anni fa e inserito, di recente, in due antologie
della poesia italiana del Novecento tradotte in lingua spagnola,
la prima, e indirizzata al Salone del Libro di Santo Domingo e
una antologia in lingua albanese (la seconda) con le finalità di
diffondere la letteratura italiana nei Paesi esteri e
soprattutto per realizzare un rapporto tra la poesia
italiana e le culture di lingua spagnola e albanese.
Bonaviri, che era nato nel 1924, resta una pietra miliare in
quei processi lirici il cui intreccio tra cultura
adriatica e mediterranea realizza un dato centrale in una
visione di lingue che hanno creato dei legami importanti con le
realtà etniche. Bonaviri, che veniva dalla Sicilia, ha portato
con sé un humus profondamente legato ad un etnhos che ha
saputo amalgamare parola, tradizione e cultura popolare.
Trovandomi, per una conferenza sulle eredità etniche
dell’Italia, all’Università di Tunisi, nel corso del mio
discorrere, mi fu chiesto, improvvisamente, di parlare
proprio di Giuseppe Bonaviri. La richiesta mi colse di sorpresa
anche perché non rientrava nei miei programmi ma, comunque,
intavolammo una bella discussione sia con i docenti sia con gli
studenti che erano di lingua francese, tunisina e italiana.
Perché mi chiesero di soffermarmi su Bonaviri? Perché Bonaviri
era molto amato in quella Università ed era studiato da una
docente che costantemente leggeva, durante le lezioni, i versi
di Bonaviri.
Proprio in quella occasione scoprii degli elementi non soltanto
letterari negli scritti di Bonaviri ma anche degli aspetti ben
precisi che avevano connotati antropologici. E su questo
intavolammo un vero e proprio discorso. Lessi e commentammo
insieme una poesia che porta il titolo: “Valencia”. Ma
certamente Bonaviri è uno scrittore e un poeta che ha
attraversato una linea letteraria che è quella prettamente
contornata da un immaginario profondamente mediterraneo e i suoi
personaggi, che raccontano non solo nella realtà ma anche nella
metafora, disegnano un preciso tracciato che è quello di una
definizione dell’avventura che i personaggi stessi vivono e il
senso del destino che cammina sempre dentro un processo che
esula la dimensione puramente culturale per farsi esistenza.
C’è in un suo scritto del 1998, “L’infinito lunare”, un percorso
che tocca le corde dell’anima sia per lo scenario sia per una
atmosfera ben disegnata in una visione in cui la metafora della
parola supera ogni ostacolo legato a un realismo mai
interpretato nell’opera di Bonaviri. Dalla Sicilia a Frosinone.
Un siciliano che era ben consapevole di quell’isola che è sempre
stata il nodo – snodo della sua malinconia che traspare
lungo le parole annunciate, sottolineate, pronunciate a parole
lente.
Ebbene, a Tunisi parlammo di Giuseppe Bonaviri poeta. Come ne
parlai a Scutari, a Tetova, a Santo Domingo. Ma gli studenti
tunisini sprizzavano gioia quando comincia a leggere: “Sui sassi
secchi del tuo fiume/la sera si è spenta in lampeggiamenti./In
cielo lenta, spaurita e fùmida/la luna s’alza”.
Siamo in pieno Novecento e quelle “Notti sull’altura” del 1971
sono il percorso di una vita come la misura di un dialogo mai
interrotto nei suoi scritti tra spazio e tempo che troviamo in
un suo libro del 1976 e ristampato nel 1999 dal titolo:
“L’enorme tempo”. Ma tutto diventa “O corpo sospiroso” del 1982
oppure si vive spesso in quell’ “incominciamento” (1983) che
porta le rughe nelle parole e il linguaggio è una attesa nella
indefinibilità del quotidiano.
Giuseppe Bonaviri, morto il 21 marzo scorso resta un riferimento
poetico che ha inciso in quel passaggio tra una letteratura
segnata dallo storicismo e una letteratura che ben ha
saputo giocarsi la partita all’interno di una eredità
metaforica.
Bonaviri, passando attraverso la
metafora, ha fatto della sua letteratura una visione magica. E
magico è il suo linguaggio a cominciare da uno dei suoi primi
libri che risale al 1954: “Il santo della stradalunga” sino ad
un tocco di vera alchimia che si trova in “I cavalli lunari” del
2004.
Uno scrittore che
passeggiando tra le strade della nostalgia ha recitato e
raccontato il “sensibile” di una vita nel tocco di una memoria
che è dentro la vita stessa sempre nel segno della tradizione.
Nella foto: Lo scrittore Bonaviri
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pubblicato il 21 marzo 2009
Indro Montanelli nel centenario della nascita.
La sensibilità umana del
Letterato nel romanzo "Il generale Della Rovere
di Micol Bruni
Indro
Montanelli nel centenario della nascita. Non solo il giornalista ma
anche lo scrittore, il letterato, i suoi romanzi. Indro Montanelli
nato in provincia di Firenze a Fucecchio il 22 aprile 1909. Morto a
Milano il 22 luglio del 2001.
"Vorrei mettere
ordine nei miei pensieri, vorrei vedere più chiaramente in me, in
te, in noi. Vorrei riepilogare tutta questa cosa assurda. Volevo
farlo con te. Ti aspettavo per farlo. Ma poi tu mi soffocasti coi
baci le parole in bocca. Oh, giorni inutili e divini. Quanto
ritorneranno?" (Indro Montanelli).
L'intreccio tra
storia e sentimenti, in letteratura, diventa, in alcuni scrittori,
una ragnatela fitta di significati esistenziali. In questi
significati si amalgamano la realtà (la cronaca, ovvero) presente e
quella che si è depositata nella memoria. il passato che ritorna e
ricostruisce avvenimenti, fatti, dimensioni umane.
Sembra, il brano
citato. Un "pezzo" di un romanzo d'amore, forse di passioni, forse
ancora di scontri e riappacificazioni oniriche ed erotiche. Nulla di
tutto questo. O meglio c'è anche questo ma non è questo il punto
centrale della "costruzione" narrante.
Si tratta di un
brano come si diceva di Indro Montanelli. Il grande giornalista che
viene ricordato chiaramente come un maestro del giornalismo italiano
ma ha scritto, tra l'altro, libri di narrativa che in una storia
della letteratura vanno certamente tenuti in considerazione.
Ci sono due
romanzi che si aprono ad una prospettiva di natura narrativa che
dovrebbe permetterci una verifica proprio in merito a quel rapporto
giocato tra letteratura e storia. Storia di testimonianze, di
vissuto ma anche storia di personaggi.
Mi riferisco a
Qui non riposano (pubblicato per la prima volta nel 1945 in
Svizzera, dal quale è tratto il brano citato all'inizio) e Il
generale della Rovere. Due romanzi in cui è vivo il trasporto
della storia (del fascino degli avvenimenti che la storia trascrive,
decodifica, definisce) nella letteratura. Un dato abbastanza
importante in un protagonista della scrittura qual è stato Indro
Montanelli.
Il giornalismo
gli serve per capire fino in fondo la realtà della storia e da qui
si parte per dare una struttura narrante ai fatti. A quei fatti che
diventano, in questo caso preciso, dimensione umana e per restare
tali la letteratura è uno strumento fondamentale. Perché Montanelli
non si ferma (resto nel campo letterario) a decifrare fatti e
circostanze ma delinea, attraverso i fatti stessi, il destino dei
personaggi.
Si pensi, appunto
al generale Della Rovere. Si pensi, appunto, alla sua ricerca sui
documenti che trovano una base importante nel raccontare le vicende
di Qui non riposano. Questo però non lo allontana dal giocare
con un linguaggio, come d'altronde i veri scrittori sanno fare,
intriso di immediate realtà e di infuocata ironia. Ma Montanelli,
anche in narrativa, non gira intorno ai problemi, non usa la
metafora come modello precipuo per un percorso letterario. Anzi di
metafora non se ne parla proprio. Proprio nell'incipit del primo
capitolo di Qui non riposano si legge: "Io non sono mai stato
fascista. Io non sono mai stato antifascista. Io sono soltanto il
barone Eduardo Candura, napoletano. E', secondo questi due soli
attributi - barone e napoletano - che chiederò al buon Dio di essere
giudicato. Agli uomini non posso chiedere nulla, visto che già mi
hanno contestato e rifiutato il diritto di tirare a campare".
Parte da qui, al
di là, della storia che si mette in scena, una visione in cui il
gioco delle parti (tra personaggio e io narrante) è tirato da un
unico regista - attore.
Non c'è
meraviglia. Tutto ha una sua parcellizzazione ma lo scrittore
conosce molto bene i confini dello scrittore e i limiti del
giornalista. Si caratterizza per la precisazione dei personaggi, i
quali costituiscono il punto nevralgico del momento narrativo.
Montanelli si poneva la questione della letteratura e del letterato.
Ci credeva in
questa funzione. Raccontare è un po' come vivere. A volte ci
permette di rivivere. Altre volte ci permette di sistemare. Altre
volte ancora ci permette di focalizzare il tempo presente.
In Premessa a
XX Battaglione eritreo (trattasi del suo secondo libro) si
raccoglie questo inciso: "Sono letterato. E, a parte il brutto e il
meschino di questa parola, il mio mestiere mi innamora… Rubo al
sonno la mezz'ora di sosta per tornire la frase, per polire la
parola e renderla densa; mi trascino dietro, fra il bagaglio ridotto
al minimo per esigenza di guerra, un manoscritto ingombrante. E
tutto sono pronto a sacrificare fuorché questo. Dirò di più: sono in
Africa anche per ragioni letterarie: non a cercare 'colore', ma a
cercarvi una coscienza di uomo: Necessaria: a tutti, ma specialmente
a un artista".
Ebbene,
Montanelli il problema letterario se lo pone. E se lo pone da
giornalista e da scrittore. O meglio se lo pone da letterato. La
letteratura, in altri termini, ci permette di "cercare" anche "una
coscienza di uomo". Avere consapevolezza di ciò in un legame tra
realtà e definizione di un linguaggio che sia in grado di non
consumarsi. La letteratura sta proprio qui: nel non permettere alla
scrittura di consumarsi, di non permettere alla scrittura di cadere
nell'oblio, di non permettere che possa diventare monotonia.
Tutto ciò
Montanelli lo aveva ben capito e lo teneva in forte considerazione.
Il generale Della Rovere, dal quale è stato tratto un film da
Roberto Rossellini nel 1959, è appunto un romanzo in cui si
intrecciano esperienze, conoscenza del linguaggio e sensibilità
umana. Non per caso i personaggi sono, nel bene e nel male, una
legittimazione di un fare letteratura attraverso l'acquisizione
degli avvenimenti che provengono dalla cronaca e della realtà ma
entrano nella storia.
D'altronde lo
stesso autore in una nota dell'edizione del 1959 puntualizzava
riferendosi a questo scritto e a quel rapporto menzionato tra storia
e letteratura: "…non pretende di essere assolutamente vero, sebbene
abbia per protagonista un personaggio realmente esistito". E ancora
di più precisa: "L'ho scritto cioè come una storia, non come una
pagina di Storia".
Lo scrittore è
qui. E tutto questo senza cedere ad una alcuna rappresentazione
d'ambiente. Ci sarebbero altri testi da citare compresi quelli
teatrali ma quelli qui sottolineati danno una dimensione
considerevole e straordinaria per molti aspetti di un Montanelli che
va oltre il giornalismo e che va oltre la storia. La letteratura e
il letterato sono riferimenti che non passano.
Nella foto: Indro Montanelli
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pubblicato il 18 marzo 2009
Nel centenario della nascita di Carlo Bernari
di Pierfranco Bruni
 Carlo
Bernari, nato a Napoli il 13 ottobre 1909 e morto a Roma il 22
ottobre 2002, è uno scrittore meridionale che ha raccontato,
attraverso i suoi scritti e i suoi testi narrativi, il passaggio
da una narrativa realista ad un modello di scritture in cui la
griglia simbolica ha cercato di impossessarsi del gioco delle
metafore. Ma il suo impegno letterario resta legato ad un
romanzo che ha inciso un solco nel contesto letterario del
Novecento.
Mi riferisco a “Tre operai”. Un romanzo scritto tra il 1982 – 29
e che traccia in termini storici anche qui un passaggio epocale
nel quale sono coinvolte alcune città tra le quali Taranto,
Napoli, Crotone. Infatti, i tre personaggi centrali si
raccontano proprio grazie ad un vissuto in queste città in un
contesto economico e storico che vedeva il mondo operistico
vivere una fase di trasformazione e le città assumevano delle
sembianze in cui la trasformazione dal mondo contadino al mondo
operaio è ben evidente. Un paesaggio realistico all’interno di
un processo storico che poneva la “questione meridionale” al di
fuori degli schemi di una dimensione prettamente contadina.
Il sud è socialmente marcato sia per le visioni
geografiche sia per la costruzione dei personaggi sia per come
le tematiche vengono affrontate in quanto si ripropone una
antica questione che è quella meridionale ma nonostante ciò
rimane sempre un romanzo e va considerato come tale anche dal
punto di vista critico e interpretativo in una visione
direttamente letteraria.
Il personaggio femminile di nome Anna diventa l’asse intorno al
quale si smuove il sentimento della femminilità, della maternità
e della responsabilità. C’è, comunque. Alla base un dato
ispirativi che pone all’attenzione il destino di un personaggio
che non si fa elemento contemplativo ma risulta come chiave di
lettura tra la storia che si fa elemento etico e la fantasia che
è lo sprigionamento di un intreccio estetico – popolare. La
prima edizione di questo romanzo vede la luce nel 1934 da
Rizzoli e successivamente da Mondatori nel ’51 e nel ’65.
C’è da dire, comunque, che Bernari non è solo in questo
romanzo (il suo vero cognome era Bernard) ma anche in altri
testi narrativi come “Quasi un secolo” del 1940 , “Prologo alla
tenebre” del 1947, “Speranzella” del 1949, “Siamo tutti bambini”
del 1951, “Vesuvio e pane” dell’anno successivo, “Domani e poi
domani” del 1957, “Amore amaro” dell’anno successivo nel ’58 e
poi non possono essere dimenticati testi come “Bibbia
napoletana” del 1961, “Era l’anno del sole quieto” del 1964 sino
a “Le radiosi giornate” del 1969.
Bernari non è stato soltanto un narratore perché ha
tracciato delle linee anche dal punto di vista saggistico e il
saggio apparso su “Paragone” n. 182 del febbraio del 1966 dal
titolo “Mann e noi” rappresenta una chiave di lettura ad
intreccio tra la tragicità manniana decadente e una
sovrapposizione meta - realista. Significativo resta anche il
saggio su Corrado Alvaro risalente al 1957 nel quale Bernari fa
un’analisi dei luoghi e delle case alvariane.
Il Bernari che resta e che oggi potrebbe avere una
singolarità tematico – sentimentale è quello che ha saputo
intrecciare sul registro psicologico il vissuto di un amore. Tra
i romanzi citati il titolo “Domani e poi domani” resta una di
quelle pagine indissolubili tanto da misurare la scrittura sul
quadrante di una partitura musicale e la storia di un amoroso
racconto è un pentagramma recitato sul ritmo dell’amore –
amante.
Si racconta la storia di Nicola per Virginia, una venticinquenne
bellissima che cercava un amore ma nello stesso tempo una figura
paterna alla quale afferrarsi . Tra i due c’è di mezzo la cifra
del tempo. Un tempo indefinibile che segna la storia di questo
amore sulla griglia degli abbandoni. In questo romanzo ci sono
immagini di una bellezza travolgente e di paesaggi che restano
sentieri dell’anima ma il distacco alla fine sigla il disegno di
un’avventura che è parte integrante della vita sia di Nicola che
di Virginia.
Il titolo stesso di questo romanzo diventa una metafora.
Ma nella complessità dell’opera letteraria di Bernari il
raccontare stesso senza la metafora diventa artificioso e
nonostante il suo realismo iniziale l’ironia forse con un
pizzico marottiano è un gioco consistente. D’altronde come
epigrafe al romanzo “Domani e poi domani” Bernari impone una
frase del Macbeth di Shakespeare che dà il titolo al romanzo
stesso: “…Domani, e poi domani e poi domani. Striscia da un
giorno all’altro ogni domani, fino a raggiungere l’ultima
sillaba del termine prescritto…”.
Forse in questa ironia è il Bernari che traccia una
testimonianza forte all’interno di un rapporto tra linguaggio e
personaggio. Credo che sia proprio qui che si giochi il
significato di una letteratura che ha un respiro fortemente
europeo. La “provincia” non è una realtà geografica ma è un
sentiero del pensare che si sviluppa in un modello che pone
all’attenzione non più il rappresentativo o il documentario ma
una tensione che è esistenziale e metaforica.
Nella
foto: ritratto di Carlo Bernari dell'artista Alberto Sughi
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pubblicato il 1°
marzo 2009
Il Futurismo e la sua anima filosofica
di Pierfranco Bruni
Ma
certo che il Futurismo è stato un movimento
rivoluzionario. Rivoluzione come fantasia e come
misterioso che si incarna nel presente che va oltre.
Filippo
Tommaso Marinetti ha incantato con il suo
rivoluzionario sentire e agire la cultura italiana a
cominciare dai Manifesti. Il Marinetti che scriveva:
“Noi crediamo alla possibilità di un numero
incalcolabile di trasformazioni umane, e dichiariamo
senza sorridere che nella carne dell’uomo dormono le
ali” suggeriva di non smettere di sognare. Il sogno
è nel Futurismo. Lo dice bene Giordano Bruni Guerri
nel suo libro dal titolo: “Filippo Tommaso
Marinetti” (Mondadori), il cui sottotitolo è una
precisa dichiarazione che troviamo nel tracciato dei
Manifesti. Ovvero: “Invenzioni, avventure e
passioni”. Marinetti trova nelle passioni il
rivoluzionario.
Pensare, in virtù di ciò, che il Futurismo non abbia
una sua filosofia credo che sia errato in quanto ci
sono elementi, che non solo annunciano le tesi
esposte nel primo Manifesto futurista del 1909 ma
preparano alla nascita di quella rivista che poi ha
dato le basi teoriche al Futurismo. Mi riferisco
alla rivista “Poesia” uscita nel 1904 e che vede il
suo consolidarsi negli anni successivi.
La
filosofia di cui si parla non sta soltanto nel
progetto estetico o nel progetto antimaterico ma
consiste nella visualizzazione di una rottura con la
tradizione, che significa rottura di schemi ma
altresì recupero di una eredità, che sostanzialmente
vive come presente.
Per
il Futurismo il presente non viene dal passato ma si
cementifica nella capacità di anticipare il futuro,
di prevenirlo e di profetizzarlo. Da questo punto di
vista è un movimento, che blocca la sua idea sul
concetto di spazio non eludendo però il tempo ma per
tempo non si identifica l’insieme dei passati ma è
piuttosto quello che costantemente si annuncia.
Forse anche per questo non c’è disputa tra la
funzione del passato è quella del futuro perché
tutto si definisce in quel concetto vivificante che
è la psicologia della velocità.
Il
Futurismo non si misura con le cose ma con le
azioni, che vengono prodotte proprio dalla filosofia
nella cancellazione del tempo per dimensionarsi
nello spazio. È lo spazio, infatti, che diventa
attore e da questo punto di vista i comportamenti
dei futuristi a volte sono più dei Manifesti stessi
perché l’improvvisazione è la “regola” di una
teatralità, che si mette in scena ma che si mette
anche in discussione.
Chiedersi se c’è un filo rosso tra i Manifesti e
l’opera dei futuristi e il comportamento degli
artisti potrebbe entrare nella norma della
discussione. È naturale che questo filo rosso, in
termini critici, si può rintracciare ma è anche
naturale che gli artisti futuristi siano sempre,
immediatamente, più in là nel ciò che i Manifesti
promulgano.
Questo non significa che i futuristi non si
attengono alle “regole” dei Manifesti ma significa
un’altra cosa: si portano dentro quella filosofia
del presente superato in un’area profetica di
costante interventismo e pur mai venendo meno alle
tesi stesse dei Manifesti sperimentano operando.
La
vera filosofia è l’assenza del tempo passato in
virtù di un interventismo sul presente mai però
disdegnando quel concetto di tradizione che non sta
nei comportamenti ma nella rottura degli schemi
precostituiti proprio nella temperie del primissimo
Novecento.
I
futuristi e in primis Marinetti tendono a
sottolineare che ci sono alcuni concetti chiave dai
quali non si può prescindere e questi concetti
chiave sono rappresentati da quattro parole che
vengono scritte con la prima lettera maiuscola e
sono : “Divinità”, “Uguaglianza”, “Giustizia”,
“Libertà”. Minimamente non è da pensare ad una
visione illuminista o post illuminista anzi tutto il
contrario. Perché il concetto di divinità diventa la
vera e proprio anima filosofica in un contesto in
cui il subbuglio esistenziale stava diventando
un’apatia spirituale.
È
naturale che il concetto di patria è la sintesi
dell’anima filosofica e viene fuori tranquillamente
con l’adesione dei futuristi alla Prima Guerra
Mondiale. I futuristi sono interventisti perché nel
loro essere artista c’è la dinamicità e la vitalità,
che incarnano le quattro maiuscole prima citate.
Il
percorso che il Futurismo ha tracciato sia in Italia
sia attraverso una relazionalità con altri paesi sia
ai diversi futurismi, che ogni regione l’Italia ha
incorporato, sono l’espressione più emblematica di
un modello di libertà i cui linguaggi poetici e
pittorici sono il marchio caratteriale. Molte volte
il pensare futurista o l’essere futurista non
coincide con la creatività futurista ed è qui che il
gioco si intreccia con la fantasia, con il vissuto e
con il programma dei Manifesti.
Essere futurista in Puglia o essere futurista in
Calabria o essere futurista a Milano non cambia
l’anima filosofica perché il suo tracciato è sempre
quello della dinamicità e della rottura del mosaico,
che non può essere ricostruito come tempo della
continuità. In fondo il Futurismo non ha continuità
e non spreca le proprie energie nella continuità.
Proprio per questo nasce come movimento nazionale
nel quale confluiscono le varie istanze regionali e
nei vari territori ciò che diventa fondante è il
pensiero che si trasforma in un agire.
La
dinamicità in fondo diventa teatralità perché il
futurista ama la piazza perché è il protagonista
della conduzione nella recita e il teatro nella loro
recita è, appunto, scendere nelle strade per creare
un modello di partecipazione. Vivono il luogo non
come il di dentro ma come non luogo il di dentro e
scoprono una forma antropologica del fare
letteratura e del fare arte attraverso la gestualità
e, quindi, attraverso il colore. Ciò lo si nota
proprio ripercorrendo le varie esperienze che il
Futurismo ha lasciato e le realtà dove ha operato.
Da
questo punto di vista la recita ha sempre bisogno
degli applausi e non c’è distinzione tra il Nord e
il Sud. Annota Marinetti in Firenze biondazzura
sposerebbe futurista morigerato: “O fiorentini
avete il merito di aver dato a me e ai miei amici
futuristi per la prima volta ciò che non avemmo mai
il gusto degli applausi”. E non c’è distinzione tra
Firenze e Reggio Calabria tra Roma e la Puglia. La
scena è unica e il teatro è una recita, come si
diceva, che non smette la sua improvvisazione ma
anche la sua provvisorietà. La provvisorietà per i
futuristi non è male, diventa celebrazione perché
ogni teatralizzazione è festa.
Perché chiedersi se il Futurismo ha un senso o ha
avuto un senso? Quando il pubblico applaude
l’importante non è che lo spettacolo sia riuscito o
meno, ciò che si deve cogliere è l’ardore e
l’entusiasmo dell’atto creativo. Certo il Futurismo
resta non ciò che abbiamo vissuto ma tutto ciò che
il futuro vive nel presente. Potrebbe sembrare un
gioco di parole ma si potrebbe pensare oggi alla
modernità senza ascoltare le voci di Marinetti o
senza fantasticare con i sogni di Boccioni e poi di
Balla, Carrà, Sironi? Non credo che sia possibile.
Noi
viviamo la modernità perché il Futurismo ha
distrutto la storia, ha anticipato il tempo e
ricostruito lo spazio in una “logica” che è fuori
dal sapere ma che continua a vivere dentro un
sentire folgorato dalla profanazione del cimiteriale
e divinamente innescato in una sorprendente ironia,
che non si serve dell’importanza del capire ma si
serve del naturalmente non naturale, che è in quella
plasticità dinamica, mai in disuso, è sempre
consequenziale e profetica.
Da
qui allora comincia un viaggio senza diritti o
rovesci. Può piacere o meno. Ma la non storia, non
tempo e lo spazio sublimale sono nel volo
inesplicabile, indecifrabile come il vento,
incatturabile come la velocità di un Futurismo senza
il quale la letteratura e l’arte, in questo
quotidiano che è il futuro, non ci sarebbero, come
ci sono in questo impraticabile momento, che è già
svolazzante oltre o aldilà di noi.
Dunque, c’è un’anima filosofica nel Futurismo? Ma
certo che esiste e insiste ritrovandoci tra i
coriandoli di un carnevale che avanza nel successivo
di questo mio dire. Forse è una pazzia, ma Marinetti
non è soltanto nella nostra contemporaneità, è il
moderno con il quale possiamo dialogare nonostante
la pazzia fattasi piazza.
Se
dovessi scegliere, e di scegliere sceglierò, ed ho
già scelto, mi lascerei turlupinare da un Marinetti
e non dalla ragione sedentaria o “satanica” di un
Pascoli o di un Carducci. L’utopia ha bisogno di
applausi e come disse Ezra Pound noi gioiamo
affinché gli applausi durino nei secoli. Rivoluzione
dunque? Marinetti resta rivoluzionario sino alla
fine.
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pubblicato il 18
gennaio 2009
SAN PAOLO E LA LETTERATURA
CRISTIANA
La Confessione come biografia di una
verità
di Pierfranco Bruni
 La
letteratura cristiana trova nelle
Lettere di San Paolo non soltanto un
percorso teologico ma una
definizione del concetto di
“confessione” che esula da quello
propriamente letterario di
“conversione”. Al di là della
questione stessa teologica c’è una
indicazione che si argomenta
attraverso un dire letterario che si
muove intorno a concetti chiave che
rientrano nella visione di una
poetica del mistero e del viaggio.
Da questo punto di vista non ci sono
dubbi nel sostenere che Paolo lega
il concetto di viaggio con quello
della “conversione”. Ma non si
tratta della “sua” conversione o
della sua chiamata.
Paolo è il viaggiatore che cerca di
convertire sulla scia non solo del
cristianesimo ma su quella della
voce della cristianità che è quella
direttamente proveniente da Cristo.
Convertire genti e popoli. Lo si
legge anche nei Vangeli Apocrifi
riferendosi a Gesù. Paolo ha un
compito che è quello di “provvedere”
alla conversione alla parola di
Cristo popoli e genti. In questo
popoli e genti c’è la cultura, oltre
che la fede, dell’antropologia
dell’umanesimo al cui centro però
non c’è l’uomo in sé, troppo
umanesimo alla nicciana maniera
sarebbe, ma c’è il mistero che si
collega alla grazia e alla carità.
Il tempo di Paolo non è nel tempo di
Gesù e non è neppure il tempo di
Gesù. Ma resta inevitabilmente un
tempo improcrastinabile.
Improcrastinabile perché c’è la
storia che si diffonde dentro la
memoria e il tempo successivamente
definito da Agostino è lo spazio che
cuce il limite della mortalità del
corpo con l’immortalità dell’anima.
È un tempo che non conosce evasioni
perché si concentra tutto nelle
Lettere di Paolo e il filo
conduttore non sta nella
“predicazione” o nei messaggi che
hanno la loro precipua importanza
ma nel suggerimento, a volte velato
a volte scoperto, della
manifestazione del convertire. Ma
Paolo è stato un convertito? Paolo è
stato il chiamato di Gesù ed ha
vissuto nel di dentro il dono della
grazia che ha raccontato con la sua
testimonianza lungo i viaggi.
Il tema del viaggio, dunque, non ha
una geografia soltanto territoriale
e fisica. Ha una dimensione
dell’esistere che diventa sacralità
della presenza, appunto, nel tempo.
Il modello che proietta Paolo nel
tempo è quello del cambiamento. Un
cambiamento per amore. La visione di
Platone è ben penetrante proprio nel
momento in cui vita e verità si
fanno coincidere.
Maria Zambrano in un suo scritto dal
titolo: “La confessione come genere
letterario” propone, riflettendo su
Platone, questa osservazione: “…è
Platone e non Aristotele ad averci
insegnato che tra la vita e la
verità c’è stato un intermediario: è
l’amore, l’amore veramente tale, che
ordina la vita e la conduce verso la
verità”. Le Lettere di Paolo possono
anche considerarsi come delle
confessioni, certamente oltre la
lezione agostiniana stessa, nelle
quali i popoli non solo degli
interlocutori ma sono i portatori di
culture che si sforzano di
comprendere linguaggi che sembrano
non appartenere loro. E Paolo parla
loro con la parola che assume il
linguaggio originario ed è come
“costruisse” una metafora poetica ma
la poesia, soprattutto quella che
viene dal mistero, ha un linguaggio
chiaramente sacro. Con Paolo
comincia veramente la prima lezione
di una letteratura cristiana alta.
Al mito non sostituisce il sacro.
Attenzione, perché Paolo non compie
sostituzioni e non ha alcun
interesse. Pone accanto alla
decodificazioni mitica del tempo
quella del sacro.
Così mito e sacro si incontrano
intorno ad un tema forte che è
quello del viaggio – viaggiare. Con
Paolo entriamo nella “modernità” del
linguaggio. Con Mosè siamo ancora ad
un cifra biblica antica che non si
apre a prospettive di immagini e di
linguaggi che toccheranno l’inquieto
dell’uomo e del cuore. Con Paolo,
invece, c’è l’assorbimento
dell’inquietudine che entra dentro
la geografia del viaggio moderno che
è tuttora chiave di lettura nella
nostra quotidianità. Ecco perché
Paolo che è stato “chiamato” sembra
sostituire al termine di conversione
quello di confessione.
Agostino andrà ancora più avanti
perché con la confessione si apre
alla “città di Dio”. Ma senza
l’autonomia di Paolo nei confronti
dell’Antico Testamento e senza il
racconto di Luca negli Atti degli
Apostoli non avremmo capito il
valore dell’intreccio tra
conversione e confessione. Paolo
nelle Lettere si confessa e si
testimonia cercando di rendere
testimonianza di un tempo reale,
oltre che di un tempo sacro, e mai
di un tempo virtuale.
Sempre la Zambrano nel testo citato
cesella: “Tuttavia la Confessione
che è confessione dell’interiorità
dell’uomo, manifesta per parte sua
la ricerca di una realtà completa”.
Da Paolo a Sant’Agostino c’è un
Tempo indefinibile che diventa tempo
sacro perché si esce completamente
dal mito e si entra in una vera e
propria metafisica oltre qualsiasi
ragione.
Uno dei romanzi moderni che ha
saputo raccogliere questa lezione è
il “documento spirituale” di
Dostoevskij. I personaggi di
Dostoevskij si muovono intorno ad
una confessione completa che tocca
l’anima e il cuore e parimenti
lasciano segni attraverso la parola
che ci fa linguaggio onirico. È pur
vero che Sant’Agostino, dopo la sua
confessione, non si immerge nella
felicità presentita, nel Paradiso
sognato. L’attende il lavoro, la
vera azione: la vocazione. Perché ha
già trovato i suoi simili, li ha
trovati dentro di sé” (Maria
Zambrano). Nel tema del viaggio
paolino campeggia quello della
“carità”.
In fondo “la carità crede tutto”
dice San Paolo nella Lettera ai
Corinzi e Sant’Agostino riprende
questo concetto e lo proietta
all’interno della letteratura che
caratterizzerà la poesia del Due –
Trecento. Ogni poesia è confessione
ma non quella che ascolteremo tra
gli echi romantici o decadenti ma
una confessione che tocca le corde
dell’estasi. E perché Paolo è dentro
la coscienza letteraria della
modernità? Perché, in fondo, è
riuscito a tramandare il messaggio
della confessione e della
testimonianza.
La sua letteratura non è soltanto
teologia della parola cristiana ma è
teologia della parola dell’esistere
non solo dentro il tempo ma accanto
al tempo e i suoi viaggi tra le
storie del Mediterraneo superano la
profezia dell’attesa e si fanno,
appunto, capacità della provvidenza
a raccontare il mistero. Non so se
il sacro si possa caratterizzare per
un suo ordine. Non so neppure se per
amare Paolo necessita rispettare
delle regole. Ma io riesco a vivere
Paolo non al di fuori di me ma
dentro le mie incertezze che cercano
di diventare verità o di
trasformarsi in verità. Consapevole
che l’amore non è solo destino
dentro di noi ma grazia.
Il naufragio del suo ultimo viaggio,
quello che lo condurrà a Roma, è un
naufragio reale ma è anche l’inizio
di un rapporto tra sacro e vita.
Paolo può essere letto oltre la
teologia cristiana. Forse no. O
forse Paolo è cristianità comunque.
Gli Atti degli Apostoli lo
raccontano.
Il pellegrinaggio è il
pellegrinaggio di un popolo che va
oltre le onde del dubbio. Pur nel
dubbio la cristianità di Paolo è il
disegno di un camminamento che solca
i labirinti della buona battaglia
che tutti cerchiamo di vivere. Con
Paolo, comunque, il Mediterraneo
entra nella geografia del presente e
il Mediterraneo è una cultura della
tradizione nelle religiosi che si
fanno fede. Solo nella fede si rompe
lo steccato tra conversione e
confessione.
Paolo ha vissuto la conversione come
chiamata (o viceversa) ma si è
stabilito, in termini letterari
cristiani, nella confessione. La sua
confessione è la biografia di una
verità. |
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pubblicato il 15 Apr 2008
LETTERATURA
DIALETTALE E IDENTITA’
di
MARIA ZANONI
“I Prùffici d’u ricùnculu” è il titolo di una raccolta di
racconti in rima, in vernacolo castrovillarese, del poeta Luigi
Russo, pubblicata recentemente, a dieci anni dalla Sua prematura
scomparsa, dalla Fondazione che porta il Suo nome.
Il volume, in elegante veste grafica, appartiene alla preziosa
eredità letteraria di oltre 16mila versi, in lingua ed in
dialetto, intreccio di storia e memoria, che Russo ci ha
lasciato, che è una risorsa inestimabile da tutelare e
comunicare alle giovani generazioni.
In una società multiculturale e plurilinguistica che sta
progressivamente perdendo la propria identità, promuovere
letteratura dialettale significa riappropriarsi delle proprie
radici identitarie, cogliendo la modernità dei complessi valori
portati dalla letteratura in vernacolo.
Questo bene culturale prezioso è da tramandare, perchè riflette
la condizione esistenziale della società dei secoli passati,
ricca di valori socio-culturali complessi. E’ finito il tempo di
considerare il dialetto “la lingua del popolo senza libro”. E’
ora di “studiare” i tratti caratterizzanti di un mezzo
espressivo tra i più efficaci della cultura italiana, che
accomuna, con il suo legame alle tradizioni, ed oggi è sempre
più vicino alle culture giovanili, passando anche attraverso la
musica ed il teatro.
I Prùffici d’u ricùnculu (che liberamente tradotto significa: le
critiche del crocchio dei vicini, dalla lingua tagliente come
forbici affilate) ci dà uno spaccato della vita quotidiana di un
paese e di un’epoca. Un paese, come tanti in Calabria: il paese
dell’anima, dove il vico fa le veci del salotto.
A “vanèdda”, con le porte sempre aperte e una sediolina sempre
davanti, era centro di socialità che rafforzava legami parentali
e di comparaggio; ma era anche fucina di pettegolezzi e
malignità, in un tempo in cui le relazioni sociali erano di
natura emotiva e personalizzata e la famiglia era centro di
affetti.
“A vanedda” diventa palcoscenico di un teatro. ‘A vanedda ‘a
chiazza, così come ‘u scuvàto, santuvìtu, ‘u tunnu, ‘a minzàna,
recitano le loro storie. Storie di “gualàni”, di “masti cusitùri”,
di “mbrillàri”, di “carruchiàni”, di “santòcchie”, picùzzi,
“traminzàni e jiudicatùri”. E il paesaggio, sentito con intensa,
appassionata liricità, quando non si presenta come valore
estetico autonomo, fa da imponente cornice alla vicenda umana,
al lavoro, al dolore, alla storia della terra del poeta.
Negli endecasillabi, classicamente misurati, i detti, i
proverbi, modi di dire coloriti ed efficacissimi, recitano
emozioni, apparteneze, orgoglio di “calabresità”.
Io, studiosa di dialettologia, ho da sempre letto i versi di
Luigi Russo. E non li ho soltanto letti. Li ho anche recitati.
Spesso li ho immaginati, li ho guardati, ne ho ascoltato i
palpiti e le voci, sfogliando le pagine dei poderosi volumi,
come album di fotografie ingiallite dal tempo. Ho dialogato con
i “suoi” personaggi, ogni volta con emozione nuova. L’emozione
che suscita una poesia viva, atto di presenza, intreccio di
memoria e cultura, che non permette smarrimenti.
Il poeta coglie voci, lontane nel tempo, ma vivissime nella sua
memoria. Egli tramuta in versi sensazioni e fatti di vita
quotidiana, emozioni e nostalgie in quantità tale da dare anima
e vita a luoghi ed eventi di questa terra castrovillarese, da
lui tanto amata, di un patrimonio che va scomparendo. Ogni libro
è, dunque, un atto d’amore e una testimonianza, perché il poeta
percepisce la realtà con l'occhio del cuore. E tutto questo per
riscatto di quella memoria che risulta sempre più necessaria
alle nuove generazioni, per non perdere il contatto, senza
enfasi né esaltazioni, con l’identità dei progenitori.
Tempo e memoria operano la trasfigurazione lirica della realtà e
le danno il ruolo di rivendicazione di un’identità comune da
mantenere stabile. Ai versi è affidato, dunque, un messaggio che
supera l’occasione, la circostanza. Non è il solito rimpianto di
cose lontane e perdute. È ricordo, senza commemorazioni
lamentose o idilliache. È un che di vivo, di gioioso; e le
sensazioni che il paese nativo suscita nel poeta, i fatti che
rientrano nella sua esperienza di vita, sono il segno tangibile
di un intimo sentire che convince e affascina. I tanti
personaggi che s'incontrano nelle pagine di Luigi Russo sono
disegnati, avvolti da un velo di nostalgia, con sottile
umorismo, spesso malinconico, che di tanto in tanto diviene
caldo accento evocativo.
È poesia, che ama la gente semplice e la sentenziosità, la
saggezza popolare, in cui si esprime il buon senso tipico
dell'ambiente rurale che si manifesta, appunto, in certi
caratteristici atteggiamenti del linguaggio o addirittura nel
proverbio. È poesia, niente affatto popolare nel suo intrinseco,
che nasce da eletto sentire e da severe meditazioni, come
dimostrato, d'altra parte, dalla perfetta padronanza del
dialetto, innalzato a mezzo espressivo duttilissimo, e capace di
aderire a tutte le pieghe e le sfumature dell'animo del poeta.
Una poesia dialettale che ha il potere di annunciare una sorta
di ritorno alle origini; che ci riporta ad un mondo “a misura
d’uomo”, lontano dalla solitudine e dalle inquietudini di una
vita massificata e malsana. Nei versi di Russo troviamo quelle
tradizioni regionali e paesane, quel gusto della vita umile e
cordiale del popolo, che nel dialetto trovano il più efficace
mezzo per tradursi in poesia. Il tono semplice, caldo e
discorsivo, di tante pagine rivela un impasto linguistico
stilisticamente omogeneo, ma anche ricco nel lessico, da
adeguarsi pienamente alle più varie necessità espressive, in
modo particolare alle tipiche strutture della parlata popolare.
Il verso è pulito, ricco di immagini e di termini
particolarmente efficaci.
La “sua” gente, quella nobilitata dalla fatica e dal sacrificio,
contemplata anche nella vita familiare, è quella della Sua
fanciullezza, sono le caratteristiche figure che gli sono
rimaste nel cuore. È tutta una civiltà contadina, con la sua
frugalità e le sue semplici usanze, che riaffiora in affettuose,
nostalgiche immagini. C'è il passato, la tradizione, le
leggende, ci sono i grandi eventi pubblici, i problemi sociali
del suo paese in questo volume postumo. E questi motivi
predominanti ne attraggono infiniti altri, correlati con le più
vaste vicende nazionali, dandoci l'esatta misura degli orizzonti
ideali e dell'umana sensibilità del poeta.
Luigi Russo, voce altamente significativa della poesia in
vernacolo, avrebbe avuto ancora tanto da dirci, se il crudele
destino non gli avesse strappato la penna di mano.
La foto "u ricunculu" è tratta dal volume : Castrovillari
immagine e tempo - di M. Zanoni - 1989. |
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pubblicato il 2 Feb 2008
NEL CENTENARIO DELLA NASCITA DI PAVESE
“Cesare
Pavese. Il mare, le donne, il sentimento tragico”
In occasione del centenario della nascita di Cesare Pavese
Pierfranco Bruni analizza temi e problematiche di uno scrittore
significativo del Novecento Italiano attraverso percorsi
letterari e umani.
Proprio per la ricorrenza del centenario della nascita di Cesare
Pavese (1908 – 2008) Pierfranco Bruni pubblica il suo terzo
libro dedicato a Cesare Pavese. Un saggio tascabile che analizza
l’intreccio tra luoghi, sentimenti e vita. Si tratta di un
importante lavoro, in distribuzione in questi giorni, diviso in
otto capitoli nei quali si tratteggia un percorso non solo
letterario ma anche umano.
Travolgente sono le pagine riguardanti il rapporto tra Pavese e
l’attrice americana Constance Dowling. Pagine di una singolare
liricità che portano sulla scena un amore e una tragedia
recitata nei versi di “Verrà la morte…”.
Su questo testo Bruni si sofferma con acute angolature entrando
nei particolari dell’amore e della morte di Pavese. Un titolo
abbastanza suggestivo: “Cesare Pavese. Il mare, le donne, il
sentimento tragico”, edito da Pellegrini nella prestigiosa
collana “Zaffiri”, Pp. 96, € 10.00 (www.pellegrinieditore.it).
"Non si può ormai disconoscere che Cesare Pavese, sostiene
Pierfranco Bruni, abbia rappresentato un punto di riferimento di
quella cultura letteraria che è stata espressione di modelli
simbolici e metaforici che hanno segnato una rottura con la
letteratura realista. La mia rilettura pavesiana può costituire
una interpretazione dialettica intorno alla quale può nascere un
utile dibattito su tutta la letteratura italiana degli anni
Quaranta”.
Lo studio su Pavese è un libro che analizza la figura e l'opera
di Pavese ma non in termini di tracciato biografico. Piuttosto
ne valorizza gli esiti problematici sul piano sia etico che
estetico. Una chiave di lettura affascinante.
D'altronde Pierfranco Bruni aveva già pubblicato, in più
occasioni, testi su Pavese e la letteratura del Novecento.
Risale al 1986 un suo primo libro su Pavese per il quale ottenne
il riconoscimento del Premio alla Cultura della Presidenza del
Consiglio e al 2004 un nuovo lavoro sul Pavese tra mito e storia
al quale fu assegnata la Medaglia d’Ora della Presidenza della
Repubblica – Premio Ciaia.
Pierfranco Bruni, tra l'altro, rilegge il sentimento della
memoria e della nostalgia nell'opera di Pavese e ricostruisce
anche il suo rapporto d'amore con l'attrice americana Constance:
la sua ultima donna prima del suicidio avvenuto nell'agosto del
1950.
La ricerca di Bruni, comunque, analizza, a tutto tondo, la
poetica di Pavese. Uno scrittore (e un poeta) che resta in
quella letteratura della memoria e del mito che ha una presenza
considerevole nel contesto italiano del Novecento. La metafora
di Omero avvicina Pavese a quegli scrittori inquieti e tragici
che appartengono al viaggio dell’ulissismo. Una proposta
innovativa che pone Pavese tra due simboli: quello di Ulisse e
quello di Enea. Personaggi del viaggio. Ma tutta la problematica
letteraria di Pavese, secondo Bruni, vive lungo la metafora del
viaggio.
Bruni scava nei testi di Pavese e chiama costantemente in causa
il mito, i simboli e quella cultura classica che ha formato
l’itinerario letterario delle opere narrative e poetiche dello
scrittore de “La luna e i falò” e di “Verrà la morte e avrà i
tuoi occhi”. Le donne che campeggiano in questo scritto di Bruni
sono realtà ma anche rappresentazione onirica e fanno parte di
quella dimensione del sentimento tragico che è dimensione
dell’essere dello scrittore.
I due capitoli finali sono dedicati alla Calabria e alla grecità
e al rapporto tra Pavese e la politica. Proprio su quest’ultimo
capitolo emergono delle pagine che faranno discutere perché
Bruni fa riflettere su alcune missive che Pavese scrisse, dal
confino a Brancaleone, a Benito Mussolini. In una di queste si
legge: "…mai io mi ero sognato di fare della politica, di
qualunque genere, e tanto meno dell'antifascismo".
Il libro di Bruni, comunque, analizza, a tutto tondo, la poetica
di Pavese. Uno scrittore e un poeta che resta in quella
letteratura della memoria e del mito ben consistente nel
contesto italiano del Novecento. Gli elementi letterari si
intrecciano con quelli di natura antropologica. Una visione
innovativa che pone l’opera di Pavese al centro di una rilettura
profondamente radicata al testo.
Il lavoro di Bruni si iscrive in quel contesto di promozione del
Novecento letterario italiano che trova in molti scrittori
contemporanei una chiave di lettura emblematica per un
approfondimento del rapporto recupero dei luoghi - cultura
popolare.
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pubblicato il 16
Gen 2008
Dario Franceschini.
Oltre la politica
La
letteratura che è follia improvvisa. Un romanzo del mistero e
senza “relativismi”.
di Pierfranco Bruni
Ho già avuto modo di recensire il precedente romanzodi Dario Franceschini. Ora, Franceschini, pubblica un nuovo percorso
narrativo. Un romanzo significativo che dovremmo considerare al
di là dell’autore stesso (dico questo perché il nome dello
scrittore nel bene e nel male corre il rischio di condurre ad un
probabile condizionamento). Io non sto tra questi perché la mia
posizione ideologica (anzi la mia visione culturale non coincide
con quella di Dario: non coincide per un semplice fatto: io da
cattolico cristiano non avrei mai accettato di governare con il
relativismo estremizzato, dimostrato anche in questi giorni. Non
me ne voglia il bravo Dario ma un cattolico cristiano deve
sempre difendere il suo Pontefice anche a costo di barricate e
non sedersi intorno a coloro che considerato tutto relativo:
dalla difesa della vita ai veri valori etici, ma questo è un
altro discorso, ma che ci stai a fare con “questi”?).
Entriamo un po’ nel merito della scrittura e dei viaggi
letterari. Più che una recensione ho considerato quel mio
scritto, sul primo romanzo di Franceschini, un confronto tra
linguaggi e letteratura. Linguaggi dell’anima più che della
parole e ho sottolineato, in quella circostanza, elementi
puramente letterari ed espressivamente emotivi. Ma letteratura
ed emozione costituiscono un modello di approccio ad una
scrittura che vada oltre i limiti di una narratività illogica.
L’arte non ha logica… La cultura dovrebbe averla…
Oggi assistiamo alla illogicità della letteratura. Non ci
dobbiamo spaventare se da Saviano a Camilleri assistiamo
all’impeto della sfida dove di letterario c’è ben poco. Oggi
viviamo la letteratura come espressione di un marketing.
Cerchiamo di essere meno ipocriti e di dirci, almeno tra addetti
ai lavori, un po’, soltanto un po’, di verità. Siamo in una
irreversibile crisi del linguaggio letterario. Irreversibile se
si continua ad insistere sui “Gomorra” che starebbero bene per
una buona pagina giornalistica ma non in una trasposizione
letteraria.
Da Saviano a De Cataldo (i giudici vanno di moda anche in
letteratura) non c’è il minimo sentire di tracciato letterario.
La letteratura cede il passo al tribunalese e alle inchieste ma
anche al caramelloso preconfessionale alla Erri De Luca che non
mi piace anche se alcuni ambienti cattolici si ostinano… Molto
meglio Veltroni narratore che questi. Ma non meglio di
Franceschini, certamente.
Non ci sono dubbi che il recente romanzo di Dario
Franceschini dal titolo spagnoleggiante o sudamericano:
“La follia improvvisa di Ignazio Rando”, Bompiani, è un
ottimo romanzo. Bravo Dario.Come, d’altronde ho considerato
“Nelle vene quell’acqua d’argento”. Una mite malinconia
pervadeva il primo romanzo con sottolineatura di forte metafora.
Una enigmatica metafora attraversa questo nuovo romanzo. E, lo
dico senza alcuna spocchia (non mi frega niente di quello che
pensano gli altri ma io vivo di letteratura e con la letteratura
da circa quarant’anni e non faccio né il politico e tanto meno
il magistrato) perché la mia esperienza e i miei studi mi fanno
guardare al di là del bene e del male.
“La follia improvvisa di Ignazio Rando” è certamente il
romanzo più bello che ho letto negli ultimi tre o quattro anni.
Non mi si venga a dire che i Premi Strega siano romanzi da
consigliare. Non apriamo questo “verseggiare”. I Veronesi i
Baricco, i Busi, i De Carlo, i Piperno e una volta anche i
Tondelli (che si è voluto innalzare a maestro ma di che…’) sono
al di qual del bene e del male.
La letteratura è ben altra cosa. È un’emozione chiamata non
verità ma poesia, grazia, mistero, fantasia. Ebbene dobbiamo
avere il coraggio di sprigionare le tensioni esistenziali che
vivono dentro di noi soprattutto noi che il mestiere della
letteratura lo pratichiamo non per gioco e neppure per tirare la
carretta di fine mese. Il romanzo di Franceschini ha una
freschezza borghesiana. Forse intinta in una venetara kafkiana
dove la storia scompare e rimane la testimonianza del
personaggio.
Il personaggio che si fa destino e si aggrappa alla nostra anima
come si è aggrappata alla nostra anima il tempo che scorreva
nelle vene dell’acqua d’argento. Ma perché, caro Dario, “…in
piedi si è già in mezzo al cielo”? Non darmi la risposta. Non
puoi darmela. Non cercarla. Lasciala al lettore. Ognuno di noi
si interrogherà a proprio piacimento. Ma tu lasciala sospesa tra
il cielo e il vento. Non è ragione la letteratura.
I relativisti ci punzecchiano con la ragione scambiandola con il
sentimento. Vogliono dare un senso a tutto. Ma noi non cerchiamo
un senso. Piuttosto un orizzonte. Sì, un orizzonte come il tuo,
il mio, il nostro Ignazio Rando. Il resto non ha mancia. E siamo
tutto in viaggio verso i mulini al vento perché restiamo in
fondo dei fantasmi o dei funamboli.
“Ignazio camminava sul bordo del marciapiede cercando di cadere
sulla strada. Certo il sasso sulla spalla lo sbilanciava, per
questo era più difficile stare in equilibrio. Metteva i piedi
l’uno davanti all’altro, lentamente, come facevano u funamboli
ed era bravo, perbacco”.
Forse, voglio cogliere questa provocazione, Ignazio Rando vive
un po’ dentro di noi. E vive senza che noi ci accorgiamo della
sua presenza. Ma cosa è la presenza e l’assenza in letteratura.
È un romanzo scrittore con un sapere letterario, ben costruito,
con delle ombre poetiche che toccano l’anima e con una geografia
che scompare per lasciare proprio questa ombra alla metafora.
Non racconto la trama. Cerco di raccontare sensazioni. Sono
quelle che mi ha lasciato l’impatto con questo romanzo. Vedete
che straordinaria immagine: “Dalla finestra da cui proveniva il
canto si affaccia una donna bellissima. È lei che canta ma la
sua voce è quella di un uomo. Noi continuiamo a ballare e io
cerco a ogni giro di vederla bene, aspettando la luce del giorno
che cresce. Poi la riconosco. Sei tu. Tu che canti con la mia
voce”.
Immagini che ci immettono nella ragnatela delle emozioni, nella
follia di una parola che si fa incanto. Superando sempre sia la
storia che la ragione. Possono piacere o meno queste mie
considerazioni. Nessuno è obbligato ad accettarle. Ma vi posso
giurare, sotto il giuramento di uno scrittore che non fa il
magistrato e neppure il prelato, che “La follia improvvisa di
Ignazio Rando” è proprio un vero romanzo. E poi c’è la follia.
Cosa sarebbe la letteratura senza la follia… Dario non
trascurare la parola che si fa emozione. |
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pubblicato il 23
Dic 2007
IL SACRO E LA LETTERATURA
Uno
studio di Pierfranco e Micol Bruni analizza il Novecento
letterario italiano attraverso gli scritti dello scrittore
calabrese Francesco Grisi edito dal Centro Studi e Ricerche
“Francesco Grisi” con il patrocinio del Ministero per i Beni e
le Attività Culturali.
Incontri tra scrittori: da Ignazio Silone che parlava di
"preconcetti estetici o ideologici” a Mario Pomilio che
difendeva l'autonomia della letteratura.
Una ricca documentazione ricostruisce spaccati della letteratura
italiana del secondo Novecento attraverso testimonianze dirette.
Una ricerca che pone all’attenzione il legame tra scrittori
cattolici e formazione sottolinea il valore della letteratura
cristiana del Novecento Italiano. Uno studio articolato, nel
quale il rapporto tra sacro e letteratura partendo da Francesco
Grisi, diventa fondamentale. Hanno lavorato a questa
pubblicazione, in distribuzione in questi giorni, Pierfranco e
Micol Bruni portando alla luce, tra l’altro, una significativa
documentazione epistolare che fa emergere una temperie di grandi
incontri e discussioni.
“…è piuttosto raro trovare in Italia un critico che sappia
leggere e che avvicini un autore senza preconcetti estetici o
ideologici”. Così scriveva Ignazio Silone, l'autore del famoso
romanzo "Fontamara" allo scrittore Francesco Grisi in una
lettera datata Roma 24 luglio 1957. Grisi aveva scritto un
brillante articolo per "La Fiera Letteraria" nel quale
analizzava tutta la produzione di Silone. Lo scrittore abruzzese
in una lettera si rivolgeva proprio in questi termini al
giornalista e scrittore, Grisi, con il quale ha poi intrattenuto
un rapporto di vera amicizia sino alla sua scomparsa avvenuta
nell'estate del 1978.
Questa lettera, insieme ad altre 68 lettere e carteggi vari di
scrittori italiani del Novecento, sono state studiate da
Pierfranco e Micol Bruni e analizzate in un saggio dal titolo:
“Francesco Grisi. Il sacro e la letteratura” pubblicato per
conto del CSR “Francesco Grisi” con il patrocinio del Ministero
per i Beni e le Attività Culturali. Si tratta di un testo dove
si evidenziano i rapporti di Grisi con il Novecento letterario e
dove emergono importanti spaccati letterari del Novecento.
Pierfranco Bruni sottolinea l’importanza che Grisi ebbe con
scrittori come Diego Fabbri, Ignazio Silone, Mario Pomilio,
Giuseppe Berto, Ettore Paratore.
Una significativa documentazione emerge da questa ricerca. Come
il carteggio tra Mario Pomilio e lo stesso Grisi. Un Pomilio che
difende l'autonomia della letteratura. come la difende Antonio
Barolini. Pesante, invece, è una lettera del giornalista della
Rai Andrea Barbato, indirizzata ad Antonio Barolini. Si scaglia
contro gli intellettuali non conformisti alla sinistra durante
la nascita del Sindacato Libero Scrittori avvenuta nel 1970
prendendo le distanze dal Sindacato Nazionale Scrittori di
matrice social - comunista. Interessante, dal punto di vista
politico - culturale, è anche la testimonianza di Libero
Bigiaretti.
Sorprendente è, tra l'altro, la lettera di Riccardo Bacchelli
datata Milano 20 maggio 1964, nella quale emerge lo spirito
critico dello scrittore de "Il Mulino del Po". Triste e ironica,
invece, la lettera di Marotta datata Roma 11 luglio 1962, nella
quale si sottolineano gli impegni dello scrittore napoletano e i
suoi rapporti con il mondo dello spettacolo, della canzone e
della cultura.
"Si tratta di un lavoro accurato, precisano Pierfranco e Micol
Bruni, che presenta delle novità particolari che riguardano sia
la letteratura nel suo aspetto creativo e religioso sia la
letteratura letta in un rapporto con la vita politica degli anni
compresi tra il 1968 e gli anni Settanta. Si avverte il disagio
di molti scrittori cattolici (e laici) nei confronti della
cultura egemone di sinistra”.
Nelle pagine, scorrono intagli storici che indagano il legame
tra letteratura e sacro, mostrando una vera e propria teologia
del pensiero dove le parole nascono dal silenzio e sono esse
stesse un atto di fede.
Francesco Grisi, che ha fatto ‘diversi mestieri’, ricorda il
saggio (ha infatti insegnato all’Università, ha scritto libri, è
stato giornalista), era esperto in umanità. Sapeva che
‘l’orologio è cronaca’ e che c’è un altro tempo da fermare: sono
le attese dei paesi del Sud perennemente appesi ai burroni di
roccia e di precarietà, c’è un messaggio da cogliere nella
poesia greca e in quel mito che – insieme a Mircea Eliade - è un
eterno presente. Un oltre che la sua penna e la sua tavolozza di
colori forti raccontavano con arguzia.
Ci sono simboli ondeggiano nel vento dei segni, la vita “è
sempre un cerchio – annotano i Bruni – non è una linea retta. Si
parte da un punto e si ritorna lì, a vedere incantesimi’’, a
giocare con alchimie e delfini che danzano nel mare dei greci
che conosce le rotte di Ulisse.
Anche per questo “Grisi e’ un viaggiatore che sa che oltre il
vento d’altura gli orizzonti sono infiniti, e la memoria e’ una
marea’’. Nelle sue pagine dense di glosse, c’è però un “costato
che è la preghiera’’. Lo testimoniano anche i suoi scritti su
Francesco d’Assisi o su Jacopone da Todi, fino alle riflessioni
su Giovanni Paolo II. A sostenere la narrazione, la convinzione
che per gli abitanti della terra “ogni cosa e’ necessario che
avvenga. Anche la Via Crucis della perdizione’’.
Il verbo è andare avanti, graffiare di verità le sere, anche
quando ‘I giorni non si somigliano tutti’, per dirla col titolo
di un romanzo postumo di Grisi. In questo percorso, la speranza
diventa un linguaggio, perché “l’attesa di religiosità –
rimarcano Pierfranco e Micol Bruni– è una ruga che si avverte e
che non va dimenticata”. Una ferita, forse, propria a
intellettuali che “non si lasciano trascinare dalle mode”.
Una ricerca sulla quale Pierfranco Bruni continua a lavorare
attraverso altro materiale inedito compreso materiale
fotografico. Questo saggio si inserisce negli studi che il
Centro di Ricerche “Francesco Grisi” compie da quasi un decennio
sul rapporto tra fede e letteratura. Il sacro e la letteratura
sono dentro il “materiale” letterario che ha formato il progetto
poetico e narrante di Grisi.
Nella foto: P. Bruni
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pubblicato il 9 Mag
2007
MARIA ZANONI SI
RACCONTA IN POESIA
Maria
Zanoni, ricercatrice di Antropologia, racconta la sua esperienza
di donna in poesia.
Nella vita ci sono momenti in cui uno scrittore sente il
desiderio di raccontarsi. E lo fa pubblicando una raccolta di
poesie.
È capitato a me, dando alle stampe “Azzurro nell’anima” per le
edizioni Arte 26.
Si tratta di una silloge di liriche a tema unico, l’amore, che
ho custodito in un cassetto per ben 35 anni. Tanto tempo... Ma
la vita intesse destini contro cui la volontà nulla può.
Misteriosa alchimia della scrittura...
Forse, dopo varie pubblicazioni di natura socio-antropologica,
la convinzione di partecipare agli altri sentimenti ed emozioni
è maturata dando ascolto agli insegnamenti del grande Pablo
Neruda: “Lentamente muore chi non cambia la marcia, chi non
rischia. Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce
i puntini sulle "i" piuttosto che un insieme di emozioni”...
Allora la scrittrice di tradizioni popolari si mette in gioco e,
nella stagione dei bilanci, decide di fare un salto senza rete.
A 20 anni tutto sarebbe stato più semplice...
In genere un giovane che aspira a diventare scrittore, con
slancio ambizioso, pubblica un libro, a sue spese o con un
editore compiacente, quasi a coronare i suoi sogni giovanili, e
non si rende conto che quello è ancora il momento di maturare ed
affinarsi. E poi, ahimè, spesso si smarrisce e nessuno sente più
parlare di lui.
E non parliamo delle donne-poeta (o poetesse?!?).
Proprio questo dilemma su come definire il genere femminile che
si esprime in versi, la dice lunga sul fatto che la storia
annoveri poche donne in poesia. Anche se oggi stiamo recuperando
un ritardo di secoli.
Ma Dacia Maraini, parlando delle donne in poesia, nel suo
libro-manifesto “Donne mie” dice: “È una voce fiacca, grezza e
mutilata / che viene da lontano, da fuori della storia,
dall'inferno degli sfruttati”.
E Dario Bellezza, nel 1974, riferendosi al testo della Maraini
scriveva: “...proprio nella letteratura le donne smentiscono
quell'odiosa e razzistica imposizione della barbarie maschile di
definire una donna un essere inferiore, non per ragioni talvolta
storiche e sociali, alle quali fanno bene le donne a ribellarsi,
ma arrivano, i fessi, i fascisti del sesso, a dire che la donna
sarebbe inferiore per struttura biologica. Non è vero, non
esiste più grosso torto fatto ad un essere umano di questo, anzi
quando nasciamo siamo tutti uguali, maschi e femmine, senza
distinzione. In letteratura abbiamo una quantità sterminata di
forti scrittrici, anche se le storie letterarie le occultano,
perché le storie letterarie sono state sempre fatte dagli
uomini” – conclude il critico.
Il problema resta sempre attuale ed aperto, anche se i tempi
sono cambiati.
Oggi, sono numerose le donne che cercano di dare voce poetica ai
loro sentimenti, affiancandosi agli uomini, come in ogni campo,
non per insidiare quella supremazia che finora hanno avuto, ma
solo per condividere la gioia che la poesia dà in ogni momento,
sempre e comunque.
In realtà, anche le donne di indole più concreta, più impegnate
nel sociale, hanno momenti in cui il loro senso poetico può
trasformarsi in poesia. Non esistono doveri così assoluti e
condizionanti che possano soffocare completamente l’afflato
poetico.
Anche perchè la poesia non è sempre e comunque ispirata da
avvenimenti, dolori, avventure.
Il problema per una donna-poeta, soprattutto nella società
meridionale, invece, è, ne sono fortemente convinta, quello di
avere il coraggio di esporsi, di mostrare a tutti il proprio
cuore; e se decide di mettere in piazza le passioni
socio-politiche corre il rischio di essere tacciata di
femminismo, nella società ancora a dominio maschile.
L’arte e la poesia, piuttosto, sono per le persone più sensibili
e fragili una valvola di sfogo nelle avversità della vita, in
una società piena di violenza, in una realtà colma di
materialismo ed egoismo, nella quale ci orientiamo a fatica.
La sensibilità, tutta femminile, può trasformare in versi il
guardarsi nell’animo e scrutare nel mistero profondo
dell’esistenza.
Infatti, il critico d’Arte Adriana De Gaudio, nella postfazione
al mio volume, dice: “Non deve stupire se Maria Zanoni, studiosa
di tradizioni popolari, ricercatrice di antropologia culturale,
riesce a guardare la realtà, che la circonda, anche con il terzo
occhio, quello dell’anima, e a trovare nella poesia, nonostante
le miserie e le nefandezze umane che ci circondano, la bellezza
dell’amore. Amore immenso, che nell’azzurro, senza il limite
dell’orizzonte, trova l’acme per elevarsi ed esprimersi. [...]
La diversa gamma cromatica scandisce il bioritmo della poetessa,
regola, a seconda della variazione e intensità tonale, la voce
del cuore che, vibrando dal profondo, cattura l’ispirazione in
un verseggiare liricamente modulato. L’uso della metafora, della
similitudine, dell’iperbole, traduce in efficaci immagini
visive, il flusso del pensiero. [...] Una testimonianza
veridica, un messaggio poetico da intendere non semplicemente
come un “pezzo di vita”, ma un invito a proseguire il viaggio
terreno, conservando sempre la curiosità, lo stupore,
l’entusiasmo” - conclude la De Gaudio.
Dunque, che i poeti vanno cercati e incoraggiati lo dicono in
tanti.
Lo stesso grande Papa Giovanni Paolo II, nella Pasqua del ’99
rivolgendosi agli artisti, affermò: “La società ha bisogno di
artisti, come ha bisogno di scienziati, di tecnici, di
lavoratori, per la crescita della persona e lo sviluppo della
comunità attraverso le altissime forme dell’Arte.”
E il dubbio mi sfiora. Quanto può interessare ancora, oggi,
nella società dell’immagine, la poesia (emozione ed astrazione)?
Eppure ci sono tanti giovani che coltivano con passione
quest’arte.
Che si chiamino Filomena, laureata in Marketing territoriale,
che adora i versi del poeta turco Nazim Hikmet e si regala la
sua opera omnia; o che si chiamino Ciro, che sta nel campo della
Giurisprudenza e fa della poesia la sua ragione di vita, poco
importa.
La poesia vive e continua a testimoniare la condizione umana. E
non solo per un’èlite di attempati cultori.
La poesia è vita. Nonostante “Carmina non dant panem”, come mi
ripete spesso il mio amico Ciccio.
In verità questa mia silloge di 40 poesie, non titolate e senza
data volutamente, scelte tra quelle dei primi anni settanta
mescolate ad altre più recenti, mi riporta ai primi versi
giovanili, affidati ad un foglietto, onnipresente nella tasca
posteriore dei jeans.
Eh, già, quei jeans per poche di noi ragazze del sud, uscite dal
Sessantotto, senza averne coscienza, erano, nel nostro sentire,
ansia di libertà (o illusione di libertà???).
Questo volume, che fa dell’azzurro un simbolo, non è una sorta
di autobiografia lirica, fatta di mille frammenti di vita.
Questi frammenti sono fatti di sogni, colori, immagini, voci,
rimpianti, ricordi.
Non a caso la copertina riporta un mio dipinto olio su tela del
1977. Una coppia di amanti che si dileguano su uno sfondo senza
orizzonte, ancora una volta azzurro. I due corpi, nudi, che si
confondono e si fondono nell’abbraccio, uscirono dalla mia
tavolozza di dilettante, ispirata a Paolo e Francesca danteschi.
Chi avrebbe immaginato, trent’anni fa, che avrebbero fatto da
coperta ai versi, strappati a fogli ingialliti su cui il tempo
ha scolorito le parole scritte con la Olivetti Lettera 22 (ambìto
regalo della maturità classica, amata compagna di viaggio,
tradita per un computer).
So bene che non compete a me dare giudizi di merito sul mio
lavoro; e non lo faccio.
Provo a sfidare me stessa, raccontandomi. E mi racconto
verseggiando sul mio anelito giovanile di libertà, sui sogni e
le conquiste. Allora, per dirla con William Shakespeare: “Il mio
occhio si è fatto pittore e ha tracciato forme... sulla tavola
del mio cuore”.
Questa mia poesia d’amore è l’azzurro della mia anima, senza
tempo e senza spazio. È il sentimento di tutti i tempi, quello
che la poetessa Maria Pawlikoswka paragona alla Nike di
Samotracia che “con lo stesso ardore tende le braccia mutilate e
vola”. “Ansia senza limite” – direbbe Neruda.
Non ci sono storie vere tra le righe della mia poesia, lo dice
bene il critico letterario Pierfranco Bruni nella prefazione, di
cui il volume si pregia.
“Un afflato lirico nelle maglie di una tensione tutta giocata
sul filo dell’onirico – dice lo studioso di poesia del ‘900. Si
intesse il gioco delle parole nella griglia dei sentimenti che
raccontano emozioni. Non storie. La storia è altrove. Resta
“bloccata” nel labirinto dell’anima. Poesia lacerata nei giorni
vissuti. Così questo percorso poetico di Maria Zanoni. Poesia
alta e scavata. Linguaggio nel sublime. Sentieri incantati.
L’azzurro non è una parola. È una dimensione dello spirito nella
vita che consuma le ore dell’amore. La poesia è un tratto
dell’esistenza nel cammino che accompagna Maria Zanoni. Un
tratto che racchiude il misterioso incanto-disincanto di una
armonia-disarmonia di passioni che sono una esplosione nel tempo
del perdere e del ritrovarsi. Se c’è una storia d’amore, poco
importa, perchè il poeta sta sempre al di là della storia
stessa, la quale si racconta quando tutto è trascorso, ma non
finito. Perchè nulla finisce realmente. [...] L’azzurro è,
dunque, una metafora, ma forse è anche qualcosa che va oltre e
sa di più di un cielo che si lascia dipingere da un vento
d’altura. [...] Ma questi versi di Maria Zanoni sono un viatico
nel quale si va alla ricerca della luna che tramonta in un
orizzonte di rossi crepuscoli per recitare “corse senza tempo”
restando “tra la scogliera / e il mare”. E come tutte le belle
poesie (il termine belle sta a significare anche la giusta
misura dei versi e lo sviluppo estetico del “poemetto”) lo
strazio e lo strappo dell’anima (o nell’anima) assume un colore
(che sa di luna, di chiarore, di intenso, di denso e quindi di
profondo) che va appunto oltre la favola della metafora, come
già si diceva. – afferma Bruni - E perchè tutto questo? Non
dimentichiamo un fatto che risulta, in tale contesto,
significativo: la Zanoni dipinge i colori delle parole.
L’Artista dell’azzurro e delle forme rende vitale il senso del
misterioso che cela ora il volto dei personaggi nei suoi lavori
pittorici, ora il valore delle parole nella autenticità di una
espressione che resta costantemente onirica. La bellezza e
l’amore non sono le maschere dell’azzurro. L’amore e la bellezza
sono una sensualità mai definita del tutto, ma mai rivelata
completamente. È qui il punto che, comunque, non chiude il
mosaico, ma aggiunge tasselli nel silenzio degli incanti o nel
silenzio di un incontro che trova però nella poesia lo sguardo
dell’amplesso: “Abbracci di fuoco / si concedono / senza
ricatti”. Oppure: “...ci respiriamo l’anima / a fior di labbra”.
C’è, come si sottolineava, sensualità. Intenso amore, ovvero
eros che chiede al ricordo di farsi vita. Una poesia nel tempo.
Il tempo non assoluto. Ma il tempo del poeta è nella misura
della propria testimonianza. [...] È vera poesia del sogno che
fa sognare nella recita dei ricordi”.
Nella foto: La scrittrice Dacia Maraini con Maria Zanoni nel
2003 |
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pubblicato il 4 maggio 2007
LA METAFORA DELLA CONCHIGLIA
La
Letteratura di Pierfranco Bruni tra attese, ricordi e
misteri.
di Maria Zanoni
Tre
lunghi racconti, legati da un unico filo conduttore: il
senso del vivere tra sogno e realtà.
“Il mare e la conchiglia” (Pellegrini editore) nuovo romanzo
di Pierfranco Bruni è ”una metafora, oltre la metafora”.
E profuma di mare l’elegante copertina patinata color verde
Paolo Veronese (ottima scelta grafica della curatrice della
veste editoriale del volume, Micol Bruni) che riporta
un’opera pittorica del 1987 dell’indimenticabile scrittore
Francesco Grisi.
Bruni, scrittore della “mediterraneità” si racconta in 109
pagine, tra le nostalgie, i sogni, le emozioni, le attese. E
le sue parole “si confondono nel cerchio magico”... mentre “
la luna cade sui tramonti”.
È la memoria l’eco restituito dalla conchiglia. E lo
scrittore, che si sente “un bandolero stanco” continua a
vivere “di tramonti e calcolati oblii”.
Allora mi chiedo: dove finisce il racconto e dove inizia la
poesia!?!
La narrazione, ricca di riflessioni, diventa poesia. E lo
scrittore che medita si confonde con il poeta che sogna. La
realtà è fagocitata dalle sensazioni, dalle emozioni che
emergono dai ricordi. Ogni pagina è tripudio di segni e
meditazioni, tessere di un mosaico ricco, variegato ed
equilibrato nei colori dell’anima. Anche “i silenzi sono
segni” che il poeta affida al “paese del vento”, perchè li
custodisca.
Lo scrivere di Bruni, anzi, il mestiere-fatica di vivere,
nasce da una vena malinconica e pensosa, da una vera umanità
narrante, sospesa “sempre tra i rigagnoli di un’attesa” che
“custodisce ore bruciate dai crepuscoli”. I suoi libri
(tanti, che ormai ho perso il conto) sono “una costante
interrogazione sulla Terra Promessa”, che cercano risposte
nella fede, sulle tracce di San Paolo.
Pierfranco Bruni è il poeta della nostalgia, “viandante” in
terra di Magna Grecia, “marinaio nel vento” del
Mediterraneo, che “ascolta il silenzio – il silenzio oltre
le parole – in un tempo di disincanti, in un’epoca che “ha
ucciso i sogni” e i giorni trascorrono nella mediocrità, tra
amarezze e disillusioni.
“In un tempo di lunghe malinconie lo scrittore è l’unico a
non sentirsi indispensabile”. E coglie il senso del vivere
tra poesia e letteratura, tra immagini e simboli.
In queste pagine si ripete quanto afferma Stefano Zecchi in
prefazione ad un precedente romanzo di Bruni, “Paese del
vento”: “Compaiono simboli dell’architettura complessa in
una successione che sa sapientemente alternare la forza
dirompente del sogno o l’intensità malinconica della
memoria”.
“D’altronde la letteratura è un’immaginazione che inganna e
salva” – dice Bruni - che trova nel “vizio” della
letteratura l’àncora di salvezza, dopo il naufragio e le
disillusioni della politica. E il passato si veste di
nostalgia, nell’avventura del testimoniare la propria
esistenza.
Ma l’esistenza vera del poeta non appartiene alla storia, ma
al sogno. È allora che il ricordo-nostalgia di una donna
mediterranea diventa frenesia, follia, amore impossibile
dello “scrittore vanesio” per il quale “la vanità è un gioco
pericoloso”. Ed il rapporto passionale con il paese natìo è
un’ossessione ancestrale che vive inconsciamente nel suo
animo e genera inquietudine lacerante che la letteratura
registra come sentimento nostalgico.
Le nostalgie colmano le solitudini della vita. Ecco, allora,
che affiorano i ricordi, raccolti dalla memoria. Gli
incontri “romani”, a casa del caro amico-maestro Francesco
Grisi, a discutere e ascoltare di Letteratura, con Alberto
Bevilacqua ed altri intellettuali. “Il tempo è mistero e
Roma diventa una conchiglia sulla spiaggia dello spazio e
del tempo. Il mistero è nella conchiglia”. Scriveva, allora,
il poeta della memoria.
Il viaggio di Bruni tra fantasia e mistero continua, fedele
all’insegnamento di Francesco: “Chi ha vissuto il tempo
delle idee deve testimoniarsi”, alimentandosi di “quei
valori forti che non trovano più spazio nella testimonianza
politica''. In queste pagine, oltre al ricordo dei terribili
“anni settanta”, continua, più o meno apertamente, la
riflessione e nello stesso tempo l’invito alle nuove
generazioni a ritornare ad una politica che abbia forti
contenuti culturali, confrontandosi nel presente con i
valori della tradizione, con la dimensione spirituale
dell’individuo. L’agire politico deve ritrovare un senso
etico ed estetico, al di là di ogni forma di potere. Lo dice
ben chiaro Bruni nel saggio di qualche anno fa “Oltre la
foresta. L’estetica della politica” (Edizioni Centro Studi e
Ricerche Grisi).
“La politica dei valori è nel ritrovare la cultura della
comunità di un popolo, di una civiltà, di un territorio, di
una città. Se non ha questo indirizzo la politica è solo lo
scenario per una recita malinconica”.
E ricompaiono le malinconie, “tra amori mancati e anni
smarriti”. Emergono tra le righe la tristezza del distacco e
il desiderio del ritorno al “paese del vento”. Un’altalena
di partenze e ritorni che solo la poesia può cristallizzare.
In un continuo, frenetico viaggiare tra la Roma degli
impegni ministeriali, i paesi balcanici degli scambi
etnico-culturali, la “sua” Taranto e la terra delle radici,
degli affetti, dei sacri legami, affiorano dal fondo del
cuore dello scrittore i vicoli del suo paese, “i lunghi
silenzi dell’infanzia che ora si fanno attesa”.
La vita dello scrittore è fatta di attese, di fantasie e
misteri, di voci raccolte in una conchiglia. La Letteratura
per Bruni non è occasionalità. È destino.
E, così, sul filo della memoria e della “indefinibile”
nostalgia, tra mediterraneità e metafora del ritorno, il
viaggio continua.
pubblicato sul quotidiano La Provincia Cosentina - Tracce -
pag. 35 - Venerdì 4 maggio 2007 |
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pubblicato il 24
Dic 2007
Poesia e luoghi
Se la
poesia recita la piazza
di Pierfranco Bruni
C’è un legame significativo tra la poesia e i luoghi,
tra la lingua e le eredità di una cultura popolare, tra processi
storici e linguaggi all’interno di una geografia sia letteraria
che esistenziale. Sulla base di tale sottolineatura il discorso
tra la poesia e il “luogo” piazza diventa fondamentale in una
chiave di interpretazione in cui la lingua diventa linguaggio e
il linguaggio si serve di modelli di contaminazioni che
definiscono elementi di partecipazione.
È proprio il concetto di piazza a trovare nella poesia italiana
un riferimento importante non solo come “metafora” di una
rappresentazione di un luogo definito ma soprattutto come
incontro tra culture. La piazza resta, in poesia, quell’agorà in
cui spazio e tempo si definiscono nella misura in cui il luogo
diventa una metafora di dialogo. La poesia che è espressioni di
sentimenti, di sensazioni e di esperienze linguistiche si
racconta anche grazie all’essere del luogo.
Ci sono poeti nella letteratura italiana del Novecento che hanno
“recitato” la piazza e hanno fatto della piazza un tempo della
loro esistenza. Da Vincenzo Cardarelli a Giuseppe Ungaretti, da
Salvatore Quasimodo a Vittorio Bodini, da Cesare Pavese a Rocco
Scotellaro, da Corrado Alvaro a Francesco Grisi, da Alfonso
Gatto a Sandro Penna, da Raffaele Carrieri a Leonardo Sinisgalli:
il percorso si incide tra immagini e linguaggi in cui la parola
resta un battuto lirico per eccellenza.
La piazza la si recita come un spazio geografico vero e proprio
ma anche come una allegoria del recupero di una centralità di un
tempo che non è cronologico o storico ma profondamente onirico.
Un tracciato con dodici poeti che designano un cammino oltre
ogni realtà figurata. Certamente come riferimento resta Gabriele
D’Annunzio. Un D’Annunzio con le sue piazze dove si racconta e
racconta gli intagli di un luogo che è anche recita.
Ma D’Annunzio è il poeta italiano che ha segnato il percorso di
tutta una poesia nuova dalla quale il Novecento letterario si è
fortemente contestualizzato sia dal punto di vista linguistico
che oggettivo e soggettivo. La poesia non solo ha recitato nelle
piazze ma, con questo tracciato, la poesia recita la piazza. E
lo fa usando, appunto, gli strumenti più consoni che sono quelli
della lingua, dei linguaggi e della cultura popolare. I poeti
qui citati sono la testimonianza vitale di un incontro tra il
luogo e l’essere stesso della parola. Si pensi a Rocco
Scodellare che usa una lingua profondamente radicata nella
cultura contadina e il paese – luogo è tutto un incontro nella
piazza.
Il paese stesso diventa piazza. Come in Leonardo Sinisgalli dove
la poesia si fa quadretto e si racconta di un vivere nel suono
dei gioco dei ragazzi che si incontrano nella piazza del paese.
Si pensi a Vincenzo Cardarelli dove il paesaggio è tutto un
giocare e intrecciare immagini di un luogo di infanzia tra
strade e vicoli alla ricerca di un riferimento qual è appunto la
piazza stessa. Si pensi ad Ungaretti in cui l’incastro delle
metafore è un viaggiare tra fiumi e porti proprio alla ricerca
di uno spazio che possa contenere l’indefinibile.
E il sud con il suo vento o i navigli al nord sono finestre nel
cuore di un poeta che ha abbandonato la piazza e il paese per
andare altrove sono in Quasimodo il bisogno di ritrovarsi. Un
ritrovarsi con immagini fisse sulle case e tra le strade trova
in Vittorio Bodini una realtà definita in una memoria che è
nostalgia. E al nostos, ritornare ai luoghi dell’infanzia e alla
piazza di un paese che custodisce solitudini, pensa spesso
Francesco Grisi in un immaginario che è quello Magno Greco.
E tutta la Magna Grecia si fa immensa piazza in Raffaele
Carrieri che recitando la sua città riporta nel canto le nenie e
i lamenti di donne che raccontano vita. Come in Cesare Pavese
che è come se dipingesse quelle donne che con l’anfora in testa
si recano alla fontana in un paese che è esistenza in quanto è
luogo di incontri tra le parole che si contaminano con una
soffusa grecità. Quella grecità che assorbe i suoni del
Mediterraneo nel mito mai sconfitto e mai perduto di un Corrado
Alvaro.
Si pensi ancora alle piazzette di Sandro Penna, le quali
piazzette sono un volteggiare di onde tra i colori delle ore che
trascorrono lente nell’ascolto dell’attesa. O alla piazze
metafora che si fa isola nel recitativo poetico di Alfonso
Gatto. Molti di questi poeti hanno in comune un “sentire” di
piazza che significa un lasciarsi catturare dalle immagini che
la piazza stessa traduce ma anche la comunanza la si avverte nel
constatare che c’è una piazza di paese o addirittura li si
incontra ascoltando versi dedicati alla romana Piazza di Spagna.
Una piazza per eccellenza tra un sentire, un immaginare e un
vedere. Ma non c’è mai una piazza soltanto affidata alla
descrizione o alla rappresentazione pittorica. La piazza è il
vero e proprio contro altare di un altro elemento che si
sorregge in poesia ed è il labirinto. La piazza è vissuto come
staticità, forse anche come ozio, come raccordo di incontri e di
parlate. Mentre il labirinto è piuttosto una metafora di un
viaggio inquieto dal quale bisogna uscire per ritrovarsi. E ci
si ritrova in piazza perché soprattutto nel paese la piazza è
simile all’incontro che si vive intorno al focolare domestico.
Il labirinto è un viaggio frenetico, una fuga, uno sradicamento.
La piazza, invece, è sempre un appuntamento. C’è una poesia che
recita la piazza e recitandola si serve di vari linguaggi che
sono affidati certamente alla tradizione. La piazza nella
cultura contadina ha ancora qualcosa di rituale e di mitico. Si
pensi alla piazza di un paese in una domenica mattina. È il
ripopolamento. Ci si ritrova. Ecco perché diventa il centro,
ovvero l’agora. Dove tutto si vive e dove tutto si consuma. Ma
anche dove tutto ritorna ad essere un incontro. “La piazza è un
silenzio/Ricordi di voci nelle sere estive/Si raccontavano
partenze e mai ritorni/Il tempo si scandiva ogni mezz’ora/Si
ascoltavano i passi e poi c’era il vento/Anche noi pensavamo già
di andar via tra i colori sbiaditi dei giorni/Forse siamo andati
via/O forse siamo ancora lì/ In attesa di un viaggio nella
solitudine di una partenza”.
Dunque perché la poesia recita la piazza? Ma cosa sarebbe la
poesia senza la metafora – luogo – tempo - lingua della piazza?
E se la poesia recita la piazza le parole nel tempo della
disarmonia possono avere ancora un senso.
La poesia la piazza le parole
di Pierfranco Bruni e Marilena Cavallo
Pellegrini editore
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pubblicato il 3 Nov
2006
Alberto Bevilacqua
tra memoria e quotidiano
Ascoltando “Lui che ti tradiva”. Una narrazione di grande
rilievo estetico.
di Pierfranco Bruni
Ci sono sempre dettagli. Nella vita. In quella vita che si fa
letteratura. In quella vita che racconta. In quella vita che si
strazia tra le parole e la memoria. E la memoria è sempre un
attraversare i confini e i deserti, i viaggi e le maree.
L’ultimo romanzo di Alberto Bevilacqua è un attraversare i
deserti e le maree. I nubifragi di una esistenza nel ritagliare
pezzi di infanzia, di giovinezza, di umanità, di storia. La sua
vita e quella di sua madre. La sua vita con il destino di una
disperazione nel quotidiano vivere. La presenza – ombra del
padre. Le città che diventano luoghi dell’anima e ingombro
geografico. Questo nuovo romanzo di Alberto Bevilacqua è un
“assoluto”. Titolo: “Lui che ti tradiva” (Mondadori, pagg. 238,
€ 17,00).
Le storie sono un continuum. Un raccordo tra gli spazi
dell’esistere e il vivere. La madre continua ad essere vera nel
racconto e nelle avventure mentre la confessione dello scrittore
diventa una nenia, un canto, una melodia nel segno di una
profonda grecità. C’è sempre il tempo che diventa un “gioco di
incastri” nel vissuto di un labirinto. Non per caso questo
romanzo giunge dopo i due testi di “Tu che mi ascolti”
(nonostante “Il Gengis” che appartiene ad un’altra visione
sempre determinante). Questa madre – sangue – terra – acqua –
memoria è un filo che lega il tempo alla storia. Dicevo che si
tratta veramente di una “narrazione massima” perché qui, tra
queste pagine, c’è l’ontologia di uno scrittore e la metafisica
di un uomo.
In un precedente romanzo Bevilacqua sottolineava: "Una storia
finisce sempre con qualche rintocco, colpi di coda, dettagli. A
volte sono il trapasso verso un'altra storia che va a
cominciare. Un'anteprima, non una chiusura". Il romanzo dal
quale è tratta questa citazione è: “Gli anni struggenti”. C'è
sempre qualcosa che va oltre. E in quell'oltre ci sono i
sentieri dei segreti, i sogni che bussano alla porta della
memoria, i giochi infiniti dell'esistere nell'intreccio stesso
dell'esistere. "Rintocco". "Dettagli". Il viaggio che compie
Alberto Bevilacqua nel suo ultimo romanzo è un viaggio non solo
nei frammenti di un tempo ritrovato. E' anche un viaggio
nell'intreccio delle metafore.
Ogni romanzo in Bevilacqua ha una sua unitarietà, un suo corpus
ma tutto il percorso è un unicum che va letto in una
interpretazione globale. Lo scrittore è l'avventuriero che si
lascia trascinare dalla parola immergendosi (lasciandosi
immergere) nelle avventure ma anche in un io che attraversa le
coscienze di tutti i personaggi. I grandi scrittori sono un
lungo racconto. O un viaggio che ci introduce in altre attese.
Appunto rintocchi e dettagli.
Il mistero, il sogno, il tempo. L'amore, il viaggio, il
"sentimento del sorriso". Sono il tracciato di una identità
letteraria (narrativa e poetica) che trova in Alberto Bevilacqua
un punto di sicuro riferimento. La letteratura diventa esistenza
perché dentro di essa ci sono i parametri del vivere, del
morire, del ritrovarsi. Ci sono le àncore di una memoria che si
raccoglie nel sublime, nel gioco come immenso, nel desiderio che
si fa passione. E la memoria è tempo che intreccia i filamenti
del quotidiano con le ragnatele, appunto, di un sogno - sognato
che ci ritrova in quel che è il nostro viaggio.
Un libro particolare, intenso, che racconta una tensione vitale
sulla corda dell'esistere e del morire. Una pagina in cui il
tempo domina e le immagini vengono costantemente raccontate dal
tempo e filtrate dai sogni che recitano una inquieta tragedia.
La madre – figlio. O il figlio – madre. Una rivelazione che si
intreccia alla figura emblematica del padre. Di questo padre
fascista che vive nei ricordi e in futura un passato di glorie
ma che vive il rapporto con la moglie –a amante sui filtri del
sublime. Si ascolta in “Lui che ti tradiva”: “Non è più notte,
non è ancora giorno. L’ora che tu hai definito così bene:
‘Amorosa di attese…Quando sembra che il mondo cammini sulle
punte’”.
L'attraversamento onirico in Alberto Bevilacqua si intreccia tra
le metafore e le ironie che rappresentano l'immaginario
narrativo che si serve della dimensione della memoria. I luoghi
oltre ad essere gli spazi di una geografia corale costituiscono
quella geografia dei ricordi che fa della scrittura di
Bevilacqua un percorso identitario di una letteratura che naviga
tra le onde del mistero. Una letteratura nella quale lo scontro
- incontro tra realtà e ragnatela della fantasia è sempre
dettato da una meticolosa ricerca della parola ma anche da una
penetrazione all'interno di quella dimensione che non ha nulla
di enigmatico ma che assurge a codice del mistero.
Il mistero dunque come rivelazione. E il sentiero del mistero
che si fa comunque orizzonte lo si ascolta nella sfogliatura
delle sensazioni dei romanzi (e della poesia) di Bevilacqua.
Percorsi nei quali il viaggio è sempre una metafora. Un lungo e
indefinibile viaggio.
Non smetto di ritornare a quell’antico e straordinario testo che
è “Lettera alla madre sulla felicità” che resta fulcro centrale
che unisce ilprimo e ciò che ora stiamo leggendo – vivendo. Ci
sono temi in Bevilacqua che focalizzano quel sentire il viaggio
come identità. O meglio il viaggio come radicamento. In “Lettera
alla madre sulla felicità”, appunto, si legge: "Ci sono due
favole che gli uomini non cesseranno mai di ascoltare, perché
sono le uniche vere: quella della nave sperduta che cerca nelle
acque mediterranee un'isola amata e quella di un dio che si fa
crocifiggere sul Golgota". Il mito e il sacro sono intrecciati.
Ma entrambi appartengono all'isola del mistero – vita – tempo.
Lo scrittore, il personaggio, l’io narrante. Un unico intreccio
in una pagina letteraria che entra nella vita, si impossessa del
presente e della memoria e gioca con il tempo per andare sempre
oltre. L’ironia, la tragedia, il tempo. Alberto Bevilacqua è
sempre oltre la storia perché resta dentro la vita. Sempre.
Lo scrittore nel raccontare segue le vicende, si appassiona agli
intrecci e soffre nel delineare il quadro. La storia con le sue
verità o con il suo immaginario non è soltanto uno scenario
fittizio. E’ invece lo scenario dentro il quale si compie il
tutto.
La storia si traduce in memoria ed è decodificata grazie alla
maestria della parola che racconta e raccontando definisce tempi
e spazi, atmosfere e realtà, proiezioni e prospettive in un
paesaggio letterario che Bevilacqua ha vissuto. Un paesaggio
fatto di segni e di itinerari onirici. Uno scrittore, che si
raccoglie nel poeta, che è un punto di riferimento nella nostra
letteratura contemporanea.
In “Lui che ti tradiva” si raccoglie il senso e l’orizzonte di
una vita. Di uno scrittore, bambino – adulto, che si cerca tra
le parole della madre, nelle immagini del padre, tra i luoghi
non luoghi dell’essere e del tempo traducendo il tutto in una
letteratura che scorre insieme al sangue nelle vene di un
misterioso appuntamento. Lo scrittore vive di appuntamenti.
Bevilacqua è un punto di riferimento. È lo scrittore riferimento
di un secolo passato e che continua a vivere tra gli spazi degli
anni e dei linguaggi. La letteratura è viaggio come le
esistenze.
Chiude così il romanzo di Bevilacqua: “Penso al viaggio che
desiderava fare con me, finalmente in pace, nel posto più
misterioso. Gli ho giurato che lo faremo./E forse quel viaggio
ci porterà insieme tutti e tre./Per ascoltarci”. Porsi in
ascolto. Nel tempo e con il tempo nella vita e oltre la vita. Un
romanzo che resta. |
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pubblicato il 1 Nov
2005
Il senso dei luoghi
di Vito Teti
di Maria Zanoni
Il
senso dei luoghi - Memoria e storia dei paesi abbandonati.
Vito Teti, docente di Etnologia all'Università della
Calabria, dove dirige il Centro di antropologie e Letterature
del Mediterraneo, nel volume "Il senso dei luoghi" –
edito da Donzelli nel 2004, invita a guardare i luoghi
abbandonati con occhi diversi, in una dimensione cognitiva ed
affettiva nuova.
In 569 pagine, ricche di illustrazioni-documenti, scopriamo
il senso della nostra identità.
"Proprio paesi abbandonati, paesi a rischio abbandono, centri
senz'anima e senza piazze, senza posti di ritrovo, desolati, a
volte mortificati, devastati, oggetto d'incuria e di
speculazioni, proprio questi non-luoghi aspirano a diventare
luoghi, ad essere riconosciuti come luoghi, ad affermarsi come
nuovi luoghi" – dice l'Autore nell'Introduzione.
Vito Teti legge il territorio, per salvare le nostre
"radici".
E lo legge attraverso documenti e monumenti che il territorio
conserva, attraverso processi culturali il cui portato storico
assume valenze etiche ed esistenziali.
Lontano da vagheggiamenti di un mitico passato e da nostalgie di
ritorno alle origini, l'antropologo lascia spazio alle memorie
dello scrittore.
I luoghi abbandonati, che l'occhio distratto non vede, perdono
il loro senso di solitudine, di smarrimento e di silenzio per
diventare punto di riferimento.
Le rovine, i muri diruti, le pietre raccontano storia;
rinascono a nuova vita, e con i segni del tempo trasmettono
sensazioni, emozioni, memorie, culture, identità.
Per far rivivere queste realtà, per renderle vitali e
protagoniste, è necessario un robusto progetto didattico e
scientifico che sfrutti varie sinergie che possano realizzare
processi di promozione, oltre che di difesa.
Un progetto di ampio respiro che investa la Scuola,
prioritariamente, gli Enti locali e faccia i conti con l'Europa.
È finito per sempre il tempo di piangersi addosso.
È il momento di operare per salvare l'immenso e prezioso
patrimonio culturale, storico, naturale, artistico,
enogastronomico che la Calabria possiede, per vincere la sfida e
riscattare il volto pulito della regione.
Le linee di sviluppo nel campo delle politiche territoriali
devono passare attraverso la valorizzazione dell'identità e
della specificità di luoghi e culture, senza trascurare le
individualità territoriali che derivano da valenze
folklorico-antropologiche.
La visita guidata, scientificamente programmata dalla scuola,
supportata dallo spessore culturale del racconto folklorico nel
territorio è in grado di fornire ai luoghi una identità
specifica, capace di suscitare interesse e coinvolgimento, ai
fini della conoscenza, sicuramente più forte di altri modi di
far turismo a volte frettolosi e superficiali.
Il paesaggio ha una dimensione simbolico-immaginaria in cui,
più che in altre, è da ricercare l'identità dei luoghi.
La nostra terra ha molto da raccontare: ogni fase della sua
storia mantiene un legame imprescindibile con i gusti, con i
sapori, con i luoghi che hanno accompagnato gli eventi.
Far rivivere i luoghi, e quindi l'economia, significa
riqualificare l'esperienza quotidiana dei territori, quella
legata alle tradizioni, alle botteghe storiche, agli antichi
mestieri, esaltando le caratteristiche di coinvolgimento e di
ritualità che sono insite in queste produzioni.
Solo così ci riappropriamo del senso dei luoghi, per capirli,
valorizzarli, amarli e comunicarli. |
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pubblicato il 12 Mag 2005
Umberto Eco:
Riflessioni illustrate sulla Bellezza
di Maria Zanoni
Nell’Aula
Magna dell’Università della Calabria, gremitissima, il 6 maggio
2005 Umberto Eco ha tenuto una Lezione Magistrale
sulla Bellezza. L’incontro, promosso dal Dipartimento di
Filologia dell’Unical e dall’Istituto Italiano di Studi
filosofici, è stato un bagno di folla per il grande pensatore,
esteta del linguaggio, nato ad Alessandria nel 1932, che vanta
più di 30 Lauree Honoris causa.
In un clima di cordialità, il corpo accademico e quello
studentesco, gli intellettuali e la gente comune respirano
emozioni.
Come nel suo libro «Storia della bellezza», (Bompiani
2004, pagg. 438, € 30,00), l’Autore de Il nome della rosa, fa un
lucido e prezioso excursus, analizzando l'idea di bellezza in
occidente dall'antichità classica ai nostri giorni, attraverso
l’iconografia della storia dell’Arte e dell’Estetica.
Sullo schermo alle spalle del carismatico scrittore, scorrono
più di cento immagini, testimonianze di come gli artisti sono
anche strumento per ricostruire i modi in cui gli uomini della
strada di tutti i tempi sentono il Bello.
Il celebre semiologo indaga le varie forme che la Bellezza sia
fisica che divina (dei corpi umani e animali, della natura,
degli astri e della luce) ha assunto nelle diverse epoche
storiche.
Da «Storia della bellezza» proponiamo un brano che prende in
esame il XX secolo.
”Immaginiamo uno storico dell'arte del futuro o un esploratore
in arrivo dallo spazio che si pongano entrambi questa domanda:
qual è l'idea di Bellezza che domina il XX secolo? In fondo noi
non abbiamo fatto altro, in questa cavalcata nella storia della
Bellezza, che porci domande analoghe circa la Grecia antica, il
Rinascimento, il primo o il secondo Ottocento. È vero che si è
fatto il possibile per individuare i contrasti che agitavano uno
stesso periodo, in cui per esempio potevano coincidere. Il gusto
neoclassico e l'estetica del Sublime, ma, in fondo, si aveva pur
sempre la sensazione, guardando «da lontano», che ogni secolo
presentasse delle caratteristiche unitarie, o al massimo una
sola contraddizione fondamentale.
Può darsi che, guardando anche loro «da lontano», gli interpreti
del futuro individuino qualcosa come veramente caratteristico
del Novecento, e che diano per esempio ragione a Marinetti,
dicendo che la Nike di Samotracia del secolo appena passato era
una bella macchina da corsa, ignorando magari Picasso o Mondrian.
Noi, da parte nostra, non possiamo guardare cosi da lontano;
possiamo accontentarci di rilevare che la prima metà del
Novecento, e al massimo gli anni Sessanta del secolo (dopo sarà
più difficile), è teatro di una lotta drammatica tra la Bellezza
della provocazione e la Bellezza del consumo.
La Bellezza della provocazione è quella proposta dai vari
movimenti d'avanguardia e dallo sperimentalismo artistico: dal
futurismo al cubismo, dall'espressionismo al surrealismo, da
Picasso sino ai grandi maestri dell'arte informale e oltre.
L'arte delle avanguardie non pone il problema della Bellezza. Si
sottintende certo che le nuove immagini siano artisticamente
«belle», e debbano procurare lo stesso piacere procurato ai
propri contemporanei da un quadro di Giotto o di Raffaello, ma
questo proprio perché la provocazione avanguardistica viola
tutti i canoni estetici sino a questo momento rispettati.
L'arte non si propone più di fornire un'immagine della Bellezza
naturale, né vuole procurare il pacificato piacere della
contemplazione di forme armoniche. Al contrario, essa vuole
insegnare a interpretare il mondo con occhi diversi, a godere
del ritorno a modelli arcaici o esotici: l'universo del sogno o
delle fantasie dei malati di mente, le visioni suggerite dalla
droga, la riscoperta della materia, la riproposta stralunata di
oggetti d'uso in contesti improbabili (vedi nuovo oggetto, dada
ecc), le pulsioni dell'inconscio.
Una sola corrente dell'arte contemporanea ha recuperato un'idea
di armonia geometrica che può ricordarci l'epoca delle estetiche
della proporzione, ed è l'arte astratta.
Ribellandosi sia alla sudditanza della natura sia a quella della
vita quotidiana, essa ci ha proposto pure forme, dalle geometrie
di Mondrian alle grandi tele monocrome di Klein, Rothko o
Manzoni.
Ma è stata esperienza comune di chi visitava una mostra o un
museo nei decenni passati ad ascoltare i visitatori che - di
fronte a un quadro astratto - si domandavano «che cosa
rappresenta» e protestavano con l'immancabile «ma è arte,
questa?».
E quindi anche questo ritorno «neopitagorico» all'estetica delle
proporzioni e del numero si attua contro la sensibilità
corrente, contro l'idea che l'uomo comune ha della Bellezza.
Infine ci sono molte correnti dell'arte contemporanea (happenings,
eventi in cui l'artista incide o mutila il proprio
corpo, coinvolgimenti del pubblico in fenomeni luminosi o
sonori) in cui pare che sotto il segno dell'arte si svolgano
piuttosto cerimonie di sapore rituale, non dissimili dagli
antichi riti misterici, che non hanno per fine la contemplazione
di qualcosa di bello, bensì una esperienza quasi religiosa,
anche se di una religiosità primitiva e carnale, da cui sono
assenti gli dei.
E d'altra parte di carattere misterico sono le esperienze
musicali che folle immense fanno in discoteca o nei concerti
rock, dove, tra luci stroboscopiche e suoni ad altissimo volume,
si pratica un modo di «stare insieme» (non di rado accompagnato
dall'assunzione di sostanze eccitanti) che può apparire anche
«bello» (nel senso tradizionale di un gioco circense) a chi lo
contempla standone fuori, ma non viene vissuto come tale da chi
vi è immerso. Chi la vive potrà anche parlare di una «bella
esperienza», ma nel senso in cui si parla di una bella nuotata,
di una bella corsa in motocicletta o di un amplesso
soddisfacente.
Il nostro visitatore del futuro non potrà comunque evitare di
fare un'altra curiosa scoperta. Coloro che visitano una mostra
d'arte d'avanguardia, che comperano una scultura
«incomprensibile» o che partecipano a uno happening, sono
vestiti e pettinati secondo i canoni della moda, portano jeans o
vestiti firmati, si truccano secondo il modello di Bellezza
proposto dalle riviste patinate, dal cinema, dalla televisione,
e cioè dai mass media.
Essi seguono gli ideali di Bellezza proposti dal mondo del
consumo commerciale, quello contro cui si è battuta per
cinquanta e più anni l'arte delle avanguardie.
Come interpretare questa contraddizione?
Senza cercare di spiegarla: essa è la contraddizione tipica del
XX secolo; A questo punto il visitatore del futuro dovrà cercare
di chiedersi quale è stato il modello di Bellezza proposto dai
mass media, e scoprirà che il secolo è attraversato da una
doppia cesura.
La prima è tra modello e modello nel corso dello stesso
decennio. Tanto per fare qualche esempio, il cinema propone
negli stessi anni il modello della donna fatale incarnato da
Greta Garbo e da Rita Hayworth, e quello della «ragazza della
porta accanto» impersonato da Claudette Colbert o da Doris Day.
Consegna come eroe del West il massiccio e virilissimo John
Wayne e il mansueto e vagamente femmineo Dustin Hoffman.
Sono contemporanei Gary Cooper e Fred Astaire, e l'esile Fred
danza con il tarchiato Gene Kelly.
La moda offre abiti femminili sontuosi come quelli che vediamo
sfilare in Roberta, e nel contempo i modelli androgini di Coco
Chanel.
I mass media sono totalmente democratici, offrono il modello di
Bellezza per chi è già fornito di grazia aristocratica dalla
natura e per la proletaria dalle forme opulente; l'agile Delia
Scala costituisce un esempio per chi non può adeguarsi alla
«maggiorata fisica» Anita Ekberg; per chi non ha la Bellezza
maschia e raffinata di Richard Gere, c'è il fascino esile di Al
Pacino e la simpatia proletaria di Robert De Niro.
E infine, per chi non può arrivare a possedere la Bellezza di
una Maserati, c'è la conveniente Bellezza della Mini Morris.
La seconda cesura spacca in due il secolo.
Tutto sommato gli ideali di Bellezza a cui si rifanno i mass
media dei primi sessant'anni del Novecento si richiamano alle
proposte delle arti «maggiori». Signore dello schermo come
Francesca Bertini o Rina De Liguoro sono parenti prossime delle
donne languenti di D'Annunzio, le figure femminili che appaiono
nelle pubblicità degli anni Venti e Trenta richiamano la
Bellezza filiforme del floreale, del Liberty e dell'Art Déco.
La pubblicità di vari prodotti risente dell'ispirazione
futurista, cubista e poi surrealista. Ispirati dall'Art Nouveau
sono i fumetti di Little Nemo, mentre l'urbanistica d'altri
mondi che appare in Flash Gordon ricorda le utopie di architetti
modernisti come Sant'Elia, e addirittura anticipa le forme dei
missili a venire. I fumetti di Dick Tracy esprimono una lenta
assuefazione alla stessa pittura d'avanguardia.
E in fondo, basta seguire Topolino e Minnie, dagli anni Trenta
agli anni Cinquanta, per vedere come il disegno si adegui allo
sviluppo della sensibilità estetica dominante. Ma quando da un
lato la Pop Art s'impadronisce, a livello di arte sperimentale e
di provocazione, delle immagini del mondo del commercio,
dell'industria e dei mass media, e dall'altro lato i Beatles
rivisitano con grande sapienza anche forme musicali che
provengono dalla tradizione, lo spazio tra arte di provocazione
e arte di consumo si assottiglia. Non solo, ma se sembra che
esista ancora una distinzione qualitativa tra arte «colta» e
arte «popolare», l'arte colta, in quel clima che è definito
post-moderno, offre contemporaneamente nuove sperimentazioni al
di là del figurativo e ritorni al figurativo, a rivisitazioni
della tradizione.
Dal canto loro i mass media non presentano più alcun modello
unificato, alcun ideale unico di Bellezza. Possono recuperare,
anche in una pubblicità destinata a durare una sola settimana,
tutte le esperienze dell'avanguardia, e al tempo stesso offrire
modelli anni Venti, anni Trenta, anni Quaranta, anni Cinquanta,
persino nella riscoperta di forme desuete delle automobili di
metà secolo.
I mass media ripropongono un'iconografia ottocentesca, il
realismo fiabesco, l'opulenza giunonica di Mae West e la grazia
ano-ressica delle ultime indossatrici, la Bellezza nera di Naomi
Campbell e quella anglosassone di Kate Moss, la grazia del tip
tap tradizionale di A Chorus Line e le architetture futuristiche
e agghiaccianti di Blade Runner, la donna fatale di tante
trasmissioni televisive o di tanta pubblicità e la ragazza acqua
e sapone alla Julia Roberts o alla Cameron Diaz, Rambo e
Platinette, George Clooney dai capelli corti e i neo-cyborg che
metallizzano il volto e trasformano i capelli in una foresta di
cuspidi colorate o si radono a zero.
Il nostro esploratore del futuro non potrà più individuare
l'ideale estetico diffuso dai mass media del XX secolo e oltre.
Dovrà arrendersi di fronte all'orgia della tolleranza, al
sincretismo totale, all'assoluto e inarrestabile politeismo
della Bellezza.”
Nella foto: Maria Zanoni e lo scrittore Umberto Eco nell'Aula
Magna dell'Unical
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pubblicato il 11
Maggio 2005
Addio al poeta
MARIO LUZI
di Pierfranco Bruni
La poesia è fatta di tempo e di luoghi. Le metafore che
circondano le parole nell’immenso destino del sogno sono,
appunto, quei luoghi che recitano lo spazio. Mario Luzi (Firenze
1914 – 2005) è un poeta nel tempo dello spazio nel quale i
luoghi dell’essere sono fatti di sguardi ancorati alla memoria.
Un intreccio che è conoscenza e dimensione dell’essere. La
poesia, dunque. Una didattica sulla poesia. Bisognerebbe
riflettere. Dovremmo spingerci verso una metodologia della
didattica della poesia. Ma in modo serio. Il poeta è nel tempo.
Chi continua negli esercizi linguistici non conosce il tempo
perché non conosce l'emozione, lo stupore, la meraviglia, il
dolore, la gioia, la passione. Luzi ha sempre creduto
all’insegnamento della parola poetica. Tanti i suoi libri da
quel 1935 quando uscì La barca. Sino a L’adorazione dei Magi e
dei pastori: un classico nella sua costante ricerca di infinito.
La parola come la vita in Luzi. La parola nella vita. E,
chiaramente, viceversa. Spesso si dibatte sulla funzione della
poesia. Un gioco infinito ma anche indefinibile. Ci cattura. Ci
aggredisce. Ci abbandona. Vive dentro di noi. Vive fuori di noi.
Ma non voglio parlare di questo. Il poeta è uno scrittore. Lo
scrittore non sempre è un poeta. Il poeta è attraversato dalle
alchimie. Lo scrittore forse del pensare, di quel pensare che
può conoscere magia e mistero ma può anche non conoscere i
sentieri dell'incantesimo. Voglio andare oltre. I luoghi dello
scrittore. I luoghi del poeta. I vizi. Gli assurdi.
Il poeta e lo scrittore hanno una loro geografia. Metaforica e
fisica. Le case e il sogno. O la fantasia e l'allegoria. Il
tempo. Il tempo nella geografia dell'anima e nella geografia del
vedere, del toccare. I luoghi dello scrittore (quelli fisici
inizialmente) diventano ben presto i luoghi e gli spazi della
letteratura. Il più delle volte la geografia dello scrittore si
impossessa dello stesso linguaggio. Un linguaggio che è recita
di tempo e di modelli esistenziali. Lo scrittore si forma con il
linguaggio recuperando alla memoria i segni del quotidiano. Una
volta recuperati questi gesti bisogna assorbirli e non renderli
rappresentativi.
La rappresentazione uccide l'atto poetico, uccide la favola, la
magia, il mistero. Perché rende l'effetto creativo stesso come
elemento di un realismo immediato. Lo stesso luogo non può
essere una dimensione che conduce alla descrizione. Deve
servirsi della metafora perché è la metafora che si impossessa
di tutto il vissuto.
Mario Luzi in Vero e verso Scritti sui poeti e sulla letteratura
ha sottolineato: "Il mistero è invece l'habitat, possiamo dire,
ordinario del poeta, per quanto realistica possa essere la sua
tesi o ipotesi di lavoro. Ci sono poeti che si professano,
appunto, realisti e fondano la propria poetica sul realismo -
anch'esso richiederebbe una più precisa definizione - prendiamo
Brecht, per esempio: neanche lui potrebbe negare che c'è un
margine di mistero nella trasformazione che il suo realismo, la
sua capacità di analisi realistica del mondo è poi costretta a
subire nel processo creativo, nel tradursi in un testo poetico".
Ed è vero quello che dice Luzi. Anche in Brecht si può leggere
la dimensione della memoria oltre il realismo. La poesia come
messaggio universale ma è tale perché si assottiglia il rapporto
con il reale e prende il sopravvento il misterioso. Il tempo in
letteratura non conosce il presente ma lo attraverso e lo
conosce successivamente ma nel momento in cui lo ha conosciuto è
già passato. In questo passato si definisce la nostalgia che in
letteratura la si legge anche come patos.
Lo scrittore deve fare i conti con questi attraversamenti. In
fondo il suo mondo (che è fatto di sentieri di parole e di
sentieri di anima) non è un giocare con il presente e i luoghi
della sua esistenza diventano metafora letterariamente ma anche
antropologicamente. I luoghi dell'essere sono i luoghi del
tempo. Sono i luoghi che fanno della parola un immenso
universale. Un indefinito. La Sicilia per Pirandello, la
Calabria per Alvaro, il Piemonte per Pavese, la Sardegna per
Deledda, la Liguria per Caproni, la Toscana per Pratolini,
Napoli per Domenico Rea. Soltanto esempi. Ma ci sono precise
indicazioni che creano una ragnatela di suggerimenti onirici. I
luoghi di Luzi sono nel cerchio magico delle immagini –
metafore.
Il luogo viene sempre ad essere vissuto come destino di
appartenenza. In Luzi c’è un’appartenenza fatta di cose e di
simboli. appartenere ad un luogo che è stato un a - priori.
Ovvero un riferimento ancestrale. Perché sì. Questo luogo di
solito è il luogo dell'infanzia che si traduce come il luogo
delle origini e le origini sono un richiamo che ci porta al
senso della nascita. Origini come radici. Un legame che unisce
ancora di più un orizzonte non solo letterario ma umano.
In questo proscenio il tempo e lo spazio sono decifrazione,
appunto, di un mistero. Ma sia il tempo che lo spazio
definiscono il luogo o i luoghi, come già si diceva. Ancora
Luzi: "Mistero, d'altronde, non deve essere pensato come
impossibilità, o rinunzia a conoscere, ma come modo altro della
conoscenza, come modo particolare di conoscenza; conoscenza per
mistero è una elargizione della fede, un dono dell'iniziazione
confortato dal pensiero teologico, ma lo è anche per altri campi
tra cui, appunto, la poesia".
La poesia come motivazione. L'ancestrale desiderio di ritrovare
il luogo è un costante bisogno di ritrovar - si. Ritrovarsi,
dunque, è un indefinibile desiderio che cattura, tra l'altro, il
bisogno di conoscenza. Riconoscer - si nei luoghi è riconoscere
un tempo e uno spazio. Ritrovarsi, riconoscersi, ritornare.
Appunto il viaggio che va verso il sentimento del nostos.
Lo scrittore ha come filo conduttore un legame, appunto,
ancestrale, forse inconscio, ma che diventa simbolico. Il
linguaggio si nutre di simboli. Altrimenti si perde, si
dimentica. Ecco perché il luogo ha sempre un valore metafisico.
Non potrebbe essere diversamente. E dentro il luogo ci sono i
luoghi. Il paese, il quartiere, la via, la piazza, il bar,
l'incontro. Tutto questo lo si potrebbe riassumere come la
"circostanza" del paesamento.
Lo scrittore cerca di allontanarsi dallo spaesamento facendo
ritorno al centro. Il centro del luogo o dei piccoli luoghi è il
ritornare. Ma questo luogo che è la metafisica di una esistenza
e la metafora della parola che richiama echi antichi non è altro
che il destino che accomuna in una identità che ha sempre una
sua visione omerica. Questo luogo non può che essere definito
allegoricamente con il concetto che rimanda alla metafora, ormai
antica ma sempre valida, di Itaca.
Lo scrittore che cerca il paesamento o che si cerca nello
spaesamento è sempre uno scrittore della nostalgia. Un paese
vuol dire non essere soli raccontava Pavese. "Pensa a Itaca,
sempre,/il tuo destino ti ci porterà" recitava Kavafis. Bisogna
sempre pensare a quest'Itaca. Quando la si è lasciata la si
porta dentro. Quando si vive fisicamente Itaca continuerà ad
essere la nostra meta. E', in fondo, il viaggio. Lo scrittore
che dimentica è lo scrittore che si è lasciato intrappolare
dall'assenza. Uno scrittore attraversato dall'assenza sa di
essere aggredito dal vuoto.
L'assenza è assentarsi. Per lo scrittore è smarrirsi. La perdita
del luogo letterariamente diventa una "vacanza" ma soprattutto
la si legge come un lutto e quindi come l'intrappolamento
dell'angoscia. E' da questa angoscia che lo scrittore deve
cercare di uscir fuori. La fuga, in questo caso, è piuttosto una
fuga dall'angoscia che mira a riconquistare un destino. Ma in
Luzi non c’è deriva. C’è una ontologia dello spazio e del tempo.
La letteratura è la metafora del luogo perché in essa si
recupera l'agonia dello smarrimento in una dimensione non del
rifuggir - si nel luogo ma ritrovare il luogo e quindi lacerare
così anche il sentimento della distanza. Ritornare è in fondo è
"ricostruire un universo perduto" (come dice Luzi).
Sostanzialmente l'idea omerica è un destino e resta tale in un
tempo che non può essere reale e che in letteratura si traduce
nell'orizzonte della memoria.
La letteratura è un orizzonte che va oltre la linea ma lo
scrittore non è un confine. Il poeta è un vagare. La poesia non
è un percorso. E' una geografia del tempo e dell'essere. Si è
stati si dice in poesia. Non si è. Perché se si è, si è già
stati. La poesia è una metafora che intaglia nell'essere
attraverso anche la fisicità. Un giocare con l'anima, con le
disarmonie - armonie del cuore, con le linee del corpo.
Insomma vivere la poesia non è in un vivere astratto. La realtà
esiste ma la realtà conosce le maschere e le finzioni. Forse nel
sogno. Forse oltre… Bisogna proprio riprendersi il perduto per
essere nell'anima della poesia ricostruendosi nel tempo che
fugge. E' il tempo che fugge una geografia indefinibile, come è
indefinibile la nostalgia della parola che sfiora le labbra in
una leggera carezza tra amanti nella tenerezza, nella passione,
nel respiro di un silenzio. A volte la poesia è anche silenzio.
Bisogna saperla ascoltare. Il silenzio della poesia di Luzi è
incanto dello sguardo. Oltre ogni luogo reale ma nel luogo del
sempre.
Il poeta è il silenzio. Ma il silenzio è un linguaggio
nell'indefinibilità dell'essere e del tempo. I rimandi letterari
sono necessari, ma perché cercarli? Verranno da soli. Oltre i
luoghi. O nei luoghi. Oppure, chissà? Il viaggio di Mario Luzi è
un incidere nel solco di una memoria che supera ogni steccato
geografico perché è la geografia dell’essere che si fa
misterioso cammino. Un io nel simbolico che chiosa la favola
indefinibile dell’uomo che non può dimenticare.
Un viaggio che si fa oggi ancora di più indefinibile. Ed è quel
viaggio nell’amore che va oltre i limiti. Così in una poesia del
2004 da Dottrina dell’estremo principiante: “L’amore aiuta a
vivere, a durare,/l’amore annulla e dà principio. E quando/chi
soffre o langue e spera, se anche spera, che un soccorso
s’annunci di lontano,/è in lui, un soffio basta a
suscitarlo./Questo ho imparato e dimenticato mille volte,/ora da
te mi torna fatto chiaro,/ora prende vivezza e verità.//La mia
pena è durare oltre quest’attimo”.
Nella foto: il poeta
Mario Luzi, spentosi lunedì 9 maggio 2005 |
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pubblicato il 21
Maggio 2006
Le METAFORE ANTICHE di Franceschini
di Pierfranco Bruni
Metafore
antiche come le stagioni che sono vita nel romanzo di Dario
Franceschini dal titolo “Nelle vene quell’acqua d’argento”
“Aveva sempre confuso il silenzio con il freddo”. Una bella
immagine che sa di metafora nella quale la vita entra nella
letteratura e la letteratura recita la vita. Ma quell’Aveva
misura il tempo sulla corda dei ricordi. E’ l’incipit del
romanzo di Dario Franceschini. Il silenzio, comunque, sembra una
assonanza, un lievito, una dimensione tra l’ironico e l’onirico.
Un pavesiano sentimento del ricordo (fatto di memorie e di oblio
che scavano nella coscienza e nel sogno) e una geografia dei
luoghi e del sentire che sarebbe certamente piaciuta a
Giovannino Guareschi. Ma forse anche una atmosfera che avrebbe
amato Grazia Deledda.
Un andare lento in quella nostalgia che conosce non solo
frammenti di abbandoni ma anche dolcezze in un intreccio di
realtà e metafore in cui tempo ed esistenza sono tracciato
letterario e vissuto di luoghi. I luoghi non sono ambienti o
paesaggi fine a se stessi. Sono piuttosto un vivere il luogo e
il paesaggio nella sfumature delle esistenze e del passaggio di
un tempo che, come dirò più vanti, non è mai immobile.
Non mi ha sorpreso. Navigare tra i “fiumi” di un’acqua che ha
filamenti d’argento, per usare una allegoria lirica, è sempre
entrare nel di dentro di destini che, pur se non accomunano,
lasciano chiaramente il segno. Mi riferisco sempre al romanzo di
Dario Franceschini dal titolo straordinariamente emblematico
“Nelle vene quell’acqua d’argento”, edito da Bompiani.
Franceschini, come si sa, è un politico, impegnato nel mondo
della cultura e della cultura ne ha fatto un perno. Cultura
politica, cultura letteraria attraversata dai segni intangibile
della memoria. Infatti questo romanzo è un camminare sulle
tracce di un passato che non si dimentica, che non va
dimenticato e che resta con i personaggi che campeggiano su una
scena fatta di storia, di spazi geografici e di paesaggi e
soprattutto di tempo. Non si tratta di un tempo immobile.
Neppure del tempo della meraviglia. Ma il tempo della
letteratura raccoglie, come in questo caso, l’essere, il
presente e il ciò che è stato. Il quotidiano non si vive nella
letteratura. E questo romanzo è proprio la dimostrazione di ciò.
Penetrare la memoria che è nel tempo significa, tra l’altro,
recuperare quel tempo che viaggia dentro di noi. Il viaggiare
del tempo è un viaggiare nel tempo senza mai assentarsi dalle
nostre consapevolezze. Il tempo come urto con la storia. Infatti
nel romanzo di Franceschini non ci sono concessioni alla storia
e il realismo si supera grazie alle immagini che vi campeggiano
perché sono queste che danno il senso di una memoria mai
scalfibile.
E poi i valori riempiono la parola che è fatta di anima. Tracce
deamicisiane (come nelle pagine dedicate alla morte dello
scolaro Bruno Baldini) sono una singolarità del sentimento che
sfoglia le pagine della vita. Una dopo l’altra queste pagine
sono il vero frontespizio del vissuto che si adagia nel
quotidiano.
Diamo solo una sottolineatura immediata della trama senza andare
oltre perché il romanzo bisogna leggerlo per la bellezza che
emana. Dunque. Perché Pietro Bottardi (nome del personaggio che
campeggia nel contesto di tutto il narrato) va alla ricerca del
suo compagno di scuola? Per rispondere ad una domanda rimasta in
sospeso o per cercare altre risposte? O forse per capire se
stesso?
La giovinezza è stata attraversata da interrogativi, da anni che
non hanno portato via il sapore dell’età e l’immaginario che si
rispecchia nelle acque è un cerchio magico tra gli echi che
giungono da lontano. Pietro segue le linee del fiume e sa che il
fiume non è per niente uno specchio. Anzi. Non ci permette di
essere quelli che siamo stati. Metaforicamente non si ha la
possibilità di bagnarsi nelle stesse acque. Ma il ricordo vive
nei giorni dell’attesa.
Il suo compagno, Massimo Civolani, ha scelto di vere nella
“terra del fiume”. Terra e fiume. Un intreccio di viaggi o un
intreccio nell’indefinibile viaggio nelle acque della
rigenerazione. Il fiume è come la vita e la vita è nello
scorrere di quei sentieri che sono esistenziali e spirituali. I
rimpianti sono altrove perché nel mosaico del tempo la nostalgia
è un “esistente” che ci accompagna senza trasgredire il presente
ma affidandoci i passi del tempo. E qui si vive nel frammentare
la vita recuperando la musica, l’arte e i linguaggi che
permettono di non assentaci mai soprattutto da noi stessi.
Pietro Bottardi non si assenta mai.
Ci sono foglietti ingialliti che vengono ritrovati per
riportarci a un qualcosa che non c’è più. Sensazioni che sono
esistenza o che fanno una esistenza: “…Come uno scrittore che
non racconta le cose che ha visto ma che segna soltanto con la
penna le storie già finite che vivono dentro di lui”. Così è
annotato in questo foglietto giallo ritrovato in un cassetto.
Franceschini, in fondo, è uno scrittore che segna le storie che,
metaforicamente o meno, resistono al tempo. Siamo fatti di
foglietti ingialliti. Ed è in questa letteratura che l’uomo non
resta una desinenza ma una vita.
Il tempo sono i passi che ci vivono e che viviamo. I passi sono
il colore che illumina sapendo che le radici sono dentro di noi
perché nelle vene c’è quell’acqua d’argento che è, appunto, la
metafora del ritrovarsi sempre. Un romanzo rivelazione? Ma io
direi che si tratta di un bel romanzo che non è da collocarsi
nello “stile” degli scrittori latino – americani ma va nel solco
della tradizione italiana. Una tradizione ben consolidata.
Ecco perché ho citato Guareschi. In quella tradizione italiana
in cui linguaggio, senso dei luoghi, personaggi costituiscono
una vera identità non solo letteraria ma anche profondamente
radicata in quei valori della cultura popolare. Una eredità
italiana che si è ben testimoniata attraverso scrittori e
romanzi. Le stagioni, i segni, il tempo tra le pieghe dei
ricordi, le immagini lungo l’esistere della parola. Sempre di
viaggio si tratta. Io dei romanzi tento di cogliere le
sfumature, i dettagli, le pieghe. Un romanzo è sempre un viaggio
e come tutti i viaggi è fatto di partenze. Ma chissà dove ci
condurrà? Un romanzo di acque e di terre. Metafore antiche come
le stagioni che sono vita. Così nel romanzo di Dario
Franceschini. |
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pubblicato il 2 Maggio
2005
Maria Zanoni
rilegge Roberto Vecchioni
Luci
a San Siro... di questa sera: Roberto Vecchioni in concerto al
Politeama di Catanzaro.
Una straordinaria performance teatrale, più che il solito
concerto.
Un ritorno al "lirismo" che privilegia la parola, la "sua"
musicalità, l'incanto che può esibire quando è nuda e cruda
davanti a tutti.
L'Artista canta, sussurra, colloquia, accompagnato solo da due
musicisti: uno al pianoforte, l'altro al contrabbasso.
Un “recital” che sta tra il cabaret espressionista, il recitar
cantando e il canto-confessione (come dice Vecchioni stesso); e
si presenta come un varietà da camera in cui le canzoni sono
ovviamente protagoniste.
Le canzoni che confessano disagio, dolore e speranza attraverso
la favola, il mito, le identificazioni storiche, gli amici, i
grandi "vecchi", come afferma lo stesso cantante che spesso ama
ricordare: “Più si va avanti negli anni e più si
ringiovanisce nella coscienza e nel cuore. Puoi sfidare le
cose. Non te ne frega più niente. Dici le cose che vuoi dire. Il
senso delle cose, piccole o grandi che siano, si confonde e
scompare, mentre il senso dell'amore rimane intatto ed eterno”.
E come non condividere?!?
Vecchioni dialoga magistralmente con il pubblico, tra letture di
brani di favole e omaggi a Van Gogh, a Gauguin, a Pessoa, a
Dante Alighieri, in mezzo ad una scenografia che non distrae, ma
fa pensare: libri accanto al pianoforte; e ancora libri vicino
ad una sedia.
E il “cantante-poeta-prof” racconta storie di vita, anche della
sua vita; e, col tipico gusto dell'appassionato di crittografia,
nelle pieghe occulte dei suoi versi racconta storia e
letteratura.
Ho ri-scoperto Roberto Vecchioni in una calda serata d’agosto
2004 in Calabria.
Lì ho conosciuto il cantante, il poeta, l’uomo.
E non era quello incontrato negli anni sessanta.
Erano diverse le parole, le note, le sensazioni, le emozioni;
diversi anche i sorrisi, gli incanti, i ricordi all’animo di chi
(come me) andava al concerto più per una sfida, una curiosità,
che per il piacere di godersi il cantante preferito e rivivere
emozioni.
Parlavo spesso di Vecchioni con un’amica carissima e mi
chiedevo: cosa potrà trovare nei testi e nella musica di un
attempato cantautore una giovane “innamoratissima del mitico
Roberto”?
E spesso riflettevo su quanto dice sul viaggio poetico e
musicale di Roberto Vecchioni il mio amico Pierfranco Bruni nel
suo libro “Fabrizio De Andrè – il cantico del sognatore
mediterraneo”.
Bruni, saggista attento, indagando sulla poesia italiana, rileva
che “la poesia, come forma tradizionale negli anni Sessanta si
trovava a vivere un processo di dissolvimento non solo della
parola, ma nei contenuti. E in aiuto alla poesia venne la
canzone d’autore. Da una parte (per citare soltanto alcuni nomi)
i Gino Paoli, i Luigi Tenco, i Bruno Lauzi e dall’altra Fabrizio
De Andrè, Lucio Battisti, Francesco De Gregori, Franco Battiato,
Riccardo Cocciante e poi Claudio Baglioni, Antonello Venditti,
Roberto Vecchioni.
La novità esemplare fu che la maggior parte di questi cantautori
proveniva da una scuola di pensiero che, nonostante
sottolineasse l’impegno e il realismo, cantava l’amore,
l’emozione degli incontri, il rimpianto del tempo che passa, la
lontananza, la nostalgia, l’abbandono. [...] La parola così
ritornava a vivere. Anzi ad essere presente nei codici del
sentimento che si faceva vita. La presenza della poesia e dei
poeti era un attraversamento non di mestiere ma di parametri
emozionali, che davano senso all’incontro tra parola e musica.
[...] Si pensi al recupero della tradizione poetica di Roberto
Vecchioni. [...] L’autore di El bandolero stanco conosce molto
bene la letteratura e nei suoi testi ci sono segnali precisi che
vanno da Pavese, a Pascoli, a Rimbaud, a Penna, ad Alda Merini,
dalla letteratura greca a quella latina e così via. [...] un
viaggio nel cerchio magico della parola-mistero”.
Il confronto di opinioni con i miei amici creò in me curiosità e
nello stesso tempo un po’ di rimorso per aver “trascurato” uno
dei grandi.
Le canzoni di Vecchioni erano passate sulla mia pelle di liceale
senza lasciare segno evidente.
Erano quelli gli anni della contestazione giovanile che si
consumava nelle grandi città, ma che nelle nostre realtà di
provincia aveva scenari diversi.
Era il tempo in cui le canzoni davano emozioni e creavano
legami; accompagnavano i primi amori, le delusioni, le
lontananze, le nostalgie.
E così, le note delle canzoni di Mina, Celentano, Morandi, dei
Beatles e poi ancora di Battisti e Baglioni scandivano il tempo
della mia vita, accompagnando le mie solitudini e caricando i
momenti di gioia.
Eravamo alla metà degli anni Settanta, quando da una radio
locale conducevo un programma di musica e poesia, scegliendo
dall’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters liriche
significative e struggenti che affascinavano e trascinavano
verso la poesia un pubblico sempre più distratto e intrappolato
dal consumismo e dalle mode del momento.
Intanto Fabrizio De Andrè realizzava l’album “Non al denaro non
all’amore né al cielo” in cui il cantautore ligure ha riletto
l’opera dello scrittore americano.
Quanto tempo è passato da allora... Oggi, nella stagione dei
bilanci, quel senso di curiosità-rimorso, mi ha portato a
riscoprire Roberto Vecchioni e la sua poesia che valica i
confini del tempo.
È così che ho iniziato un viaggio alla scoperta dei legami che
uniscono le canzoni alla poesia, alla letteratura e alla storia,
per dimostrare come ci si possa avvicinare alla storia e alla
letteratura, non soltanto attraverso le pagine dei manuali, ma
anche con le canzoni.
Non a caso Vecchioni afferma sull’enciclopedia Treccani: “La
canzone d'autore, pur partendo da due modelli semantici
preesistenti (il linguaggio poetico e la notazione musicale) non
si presenta come somma aritmetica dell'uno e dell'altra.
Essa è già alla sua origine unità inscindibile di racconto
elaborato su figure letterarie proprie e tessuto metrico che
accompagna liberamente le parole.
Non si possono separare musica e testo e non si può prescindere
dall'interpretazione che diventa terzo elemento semantico
essenziale: siamo di fronte alla nascita di una forma d'arte e
più particolarmente di un genere letterario nuovo”.
E ancora, non a caso, nell’anno scolastico 1999-2000 il prof
Vecchioni ha promosso oltre 40 appuntamenti con le scuole
superiori e le università italiane, incontrando oltre 50.000
studenti sul tema "Musica e poesia", illustrando l'evoluzione
storica della canzone d'autore, impegnandosi a diversi livelli
per il riconoscimento pieno della canzone come forma poetica a
se stante, forma espressiva ricca e potente che muove sui tre
canali semantici della scrittura poetica, del brano musicale e
dell'interpretazione teatrale.
Oltremodo incuriosita da una affermazione del prof Vecchioni:
"Quando a scuola tengo una lezione di storia" "non parlo mai di
date, di fatti, ma di antropologia”, ho cominciato a leggere con
attenzione i suoi libri.
Viaggi del tempo immobile (1996), è la storia di
Teliqalipukt, il protagonista immortale con il compito di
raccontare i propri vissuti con uomini storici illustri. È
l’Artista che racconta ad un gruppo di bambini le paure, gli
amori, i sentimenti, il lato più umano, insomma, di vari
personaggi della Storia: Alessandro Magno e Fernand De Saussure,
Saffo, Andromaca e Miguel de Cervantes, Napoleone e Rimbaud.
Le parole non le portano le cicogne (2000) tratta
dell’incontro di una diciassettenne inquieta, Vera, con un
vecchio linguista dolcissimo ed eccentrico, Otto November, che
le svela quanta forza e vitalità custodisca ogni lingua, non con
enfasi accademica, ma con il linguaggio semplice della vita.
Il libraio di Selinunte (2004) narra la storia di un uomo
misterioso, un libraio che narra i suoi libri più che venderli e
che riesce a stabilire un magico legame solo con Frullo, un
ragazzo tredicenne che, nascosto dietro due pile di libri, lo
ascolta leggere ogni sera i passi più belli dei grandi poeti e
romanzieri di ogni tempo. E quelle parole, per Frullo come per
ogni lettore, spalancano di colpo un universo di emozioni e di
storie che hanno un'eco lunga, come una favola infinita.
La “nostalgia di vivere” è il motivo di fondo che anima i
personaggi letterari e storici di cui è ricca la produzione
artistica del cantautore brianzolo.
Fernando Pessoa, Saffo, Alda Merini, Thomas Mann, sono gli
autori cantati da Vecchioni che esprimono questo sentimento di
grande attaccamento alla vita, nei quali l’autore proietta
sempre qualcosa di sé.
Nella canzone Lettere d’amore entriamo nell’animo del
poeta portoghese Pessoa, che, alla fine dei suoi giorni,
fortemente attaccato alla vita, comprende di aver cercato di
capire il mondo scrivendo migliaia di pagine, ma di essersi
dimenticato di scrivere lettere d’amore.
...e capì che “invece di continuare a tormentarsi
con un mondo assurdo
basterebbe toccare il corpo di una donna,
rispondere a uno sguardo... E scrivere d'amore,
e scrivere d'amore”....
Nelle parole della Canzone per Alda Merini, traspare la
volontà di affermare il proprio disperato desiderio di vivere:
basta anche un niente per essere felici,
basta vivere come le cose che dici,
e di vederti in tutti gli amori che hai
per non perderti, perderti, perderti mai.
Il brano La bellezza mi regala forti emozioni.
Nella canzone, ispirata al racconto La morte a Venezia di Thomas
Mann, traspare il rimpianto per il tempo che passa. Ma la
concezione che Vecchioni ha del tempo è particolare: è come se i
suoi personaggi dilatassero il tempo della propria esistenza
rimanendo ancorati a piccoli frammenti di vita.
Passa la bellezza
nei tuoi occhi neri,
scende sui tuoi fianchi
e sono sogni i tuoi pensieri...
Venezia "inverosimile
più di ogni altra città"
è un canto di sirene,
l'ultima opportunità
ho la morte e la vita tra le mani
coi miei trucchi da vecchio senza dignità:
se avessi vent'anni
ti verrei a cercare,
se ne avessi quaranta, ragazzo,
ti potrei comprare,
a cinquanta, come invece ne ho
ti sto solo a guardare ...
E le note di Marika, dall’ultimo album "Rotary club of
Malindi":
“Canta Marika canta che da domani tornano le stelle,
canta noi siamo il sangue che scorre nella tua pelle,
canta non ti fermare, non ti voltare, gira tra la gente,
siamo nelle tue mani, un vento sale un vento scende
dietro è il domani, domani è il presente”
mi riportano alla mente la Marika, dagli occhi dolci, grandi,
pungenti, dal sorriso antico, che sapeva amare, “trafitta dal
vento della morte in un giorno d’estate” che anima le pagine de
“L’ultima primavera” (1998) di Pierfranco Bruni.
“Dopo la morte di Marika... non ho mai visto / il cielo / urlare
di sangue / come in questi giorni / mentre le mie parole
(continua Bruni) inchiodano silenzi / mentre / le voci di sabbia
/ impallidiscono...”
E’ la stessa Marika dell’ultimo romanzo di Bruni Quando
fioriscono i rovi. (2004):
“Marika, occhi di oceano che restano nel vento della memoria”...
“Sei dentro di me come un’aurora che entra nel giorno”...
“Lo so che ritrovarti è soltanto un arcobaleno di metafore
ma lasciami questa nostalgia che è graffiata nell’anima”...
Una metafora nella finzione e nella realtà, che continua a
vivere nella coscienza dei nostri giorni.
Cesare Pavese ne Il mestiere di vivere ha scritto:
“Non si ricordano i giorni, si ricordano gli attimi”.
E sono proprio gli attimi che la musica spesso aiuta a fermare e
a riscoprire.
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