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EDITORIALI  Arte

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Editoriali, recensioni e saggi di ARTE


 

pubblicato il 5 Settembre 2010

LA NATIVITA’ DI PIETRO BERNINI AD AMANTEA

 

Lo storico dell'arte Mario Panarello  ha recentemente rinvenuto in una dimora privata il prezioso frammento della testa della Vergine appartenente alla pala marmorea di Pietro Bernini, raffigurante La Natività, conservata nell'Oratorio dei Nobili di Amantea, di cui si erano perse le tracce.

Il riconoscimento avvenuto su base stilistica è stato comprovato dal combaciare del brano con la parte mutila dell'altorilievo.

L'opera, databile agli ultimi anni del Cinquecento rappresenta, nella produzione dello scultore toscano, padre del più famoso Gian Lorenzo, l'unico altorilievo presente in Calabria. Ascrivibile al periodo giovanile dell’artista documenta una notevole abilità tecnica e un’intensa capacità espressiva in un linguaggio già definito, che connota l'autore come uno dei più importanti scultori della tarda maniera.

Questo straordinario ritrovamento rappresenta un prezioso tassello che suggella l'attività della Soprintendenza per i  Beni Storici,  Artistici ed Etnoantropologici della Calabria, diretta da Fabio De Chirico, che ne curerà  l’intervento di restauro.

 

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pubblicato il 15 luglio 2010

Il Trionfo d’Amore di Mattia Preti torna alla pubblica fruizione.

 

Il dipinto, appartenuto a collezioni private italiane e straniere, rientrato in Italia, passando per il mercato antiquario, è stato affidato in custodia giudiziale alla Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici della Calabria, in seguito a recenti indagini per il recupero dell’opera condotte dal Comando Carabinieri Tutela del Patrimonio Culturale dei Nuclei di Torino e Cosenza.

La tela sarà esposta nella Galleria Nazionale di Cosenza, dove andrà ad aggiungersi al considerevole nucleo di opere del Cavalier Calabrese, già in mostra.

La tela, che documenta le forti influenze neovenete nell’attività di Mattia Preti intorno al quinto decennio del Seicento, propone un’eccellente trattazione del tema dell’Amor omnia vincit.

La complessa struttura iconografica suggerita dal committente, l’abate Antonio degli Effetti, nobile erudito e collezionista d’arte della Roma barocca, mostra al centro della scena Cupido con occhi bendati mentre incede vittorioso sul carro trionfale, incurante delle conseguenze procurate dai suoi dardi nella circostante moltitudine di coppie sopraffatte dalla passione amorosa, un corteo sconfinato di personaggi biblici, mitologici, epici, di filosofi e letterati che testimonia la resa della ragione e della forza all’ineluttabile potere dell’amore.

 

L’opera è esposta nell’ala ovest di Palazzo Arnone, in una sala appositamente dedicata, adiacente ai nuovi spazi espositivi che hanno da poco accolto la ricca collezione di dipinti di Banca Carime.

L’allestimento, in linea con i moderni criteri museali già adottati, asseconda l’esigenza di un’efficace comunicazione e valorizzazione del dipinto, prevedendo quinte sceniche in pvc, pannelli didattici e proiezioni video.

 

 

Ufficio stampa: Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici della Calabria

Silvio Rubens Vivone  - Patrizia Carravetta

Tel.:  0984 795639 fax  0984 71246

E-mail: sbsae-cal.ufficiostampa@beniculturali.it

  

ph. di Attilio Onofrio

 

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pubblicato l'8 maggio 2009 

PROPOSTE 2009 - SOLO AL FEMMINILE

"Sanmicheleinisola" - Mostra di Gabriella Di Trani

5 - 22 maggio '09 - Studio Arte Fuori Centro - Roma

 

di Ivana   D’Agostino

L’installazione Sanmicheleinisola aggiunge allo sperimentalismo artistico di Gabriella Di Trani un ulteriore e maturo tassello con cui definire in modo sempre più totalizzante la sua idea di evento espositivo, da lei concepito da sempre  come un oltre che travalica i fini di una riduttiva esposizione di quadri.

Premesse precoci d’altronde si diedero già con la performance del 1981 Narciso allo specchio e i suoi dodici libri di legno; un’operazione in nuce già installativa e orientata al coinvolgimento dello spazio, che prevedeva  l’artista seduta su di un alto trono di legno, il cui volto, riprodotto in un immagine, si rifletteva  specularmente nel teschio dipinto in uno specchio posto di fronte. Approfondimenti ulteriori, tra gli altri, si ebbero anche con Il viaggio di Serapide, un evento espositivo complesso del 2000, che lungo il percorso a più ambienti della galleria, spaziava dai dipinti all’azione performativa ai costumi e alle attrezzerie di scena, progettati dall’artista artefice, inoltre, delle Macchine del Tempo. Già allora, chi scrive ebbe a dire, a proposito del lungo budello pensato dalla Di Trani come elemento scenico dal quale come a forza entravano e uscivano i danzatori, che  era come se, attraverso di esso, venisse  ripercorso  il travaglio della vita e della morte. 

Le considerazioni sul trascorrere del tempo da cui derivare la  conseguente ciclicità del rapporto vita-morte attraverso una rigenerazione  costante, sono argomenti di riflessione attorno ai quali ruota gran parte della ricerca   di questa raffinata e cerebrale  artista, il cui lavoro da sempre va coniugando livelli culturali di comunicazione alti con altri intenzionalmente bassi ed allusivamente dissacratori. È così che al linguaggio neo-pop da sempre praticato, esaltativo di immagini di comunicazione di massa brillantemente colorate, anche in questa occasione l’artista affida, quasi irriverente, una personale riflessione catartica sul dualismo vita-morte, reso più fluido, e meno oppositivo nel definire  confini troppo certi,  dalla persistenza della memoria  che li  sovrappone e confonde ininterrottamente.

San Michele, cimitero monumentale di Venezia cinto da imponenti mura che lo rendono misterioso, separato dalla città in quanto creato su di un isola che si raggiunge oggi col vaporetto per Murano, e anni addietro in gondola, come  mostrano le foto del trasporto delle spoglie di Diaghilev  nell’isola dei morti della Laguna, nell’acqua, che ne dichiara simbolicamente il confine che lo disgiunge dal mondo, identifica il principio e la fine della vita.

In Sanmicheleinisola, ultima dimora di grandi artisti internazionali come Stravinskij, Diaghilev, Ezra Pound, Emilio Vedova, Felice Carena, Luigi Nono, l’atmosfera si carica di vibrazioni perenni, percepibili nell’aria nel  continuo divenire di segni e forme, frasi musicali e poetiche  che “si muovono [e si muoveranno] intorno a noi  per sempre”.

Da questa percezione del luogo, vivo perché vivo  e attuale  è il contributo dato all’arte dai   grandi artisti citati,  la Di Trani ha maturato il senso della sua installazione: tre muri di lapidi, ordinate, tutte uguali coi loro nomi scritti con gli stessi caratteri, macchiate a tratti di macchie verdastre di muffa, perimetrano tre lati dello spazio espositivo simulando l’affaccio sul grande giardino quadrato, costruito sull’area del convento camaldolese sul cui impianto  fu edificato il cimitero monumentale di San Michele. Un’icona, questa, al cui stato di composta,  malinconia  e intima riflessione  fanno eco le musiche originali di Luigi Parravicini, Composizione d’acqua.

Alle immagini provocate visivamente da questo montaggio musicale realizzato registrando e rielaborando  suoni e rumori  di temporali, scrosci d’acqua, gocce di pioggia  che cadono, mulinelli di torrenti e ruscelli, corrispondono i vari toni della voce, più acuti o più bassi in ragione dell’altezza dei suoni,  con cui  la Di Trani recita ritualmente ed in modo oracolare suoi versi onomatopeici ispirati al fluire dell’instabile e sfuggente elemento.

Queste musiche ispirate all’acqua di Parravicini, e la voce recitante dell’artista che in triplice tonalità gli si accorda, stabiliscono insieme la sequenza di immagini da proiettare, in scansione incrociata, sui tre muri di lapidi dell’installazione, filtrandole attraverso il  tremolìo vibrante di un effetto acqua, che mano a mano,  colorandosi  di giallo, magenta, viola e verde  annulla   il  grigiore marmoreo  e cimiteriale del luogo. Accesa  così dai  vivacissimi colori delle proiezioni, Sanmicheleinisola si trasforma in un’esperienza polisensoriale, capace di acquisire a sé anche i “rumori e gli odori  che attraversano l’isola”.

La dimora del sonno eterno, pur non perdendo il suo intrinseco  significato di riflessione sulla transitorietà della vita, così come non disattende, col suo portato  simbolico, considerazioni  sulla infinita persistenza della memoria, trova oggi nuova  espressione nell’ esorcizzante vanitas contemporanea, realizzata dalla Di Trani  secondo il suo caratteristico e riconoscibile stile, già dagli esordi interessato a queste riflessioni, come si è appunto riscontrato nel suo citato Narciso allo specchio.  

In luogo della  policromia sontuosa e teatrale dei marmi delle macchine sceniche  dei monumenti funebri barocchi, l’artista utilizza le immagini proiettate con effetto discoteca dei suoi fulmini saettanti in cieli disseminati di coloratissime e macroscopiche nubi. L’acqua, uno dei temi portanti  di questo progetto, lo è anche della sequenza proiettata. Alternati i fulmini con il fluire  d’immagini allusive alla vita che si forma sospesa nel liquido amniotico, e alla sua perdita,  cui sottendono  i volti di persone care indefiniti nei tratti per lo scorrere dell’acqua – si tratta di un dipinto del 1995 di recente ripubblicato dall’artista nel Codice Di Trani -, le conclusive immagini della serie - fiori eccessivi rigorosamente sgargianti, e annaffiatoi altrettanto colorati che simulano  fiotti d’acqua scroscianti su odorosi omaggi floreali portati a coloro che non sono più – scongiurano la  paura della morte dissacrandola ai nostri occhi con  un segno estremo,  assolutamente beffardo.

 La composta malinconia del grigiore marmoreo del luogo esorcizza la sua destinazione di ultima dimora in un ironico e caleidoscopico esercizio neo-pop, tangente certe esperienze, tese a scuotere gli animi dei presenti, caratteristiche  del  teatro  e dei films surrealisti.

 La catarsi di San Michele, contraltare veneziano ed altrettanto crepuscolare della böckliniana Isola dei morti avviene attraverso l’esplosione gioiosa, estranea al senso della misura, del prato verde smaccatamente finto, che punteggiato di sovradimensionati e coloratissimi fiori altrettanto gilardianamente finti,  perimetra come un tappeto i tre lati dell’installazione di Sanmicheleinisola. Rigoglioso nel denunciare la sua natura spudoratamente artificiale, il prato e i fiori  richiamano  alla mente la  funzione energetica e vitalistica  dell’acqua , a cui alludono  annaffiatoi elogiativi di un kitsh coloratissimo  e infiorettato, paradossali  nella loro   assoluta e meravigliosa incongruenza  al luogo, disposti molto ironicamente sul fondo dell’installazione, sorretti  da  una minimale   stuttura in ferro. 

 

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pubblicato il 3 maggio 2009

Il mare tra le brughiere e i fiumi tra le luci e le ombre nella pittura

di Salvatore Carrozzo.

 di Marilena Cavallo

 

Il mare e le brughiere, l’acqua e le mareggiate, i ponti e il fiume, lo scorrere del tempo tra le maree che sono paesaggio e si fanno immagine in una visione in cui lo specchio è un ricamo dell’anima oltre che una definizione di una realtà nella geografia del territorio e poi i fiori che sono colore in un intrecciarsi di scorci che richiamano gli oblii: il tutto in uno scenario che fa di Salvatore Carrozzo un riferimento pittorico nella temperie di questo nostro quotidiano.

Quattro momenti (fiumi, mare, fiori, scorci) segmentano la ricerca di Carrozzo che si definisce soprattutto nel colore che ha sfumature e nelle ombre offerte da una tavolozza che si confronta costantemente con il cangiare delle stagioni. Ci sono di mezzo sempre le stagioni. Non sono soltanto le stagioni che accompagnano la ciclicità del nostro vivere. Ci sono anche quelle stagioni che decorano il sentimento del percepibile nell’indefinibile. Sembrerebbe tutto definito ma nell’artista non c’è nulla di scontato e tanto meno di definibile.

Le mareggiate sono l’inquieto scorrere delle ore tra i silenzi che si aggomitolano nell’immobilità – non fissità dell’esistere e il colore e la forma  costituiscono l’estetica del pensiero che si fissa sulla tela. Ma può esistere una pittura, come questa di Carrozzo, senza l’esercizio armonico della musica.

La musicalità non è soltanto nella parola. È nel linguaggio. I linguaggi sono anche dentro l’onda, sono un ramoscello, sono il vento, il principio dell’angolo di quei “Sentieri bagnati” che raccontano con il ritmo, appunto, del colore che recita intorno ai “Balconi sui Sassi” o tra le case di un Sud che non ha nenie ma scavi nell’antropologia del cuore o nelle “intermittenze” proustiana che richiamano echi mai mascherati e sempre vissuto come meteore che si raccolgono nel nostro non perdere la carezza di una mimosa che ondeggia o “venteggia”  tra i glicini, i garofani e la pioggia che è acqua.

L’acqua, dunque. Ovvero “Giochi d’acque” tra le “correnti” i “riflessi” e i “miei” fiumi ungarettiano che hanno il respiro dell’erba nelle “trasparenze” che danno un senso al “Meriggio sul fiume”. Ma l’acqua non è soltanto riposo, attesa, pazienza, alba o crepuscolo. L’acqua è il marinaio che osserva, è la scogliera che si lascia squarciare o ferire, è un “Gioco di azzurri” nello spazio che montalianamente accoglie il “meriggiare” che cade sulle litoranea nonostante il sollievo delle nubi che si lascia attraversare dai “capricci”.

Le nubi hanno sempre capricci. Certo. Ma Carrozzo ha “trasparenze”, anzi la sua pittura vive nelle trasparenze che non sono solo i colori ma i paesaggi. Tutto, alla fine, diventa paesaggio. Anche il Sele è scenario di un paesaggio, anche la “mareggiata” è il paesaggio che penetra la battigia portando sulla spiaggia i cocci del primo mattino. La costiera è nel tramonto e il tramonto è un disegno nel semicerchio del golfo. Il colore è dunque musica. Nel tocco di una corda di chitarra e nel leggero danzare delle dita che delineano la forma di una sabiana “Città vecchia”.

Un raccordare la vita non nella storia soltanto ma in quella clessidra delle immagini che solca il nostro stare tra le fotografie e il narrare la fotografia che ci portiamo dentro. Ciò che abbiamo visto, ciò che vediamo, ciò che osserviamo non ci abbandona nella fuga. Anche in un piccolo frammento o filamento segna il pendolo del nostro sguardo. L’artista ha bisogno di questo pendolo. Non per misurare le ore. Ma per non perdere ciò che ha visto – vissuto. E tutto resta negli occhi. L’immagine – realtà sta oltre il nostro sguardo.

Così le marine o i fiumi, i paesaggi e il profumo dei fiori sono una “trasparenza”. Non possiamo fare a meno di questo andare tra le acque e la terra o le terre. La pittura è in questo intrecciare, in una armonia – disarmonia, lo spazio al tempo tra i granelli di terra e le gocce d’acqua. Si ritorna al senso del sentiero originario.

Salvatore Carrozzo raccoglie i “sensi incantati” di uno straordinario guardare dal di dentro il di fuori. L’arte non è solo nel visibile. Carrozzo lo sa. L’invisibile è stato visibile e disegna ciò che noi viviamo nell’ascolto di un silenzio percepito. Il percepire per rendere forma. Una estetica della filosofia dell’arte che è racconto. Con il colore si dà forma e dando forma, Carrozzo, certamente racconta.

 Nella foto da sin: Marilena Cavallo e la giornalista Carmen Lasorella

 

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pubblicato il 27 marzo 2009

LA DONNA NELL’ARTE DI BOCCIONI

di Adriana de Gaudio*

la madre

 

 

L'antigrazioso

 

Ignoto, abisso, inconscio, immenso, luce, sole, fiamma: sette note-chiave che si rilevano dal contesto delle teorie di Umberto Boccioni (Reggio Calabria 1882 - Verona 1916), epigone del Futurismo; note che, pur nella loro sonorità timbrica, di eco marinettiana, permettono di far captare, nella complessa rapsodia dei vari manifesti e trattati, l’autenticità del tono di voce del Boccioni prefuturista, artista portato alla ricerca di definizioni, propenso a cogliere e ad assimilare le varie suggestioni di esperienze culturali diverse (Balla, Previati, l’Impressionismo, l’Espressionismo tedesco, il pensiero evoluzionistico di Bergson, il superomismo nietzscciano), per poi, nella fase futurista, operare una sintesi dinamica di forme e spazio, percepiti simultaneamente attraverso linee- forza, colori -forza.

 

Prima di orchestrare questi elementi sporadici in una pittura e scultura d’avanguardia, Boccioni nel periodo formazionale e preparatorio, si sofferma su temi iconograficamente tradizionali, ma che servono all’artista per creare “stati d’animo”: un’esigenza di natura romantica che Boccioni sentirà anche dopo che Martinetti, ostile ad ogni sorta di sentimentalismo, acclamerà “la bellezza della velocità nello spazio”. Dal rapporto arte-scienza Boccioni, nella prima maniera, evade con temi più intimisti: la figura della donna, tanto oltraggiata da Martinetti, attirando, invece, il suo interesse, trova l’ archetipo nella rappresentazione della madre. Soggetto molto caro e ripetuto nell’arte bocconiana, l’immagine materna segna l’iter spirituale ed estetico dell’artista, destinata a sanare i salti stilistici e a recuperare il filo logico, concettuale e strutturale nella continuità evolutiva del segno.

 

Ne La madre che lavora a maglia (1907) Boccioni mostra il travaglio disegnativo e coloristico, volto a definire il volume per mezzo della linea e del colore. Ripresa nell’interno della casa, in un cantuccio solitario, accanto al tavolo, di fronte alla finestra, la donna è ripresa di tre quarti, dal basso, in una prospettiva quasi a sghembo che permette, attraverso le sporgenze e le rientranze dei volumi,di seguire la gradazione della luce, la quale smorza i colori e rende l’atmosfera più calda, più intima, familiare. Composizione che richiamerebbe la spiritualità del Fattori nel ritratto La mamma che cuce (1871), se non si evidenziassero scampoli stilistici dell’Impressionismo.

 

Più vicino all’arte di Balla per la taccheggiatura rapida del colore, Boccioni nel Ritratto della pittrice Adriana Bisi Fabbri (1907) colloca il busto della donna in primo piano; spostandolo verso sinistra, inquadra la pittrice tra un covone e un tronco d’albero che lasciano intravedere lo sfondo degli alberi. La nota di spicco è data dal grande cappello viola in sintonia col colletto della camicetta anch’esso viola, colore che emerge dalla gamma dei complementari binari giallo-verde, verde-azzurro. L’accensione coloristica, solare, rende la sensibilità della pittrice, sensibilità velata di tristezza, stato d’animo messo in luce dalla velatura d’ombra creata dalla falda del cappello.

 

Di stato d’animo diverso appare La maestra di scena (1909). In quest’opera Boccioni, servendosi  di colori accesi, d’estrazione espressionista, rivela particolari decorativi, liberty, la suggestione che vuole creare attorno al soggetto, il quale annulla l’ambiente, assorbendolo. Rapporto, dunque, di soggetto con l’ambiente che nel periodo milanese approfondisce con risultato già dinamico. La lezione del divisionismo di Balla, la conoscenza di Previati e subito dopo del neo-impressionismo francese rendono Boccioni più sensibile alla luce.

 

In  Studio di testa femminile del 1909, iconograficamente Boccioni ricorda Profumo di  Russolo, ma  il pittore calabrese  svela la sua segreta inclinazione per le scienze occulte. Come in una specie di ectoplasma, filamenti di colori avvolgono il volto della donna, che viene fuori da una lingua di fiamma, la quale tende a convogliarla nel buio, fuori del quadro. Predomino, nel fuoco artificiale dei colori, lampi giallo-verde, rosso viola-blu. Da quest’opera si evince che Boccioni cerca, quale novello Tranquillo Cremona, di raggiungere coloristicamente e luministicamente effetti emozionali, senza però cadere nello sdolcinato.

 

Nel ritratto La signora Massimino ( 1909), l’ opera forse più apprezzabile del periodo milanese, Boccioni dimostra di essere un eccellente disegnatore e un bravo colorista.

In questo dipinto il rapporto forma-spazio, soggetto-oggetto si fa più serrato. Come nel ritratto della madre che cuce, la signora Massimino sta seduta nell’interno di una stanza, ha un libro tra le mani, non legge; il suo sguardo fissa un punto lontano, fuori del quadro; la finestra, che occupa buona parte della parete di fondo, immette l’ambiente esterno nell’interno, occupato solo dal soggetto che diventa parte integrante. La conoscenza del neo-impressionismo si avverte nella resa dello spazio-luce dell’esterno e dalla polverizzazione dei colori tenui. La nota dinamica bocconiana si coglie invece nelle sagome dei viandanti nella strada, figurine riprese mentre camminano isolatamente e in direzione diverse, incomunicabili tra loro. In questa dimensione spazio-temporale il particolare( le case, la carrozza, il camion, la gente, la Signora Massimino), fermato nel tempo, diventa universale. Questo ritratto porta già i semi dell’evoluzionismo bergsoniano che tanto dovrà influire nell’opera futurista del Boccioni.

 

Richiami espressionisti si evidenziano ne Il lutto (1910) e in Idolo moderno (1911). L’assunto noldiano emerge nella prima opera dove permangono residui dell’arte simbolista; i colori sono accesi, l’espressività grottesca delle figure raggiunge il macabro della maschera. Due sono le donne che si scapigliano e piangono, ma inquadrate nella loro gestualità teatrale pare che si moltiplichino in altre immagini. Effetto virtuale che serve per poter raggiungere al climax del dramma, ma il dolore si stempera in una sorta di seduta spiritica; si notino lo svolazzio delle fulve chiome, mosse come da una presenza extrasensoriale mentre lievitano nel buio insieme con le mani, in mezzo a enormi fasci di fiori sgargianti.

 

Il gusto per l’ignoto, per l’abisso si manifesta anche in Idolo moderno. Boccioni sfoggia la sua bravura di luminista, giocando con il complementarismo dei colori; crea delle dissonanze tra di loro, fino ad arrivare all’effetto dei particolari decorativi:  l’ovale della donna, proiettato in primo piano da una traiettoria di luci metalliche, è messo in evidenza dalla linea di contorno viola, dal rosso scarlatto delle labbra, dallo sguardo  spiritato. Il tocco magico è dato ancora una volta dal cappello, non più esemplificato come quello della pittrice Bisi, ma reso ancor più vistoso dai fiori sgargianti che risaltano sopra le falde vibranti di luce. Una Circe che s’affaccia dal suo antro, misteriosa, malefica,incantatrice.


Ė l’ultima opera questa, in cui la linea, il colore e la luce compiono la loro missione lirica. In Madre che legge(1910) Boccioni va alla ricerca dei valori plastici; il ricordo cézanniano affiora dalla struttura vigorosa della figura, che occupa con la sua dimensione il primo piano e annulla lo spazio. Il disegno  molto più incisivo e la luce molto più diretta sono impiegati a costruire il volume. Quest’opera si può considerare prefuturista, in quanto anticipa quel che è scritto nel Manifesto del 1910: “Per dipingere una figura non bisogna farla, bisogna farne l’atmosfera.” Se l’atmosfera qui si avverte, nel Ritratto della madre a mezza  figura seduta (1911) si respira.

 

La figura della madre perde le caratteristiche fisionomiche per seguire la legge della scomposizione facciale, mediante piani orizzontali. Uno sgranarsi di volumi nella luce che penetra come lama nella materia, lasciando emergere dalle pieghe l’ombra, componente essenziale allo scavo psicologico. In quest’opera affiorano accenti picassiani e grisiani, destinati a confluire nella scultura e a trovare un’impronta autentica dello stile futurista del Boccioni. In Antigrazioso (La Madre, 1912) la penetrazione nell’inconscio porta l’artista alla ricerca razionale del es. L’opera vede il raffronto madre-figlio non più sotto la tradizionale forma di pietà michelangiolesca, pietà che, in Michelangelo, da semplice compianto-dimostrazione, diventa tramite d’ascesi al divino, divino che Boccini non cerca mai di raggiungere, preso com’è a definire la materia, a penetrare nel sub-materia, per giungere fino all’origine: il grembo materno.

 

Un viaggio a ritroso, tutto interiore, regressivo, fino alla fase prenatale; a questo punto viene istintivo porre un parallelo con il protagonista di  Aracoeli di Elsa Morante, per quel che di ambiguo affiora nel rapporto madre-figlio, ma nel romanzo della Morante persiste, se bel vediamo nell’iter narrativo, una tensione eroica di riscatto morale, in Boccioni, come scrive Calvesi, madre e materia sono un tutt’uno  e si tratta di una materia  “cozzante, metallica,artificiale da cui non si risale all’idea di madre-natura, ma piuttosto di una madre artificiosità:un’artificiosità che ha in comune con il caos primigenio lo stato germinale.”

 

E così che Boccioni approda, con tutte le sue implicazioni e complicazioni estetiche e filosofiche, al futurismo.

Per essere autore del suo tempo sa che deve integrarsi nella civiltà tecnologica ed industriale e lo fa, acclamando il progresso, la bellezza della velocità, anche se questa ucciderà il tempo e lo spazio e soprattutto il pensiero. Svuotato dall’io pensante, l’uomo-grido di Munch è diventato in Boccioni un robot, destinato a vivere forse nel tremila in una città, dove non si noteranno più “quelli che restano” perché a restare non saranno neanche le donne, né “ quelli che vanno” perché in una società alienata e mistificata, non si può sapere se si va verso la distruzione o, dopo tutto questo caos, si va verso la palingenesi.

 

Boccioni con la scultura Antigrazioso (1912), opera davvero inquietante dal punto di vista concettuale più che da quello formale, suggerisce una particolare lettura e conclusione: l’aggrovigliarsi dei piani plastici che si tendono e si ritraggono nel cavo materno sotto una pulsazione lenta, materica, fa pensare ad un rapporto incestuale  ab-initio tra madre-figlio, rapporto che si potrebbe verificare con la fecondazione artificiale in vitro, risultato non assurdo, ma verosimile, mirato a sanare la lacerazione del distacco ombelicale e a facilitare l’emancipazione eugenica, ma  a scapito del valore umano e dell’eticità del sentimento.

 

 - Questo breve saggio è inserito insieme agli articoli di Calvesi, Apuleio e Grisi in L’antico e il nuovo in Umberto Boccioni, edito dal “Centro Studi Corrado Alvaro - Roma”, giugno 1984 -

 * Critico d’Arte

 

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pubblicato il 13 marzo 2009

Caravaggio ospita Caravaggio

Mostra - BRERA 1809-2009 - dal 17 gennaio al 29 marzo 2009 

di  Adriana De Gaudio

 Compie duecento anni la Pinacoteca di Brera, inaugurata per la prima volta il 15 agosto del 1809, in occasione del genetliaco di Napoleone Bonaparte, re di Italia. In verità, esisteva già dal 1778 una prima raccolta di opere e disegni ad opera di Carlo Bianconi, primo segretario dell’Accademia di Brera, a cui si aggiunsero altre opere confiscate in tutta Italia agli ordini religiosi, per ordine di Napoleone nel 1805. Si deve all’artista Andrea Appiani, allora commissario governativo delle Belle Arti, l’aver successivamente ordinato cronologicamente la collezione di capolavori provenienti da tutta Italia che oggi arricchiscono la galleria.

 

Questa ricorrenza viene festeggiata con un susseguirsi di mostre interessanti che si snoderanno per tutto l’arco del 2009 .

La nostra attenzione si concentra sulla prima affascinante esposizione che mette a confronto quattro opere di Michelangelo Merisi, detto (Caravaggio, Bergamo, 1573- PortoErcole, Grosseto, 1610). Affiancano il celebre dipinto  la Cena in Emmaus (foto) (1606), presente a Brera fin dal 1939, altre tre stupende opere, appartenenti alla produzione giovanile: Il ragazzo col canestro di frutta (1593-1594), proveniente dalla Galleria Borghese di Roma; Il Concerto (1594-95) concesso dal Metropolitan Museum di New York; la prima versione della Cena in Emmaus (1596), giunta dalla  National Gallery di Londra.

 

La differenza stilistica tra la prima e la seconda produzione artistica del grande pittore lombardo si coglie dal confronto tra le due Cene. Diversa l’atmosfera in cui si svolge la scena, diverso lo stile e il linguaggio. Nell’opera giovanile londinese si respira il clima dell’arte lombarda, influenzata dal luminismo del Lotto, del Savoldo e del Peterzano, con rimandi anche ai veneti e ai manieristi fiamminghi. Caravaggio  indugia sui dettagli, enfatizza i gesti di stupore, rivelati dalla luce chiara che avvolge le figure senza renderne i volumi. Il Cristo risorto siede al centro del tavolo, coperto da una candida tovaglia. Si presenta imberbe “dal volto androgino, tra il maschile e il femminile come le immagini paleocristiane del Buon Pastore, non già in quelle di un uomo maturo come richiederebbe la sua età.

 

La giovinezza è un segnale  della vita eterna, di cui il Cristo fa dono ai fedeli…” (Calvesi). L’atto benedicente del Risorto è rivolto, al cibo posto sulla tovaglia e ai discepoli che subito riconoscono il Maestro.  L’inatteso svelamento del Risorto suscita diverse reazioni. Il discepolo, che vediamo seduto di spalle, incredulo, si solleva sui braccioli, nell’atto di alzarsi dalla seggiola; l’altro, seduto accanto a Gesù, spalanca le braccia, quasi mimando la croce. Sulla giacca porta appuntato una conchiglia, la quale connota il discepolo come pellegrino “ in viaggio per fede”. L’oste, non menzionato nei Vangeli, avvalora la convinzione di Caravaggio che Dio si manifesta agli umili. Ė in piedi, bloccato dall’emozione. La resa espressiva dei volti trova un forte riscontro nell’analisi realistica dei particolari: i vestiti laceri dei discepoli, i segni della loro vecchiezza,  la splendida “natura morta” costituita dal pane, una rosetta, dal cappone, dalle brocche di acqua e di vino, dal magnifico canestro di frutta, visto in un ardito trompe-l’oeil. Il canestro siglerà altre opere giovanili del Merisi, per essere a se stante nel dipinto(1597), sito nella pinacoteca ambrosiana di Milano.

 

Nella seconda Cena il linguaggio di Caravaggio mostra una profonda maturità stilistica, dovuta a episodi drammatici che hanno segnato la sua vita. Diversamente dalla precedente, la scena evangelica si svolge in un ambiente buio. La  luce, guidata in senso registico, parte da un punto impreciso del dipinto, scava i volti delle figure, illumina la mensa, lascia in ombra il resto. Il Cristo, pensoso, solleva la bellissima mano in atto di benedire il pane spezzato. La natura morta qui è limitata all’essenziale. Il pane e il vino evocano l’Eucarestia,  il piatto di insalata suggerisce l’ambiente misero della locanda, dove sono presenti l’oste e una serva. Particolarmente caratterizzato, il volto rugoso e scarno dell’anziana donna è reso con realistica forza espressiva.

 

Il ragazzo col canestro di frutta è secondo alcuni un autoritratto eseguito allo specchio, invece penso che sia un modello, utilizzato in altri dipinti. Colpisce il “furor lunare” che fa schiudere le labbra carnose del giovane, interpretato da alcuni studiosi come languido spasmo d’amore. Il tema coniuga giovinezza e natura in un accordo armonioso di elevata fattura stilistica. La luce morbidamente accarezza la figura, lasciando alle sue spalle una vellutata penombra.  Si apprezza la composizione anche per l’armonizzarsi dei colori: il nero della ricciuta chioma del ragazzo si sintonizza con quello degli occhi, dei chicchi lucidi di uva, dei fichi rugosi; il rosso delle mele con quello delle ciliegie; il verde delle foglie digrada tonalmente.

 

Il Concerto, opera commissionata dal cardinale Del Monte, è un’allegoria musicale.

Un suonatore di liuto e uno di corno stanno per provare gli strumenti, prima di iniziare il concerto. Un altro giovane tiene in mano lo spartito mentre il suo strumento musicale, il violino, è adagiato sul tavolo insieme agli altri spartiti. I giovani vestono abiti classici. A quanto si dice, per questo dipinto hanno posato gli stessi musici, ospiti nel palazzo Giustiniani. I modelli si sono prestati per altri dipinti: Bacco,1596-97( Firenze,Uffizi), Il fanciullo col canestro di frutta, sopra esaminato.

 

Il suonatore di corno si suppone sia l’autoritratto di Caravaggio. Al trio musicale si unisce un quarto giovane che sembra eludersi da contesto: è curvato in avanti, in atto di prendere un grappolo d’uva. Alle spalle del giovane si intravedono le ali e al suo fianco la faretra:entrambi attributi di Cupido, la cui presenza motiva la destinazione amorosa del concerto. Di solito Cupido è raffigurato con l’arco in mano non con una manciata di acini.   Nell’Iconologia di Cesare Ripa, opera dedicata al Cardinale Del Monte, si legge che sia la musica sia il vino aiutano a sollevare lo spirito. Se osserviamo bene il dipinto,però, l’atmosfera che si respira non è affatto allegra, anzi si coglie un senso di spossatezza dai giovani corpi e un velo di malinconia dai loro sguardi umidi.

                                  

INFO: Pinacoteca di Brera - Via Brera, 28 Milano

 Orario:8,30- 19,15

Chiuso il lunedì

 Biglietto: 10 euro

Per informazioni e prenotazioni:

02 72263204

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pubblicato il 9 marzo 2009

UMBERTO BOCCIONI INNAMORATO DELLA PRINCIPESSA VITTORIA COLONNA.

PUBBLICATE LE LETTERE DI UN AMORE E DI UNA STORIA INCOMPIUTA

  

di Pierfranco Bruni

 

 È tempo di celebrazioni futuriste. Il Futurismo non solo come modello di cultura o come proposta di una innovazione linguistica ma anche come “esigenza” esistenziale.

Si è futuristi se si ama il rischio. Si è futuristi se la concezione della vita è una costante impresa fatta di rivoluzioni nelle idee. Si è futuristi se il colore supera il suono della parola o se le ombre dei colori attraversano il “metallico” delle parole.

 

Si è futuristi alla Marinetti ma anche alla D’Annunzio. Gli amori di D’Annunzio sono stati amori futuristi? D’Annunzio certamente amava la rivoluzione ma sapeva che l’amore ha bisogno della tradizione. E non spazzavano via i sentimenti, gli imbrogli amorosi, i tradimenti. L’amore non è soltanto dare o religiosamente donare ma gli amori tra gli amanti diventa colore e, dunque, impresa.

 

Per i futuristi non era naturale avere un amante o una amante ma l’amore diventa, in modo trasgressivo, passione. Ho detto passione e non ossessione. Ebbene, questo amore futurista non conosce ricompense ma neppure nostalgie o rimpianti, perché lo si vive nella “penetrazione” fulminea, nella luce abbagliante, nel sentiero che non si fa orizzonte, nella durata che è parentesi ma mai fine. Ancora D’Annunzio ci ha insegnato che gli amori si vivono superando le romanticherie.

 

Il teatro diventa fondamentale. L’amore futurista ha bisogno di teatro e proprio il Gabriele nazionale ha messo in piazza i suoi amori. Uno tra tutti: quello di Eleonora Duse. Un amore inquieto ma riposante. Un amore-recita ma un intenso.

D’Annunzio anticipa il teatro futurista proprio mettendo in piazza e nel teatro della vita e non solo della finzione i suoi amori e quello con Eleonora diventa un “fuoco” mai spento anche se la cenere riesce a mascherare ma il bravo attore sa tenere la scena. E i futuristi sapevano che bisognava tenere la scena e custodire il retroscena consapevoli che la ribalta va gestita.

 

Cosa è stato l’amore di Umberto Boccioni con Vittoria Colonna?

Un futurista emblematico che è riuscito a portare il colore nello sfrecciare dello spazio senza mai misurare il tempo e disperdendo i tratti e i segni.

Cosa è stato questo amore? Una parentesi. Lo dice molto bene un libro (tutto da leggere) di Mariella Caracciolo Chia che racconta proprio questa passione – risorgimento dell’anima tra l’artista e una principessa.

Appunto Boccioni che era nato a Reggio Calabria quando incontra la principessa Vittoria Colonna, sposata, da quindici anni, con Leone Caetani di Teano, ha trentatrè anni. La principessa ha due anni più dell’artista.

Un incontro fulminante. Proprio, come si dice oggi, una attrazione fatale? Una parentesi dunque.

 

Il titolo del libro che raccoglie le lettere tra i due amanti racconta il loro viaggio: “Una parentesi luminosa – L’amore segreto fra Umberto Boccioni e Vittoria Colonna” edito da Adelphi.  Boccioni ha un destino tragico. Siamo nel 1916. L’ultimo incontro con Vittoria avviene il 23 luglio. Boccioni muore tragicamente a causa di una caduta da cavallo il 17 agosto. Tra il 23  luglio e il 17 agosto non ci sarà alcun altro incontro tra i due ma delle lettere.

L’ultima lettera di Vittoria viene trovata addirittura nel portafogli di Umberto quando la tragedia lo colse. Il futurista innamorato della principessa. Quel rivoluzionario del colore e delle forme si innamora perdutamente di una principessa e la principessa si tuffa in quell’amore smanioso e pazzesco come sono tutti i grandi amori che vivono di lune e di tramonti e sanno che la realtà esiste.

Umberto e Vittoria non si smarriscono nel sogno. Sono disperatamente innamorati e si stringono tra i silenzi e i graffi della passione.

 

Umberto in una lettera importante dirà alla sua Vittoria: “Quello che c’è tra noi è una profonda realtà, è nato come realtà. Per quanto poco prima ci siamo conosciuti poi simpatizzato, poi… poi c’è il nostro segreto quel meraviglioso crescendo che ci ha condotto di castità in castità alla nostra casta voluttà! Oh! Le nostre notti! Il tuo pallore, il tuo smarrimento, il mio terrore la nostra infinita comunione di corpo e di spirito. Divina mia, lo sento che mi vuoi bene, un po’ più di quando me lo misuravi con avarizia sulla punta del ditino… Rammenti? Come sono tuo! Come ti sono fratello e amico, come ti ammiro, sempre, ad ogni respiro, sempre! Sempre!”.

 

Certo, si tratta di una intensità di passione e cuore. Il futurista che sapeva amare con il sapere che non può conoscere le ragioni ma la grazia del cuore. E questo futurista che è rimasto nella storia dell’arte e che ha tracciato il viaggio più incisivo di una avanguardia culturale ha saputo amare fino in fondo sempre condividendo il legame tra arte e vita e mai confondendo la vita e l’arte.

 

Non si tratta di una recita che entra nella vita o viceversa ma di una realtà. È  questo il punto. Vittoria apprende della morte di Umberto il giorno dopo e lo apprenda addirittura dai giornali in un trafiletto che portava questo titolo: “Il pittore futurista Boccioni muore cadendo da cavallo”. Qualche giorno dopo Vittoria scrive al marito iniziando la lettera così: “Amore mio…”.

Umberto era morto il 17 agosto e Vittoria il 22 agosto scrive al marito chiamandolo amore mio. Oltre il futurismo c’è il destino. È  proprio vero che i futuristi  il senso dell’ironia (o della beffa) lo vivevano intrecciandolo a quello del tragico disperatamente cercando di “uccidere”  quel chiaro di luna che resta a fare ombra tra le attese e i cammini del viaggio.

 

Boccioni ha saputo essere futurista sempre disperatamente e la sua morte tragica e l’amore con la principessa Vittoria restano il segno tangibile di un attore che non ha mai saputo indossare maschere, convinto che la vita è nell’arte e l’arte è nel colore che dà forma alla vita.

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pubblicato l'11 marzo 2009

 

L’ANIMA PITTORICA DI MATTEO CURCIO

 

Questo giovane catanzarese, privo di diplomi di Accademie e di Istituti o Licei d'Arte, munito della sola Licenza di Scuola Media Statale, con una breve esperienza presso l'Istituto Alberghiero di Soverato e, ancor di più, con una notevole "concimazione di vita" acquisita nei due anni in cui ha vestito il Saio di Postulante presso il Convento di San Francesco in Paola, possiede il meraviglioso dono, concessogli da Madre Natura con la benedizione di Nostro Signore, di saper dipingere in maniera veramente eccellente al punto da poter essere annoverato negli appositi elenchi dei "Guinness", visto che le sue mani, i suoi occhi, la sua mente e soprattutto la sua ANIMA, fanno "roteare" pennelli e colori partorendo opere d'arte pregevoli, preziose, inestimabili e che mandano letteralmente in tilt chi si sofferma ad ammirarle, rimirarle, soppesarle sotto tutti gli aspetti possibili, da ogni angolazione ammissibile. Dipinge tutto, di tutto e di più ed ogni suo capolavoro ti parla, ti descrive minuziosamente come è...venuto fuori....ti dice che quei "titoloni" accademici che altri artisti posseggono e ne fanno gran sfoggio, sono soltanto "pezzi di carta" di fronte ad un pittore di tale portata naturale, ad un giovane che...non lo ho domandato nè a lui nè ai suoi cari genitori...forse dipingeva con un ditino nel mentre era accoccolato nel grembo materno.

Al di là delle tante Mostre cui ha partecipato e dei mille e mille paramenti sacri realizzati per gli Altari del Santuario di Paola, le 12 TELE rappresentanti gli ultimi momenti della Vita di San Francesco di Paola, destinate, poi, ad "incorniciare" il famoso CALENDARIO PER IL QUINTO CENTENARIO DELLA MORTE DEL GRANDE TAUMATURGO CALABRESE, sono un autentico, solenne, estasiante incanto e gli occhi di San Francesco ne sono fieri, il Suo Sacro Bastone sembra lo scettro più prezioso del mondo, il Suo Saio su cui attraversò lo Stretto di Messina appare come un approdo di pace e serenità, quella Barba bianca ed incolta che discende dalle rughe della saggezza e santità è come uno sprazzo di neve che parla d'amore umano, bontà e benevolenza ed accende pensieri di fratellanza allontanando odio, invidie, gelosie, pene e sofferenze, circondandoti in una immensità di calore. Al caro Matteo gli auguri più sinceri per il raggiungimento di vertici altissimi, per il posizionamento superbo sui giusti Altari della Vita, per la urgente conquista di mete ambìte, meritate, e degne di poter ospitare il suo sorriso, il suo ingegno, le sue mani che sprizzano colori e natura da ogni pur misero poro!!!

N.B: Matteo ha dipinto il Calendario sul Cinquecentenario di San Francesco di Paola, in assoluto stato di semicecità in quanto in quel periodo venne colpito da una preoccupante "ulcera settica corneale".

                                        dott. Vito Curcio

 

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pubblicato il 1 Apr 2007

MUSEO DELLE ICONE E DELLA TRADIZIONE BIZANTINA

Frascineto - Piazza Albania

Fracineto si arricchisce di un altro prezioso bene culturale: il Museo delle Icone e della Tradizione Bizantina.
Unico, nel suo genere, in Calabria, e tra i pochissimi in Italia, il Museo offre per la prima volta alla portata del pubblico la ricca collezione, oltre 500 pezzi, dell'Archimandrita Paolo Lombardo di Roma, oltre alla nutrita "Raccolta Ferrari" costituita da un congruo numero di elementi.

Il Museo, sorto per volere dell'Amministrazione Comunale arbëreshe guidata dal sindaco Domenico Braile, d’intesa con l’Assessorato regionale alla Cultura, guidato da Sandro Principe, rappresenterà un polo di attrazione culturale dedicato all'arte, alla spiritualità, alla storia ed alla liturgia bizantina.

L'intento dell'istituzione non è solo espositivo ma anche informativo sulla funzione delle arti in rapporto al culto secondo i criteri voluti dall'organizzatore, il prof. Gaetano Passarelli (Docente di Storia e Civiltà Bizantina, UniRoma Tre).
Il Museo costituisce perciò il primo momento di acquisizione delle conoscenze strettamente legate all'ambiente circostante italo-albanese di tradizione bizantina. Il percorso è, infatti, interno ed esterno. Quello interno è articolato sui tre livelli che materialmente costituiscono l'edificio. Il primo presenta un carattere propedeutico e didascalico che introduce nel mondo bizantino. Nel secondo vi sono esposte le icone. Non mancano particolarità e pezzi rari. Il terzo livello ha diversi settori: icone in bronzo usate dai Vecchio-credenti russi e su smalto, arredi sacri e paramenti liturgici di foggia greca e russa. Vi sono esposte anche rare edizioni di libri liturgici dei secoli XVII-XX.
Il percorso esterno permette di vedere tradotte nella realtà quotidiana le conoscenze acquisite sull'icona e la tradizione bizantina. Si possono visitare, quindi, la chiesa attigua dell'Assunta (sec. XVIII), la chiesa di San Basilio ad Ejanina e la chiesa di San Pietro, monumento nazionale (secc. X-Xl /XVII).
Emblema del Museo è l'aquila bicipite imperiale bizantina con inciso sul petto la scritta IC XC NIKA (Gesù Cristo vince), testimone dell'identità cristiana dell'Impero, per sottolineare la continuità di legame e di fede con i propri antenati.

Le icone

Le icone non sono opere d'arte secondo il concetto occidentale, ma opere destinate attraverso il disegno e la simbologia dei colori a trasmettere un messaggio sacro ed essere venerate.
Il loro raggruppamento è stato perciò fatto per tematica al fine di sottolineare il principio base dell'iconografia espresso al Concilio Niceno II (787) in cui si dice che l'arte è del pittore, ma quel che è rappresentato è compito della Chiesa. Questo perché fedeli di ambiti geografici e lingue diverse potessero cogliere quanto raffigurato pur nella varietà degli stili.
La collezione di icone esposta è di oltre 250 pezzi, provenienti da varie località della Russia, Bulgaria, Grecia, Romania e Serbia. Presentano stili e maestranze diversi, fatture di alto livello e popolari. Vi sono icone da chiesa e di devozione familiare espresse in forme e dimensioni varie.
Si possono così contemplare icone semplici e popolareggianti accanto quelle impreziosite da cornici e rivestimenti metallici (rize); icone dipinte secondo la tecnica tradizionale (tempera e uovo) accanto a quelle dipinte a tecnica mista (tempera-olio); icone su legno e su smalto; di bronzo o su tela dipinta ad olio. Si tratta in gran parte di icone che coprono un arco di tempo che va dal XVII agli inizi del XX secolo.

Paramenti e arredi

La tradizione bizantina è suggestiva nelle celebrazioni liturgiche perché presenta accanto ad una ricchezza di testi, una grande espressività pregna di simbolismo e di mistica orientale.
Questo perché la liturgia terrena deve essere un riflesso di quella celeste. I paramenti diaconali e sacerdotali con i loro colori, ricami e stoffe particolari, appaiono vicino agli austeri abiti clericali in modo da permettere di avere un'idea dell'abbigliamento quotidiano e di quello rituale nella sua composizione. Sono esposti modelli greci e russi cuciti negli anni '30 e '40 dal sarto, maestro Francesco Ferrari, di felice memoria, per suo fratello, papàs Sepa, già parroco di Frascineto. Vi sono calici russi, patene, incensieri, lampade e arredi liturgici in argento provenienti dall'ambito balcanico, spesso finemente cesellati secondo le tradizioni dei vari popoli o dovuti a maestranze che operavano sotto influssi stilistici ottomani. La loro disposizione permette non solo di ammirarne la fattura ma soprattutto di conoscere il significato e il loro uso.

Il medagliere

All'ingresso del Museo è stato esposto anche un altro settore della grande collezione dell'Archimandrita Lombardo comprendente 280 medaglie celebrative di vari avvenimenti civili e religiosi (centenari, commemorazioni, beatificazioni, canonizzazioni, ecc.), essenzialmente pontificie che abbracciano vari pontificati (da Clemente XIII -1773- a Giovanni Paolo II -2005). Vi sono perciò medaglie coniate dalla Zecca dello Stato, dalla Scuola Vaticana e da rinomati laboratori italiani ad opera di grandi maestri.
Il settore presenta una sorta di introduzione dei vari passaggi che portano alla creazione, alla elaborazione e alle tecniche di confezione di una medaglia per permettere poi una maggiore consapevolezza del valore artistico e compositivo di ogni pezzo.
Si tratta di una raccolta rara e inconsueta, posta in espositori originali che permettono la visione di ambedue le facciate. Pur non avendo un legame diretto con la peculiarità del Museo, è stata esposta per arricchire il patrimonio espositivo e trasmettere lo spirito del collezionista spesso non dedito a raccolta di opere di un solo settore.

Nella foto a sin: Il sindaco di Frascineto Braile e l'assessore Principe inaugurano il Museo delle icone bizantine, dopo la benedizione del Papas Bellusci.

Nella foto a dex: Il prof. Gaetano Passarelli con l'assessore Principe e la Prof.ssa Zanoni nelle sale del Museo.

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pubblicato il 23 giugno 2006

LA PRIMAVERA NELL'ARTE

La primavera nell’arte – petali in poesia (2006) – di Adriana De Gaudio
è voce del cuore che illumina 77 pagine patinate (17X24) in cui convivono, in perfetta simbiosi, espressioni di comunicazione solo apparentemente diverse: pittura e poesia.
Rigoroso, chiaro e coinvolgente può essere definito il libro di un’intelligente e sensibile studiosa su un tema amato da artisti di tutte le epoche (poeti, pittori, musicisti): la primavera, mito arcaico di bellezza e rinnovamento.
La stagione dell’energia che si rinnova, rappresentata ora in chiave descrittiva, realistica, ora in chiave simbolica, metaforica, astratta, fa bella mostra in un “percorso virtuale” di cui l’Autrice stabilisce le coordinate temporali.
Nelle pagine del saggio rivivono capolavori d’Arte che la De Gaudio indaga con grande acume critico, guidando il lettore alla conoscenza dei loro diversi aspetti (iconografici, iconologici, stilistici, attributivi).
E lo fa con la consapevolezza di chi sa di parlare anche ad un pubblico di “non addetti ai lavori”, sempre più spesso giovani, che hanno sempre relegato la storia dell’Arte in un’area riservata a pochi intenditori.
Questo testo, con forte impatto visivo e comunicativo, con chiarezza particolare, ci offre l’opportunità di viaggiare nel mondo dell’Arte, scoprendone i suoi significati nascosti, enigmatici, di non sempre facile lettura.

Maria Zanoni

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pubblicato il 13 Feb 2006

L’EROS ASCENDE AL DIVINO

L’ultima produzione di Ulrico Schettini Montefiore

di Adriana De Gaudio

Nel distinguere la capacità pratica dell’homo faber, che produce “quanto gli necessita”, da quella intellettiva dell’homo sapiens, portato a visualizzare ciò che pensa e contempla attraverso il disegno, Ulrico Schettini Montefiore (Castrovillari,1932), molti anni addietro si era chiesto,dopo una lunga dissertazione, (Addio Jonia!, 1990) se “la sapienza viene prima della capacità grafica, se ne è il preludio, la condizione, il veicolo, la causa efficiente”. A questo suo postulato potrei dare una risposta solo oggi, dopo aver seguito molto da vicino l’evolversi dell’arte di Schettini Montefiore dall’immanente al trascendente. Da temi più disparati a quelli sacri.

Senza alcun dubbio ritengo Montefiore un grande disegnatore. Il disegno è il mezzo espressivo che caratterizza la sua formazione stilistica; l’io pensante guida la mano dell’artista che, attraverso il tratto della matita o del pennello, fissa nella forma la sintesi del processo selettivo mentale e visivo, dal quale scaturisce l’idea. Dall’immediato abbozzo grafico incipit l’opera che poi viene elaborata e perfezionata nel tocco finale.

Montefiore, da questo punto di vista, è homo sapiens nel significato di assaporare, derivante dal verbo latino sàpere. Egli infatti ha la capacità di percepire le cose nel profondo, di coglierne e gustare il valore.
La sapienza, essendo uno dei sette doni dello Spirito, precede e accompagna l’atto del suo disegnare. Gitano per il mondo, Montefiore compie quotidianamente esperienze sia sul piano speculativo che su quello etico. Ha alle spalle una vasta cultura artistica e una profonda conoscenza umana, che gli consentono di creare un rapporto vero con la realtà. La realtà, che egli trascrive, non è solo quella che vediamo, controlliamo e tocchiamo con mano, ma anche l’altra che spesso ci sfugge. Grazie a questo suo saper vedere e sentire, Montefiore interpreta, in modo personale ed originale, i soggetti che rappresenta.

Da qui l’autenticità del segno e del linguaggio di Ulrico, la cui personalità si esplicita proprio attraverso il disegno, ideogramma straordinario, che registra le pulsioni emotive, spesso parossistiche, causate dal furore dell’eros. Ma l’eros, che è alle radici della sua arte, non è generato dall’istinto carnale, che predomina sulla ragione, al contrario ascende al divino. Montefiore è un credente cattolico; mosso da una fede profonda, non sconfessa la ragione ma la integra. I suoi disegni, ispirati ai testi sacri, il Vecchio e il Nuovo Testamento, lo confermano.

Per comprenderne la validità, bisogna premettere che il nostro Artista, pur conoscendo la “storia” del disegno, attraverso lo studio dei grandi maestri, non è molto ossequioso verso le regole. Egli non persegue, infatti, la perfezione formale, ma la resa espressionista. La figurazione, eseguita in modo sommario ed immediato, con una scrittura che asseconda la mutazione di stati d’animo, presenta una volumetria spesso prorompente e sproporzionata, a tutto vantaggio dell’espressività intensa dei volti. Molti sarebbero gli esempi da citare, mi limito ad un accenno sui lavori condivisi: l’“Evangelo secondo San Luca” nella versione di Giovanni Diodati (Lucca, 1576-1649), pastore calvinista protestante, considerato eretico dalla Chiesa e ultimamente riabilitato. In questi tempi di apertura al dialogo interreligioso, l’interpretazione grafica dei passi più significativi di questo testo del Seicento, di eccezionale valore linguistico, messo all’indice nel 1617, per una correzione calvinista riscontrata (L’Annunciazione, Luca, 1,28), attesta come tra l’artista Montefiore e il biblista Diodati si stabilisce, per affinità elettiva, un rapporto paritario di sintesi espressiva.

Diodati adopera la lingua toscana d’origine, accessibile ed avvincente per l’immediatezza e per l’efficacia della parola, Montefiore un linguaggio sonoro e greve, scevro da idealismi formali, mirato a comunicare concetti teologici in forma leggibile. I disegni risultano acuti e penetranti (la linea di contorno si presenta ora mordente, ora incisiva, ora dolce ed evocativa), in simbiosi con la scrittura di Diodati.

Altra preziosa sua rappresentazione grafica spicca nella selezione di opere pittoriche di artisti del passato e del Novecento, a fianco delle mie poesie, ispirate alle Donne della Bibbia (Donne Bibliche nell’Arte: un’interpretazione poetica, 1993). Con vigoroso ed essenziale tratto di penna, Montefiore schizza le figure femminili più note, toccandone anche l’aspetto psicologico. Emergono dal suo album di donne: Eva, la moglie di Lot, Giaele, Giuditta, Rut, Susanna, la donna innamorata del Cantico dei Cantici, ripresa con soavità di sentimento, nelle sequenze dei versetti (7,3-8,5). Riguardo alle protagoniste del Nuovo Testamento, egli dà un’interpretazione non in chiave metafisica ma umana. La sua grafica scarna ed essenziale, nella scena delle pie donne al Sepolcro, porta soprattutto a riflettere sulla tomba vuota del Cristo e ad accettare per fede la Verità salvifica della Resurrezione.

In ultima analisi, quando Montefiore combina il disegno con i colori, realizza opere di pittura di grande suggestione. Restando nell’ambito della tematica religiosa, mi piace ricordare la serie delle “sue” Madonne in trono col Bambino. In questi dipinti la linea, condotta in modo armonioso e fluida, ha valore funzionale e decorativo. Da un lato, mettendo in risalto la corposità dei Soggetti, valorizza l’aspetto umano, dall’altro campisce i colori nel percorso armonioso e pacato della pennellata. Un omaggio all’iconografia tradizionale, per quanto riguarda l’impianto prospettico, ma Montefiore punta non sulla regalità della Vergine, posta sul trono, ma sulla maternità in senso universale, resa molto teneramente. In questi dipinti l’eros si evolve in agape. L’amore materno della Vergine, nel dono ablativo di sé al Figlio, si trasforma in divino.

La variazione sullo stesso tema, proposta da Montefiore in più versioni, mi richiama le sequenze di una meravigliosa poesia di Jean Paul Sartre: “È fatto di me”. Ne riporto alcune strofe, riconducibili alle sunnominate icone: (La Vergine) “lo guarda e pensa: questo Dio è il mio bambino/ Questa carne divina è la mia carne./Egli è fatto di me, ha i miei occhi,/ e questa forma della bocca è la forma della mia,/mi assomiglia: Egli è Dio e mi assomiglia./ E nessuna donna ha avuto il suo Dio per sé sola,/ un Dio piccolino che si può prendere tra le braccia….”



In attesa della Parusia

Cartone disegnato di Ulrico Schettini Montefiore

Dacché Ulrico S. Montefiore si è iniziato all’arte sacra, gli si è aperta una visione più ampia e luminosa della vita. I soggetti, tratti dalla Bibbia, non sono una stereotipa raffigurazione episodica ma comunicano, con grande forza ed efficacia stilistica, concetti didascalici, sapienziali o teologici. Nel raffigurare vetrate, Montefiore inalvea il fuoco dell’ispirazione nelle immagini, realizzandole, con destrezza magistrale, in una raffinatissima grafica, congiunta alla pittura.

Grande successo ha riscontrato, nel dicembre scorso, l’inaugurazione ad Osimo della vetrata Tobia e l’arcangelo Raffaele che Montefiore ha eseguito per il Salone Pisana Grimani. La storia biblica, scandita in tre tempi, si visualizza in una sinfonia di linee e di colori che ammaliano lo sguardo per l’eleganza decorativa ed il ritmo della linea flessuosa e continua, per l’accordo tonale dei colori brillanti, che manifestano la presenza del divino. I volti dei protagonisti presentano un’espressione intensamente dolce, pacata anche nella sofferenza.
Un vero capolavoro, attestante la maturità stilistica di Montefiore e la profondità della sua fede religiosa, è il cartone disegnato a Lima per una finestra centrale: un’opera grandiosa, non messa in opera a causa delle vetrerie locali, sfornite di materiali pregiati.

Il tema sacro, che ancora una volta Ulrico affronta, è una sintesi alta del Vangelo, interpretato dall’artista in chiave personale, sociale e antropologica, per essere fruito da etnie diverse del Perù, paese povero, ma fervidamente credente, dell’America del Sud.

La vetrata della finestra (53 mq), che doveva essere istoriata, presenta nel progetto la forma di una croce rovesciata. Nella parte estrema del braccio longitudinale prende forma umana La Trinità: Uno in tre Persone uguali e distinte, le quali siedono in posa ieratica, in uno spazio tripartito, con le mani congiunte, immobili nel tempo. Al centro, Dio Padre, contraddistinto dal triangolo dietro al capo; alla sua destra il Figlio, con la corona di spine; alla sua sinistra lo Spirito Santo, connotato dalla colomba sul capo. Sul piano visivo le tre Persone sono identiche, sul piano della fede si dà per certa la consustanzialità, secondo il dogma. Montefiore come i peruviani, non ha ombre di dubbio, crede nella rivelazione. Il legame tra loro si evince dalla base del triangolo, attributo di Dio Padre, il cui lato orizzontale idealmente coordina il Figlio e lo Spirito. Altre relazioni si individuano nello svolgersi degli episodi evangelici sapientemente concatenati.

Sul lato corto orizzontale della croce, a sinistra dell’osservatore, è raffigurato il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci. Cristo, in piena luce, sulla sponda del mare, con le braccia alzate, ha l’aspetto di un orante. Per terra si vedono cesti di vimini colmi di pani e di pesci. Sorpresi e felici, gruppi di persone, con costumi tradizionali peruviani, esternano, con ampi gesti delle mani e col suono di strumenti musicali, la loro gratitudine. Il disegno a carboncino traduce con adeguatezza le diverse reazioni emotive degli astanti, la dinamica del racconto miracoloso, indugiando sulla descrizione decorativa degli abiti peruviani e su quella naturalistica dei cesti. Un particolare attrae l’attenzione: la donna peruviana con la sua bambina attorno ad un cesto di pani. Lo stato di miseria in cui versano, le isola dal resto della folla. Montefiore, particolarmente partecipe, ritrae l’umile mamma, con gli occhi chiusi, avvolta nel suo mantello, con un cappello a cloche sul capo.

All’esaltazione dell’evento soprannaturale, successivo al completo abbandono degli affamati alla divina Provvidenza, fanno da contraltare i simboli del male e della violenza, raffigurati sul braccio destro della croce, in relazione all’episodio del Cristo deriso. In un angolo, i soldati con le armi puntate, su cavalli imbizzarriti, sembrano scagliarsi contro il Cristo alla colonna. La fisionomia delle gigantesche figure, deformate fino alla bestialità da un disegno espressionista forte ed incisivo, esprime l’ottusità umana, riconducibile allo stile mordente di H. Bosch. L’istinto, non sorretto dalla ragione, determina il manifestarsi del male, contraddetto però dalla pietas delle donne penitenti, vestite in morado, abito di color viola che esse indossano nella solenne processione di fine ottobre. Sono figure femminili macilenti, poste in disparte, con lo sguardo smarrito, rivolto al Cristo, portano ceri. Cristo, Figlio dell’Uomo, è una figura nitidamente vigorosa, vittima innocente che, assumendo su di sé i peccati del mondo, assolve il compito per cui è stato mandato da Dio sulla terra: redimere, attraverso il suo olocausto, l’umanità.

Il messaggio di Montefiore nel suo “poema” evangelico figurato va oltre la morte: la risurrezione di Cristo lascia aperta in tutti i credenti la speranza del suo ritorno, alla fine dei tempi. Non apocalittica la scena finale, ma un inno gioioso che accompagna la deflagrazione della terra. Dalle buche emergono corpi avvolti da lenzuoli bianchi, rinati alla vita eterna. Uno scenario toccante, di grande effetto, preludio della Parusia. La luce della grazia copiosa scende dalla Trinità, non sotto forma di raggi, ma di bianche colombe, emanazione dello Spirito.

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pubblicato l' 11 Marzo 2006

Mostra di Antonello da Messina

di Adriana De Gaudio

Alle Scuderie del Quirinale in Roma dal 18 marzo al 25 giugno 2006: mostra di Antonello da Messina.


Le Figure di Vergini nella pittura di Antonello da Messina

Considerato il più grande pittore dell’Italia meridionale della prima metà del Quattrocento, Antonello da Messina, figlio dello scalpellino o marmoraro Giovanni e di Garita (Margherita), è conosciuto anche nel campo artistico nazionale ed internazionale.

Nasce a Messina tra il 1425-30, ivi muore nel 1479.

Lacunosa, in alcune tappe, si presenta la datazione del suo itinerario artistico. Dalla testimonianza di una lettera, inviata dall’umanista napoletano Pietro Summonte al veneziano Marcantonio Michiel (1524), pubblicata dal Nicolini nel 1925, si apprende che Antonello riceve la prima formazione artistica presso la bottega di Colantonio a Napoli, forse tra il 1445 e 1455. Il trasferimento di Antonello nella capitale del nuovo regno ha una motivazione: la Sicilia, dopo il passato glorioso arabo-normanno, vive un momento di arretratezza culturale rispetto al centro Italia, dove si afferma, ad opera dei Medici, il Rinascimento.

Napoli, invece, grazie all’insediamento del re Alfonso d’Aragona, proprietario di opere di Jan Van Eyck e di Rogier van der Weyden, e promotore culturale, gode di una benefica vitalità artistica e letteraria. Alla corte vengono ad intrecciarsi correnti fiamminghe, spagnole e provenzali, di cui il pittore siciliano recepisce l’influenza, supportata anche dall’insegnamento del maestro Colantonio, seguace dell’arte fiamminga.

La componente fiamminga, evidenziata dall’uso della tecnica ad olio, che dà brillantezza ai colori, e dall’ analisi dettagliata dei particolari, la conoscenza di Piero della Francesca e di Beato Angelico, avvenuta probabilmente a Roma prima del 1460, l’incontro a Venezia con Giovanni Bellini tra il 1474-75, lasciano una traccia nell’opera di Antonello, il cui stile presenta purezza e perfezione formale, intensità cromatica, plasticità e maestosità delle figure.

Dal corpus che assembla opere autografe e altre a lui attribuite, emergono soggetti sacri e ritratti. Dal primo repertorio richiama l’attenzione la figura di Maria che l’artista messinese diversifica in più versioni, pur tra loro correlate stilisticamente. La Vergine annunciata (Como, Museo Civico) viene attribuita ad Antonello dal Longhi (1953) e dal Bologna(1977). L’opera, indubbiamente del periodo giovanile, rivela la conoscenza dei fiamminghi. Dipinta su tavola dorata, la Vergine ha l’aspetto monacale per il copricapo ed il soggólo che le incorniciano il volto, e ne fanno risaltare i lineamenti marcati, il naso prominente e l’espressione assorta degli occhi lievemente asimmetrici. Somigliante, ma più viva l’immagine della Vergine leggente (Venezia,collezione privata), la quale plasticamente si distanzia dal fondo buio.

Questa opera giovanile è definita dal Fiocco (1950) “una creatura pungente, dalle mani lunghe e quasi predaci, dal volto sigillato fra le bende tormentate…” Le mani esili, sollevate a reggere il libro aperto, rese così “espressive”, fanno ricordare altre mani di Vergini che Antonello fa “parlare” invece dello sguardo. La presenza di due angeli, con corona di gigli e mughetti, emblemi della purezza di Maria, sospesa sul suo capo, richiamano l’iconografia della Madonna Salting (Londra, National Gallery). Questo dipinto giovanile di Antonello attesta l’assimilazione stilistica dei fiamminghi in una visione rinascimentale italiana.

La Madonna, vista di tre quarti, col Bambino tra le mani, a posto del libro, si colloca saldamente nello spazio. D’imponenza scultorea, il volto si precisa in un tipo di bellezza di impronta meridionale, anzi siciliana. I capelli neri, aderenti al capo, pongono in risalto l’incarnato bianco, il taglio marcato sopraciliare e degli occhi schiusi e della bocca sottile, le rigide e perfette orecchie. Preziosa la corona sorretta da due angeli, sontuoso l’abito nei toni caldi del marrone, decorato con perle e pietre. Tocco finale: una veletta bianca trasparente, bordata, le scorre dal capo. Il dipinto su tavola viene datato tra la fine degli anni cinquanta e l’inizio del decennio seguente.

Di memoria pierfrancescana, per la saldezza dei volumi e per l’astrazione formale del volto, la Vergine leggente (Baltimora, Walters Art Gallery). Iconograficamente riconduce alla Madonna Salting, con la differenza che questa è ripresa nell’atto di leggere il libro. Meno discussa dagli studiosi l’attribuzione ad Antonello della Vergine annunciata, 1473-74 (Monaco Bayerische Staatsgemäldesammlungen), la quale richiama, per la posizione incrociata delle sue mani emotive, l’Annunciazione, 1474, tavola trasportata su tela, molto rovinata (Siracusa, Galleria Nazionale) e, per il rinnovamento iconografico, la Vergine annunciata, 1478-77 (Palermo, Galleria Nazionale), eseguita da Antonello al ritorno definitivo a Messina, dopo il soggiorno veneziano. In entrambi i dipinti la Vergine s’imposta volumetricamente nello spazio, dal quale si stacca per rotare leggermente in avanti.

L’Annunciata di Monaco, chiusa nel suo mantello azzurro, sta davanti ad un libro aperto, la cui custodia rossa, descritta nei dettagli, si vede vuota a sinistra. Il volto, definito geometricamente, reclinando dolcemente verso sinistra, esprime un muto stupore, tradotto in spavento dall’artiglio delle esili mani tremanti. La seconda versione, frutto della maturità stilistica del pittore messinese, è un dipinto davvero esemplare di sintesi prospettica e spaziale, di astrazione, di rigore geometrico, che rimanda sì a Piero della Francesca, ma più intenso risulta il processo di idealizzazione. La Vergine, di impianto piramidale, si presenta scultorea, con espressione distaccata. Perfetto è l’equilibrio compositivo tra forma e spazio, tra luce e colore.

La linea curva, elemento modulare, definisce l’ovale perfetto del volto della Vergine, contornato dal manto, le sopracciglia arcuate, le palpebre ombreggiate, le pupille, l’iride, le narici, la bocca. In giù, il motivo curveggiante si precisa nel dettaglio trilobato del leggio ligneo, visto di spigolo. Con la mano destra Maria chiude il lembo del pesante manto, con l’altra mano, portata in avanti, pare che respinga chiunque possa disturbare l’intimità di quello evento straordinario, riservato solo a Lei, prescelta da Dio. Quella sua mano pare che dialoghi con l’Invisibile, dando una risposta immediata, ferma, obbediente. Nessuna esitazione, nessun timore, come nella precedente versione. “Questa Vergine intangibile nel suo isolamento astrale, racchiusa nel manto azzurro, è come una stella nella notte” scrive Marabottini.

Diversa l’interpretazione dello storico Adorno, il quale coglie nel gesto della Vergine un invito all’osservatore, il quale “si colloca nel posto dell’angelo, diventando coprotagonista insieme alla Vergine con la quale stabilisce un dialogo diretto, cogliendone le reazioni, nel momento in cui riceve l’annuncio”.
In ultima analisi va ricordata La Pala di San Cassiano con Madonna in trono col Bambino e Santi, 1475-76 (Vienna, Kunsthistorisches Museum), archetipo cui s’ispirano altri pittori rinascimentali, tra cui Bellini e Giorgione. All’interno di un’architettura “assai più solenne di quella belliniana, derivata dall’Alberti e da Piero” siede in trono la Vergine, la quale ha un’espressione umana dolcissima e mesta. Possente nella forma-colore, mostra nella mano sinistra con il pollice arcuato, un assaggio di ciliegie, frutto che allude al sangue versato da Cristo. La Madonna indossa una magnifica veste damascata, che si evidenzia sotto il mantello azzurro.



I ritratti di Antonello da Messina

Antonello da Messina rivoluziona l’iconografia tradizionale del ritratto, ponendo i suoi soggetti non di faccia né di profilo, ma di tre quarti, con l’intento di mostrare, attraverso la fisiognomica dei volti, la loro interiorità. Non soggetti, appartenenti alla nobiltà, all’alta borghesia o agli umanisti, ma colti per strada. Come Donatello che raffigura uomini fiorentini, così Antonello predilige uomini siciliani. Donatello, eludendo i canoni classici, s’indirizza verso un realismo di stampo popolare, verso cui propende Antonello, distanziandosi da quello fiammingo, basato sull’analisi fredda e dettagliata della realtà. Se le figure di Vergini appaiono riservate,

chiuse in una pudica riservatezza e distaccate dal mondo che le circonda, i ritratti maschili di Antonello sono considerati dallo storico De Grada “autoritratti”. Ognuno nel loro aspetto mostra “quello del sopraffattore, del rivoluzionario, del conquistatore o della vittima che si difende con l’astuzia e la fierezza”. Ritratti dunque attuali che documentano la tipologia dell’uomo siciliano, interpretata con fino intuito psicologico.

Dalla galleria dei ritratti antonelliani, alcuni personaggi balzano prepotenti dal fondo del dipinto su tavola, quasi a voler cercare negli osservatori l’interlocutore giusto per stabilire una complicità d’intesa.
Il Ritratto d’ uomo, (Cefalù, Museo della Fondazione Mandralisca) è ritento il più antico,eseguito probabilmente tra il 1470-72. Così commenta Zeri (1976): “è ben difficile menzionare qualcosa di più intimamente siciliano del Ritratto di Cefalù, nel cui sorriso tra eginetico e minatorio è condensata l’ambigua essenza dell’isola fascinosa e terribile.”

Il Ritratto di giovane uomo (New York, The Metropolitan Museum of Art) di incerta datazione, posta tra il 1470-75, è ritenuto dal Bottari “una delle più seducenti immagini antonelliane”. Seducono infatti lo sguardo ed il sorriso compiacenti. Espressione diversa, direi circospetta, esprime il Ritratto d’uomo (Philadelphia, Museum of art), eseguito attorno al 1470. Non sul fondo scuro ma sul dorato si staglia volumetricamente l’uomo, con il cappuccio nero con lunga banda, la quale, scendendo verticalmente sul lato sinistro, accentua la grossezza del naso, il gonfiore delle palpebre, la rotondità della guancia destra ombreggiata.
Ritratto di giovane uomo, 1474 (Berlino, Staatliche Museen), il primo dipinto datato dal pittore messinese, presenta un’ammirevole sintesi formale. Dal buio la figura, emergendo alla luce con la sua volumetrica massa rossa, schiude le labbra in un sorriso naturale.

D’influenza belliniana il Ritratto d’uomo (detto il condottiero), 1475 (Parigi, Musée du Louvre) attesta il soggiorno a Venezia del pittore siciliano. Si ipotizza che l’uomo del ritratto possa essere Maria Sforza, duca di Bari. Colpisce per l’espressione spavalda del volto, dagli zigomi contratti, e per lo sguardo fiero degli occhi. Anche dal fondo buio s’affaccia, ma con aria furbesca, il Ritratto d’uomo, 1475-76 (Roma, Galleria Borghese), dipinto in cui la penetrazione psicologica raggiunge un esito di straordinaria bravura. Considerato un autoritratto, non riconosciuto dagli storici di oggi, il Ritratto d’uomo, 1475-76 (Londra, National Gallery) porta sul capo un berretto rosso, ha occhi chiari e barba rasata. Dalla giacca marrone si intravedono, nel taglio dell’apertura, il colletto bianco e la camicia rossa. Affiora dalla resa cromatica luminosa il ricordo della pittura veneta e soprattutto di Giovanni Bellini. Lo sguardo che l’uomo rivolge all’osservatore è alquanto sornione. Enigmatico, invece, il Ritratto d’uomo, 1476, detto Trivulzio dal nome del principe della collezione milanese, passata poi al Museo Civico di Torino.

Ė un ritratto intenso, tra i più significativi, ripreso dal vero, eseguito da Antonello a Venezia oppure in Sicilia, al suo rientro a Messina. Sorprendono i dettagli realistici: la resa dei sopraccigli cespugliosi, lo sguardo in tralice, la bocca stirata in un ghigno. A rendere possente il modellato è la massa corporea.
Si differenzia dagli altri dipinti il Ritratto d’uomo,1478 (Berlino, Staatliche Museen) per lo sfondo paesaggistico, da cui emerge la figura, con atteggiamento dignitoso. Longhi (1851) attribuisce “a mano nordica” l’aggiunta della natura sul fondo scuro; la Sricchia Santoro, non riconoscendo il paesaggio nella visione antonelliana, ipotizza l’intervento aggiuntivo da parte del figlio dell’artista, Jacobello, il quale, nell’inserire sulla tavola uno scorcio paesaggistico, non ha badato al “coerente rapporto tra la irregolare striscia verticale scura e la frappa del mazzocchio che scende sulla spalla”.

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