Prima
parte
Il dialetto è un patrimonio culturale che va
tutelato, ma non solo per amore di conservazione o di una
malcerta identità, bensì perché una lingua, qualsiasi essa
sia, è un bene soprattutto per comunicare.
Il linguista Tullio De Mauro è convinto
che la pluralità linguistica non è un accidente stravagante,
ma un fatto fisiologico per la specie e le comunità umane.
Chiunque tenti di soffocarla deve sapere che contribuisce a
spegnere il cuore pulsante della stessa umanità.
C’è oggi chi vorrebbe utilizzare il dialetto
per chiudere virtualmente dei confini, in nome di una
identità magari ritenuta superiore; c’è anche chi lo guarda
con l’animo del cantore medievale fine a se stesso, pronto a
rimetterlo in gioco nelle “giostre” moderne, necessarie a
toccare con nostalgia, magari per esigenze spettacolari o
pseudo romantiche, il nostro passato e con esso il nostro
dialetto.
Io prendo le distanze, con il dovuto
rispetto, da entrambe le posizioni, perché considero il
dialetto un Bene Culturale a tutti gli effetti.
Sono qui infatti, sicuramente per il
piacere di relazionare assieme agli autorevoli amici del
tavolo della presidenza e salutare con affetto tutti voi
presenti in questo importante convegno, ospitato nella bella
e importante città di Castrovillari, alla quale mi sento
legato per i miei numerosi trascorsi, in campo istituzionale
e culturale; ma sono anche qui principalmente, perché
proprio l’antropologa prof.ssa Maria Zanoni, cultrice
autentica del dialetto calabrese, dai toni raffinati e
letteralmente avanzati, nonchè rigorosamente scientifici, ha
speso un tratto significativo della sua vita per difendere
la nostra lingua locale, come appunto bene culturale, al
pari degli altri innumerevoli beni, che fanno parte
dell’importante patrimonio culturale calabrese.
Lo ha fatto con equilibrio e alto senso del
rispetto, proprio verso le determinazioni che lo Stato
Italiano ha ufficialmente espresso nel 1967, dopo tre anni
di lavoro, attraverso la Commissione Franceschini,
proponendo per la prima volta la definizione di patrimonio
culturale e quindi di bene culturale:
“Appartengono
al patrimonio culturale della Nazione tutti i beni aventi
come riferimento alla storia della civiltà. Sono
assoggettati alla legge i Beni di interesse archeologico,
storico, artistico, ambientale e paesistico, archivistico e
librario ed ogni altro bene che costituisca testimonianza
materiale avente valore di civiltà”.
L’ultima
opera della Zanoni, Castrovillari nel ‘900 e gli antichi
mestieri va in questa direzione. Un’opera singolare,
anche perché scritta a quattro mani, assieme alla figlia
Claudia, che oltre ad essere una esperta di Statistica ed
informatica, ha da tempo assunto con autorevolezza la
giovane personalità di una capace e preparata consulente
editoriale e componente di gruppi di lavoro, che hanno
prodotto incontri e studi antropologici, in cui i beni
culturali, il dialetto e le minoranze linguistiche sono
stati al centro della ricerca svolta, con risultati
apprezzati a diversi livelli.
Quest’ultimo
lavoro riesce mirabilmente a far passare un messaggio forte
e di grande significato sociale e culturale, presentando le
attività tradizionali nei vari campi produttivi del
territorio Castrovillarese, non come un mondo museale, ma
come un filo forte e sottile, che tiene ancorati passato e
presente, avvolgendo molte delle iniziative imprenditoriali,
artigianali, agricole di oggi. Le numerose foto dell’opera
di Maria Zanoni e di Claudia Rende presentano infatti
l’immagine viva, in diversi casi, di una trasformazione
locale, strutturale, culturale ed economica, che risponde al
progresso attuale, senza spazzare via il lavoro e le
iniziative degli antenati del posto.
Vorrei però
ritornare al concetto di bene culturale, riferito al nostro
dialetto, anche per mandare un messaggio chiaro, da questo
autorevole consesso, a quei miei colleghi che vedono in
questa mia affermazione, che grazie a Dio condivido, assieme
alla Zanoni, con moltissimi studiosi del settore, una
stoltezza letteraria o persino una provocazione, se non una
superficiale esagerazione, in quanto non riconoscono al
nostro dialetto la tribuna eletta dei beni culturali.
Devo perciò
ricordare a tutti, che oltre alla convenzione dell’Aja del
14 maggio 1954, in cui si definisce materiale
un bene culturale fisicamente tangibile, come le opere
architettoniche, pittoriche e scultoree, c’è da sottolineare
il lavoro della Convenzione di Parigi del 17 ottobre della
stesso anno, che definisce immateriale un bene culturale che
non è fisicamente tangibile come il dialetto, una
manifestazione folklorica, una ricetta culinaria ecc.
Quindi i beni
culturali possono essere materiali e immateriali ed essendo
il dialetto un bene immateriale, entra a pieno titolo, come
è stato sancito nella Convenzione di Parigi nel grande
patrimonio culturale nazionale e nel nostro caso in quello
calabrese.
Le due
Convenzioni citate sono state sicuramente alla base
dell’iniziativa istituzionale dell’allora
Presidente Spadolini, quando nel 1974 istituì il Ministero
dei Beni Culturali, per gestire l’immenso patrimonio
culturale italiano, assicurandogli un’organica tutela e
sottraendolo ad una politica che fino a quel momento aveva
posto nell’improvvisazione o in una programmazione
saltuaria, il destino dei nostri giacimenti materiali ed
immateriali, tra cui il nostro dialetto.
Seconda Parte
Il
dialetto come bene culturale da tutelare”
E’
necessario, se parliamo del dialetto come valore letterario
e sociale, fissare due considerazioni centrali nel nostro
ragionamento a difesa del dialetto come bene culturale da
tutelare. La prima sta proprio nel fatto che il dialetto,
malgrado i punti di vista diversi da quello qui espresso,
alla luce di quanto abbiamo sostenuto nella prima parte
della relazione, è da considerarsi un bene culturale a tutti
gli effetti.
In un’epoca
infatti in cui giustamente si è riconosciuto il valore dei
beni monumentali e ambientali, e si cerca di tutelarli nel
modo più incisivo possibile, è necessario che lo stesso
avvenga per la nostra parlata. Se ogni nostra comunità
perdesse il proprio dialetto, sarebbe come se un gigantesco
incendio mandasse in fumo tutti i nostri boschi, o se si
seccassero tutte le sorgenti.
Un pezzo
incommensurabile della nostra storia, della nostra cultura
millenaria andrebbe perduto. Andrebbe perduto quel
meraviglioso insieme di sensazioni, sonorità, profumi,
emozioni che solo il dialetto ci sa mettere nell’animo. Si
perderebbe l’anima della nostra regione. Il nostro dialetto
porta dentro di sé la nostra storia di millenni, le nostre
radici.
Dunque, il
primo passaggio è riconoscere nel dialetto un bene culturale
da conservare con la più grande cura.
La seconda
considerazione nasce per tentare umilmente di contribuire a
far crollare il pregiudizio che ci fa pensare al dialetto
come a una “lingua di serie B” rispetto all’italiano. Il
dialetto, da un punto di vista glottologico, è un idioma a
sé stante. Non è una derivazione dell’italiano, come molti
ancora credono, ma una lingua di pari dignità all’italiano,
che si è evoluta parallelamente a questo, direttamente dal
latino
Il dialetto calabrese, pur nelle sue differenze e sfumature,
è una lingua a tutti gli effetti e completa, in grado di
esprimere ogni tipo di emozione e di sentimento. Con il
dialetto, scusatemi se sembra banale quello che dico, si può
far ridere, ma anche commuovere, con esso intere generazioni
hanno con dignità calcato il tempo e la storia delle nostre
comunità.
Occorrerebbe
dunque, proprio in quanto consapevoli di ciò, procedere ad
una tutela incisiva di quanto è esistente, parallelamente ad
un rilancio. Non dunque un lavoro proteso esclusivamente
verso il passato, ma con lo sguardo avanti, verso le
generazioni future.
Si tratta,
cioè, di non trasformare il dialetto in un bene da riporre
in un museo da visitare nei giorni di festa, ma in un
patrimonio da tramandare e da far apprezzare in tutta la sua
ricchezza e valenza culturale.
Cosa dunque
concretamente fare in questa direzione?
Innanzitutto,
parlare in dialetto senza vergogna, senza timore di sembrare
“poco colti”: parlando in calabrese o in un altro dialetto
si parla una lingua con tutti i crismi. Si padroneggia uno
strumento linguistico autonomo. E occorre parlarlo anche con
i giovani!
Poi, lasciare
che i giovani provino a parlarlo, senza deriderli,
correggerli sì, ma incoraggiandoli a parlare in dialetto.
Catalogare i
termini, i modi di dire autenticamente dialettali, e che
rischiano l’estinzione: fissandoli sulla carta, sarà
possibile riutilizzarli sottraendoli alla dimenticanza.
E’ giusto poi che ogni luogo, ogni
paese parli e conservi il proprio dialetto, la propria
variante.
Inoltre, non
è azzardato proporre nelle scuole dei corsi extracurriculari
di dialetto, rivolti non solo a chi già lo parla, ma anche a
chi lo voglia imparare ex novo; i fondi comunitari lo
permettono e la regione può impostare una programmazione.
Ci sono già esperienze del genere. A Bologna ogni
settimana riuniscono 90 persone, in gran parte giovani, e
provenienti dalla città, ma anche da altre zone d’Italia.
A Budrio si
fa fa altrettanto, con Corsi di dialetto budriese
organizzati dal Comune, cui partecipano numerosi bambini e
ragazzi. Anche a Bentivoglio si tengono corsi di
bentivogliese. Questo è un modo di proiettare il dialetto
nel futuro, per dargli una speranza di essere vitale anche
tra le giovani generazioni. Tra l’altro, proprio i
giovani, se stimolati nel modo giusto, potrebbero
manifestare un grande interesse per la loro lingua locale:
non solo con la folta partecipazione ad eventuali corsi
organizzati nei propri comuni, ma anche con delle iniziative
telematiche su internet, in grado di catturare l’interesse
di un numero considerevole di giovani navigatori. Dal canto
loro, le Amministrazioni Pubbliche Locali dovrebbero per
quanto possibile sostenere queste attività, da un punto di
vista organizzativo ed economico.
Si potrebbe
poi affiancare ai nomi delle strade, dei paesi, il nome
dialettale, come giustamente avviene in tante comunità,
considerate minoranze linguistiche. Occorre, dunque, fare
tutto il possibile per salvare e ridare nuova vita al nostro
dialetto, per fare in modo che la nostra parlata, che tanto
ci riempie di profumo di autenticità, di sentimento, non
diventi solo un vecchio ricordo nella memoria. Sia
invece un bene da tutelare, come parte integrante del
patrimonio culturale della nostra regione e della nostra
nazione, capace, in quanto anima profonda della nostra
storia e di quella dei nostri padri, di accompagnare il
progresso economico, sociale e civile, nonchè la qualità
della vita delle nostre popolazioni.