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EDITORIALI
Etnie pag. 4
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Editoriali, recensioni e saggi su Etnie
Le Minoranze
etnico-linguistiche storiche in Italia
Etnie di Calabria
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pubblicato il
25 ottobre 2011
LALTRA UNITA
MINORANZE
LINGUISTICHE E UNIFICAZIONE NAZIONALE
di
Pierfranco Bruni
C'č un'altra Unitą d'Italia da
conoscere, da contestualizzare, da proporre come modello di
approfondimento storico all'interno del Risorgimento? Una domanda
che, in questi mesi, č ritornata spesso e alla quale non sono
mancate le chiavi di lettura sia di ordine prettamente storiografico
sia ideologico sia letterario. E in questa visione e intorno al
concetto di "unificazione italiana" un percorso interessante lo
hanno segnato quelle presenze minoritarie, ovvero le minoranze
linguistiche, grazie<alle quali anche il valore di "identitą" ha
assunto, e assume, una interpretazione non solo storica ma anche
antropologica.
Non si puņ leggere il processo
risorgimentale, e in modo particolare gli anni compresi tra il 1859
e il 1870, senza tener conto di una antropologia contaminante nelle
varie geografie dell'Italia prima disunita e successivamente
disarmonicamente unita.
L'idea di identitą nazionale puņ
considerarsi tale soltanto se passa all'interno di quei valori
condivisi che pongono al centro il concetto di Patria, di Lingua, di
Nazione nonostante gli articolati elementi che girano intorno alla
semantica di appartenenza, di ereditą, di compartecipazione. Ci sono
stati alcuni personaggi che provengono da ereditą diverse rispetto a
quelle che hanno dato i principi portanti alla Patria e alla
Bandiera. Patria e Bandiera sono un valore unico ma non sono questi
riferimenti che hanno permesso, comunque, una Unitą d'Italia
sviluppatasi nel 1961. La Patria e la Bandiera sono chiaramente
valori condivisi. Ciņ che non presenta una condivisione non č ai
valori ma alle azioni, al protagonismo, all'esercizio delle
divisioni geografiche.
La chiave di lettura di una cultura
unificante dei vincitori recita una versione che si propone con
alcuni protagonisti senza i quali non saremmo arrivati al 1861.
L'altra chiave di lettura che č quella identificatasi con i vinti
propone non modelli alternativi ma storie diverse. E non si tratta
neppure di continuare stabilire la necessitą di due blocchi: quello
piemontese - francese - sabaudo e quello borbonico - napoletano -
siciliano aggiungendone un terzo che quello del vaticano e della
Stato pontificio con le sue realtą territoriali e i suoi valori di
base. L'altra Unitą, in fondo, resta quella del popolo, delle
sopravvivenze del mondo contadino, delle culture realmente
minoritarie sia in termini economico - politici sia etno -
geografiche.
Chi ha maggiormente vissuto le
ferite tra i Borbone e i Savoia č stato il Sud: E' stato quel
"Regno" identificato come delle Due Sicilie nel quale le emergenze
sono diventate vere e proprie sopravvivenze.
Sempre in nome del popolo italiano
si č lottato dividendosi tra garibaldini e briganti. O meglio tra
cafoni diventati garibaldini e garibaldini diventati briganti e
successivamente borboni diventati al servizio dei Savoia. Con
Ferdinando e nel breve periodo con Francesco II il Regno di Napoli
ha costruito la storia di un Sud che aveva nel cuore del
Mediterraneo la sua centralitą.
La piemontesizzazione č stata la
francesizzazione del Sud che ha inciso anche in termini
antropologici.
Quale č la differenza tra un
Francesco Crispi interprete e protagonista dell'Unitą d'Italia
voluta dalla borghesia siciliana e del Sud, egli siciliano e di
origini Italo - albanesi, e Agesilao Milano che da soldato borbonico
sfida Fernando cercando di ucciderlo nel giorno dell'Immacolata:
Milano č un Italo - albanese puro. Entrambi sono personalitą del
mondo delle minoranze linguistiche che parlano l'arbereshe.
L'attentato di Milano č un "caso"
esemplare in una Napoli che era gią fortemente contaminante dalle
tradizioni e dalle lingue.
Il Cavour che scriveva in francese
poteva capire e dialogare con il cafone della Lucania la cui sola
lingua era il "basilisco" alla cui base perņ insisteva il napoletano
- italiano del Regno delle Due Sicilie?
La storia nell'Unitą del 1861 non
ha raccontato queste divisioni di ereditą linguistiche e
antropologiche ma, tali divisioni, hanno avuto e hanno, in termini
storiografici, oggi, una importanza particolare.
Il Garibaldi che si illude di
consegnare il Regno di Napoli ai Savoia lo fa in termini militari
ma neppure puņ farlo sul piano storico (ed egli č consapevole di
ciņ) perchč insieme a Dumas ha conosciuto, per quel poco che ha
abitato il Sud, il popolo, le genti, le tradizioni e le lingue del
Regno di Napoli: Napoli, Calabria e Sicilia.
Le lingue sono dentro la storia
anche se č la storia che potrebbe condizionare le lingue. Ancora
oggi la contaminazione delle lingue tra parte del Mediterraneo e
vecchio mondo delle Due Sicilie č consistente.
L'altra Unitą da proporre non č
soltanto da leggersi sul piano storico, militare, egemonico ma
linguistico e in questa direzione la letteratura ha giocato e
continua a giocare un ruolo straordinario. Ecco perchč accanto ad
un'altra Unitą da intendersi sul versante della lettura storica c'č
anche un'altra letteratura sorta non nel Risorgimento come
complessitą culturale storica ma negli anni che ruotano intorno al
1861.
Le interpretazioni di Dumas e di
Abba sono diverse da quelle di Alianello e di Verga. Il Valore di
Patria dell'incompiuto "Confessioni di un Italiano" di Nievo č
completamente disarticolato dalle pagine di Prezzolini.
Per non parlare delle biografie e
delle cosiddette memorie. Mettiamo a confronto le memorie di
Garibaldi raccolta da Dumas con quelle di Carmine Crocco per
renderci conto, anche linguisticamente e antropologicamente, che ci
si trova davanti ad una geografia che non č solo immaginaria
divergente ma ad una geografia esistenziale, antropologia ed
etno-storica completamente di altra natura pur nell'attraversamento,
il primo caso, e nell'abitare, il secondo, la stessa geografia
territoriale.
Il territorio racconta storie e
destini che sono diverse proprio nel segno di un processo che č
storico certamente ma solo con la storia non regge perchč ha bisogno
di uno scavo profondamente antropologico, etnico, letterario e
realmente umano.
L'altra Unitą c'č stata e la
presenze delletnie e delle "minoranze" linguistiche segnano un
passaggio incancellabile e rivelante ancora nel nostro tempo.
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pubblicato il
21 ottobre 2011
Le lingue
dellEuropa nellItalia della multietnicitą
Un dibattito culturale e giuridico
di Micol
Bruni
LEuropa
delle lingue non puņ che essere anche considerata la geografia delle
etnie che risultano come modelli espressivi sia dal punto di vista
storico sia dal punto di vista di una semantica che trova nelle
letterature un punto di contatto ma anche di riferimento
significativo.
Ma se esiste unEuropa delle
lingue, e quindi, della multietnicitą in termini antropologici ciņ č
dovuto anche ad una considerazione interpretativa di norme
giuridiche che stabiliscono la possibilitą di tutelare, nei vari
territori e, quindi, nelle varie nazioni, quelle lingue minoritarie
che rappresentano elementi di ricchezza e di interazione tra ereditą
e civiltą che stanno alla base della convivenza dei popoli.
Soprattutto, in Europa la
diversitą delle lingue, fermo restando che ogni Nazione ha il dovere
e il diritto, secondo norme costituzionali, di tutelare, conservare,
valorizzare e promuovere la lingua di appartenenza, č una
rappresentativitą di una storia politica e giuridica che trova le
sue radici sia nelle etą greco romane ma in modo particolare
focalizzate in quelle etą moderne che vanno dal Medievo al
Seicento (in Italia i codici dei vocaboli proprio nelletą barocca
sono lo scavo di un rapporto tra le lingue ufficiali dei territori e
i dialetti dei microterritori) , dalletą pre- illuminista a tutto
lIlluminismo sino al contesto pre e post unitario in Italia e alla
fine delle guerre di indipendenza di tutta Europa.
In ogni contesto epocale la
lingua come manifestazione letteraria ha dovuto sempre fare i conti
con una visione applicativa della lingua o delle lingue parlate e
scritte nei diversi territori. Il passaggio dalloralitą alla
scrittura ha segnato delle linee marcanti in cui la letteratura, e
in epoca contemporanea lantropologia della letteratura, si č dovuta
confrontare con lapplicazione e, quindi, la diffusione di una
parlata. Cč da dire anche che ogni epoca in Italia come in tutta
Europa ha avuto i suoi trasversalismi linguistici che non sono altro
che processi contaminanti. Per fare un esempio nel Regno di Napoli,
gią Regno delle Due Sicilie, la lingua italiana era la parlata
usata nel tessuto territoriale di quelli che costituiranno,
successivamente, le Regioni e di quelle che sono state le realtą
della Magnagrecia prima e gli intrecci normanni bizantini arabi
successivamente. Cosģ, come il francesismo o la piemontisazzione
di alcune aree del Nord dellItalia.
Soltanto con i grandi
dibattiti ottocenteschi e risorgimentali in Italia si č giunti, con
le ereditą di Bembo, ad una lingua che doveva unificare le lingue.
Il dibattito č proseguito sino alla Carta Costituzionale del 1948 ed
ancor pił fino alla legge che riguarda la tutela delle minoranze
linguistiche in cui si sancisce nel primo articolo che la lingua
ufficiale č litaliano. Questo dal punto di vista semigiuridico ma
cč sempre un processo antropologico che č, quindi, etnico che si č
sviluppato nel corso dei secoli e degli anni.
Ormai, se vogliamo usare una
sintesi stretta ogni territorio ha una ereditą tri linguistica :
litaliano, il dialetto della regione , il dialetto della periferia
(senza tenere conto delle influenze angloamericane di altro
genere). Č un dato positivo, certamente, perché con le lingue e con
i linguaggi č possibile entrare anche nella storia di altri popoli.
LItalia č stata contaminata ma riesce nonostante tutto a
contaminare.
E in unEuropa che si
consolida sia per una etnocentricitą mediterranea e sia nordico
tedesca, inglese la vera lingua diventa una metafora eccezionale e
fondamentale che č quella che ci fa dire che la mia lingua diventa
la mia patria. Una metafora che ha ramificazioni chiaramente
letterarie ma ci impegna in termini istituzionali e costituzionali a
garantire lidentitą di una Nazione perché in tal senso la mia
lingua diventa come espressione della mia Nazione.
Č accertato ormai che in
Europa sono state censite ventitrč lingue ufficiali e oltre
sessanta comunitą autoctone che si manifestano con un linguaggio o
una lingua che č quella prettamente regionale e in questo caso
diventa una lingua minoritaria. Questo č un dato di fatto,
accertato, ma accanto a questa sottolineatura ci sono quelle lingue
che vengono parlate da cittadini che provengono da oltre Europa e
quindi costituiscono un elemento in pił in quel processo
contaminante in cui la lingua č si uno stadio fondamentale, ma come
gią si diceva, necessita di un legame con le culture degli altri
popoli.
Quindi, lingue e etnie sono
sicuramente un portato storico ma costituiscono anche un percorso
dentro quel mosaico delle lingue moderne che preannunciano un futuro
sempre pił contaminante. E ancora di pił ciņ avvalora la necessitą
di una tutela forte, nel nostro caso, della lingua italiana nei
confronti delle influenze pur positive che vengono da mondi e realtą
esterne.
La lingua italiana va
tutelata ma dentro questa stessa antropologia della lingua ci sono
da una parte le lingue minoritarie che sono vere e proprie lingue
come arbereshe, il croato, lo slavo, il ladino (lart2 L. 482/99
cosģ recita: In attuazione dellarticolo 6 della Costituzione e in
armonia con i principi generali stabiliti dagli organismi europei e
internazionali, la Repubblica tutela la lingua e la cutura delle
popolazioni albanesi, catalane, germaniche, greche, slovene e croate
e di quelle parlanti il francese, il franco provenzale, il
friulano, il ladino, loccitano e il sardo)
e dallaltra i dialetti
che unificano le geografie in una visione inclusiva tra tradizioni e
ereditą.
Daltronde la Carta
Costituzionale nei suoi articoli, 3 e 6, manifesta una ben precisa
dialettica intorno allaccoglienza delle altre lingue. Cč da
precisare che il concetto di cittadinanza della lingua resta pur
sempre quella ufficiale ma le opportunitą di conoscenza sono un
valore aggiunto in una storia di unItalia che non ha mai
dimenticato leticitą di una lingua per tutti.
Proprio in questa chiosa il
rapporto tra lingua ufficiale, lingue minoritarie e i dialetti č
costantemente un rapporto aperto, forte dove lidentitą č forte ed
estremamente significativo dove la storia non ha timore di essere
aggredita da alcun compromesso.
Letnicitą delle lingue resta
un valore da condividere perché in tal senso proprio la condivisione
diventa una contaminazione non solo metafisica ma profondamente
culturale.
*Nella foto: Micol
Bruni - Cultore in Storia del Diritto Italiano UNIBA
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pubblicato il 25
Febbraio 2011
Intervista al Prof.
Italo Fortino
a cura di
Merita Bruci Sauku
Al Prof. I. C. Fortino, Ordinario
di Lingua e Letteratura Albanese allUniversitą LOrientale di
Napoli, č stato conferito il Premio Cittą di Spezzano Albanese il
30 dicembre 2010, dallAssociazione Bashkim Kulturor Arbёresh e
dallAmministrazione Comunale di Spezzano Albanese (CS), con la
seguente motivazione: A Italo Costante Fortino, arbёresh, studioso
della lingua e letteratura albanese, albanese di fama internazionale
per la sua opera estesa e multiforme a favore dellAlbanesitą. In
particolare per la valorizzazione dellopera del letterato
spezzanese Giuseppe Angelo Nociti e del saggista-storico Giovanni
Laviola.
A lui abbiamo rivolto quattro
domande.
Che significato ha avuto per
lei il Premio Cittą di Spezzano Albanese assegnatole di recente?
Al
di lą dellonore che mi č stato tributato col conferimento del
suddetto Premio, di cui ringrazio profondamente lAmministrazione
comunale di Spezzano e in particolare lAssociazione Bashkim
Kulturor Arbёresh, ritengo che il mio contributo alla
valorizzazione della cultura arbёreshe sollevi il problema della
vera tutela di una cultura, ricca e preziosa, comč la nostra, larbёreshe,
che da pił di cinque secoli si č dimostrata vitale e produttiva.
Questo Premio ha il merito di
segnalare le personalitą che con impegno lavorano a favore della
comunitą, con lo scopo di creare un movimento di opinione che
rafforzi il senso dellidentitą culturale e la compattezza della
stessa comunitą. La vera tutela si basa su dati obiettivi che
prevedono da un lato la conoscenza reale dello stato della cultura,
dallaltro il ricorso a strumenti adatti ed efficaci che concorrano
a rafforzare e sviluppare una cultura che nel mondo globalizzato
attuale potrebbe correre il rischio di scomparire. I dati obiettivi,
poi, devono tendere a far prendere provvedimenti adeguati a favore
di una cultura minoritaria che si trova in una fase di
indebolimento, tenendo presente anche quanto č avvenuto e avviene
per altre culture che si sono trovare o si trovino nelle stesse
condizioni di quella arbёreshe.
Il significato profondo, dunque, č
strettamente connesso con lesistenza della cultura arbёreshe, la
sua preziositą oggi, e non solo di quella storica del passato, e
ancora valida in un mondo globalizzato che cerca di annullare in
maniera sprezzante quanto ritenuto non produttivo e commercialmente
non soddisfacente. Si ribadisce, in altri termini, il valore in sé e
non solo quello di funzione. Luomo, il suo benessere interiore, la
sua cultura devono essere al centro dellesperienza umana e non
laffare e il commercio, anche se, sappiamo bene che il commercio
serve, come serve anche linglese.
Quali
sono gli obiettivi raggiunti con la sua ricerca?
Il
primo obiettivo raggiunto č stato quello di far conoscere, nella
loro autenticitą, alcune opere rare o inedite della letteratura
arbёreshe. Dopo la fase romantica del risveglio della cultura
arbёreshe, si rendeva urgente entrare nel merito delle opere per
assaporarne il gusto estetico e, attraverso la lettura approfondita
arrivare a un giudizio critico il pił possibile obiettivo. Gią nel
1984 la pubblicazione, a mia cura, dellopera della Gjella e Shёn
Mёris Virgjёr di Giulio Varibobba, poneva i presupposti sicuri
per una lettura dellopera nella forma pił originale possibile,
attraverso ledizione critica. Ciņ ha permesso al lettore comune e a
quello specialistico di leggere con tutte le garanzie scientifiche
unopera altamente lirica con una sua coloritura del tutto
particolare.
Oggi sono anche pił soddisfatto
perché lopera č stata pubblicata in Albania, in una seconda
edizione, per i lettori doltre Adriatico, con lo stesso rigore
scientifico e in bella veste tipografica (Jul Variboba, Gjella e
Shёn Meris Virgjёr, Pёrgatitur nga Italo Costante Fortino, me
kujdesin e Akademikut Jorgo Bulo, Visare tё Letёrsisё Shqiptare,
Botimet Toena, Tiranё 2010).
Linedito della letteratura
arbёreshe ha sollecitato le mie ricerche e mi ha fatto scoprire uno
scrittore prima completamente assente nella storia della letteratura
albanese: Giuseppe Angelo Nociti (1832-1899), di Spezzano Albanese (CS),
di cui ho pubblicato finora i suoi inni (Rёmenxa tarbresha /
Rime albanesi, Brenner, Cosenza 1992) e il poemetto dedicato a
Scanderbeg (Ndihmja e Krojёs, in Giorgio Castriota
Scanderbeg nella storia e nella letteratura, Atti del Convegno
Internazionale, Napoli, 2007, pp. 153-194).
Si tratta di un poeta e studioso
molto interessante, sia per la sua vena poetica, sia per il processo
di elevazione della lingua popolare a lingua della letteratura, sia
anche per i suoi studi linguistici che abbracciano soprattutto la
lessicografia albanese. Per quanto riguarda questultimo aspetto ho
avuto modo di far conoscere alcuni aspetti del suo contributo alla
lessicografia in occasione della Conferenza Scientifica
Internazionale dedicata a Costantino Kristoforidhi (Elbasan 2002)
con la relazione dal titolo: Leksiku i K. Kristoforidhit nё
Fjalorin dorёshkrim tё Xhuzepe Anxhelo Noēiti. Legato a questo
contributo, mi č gradito dare la notizia che fra breve darņ alle
stampe il suo Vocabolario albanese che raccoglie pił di
10.000 lemmi. Una personalitą ricca di interessi e di studi, come
quella del Nociti, non poteva rimanere ignota al mondo della
cultura e della letteratura albanese.
Sempre sulla linea della
pubblicazione dellinedito della letteratura arbёreshe si muovono
gli altri lavori che interessano le opere di un grande scrittore
dellOttocento: Francesco Antonio Santori. La pubblicazione di
alcune novelle in versi mi hanno dato lo spunto per sottolineare la
novitą della sua creazione letteraria: linteresse per il sociale e
linaugurazione della letteratura impegnata. Cosģ anche la
pubblicazione delle sue Kalimere (Brenner, Cosenza, 2004)
sono il segno della dimensione che la componente religiosa ha avuto
per la spiritualitą bizantina delle comunitą arbёreshe e per il
rafforzamento dellidentitą culturale.
Anche da questi brevi cenni si puņ
dedurre come la cultura arbёreshe dal Dopoguerra ad oggi si vada
irrobustendo nelle sue ricerche scientifiche, che poi vengono calate
negli ambiti pił diffusi ed estesi per permeare tutta la componente
comunitaria.
Qual
č lo stato attuale della lingua, della letteratura e della cultura
arbёreshe?
Se
confrontiamo lo stato attuale della lingua parlata nelle comunitą
arbёreshe dellItalia meridionale con il passato, constatiamo che si
č verificato una diminuzione statistica dei parlanti arbёrisht
soprattutto presso le nuove generazioni. La trasmissione della
lingua parlata in famiglia e nel paese si č indebolita a favore
dellitaliano. Si spera in una ripresa quando linsegnamento
scolastico dellarbёrisht sarą pił incisivo e meglio organizzato, in
modo da sopperire alla diminuzione di incidenza nella trasmissione
della lingua che prima avveniva soprattutto a livello di famiglia e
di comunitą nel suo complesso.
La creazione letteraria, invece,
dal Dopoguerra ad oggi sta vivendo una stagione fiorente, con un
numero di autori che va arricchendosi di continuo. Accanto a poeti
del livello di Vorea Ujko, di Dushko Vetmo, di Giuseppe Schirņ di
Maggio, si va affermando una pleiade di voci nuove che scrivono
tanto in poesia che in prosa. E significativo che esista una
rivista da circa dieci anni che č scritta interamente in albanese:
Jeta arbёreshe, in cui scrivono tanto arbёreshё nelle varie
parlate, quanto shqiptarё nella lingua standard ma su argomenti
arbёreshё.
Ritengo che negli ultimi decenni si
sia allargata la cerchia di chi sappia scrivere nella propria lingua
materna, sia per leffetto del risveglio generale per le culture
minoritarie esistenti sul territorio italiano, che sempre pił
vengono considerate come una vera ricchezza nazionale, e sia per la
Legge 482 approvata dal Parlamento italiano nel 1999 che tutela
queste minoranze.
Tuttavia, nonostante questo
risveglio dellinteresse, la salute della cultura arbёreshe non č
buona: la pressione esercitata dalla cultura dominate, quella
italiana, sta assorbendo la cultura minoritaria arbёreshe. Il vento
delle trasformazioni e dei contatti sempre pił veloci tra elemento
italiano e elemento arbёresh soffia con violenza e tende a spazzare
via le identitą locali.
Sembra che ci troviamo di fronte a
due fenomeni contrapposti: il primo č una tendenza appannaggio di
una élite di intellettuali e di appassionati che si dedicano con
impegno e dedizione alla valorizzazione della cultura materna dei
vari paesi arbёreshё; il secondo č rappresentato dallavanzamento
massiccio della cultura italiana che disgrega, assorbendola, quella
arbёreshe, che non possiede gli strumenti adatti per uno sviluppo
istituzionale, organico e sistematico. Venendo meno la trasmissione
tradizionale della cultura arbёreshe che, in passato avveniva
attraverso la famiglia e la piazza o la comunitą, se non si
provvederą a sostituirla con listruzione istituzionalizzata e
obbligatoria, con le stesse prerogative della cultura dominante
italiana, si rischia un continuo indebolimento fino alla scomparsa.
Quali
prospettive, dunque, intravede per la lingua e la cultura arbёreshe?
Nonostante
la comprensibile difficoltą in cui si trova la lingua e la cultura
arbёreshe di fronte allazione di assorbimento che opera la lingua e
la cultura italiane da una posizione dominante, sono convinto che
molto si puņ fare con prospettive positive che garantiranno la loro
continuitą.
Il ruolo principale oggi lo deve
svolgere la scuola, perché la cultura arbёreshe da cultura
analfabeta diventi cultura scritta da tutti i membri della comunitą.
Oggi esiste la legge di tutela delle minoranze linguistiche storiche
esistenti sul territorio italiano, ebbene questa legge deve essere
migliorata al fine di rendere obbligatorio linsegnamento della
lingua della letteratura e della cultura arbёreshe nella scuola
dellobbligo: č un dovere dello stato italiano insegnare a scrivere
ai bambini la lingua dei propri genitori. Un esempio: nel 1867 dei
300.000 cittadini della popolazione maori della Nuova
Zelanda solo un quarto usava la propria lingua indigena, tutti gli
altri parlavano inglese. Con listituzione massiccia di scuole che
insegnavano il loro idioma, prima di tutto i nidi di lingua, per i
pił piccini, e poi la scuola elementare e media di primo grado, alla
fine del secolo raggiunsero un obiettivo soddisfacente: la gran
parte dei maori era alfabetizzata nella propria lingua e
cultura. Oggi nella Nuova Zelanda il maori č lunica lingua indigena
che continua ad essere parlata.
Altro punto importante č il
coinvolgimento dei parlanti arbёrisht nel processo di
rivitalizzazione della propria cultura. Va operata una forma di
sensibilizzazione delle famiglie e dellintera comunitą con un
impegno spontaneo e convinto a favore della lingua materna che oggi
č minacciata. Questo coinvolgimento deve avere come obiettivo la
convinzione che luso dellarbёrisht non danneggia i parlanti in
nessun modo, anzi li privilegia, perché li fa crescere e sviluppare
armonicamente con la cultura di base e li facilita
nellapprendimento di altri codici linguistici (inglese, francese,
tedesco
).
Un ruolo altrettanto importante
nella difesa delle lingue deboli lo svolgono i linguisti o
pił genericamente gli studiosi. Essi hanno il compito
di studiare scientificamente le parlate, in questo caso, quelle
arbёreshe, farne la descrizione e arrivare a formulare strumenti
didattici utili per tutti i parlanti. Molto č stato fatto negli
ultimi anni. Cito solo alcuni testi: La parlata albanese di Greci,
fatta da M. Camaj (Firenze 1971), Arbёrishtja pёr tё gjithё
di Giuseppe Schirņ Di Modica (Piana Degli Albanesi 2005),
Gramatikё arbёreshe di Emanuele Giordano (2005), e il manuale in
due volumi destinato alle scuole Alfabetizzazione arbёreshe
(Ed. Il Capitello, Torino 2000), compilato da una equipe di studiosi
(C. Stamile, A. Giodano, V. Bruno, I. C. Fortino, E. Tocci, E.
Giordano) e promosso dallAssociazione Insegnanti Albanesi dItalia.
Un fenomeno interessante si č
verificato negli ultimi anni: la lingua arbёreshe, che č stata
considerata solo lingua delle comunicazioni familiari e popolari,
viene utilizzata, da alcuni pionieri, anche nelle conferenze e nei
convegni, ossia nelle comunicazioni pił impegnative e di prestigio
che si tengono nei paesi arbёreshё. Ciņ concorre a dare prestigio
alla lingua arbёreshe e la mette alla prova per esprimere concetti
astratti e impegnativi.
In conclusione ritengo che se
vengono presi provvedimenti nella linea che ho indicato, la lingua e
la cultura arbёreshe hanno buone prospettive di resistenza al
pericolo della scomparsa e possibilitą di reale sviluppo, in quanto
rappresentano una vera ricchezza dellintero stato italiano in cui
sono inserite.
Era e ndryshimeve tenton tė
pėrlajė identitetet lokale
Prof. Italo Costante Fortino,
studiues arbėresh me famė ndėrkombėtare ka njė jetė qė punon pėr njė
kulturė tė shkėputur prej pesė shekujsh nga Shqipėria.
Nė njė intervistė pėr "Shekullin": "Njeriu, mirėqenia e tij e
brendshme, kultura e tij duhet tė jenė nė qendėr tė vėmendjes tė
pėrvojės njerėzore dhe jo biznesi dhe tregtia, megjithėse e dimė se
edhe tregtia duhet, siē duhet edhe anglishtja."
"Italo Kostante Fortinos, arbėresh, studiues i gjuhės dhe letėrsisė
shqipe, shqiptar me famė ndėrkombėtare pėr veprėn e tij tė gjerė dhe
tė larmishme nė tė mirė tė Shqiptarisė. Nė veēanti pėr vlerėsimin e
veprės sė shkrimtarit spexanjot Xhusepe Anxhelo Noēiti dhe tė
eseistit dhe historianit Xhovani Laviola."
Me kėto fjalė Kozenca i ka shprehur mirėnjohjen Italo Kostante
Fortinos, profesorit ordinar tė gjuhės dhe letėrsisė shqipe nė
Universitetin "L'Orientale" tė Napolit. Nė ndėrrimin e vitit 2010,
atij iu dha ēmimi "Cittą di Spezzano Albanese" nga Bashkim Kulturor
Arbėresh dhe Bashkia e Spexano Albanese-s.
Prof. Fortino, ē'do tė thotė pėr ju ky ēmim qė ju ėshtė dhėnė sė
fundmi?
E konsideroj i njė nder qė mė bėhet. Vlerėsoj se tė ndihmosh nė
nxjerrjen nė pah tė kulturės arbėreshe do tė thotė tė ngresh
problemin e mbrojtjes sė "vėrtetė" tė njė kulture, tė pasur e tė
ēmueshme, siē ėshtė jona, arbėreshe, qė prej mė se pesė shekujsh
mbetet ende e gjallė e pjellore.
Ky ēmim ka meritėn se shquan personalitete qė me pėrkushtim punojnė
nė tė mirė tė komunitetit, me qėllim qė tė krijojnė njė lėvizje
mendimesh me synim forcimin e ndjenjės sė identitetit kulturor dhe
kompaktėsinė e tij.
Mbrojtja "e vėrtetė" bazohet nė tė dhėna objektive qė parashikojnė
nga njėra anė njohjen reale tė gjendjes sė kulturės, mė anė tjetėr
pėrdorimin e mjeteve tė duhura dhe efikase: qė tė dyja
bashkėveprojnė pėr tė forcuar dhe zhvilluar njė kulturė, e cila
pėrballė botės sė globalizuar mund tė rrezikojė tė zhduket.
Tė dhėnat objektive duhet tė ndiqen mė pas nga marrja e masave tė
pėrshtatshme, nė tė mirė tė njė kulture minoritare nė fazė dobėsimi,
duke pasur parasysh edhe atė qė ka ndodhur e vėrehet ēdo ditė me
kulturat e tjera qė gjenden nė tė njėjtat kushte me atė arbėreshe.
Nė njė vėshtrim mė tė thelluar, kjo mbrojtje ėshtė ngushtėsisht e
lidhur me ekzistencėn e kulturės arbėreshe, vlerėn e ēmuar qė ka ajo
sot, e jo vetėm atė historike, tė sė shkuarės, por ende tė vlefshme
edhe nė kėtė botė tė globalizuar qė kėrkon tė fshijė mospėrfillshėm
atė qė konsiderohet jo prodhuese e jo e kėnaqshme nga pikėpamja
komerciale.
Marrin jetė, me fjalė tė tjera, vlerat nė vetvete dhe jo vetėm ato
funksionale. Njeriu, mirėqenia e tij e brendshme, kultura e tij
duhet tė jenė nė qendėr tė vėmendjes tė pėrvojės njerėzore dhe jo
biznesi dhe tregtia, megjithėse e dimė se edhe tregtia duhet, siē
duhet edhe anglishtja.
Ēfarė objektivash keni arritur gjatė kėrkimeve tuaja?
Sė pari kam botuar e bėrė tė njohur disa vepra tė rralla apo tė
pabotuara tė letėrsisė arbėreshe. Pas fazės romantike tė rizgjimit
kulturor tė kulturės arbėreshe, u bė e ngutshme qė tė njiheshin
veprat letrare pėr tė shijuar estetikisht, dhe nėpėrmjet leximit tė
thelluar tė mund tė mbėrrihej nė njė gjykim kritik sa mė objektiv.
Qė nė 1984 pėrgatita dhe nxora nga shtypi botimin kritik tė veprės
Gjella e Shėn Mėrisė sė Virgjėr tė Jul Varibobės. Ky botim hedh baza
tė sigurta pėr njė lexim tė veprės nė formėn origjinale mė tė
mundshme, nėpėrmjet botimit kritik. Kjo i ka lejuar lexuesit tė
thjeshtė dhe atij tė specializuar tė lexojė me tė gjitha garancitė
shkencore njė vepėr mjaft lirike dhe me njė kolorit krejt tė veēantė.
Sot jam edhe mė i kėnaqur se vepra ėshtė ribotuar edhe nė Shqipėri,
pėr lexuesit pėrtej Adriatikut, me tė njėjtėn saktėsi shkencore dhe
me njė veshje tė bukur tipografike (Jul Variboba, Gjella e Shёn
Mėris Virgjёr, Pёrgatitur nga Italo Costante Fortino, me kujdesin e
Akademikut Jorgo Bulo, Visare tё Letёrsisё Shqiptare, Botimet Toena,
Tiranё 2010).
Veprat e pabotuara tė letėrsisė shqipe kanė qenė nxitje pėr kėrkimet
e mia dhe mė kanė ndihmuar tė zbuloj njė shkrimtar arbėresh tė
papėrmendur nė historinė e letėrsisė shqipe: Xhuzepe Anxhelo Noēiti
(Giuseppe Angelo Nociti 1832-1899), nga Spixana (Spezzano Albanese),
nga i cili kam botuar deri tani himnet e tij (Rёmenxa t'arbresha /
Rime albanesi, Brenner, Cosenza 1992) dhe poemthin kushtuar figurės
sė Skėnderbeut (Ndihmja e Krojёs, nė "Giorgio Castriota Scanderbeg
nella storia e nella letteratura", Atti del Convegno Internazionale,
Napoli, 2007, ff. 153-194). Bėhet fjalė pėr njė poet dhe studiues
shumė interesant, si pėr venėn e tij poetike, pėr procesin e
ngritjes sė gjuhės popullore nė gjuhė tė letėrsisė, ashtu edhe pėr
studimet gjuhėsore qė lidhen kryesisht me leksikografinė shqipe.
Lidhur me kėtė tė fundit, kam vėnė nė dukje disa aspekte tė
kontributit tė tij pėr leksikografinė nė njė Konferencė Shkencore
Ndėrkombėtare kushtuar Kostandin Kristoforidhit (Elbasan 2002) nė
njė kumtesė mė titull Leksiku i K. Kristoforidhit nё Fjalorin
dorёshkrim tё Xhuzepe Anxhelo Noēiti. Kam gjithashtu kėnaqėsinė tė
bėj tė ditur qė sė shpejti dorėzoj pėr shtyp veprėn e Xh.A. Noēitit
Vocabolario Albanese (Fjalor Shqip) qė pėrmban 10.000 lema. Njė
personalitet me interesa dhe studime, si ai i Noēitit, nuk mund tė
mbetej i panjohur pėr botėn kulturore dhe letrare shqiptare.
Gjithė nė hullinė e botimit tė dokumenteve tė pabotuara tė letėrsisė
shqipe pėrparojnė edhe punė qė kanė tė bėjnė me veprėn e njė autori
tė madh arbėresh tė shekullit XIX: Frangjisk Anton Santori
(Francesco Antonio Santori).
Publikimi i disa novelave nė vargje (romanzetti) mė kanė dhėnė
shtysėn pėr tė vėnė nė dukje risinė e krijimit tė tij letrar:
interesin e treguar pėr ēėshtjet me karakter shoqėror dhe fillesat e
letėrsisė sė angazhuar. Kėshtu botimi pėr herė tė parė i Kalimereve
(Brenner, Cosenza, 2004) dėshmon pėr rolin qė komponenti fetar ka
pasur nė spiritualitetin bizantin tė komuniteteve arbėreshe dhe nė
forcimin e identitetit kulturor.
Edhe nga kėto pak shėnime mund tė kuptohet si kultura arbėreshe, nga
periudha e pas Luftės sė Dytė Botėrore e deri mė sot, vjen duke u
forcuar nė kėrkimet shkencore, qė mė pas pėrhapen e shtrihen mė tej
duke pėrfshirė tė gjithė komunitetin.
Cila ėshtė gjendja e gjuhės, e
letėrsisė dhe e kulturės arbėreshe sot?
Nėse e krahasojmė gjendjen aktuale tė gjuhės sė folur nė komunitetet
arbėreshe tė Italisė Jugore, me tė kaluarėn, verifikohet njė rėnie
statistikore e arbėrishtfolėsve, sidomos tek brezat e rinj.
Pėrcjellja e gjuhės sė folur nė
gjirin e familjes dhe mė gjerė nė katund ėshtė dobėsuar nė favor tė
gjuhės italiane. Shpresohet pėr njė rimarrje kur mėsimi i
arbėrishtes nė shkolla tė jetė mė energjik dhe i mirėorganizuar, nė
mėnyrė qė t'i paraprijė rėnies sė pėrēuarjes sė gjuhės, peshė tė
cilėn mė parė e mbante familja dhe komuniteti nė njė vėshtrim mė tė
gjerė.
Ndėrsa, krijimi letrar, qė pas Luftės e deri mė sot po jeton njė
stinė lulėzimi, me njė numėr autorėsh qė sa vjen e pasurohet. Krahas
poetėve tė njohur si Vorea Ujko, Dushko Vetmo, Zef Skiro di Maxho,
po afirmohet edhe njė plejadė zėrash tė rinj qė shkruajnė si nė
poezi edhe nė prozė. Ėshtė kuptimplotė fakti qė ekziston edhe njė
revistė Jeta Arbėreshe ku prej dhjetė vitesh botohet tėrėsisht nė
shqip, ku shkruajnė si arbėreshė, nė tė folmet e tyre pėrkatėse
ashtu edhe shqiptarė, nė kodin standard, por mbi argumente qė lidhen
me arbėreshėt.
Kujtoj kėtu se nė dhjetėvjeēarėt e fundit rrethi i atyre qė dinė tė
shkruajnė nė tė folmet e vet amtare, ėshtė zgjeruar. Kjo falė
zgjimit nė pėrgjithėsi tė interesit pėr kulturat minoritare qė
gjallojnė nė territorin italian, dhe qė konsiderohen gjithnjė e mė
shumė njė pasuri e vėrtetė kombėtare, ashtu edhe falė Ligjit 482,
aprovuar nga Parlamenti italian mė 1999 qė mbron kėto pakica.
Gjithsesi, me gjithė kėtė zgjim tė interesit, shėndeti i kulturės
arbėreshe nuk ėshtė i mirė: presioni qė ushtron kultura sunduese,
ajo italiane, po e thith kulturėn minoritare arbėreshe. Era e
ndryshimeve dhe e kontakteve gjithnjė e mė tė shpejta ndėrmjet
elementit italian dhe atij arbėresh fryn me furi dhe tenton tė
pėrlajė identitetet lokale.
Na duket se gjendemi pėrballė dy fenomenesh tė kundėrta: i pari
ėshtė njė tendencė, privilegj i njė elite intelektualėsh, tė
pasionuarish qė i kushtohen me angazhim e pėrkushtim evidentimit tė
kulturės amtare tė fshatrave tė ndryshme arbėreshe; i dyti
pėrfaqėsohet nga pėrparimi i madh i kulturės italiane qė shkėrmoq e
gllabėron atė arbėreshe, qė nuk zotėron mjetet e duhura pėr njė
zhvillim institucional, organik e sistematik.
Mpakja, zbehja e pėrcjelljes tradicionale tė kulturės arbėreshe, qė
nė tė kaluarėn bėhej nėpėrmjet, familjes, sheshit tė katundit o vetė
komunitetit, nėse nuk parashikohet tė zėvendėsohet nga arsimimi nė
rrugė institucionale dhe i detyrueshėm, me tė njėjtat prerogativa si
kultura sunduese italiane, rrezikon njė dobėsim tė vazhdueshėm deri
nė zhdukje.
A shihni perspektiva pėr gjuhėn dhe kulturėn arbėreshe?
Vėshtirėsitė qė po kalon gjuha dhe
kultura arbėreshe pėrballė veprimit pėrthisės qė ushtron gjuha dhe
kultura italiane nisur nga njė pozitė sunduese, janė tė kuptueshme.
Megjithatė, jam i bindur se mund tė bėhet shumė me perspektiva
pozitive qė mund tė garantojnė vazhdimėsinė e tyre.
Rolin kryesor nė kėtė betejė duhet ta luajė shkolla, nė mėnyrė qė
kultura arbėreshe nga njė kulturė analfabete tė shndėrrohet nė njė
kulturė tė shkruar nga tė gjithė anėtarėt e njė komuniteti.
Sot ka njė ligj pėr mbrojtjen e
pakicave gjuhėsore historike qė jetojnė nė territorin italian, por
ky ligj duhet pėrmirėsuar me qėllim qė ta bėjė tė detyrueshėm
mėsimin e gjuhės, letėrsisė dhe kulturės arbėreshe nė kuadėr tė
arsimit tė detyruar shkollor: kjo detyrė i takon shtetit italian tė
sigurojė qė nxėnėsve t'u mėsohet tė shkruhet gjuha e prindėrve tė
tyre. Po sjell njė shembull: nė 1867 nga 300.000 shtetas tė
popullsisė maore, nė Zelandėn e RE, vetėm ¼ pėrdorte tė folmen e vet
amtare, tė gjithė tė tjerėt pėrdornin anglishten.
Me hapjen masive tė shkollave ku mėsohej e folmja e tyre, qė nga "ēerdhet
e gjuhės" pėr mė tė vegjlit, e mė pas me shkollėn 9 vjeēare tė
ciklit tė ulėt e tė lartė, nė fund tė shekullit u arrit njė objektiv
i kėnaqshėm: pjesa mė e madhe e popullsisė maore ishte e
alfabetizuar nė gjuhėn dhe kulturėn e saj. Sot nė Zelandėn e Re,
gjuha maori ėshtė e vetmja gjuhė indigjene qė vazhdon tė flitet.
Njė pikė tjetėr e rėndėsishme ėshtė pėrfshirja e vetė
arbėrishtfolėsve nė procesin e rigjallėrimit tė kulturės sė vet.
Kėrkohet njė ndėrgjegjėsim i familjeve dhe i tėrė komunitetit, njė
angazhim spontan e bindės nė tė mirė tė gjuhės amtare qė sot ėshtė e
kėrcėnuar.
Kjo pėrfshirje duhet tė synojė si objektiv parėsor tė bindė
komunitetin se tė flasėsh arbėrisht nuk i dėmton asesi folėsit,
pėrkundrazi i privilegjon, sepse i rrit dhe i zhvillon nė mėnyrė
harmonike me kulturėn bazė dhe i lehtėson edhe nė asimilimin e
kodeve tė tjera gjuhėsore (anglisht, frėngjisht, gjermanisht)
Njė rol jo mė pak tė rėndėsishėm nė mbrojtjen e tė folmeve tė
kėrcėnuara e luajnė gjuhėtarėt, ose mė gjerė studiuesit.
Ata kanė pėr detyrė t'i studiojnė shkencėrisht kėto tė folme,
arbėreshet nė rastin tonė, tė bėjnė pėrshkrimin e tyre dhe tė
hartojnė mjetet didaktike tė nevojshme pėr tė gjithė folėsit. Ėshtė
bėrė njė punė e mirė nė kėtė drejtim.
Po citoj disa tekste: La parlata albanese di Greci, hartuar nga M.
Camaj (Firenze 1971), Arbёrishtja pёr tё gjithё me autor Giuseppe
Schirņ Di Modica (Piana Degli Albanesi 2005), Gramatikё arbёreshe me
autor Emanuele Giordanon (2005), dhe njė manual shkollor nė dy
vėllime Alfabetizzazione arbёreshe (Ed. Il Capitello, Torino 2000),
hartuar nga njė grup studiuesish (C. Stamile, A. Giordano, V. Bruno,
I. C. Fortino, E. Tocci, E. Giordano) me nxitjen e Shoqatės sė
Mėsuesve Shqiptarėve tė Italisė.
Njė fenomen interesant po vihet re kėta vitet e fundit.
Arbėrishtja, qė deri dje konsiderohej si gjuhė e komunikimit
familjar dhe popullor, sot pėrdoret, nga disa pionierė tė kėsaj
nismeje, edhe nė konferenca e tubime tė ndryshme shkencore, apo nė
mbledhje mė me pėrgjegjėsi e tė rėndėsishme qė mbahen nė katundet
arbėreshe. Kjo ndihmon t'i japė prestigj arbėrishtes dhe e vė nė
provė qė tė shprehė koncepte abstrakte dhe tė rėndėsishme.
Nė pėrfundim mund tė them se nėse merren masa nė drejtimet qė
tregova mė lart, gjuha dhe kultura arbėreshe kanė perspektiva tė
mira qė t'i rezistojnė rrezikut tė zhdukjes dhe mundėsi reale
zhvillimi, sepse konsiderohen edhe njė pasuri e vetė shtetit italian,
pjesė pėrbėrėse e tė cilit janė.
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pubblicato il 31
gennaio 2011
Gli Armeni: una presenza etno - religiosa
tra Oriente ed Occidente
Un popolo profondamente cristiano
di Pierfranco Bruni
La cultura armena č una di quelle presenze etniche che andrebbe
studiata con pił attenzione e con un particolare riguardo
soprattutto ai processi antropologici e religiosi che hanno una
profonda matrice cristiana. Non puņ essere pił non considerata
una cultura a sé rispetto a quelle che vengono normalmente
tutelate da una legge che salvaguarda e valorizza le lingue
minoritarie (ma con le lingue chiaramente entrano in gioco anche
gli aspetti etno antropologici e letterari.
Mi riferisco certamente ad una cultura che ha antiche radici e
ad una minoranza che va considerata storica. Ha un patrimonio
artistico e letterario abbastanza consistente e considerevole
anche dal punto di vista di una letteratura che ha saputo
esprimere una forte tensione sia politica che esistenziale.
Il pił delle volte la presenza armena in Italia e in Europa la
si fa risalire intorno ai primi decenni del Novecento in
riferimento al massacro e al genocidio degli armeni riferito al
1915 (cč da precisare che il termine genocidio risale al 1943
e il termine fu creato da Raffaele Lemkel e si riferiva, allora,
esclusivamente allo sterminio degli armeni durante la prima
guerra mondiale) ma in Italia la loro presenta la si puņ
registrare anche in quel patrimonio storico artistico che č
diventato un dato tangibile di una testimonianza che parla
attraverso una griglia simbolica.
Uscendo dalla storia e dalla tragedia della storia del genocidio
(fatto e dato che comunque resta sempre profondo e determinante
nellanima di un popolo) la dimensione cristiana del popolo
armeno č dentro una manifestazione espressa dalle strutture che
rappresentano il cammino o la diaspora di un popolo che si č
trovato a vivere tutti i passaggi della temperie ottomana,
musulmana e turca.
Gli armeni, una piccola geografia tra i paesi russi e turchi, ha
sempre cercato di integrarsi allinterno di un mondo
profondamente euro occidentale. Un dialogo mai interrotto tra
la lingua e letnia e ciņ lo si evince proprio dai codici
letterari che costituiscono una delle chiavi di lettura pił
importanti per tentare di capire la spiritualitą e la tensione
umana dei passaggi epocali vissuti dal popolo armeno.
In Pietre sul cuore Diario di Varvar, una bambina scampata al
genocidio degli armeni, a cura di Alice Tachadjian (Sperling),
si puņ leggere:
quando ancora ero una fanciulla/e ho
cominciato a parlarti,/mia lingua armena,/a partire da quel
giorno/come un gioiello ti ho stretto al cuore.
La lingua come fenomeno condizionante in un processo in cui
lelemento etnico č dentro una identitą cristiana e la lingua č
la rappresentazione di una ereditą che non puņ perdersi, che non
puņ andare persa, che vive dentro i luoghi del pensare di una
civiltą.
In fondo č una questione che tocca tutte le minoranze. I due
riferimenti certi per non disperdere il vero valore de un popolo
č nella tradizione e la tradizione si esplica sia grazie alla
religione sia grazie alla lingua. Ancora nel testo citato si
legge:
in esilio, la religione e la lingua sono la garanzia
della sopravvivenza di un popolo. Dove vengono meno questi due
porti viene meno la matrice ereditaria anche se alcune volte č
necessario condividere una osservazione che recita: Cerca di
dimenticare, perché, se ricorderai, non potrai pił campare.
La nostalgia č la pił grave delle malattie, per noi immigrati.
La nostalgia č un concetto chiave nella visione antropologica
delle minoranze. Perché queste minoranze non vivranno pił
realmente la geografia del ritorno. E il ritorno stesso diventa
una assonanza mitica nellesistere dei popoli minoritarie che
hanno abbandonato il proprio Paese di origine. Il popolo armeno
č stato attraversato da passaggi tragici. Non vanno dimenticati.
Restano in una memoria le cui radici hanno una profonditą
fortemente cristiana.
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pubblicato il
13 dicembre 2010
Risorgimento, Etnie e
contributo delle minoranze
linguistiche
nel Regno
di Napoli
di Pierfranco Bruni
In
un tempo di processi storici e di riletture intorno allUnitą
dItalia e le sue celebrazioni insiste un legame che ha una sua
valenza particolare e tocca aspetti relativi alla lingua e alla
funzione identitaria di un popolo, ma non si puņ prescindere da
quelle valenze etniche che hanno formato le culture e la civiltą
nazionale di un popolo. La civiltą del popolo italiano nasce intorno
ad un intreccio di percorsi etnici e di fattori strettamente
antropologici.
Il concetto di Tradizione resta
centrale in quel passaggio nevralgico tra la cultura post
rinascimentale e pre risorgimentale. Le pressioni proveniente
dallIlluminismo sono tutte dentro i primi anni del 1800, ovvero nel
legame tra cultura delle Insorgenze e Risorgimento post unitario. Le
lingue, le koinč, le etnie e il concetto stretto di etnos sono
elementi formativi nella cultura nazionale. Dentro questa cultura
storia e letteratura si intrecciano. Risorgimento, Unitą dItalia e
Minoranze linguistiche. Un percorso che ha una sua precisa valenza
sia sul piano istituzionale che su quello direttamente culturale. Ed
č proprio su questa tematica che le riflessioni hanno una loro
particolare incidenza nella dialettica storica.
Mi pare incontrovertibile
ridiscutere sul ruolo sia di Garibaldi tra le comunitą Italo
Albanesi sia di Francesco Crispi, statista di origini Arbereshe
della Sicilia. Sono due punti di riferimento. Come resta un punto di
riferimento la discussione intorno alla problematica inerente il
brigantaggio, le insorgenze e il ruolo di Francesco II e Maria Sofia
allinterno del Regno delle Due Sicilie e alla difesa ultima di
Gaeta.
La domanda che spesso ci siamo
posti e non smettiamo di sottolineare č ancora quella che riguarda
il contributo delle minoranze linguistiche dato alla costruzione
dellUnitą dItalia.
Un fatto č certo. Soprattutto gli
Italo Albanesi hanno visto nel Risorgimento una continuitą
spirituale e politica del concetto di identitą e di appartenenza. Ma
il Risorgimento in sé non significa immediatamente Unitą dItalia.
Ed č proprio su questo argomentare
che stiamo sviluppando una serie di incontri e di confronti. Ecco
perché la mostra Il contributo delle minoranze linguistiche
nell'Unitą d'Italia", č un progetto del Ministero per i Beni e le
Attivitą Culturali sul quale siamo lavorando alla luce di una
rilettura di un processo sia storico che letterario, costituisce uno
stimolo per aprire una vasta dialettica su due elementi centrali:
Risorgimento e identitą nazionale.
Il contributo delle minoranze
linguistiche nell'Unitą d'Italia" č, comunque, anche il tema di una
Mostra pannellare con un percorso bibliografico ragionato, nella
ricorrenza dei 150 anni dell'Unitą d'Italia, in corso di svolgimento
nella Sala di Carosino (Ta) del Centro Studi e Ricerche Francesco
Grisi, organizzata dall'IRAL e dal Ministero per i Beni e le
Attivitą Culturali - Direzione Generale per le Biblioteche, gli
Istituti Culturali e il Diritto d'Autore, (direttore Maurizio
Fallace) in collaborazione con l'Assessorato alla Cultura del Comune
di San Marzano di San Giuseppe (Comunitą di lingua Arbereshe).
Infatti, la mostra si sposterą nel mese di gennaio 2011 nei saloni
del Palazzo della Cultura di San Marzano.
La mostra prende in considerazione
personalitą storiche e letterarie del mondo Italo - Albanese che
hanno contribuito all'identitą nazionale. Si tratta di un
argomentare importante in quanto sono proprio personalitą che vivono
la cultura del bilinguismo ad aver rafforzato l'idea nazionale
italiana.
La mostra č divisa in pannelli con
immagini e particolari storici con elementi didattici e una
rappresentazione significativa di testi storici, con bibliografia,
che documentano il rapporto tra minoranze Arbereshe e Unitą
d'Italia. Una Mostra tra immagini, commento e libri storici e
letterari.
Nella Mostra sono stati
puntualizzati aspetti su personaggi come Francesco Crispi (di
origine Arbereshe della Sicilia, nato il 1818 e morto il 1901),
statista di grande fama e per due volte Presidente del Consiglio dei
Ministri, Guglielmo Tocci (1827 - 1916), Pasquale Scura (Calabrese
di Vaccarizzo Albanese, nato il 1791 e morto il 1868 a Napoli, fu
Ministro di Grazia e Giustizia con Garibaldi) sino a due
costituzionalisti contemporanei quali Costantino Mortati (1892 -
1985, uno dei padri della attuale Costituzione) e Gennaro Cassiani
(1903 - 1978), pił volte Ministro della Repubblica Italiana.
Ma l'attenzione č rivolta anche
alla presenza di Giuseppe Garibaldi tra gli Italo - Albanesi, i
quali parteciparono numerosi alle imprese garibaldine. L'obiettivo č
anche quello di rileggere il quadro storico pre Unitą d'Italia e il
coinvolgimento nel progetto risorgimentale delle comunitą di lingua
e di etnia arbereshe. Queste comunitą, pur portandosi dietro una
appartenenza culturale e valoriale importante, sono riuscite a
svolgere un compito di estrema importanza e di collante con i Paesi
Italo - Albanesi, tanto che Garibaldi trovņ ospitalitą in queste
comunitą all'insegna del tricolore.
Il Ministero per i Beni e le
Attivitą Culturali svolge un ruolo pregnante in questa occasione
perché non č soltanto la storia una chiave di lettura, ma la storia
della diaspora di queste comunitą diventa storia unitaria sotto
un'unica bandiera puntando alla difesa della lingua e al confronto
tra culture. Lo Mostra offre dei frammenti in un percorso che si
apre a ventaglio sulla problematica unitaria all'insegna anche delle
celebrazione del 150 anniversario dell'Unitą d'Italia.
Nel corso della serata si č
svolta, tra l'altro, una relazione scientifica sul tema: "Da
Pasquale Scura a Francesco Crispi. Due statisti Italo - Albanesi
nella storia dell'Unitą d'Italia". Un particolare suggestivo e
stimolante per una prospettiva dialettica sia sul piano storico, sia
su quello giuridico che culturale in senso pił generale. La storia,
allinterno della nostra ricerca, viaggia insieme ai processi
antropologici. Cč un valore etnico che interessa sia la lingua che
le ereditą che toccano direttamente il Regno di Napoli e
successivamente il Regno delle Due Sicilie.
Una Mostra e un incontro, su un
itinerario istituzionale, all'insegna della consapevolezza e della
comprensione delle minoranze linguistiche in un raccordo con la
temperie del Risorgimento. Napoli ha rappresentato sempre una
geografia complessa allinterno dei rapporti tra identitą nazionale
e monarchia.
Napoli, dunque, come Regno di
Napoli ma anche come Regno delle Due Sicilie. Allinterno di questa
geografia gli Italo Albanesi hanno giocato un ruolo significativo
che tuttora ha una sua valenza istituzionale se si pensa agli
assetti territoriali sia letterari che linguistici. Le minoranze
linguistiche hanno dato un contributo proprio nella capacitą di un
dialogo tra ereditą e appartenenza. Scrittori come Girolamo De Rada
č riuscito a far dialogare la storia del Regno di Napoli con
lAlbania.
UnAlbania e un Regno di Napoli che
hanno sempre raccordato valenze non solo culturali ma anche
economiche. Questa storia č nella continuitą di un dialogo costante
tra la civiltą del Sud e il Mediterraneo. Se lUnitą dItalia č
stata realizzata con il contributo delle minoranze linguistiche non
possiamo neppure dimenticare che lazione popolare di un
Risorgimento incompiuto che passa attraverso le Insorgenze e
Francesco II e Maria Sofia annobvera personalitą proveniente anche
da quelle culture minoritarie. Ciņ che Giordano Bruno Guerri chiama
guerra civile del Risorgimento vive dentro quei processi etnici
che sono incontro e scontro di processi storici.
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pubblicato il 7 Settembre 2010
ieri era la tipica famiglia arbėreshė, oggi sono le
imprese plurifamiliari
moter u nėnghė thė garova nč thė garņgnhė
di Atanasio Pizzi
La famiglia arbėreshė del 1476 si caratterizza per le modalitą
qui di seguito elencate:
per ampiezza, considerevolmente maggiore;
per struttura, ottenuta dalla fusione di pił nuclei
coniugali in un unico complesso, detto esteso;
per natura, quale comunitą di vita oltreché di lavoro, unitą
produttiva e affettiva.
Caratteristiche che nel corso di cinque secoli sono man mano
sbiadite.
La famiglia arbėreshė che basava la sua economia nella pastorizia e
le risorse agricole, da numeroso gruppo familiare, essendo nel tempo
cambiato il modello di vita e le risorse non sono pił quelle di
allora, oggi ha assunto la tipica formula di famiglia urbana.
L'ampiezza della famiglia pastorale e agricola arbėreshė, appare
storicamente determinata da un complesso di fattori, fondamentale
era, infatti, l'influenza della struttura familiare, estesa e quindi
della condizione sociale: le forme familiari essendo particolarmente
legate alla conduzione di terre, in affitto o anche in piccola
proprietą.
Indiscutibilmente, le famiglie arbėreshė a formula plurifamiliare
presenta notevoli vantaggi sotto il profilo della razionalitą.
Non pił tre stalle, non pił tre vigneti, non pił tre dispersi
appezzamenti per la coltura di pieno campo: e soprattutto non pił
tre coltivatori costretti ad un assurdo enciclopedismo.
Il primo di essi potrą quindi specializzarsi nellallevamento, il
secondo nelle colture arboree, il terzo nelle altre vegetali.
Senza contare che le ingrandite dimensioni economiche della famiglia
arbėreshė solleciteranno pił facilmente l'introduzione di una
metodica contabilitą, nonché una pił intensa presenza negli
organismi di mercato.
Di qui una occasione per interessare ad assumere responsabilitą,
nella presenza dei mercati e degli scambi.
In pratica molte difficoltą devono essere scontate, ripartire i
compiti e le responsabilitą tra gli uomini e donne non č impresa da
poco, ma tutti sapendo e riconoscendo lindubbio bene che si fa nei
confronti di tutto il gruppo, assolvono con religiosa dedizione il
proprio compito.
Un compito puņ essere pił qualificato di un altro, onde la
eventualitą di stabilire norme precise che diano ad ogni
componente il giusto peso e alla specializzazione di ogni
competenza.
Non si tratta solo di regolare l'amor proprio; si tratta di ottenere
il benessere del gruppo familiare: operazione che nel credo e nella
forma mentis degli arbėreshė ha fatto la loro forza.
Essi furono i veri protagonisti della realizzazione di quel antico
progetto pensato e messo in atto dal Principe Luca Sanseverino di
Bisignano, ovvero rendere fertile e produttivo il territorio della
Calabria Citra, ma solo un popolo caparbio e solidale come quello
arbėreshė, ligio a quelle antiche regole non scritte, poteva fare si
che divenisse realtą.
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pubblicato il 7
Settembre 2010
PALAZZO BUGLIARI A S. SOFIA
D'EPIRO
e trapėsa
di Atanasio Pizzi
Spazio ideale per i giochi estivi, conca naturale riconosciuta dai
sofioti come Trapėsa, qui affacciava con tutto il suo
splendore architettonico Palazzo Bugliari.
Costruito intorno al 1835 utilizzando manovalanze Bisignanesi la quale utilizzava le
migliori metodologie di costruzione in quellepoca.
Incastonato nel naturale declivio aveva nei fronti esposti a sud e
ad ovest il giardino posto alla stessa quota del piano nobile.
Il giardino rendeva unico il palazzo, essenze arboree, i vialetti
attraverso percorsi floreali e la fontana circolare con i cigni,
era il luogo tra i pił suggestivi del paese.
Ledificio a pianta pressoché quadrata conteneva nel prospetto
principale, esposto a est, tutti gli elementi architettonici tipici
dei palazzi nobiliari di inizio ottocento.
A piano terra erano collocati landrone, da cui attraverso una scala
in pietra si accedeva al piano nobile, i depositi per le derrate
alimentari e le cantine.
Nel primo piano la distribuzione interna conteneva lo studio, le
stanze da letto, il grande soggiorno con il camino e la cucina.
Gli arredi e la imponente libreria conservavano ancora indelebili i
segni di vita vissuta di una delle famiglie pił nobili di Santa
Sofia.
Ledificio del personale di servizio, annesso al palazzo, si
sviluppava in due livelli: a piano terra il ricovero per i cavalli e
al primo piano il personale.
Il supportico realizzato nella connessione tra i due manufatti
collegava la piazza con via Epiro, oltre a consentire il passaggio
allaccesso di servizio posto nella parte posteriore, qui era
collocato anche il locale di accumulo del carbone.
Il palazzo per pił di centocinquanta anni č stato testimone delle
vicende del nostro paese, imperturbabile e attento osservatore, ha
visto le trasformazioni edilizie ed orografiche al suo intorno e su
largo trapėsa.
Ha visto
trasformarsi il corpo adibito al personale di servizio a sede
dellAmministrazione Comunale.
Le vecchie stalle
diventare i laboratori della nascente Scuola Media, dedicata
allillustre compaesano Pasquale Baffi.
Palazzo Bugliari č
stato il modello architettonico a cui hanno tratto ispirazione nolte
famiglie del centro albanofono, che agli inizio dellottocento
elevando il loro potere economico realizzavano pił dignitose
residenze.
Quando ledificio
fu donato alla comunitą sofiota, si auspicava che avesse avuto una
degna destinuazione duso e continuare ad essere punto di
riferimento per la cultura e la formazione arėreshė.
Da prima
abbandonato, poi sede di edilizia popolare, in seguito interventi di
restauro e recupero funzionale lo hanno modificato strutturalmente
ed architettonicamente.
Davanti allingresso il piccolo e utile manufatto realizzato in
calce e pietra: sieti, č stato barattato con un anonimo e
singolare marciapiede (!).
Realizzando
ladeguamento funzionale della sede Comunale sono stati copiati
verosimilmente tutti i suoi elementi architettonici della facciata
su largo Trapėsa.
Gli accessi, le
vie di esodo, i portali, le finestre, i cornicioni e naturalmente
gli infissi hanno assunto gli stessi tratti architettonici
dellantico manufatto, creando un clima di confusione che ha fatto
perdere ogni tipo di riferimento.
In poche parole tutto quello che nella carta del restauro non č
menzionato.
Anche il giardino,
č stato oggetto di un radicale stravolgimento, tale da interrompere
ogni riferimento con lantico e storico palazzo.
Ora finalmente č
sede definitiva del Museo del Territorio e del Costume
Arbėreshė; ma purtroppo ancora oggi non riesce ad emergere
sotto la nuova veste, poichč mancano i fondi e soprattutto le
persone fisiche che sappiano dare alla struttura il giusto dinamismo
e saperlo condurre nei circuiti etnici che contano.
A mio parere manca
la persona che sappia organizzare il museo adeguatamente, con
specifica qualifica museale e sappia mettere in risalto le
eccellenze sartoriali e tessili, prodotte dai sofioti tra
lottocento e il novecento.
Non si puņ
continuare inesorabilmente ad affidarsi allinventiva o a mirate,
singole e remote visite, cosģ il museo non avrą mai un idoneo
rilancio.
Ne il suo
inestimabile patrimonio fatto di abiti, di tessuti, corredi, ecc.,
ecc. che tante famiglie, fidandosi della struttura, hanno
sapientemente donato avra la ribalta che si palesava.
Il museo con i
suoi bauli di storia rappresenta una pietra miliare per letnia
albanofona di Calabria Citra e non solo.
Sėn Sofia non puņ
continuare ad essere fanalino di coda dArberia, le sue eccellenze
non possono essere riassunte in unanonima porta azzurra, nei
taralli, alle prospettive interne della chiesa e stoglitė,
queste ultime pur mancanti dei raffinati e fondamentali elementi
decorativi che le caratterizzano; preferendoli ad inutili e sterili
personalismi.
Noi sofioti
abbiamo una nobile storia, fatta di illustri personaggi grazie ai
quali letnia arbėreshė č conosciute in tutta Europa.
Cosģ facendo si
offendono i figli di Sofia che per le giuste cause hanno dato
in cambio la loro stessa vita.
Sofioti con il
solo bagaglio fatto di specifica preparazione hanno visto aperte le
porte dei pił rinnomati istituti di formazione dItalia o invitati a
presiedere alte cariche istituzionali.
E a questi
personaggi che abbiamo il dovere di ispirarci in quanto modelli
ideali Sofioti.
Illustri
personaggi che attendono ancora di avere licona o lepigrafe giusta
in loro ricordo, abbiamo il dovere di meditare con adeguata
preparazione storica a chi assegnare o dedicare le sedi
istituzionali(!), per non parlare delle curiose
cittadinanze onorarie.
A questi va tutto
il nostro rispetto e stima, ma non sono loro che con le proprie
vicende personali hanno fatto o fanno la storia del paese che vale e
ci onora. |
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pubblicato l' 11 Agosto 2010
GJITONIA, IERI,
OGGI E DOMANI
gjiriu te
triesa
. gjitoni te shėmėra
di Atanasio arch. Pizzi
Lorigine delle
genti dAlbania rimane ancora avvolta in un alone di mistero, gli
stessi storici, a tuttoggi non hanno ancora chiarito
definitivamente la discendenza e lorigine di questo popolo.
Di cui si scriveva: Non che
ponessero in libri alcuna legge, ma ad imitazione di Licurgo
piantavano gli statuti ne' costumi e nella disciplina per
l'eternitą.
La loro vita era regolata dalle
leggi tramandate oralmente, di generazione in generazione per secoli
e di seguito unificate dal principe
Lekė
Dukagjini.
Il Kanun,
riportato in forma scritta dal padre francescano
Shtjefėn
Kostantin Gjeēovsotto nel XX secolo,poi
passate alle stampe nel 1933; diviso in dodici volumi in cui la
cellula su cui si fonda lorganizzazione sociale della comunitą č
rappresentata dalla famiglia.
Essa č concepita
come una piccola repubblica che esercita la sua autonomia
allinterno del proprio cotile dove si affaccia il tugurio.
La famiglia,
composta di due o pił fratelli in coabitazione, negli spazi appena
descritti, con le proprie mogli, figli e genitori: il clan, a
capo del quale non sempre era insediata la persona pił anziana ma il
pił delle volte la pił carismatica, da cui dipendeva ogni cosa che
potesse interessare il clan.
Gli albanesi allinterno del loro
spazio, condividendo le ricchezze agricole, pastorali, gli animali
da soma e domestici, otre ad imprimere nella mente dei pił giovani,
sani principi morali a beneficio del gruppo familiare.
Le prime notizie
sulle migrazioni albanesi in Italia, non riguardano nč profughi nč
esuli ma soldati. A partire dal XV secolo quando il re di Napoli,
Alfonso I dAragona, fece venire drappelli di mercenari dallAlbania
per contrastare le rivolte dei baroni locali e per sconfiggere lo
stesso Renato dAngiņ.
Agli albori del
1400 la Calabria, come la Sicilia, faceva parte del Regno di Napoli;
scenari di rivolte dei feudatari contro il governo angioino; gli
albanesi si interposero per fornire i loro servizi militari ora
alluna ora allaltra fazione in lotta.
Alfonso dAragona
ricorse spesso ai servizi di Demetrio Reres tra gli anni 1416 e
1442; il nobile condottiero albanese, portņ con se tre gruppi di
soldati, comandati oltre che da lui dai suoi due figli.
Lintervento
dellesercito albanese fu determinante ai fini dallequilibrio
politico di allora, tanto che lo stesso Reres fu nominato
governatore della provincia di Reggio e molti suoi uomini, si
stabilirono a nord della Calabria Ultra ed in Sicilia, ricevendo
come ricompensa alcuni territori in donazione.
Nel 1461, fu
Giorgio Castriota Skanderbeg, il riconosciuto eroe nazionale
albanese ad impegnarsi nellorganizzare una spedizione militare per
sostenere Ferrante I dAragona, re di Napoli.
Il Ferrante per
accrescere le proprie difese contro lesercito angioino, chiese ed
ottenne laiuto delle eccellenti truppe del principe albanese
Skanderbeg.
Nella localitą
compresa tra Greci, Orsara di Puglia e Troia, furono teatro del pił
duro scontro fra i due eserciti, la dove, gli Aragonesi vinsero
grazie alla caparbietą dellesercito Albanese facendo sģ che la loro
azione segnasse profondamente gli assetti politico-istituzionali del
regno Aragonese.
Fu comunque la
morte di Scanderbeg, avvenuta a Lezha alla etą di 63 anni, ad opera
dei turchi, questo determinņ un forte esodo dalle loro terre dei
profughi albanesi, poiché fortemente perseguitato dai vincitori; e
il regno di Napoli divenne il rifugio ideale per quegli esuli.
Gli albanesi
che da questo momento vengono individuati come Arbėreshė, accolti a
popolare zone aspre, insicure, insalubri e senza idonee vie di
comunicazione, ma grazie alla loro esperienza agricola e pastorale
seppero migliorare quei territori.
In oltre
insediandosi in quelle terre vi trapiantarono usi e costumi del
loro Paese dorigine, il che per la diversitą con quelli locali, li
portņ a vivere isolati e ad avere solo gli essenziali contatti con
le popolazioni autoctone.
Tra il 1470 e il 1530, gli
arbėreshė per sfuggire alle esose gabelle imposte dai principi e dai
vescovi che avevano i diritti di quelle terre, erano soliti
distruggere o bruciare i loro pagliai scegliendo la vita nomade, per
evitare gli esattori che periodicamente si recavano a riscuotere il
dovuto.
Acquisito il diritto, di edificare
e di ereditą dei loro beni immobili; intorno alla seconda metą del
XVI secolo, si stabilirono definitivamente abbandonando quel modo di
vivere da precari.
Intorno al 1564 i rappresentanti
istituzionali dei vari agglomerati urbani di etnia arbėreshė, furono
ufficialmente informati dal viceré, pena cinque anni di galera, di
realizzare cinte murarie a coronamento degli agglomerati urbani;
solo al loro interno era concesso di circolare a cavallo o portare
con se qualsiasi tipi di arma.
Perņ il terremoto
che di li a poco interessņ la valle del Crati e la carestia
conseguente, fece disattendere tali disposizioni, solo in parte
messe in atto dagli albanofoni.
L'abitazione
era in primo luogo un rifugio, spazio addomesticato e difeso,
sottratto alle intemperie; che in seguito acquisterą la necessaria
qualitą edilizia.
Esse, si
realizzava in base a principi consuetudinari, con tecniche e
materiali naturali, stabilendosi spontaneamente un rapporto di
conformitą tra la fabbrica e l'ambiente.
I primi insediamenti, erano
realizzati nei pressi di anfratti naturali, grotte o realizzando i
cosi detti pagliai, in Arbėreshė caglive, attorno a cui si
recintava uno spazio condiviso da tutta la famiglia.
Carlo Maria Occaso
li descriveva cosģ: gli Albanesi della Calabria del Nord, ovvero
quelli di Calabria Citra, non conoscevano differenze di ceti e tutti
raccolti in tuguri di paglia esercitavano la pastorizia.
La recinzione del cortile (Scesci),
realizzata con tronchi infissi nel terreno a cadenze irregolare,
questi reggevano la recinzione vera e propria realizzata con rami di
robinia, che rendevano di difficile accesso larea.
Il tugurio o il pagliaio assolveva
alla funzione di deposito delle derrate alimentari, di ricovero per
gli animali e da dormitorio per i componenti della famiglia.
Nella zona posteriore del tugurio o
nei pressi del cortile gli arbėreshė realizzavano un area idonea a
recapitare quello che oggi si identifica in una discarica (copėshėti).
I nuclei familiari cosģ organizzati
si posizionavano uno nei pressi dellaltro, a ridosso dei tracciati
viari collinari.
I tracciati
seguivano quella linea ideale mai posta al di sotto di 350m., sul
livello del mare, preservandosi dalle punture delle anofele
particolarmente efficaci nelle zone poste a valle, lungo le pianure
e le coste.
Dalla strada
grande, arteria di comunicazione secondaria, viottoli ad uso
esclusivo dei vari gruppi familiari, collegavano i scesci
dove si svolgeva la loro vita sociale.
Secondo la posizione che le
famiglie occupavano rispetto a questi tracciati, si identificavano
in: la superiore "dregliarti", quella inferiore "dreshjimi",
tale che avessero il controllo totale sulla via di comunicazione.
Quando le disponibilitą economiche
dei gruppi familiari e le capitolazioni nei confronti dei
rappresentanti istituzionali, diedero pił certezze agli arbėreshė,
riconoscendo ad essi gli stessi diritti delle popolazioni autoctone,
il tugurio venne sostituito dal catoio, (Katoki), modulo
edilizio realizzato in muratura, mentre il cortile e larea di
recapito rimasero concettualmente le stesse.
I rapporti di scambio pur se
limitati, hanno sempre creato motivo di socializzazione tra le
popolazioni arbėreshė e quelle autoctone; č in questa fase che gli
albanofoni cominciarono a cambiare i loro modello di vita;
incentrato sullo spazio del cortile (scesci), sul cui
affaccio si apprestavano ad aggregare il modulo edilizio: il
Katoio.
Le difficoltą logistiche,
consentivano agli arbėreshė di realizzare i modelli edilizi,
incidendo il meno possibile sulla orografia del terreno, oltre che
da antichi legami determinanti laggregazione, producendo cosģ
unapparente e irrazionale schema.
Esso č facilmente riconoscibile in
due tipologie urbanistiche, ad andamento lineare o complesso.
Questo rappresenta un momento
importante della comunitą albanofona, infatti, č in questa fase che
si tracciano le basi per quei modelli urbanistico sociale che vene
identificato nella Gjitonia.
Essa non č altro che lantico
cortili, su cui non affaccia pił lunico tugurio ma una serie di
Katoi, residenze delle famiglie, non pił intese come descritte
nel Kanun; ma formata dal marito, la moglie, i figli e i genitori,
materni o paterni; pur sempre mantenendo i fraterni legami di sangue
con i componenti la famiglia del antico gruppo.
Alla cui guida rimaneva sempre la
persona pił carismatica, che attribuiva alla gjitonia il proprio
nome, facilitando ancor oggi, a noi arbėreshė a individuare quei
storici ameni siti.
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pubblicato
il 27 luglio 2010
GREĒI: Konferencė
me temė Riti bizantin: historia dhe struktura
hartuar
nga Merita Sauku Bruci
Me
rastin e festimeve pėr 300 vjetorin e themelimit tė Kishės Mėmė tė
Greēit (Avellino), kushtuar Shėn Bartolomeut apostull (1710-2010),
administrata komunale, nė bashkėpunim me famullinė, mё 1 korrik 2010
organizuan njė konferencė pėr ritin bizantin, i cili ka qenė
praktikuar nė Greēi, ashtu si edhe nė tė gjitha ngulimet arbėreshe,
gjatė tė dy shekujve tė parė tė emigrimit nga Shqipėria.
Prof. Don
Antonio Porpora: historia dhe struktura e ritit bizantin.
Nė kumtesėn e tij, Prof. Porpora,
i Fakultetit Teologjik tė Italisė Jugore nė Napoli u pėrpoq tė
theksojė se kisha katolike nuk mund tё njejtёsohet me kishėn latine,
siē ndodh shpesh, pasi kisha katolike pėrfshin edhe kishat lindore
tė ritit bizantin, kopt, etiopian, sirian, armen, maronit.
Tendenza pėr njejtėsim tė kishės katolike me atė latine ėshtė frut i
procesit tė latinizimit tė ndėrmarrė nga kisha e Romės e tė
mbėshtetur nga njė numėr masash e vendimesh, qė u frymėzuan nga
koncepti i praestantia latini ritus (superioriteti i ritit
latin mbi tė tjerėt).
U desh tė mblidhej Konēili i II i
Vatikanit, pėr tė pohuar me forcė se edhe kishat e ritit bizantin
katolik godono di pari dignitą (gėzojnė tė njёjtin dinjitet).
Kumtuesi qartėsoi konceptin sipas
tė cilit ritet nuk janė njė shumėsi ceremonish tė shenjta, por
shprehja e njė kulture, e njė teologjie, e njė vizioni tė jetės
shpirtėrore, janė shprehja e njė komuniteti, e historisė sė tij;
janė pra shprehja e njė kishe, e spiritualitetit liturgjik tė saj.
Parė nė kėtė perspektivė mund tė kuptohet mė mirė larushia e riteve:
nga ai latin tek ai kopt, siro-perėndimor e siro-lindor, nga riti
armen tek ai bizantin.
Don A. Porpora, kaloi mė pas tek
paraqitja e karakteristikave tė strukturės sė kishave nga pikpamja
arkitektonike, duke u ndalur tek linjat e kishave greke (Selanik),
qė janė frymėzuar nga Bazilika e Kostandinopojės, tek kishat ruse,
me strukturėn e brėndshme (narteēe, anijatё, shenjtore qė kufizohet
nga ikonostasi), dhe nėnvizoi dhe vlerėn simbolike tė
ngjyrave me tė cilėn janė veshur sė jashtmi kupolat: e artė kur
kisha i dedikohet Krishtit, e kaltėr kur i dedikohet Sh. Mėrisė, e
gjelbėr nė rastin kur i kushtohet Trinisė sė Shenjtė dhe e kuqe kur
i kushtohet shenjtorėve.
Kumtuesi foli edhe pėr liturgjinė,
pėr vendin qė zė nė tėrė rrugėtimin shpirtėror gjatė tė gjithė
cikleve tė vitit. Traditat e formimit tė teksteve liturgjike janė
tė ndryshme, aktualisht kufizohen nė tri: Liturgjia e Sh. Japkut, e
vetmja qė celebrohet jashtė ikonostasit, liturgjia e Sh. Vasilit, mė
e gjata, dhe ajo e Sh. Janj Krizostomit, mė e pėrdorura gjatė gjithė
ciklit tė vitit. Eucologji, ose libri i lutjeve liturgjike,
gjatė shekujve ka ndjekur zhvillimin e shumė traditave: atė tė
Kostandinopojės, atė tė murgjėve tė Malit Sinai, tė Italisė sė Jugut
e atė tė Malit Athos.
Prof. Porpora tėrhoqi vėmendjen
edhe mbi funksionet liturgjike mė tė rėndėsishme ditore si:
esperinon ose lutja e mbrėmjes, apodipnon ose lutja e pas
darkės, mesoniktikon ose shėrbesa e mesnatės, lorthros
ose shėrbesa e mėngjesit, mė pas liturgjia e shenjtė ose mesha,
shėrbesa e lutjeve si edhe festimet e vitit liturgjik, festat e
fiksuara dhe ato tė spostueshme.
Nė fund kumtuesi saktėsoi qė riti
bizantin ėshtė shumė i pasur nė pėrmbajtje dhe nė forma qė meritojnė
tė njihen, edhe nė perėndim, e pse jo edhe tė pėrjetohen.
Prof. Italo
Costante Fortino: latinizimi i pjesės mė tė madhe tė komuniteteve
arbėreshe.
Greēi (AV), katund i formuar nga
emigrantė tė hershėm arbėreshė, mbi bazėn e njė komuniteti
ekzistues tė ritit bizantin, kaloi nė ritin latin nė gjysmėn e dytė
tė shekullit XVII. 2/3 e komuniteteve arbėreshe tė ritit bizantin,
ashtu si Greēi kaluan nė ritin latin nė tė njejtėn periudhė:
Portocannone, Montecilfone, Campomarino, Ururi, Casalvecchio,
Casalnuovo, Chieuti, Barile, Ginestra, Maschito, Cerzeto,
Cavallerizzo, Cervicati, S. Martino di Finita, S. Giacomo di Cerzeto,
Mongrassano, Rota Greca, S. Caterina Albanese, Falconara Albanese,
S. Lorenzo del Vallo, Spezzano Albanese, Amato, Andali, Caraffa,
Gizzeria, Marcedusa, Vena di Maida, Zangarona, Carosino, Faggiano,
Fragagnano, Monteiasi, Montemesola, Monteparano, Roccaforzata, S.
Crispieri, S. Giorgio Ionico, S. Marzano di S. Giuseppe, Galatina,
S. Cristina Gela, Biancavilla, Bronte, S. Michele di Ganzaria, S.
Angelo Muxaro ecc. Nė total komunitetet e kaluara nė ritin latin
janė 65, kurse ato qė rezistuan dhe ende sot ruajnė ritin bizantin
janė 26.
Prof Fortino kujtoi se arbėreshėt
kur u vendosėn nė Mbretėrinė e Napolit (shek. XV-XVI) praktikonin
ritin bizantin dhe ishin nė harmoni tė plotė me kishėn latine tė
Romės, edhe pėr faktin se Konēili i Firences (1439) kishte vendosur
bashkimin e Kishės Katolike dhe ortodokse. Nė mbėshtetje tė kėtij
fakti, tė gjitha komunitetet arbėreshe tė Italisė nga pikpamja
kanonike, me marrėveshjen e Patriarkut tė Kostandinopojės dhe tė
Papės sė Romės, vareshin nga Patrikana e Ohrit (Maqedoni) qė
emėronte njė metropolit me seli nė Agrixhento (Siēili), dhe me
juridiksion mbi shqiptarėt e grekėt e ritit bizantin tė vendosur nė
Itali. Pas metropolitit tė parė tė Agrixhentos, Japkut, vijoi nė
kėtė detyrė Pafnuzio i Qipros, mė pas Timoteo i Korēės, dhe
pėrfundoi me Acacio Agnesio-n, me origjinė nga Korfuzi.
Tė rėndėsishme pėr largpamėsinė e
tyre mbeten vendimet papnore (Accepimus nuper) tė marra nga
Papa Leoni X (1521) pėr ruajtjen e veēantive tė ritit bizantin nė
Itali. Por disa dekada mė pas, me vendimet kufizuese tė Konēilit tė
Trentit (1563), riti bizantin u shkatėrrua keqas: Papa Piu IV me
dokumentin Romanus Pontifex (1564) anuloi tė drejtėn qė ju
njoh Ohrit dhe Kostandinopojės dhe ia nėnshtroi komunitetet
arbėreshe tė ritit bizantin peshkopėve latinė, nisur nga la
volontą di sopprimere o, almeno, di favorire lestinzione per
esaurimento del rito greco in Italia (vullneti pėr tė hequr,
ose tė paktėn pėr tė favorizuar shuarjen e ritit grek nė Itali pėr
shkak shterimi - V.Peri) ashtu siē shkruhet nga pasuesi Papa Piu V
nė dokumentin papnor Providentia Romani Pontificis (1566).
Vendimet e Konēilit tė Trentit, tė zbatuara nga tė dy Papėt e cituar
mė lart, krijuan njė ēarje qė solli me kohė latinizimin e 2/3 tė
komuniteteve arbėreshe tė Italisė sė Jugut. Konēilet krahinore tė
mėvonshėm, - mjafton tė citojmė vetėm atė tė Beneventos (1567) dhe
atė tė Biznjanit (1571) -, duke interpretuar me dyshim praktikat
rituale bizantine, favorizuan edhe forma tė latinizimit nė brendėsi
tė vetė ritit. Mė pas, nė 1742, Papa Benedeto XIV doli hapur me
tezėn e superioritetit tė ritit latin mbi gjithė tė tjerėt, me
dokumentin Etsi pastoralis duke e vendosur ritin bizantin nė
njė pozitė inferiore nė raport me atė latin. Vendimet e sipėrcituara
synuan tė fshinin konceptin e kishės katolike bizantine dhe ta
reduktonin vetėm nė forma ritualesh bizantine.
Edhe pasi pёsuan kėtė dimension tė
ri komunitetet arbėreshe tė ritit bizantin, kisha katolike latine e
Romės, megjithatё, vazhdoi tė merrte masa nė favor tė atyre qė i
rezistuan latinizimit: Papa Gregori XIII themeloi nė 1577 Kolegjin
Grek tė Romės, ku kishte selinė njė peshkop urdhėrues edhe pėr
klerin arbėresh; po kėshtu nė 1732, me nxitjen e eksponenteve tė
familjes Rodotą, Papa Klementi XII themeloi nė Sh. Benedikt Ulan
Kolegjin Korsini dhe mё nė fund nė 1919 Papa Bendedikti XV krijoi
Eparkinė e Ungrės (Lungro) dhe nė 1937 Piu IX do tė krijonte atė tė
Horės sė Arbėreshёve (Piana degli Albanesi). Sinodi i dytė
ndėreparkial Ungra, Hora e Arbėreshve dhe Manastiri i
Grotaferratės, qė u mbajt para pak vitesh (2005-2006), vuri themelet
pėr njė konfigurim mė autentik tė kishės katolike bizantine nė Itali
sipas tė Drejtės Kanonike tė Kishave Katolike Lindore.
GRECI: Convegno
su Il rito bizantino: storia e struttura
a cura
di Merita Sauku Bruci
In occasione della ricorrenza dei
300 anni dalla fondazione della Chiesa Madre di Greci (AV),
intitolata a S. Bartolomeo apostolo (1710-2010), lamministrazione
comunale, in collaborazione con la parrocchia, il 1 luglio 2010 ha
organizzato un Convegno sul rito bizantino, che per i primi due
secoli dalla immigrazione dallAlbania era praticato, come in tutte
le altre comunitą arbёreshe, anche a Greci.
Prof. Don Antonio Porpora:
storia e struttura del rito bizantino.
Nella sua relazione il Prof.
Porpora, della Facoltą Teologica dellItalia Meridionale di Napoli,
ha inteso mettere in evidenza che la chiesa cattolica non si puņ
identificare con la chiesa latina, come spesso avviene, perché
abbraccia anche Chiese orientali di rito bizantino, copto, etiopico,
siro, armeno, maronita. La tendenza allidentificazione della chiesa
cattolica con la latina č frutto del processo di latinizzazione
innescato dalla chiesa di Roma con vari provvedimenti ispirati al
concetto di praestantia latini ritus (superioritą del rito
latino sugli altri).
Ci sarebbe voluto il Concilio
Vaticano II per affermare con decisione che anche le chiese di rito
bizantino cattolico godono di pari dignitą.
Il relatore ha, quindi, espresso il
concetto secondo cui i riti non sono una somma di cerimonie sacre,
ma lespressione di una cultura, di una teologia, di una visione
della vita spirituale, e, pertanto, lespressione di una comunitą, e
della sua storia, lespressione cioč di una chiesa, della sua
spiritualitą liturgica. In questa prospettiva si puņ comprendere
meglio lessenza della varietą dei riti: da quello latino a quello
copto, al siro-occidentale e siro-orientale, al rito armeno e a
quello bizantino.
Don A. Porpora č passato, in
seguito, a presentare le caratteristiche della struttura delle
chiese da un punto di vista architettonico, accennando ai
lineamenti delle chiese greche (Salonicco), ispirate alla Basilica
di Costantinopoli, alle chiese russe, alla loro struttura interna
(nartece, navata, santuario delimitato dalliconostasi), e
sottolineando i valori simbolici dei colori: oro dedicato a Cristo,
azzurro alla Madonna, verde alla Trinitą, rosso ai santi.
Il relatore ha trattato anche della
liturgia, del suo significato nel percorso spirituale che interessa
lintero ciclo dellanno. Diverse sono state le tradizioni nella
formazione dei testi liturgici che attualmente si riducono
essenzialmente a tre: la liturgia di S. Giacomo, lunica che si
celebra fuori dalliconostasi, la liturgia di S. Basilio, la pił
lunga, e quella di S. Giovanni Cristostomo, la pił usata durante
tutto il ciclo dellanno. Leucologio, considerato come il
libro delle preghiere liturgiche, nel corso dei secoli ha visto
svilupparsi pił tradizioni: la costantinopolitana, e quelle
monastiche del Monte Sinai, dellItalia meridionale e del Monte
Athos.
Il prof. Porpora ha attirato
lattenzione anche sulle maggiori funzioni liturgiche giornaliere:
lesperinon, preghiera della sera, lapodipnon, del
dopocena, il mesoniktikon, funzione della mezzanotte, lorthros,
o mattutino, la divina liturgia o messa, e lufficio delle
ore; e sulle ricorrenze delle celebrazioni dellanno liturgico del
ciclo fisso e di quello mobile.
A conclusione il relatore ha
ribadito che il rito bizantino contiene una grande ricchezza di
contenuti e di forme che meritano di essere conosciute, anche in
occidente, e possibilmente vissute.
Prof. Italo Costante Fortino:
latinizzazione della maggior parte delle comunitą arbёreshe.
Greci (AV), il paese formato da
immigrati arbёreshё, che si innestņ su unantica comunitą gią di
rito bizantino, č passato al rito latino nella seconda metą del XVII
secolo. Come Greci, i due terzi delle comunitą arbёreshe di rito
bizantino sono trasmigrati al rito latino nello stesso periodo:
Portocannone, Montecilfone, Campomarino, Ururi, Casalvecchio,
Casalnuovo, Chieuti, Barile, Ginestra, Maschito, Cerzeto,
Cavallerizzo, Cervicati, S. Martino di Finita, S. Giacomo di Cerzeto,
Mongrassano, Rota Greca, S. Caterina Albanese, Falconara Albanese,
S. Lorenzo del Vallo, Spezzano Albanese, Amato, Andali, Caraffa,
Gizzeria, Marcedusa, Vena di Maida, Zangarona, Carosino, Faggiano,
Fragagnano, Monteiasi, Montemesola, Monteparano, Roccaforzata, S.
Crispieri, S. Giorgio Ionico, S. Marzano di S. Giuseppe, Galatina,
S. Cristina Gela, Biancavilla, Bronte, S. Michele di Ganzaria, S.
Angelo Muxaro ecc. In sintesi le comunitą passate al rito latino
sono 65, quelle che hanno resistito e ancora oggi mantengono il rito
bizantino sono 26.
Il prof. Fortino ha ricordato che
gli arbёreshё quando si stanziarono nel Regno di Napoli (sec. XV-XVI
) seguivano il rito bizantino ed erano in perfetta armonia con la
chiesa latina di Roma, anche perché il Concilio di Firenze (1439)
aveva sancito lunione tra la Chiesa cattolica e quella ortodossa.
In forza di ciņ, tutte le comunitą arbёreshe dItalia da un punto di
vista canonico, con laccordo del Patriarca di Costantinopoli e del
Papa di Roma, dipendevano dal Patriarcato di Ocrida (Macedonia) che
nominava un metropolita con sede ad Agrigento, in Sicilia, e con
giurisdizione sugli albanesi e greci di rito bizantino residenti in
Italia. Al primo metropolita di Agrigento, Giacomo, successe
Pafnuzio di Cipro, a questi Timoteo di Korēa, e infine, lultimo,
Acacio Casnesio, originario di Corfł.
Illuminanti rimangono i
provvedimenti pontifici (Accepimus nuper) di Papa Leone X
(1521) a tutela delle peculiaritą del rito bizantino in Italia. Ma
appena qualche decennio dopo, con le deliberazioni restrittive del
Concilio di Trento (1563), si ebbero conseguenze gravissime che
danneggiarono il rito bizantino: Papa Pio IV col documento
Romanus Pontifex (1564) annullņ il diritto riconosciuto
a Ocrida e Costantinopoli e sottopose le comunitą arbёreshe di rito
bizantino ai vescovi latini, con la volontą di sopprimere o,
almeno, di favorire lestinzione per esaurimento del rito greco in
Italia (V. Peri) come ribadito dal successore Papa Pio V nel
documento pontificio Providentia Romani Pontificis (1566). I
deliberazioni del Concilio di Trento, attuati dai due succitati
Papi, hanno aperto una falla che avrebbe latinizzato i due terzi
delle comunitą arbёreshe dellItalia meridionale. I concili
provinciali successivi, - basti citare solo quello di Benevento
(1567) e quello di Bisignano (1571) - , interpretando con sospetto
le usanze rituali bizantine, favorivano forme di latinizzazione
allinterno del rito stesso. Nel 1742, poi, Papa Benedetto XIV
esplicitando la tesi della superioritą del rito latino su tutti gli
altri, col documento Etsi pastoralis collocava il rito
bizantino in uno stato di inferioritą rispetto al rito latino. I
succitati provvedimenti mirarono a cancellare il concetto di chiesa
cattolica bizantina e a ridurlo a sole forme rituali bizantine.
Cosģ ridimensionata la comunitą
arbёreshe di rito bizantino, la chiesa cattolica latina di Roma
prendeva, tuttavia, provvedimenti a favore di quanti avevano
resistito alla latinizzazione: Papa Gregorio XIII fondava nel 1577
il Collegio Greco di Roma dove risiedeva un vescovo ordinante anche
per il clero arbёresh, nel 1732, su sollecitazione di esponenti
della famiglia Rodotą, Papa Clemente XII creava a S. Benedetto
Ullano il Collegio Corsini, e finalmente nel 1919 Papa Benedetto
XV creava lEparchia di Lungro e nel 1937 Pio IX quella di Piana
degli Albanesi. Il secondo sinodo intereparchiale Lungro, Piana
degli Albanesi e Monastero di Grottaferrata celebratosi di recente
(2005-2006), ha posto le basi per una configurazione pił autentica
della chiesa cattolica bizantina in Italia secondo il Diritto
Canonico delle Chiese Cattoliche Orientali.
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pubblicato
il 15 luglio 2010
IL FUTURO PER I NOSTRI CENTRI STORICI
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di Atanasio Pizzi
Il nucleo consolidato nei secoli di luoghi ove gli uomini si
riducono a stare insieme, costituisce la componente
essenziale del patrimonio culturale dei nostri paesi e ad essi si
deve il contributo pił determinante, all'identitą dei centri albanofoni.
Questa consapevolezza generalmente diffusa, cosģ come la conseguente
esigenza di tutela degli insediamenti storici, conservati perché lģ
si vuole ancora stare insieme oggi.
In linea di principio la richiesta conservativa si pone con le
medesime ragioni cosģ per il centro storico della grande cittą
come per i centri minori, stretto dentro le espansioni, invaso
dall'edilizia di brutta periferia, che gli fa perdere la sua forma e
non consente pił di ridisegnarne i vecchi confini.
Nello specifico dei paesi albanofoni non mantengono intatto il
rapporto con il circostante ambiente, ne conserva il ruolo di
caposaldo paesaggistico nelle molteplici prospettive; soffrono
dell'abbandono indotto dalle radicali trasformazioni dell'economia
agricola di cui era stata per secoli la diretta espressione.
Animare il dibattito sul senso del centro storico come organismo
insediativo unitario, come unico monumento appunto, che č sede di
vita collettiva e al mantenimento delle condizioni di vita, č legata
la sua conservazione e la sua sopravvivenza.
Restauro e risanamento conservativo delle strutture fisiche edili e
della morfologia urbana assieme al recupero delle tradizionali
funzioni che alimentavano la loro sopravivenza.
Negare all'architettura moderna l'idoneitą a intervenire nei
contesti storici non implica un pregiudizio nei suoi confronti, ma
al contrario, quella negazione si fonda sul riconoscimento dei pił
autentici valori dell'architettura di oggi che sono di rottura
della tradizione e che la rendono perciņ incompatibile con il
principio di spazialitą prospettica al quale obbediva
l'architettura del passato.
Č la coscienza storica del passato, che ci impone di rispettare la
spazialitą dei centri storici e di rifiutare la reciproca
contaminazione tra i modi tradizionali di costruire e gli stilemi
dell'architettura contemporanea.
Insomma la conservazione dei centri storici č la vera innovazione,
siamo moderni perché rifiutiamo di comportarci come era legittimo
nel passato.
E moderna la concezione del centro storico come organismo
complesso che non č fatto soltanto della successione delle singole
architetture e deve la sua unitą all'integrazione degli elementi
compositivi di diversa natura, valendo gli spazi inedificati (siano
strade, piazze orti e giardini) quanto le strutture costruite.
Ed č moderna la conservazione, del risanamento conservativo, non
solo del singolo edificio ma del complessivo organismo urbano.
Il rapporto tra antico e moderno nella cittą si pone per
incompatibili accostamenti, perché il risanamento dei centri storici
e la costruzione della cittą moderna sono operazioni diverse nel
metodo, essendo la vitalitą dell'insediamento storico direttamente
condizionata dalla corretta organizzazione e delle rispettive
funzioni, con i relativi servizi e le funzioni della centralitą
tradizionale, agli architetti di oggi č affidato il compito arduo,
che ancora attende di essere adempiuto e di riscattare i pił
recenti insediamenti urbani.
Perché č nell'urbanistica la condizione essenziale della tutela dei
centri storici che la legge del 1967 (la prima incisiva riforma
della legge urbanistica del 1942) prescrive di registrare e
perimetrare nei piani regolatori e di disciplinare secondo criteri
prevalentemente conservativi che si adegui ai materiali e sistemi
costruttivi che li caratterizzano.
Il Codice dei beni culturali e del paesaggio (approvato nel
2004 e vagliato in due consecutive ripassi 2006 e 2008) conferma
quanto gią era acquisito nel vigore della precedente normativa e
cioč che il centro storico puņ essere oggetto di tutela
paesaggistica nel rapporto con il contesto ambientale di cui
costituisce un polo visivo, ma essi esigono una tutela ben
penetrante, oltre il profilo paesaggistico, che recuperi funzioni
analoghe, innanzitutto di stabile residenza, a quelle per le quali
quei centri furono costituiti.
Indicazioni specifiche nel percorso dellautostrada A3, relativo al
tratto che attraversa i paesi albanofoni di Calabria Citra.
Indicazioni di quattro itinerari etnici ben definiti, con
appropriata cartellonistica stradale.
Realizzare punti di accoglienza mirata, quali: l'albergo diffuso,
museo delle tradizioni e dei mestieri, musei multimediali
interattivi, reti wireless allinterno del centro storico,
nominativi della gjitonie, tali che possano invogliare i
visitatori a intrattenersi negli scenari dalle innumerevoli leggende
che avvolgono ogni gjitonia albanofona.
Sia dichiarato l'interesse culturale all'intero centro storico dei
paesi minoritari arbėrėshe, il cui recupero, associato a sistemi
itineranti multimediali, possano interagire con il visitatore che,
fornito di PC, apprende la storia di quella determinata gjitonia, le
eccellenze che la distinguevano in campo artistico, conserviero
gastronomico, enologico, tessile, sartoriale etnico e culinario;
allargando il sistema ai paesi della comunitą albanofona dei quattro
itinerari, fornendo cosģ in tempo reale comparazioni e informazioni
storiografiche, delle innumerevoli eccellenze.
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