Centro di ricerca antropologica etnofotografica e di promozione culturale fondato da Maria Zanoni nel 1978

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EDITORIALI 

Arte pag. 4

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    Editoriali, recensioni e saggi di ARTE

 

MOSTRA

SOPRAFFACTIONS COSENZA

Galleria Nazionale - Palazzo Arnone - Cosenza

dal 4 al 19 febbraio  2012

 

Da Sabato 4 febbraio prossimo, alle ore 18.00, a Cosenza, Palazzo Arnone, la

Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed  Etnoantropologici della Calabria e

l’associazione socio culturale “Proposta Universitaria Libera” presentano la mostra: SOPRAFFACTIONS COSENZA.

Sopraffactions, progetto nato nel 2009, giunge alla Galleria Nazionale di Cosenza dopo le fortunate tappe di Roma e di Fabriano. Trentasei le opere esposte, tra queste le tele degli artisti cosentini Maria Credidio, Alfredo Granata e Luigia Granata, frutto di una ricerca orientata al confronto, allo scambio e alla contaminazione.

 

 <<La Galleria Nazionale – precisa il soprintendente BSAE della Calabria, Fabio De Chirico - prosegue nella sua apertura verso le espressioni e le ricerche del contemporaneo, a conferma che il museo, in quanto luogo che ospita l’arte, al pari dell’arte, deve incessantemente ridefinire il suo ruolo, sperimentando percorsi alternativi e sollecitando fruizioni innovative>>.

 

Artisti in mostra: Maria Credidio, Alfredo Granata, Luigia Granata, Anna Massinissa, Gabriele Mazzara, Franco Zingaretti, Luigi Ballarin, Gerardo Di Salvatore, Lughia

 

 

 

 

 

 

 

 

Periodo: 4-19 febbraio 2012

Orario: 10.00/18.00 (da martedì a domenica)

Prenotazioni: 0984.795639

 

Curatore: Giuseppe Salerno

 Associazione Socio Culturale Proposta Universitaria Libera

Presidente: Francesco Iorio

Direttore Artistico: Luigia Granata

Tel.: 3401030071

http://www.mondopul.com

E-mail – info@mondopul.com

 

Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici della Calabria

Soprintendente: Fabio De Chirico

Coordinamento: Domenico Belcastro 

Ufficio stampa: Silvio Rubens Vivone – Patrizia Carravetta 

Tel.:  0984 795639 fax  0984 71246

E-mail: sbsae-cal.ufficiostampa@beniculturali.it

 

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pubblicato l'8 dicembre 2011

UN MUSEO D’ARTE SACRA A MORANO

“LA VESTE DELLA SPOSA”

 Memoria storica e lettura del territorio

 

 di Maria Zanoni

 

Morano, uno dei centri storici più suggestivi e belli d’Italia, paese “Bandiera Arancione ", unico in Calabria, si arricchisce del Museo d’arte Sacra.

La struttura museale, ideata da tre giovani (Andrea Magnelli, Leonardo Di Luca e Roberto Coscia de Cardona, sostenuti da Don Gianni Di Luca, Parroco della Collegiata della Maddalena), va ad aggiungersi al Museo di Storia dell’Agricoltura e della Pastorizia, a quello Naturalistico “Il Nibbio”, alle altre Chiese-museo, ricche di pregevoli opere d’Arte ed al Castello normanno che, nel contesto paesaggistico naturale del Parco del Pollino, fanno di Morano una “perla”.

 

La Mostra permanente allestita nella Chiesa del Carmine, da tempo in disuso per le normali funzioni, ha lo scopo di raccontare un brano di storia della Congregazione del Carmine e della Collegiata della Maddalena attraverso paramenti sacri, argenti ed incisioni, un patrimonio d’Arte del Barocco e del Settecento, miracolosamente scampato all'oblio del tempo ed all'incuria degli uomini.

 

La sezione riservata ai Paramenti sacri è riconducibile alla produzione manufatturiera ed artistica che va dal periodo Barocco alla fine del 1800, che utilizzava sete e damaschi provenienti dalle filande moranesi e napoletane. Particolare rilevanza rivestono le donazioni di Donna Maria Rosa Pignatelli, moglie del Principe Spinelli, riconoscibili dagli stemmi del nobile casato ivi apposti.

 

 

 

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La sezione di argenteria sacra, in gran parte inedita, è arricchita da suppellettili liturgiche provenienti la laboratori argentieri napoletani; tra cui la splendida Croce Reliquiaria in lamina d'argento del 1730.

 

 

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Nella sezione Arredi Sacri, si può ammirare una colonna di orologio a pendolo in stile Rococò, opera dei Maestri Fusco che operarono a Morano alla fine del Settecento.

 

Una sezione è riservata alle antiche Pergamene.

 

Nella Chiesa del Carmine, fondata nel 1568, ora sede del Museo d'Arte Sacara, si può ammirare anche un piccolo organo positivo del '700, di anonimo, dipinto da Gennaro Cociniello.

 

Questa encomiabile operazione culturale, nata dalla iniziativa privata di tre giovani volontari, prestati al servizio della conservazione dei Beni Culturali della loro cittadina, ha creato un prodotto culturale che deve essere fruito dalla collettività.

Questi beni sacri, ripuliti dalla polvere e raccolti nelle teche raccontano storia, se inseriti in un giusto circuito di “conoscenza – conservazione – valorizzazione e comunicazione”. Solo così il Museo assume un carattere “dinamico”.

 

Il Museo cessa, così, di essere un luogo dove conservare e custodire oggetti, in un’atmosfera spenta e morta di abbandono, e diventa uno strumento di recupero della propria storia ed anche di sviluppo economico.

Il museo, in quanto sistema di comunicazione, può diventare uno strumento di interazione con la società circostante capace di raggiungere tutto il tessuto sociale attraverso l’attivazione di un circuito di lettura del territorio, capace di rafforzare sempre più il senso d’identità dei luoghi, in grado di generare un positivo sentimento di appartenenza e di produrre un utile effetto di trascinamento, d’interesse e di studio, oltre che di richiamo turistico.

 

E’ necessario creare una dinamica di crescita culturale ed economica, stabile nel tempo, che si basi su programmi di comunicazione e di promozione svolti in sinergia tra Enti pubblici, Istituzioni culturali ed Associazioni di categoria. E per questo sono necessarie risorse, sinergie tra pubblico e privato, per una concreta azione di promozione dell’educazione alla tutela del patrimonio culturale, a cominciare dalla Scuola, agenzia della cultura in grado di formare la coscienza della partecipazione, preparare al futuro, aiutando la formazione di nuove coscienze, volte al miglioramento della qualità della vita in questa nostra complessa società postindustriale.

È necessario il coinvolgimento del mondo della scuola in un'attività conoscitiva e partecipativa di notevole importanza per le giovani generazioni, spinte da un'esigenza di identità dovuta all'alienante sradicamento dalle matrici culturali originarie.

La Scuola deve guidare all’uso didattico del territorio, creando visite guidate e percorsi culturali tra musei, biblioteche e parchi, luoghi depositari della memoria storica, della identità, che devono essere conosciuti, rispettati, visitati e capiti.

Sono necessarie azioni di creazione o di potenziamento di siti web; non si può pensare di realizzare un museo senza prestare attenzione a questo universo tecnologico che influenza la struttura sociale, culturale e ambientale.

Bisogna avviare un sistema coordinato di promozione tra musei, beni artistici paesaggistici ed enogastronomici; e attivare collegamenti con i sistemi di turismo ambientale a livello nazionale.

Questa realtà deve diventare dinamica e interattiva. Questo museo deve diventare punto di scambio comunicativo, un museo che parla alla gente, racconta storia, un museo diffuso, in stretto rapporto con il territorio, l’insieme di musei, chiese, tradizioni, per rileggere le vicende storiche della comunità moranese.

 

Deve essere organizzato; tale organizzazione può essere incardinata nella rete dei musei locali e quelli regionali. La programmazione delle attività e delle risorse deve essere operata congiuntamente fra tutte le istituzioni, con accordi di programma, protocolli d’intesa tra Comune, regione e Ministero dei Beni Culturali. La salvaguardia dei patrimoni e la produzione di servizi al pubblico sono possibili anche con i tetti di spesa attuali, esigui.

Bisogna creare una rete museale che coinvolge diversi aspetti della realtà socio-economica. E Morano ha tutte le qualità per farlo.

I beni culturali sono un misto di economia e cultura.

E la cultura è l’unica chiave che può aprire le porte di un nuovo rinascimento della Calabria.

 

Esposizione permanente di Arte Sacra “LA VESTE DELLA SPOSA”

Chiesa del Carmine  - piazza Giovanni XXIII  - Morano Calabro  -  CS

 

Per info, prenotazione visite, orari di apertura Museo:

 

Andrea Magnelli – 3460589400

 

Leonardo Di Luca – 3495774380

 

Roberto Coscia de Cardona - 3407044684

 

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pubblicato l'8 dicembre 2011

ARTE SVELATA

Capolavori di Cosimo Fanzago.

Il restauro delle sculture dal ciborio della Certosa di Serra San Bruno

alla Galleria Nazionale di Cosenza fino al 29 gennaio 2012

Palazzo Arnone

 

Nel 1631 durante il priorato di don Ambrogio Gasco viene dato incarico a Cosimo Fanzago (Clusone,1591 – Napoli, 1678) di realizzare il monumentale altare-ciborio della Certosa di Santo Stefano del Bosco a Serra San Bruno, smembrato a seguito del terremoto del 1783 e rimontato pressoché integralmente, attorno al 1837, nella chiesa dell’Addolorata a Serra San Bruno.

 

Dell’imponente impresa del maestro restano oggi nel museo d’arte sacra del duomo di Vibo Valentia alcuni mirabili manufatti bronzei raffiguranti quattro angeli oranti; due angeli reggicanestro; San Lorenzo, santo Stefano, san Bruno, San Martino e un  frammento architettonico. Proprio a questo straordinario progetto e corpus di opere fanzaghiane la Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici della Calabria dedica Arte svelata. Capolavori di Cosimo Fanzago. Il restauro delle sculture dal ciborio della Certosa di Serra San Bruno.

 

Putto

 

angelo retro

 

San Lorenzo

San Martino

La mostra, curata da Fabio De Chirico con il coordinamento scientifico di Rosanna Caputo, è occasione straordinaria per ammirare i capolavori del ciborio serrese, riportati all’antico splendore dopo un attento restauro e per conoscere la complessa figura di Cosimo Fanzago, personalità dominante il panorama della scultura secentesca napoletana.

 

La mostra ARTE SVELATA Capolavori di Cosimo Fanzago. Il restauro delle sculture dal ciborio della Certosa di Serra San Bruno potrà essere visitata fino al 29 gennaio 2012. Fino al 31 dicembre 2011 con il seguente orario: 10.00-18.00 da martedì a sabato (escluso i festivi); domenica 11 dicembre 2011 dalle ore 14.00 alle ore18.00. Dal primo al 29 gennaio 2012 da martedì a domenica dalle ore 10.00 alle ore 18.00.

 

Cura: Fabio De Chirico

Coordinamento scientifico: Rosanna Caputo

 

Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici della Calabria

Soprintendente: Fabio De Chirico

Ufficio stampa: Silvio Rubens Vivone – Patrizia Carravetta 

tel.:  0984 795639 fax  0984 71246

e-mail: sbsae-cal.ufficiostampa@beniculturali.it

 

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pubblicato il 16 ottobre 2011

Opere penitenziali di Ulrico Montefiore

 di Adriana De Gaudio

L’ultima produzione pittorica di Montefiore esposta al Museo del Presente di Rende (CS) crea choc visivo ed emotivo per il linguaggio provocatorio e sconcertante che egli usa nel rappresentare temi religiosi su tele di grande formato, ottenute con l’ ausilio del computer. Ai benpensanti la mostra fa istintivamente arricciare il naso e chiudere gli occhi. Opere terrificanti, che sconfessano non solo l’estetica rinascimentale,  (ad eccezione dell’arte di Donatello e di Masaccio) ma fanno tabula rasa di tanta bella pittura della Storia dell’Arte italiana.

Il “brutto” di Montefiore fa ricordare, in certo qual modo, alcune opere inquietanti dello scultore quattrocentesco Donatello; l’artista fiorentino, superando il canone medioevale, secondo il quale bisognava raffigurare orripilanti i diavoli dei Giudizi Universali e belle le immagini della Madonna, era convinto che l’esperienza della vita, la sofferenza,  se da un lato abbruttisce, dall’altro matura nell’uomo la saggezza, la bontà e la santità interiore.

 

L’artista castrovillarese, diversamente, meditando sull’odierna realtà sociale mistificata e mistificatrice, la quale cerca in paradisi artificiali di eludere la sofferenza e la paura della morte, svela la vacuità dell’attuale vivere edonistico, e mostra crudelmente la verità del dolore umano, radicato al peccato originale. Da alcuni anni Montefiore, tormentato dal mistero dell’iniquità, cerca il senso del dolore umano, e lo trova in Cristo in Croce, eccelso esempio di Vittima innocente sacrificale, che ha versato il suo sangue per riscattare i peccati del mondo. Nella sua appassionata indagine Montefiore attinge a diverse fonti: i testi biblici, le Laude, che si prestano alla sacra rappresentazione, e il Miserere del monaco Iacopone da Todi, personalità complessa, fervido credente, affine, per certi lati, al suo passionale carattere. Nella straordinaria operazione rapsodica di Montefiore si individuano oltre alle fonti letterarie anche quelle artistiche. Con destrezza singolare egli assimila esperienze tratte da scultori romanici e gotici d’oltralpe, da artisti italiani (Giotto, G. Bellini) e da pittori  rinascimentali tedeschi: Mathias Grünewald, Lucas Cranach, Hans Holbein, dal pittore fiammingo Hieronymus Bosch, i quali, rifiutando l’idealizzazione formale dell’iconografia sacra e l’ intento moralistico, hanno raffigurato temi religiosi in modo del tutto personale, con asprezza realistica.

 

La produzione matura di Montefiore porta, nel suo forbito lessico pittorico, l’impronta non solo del segno di questi artisti del passato, che hanno avuto l’ardire di operare controcorrente, ma anche, di ricordi picassiani.

Per affinità elettiva il pittore calabrese potrebbe affiancarsi ad altri artisti del Novecento per come essi hanno reso espressiva l’atrocità fisica del Cristo Crocifisso. Ad esempio: il pittore tedesco Lovis Corinth, nella Crocifissione del 1907 e nel Cristo rosso, si  riallaccia, anche egli al pittore Grünewald, dal quale mutua il toccante pathos, che altera l’anatomia del corpo del “suo”Cristo, ripreso nello spasmo dell’agonia; il pittore fauve Emil Nolde, che deformando la figura del Cristo, rischia, come Montefiore, la caricatura (La Crocifissione, 1912). Il pittore inglese Graham Sutherland nella Crocifissione (1946), esasperando la sofferenza, priva il Cristo di ogni attributo divino; in seguito accoglie nella sua pittura immagini repellenti che evocano il “bestiario”goticheggiante del Medioevo.

 

Figure bestiali che vediamo in molti dipinti di Montefiore, trapiantate sulle teste dei penitenti. L’esasperazione del dolore trácima nel corpo umano, ne altera la fisiognomica, fino a giungere a una metamorfosi animalesca.

Dopo aver esaminato nel contesto le opere di Montefiore, ci potremmo chiedere: la svolta nell’arte del maestro calabrese, dopo la “bella ed elegante” pittura della prima maniera, caratterizzata da una linea euritmica, che rende le forme sinuose, e dai colori dolci e delicati, di memoria settecentesca, è generata dal bisogno di originalità, oppure il pittore, catturato nel profondo del cuore dal mistero dell’iniquità e del dolore umano, cerca col pennello-bisturi di sviscerare, vivisezionando le membra del Cristo uomo, la verità salvifica?

 

Che sia una pittura di forte effetto rappresentativo  Montefiore ne è consapevole; per certo sa pure che non si può sradicare il male, il quale continua misteriosamente a straziare altre vittime innocenti. Da oltre duemila anni si segnalano innumerevoli martiri della violenza familiare, di morti bianche, di bambini trucidati o seviziati, di disastri bellici, di cataclismi naturali o di incidenti occasionali. I martiri, vivendo il supplizio di Cristo nello strazio della propria carne, “compensano” quel che è mancato al martirio di Gesù : questa è la spiegazione che San Paolo dà al dolore umano.

 

Montefiore,  parimenti a Mel Gibson, indugia, attraverso le tante re-interpretazioni della Crocifissione e la Passione di Cristo, sull’efferatezza dell’omicidio e/o deicidio, senza correre il rischio d’imboccare un percorso eretico. Direi che egli è un inquieto cercatore di Dio attraverso Cristo, figlio dell’uomo. Le opere penitenziali, anche se non sono destinate ad essere inserite nelle Chiese, attestano proprio il travaglio interiore dell’Artista, che vive drammaticamente il rapporto uomo- mondo, uomo-Dio.

Dall’analisi di alcuni dipinti immaginiamo di cogliere lo “sfogo” di liberazione interiore di una sofferenza che speriamo si evolva verso esiti meno icastici.

 

Hostia( 2010) è un dipinto che si ispira all’assassinio del vescovo Luigi Padovesi, avvenuto il 3 giugno 2010. Il titolo Hostia, offerta sacrificale, allude a un’ innocente vittima. Sulla croce  sta inchiodato il prelato, il quale ha la mitria sul capo, indossa la casula sbrindellata, volge lo sguardo dolente al cielo, esala affannosamente l’ultimo sospiro. Il pastorale, attributo vescovile, gli trapassa la gola. I chiodi conficcati nelle mani e nei piedi sono ben evidenziati. Sulla croce si affacciano tre volti del Cristo, ripresi nell’agonia, morte e resurrezione. Nel cielo plumbeo balugina  l’arcobaleno, segno di speranza e di gloria dopo il martirio.

 

 Testimoni oculari (2010) è, tra le tante Crocifissioni, la composizione, a mio avviso, più unitaria stilisticamente, per l’armonica rispondenza di linee curve. L’arcobaleno circolare, dietro la croce, inscrive con la sua piena rotazione la circonferenza delle braccia di Cristo; l’aureola, le forme curvilinee dei muscoli pettorali, dei polpacci delle gambe, dei ginocchi valghi , dei talloni dei piedi incrociati, propri dell’agnello condotto al macello. Nella parte sottostante, secondo l’iconografia tradizionale,  stanno la Madre e San Giovanni, maschere tragiche con occhi sgranati e bocche sdentate, un’altra figura con le palpebre socchiuse, quasi a non voler guardare né ascoltare l’urlo disumano del Cristo agonizzante. Fa da sfondo un cielo variegato di nubi.

 

Morte del sole ( 2010) – In questo dipinto 100x220, più volte rielaborato, il richiamo a M. Grünewald  è evidente. In primo piano, Il Cristo in croce, oltraggiato dalla sofferenza

più efferata e disumana che la Storia ricordi, presenta fattezze animalesche, davvero

ripugnanti. Il Cristo, secondo le Scritture, rappresenta il Sole della nuova Era; questo Sole, alle tre pomeridiane, si eclissa all’orizzonte, ma nel buio del globo riflette la luce dell’aurora che si profila  in variegate sfumature.

 

Altra opera, d’intensa espressività e coerenza stilistica, la Pietà per un povero figlio  (2010), è un’originale interpretazione dello schema compositivo tradizionale della Pietà nell’Arte. Fa da sfondo alla scena un cielo sfavillante di colori sfumati. A sinistra, la Madre, vestita con un umile e ruvido saio di colore marrone chiaro, regge tra le braccia il Figlio morto. Colpiscono alcuni particolari raccapriccianti: i visi di entrambi, deformati dal dolore; le mani scheletriche del Cristo sembrano artigli che raspano la terra. A destra, in alto, irrompe gigantesca la testa del Padre Eterno, ripresa così come la raffigura il grande Michelangelo nella Creazione di Adamo nella Cappella Sistina. Media il rapporto tra il gruppo di figure a sinistra e Dio Padre a destra la colomba bianca, simbolo dello Spirito Santo. Ė evidente che Montefiore voglia ricordare la Trinità.

 

Altre opere meriterebbero uguale attenzione come: il Grande pianto (2010), dove il dolore della tragedia cristiana coinvolge da vicino lo stesso Autore, che si raffigura in un corale di voci; Giuseppe di Arimatea, un membro del Sinedrio, “uomo buono”, è ripreso nell’atto di raccogliere in un calice il fiotto di vivo sangue mentre sgorga dal costato del Cristo;  Ai piedi della Croce(2011), dipinto che visualizza dettagli impressionanti, già visti,altrove, che Montefiore “zuma” in primissimo piano, forse per dare compiutezza al “frammento” pittorico.

Credo che il maestro Montefiore, dopo aver raggiunto nella rappresentazione visiva l’acme del dolore umano, si volga verso altre sperimentazioni tematiche, che  sicuramente daranno all’osservatore la possibilità di stupirsi ancora.

                                                    

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pubblicato il 1° ottobre 2011

“Cose persone luoghi” del pittore Saverio  Santandrea

di Adriana De Gaudio

Una ricca antologia di dipinti, eseguiti dal pittore castrovillarese Saverio Santandrea,  nel corso degli anni, è stata inaugurata, nella Sala delle Arti del Protoconvento Francescano di Castrovillari, il 15 settembre scorso.

Autentica è la vocazione artistica dell’Autore. Conosciuto a scuola, come studente dell’ISA era portato allo studio della Storia dell’Arte; dopo aver conseguito la maturità col massimo dei voti, si è poi dedicato esclusivamente all’Arte.

Una scelta difficile a comprendersi oggi, considerato che molti giovani mirano ad accaparrarsi un posto di lavoro di facile guadagno, che l’arte non dà “pane”, e viene praticata solo come un hobby oppure utilizzata per ricavarne prodotti di mercato. Una scelta coerente dunque questa  di Santandrea  che gli permette di operare nel “segreto” del suo studio con dedizione assoluta, volta alla ricerca di un ideale di bellezza formale e stilistica.

Il pittore castrovillarese ha ricevuto una formazione classica. Dagli artisti del passato egli sceglie idealmente come maestri il pittore post- impressionista Paul Cézanne e il pittore metafisico Giorgio Morandi.

Come Cézanne, Santandrea sente il limite dei pittori impressionisti, nel modo in cui essi percepiscono all’aria aperta l’oggetto nella fugacità della impressione visiva, privandolo della forma, forma che recupera per dare all’oggetto la durata nel tempo, in uno spazio costruito dalla propria coscienza. Ne consegue un sincretismo tra la realtà esterna e l’interiorità:  Santandrea, infatti, elabora mentalmente ciò che vede dal vero per trascriverlo sulla tela con i suoi mezzi espressivi: la linea, il chiaroscuro, i colori, la luce.

 

Da Morandi Santandrea eredita la purezza delle forme, rese nel contorno da una linea essenziale, linea che isola gli oggetti in un’atmosfera silenziosa di ricordo metafisico.

La mostra di Santandrea comprende disegni, nature morte, ritratti, autoritratti, luoghi.

 

Le opere grafiche attestano non solo la padronanza disegnativa dell’artista ma permette anche di seguire il filo logico del pensiero del nostro pittore, il quale non disegna di getto, ma medita su ciò che osserva, stabilisce un rapporto di empatia con cose e persone, direi di dialogo, fatto di ascolto, di domande e risposte.

 

Un pittore “filosofo” alla maniera di Cézanne, portato a cercare il senso della vita nella nostra quotidianità non certo soddisfacente, così spesso vuota e deludente. In questo deserto spirituale sovviene, per grazia divina, l’arte, un mezzo certamente di salvezza, di riscatto dalla mediocrità della realtà odierna. Santandrea, infatti, tramite la sua arte si fa testimone veridico di un messaggio visivo che è al contempo sociale, antropologico e culturale, comprensibile a tutti i livelli.

Osserviamo attentamente le sue tante nature morte: Sono pagine  di un diario figurativo, intense. Si diversificano dalle nature morte del Seicento, dove predomina il monito del memento mori,  nel senso che gli artisti di quel tempo sottolineano la precarietà di ogni cosa, della vita stessa. La mela “bacata”nel canestro di frutti di Caravaggio è un chiaro esempio.

 

Le nature morte di Santandrea, pur evocando l’antica pittura per i colori “ terrosi ”, non sono oggetti “privi di vita”, al contrario sembrano invitare ad essere toccati, per respirarne il profumo (Vedasi canestro con limoni e altre composizioni con melograni o fiori).  Sono composizioni queste, a volte complesse, che rimandano ancora a Cézanne,  per il chiaro intento di esaltare le forme attraverso l’uso sapiente dei colori.

 

Santandrea usa toni smorzati, passaggi chiaroscurali a volte forti a volte delicati, pennellate larghe e pausate, in sintonia, come ho già accennato, al suo temperamento meditativo e pacato. La luce si sprigiona dalla materia pittorica; pulsando qua e là, genera vitalità.

Altro tema prediletto dall’Autore è la figura. Per Santandrea dipingere ritratti e autoritratti significa penetrare, attraverso la fisiognomìa dei soggetti, nell’interiorità, coglierne il carattere.

Osservando, infine, i luoghi, i paesaggi, essi esprimono, attraverso efficaci passaggi tonali o chiaroscurali, la concreta resa formale e cromatica, la personale interpretazione di una visione della realtà che Santandrea coglie non solo con gli occhi ma anche col cuore.

 

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pubblicato il 28 marzo 2011

LA PASSIONE DI GESU' CRISTO NELL'ARTE

NEL VOLUME "GESU' CRISTO, FASCINO E FOLLIA DELL'AMORE di A. De Gaudio e C. Scaravaglione

 

 di   Maria Cristina Tamburi

 

Il testo, dal titolo “GESU’ CRISTO Fascino e follia dell’Amore”, è un’armoniosa sintesi di fede e di arte, frutto del lavoro a due di Adriana De Gaudio e don Carmine Scaravaglione, nel quale gli autori con  grande competenza e profondo coinvolgimento emotivo hanno saputo fondere insieme, ciascuno nel proprio specifico ambito, i risultati della loro ricerca su un tema così sublime quale è il significato della vita e della morte del nostro Signore Gesù  Cristo.

Mi è difficile aggiungere altro a quanto già espresso dagli autori nel libro. Mi limiterò a sottolineare alcuni aspetti estetici inerenti la parte iconografica, senza la pretesa di  voler entrare in quelli cristologici ed escatologici che nella parte descrittiva, con ricchezza di citazioni letterarie e di fonti documentarie, Monsignor Scaravaglione ha sapientemente trattato.        

 Adriana De Gaudio ha sempre coltivato, insieme alla poesia, l’interesse per le arti figurative e prioritariamente per la pittura, rivelando apprezzabili qualità di critico, che conferma in questo pregevole ed elegante testo, nel quale la sua competenza artistica si misura con la sua profonda fede cristiana.

Difatti tratta la rivisitazione della Passio Christi attraverso l’analisi e il commento di opere pittoriche di grandi artisti, nell’arco di tempo che va dal II secolo ad oggi.

Una galleria di 36 capolavori dove sono tratteggiate le stazioni della Via Crucis, secondo vari momenti del sacrificio dell’Uomo - Dio, che ne illustrano la persecuzione, la  salvifica morte e la resurrezione per l’adempiersi della redenzione  dell’umanità.

Il tema, sublime e delicato,  per essere adeguatamente trattato richiede oltre a profonda fede altrettanto profonda conoscenza e preparazione teologica, aspetti che tratterà  S.E. il nostro vescovo Monsignor Bertolone.

Io cercherò di trattare il testo nella sola componente artistica.

La rassegna antologica spazia in un  arco di tempo relativamente lungo. Parte dai primi secoli dell’affermarsi del cristianesimo, quando tra molte difficoltà chi professava la fede cristiana trovava arduo esprimere  il proprio credo liberamente e tuttavia, sebbene costretto a nascondersi, è riuscito con iniziali e timide forme pittoriche, a volte criptiche e simboliche, a produrre importanti testimonianze.

Queste sebbene non sempre di grande livello artistico sono tuttavia pregnanti e significative nella loro spontanea  semplicità. Lo si può evincere dagli esemplari riprodotti nel testo.

Di seguito sono  trattate espressioni più alte fino alla perfezione degli artisti di epoca umanistica rinascimentale e delle epoche successive, col conseguimento di quella espressività e compiutezza formale che caratterizza le loro opere, sia che si tratti di dipinti sia che si tratti di lavori a sbalzo o a bassorilievo e alle recenti tecniche dell’età contemporanea.

L’ordine voluto dall’autrice non  rispecchia un criterio cronologico o stilistico legato a un particolare indirizzo di scuola o corrente artistica; l’impostazione segue il susseguirsi delle fasi finali della vita terrena di Cristo, sublimata nella crocifissione.

Si possono osservare, nel succedersi delle stazioni della Via Crucis, i vari momenti  da quando Gesù si raccoglie in preghiera nell’orto degli ulivi, al momento della cattura e del processo davanti al Sinedrio, alla condanna al patibolo, alla salita per il Calvario e l’incontro con il Cireneo, la Veronica e le pie donne, all’oltraggio dello scherno e della derisione, fino al momento tremendo della  crocifissione e della morte, e quindi ai momenti successivi della deposizione e sepoltura, e della gloriosa resurrezione.

Ogni stazione tocca profondamente l’animo, perché la circostanza in sé già significativa si carica di quel pathos e capacità suggestiva che ciascun artista ha saputo imprimere  alla scena, fatta propria secondo la personale tecnica di predilezione e la magistrale capacità espressiva. Si raggiungono così effetti cromatici con la calibratura di luce, alternanza di chiaroscuri, gradazioni di colori,  giochi prospettici, che aggiungono ulteriore capacità evocativa  al tema trattato.

L’aver scelto alcuni artisti invece che altri e l’aver preferito riportare una certa opera invece di un’altra è dovuto alla sensibilità della De Gaudio che, nella sua qualità di raffinato critico d’arte e di persona profondamente credente, ha voluto con questo lavoro dare un corpus alquanto coerente e completo  al percorso finale che il nostro Signore Gesù ha compiuto nella sua umana esistenza verso la morte, in quel gesto di grandissimo amore che racchiude in sé il mistero che è insieme fascino e follia, come è detto nel titolo e ancor meglio nel sottotitolo.   

Ciascuna epoca è rappresentata nelle sue valenze artistiche, tecniche e stilistiche.

Si va da opere dei primordi, quale l’antico Reliquiario del monaco Rabula del II secolo, nel quale può notarsi la rappresentazione scenica corale ricca di elementi paesaggistici particolareggiati, che tanto ha influenzato gli artisti successivi. Si  prosegue con l’esame dei magnifici rilievi della teca in avorio del 430 circa, oggi al British Museum e della formella lignea del portale di S. Sabina in Roma del V sec., nei quali notiamo la semplicità dell’impostazione, la rigidità delle forme su sfondo piatto e la totale assenza di rappresentazione naturalistica, che mostrano come il gusto andava mutando, e tuttavia il modo di sublimazione della scena tocca l’alta espressività artistica. Per non tacere del Codex purpureus , databile  al VI secolo, nostro orgoglio calabrese, conservato presso il Museo della Diocesi di Rossano, che per la vivacità delle miniature rappresentate e l’importanza documentaria delle scritte riportate segna nel percorso di evangelizzazione di quell’area l’influenza orientale e una certa affinità con le opere musive del ravennate .   

Si passa al ‘200 di A. Sozio, Giotto e P. Lorenzetti  ed  ai successivi Masaccio, Piero della Francasca, G. Bellini, Raffaello e L. Signorelli,  per continuare coi grandi maestri del Rinascimento, epoca più riccamente rappresentata.

Ora l’accento si sposta sull’armoniosa ripartizione dello spazio in più piani e sulla centralità della figura, con il ricorso ad elementi nuovi, quali le grandi aureole dorate, i particolari che arricchiscono la scena, le alte figure prominenti su fondo scuro con effetto di ieratica sacralità, come è dato vedere,  attraverso i nostri Tiziano, Tintoretto e Tiepolo  e i loro coevi stranieri : El Greco, Cranach il vecchio, Van Dyck e Velazquez, che hanno caratterizzato l’epoca rinascimentale. La splendida fioritura artistica che ha segnato tutto il ‘400 e ‘500 non si è certamente esaurita nei secoli successivi ma si è modificata negli stilemi e nell’interpretazione,  come si evince dagli autori dell’ ‘800 e del ‘900 qui rappresentati, da M. Chagall, P. Gaugin, G. Rouault ai nostri Casorati, Rosai, Guttuso e, non ultimo, il conterraneo Ulrico Schettini Montefiore. 

Da un’analisi più circoscritta si constata che le scene della crocifissione sono le più numerose.

Il tema della croce, come sofferenza quotidiana connaturata all’uomo e suo mezzo di redenzione, è particolarmente sentito dall’autrice che lo ha mirabilmente trattato anche nelle sue liriche; difatti è rappresentato nelle illustrazioni di pg. 15,16,17,  19,20,21,22,23,24 e 25, ed ampiamente delineato in un paragrafo specifico che include le pagine dalla 33 alla  44.

A tale riguardo colpisce fortemente l’opera del fiammingo H. Bosch , dal titolo Cristo si carica della Croce  riprodotta a pg. 15 , dove l’autore con una scelta interpretativa esageratamente caricaturale, è riuscito a cogliere il doppio dramma dell’Uomo-Dio: la sua sofferenza sotto il peso della croce e l’indifferenza, o peggio lo scherno e la derisione, della gente presente completamente estranea al dolore e incapace di compassione, concentrata in altri discorsi, coi volti ritorti altrove e coi ghigni beffardi.

Tutt’altra è l’impostazione del veneziano Giambattista Tiepolo, che oltre due secoli dopo, nella mirabile Salita al Calvario,  della chiesa di Sant’Alvise a Venezia, fa propria un’interpretazione già del Tintoretto. La scena è di grande coinvolgimento emotivo. La rendono toccante ed incisiva non soltanto la scelta dei colori e la vivacità dei contrasti di rossi e di azzurri, ma la particolare interpretazione del Cristo implorante, col capo incoronato di spine e la mano protesa. Alla sua fragilità di uomo si accompagna la pietas umana, percepita nella confluenza degli sguardi degli astanti che seguendo le linee di fuga prospettiche del legno della croce convergono sul Cristo caduto, come pure nello sforzo di quanti tentano di alleggerirgli il peso con il tiro delle funi e nella figura della Madonna, pallida e sofferente nel suo strazio di madre. Forte è il contrasto tra il dolore umano e l’inesorabilità della condanna, ribadita dalla presenza degli alfieri con le insegne…

Nella pagina attigua si può vedere un particolare del Gesù  aiutato dal Cireneo, capolavoro di Tiziano Vecellio. L’opera, che precede di due secoli quella già esaminata, è oggi conservata al Museo del Prado. Nel particolare riportato si focalizza l’attenzione sui due personaggi. Qui non assistiamo ad atmosfere rarefatte e dispersive ma a un serrato dialogo di sguardi. Due generazioni sono messe a confronto: Cristo giovane, che per quanto provato dal peso della croce, ha lineamenti ancora vigorosi e l’anziano soccorritore,  sopraffatto dal peso della vita, stanco e sofferente eppure pronto nel suo generoso slancio di compassionevole collaborazione. Tiziano è riuscito a creare col contrasto di luce ed ombra sorprendenti effetti cromatici che evidenziano il realismo delle figure, il drappeggio dei vestiti così pure le venature del legno.  

Nel suo doloroso percorso Cristo cadde più volte e, come in una sequenza filmica, la scena è ripresa nel dipinto di pg. 19, che è possibile ammirare al Museo del Prado. Quest’opera del grande Raffaello  ha per tema lo stesso soggetto di prima. I due maestri, quasi contemporanei tra loro, hanno operato in realtà molto diverse; l’uno nell’Italia di nord-est , l’altro nell’Italia centrale. Hanno sviluppato sensibilità diverse;  il primo raggiunge un ethos più drammatico, il secondo più elegiaco. Il dipinto, difficile da datare, nello stile rispecchia la produzione giovanile dell’urbinate. L’impostazione, nell’andamento quasi piramidale, ha qualche richiamo michelangiolesco ma tutt’altro è il vigore espressivo. Alquanto di maniera è l’opera di Raffaello; la scena, ripartita in due gruppi, è interrotta al centro da un paesaggio campestre che ha poca incidenza nello sviluppo scenico. L’incrociarsi di braccia tese, di aste e di legni spezza l’unità dell’impianto e rende l’atmosfera artificiosa.

A pg. 20 è riprodotta l’opera di Ottone Rosai rappresentativa di quando Gesù incontra le donne .

Il dipinto, eseguito nel 1955 ora conservato a Courmayer, è pervaso da una struggente carica drammatica. Da esso traspare non la disperazione di Cristo che teme la morte ma la disperazione di chi è presago di quanto sarebbe accaduto alla sua gente. Sembra che Gesù voglia tenere lontane le donne per risparmiare loro di assistere al compiersi della sua ora e spronarle a pensare ad altro, al da farsi l’indomani. Questa concretezza, un po’aspra, di Gesù è mirabilmente tradotta da Rosai nello stridente accostamento dei colori, nelle forme abbozzate, nel particolare aggetto della figura in primo piano, nel contrasto tra il bianco della purezza e il nero della morte imminente, evocata dalla croce. I colori acri e le forme ruvide conferiscono all’opera  forte pathos e drammaticità.

Segue la Crocifissione a suggellare il sacrificio di Dio fatto uomo. Un intero capitolo è dedicato all’argomento; vi sono riportate opere scultoree e opere pittoriche .

La croce, in quanto sublimazione della sofferenza, è il simbolo della cristianità e gli  artisti delle varie epoche l’hanno riprodotta nelle più svariate tipologie .

Me ne passano per la mente tante: la famosa Crocifissione  lignea di Cimabue agli Uffizi, nella memoria di quasi tutti legata all’alluvione di Firenze del 1966, che riproduce Cristo con la delicata dolcezza dei lineamenti e il capo reclinato, avvolto in un panneggio dai raffinati effetti chiaroscurali, secondo stilemi di derivazione bizantina; o l’eccelsa opera di Andrea Mantenga alla galleria di Brera, che presenta la maestosa figura del Cristo morto, visto con prospettiva ravvicinata. Nella drammatica plasticità delle membra, segnate dalle trafitture dei chiodi, si coglie la sofferenza patita esaltata nella  serenità della morte, per ricordarci che in fondo la morte è solo il passaggio ad altra vita; o quella di Antonello da Messina al museo di Anversa, tanto cara alla sensibilità di Adriana De Gaudio. Eppure non presenti in questa antologia, perché l’economia  di spazio comporta  l’esigenza di tagli e selezioni, come egregiamente ha scritto nella prefazione al testo il  Monsignor Bertolone, ribadendo l’insindacabilità di giudizio degli autori .

Sono bensì riportate quelle altrettanto grandiose di Giunta Pisano, di Velazquez, di Masaccio, di Gauguin e di Chagal, riprodotte da pg. 34 a pg.45 mirabilmente descritte e commentate.

Sorvolo sulla riproduzione di pg.33, che riproduce un graffito rinvenuto su una casa romana del Palatino attribuito al II secolo, non perché blasfema nella sua interpretazione ma perché ho motivazione a credere, sulla base di studi di paleografia, che non sia autentica. Il tratto grafico non è compatibile, a mio avviso, con la datazione che viene attribuita al graffito. Poiché in questa circostanza non sono nella possibilità di portare elementi atti a suffragare la mia ipotesi, che necessita di ulteriore approfondimento, preferisco glissare sull’argomento, che potrebbe diventare oggetto di uno studio successivo.  

Mi piace concludere con qualche nota sull’illustrazione di pg.31 che riproduce la Resurrezione, da un disegno di Ulrico Schettini Montefiore. Sia per doveroso omaggio all’artista, nostro oriundo, sia perché il mistero della Resurrezione è significativo della speranza di ciascun cristiano che possa con tale aspirazione riscattare la morte, così come l’artista ha voluto significare nella radiosa immagine del Cristo Risorto, rappresentato nella sovrana monumentalità, in un tripudio di luce e nel rigoglio della natura che si desta a nuova vita. E’ evidente la sintesi artistica di elementi di sicura derivazione dalle vetrate gotiche rivisitati nella stilizzazione delle linee propria dell’art nouveau; nonché il parallelismo con l’opera di Piero della Francesca in San Sepolcro, dalla quale si discosta per una maggiore luminosità e levità delle forme conseguite con il leggero tratteggio del disegno .     

 

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